Julen Agirre (Eva Forest)
Operazione Ogro Come e perché abbiamo ucciso Carrero Blanco

Opuscoli provvisori – 11
2009, pagine 192
euro 4,00

Il 20 dicembre 1973 l’ammiraglio spagnolo Luis Carrero Blanco, numero due del regime falangista, è fatto saltare in aria dall’ETA. Il testo – pubblicato dalla rivista “Anarchismo” nel 1975 – cerca di riproporre l’azione nella sua essenzialità organizzativa e con la massima obiettività possibile. Trattandosi di un argomento che ha affascinato molti compagni, e che ha visto l’attività mistificatrice di cineasti e mestieranti vari, non ci è sembrato inutile rimettere a posto le cose. Eva Forest firmò il libro pubblicato nel 1974 da Ruedo Iberico con uno pseudonimo (Julen Agirre) perché usciva da tre anni di prigionia nelle galere franchiste e non poteva in quel momento correre altri rischi. Speriamo che questi fatti si possano finalmente leggere con una certa distanza critica e che non si cada nell’equivoco di fruirne come di un qualsiasi racconto poliziesco.

Alfredo M. Bonanno
Critica del sindacalismo

Opuscoli provvisori – 12
2009, 2a ediz., pagine 190
euro 4,00

Molte delle intuizioni e alcuni svolgimenti di pensiero contenuti in questo libro sono stati, in un certo modo, a volte violento, verificati nella realtà quotidiana di questo inizio di millennio. I sindacati sono diventati sempre di più quello che sono sempre stati, comprese le eventuali frange reggicoda. Non potevano avere sorte diversa. I lavoratori, colpiti in pieno dagli strumenti di disgregazione di classe, hanno rinculato fino a trovarsi con le spalle al muro. Guardandosi attorno hanno visto di essere rimasti soli, circondati da varie componenti produttive di riserva, disponibili a salari minimi, e hanno finito per perdere la fiducia in se stessi dopo averla persa nei loro dirigenti sindacali. Ormai questi ultimi, nei luoghi della produzione svolgono il semplice ruolo di cinghie di trasmissione con la classe dirigente degli inclusi, più che con quella politica dei partiti, disgregatasi anch’essa e in preda a problemi tutti suoi, dei quali, in questa sede, non mette conto parlare. Le esplosioni di rabbia sono altro, e da queste, come da manuale, il sindacato si mantiene lontano. Per molti aspetti questo libro continua a colpire il chiodo quando è ormai del tutto entrato nella parete. Un de profundis? forse no, chissà? In queste cose non si sa mai. Arrivederci sulle barricate.

Alfredo M. Bonanno
Come un ladro nella notte

Opuscoli provvisori – 13
2009, 2a ediz., pagine 108
euro 4,00

L’azione che non mi coinvolge, che non mi cambia la vita mettendomi a repentaglio, è un semplice fare, una routine che rischia di infettare perfino la mia stessa quotidianità. Vorrei, e lo sto facendo, scrivere tutto questo per gli altri, per me questo è un male necessario al quale cerco in ogni modo di sfuggire. Quando trovo un lettore ho un tuffo al cuore e mi chiedo se finalmente è arrivato chi riuscirà a leggere quello che anche io, solo io, riesco a intravedere a malapena in quello che scrivo. La libertà, e quindi anche l’anarchia, non va raccontata, è una condizione cieca, non si lascia mettere per iscritto. La volontà l’azzera solo apparentemente, per meglio controllarla, ma non può mai cancellarla del tutto. Perfino nei peggiori, nei mestatori e nei venduti, si trasforma in falsa coscienza e morde senza pietà. La volontà campa a credito della libertà. Il dolore che porta con sé non si distingue facilmente dal piacere. L’anarchia è il massimo livello della libertà, riconoscere questo itinerario, scoprirlo, seguirlo, sono esercizi massacranti e richiedono una certa tendenza omicida. L’anarchico non sogna distruzioni, distrugge. L’anarchia, e quindi anche la libertà, non può essere cercata come comunione conchiusa, perfetto completamento di quello che palesemente mi manca nella vita. Lo sforzo dell’azione è diretto, nella migliore ipotesi, a una delusione, alla constatazione di una sconfitta, ma questo fine è per pochi, sono difatti pochi quelli che non si fanno travolgere dal trionfo decretato loro dagli stupidi.

Alfredo M. Bonanno
Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista

Opuscoli provvisori – 14
2009, 2a ediz., pagine 176
euro 4,00

Pensare a una serie di rapporti stabili fra compagni nell’ambito del bacino del Mediterraneo, nucleo essenziale da cui partire verso una possibile maggiore ampiezza futura, anche al di là degli iniziali limiti geografici, è stato un sogno accarezzato per lunghi anni. Non un feticcio organizzativo qualsiasi, una sigla forte e altisonante, che come un manichino spaventapasseri tenesse lontano i malintenzionati repressori e attraesse le anime pure degli anarchici desiderosi di conoscersi, ma qualcosa di concreto, di reale, capace di andare al di là degli aspetti formali, o, se si preferisce, di bandiera, per essenzializzare il problema. Tentativi in questo senso ce ne sono stati tanti, tutti animati da una prospettiva più ampia, più generica, quella che di regola alimenta gli incontri fra compagni a livello internazionale, una conoscenza importante per entrare in possesso, in maniera diretta, di quelle notizie che solo chi abita in un posto preciso possiede. Gli aspetti repressivi, quasi sempre, molto meno anche le iniziative di lotta, intese queste ultime nel senso preciso del termine, cioè quando siamo noi, proprio noi, a prendere in mano il gioco e a condurlo a modo nostro. Il progetto dell’Internazionale Antiautoritaria Insurrezionalista è sufficientemente delineato in questo libro, il suo percorso è ancora tutto da immaginare.

Dominique Karamazov
Miseria del femminismo

Opuscoli provvisori – 15
2009, 3a ediz., pagine 78
euro 4,00

Per quanto il femminismo pretenda di costituirsi contro la società esistente, maschilista e oppressiva delle differenze, è il femminismo stesso a perdersi nelle contraddizioni della società capitalista, a reclamare un riconoscimento delle peculiarità femminili da parte del sistema e dentro il sistema stesso, a fare ricorso ai suoi mezzi repressivi – proprio a quegli uomini e a quel potere che pretende di combattere, e distruggere, e sostituire, forse – per avere soddisfazione del proprio senso di giustizia, dei propri desideri, dei propri bisogni. Tutto questo, però, oltre a rivelare di appoggiarsi su di un piano di elaborazione concettuale poco consistente, esprime dolorosamente la parzialità e la debolezza di una lotta che voleva partire da un modo di sentire e di agire che una donna poteva, e può, credo, avvertire come un moto intimo e profondo, e che invece viene ad essere così ingabbiato in modalità di lotta rivendicazionista, agevolmente assimilabile dalle forze che il capitale sta ponendo in campo, e tralasciando invece di mettere in discussione le modalità relazionali che coinvolgono parimenti uomini e donne, l’obbrobrio di un sistema che tutti riduce a macchine standardizzate, svuotando la realtà della sua ricchezza e consegnando ruoli, nuovi, se necessario, suggestivi di emancipazioni raggiunte, ma ugualmente oppressivi, fatalmente coercitivi in nuovi casellari sociali.

Renzo Novatore
Verso il nulla creatore

Opuscoli provvisori – 16
2009, 2a ediz., pagine 64
euro 4,00

Leggere Novatore è un’impresa. I motivi per cui, oggi, si viene respinti dalla lettura di un testo come quello che presentiamo qui di seguito sono parecchi e tutti paralleli ai motivi, altrettanto numerosi, per cui se ne rimane affascinati. Il disgusto deriva dal modo di scrivere, dalle infiorettature stilistiche, dalle assordanti ripetizioni, dalla retorica tratta per i capelli a servire da strame per lo sbocciare di un fiore ormai fuori del tempo. Il fascino viene da quello che il lettore ricorda – il lettore provveduto, non quello accidentale – della vita di questo ribelle, morto con le armi in pugno in un conflitto a fuoco contro i carabinieri che volevano catturarlo. Ma una vita bella, e certamente la sua lo fu, una vita “contro”: contro la guerra, contro i fascisti che della guerra furono gli esecutori testamentari, contro i padroni che mandarono i proletari a morire in un sanguinoso quanto assurdo conflitto e poi gestirono i fantocci fascisti per mettere paura alle giuste rivendicazioni dei sopravvissuti, una vita bella, dicevo, non è detto che possa trovare riscontro in belle pagine scritte. Eppure le parole di Novatore meritano una riflessione, mentre non meritano l’entusiasmo di sprovveduti lettori che trovano in esse esattamente quello che non c’è, che il suo autore, quasi certamente (di questo non si può mai essere sicuri), non voleva che ci fosse. Il fatto è che la madre degli imbecilli purtroppo è sempre gravida.

Alfredo M. Bonanno
Errico Malatesta e la violenza rivoluzionaria

Opuscoli provvisori – 17
2009, pagine 76
euro 4,00

Niente come la lettura di questi miei interventi al Convegno anarchico di Napoli su Malatesta del dicembre 2003 può dare l’idea di come ogni tentativo di fornire giustificazioni o condanne riguardo il concetto di violenza rivoluzionaria sia soltanto un tentativo fallito in partenza. La violenza rivoluzionaria non abbisogna delle mie giustificazioni e non può essere intaccata da qualsiasi tipo di condanna, anche se quest’ultima proviene dalle fila stesse degli anarchici. In fondo il pacifismo è anch’esso un falso problema e non merita di essere confutato ricorrendo a molte parole. Il mio sforzo non aveva, e non ha nemmeno qui, in questa sede, l’intenzione di fornire argomenti giustificativi alla violenza rivoluzionaria. Solo voleva, e continua a farlo, fornire un contributo al pensiero e all’attività rivoluzionaria di Errico Malatesta. Troppo spesso si sono dette tante cose infondate e troppo spesso si è arruolato questo anarchico sotto una qualsiasi bandiera di parte se non di partito. Ecco, come tutti i veri rivoluzionari, Malatesta non si curava di mettere ordine fra le sue carte e affrontava i problemi man mano che si presentavano nella realtà. La guerra sociale continua, la violenza rivoluzionaria è soltanto l’espressione più immediatamente percepibile del suo svolgimento, non la sola e, sotto certi aspetti, nemmeno la più importante. Affido queste pagine all’attenzione del lettore. Ne faccia buon uso, ma non si aspetti da esse quello che non possono dare. L’appuntamento più importante è sempre sulle barricate.

Rudolf de Jong
Anarchismo e trasformazione sociale

Opuscoli provvisori – 18
2009, pagine 80
euro 4,00

In questo studio ho voluto concentrare la mia attenzione sulla tradizione anarchica, in quanto l’anarchismo rifiuta di creare nuovi sistemi centrali con nuove aree periferiche. La mia intenzione è confrontare gli atteggiamenti anarchico e marxista riguardo alle relazioni e ai problemi centro-periferici, soprattutto per quanto concerne il processo di trasformazione sociale. I marxisti rivoluzionari, i social-riformisti e, in generale, la maggior parte dei rivoluzionari di sinistra vogliono sempre usare il centro come uno strumento – e nella pratica come lo strumento – per la emancipazione dell’umanità. Il loro modello è sempre un centro: Stato o partito o esercito. Per loro la rivoluzione è in primo luogo la conquista del centro e della sua struttura di potere, o la creazione di un nuovo centro, con lo scopo di utilizzarlo come strumento per la costruzione di una nuova società. L’anarchismo non vuole la conquista di questo centro, ma la sua immediata eliminazione. Sua opinione è che in seguito alla rivoluzione difficilmente rimane spazio per un centro nella nuova società. La lotta contro il centro è loro modello rivoluzionario e nella loro strategia gli anarchici cercano di impedire la creazione di qualsiasi nuovo centro.

Alfredo M. Bonanno
I giovani in una società post-industriale

Opuscoli provvisori – 19
2009, pagine 78
euro 4,00

Chi china il capo e acconsente di fronte al sopruso che irreggimenta, è l’ultimo uomo, l’ultimo scarto di un’umanità dolorante, l’erede di millenni di schiavitù. Io mi auguro che questa eredità non sia stata riscossa dai giovani a cui idealmente mi riferisco, e mi auguro che non vogliano portarla proprio ora all’incasso. Altri dovrebbero essere i proventi dei loro prossimi anni. Il desiderio, la creazione, il sogno, le remote e incomprensibili stelle, e perfino questa ormai piccola e agonizzante terra che ci ospita. Inventarsi la felicità, ecco un bel compito, non accettare livellamenti, neanche quelli che aiutano a passare il tempo trivializzandone il senso, banalizzandone il gusto. Ogni attimo della vita è degno di essere vissuto, non sprecato nella compassione di se stessi, nella esiguità dei bisogni di un essere amministrato ridotto a convivere con pregiudizi morali e rimpiccolimenti economici. Vivere una vita da piccoli insetti saltellanti in barocche evoluzioni di sopravvivenza significa non guardare avanti, significa mettersi sempre le mani in tasca per fare i conti della spesa, per evitare i pericoli e le sofferenze, accettare le regole di un edonismo da pagliacci tristi e ben pasciuti, contenti del pezzo di pane che il padrone getta loro di tanto in tanto.

Luigi Lucheni
Come e perché ho ucciso la principessa Sissi

Opuscoli provvisori – 20
2009, pagine 76
euro 4,00

All’1,35 del 10 settembre 1898 l’anarchico Luigi Lucheni uccide sulla riva del lago di Ginevra la principessa Sissi, colpendola al petto con una lima. Lucheni non ha la bellezza fisica di Caserio né la preparazione intellettuale di Henry né la tracotanza affascinante di Ravachol, è un povero manovale. Il suo gesto non ha quindi mai incontrato la fortuna che ha da sempre accompagnato le azioni di altri anarchici. In più, colpisce una donna, e in particolare una icona (falsa, come tutte le icone) della belle epoque, la moglie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria. Eppure quest’azione ha molto da insegnare nella sua esemplarità. Il comportamento di Lucheni, a volte perfino puerile nell’entusiastica accettazione del proprio destino, è unico. Non si lascia abbattere, contrattacca sempre, rivendica, non intende nemmeno fuggire per meglio assicurare la leggibilità rivoluzionaria del suo gesto, non fa nomi e si porta il suo segreto nella tomba. Molto si potrebbe dire sulla “povera” Sissi, fantasma edulcorato perfino da una cinematografia da rotocalco, ma sarebbe un’analisi inutile. Quello che conta è che era una imperatrice, la moglie, consolatrice remota e arcigna – se si vuole perfino peggiore – dell’imperatore austriaco. Lucheni, nel corso dei tanti interrogatori, espone bene i motivi del suo gesto. In fondo gli anarchici, in questo genere di decisioni, non hanno mai avuto soverchi dubbi.