Titolo: La scienza e la questione vitale della rivoluzione
Note: Opuscoli provvisori N. 73
Prima edizione in opuscolo: maggio 2015
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Nota introduttiva

Bakunin si pone un dilemma fondamentale: dove fermarsi nell’acquisizione della conoscenza? Senza non si può andare verso la rivoluzione, continuando ad acquisirla si corre il rischio di non sapersi dove fermare per dare inizio all’attacco.

Questo non è un problema soltanto individuale, cioè riguardante il singolo rivoluzionario e i mezzi conoscitivi (e pratici) dei quali si deve dotare, ma anche quella grande massa incognita e spesso confusamente avvertita, nel dilagare della sofferenza e della repressione, come pronta a insorgere, salvo poi a rendersi conto che la realtà era tutt’altro che matura.

Se l’ignoranza è di certo un freno per bloccare la rivoluzione, uno strumento di rassegnazione e di ottusità, un potente strumento utilizzato dallo Stato e dalla religione, la cultura è un’arma a doppio taglio. Foggia, di per sé, privilegiati, dottrinari, gente pronta a vendersi al migliore offerente. Dove fermarsi? Quali i confini oltre i quali si travalica nel considerarsi merce in vendita e non più disponibili alla lotta? Non è facile individuare questo confine.

Quello stimolo all’azione, l’incredibile differenza che passa tra il fare e l’agire, tra l’accumulo e il dispendio assoluto, tra il risparmiarsi per il futuro e il mettersi del tutto in gioco, ora e subito, tutto ciò è intuito da Bakunin, che così lascia spazio all’immaginazione del lettore disponibile all’attacco.

In fondo queste letture sono indirizzate proprio a tale tipo di lettore e non sono vane esercitazioni culturali.

Per chi non l’avesse capito.


Trieste, 27 aprile 2014

Alfredo M. Bonanno

* * * * *

“Se osservassi a lungo e minuziosamente le lancette dell’orologio, la valvola di sicurezza e le ruote della locomotiva, o le gemme della quercia, non scoprirei né la causa che produce l’effetto di mettere in azione la suoneria delle campane, né la messa in moto della locomotiva e tanto meno saprei qualcosa del vento di primavera”.

Lev Tolstoj

La scienza e la questione vitale della rivoluzione

Nel primo numero del “Narodnoe Delo”, il solo cui ho preso parte e che è quasi del tutto scritto da me, ho cercato di definire quello che è oggi la scienza in rapporto al popolo. [Per ciò che riguarda gli altri numeri, sono obbligato a dire che non vi ho preso né potevo prendervi parte alcuna, perché non sono d’accordo né con la forma né col contenuto]. Voglio adesso dire qualcosa su ciò che è questa stessa scienza di fronte all’attuale gioventù rivoluzionaria.

Nel “Narodnoe Delo” mi sono sforzato di dimostrare, e credo con successo, che quale che sia l’immenso valore che la scienza avrà per il popolo nel periodo post-rivoluzionario, al momento presente, cioè prima della rivoluzione che farà sollevare il popolo e gli darà la possibilità reale di istruirsi, essa scienza non ha per il popolo alcun senso; essendo del tutto inaccessibile e inutile. Il governo capisce bene l’interesse dello Stato e quindi non apre alle masse le porte della scienza viva e liberatrice. Quanto alla scienza morta, alla scienza sofisticata il cui unico scopo è quello di introdurre nel popolo un sistema di false nozioni e concezioni, questa sarà per il popolo stesso del tutto funesta; perché gli inoculerà il virus sociale ufficiale ed in ogni modo lo distoglierà, almeno per un certo tempo, da ciò che oggi è l’unica cosa utile e salutare: la rivolta.

Ne deduco che coloro i quali, in questi ambienti e nelle condizioni attuali, sostengono l’istruzione del popolo sono o semplici sognatori o chiacchieroni, oppure, la qual cosa è peggio, fumisti, sfruttatori, in breve nemici del popolo.

Per tutti gli spiriti onesti ciò deve essere chiaro. Così, lasciamo da parte questo problema come già chiaro e passiamo all’altro: che cos’è la scienza in rapporto alla gioventù rivoluzionaria?

Due mesi fa, ho redatto un “Appello ai giovani fratelli” dove mi complimentavo con la gioventù per il fatto che il governo la getta fuori delle università e delle grandi scuole, verso il Popolo. Quanti rimproveri mi sono attirato da ogni parte per avere avuto l’audacia di esprimere francamente questa idea. Non parlo solo della collera legittima di quelli che fanno parte delle sfere ufficiali o delle persone come si deve che formano da noi la gente letteraria patriottica. Meritare e provocare la collera di questi signori sarà sempre un grandissimo onore per me; e se mi capitasse, anche per una sola volta, senza volerlo, di attirarmi da parte loro la minima approvazione, ne proverei amarezza e vergogna.

Ma tra coloro che hanno attaccato il mio appello, ve ne sono moltissimi che appartengono ad ambienti molto vicini a me e le cui concezioni teoriche non sono molto diverse dalle mie, ma le cui idee per quello che riguarda l’azione pratica sono al contrario nettamente opposte al mio modo di vedere. Per essere più chiaro aggiungerò:

Quelli che pensano o che si occupano oggi in Russia di questioni politiche e sociali si dividono in due categorie: gli uni vogliono, o credono di volere, tutte le riforme, miglioramenti, liberazioni o progressi possibili e immaginabili in favore del nostro sfortunato popolo schiacciato, ma cercano di ottenere tutti questi beni attraverso la via statalista; essi biasimano quasi sempre o vilipendono frequentemente il governo, tale o tal altro ministro, ed anche lo stesso sovrano, ma nello stesso tempo pensano che lo Stato sia il migliore e l’unico mezzo per il popolo per raggiungere i suoi fini e per realizzare i suoi ideali; ed è per questa ragione che essi mettono dappertutto e sempre al primo posto la prosperità e la potenza dello Stato, solo fondamento possibile, secondo loro, del benessere del popolo. Gli altri, al contrario, sono arrivati alla convinzione che lo Stato, per la sua natura e per la sua forma è da mettersi con la Chiesa tra le cose più vili e più nefaste generate dall’ignoranza e dalla servitù storiche del nostro popolo, e che in generale ogni Stato, e particolarmente lo Stato panrusso non solo ostacola ma soffoca in germe ogni possibilità di benessere e di libertà delle masse popolari. Appoggiandosi su questa convinzione, essi pensano che per liberare il nostro popolo bisogna distruggere completamente lo Stato panrusso.

Alla prima categoria appartengono i riformisti-statalisti; alla seconda i rivoluzionari.

Per parte mia, sono persuaso che significa perdere il proprio tempo a discutere con gli statalisti, per quanto liberali siano in apparenza. Per quanto siano per natura, in apparenza o di fatto, cuori sensibili o generosi, e anche umanitari, essi sono votati, da una implacabile logica, alla bassezza, alla ferocia, in quanto nessuno Stato, e a più forte ragione lo Stato panrusso, potrebbe esistere o resistere senza bassezza e senza ferocia sia pure per un anno. La strada che seguono gli statalisti li porta direttamente, se non all’abbandono di ogni attività, almeno alla muravievchtchina.

Quanto ai rivoluzionari, è un’altra questione: si può e si deve discutere con loro. Ma i rivoluzionari si dividono anch’essi in due categorie: i dottrinari e i partigiani dell’azione pratica e quotidiana.

Chiamo rivoluzionari dottrinari quelli che sono arrivati alla concezione rivoluzionaria e alla coscienza che la rivoluzione è indispensabile non attraverso ciò che la vita ha insegnato loro, ma attraverso quello che hanno letto nei libri. In alcuni, di spirito meno pesante ma più drammatico o orgoglioso, la lettura della storia delle rivoluzioni passate ha scaldato l’immaginazione giovanile; l’esempio dei grandi eroi della rivoluzione ha dato loro il desiderio di essere essi stessi degli eroi, o almeno di averne l’aria. Sognano di rivoluzioni violente in cui sarebbero lontani, ciò va da sé, di giocare il ruolo conclusivo, di combattere sulle barricate, sognano del terrore, dei decreti salvatori promulgati da essi; ed essi stessi hanno dei fremiti solo all’idea di essere tanto terribili. Questa gente si diverte giocando innocentemente alla rivoluzione.

Sempre pieni di orgoglio ed anche di vanità, sono all’inizio della loro carriera, relativamente sinceri; confondendo l’esaltazione della gioventù con il calore del cuore, la frase roboante con il pensiero e prendendo l’ardore del temperamento per energia e volontà; essi cominciano di regola a credere seriamente in se stessi. Poi il loro entusiasmo si affievolisce, ma il vuoto del pensiero e l’abitudine all’enfasi non li abbandonano; e finalmente essi diventano incorreggibili ciarlatani e chiacchieroni.

Con questa gente ogni discussione è inutile. Essi non hanno a che fare con la causa e si interessano soltanto di loro stessi. Pur parlando ininterrottamente in nome del popolo, non si sono mai preoccupati di esso e non vogliono saperne niente di questo argomento. Per essi, il popolo non è altro che un pretesto, un marciapiede, un trampolino, una massa insensata e inerte che attende da essi e solo da essi la vita, il pensiero, la felicità e la libertà. Essi si credono fatti per essere dittatori e nemmeno per un istante dubitano che il popolo marcerà sotto il loro bastone da pastore come un volgare gregge. La loro costante fatuità fa loro perdere la testa. Né i fatti né gli avvenimenti, per quanto siano importanti, possono impedire loro di pensare a se stessi; in ogni cosa non vedono che se stessi. Lasciamoli ammirarsi finché vogliono e distogliamoci da questa gente.

Vi sono dottrinari più seri: quelli che sono venuti alla coscienza rivoluzionaria non per fantasia personale o per orgoglio, ma per un effetto profondo e oggettivo del pensiero, per uno studio serio della storia e della condizione attuale del popolo. Questi sanno e sono capaci di dimostrarvi che oggi ogni uomo degno non può non essere un rivoluzionario. E, strana cosa! sapendo ciò così bene essi diventano raramente e a prezzo di difficoltà senza nome dei veri rivoluzionari. Come spiegarlo?

Secondo me la spiegazione è facile. Essi sono stati portati alla coscienza rivoluzionaria non dalla vita, ma dal pensiero e malgrado le loro condizioni di esistenza. Paragonata alla vita insopportabile di milioni di persone, la loro è ottima e facile. Anche la realtà statale così dura e crudele per il popolo, li tocca in un modo molto più gradevole e dolce. La loro vita si scontra molto raramente con circostanze, fatti di natura capaci di suscitare nell’individuo un odio irriducibile e uno inestinguibile bisogno di distruggere. La loro passione rivoluzionaria è soprattutto astratta, cerebrale, e raramente seria.

Certo è penoso e spesso insopportabile per ogni uomo intelligente e generoso vivere in un modo così vile, volgare, feroce, e di essere tutti i giorni testimonio di menzogne stridenti e odiose. Ma a tutto l’individuo fa l’abitudine. Anche il sentimento di rivolta si smorza quando l’ignominia diventa una cosa cronica e generale. Solo l’umiliazione che si subisce su di se stessi è mortale; quanto alle umiliazioni che colpiscono gli altri, ci si può adattare.

Infine, se non se ne può più si ha la risorsa di andare a prendere aria all’estero, di rifugiarsi nel tempio sacro ed eternamente giovane della scienza, delle arti, dell’amicizia, dell’amore; o ancora di consacrarsi ad una innocente cooperativa oppure di installarsi confortevolmente nella propria esistenza.

Quanto alla coscienza, se essa si rivolta o si rifiuta a simili accomodamenti, la si può tranquillizzare con argomenti di questo genere: “La realtà non è per nulla bella, ma è potente; e contro di essa non possiamo fare niente. La sua potenza non risiede nell’arbitrio di questo o di quello, ma nell’insieme di piccoli fatti o di fenomeni sociali, di tendenze o di disposizioni di spirito diverse di cui essa è il prodotto e l’espressione più completa. Essa è la conseguenza fatale di tutto ciò che vive e agisce nella società; ciò che vuol dire che nessuna forza individuale è in grado di distruggerla; e sarebbe ridicolo che uno o diverse persone volessero tentarlo. Se questa è la realtà, sapendo che essa produce da se stessa, zar come questo Alessandro II, ministri e uomini di Stato come questi attuali, dobbiamo, che lo vogliamo o no, inchinarci davanti la necessità imperiosa contro la quale ogni velleità di rivolta sarebbe puerile. Anche se arrivassimo a sopprimere Aleksandr Nikolaevič con tutta la famiglia imperiale e tutti i suoi fabbricanti di miracoli, i suoi arcangeli e i suoi angeli guardiani, altri dello stesso tipo, ed anche peggio, non tarderebbero a prenderne il posto. Essi non sono la malattia, ma i suoi sintomi, come una pulce su una testa sporca non è che il risultato della sua sporcizia, o una piaga purulenta, l’effetto di una lesione indipendente da quella piaga.

“Volete che l’avvenire di questi zar e questi ministri non sia più possibile? Non occupatevi di loro. E senza usare le vostre forze in rivolte sterili, consacratele esclusivamente alla trasformazione dell’ambiente sociale che, sotto la forma di parassiti o di piaghe purulenti, generano simili mostri. Noi agiremo senza indugio con l’occhio bene aperto, ma razionalmente, prudentemente e conservando il nostro sangue freddo, senza attendere grandi risultati da un giorno all’altro, accontentandoci dell’idea che i nostri sforzi preparano un ordine sociale razionale per le generazioni future. – Cosa faremo? Rinunciando ad ogni attività politica e ad ogni funzione pubblica che, per noi, sono al momento attuale, sia nel senso pro-governativo come nel senso anti-governativo, assolutamente impossibili, ci consacreremo allo studio e alla propaganda attiva tramite lo scritto, la parola e l’azione, delle idee sociali pervenute oggi a maturità: formeremo circoli letterari e sociali o società cooperative aventi per oggetto la scienza, il lavoro e le condizioni di esistenza. – Prima di tutto abbiamo bisogno di chiarezza, quanta più chiarezza possibile! La maggior parte di noi sono ignoranti; abbiamo bisogno di apprendere molto e di studiare tutto prima di pensare a trasformare praticamente la società. Così ci istruiremo e aiuteremo gli altri ad istruirsi. Daremo l’istruzione a quelli che non ne hanno e verremo in aiuto alla povera gente. – In questo modo, formeremo in poco tempo una falange di giovani militanti integri in grado di sapere quello che vogliono, ciò che possono volere e a che cosa aspirare. Beninteso, nei nostri circoli, il principale obiettivo degli studi sarà la Russia, la sua storia e il suo stato attuale. Noi parliamo tutti della Russia, ognuno la vuole liberare e nessuno la conosce né sa di che cosa il popolo ha realmente bisogno, ciò che vuole e dove lo conduce la fatalità storica. Ma quando conosceremo veramente il popolo, il suo passato e il suo presente, allora potremo facilmente prevedere il suo avvenire; e, conosciuto questo avvenire, ci lanceremo nell’azione con il nostro sapere e la fede incrollabile che ci ispirerà; allora saremo onnipotenti, tanto più che è probabile che in quel momento la coscienza del popolo sarà matura, andando oggi questa maturità in modo più veloce di quanto accadeva prima. Ed in fin dei conti, consacrandoci alla nostra propria istruzione, potremo accelerare più o meno questa maturità. Malgrado tutti gli ostacoli che il governo drizza davanti a noi, siamo in grado di sviluppare la nostra propaganda anche tra il popolo tramite i maestri di scuola rurali, gli opuscoli alla portata di tutti e a mezzo delle cooperative artigianali, maschili e femminili, di scuole rurali, come la catena degli zemstvos. Senza dubbio il governo ostacolerà ogni nostro passo e i giornali dei Katkov, degli Skarjatin e altri fogli benpensanti, senza parlare dei porci e dei babbei della nobiltà – e sono legioni! – ci calunnieranno, ci denunceranno, ci inseguiranno impietosamente. Ma se saremo numerosi, se le nostre falangi pacifiche, dirette verso un solo ed unico scopo, copriranno tutta la terra russa, e se, sostenuti dall’idea che ci serve da stella polare, marceremo con lo stesso passo appoggiandoci gli uni agli altri, sulla legge e sul nostro diritto incontestabile, vinceremo tutti i nostri avversari e tutti gli ostacoli; saremo più forti del governo e allora potremo infine pensare al popolo e al mezzo di svegliare la sua vita”.

In questo modo mi sembra esposto, in tutta la sua larghezza, il programma dei nostri buoni dottrinari. Vi è in ciò un pensiero lucido e un atto di coraggio. Non vi manca che la realtà, una base reale, un vero campo d’azione, la vita. Per demolire una volta per tutte questo sistema, ultimo rifugio di un dottrinarismo semi-onesto – nessun dottrinario saprebbe esserlo completamente – riprenderò l’argomentazione punto per punto, e per evitare di staccarmi dal mio soggetto, prenderò le mie prove e i miei esempi di preferenza dalla realtà russa, statalista e sociale. Quindi, dopo essermi inchinato al modo russo nelle quattro direzioni, ingaggio la lotta contro questo mostro moderno, il dottrinarismo, che in Russia inghiotte tante forze vive ed anche tanti giovani.

Ammetto volentieri il suo primo punto, che la realtà, cioè l’ordine politico, civico e sociale oggi in tutti i paesi, è la somma, o piuttosto il risultato della lotta, dei conflitti, dell’annientamento reciproco, del dominio e in generale della congiunzione e dell’azione reciproca di diverse forze che al di dentro e al di fuori agiscono nei o sui detti paesi. Che cosa ne deriva? Primo che la trasformazione di questi regimi sociali non si può realizzare, e non si realizza altrimenti, che attraverso una modificazione profonda dell’equilibrio tra le forze che si manifestano nella società in questione.

Allo scopo di risolvere l’importante questione di come siano stati modificati nel corso della storia gli equilibri o i regimi stabiliti, o come gli uni e gli altri possano esistere oggi, esaminiamo più da vicino la natura delle forze sociali.

Alla stessa maniera che nel mondo organico o inorganico tutto ciò che vive, o che semplicemente esiste meccanicamente, fisicamente o chimicamente in qualsiasi misura questo sia, influisce su tutto l’ambiente; così nella società il più infimo essere umano rappresenta una minuscola frazione della forza sociale. Va da sé che se si prende questa piccola frazione isolandola completamente, essa sarà, paragonata all’insieme delle forze sociali, quasi uguale a zero. Così, se voglio, essendo solo e senza legami con nessuno, cambiare il regime esistente semplicemente perché non mi piace, ed essendo il solo a cui non piace, non sono altro che un idiota.

Se ci raggruppiamo in dieci, venti o trenta nella stessa intenzione, di già la cosa sarebbe più seria, per quanto lontana dall’essere sufficiente per raggiungere lo scopo, ammettendo che quest’ultimo per sua natura non sia troppo limitato o infimo. Lo sforzo comune di qualche decina di individui è molto più efficace di ogni sforzo individuale, non solo perché la forza di diversi unita insieme è sempre molto più grande di quella di uno solo (nella società composta da milioni di individui, la somma di qualche decina di piccole frazioni è anch’essa uguale a zero), ma anche perché quando una decina, o anche di meno, di individui uniscono i loro sforzi per raggiungere uno scopo comune, una nuova forza si costituisce tra loro che supera di molto la semplice somma aritmetica degli sforzi individuali di ciascuno. In economia politica questo fatto è stato per la prima volta osservato da Adam Smith e attribuito all’azione naturale della divisione del lavoro. Ora, nel caso che sto esaminando, non è solo la divisione del lavoro che agisce, cioè genera una nuova forza, ma anche, e in una proporzione ancora più grande, l’unione e ciò che la completa necessariamente: l’elaborazione di un piano d’azione, poi la migliore ripartizione possibile e l’organizzazione sistematica o studiata delle forze poco numerose conformemente al piano stabilito.

In effetti, da quando esiste la storia, in tutti i paesi, anche i più civili e i più illuminati, ogni insieme delle forze sociali si divide in due grandi categorie profondamente differenti l’una dall’altra e frequentemente, si può anche dire quasi sempre, antagoniste: la somma delle forze incoscienti, istintive, tradizionali, per così dire spontanee e appena organizzate, per quanto piene di vita, e la somma incomparabilmente più piccola delle forze coscienti, congiunte, deliberatamente associate, agenti secondo un dato piano, e sistematicamente organizzate in base a questo piano. Nella prima categoria si trovano milioni e milioni di individui che costituiscono la massa del popolo, e considerati sotto l’aspetto dei rapporti, la maggioranza delle categorie sociali colte e privilegiate, e infine ogni strato inferiore della casta burocratica e l’esercito, sebbene queste caste, lo strato burocratico e l’esercito, a causa della loro natura e dei vantaggi che ricavano dalla loro situazione, o in ragione della loro organizzazione razionale più o meno sistematica, appartengono in pratica alla seconda categoria, di cui il governo forma evidentemente il centro. In breve, la società è divisa in una minoranza composta di sfruttatori e in una massa immensa più o meno coscientemente sfruttata.

È chiaro che non è possibile separare con una linea molto rigida un mondo dall’altro. Nella società, come nella natura, le forze più antagoniste finiscono per confondersi al limite. Ma si può dire che presso di noi, per esempio il popolo della campagna e i piccoli borghesi sono tipici rappresentanti della massa sfruttata. Su di loro si sovrappone un certo numero di strati sociali che, più sono vicini al popolo, più fanno parte delle categorie sfruttate (e meno essi stessi sfruttano il popolo) e più ne sono lontani, più si collocano nella categoria degli sfruttatori e meno hanno a soffrire da questo sfruttamento.

È così che da noi, nelle campagne, i kulachi si sovrappongono ai contadini e alla piccola borghesia, nelle città, i mercanti e le loro corporazioni – che indubbiamente sfruttano il popolo – sono a loro volta sfruttati nella stessa maniera del popolo dai grossi mercanti, dal clero, dalla nobiltà e al di sopra di tutto dalle sfere governative dall’alto al basso della scala sociale. Lo stesso si può dire del basso clero, mangiato anch’esso dal clero alto, come della piccola nobiltà, e oggi della media nobiltà man mano sempre più ricacciata indietro, da una parte, dai grandi proprietari terrieri di origine mercantile, e dall’altra, dall’aristocrazia burocratica e da quella di corte. La burocrazia stessa e l’esercito formano il più strano miscuglio di passività e di attività nello sfruttamento derivante dallo Stato; beninteso, più si è in basso, più si è passivi; più si è in alto, più l’attività spiegata riveste un carattere cosciente.

In alto alla scala si tiene il gruppo poco numeroso degli sfruttatori più matricolati e più coscienti: le alte sfere governative, cioè in primo luogo Sua Maestà l’Imperatore e tutta la sua augusta casa, poi la sua corte, i suoi ministri, i suoi aiutanti di campo generali, i suoi ufficiali di ordinanza, tutti i dignitari dell’esercito, dell’amministrazione, del clero e, nelle vicinanze, gli alti personaggi della Finanza, dell’Industria, del Commercio che, col permesso del governo e sotto la sua protezione, divorano tutta la ricchezza, o piuttosto tutta l’indigenza del popolo.

Questa è, mi sembra, l’esatta classificazione del mondo russo. Vediamo adesso qual è il rapporto quantitativo di queste tre categorie sociali. Sui 70 milioni di abitanti dell’Impero, la parte della categoria inferiore composta unicamente di sfruttati è almeno 67 o 68 milioni. Quella degli sfruttatori matricolati e coscienti, cioè i più malevoli, non supera le tre, quattromila, diciamo diecimila. Restano due o tre milioni per la categoria intermedia composta di individui che sono nello stesso tempo, per quanto in grado diverso, sfruttatori e sfruttati. Questa categoria può essere divisa in due settori: da una parte l’immensa maggioranza di quelli che sono più sfruttati che sfruttatori, dall’altra, la minoranza di quelli che sono poco sfruttati e più o meno coscientemente sfruttatori; se avviciniamo quest’ultima categoria a quella degli sfruttatori matricolati e coscienti, vediamo che su 70 milioni di abitanti, vi saranno al massimo 200.000 sfruttatori autentici e feroci, per cui ad ogni sfruttatore fanno fronte 350 sfruttati.

Ci si chiederà: come si è potuto formare questo rapporto mostruoso? Perché, nello Stato, 200.000 individui possono impunemente sfruttarne 70 milioni? È possibile che 200.000 sfruttatori abbiamo più forza fisica o più intelligenza naturale di quella di 70 milioni? Basta porsi la domanda per avere subito una risposta negativa. Non parliamo della forza fisica; quanto all’intelligenza naturale, se prendete nel popolo i primi 200.000 individui che vi capitano e fate un paragone tra questi e i 200.000 sfruttatori, vi convincerete subito che presso i primi si trova una maggiore intelligenza naturale di quanto non si trovi presso i secondi. Ma questi hanno sui primi un grande vantaggio: l’istruzione.

Certo, l’istruzione è una forza; e per quanto cattiva, superficiale, deformata sia quella delle nostre classi elevate, è innegabile che, insieme ad altri fattori, consente ad una minoranza privilegiata di conservare in mano il potere. Ma là si pone una domanda: perché la minoranza è istruita e perché l’immensa maggioranza non lo è? Forse la prima è più adatta agli studi della seconda? Basta ancora una volta porre la domanda dell’attitudine per rispondere negativamente. Il popolo è infinitamente più adatto agli studi della minoranza. Dunque quest’ultima beneficia del privilegio dell’istruzione per tutt’altre ragioni. Quali sono? Non ce n’è che una, e tutti la conoscono: la minoranza è posta nella condizione di avere l’accesso all’istruzione mentre le masse popolari sono poste nelle condizioni che gliela interdicono, cioè detta in altro modo, la minoranza occupa la posizione vantaggiosa degli sfruttatori e il popolo è la vittima dello sfruttamento. Ciò vuol dire che la posizione della minoranza sfruttatrice in rapporto al popolo sfruttato è anteriore al momento in cui la minoranza ha voluto, monopolizzando l’istruzione, conservare il potere per sé. Su che cosa quindi questa minoranza si basava prima di questa epoca? Unicamente sulla virtù dell’unione.

Tutti gli Stati, presenti e passati, hanno avuto per principio fondamentale e assoluto l’unione. Inutilmente si cerca la ragione primordiale della formazione degli Stati nella religione. È certo che la religione, cioè l’ignoranza, la superstizione, e la bestialità del popolo generata dall’una o dall’altra, ha molto contribuito ad organizzare lo sfruttamento sistematico delle masse popolari che prende il nome di Stato. Ma affinché la stupidaggine del popolo potesse essere sfruttata, occorreva assolutamente che vi fossero sul posto sfruttatori di già uniti e intenti a formare uno Stato.

Prendete cento imbecilli; tra essi se ne troveranno certamente alcuni con un poco più di buon senso e che, pur restando stupidi, lo saranno meno degli altri; naturalmente, questi diventeranno dei capi; e a causa di questo titolo, o piuttosto di questa situazione, cominceranno senza dubbio a combattersi fin quando non comprenderanno che si distruggono gli uni con gli altri senza alcuna utilità né per loro né per ciò che essi credono essere la loro causa. Ma dal momento che avranno preso coscienza di ciò, essi cercheranno di unirsi; certo, tutti non si uniranno e si divideranno in due o tre clan, sulla base di due o tre associazioni. Tra i clan, la lotta comincerà fatalmente, impiegando ciascuno di essi tutti i mezzi possibili: il sostegno, la corruzione, la menzogna e, beninteso, la religione per attirare a sé le masse del popolo, cioè tutti gli altri imbecilli. Ecco come inizia lo sfruttamento statale. Finalmente, un partito, cioè la forma di organizzazione più larga e più razionale, dopo avere battuto tutti gli altri, si ergerà a padrone e formerà uno Stato regolare. Per un processo naturale, la vittoria attirerà dal lato dei vincitori molta più gente del campo dei vinti; e se il partito che ha vinto sa mostrarsi intelligente, accetterà volentieri i transfughi; darà la sua simpatia e ogni sorta di vantaggi agli uomini più influenti e più forti del partito dei vinti, classificando gli altri secondo la loro occupazione (cioè secondo i metodi e i mezzi ai quali sono abituati o che hanno ereditato per sfruttare più o meno coscientemente tutti gli altri stupidi), sia nell’ordine ecclesiastico, sia nella milizia del principe, sia nella nobiltà o nel corpo dei mercanti. Così si formano le classi statali da cui lo Stato esce bell’e fatto. Una religione o un’altra esplicherà in seguito, cioè divinizzerà, l’atto della violenza e in questo modo poserà le basi del diritto cosiddetto statale.

Affermatesi, le classi statali continueranno ad estendersi e a consolidarsi sulle spalle del popolo grazie alla loro crescita naturale e al diritto di eredità. I figli e i nipoti dei primi membri della classe diventeranno in seguito e per conseguenza in una misura sempre più grande sfruttatori del popolo più per la loro situazione che per calcolo o piano prefissato coscientemente. Questo complotto prefissato si situerà allora sempre più in alto nelle alte sfere governative e nella minoranza che le riguarda da vicino; e si trasformerà per l’immensa maggioranza delle classi privilegiate in uno sfruttamento sempre più abitudinario, tradizionale, rituale, e più o meno innocente.

A poco a poco e in modo sempre più forte col tempo, la maggior parte di questi sfruttatori, sia per nascita, sia per la situazione che hanno ereditato nella società, cominceranno a credere seriamente al diritto storico e al diritto di nascita. E non soltanto essi, ma le masse che essi sfruttano si metteranno anch’esse a credere, sotto l’effetto dell’abitudine, della tradizione e dell’azione deleteria dei dogmi religiosi avvelenati, ai diritti dei loro sfruttatori e oppressori; e continueranno a credervi finché la coppa dei loro mali non traboccherà e le sofferenze di ogni genere non avranno risvegliato un tutt’altro sentimento.

Questo nuovo sentimento nasce e si sviluppa nelle masse popolari con una estrema lentezza. Passeranno secoli prima che questo sentimento si svegli completamente; ma a partire dal momento in cui si è svegliato, esso romperà tutto davanti a sé e nessuna forza potrà resistergli. Ecco perché il compito principale che incombe sullo Stato e sulla sua saggezza consiste precisamente nell’impedire con tutti i mezzi il risveglio di un sentimento razionale nel popolo o almeno di ritardarlo indefinitamente.

Quanto alla lentezza che questo sentimento ha nello svilupparsi nel popolo, essa dipende da due cause: Primo, il popolo è oppresso da un duro lavoro e più ancora dalle preoccupazioni dell’esistenza; secondo, la sua condizione politica e materiale lo condanna all’ignoranza.

La miseria, la fame, un lavoro affaticante, una sofferenza incessante sono sufficienti per abbrutire l’uomo più forte e più intelligente. Aggiungete a ciò l’ignoranza e sarete meravigliati che questo sfortunato popolo, sia pure a passi lenti, vada ancora avanti e non si inebetisca invece di più di anno in anno.

Il sapere è una gran forza; l’ignoranza, la causa dell’impotenza sociale. Ciò non sarebbe nulla se, nella società, tutti fossero immersi nella stessa ignoranza. Allora i più intelligenti per natura diventerebbero i più forti. Ma dato che l’istruzione delle classi statali progredisce costantemente, la forza più naturale dell’intelligenza del popolo perde ogni suo significato. Che cos’è l’istruzione se non il capitale cerebrale, la somma dei lavori intellettuali dell’insieme delle generazioni passate? Dove si è visto uno spirito incolto, per quanto potente sia per natura, vincerla in uno scontro con una forza intellettuale collettiva formata dai secoli? Ecco perché si vede frequentemente un uomo del popolo intelligente capitolare davanti ad un imbecille che ha ricevuto un’istruzione. L’imbecille lo domina non col proprio spirito, ma con quello acquisito dagli altri. Ciò accade per altro solo quando un mugik intelligente si scontra con un imbecille istruito su problemi che non conosce. Sul proprio terreno, là dove nulla gli sfugge, il mugik è capace di battere una decina, ed anche un centinaio di imbecilli colti. Ma la sfortuna è che a causa della sua ignoranza, l’aria del pensiero popolare è molto ristretta. Il mugik intelligente vede raramente più lontano del suo villaggio, mentre l’essere più limitato che ha ricevuto una istruzione è abituato ad abbracciare col suo piccolo spirito gli interessi e la vita di interi paesi. L’ignoranza impedisce soprattutto al popolo di prendere coscienza della solidarietà universale che gli è propria, della sua immensa forza numerica; essa gli impedisce di unirsi e di organizzare la rivolta contro il furto e l’oppressione organizzati: contro lo Stato.

Ogni Stato prudente e sensato ricorrerà a tutti i mezzi possibili e immaginabili per mantenere intatta nel popolo questa preziosa ignoranza sulla quale riposano la sua esistenza stessa e ogni sua potenza.

Nello stesso modo in cui nello Stato il popolo è votato all’ignoranza, le classi statali sono chiamate dalla loro stessa situazione, a fare progredire la civiltà statale. Fin qui la storia non ha conosciuto altra civiltà che quella di classe. Il vero popolo, quello dei lavoratori, non è stato fino ad oggi per questa civiltà che uno strumento e una vittima. Col suo duro e aspro lavoro esso ha creato la materia del progresso sociale che, a sua volta, accresce senza interruzione il dominio delle classi statali e gli apporta, come ricompensa, la miseria e la servitù.

Se l’istruzione di classe andasse costantemente in avanti mentre la coscienza popolare fosse messa nell’impossibilità di svilupparsi sia pure in minima parte, la schiavitù del popolo non avrebbe mai fine; anzi, ad ogni generazione, questa schiavitù diventerebbe più profonda. Fortunatamente le classi non vanno sempre in avanti, e il popolo non resta immobile. Nel nocciolo dell’istruzione di classe c’è un verme, dapprima appena visibile, ma che ingrossa man mano e che finirà per rodere completamente questo nocciolo. Questo verme è dato dai privilegi, dalla menzogna, dallo sfruttamento e dall’oppressione del popolo, cose che sono l’essenza stessa di ogni regime di classe e di ogni coscienza che ne deriva.

Nei primi tempi eroici della vita di classe, tutto ciò si fa sentire poco e se ne ha una minore coscienza. L’egoismo di classe è nascosto all’inizio della storia dall’eroismo di quelli che si sacrificano non per il bene del popolo, ma a profitto e per la gloria della classe, che, ai loro occhi, costituisce tutto il popolo e al di là della quale non vedono che nemici e schiavi. Tali furono i famosi repubblicani della Grecia e di Roma. Ma i tempi eroici passano presto e lasciano il posto ai tempi del piacere e delle gioie prosaiche quando i privilegi appaiono sotto il loro vero volto, generanti l’egoismo, la vigliaccheria, la bassezza e la stupidaggine. Poco a poco, l’energia di classe cade in decrepitezza e degenera in vizio e impotenza.

In questo periodo di declino della classe, una minoranza composta di uomini non corrotti o meno corrotti si stacca, sono uomini attivi, intelligenti e generosi, che mettono la verità avanti ai propri interessi e che pensano ai diritti del popolo ridotti a niente dai privilegi di classe. Di regola essi cominciano con lo svegliare inutilmente la coscienza nella classe alla quale appartengono per nascita; poi si rendono conto della vanità dei loro sforzi, e si allontanano da essa, la ripudiano e diventano apostoli della liberazione e della rivolta del popolo. Questi furono i nostri decabristi.

Se i decabristi fallirono fu per due ragioni importanti. Primo, erano in ogni caso dei nobili, e non avevano contatto alcuno col popolo, conoscendone male i suoi bisogni. Secondo, per questa stessa ragione, essi non seppero avvicinarlo, suscitare in esso l’entusiasmo e la fede; gli si rivolsero in un linguaggio, il proprio, che esprimeva solo i pensieri loro, non del popolo. Le vere guide della liberazione del popolo non possono essere che uomini usciti dal suo seno. Ma in che modo si possono formare gli emancipatori usciti dalle profondità dell’ignoranza popolare?

Man mano che l’intelligenza e l’energia delle classi declinano, si accresce l’intelligenza del popolo, poi la sua forza. Nel popolo, quale che sia la lentezza dell’evoluzione, e per quanto l’istruzione attraverso i libri gli sia inaccessibile, la marcia in avanti non si arresta mai. Esso non cessa di apprendere in due libri fondamentali: il primo è quello delle sue amare esperienze, della sua miseria, della sua oppressione, delle sue umiliazioni, della sua spoliazione e delle sofferenze che gli infliggono giornalmente i governi e le classi; il secondo è quello della tradizione vivente, orale, trasmessa di generazione in generazione e risultante ogni volta più completo, più sensato e più vasto. Astrazione fatta per i rari momenti in cui il popolo, stanco di soffrire, entra in scena spontaneamente, esso in tutti gli Stati è stato fino ad ora, piuttosto spettatore che attore del dramma storico; e quando è arrivato ad essere attore, era un poco come quelle comparse che si fanno salire sulla scena per rappresentare la truppa o la folla. In tutte le lotte che i clan sociali fanno tra loro, il popolo, è chiaro, è stato sempre chiamato alla riscossa, e ciascuno di questi clan, secondo il bisogno che aveva, gli prometteva, è chiaro, tutti i beni della terra; ma una volta che la lotta si risolveva con la vittoria di questo o quel clan o con un accordo tra loro, queste promesse erano evidentemente dimenticate; di più, il popolo doveva pagare per l’uno e l’altro clan le pentole rotte. La riconciliazione o la vittoria non era altrimenti possibile che a spese del popolo. Non poteva del resto essere diversamente, e non lo sarà fin quando le condizioni politiche ed economiche della vita sociale non saranno cambiate fondamentalmente.

Di cosa possono discutere i clan sociali? Unicamente di ricchezza e di potere. Che cosa sono la ricchezza e il potere se non due aspetti inseparabili dello sfruttamento del lavoro del popolo e della sua forza organizzata? Tutti i clan sociali sono ricchi e potenti solo per la ricchezza e la forza rubate al popolo. Così la sconfitta di un clan è nello stesso tempo quella di una parte della forza popolare. I danni e la rovina significano sempre la rovina di un porzione analoga di ricchezze del popolo. Quanto alla vittoria e all’arricchimento del clan che ha avuto la meglio non solo essi non apportano niente al popolo, ma aggravano ancora la sua situazione: primo, perché esso è sempre il solo a fare le spese della lotta; secondo, perché il clan vincitore, non avendo più rivali nello sfruttamento della vita e della forza del popolo, si mette a sfruttare quest’ultimo con maggiore energia e impudenza.

Questa è l’esperienza che dall’inizio della storia hanno fatto tutte le masse popolari; e il popolo, questo eterno scolaro, arriva infine alla coscienza positiva e alla chiara nozione delle cose solo attraverso queste esperienze di cui ciascuna gli è valsa Dio sa quante sofferenze, rovine e sangue.

Alla base di tutti i problemi storici, nazionali, religiosi e politici, vi è sempre stato per il mondo del lavoro, come per tutte le classi, e anche per lo Stato e la Chiesa, il problema economico, il più importante, il più vitale di tutti. La ricchezza è sempre stata ed è ancora oggi la condizione necessaria di tutto ciò che è umano: il potere, la potenza, l’intelligenza, il sapere, la libertà. Ciò è tanto più vero in quanto la Chiesa ideale tra tutte, la Chiesa cristiana, che predicava il disprezzo per i beni terreni, si è messa con tutta la sua energia, da quando ha vinto il paganesimo e sulle rovine di questo eretto la sua potenza, ad acquistare ricchezze. La potenza politica e la ricchezza sono inseparabili. Colui che è potente possiede tutti i mezzi per acquisire la ricchezza e deve acquisirla, perché senza di essa non potrà conservare a lungo la sua potenza. Chi è ricco deve forzatamente essere potente, perché se la forza non è dalla sua parte, colui che l’avrà lo spoglierà. In tutti i tempi e in tutti i paesi, il mondo del lavoro è stato impotente perché si trovava nella miseria e restava miserabile perché non aveva una forza organizzata. Ci si può quindi meravigliare che in tutti i problemi possibili e immaginabili si è visto e si continua a vedere prima di tutto e soprattutto il problema economico, il problema del pane quotidiano?

Il popolo lavoratore, questa eterna vittima della civiltà, questo martire della storia è lontano dall’avere sempre visto e compreso questo problema come lo comprende e lo vede oggi; però in tutti i tempi l’ha sentito con la stessa intensità; e si può dire che fra tutti i problemi storici, da cui è stato chiamato a prestare la sua assistenza più o meno passiva, il problema economico è il solo che esso ha sentito nei suoi bisogni e nei suoi sforzi istintivi, sul piano religioso come sul piano politico, e che ha cercato di risolvere. Qualsiasi popolo preso nel suo insieme e qualsiasi lavoratore uscito dal popolo sono socialisti a seguito della loro stessa condizione. E questa forma di essere socialisti è infinitamente più seria di quella di coloro che, in ragione dei vantaggi derivanti dalla loro appartenenza alle classi superiori della società, sono venuti alle convinzioni socialiste attraverso la scienza e il pensiero.

Non disprezzo per nulla la scienza e il pensiero. So che è soprattutto grazie ad esse che l’uomo si distingue da tutti gli altri animali e io le considero l’una e l’altro come i soli fari di ogni progresso umano. Ma so nello stesso tempo che, come le stelle, questi fari rischiarano debolmente quando non sono in armonia con la vita; so pure che la verità che diffondono diventa impotente e sterile quando non si appoggia sulla verità come esiste nella vita. Contraddire questa verità condanna frequentemente sia la scienza che il pensiero alla menzogna, ai sofismi e al servizio della menzogna, o comunque ad una vigliaccheria vergognosa e all’inazione. Né la scienza né il pensiero hanno una esistenza a parte, in astratto; essi trovano la loro espressione solo nell’individuo; ogni uomo attivo è un essere indivisibile che non può nello stesso tempo cercare una verità rigorosa in teoria e mordere i frutti della menzogna in pratica. In ogni socialista, anche il più sincero, che appartiene non per nascita (cosa che non significa ancora nulla, perché cambiamenti possono prodursi in lui dopo la nascita!) ma per condizione reale a qualsiasi classe di privilegiati, cioè alle classi sfruttatrici, scoprirete infallibilmente questa contraddizione tra il pensiero e la vita; questa contraddizione lo paralizzerà a colpo sicuro, lo ridurrà più o meno all’impotenza e non potrà diventare un vero socialista sincero e attivo che rompendo risolutamente tutti i suoi legami con il mondo dei privilegiati e degli sfruttatori e rinunciando a tutti i vantaggi che questo gli conferisce.

Il lavoratore non ha da rinunciare a qualcosa, né deve separarsi da questo o da quello; egli è socialista per condizione. Eternamente povero, umiliato e oppresso, è per istinto e nei fatti il rappresentante naturale di tutti i miseri, di tutti gli umiliati e di tutti gli oppressi; ora che cos’è la questione sociale se non la liberazione definitiva e integrale di tutti i miseri, di tutti gli umiliati e di tutti gli oppressi? La differenza fondamentale tra un socialista istruito, appartenente, se non altro per la sua istruzione, alle classi statali, e un socialista incosciente uscito dal mondo del lavoro, risiede giustamente nel fatto che il primo, per quanto lo voglia non potrà diventare mai interamente socialista, mentre il secondo, per quanto forzatamente socialista, non sospetterà né saprà che la scienza sociale esiste ed anche non avrà mai sentito la parola socialismo. L’uno sa ma non è; l’altro è, ma non sa. Che vale di più? A mio avviso, essere. Partire da una idea astratta staccata dalla vita e non sostenuta da un bisogno vitale, per sboccare nella vita è per così dire impossibile. Quanto alla possibilità di passare dall’essere al pensiero, essa è provata da tutta la storia, precisamente dalla storia del mondo del lavoro.

Tutta la questione sociale si riconduce a un problema tra i più semplici. Dappertutto e sempre le masse popolari sono state fin qui votate alla miseria e alla servitù. Dappertutto e sempre esse formano, paragonate alla minoranza degli oppressori e sfruttatori, l’immensa maggioranza. Cioè la forza numerica è stata sempre, come oggi, dalla loro parte. Perché dunque non è stata usata fin’oggi per sbarazzarsi di un giogo rovinoso e aborrito? È possibile immaginarsi che vi è stata un’epoca in cui esse ebbero ad amare questo giogo, o un’epoca in cui non pesava loro? Si tratterebbe di una cosa contro natura. Tutto ciò che vive aspira al benessere e alla libertà; e per non odiare il proprio oppressore o il proprio ladro, bisogna non essere un uomo, occorre essere un animale. Allora la lunga pazienza delle masse si spiega con altre ragioni.

Una delle principali è, senza dubbio, l’ignoranza del popolo. A seguito di questa ignoranza, il popolo non si rende conto pienamente di essere un massa solidale e onnipotente per il fatto stesso della sua solidarietà; esso diviso dall’idea che si fa di se stesso, come è diviso nella vita da tutto ciò che l’opprime. Questa doppia divisione è la principale causa della sua impotenza quotidiana. In conseguenza di questa divisione, ogni individuo, ogni comunità rurale, ogni cantone, trovandosi al più basso grado d’istruzione o di esperienza collettiva storica, essendo cioè popolo ignorante, vedono nelle disgrazie e nelle persecuzioni che li assillano qualcosa di personale e di particolare, e non un fenomeno generale che concerne tutti allo stesso modo e che dovrebbe riunire tutti nella stessa impresa, in una sola resistenza, in una sola causa comune. Quello che accade è il contrario: la regione ha gli occhi fissi sulla regione, la comunità sulla comunità, la famiglia sulla famiglia e l’individuo sull’individuo, come su un nemico pronto a perseguitare e a spogliare; e fin quando dura questo isolamento reciproco, è facile a qualsiasi clan, classe o potere statale, anche appena organizzato rappresentante una quantità relativa o infima di individui, terrorizzare, ingannare e perseguitare milioni di miserabili lavoratori.

La seconda ragione, anch’essa conseguenza diretta di questa stessa ignoranza, è che il popolo non vede e non sa le principali fonti delle sue disgrazie; e spesso indirizza il suo odio contro gli effetti della causa e non contro la causa stessa, come il cane che spesso morde il bastone e non la mano che lo colpisce. È per questo che il governo, le caste, i partiti che hanno basato fin’oggi la loro esistenza sulla mistificazione del popolo hanno potuto molto facilmente ingannare questa vittima di tutti gli Stati e di tutti i sistemi statali. Ignorando le vere cause dei suoi mali, il popolo non può conoscere evidentemente le vie e i mezzi per sbarazzarsene; e avanza a tentoni o meglio ancor si lascia condurre da falsa strada in falsa strada; cercando la salvezza là dove non c’è e non potrebbe esserci, consegnando se stesso senza saperlo ai propri sfruttatori e oppressori.

Così le masse popolari, spinte dallo stesso bisogno sociale di migliorare la propria esistenza e di liberarsi da un insopportabile giogo, si lasciano trascinare da un fantasma religioso o da un regime politico, instaurato dai persecutori, in un altro che riserva loro le stesse persecuzioni e spesso anche peggiori – come un uomo tormentato dalla malattia che si gira da un lato o dall’altro, nella speranza di sentirsi meglio e che constata che ogni volta che si gira il suo male peggiora.

Ecco cosa è stata fin’oggi la storia del mondo del lavoro in tutti i paesi. La storia è spietata, atroce, odiosa; essa è capace di spingere alla disperazione quelli che cercano in essa la giustizia umana. Eppure malgrado tutto non bisogna abbandonarsi alla disperazione. Per quanto sia spaventosa non si può dire che la storia si sia svolta invano e che non ha apportato il minimo vantaggio. Cosa si può fare se per natura l’uomo è condannato a scavarsi un cammino attraverso gli orrori e le sofferenze per passare dalle tenebre alla ragione e dalla sua animalità alla sua umanità! Dopo una lunga serie di errori storici e dei loro inseparabili mali, le masse ignoranti si sono a poco a poco agglomerate. È stato necessario pagare col sudore, il sangue, la miseria, la fame, il lavoro servile, le sofferenze e le ecatombi ogni movimento nel quale li trascinava la minoranza degli sfruttatori. In mancanza dei libri che non avrebbero saputo leggere, la storia è stata scritta sulla loro pelle. Queste lezioni non le dimenticheranno mai. Pagando ad un simile prezzo ogni nuova credenza, esperienza o errore, le masse popolari pervengono, malgrado i loro errori storici, alla ragione.

Un’amara esperienza ha insegnato loro a conoscere la vanità di ogni credenza religiosa, di ogni movimento politico e nazionale. Dopo di che la questione sociale si è posta per la prima volta in termini chiari e precisi alla loro comprensione; sola questione che risponde ai loro istinti primitivi e ancestrali, essa è stata nascosta loro nel corso dei secoli, dall’inizio della storia dello Stato, dallo schermo religioso, politico e patriottico. Questo schermo è scomparso e l’Europa intera è oggi faccia a faccia con la questione sociale.

Dappertutto le masse popolari cominciano a comprendere la causa reale di tutti i loro mali, a comprendere, dico, la loro solidarietà e a comparare il loro numero incalcolabile con il numero infimo dei loro secolari predatori... Ora se esse sono di già arrivate a questo grado di coscienza, che cosa le impedisce nella immediata emancipazione?

La mancanza di organizzazione, la difficoltà di rapportarsi e di intendersi.

Abbiamo visto che in tutte le società storicamente evolute, per esempio in tutti gli Stati europei di oggi, la massa degli individui è divisa in tre grandi categorie:

una massa che forma una immensa maggioranza disorganizzata, sfruttata, ma non sfruttatrice;

una minoranza relativamente importante che ingloba tutte le classi statali e che, a gradi diversi, è nello stesso tempo sfruttatrice e sfruttata, oppressiva e oppressa;

infine, una piccola minoranza di sfruttatori e di oppressori del tutto coscienti e d’accordo tra loro, la alta classe governativa.

Abbiamo visto che man mano che si forma e si sviluppa la maggioranza che costituisce le classi statali, questa maggioranza si trasforma in una massa semi-istintiva, statalisticamente organizzata, ma che non ha realizzato la sua unione e non agisce né va avanti in modo cosciente; di fronte alla massa dei lavoratori per nulla organizzata, essa continua a giocare il suo ruolo di sfruttatrice, ma questo sfruttamento del popolo non avviene secondo un piano di classe prestabilito o in funzione di un accordo, ma secondo il costume e il diritto tradizionale e giuridico credendo in maggior parte alla legittimità e alla santità di questo diritto; ma nello stesso tempo, di fronte alla oligarchia governativa coscientemente coalizzata, essa fa la figura passiva di sfruttata e di vittima. Ma essendo che la maggioranza di classe, per quanto insufficientemente organizzata, ha nondimeno infinitamente più ricchezza, più libertà di movimento, più istruzione e mezzi necessari per complottare e organizzarsi di quanto non abbia il mondo del lavoro, è accaduto spesso che scoppino sedizioni in seno alle classi maggioritarie e che queste sedizioni, dopo aver vinto il governo, ne installino un altro, il loro, al suo posto. Tali furono fino ad oggi le rivoluzioni di palazzo che la storia ha registrato.

Nulla di buono, evidentemente, poteva uscire per il popolo da queste sedizioni e rivoluzioni. Le sedizioni delle classi maggioritarie sono motivate dalle umiliazioni che esse hanno subito in proprio e non dalle umiliazioni del popolo; esse perseguono gli scopi delle classi privilegiate e non hanno per nulla gli scopi del popolo. Quali che siano stati i conflitti tra le classi, o le loro sedizioni contro il potere stabilito, nessuna delle rivoluzioni di classe ha avuto o poteva avere per oggetto l’abolizione dei fondamenti economici e politici dello Stato, fondamenti che rendono possibile lo sfruttamento delle masse miserabili dei lavoratori, cioè l’esistenza stessa delle classi e del loro regime. Per quanto rivoluzionario possa essere stato lo spirito delle classi e l’odio che esse avevano per questa o quella forma di statalismo, lo Stato è per esse una cosa sacra: l’integrità dello Stato, la sua potenza, tutti i suoi interessi sono all’unisono guardati come altamente legittimi. Il patriottismo, cioè il sacrificio di sé, della propria persona e dei propri beni, per scopi statali, è stato sempre considerato fin’oggi da questa maggioranza come la più alta delle virtù.

È per questo che nessuna rivoluzione, per quanto violenta e audace possa essere stata nei suoi atti, ha osato portare una mano sacrilega sull’arca sacra dello Stato; ed essendo che senza organizzazione, senza amministrazione, senza esercito e un numero relativamente importante di persone investite di autorità, in altre parole senza governo, nessuno Stato è possibile, ogni governo abbattuto è stato sempre rimpiazzato da un altro più simpatico o più utile alle classi vittoriose.

Ma per quanto simpatico e utile possa essere alle classi maggioritarie, il nuovo governo, una volta passata la luna di miele, si attirerà fatalmente la loro collera. Perché questa è la natura di ogni autorità: essere condannata a fare male. E non parlo del male cronico del popolo: lo Stato, questo bastione delle classi, e il governo che, in quanto difensore degli interessi dello Stato, infallibilmente e indubitabilmente quale che sia la sua forma, è sempre, per il popolo, una calamità. Io parlo del male che colpisce le classi stesse, per il bene esclusivo delle quali l’esistenza di uno Stato o di un certo governo è necessaria; ora, quale che sia questa necessità, lo Stato pesa sempre moltissimo su di esse; e pur garantendo i loro interessi primordiali, le pressa e le opprime, beninteso in una misura minore di quanto pressa e opprime il popolo.

Un governo che non abusi del proprio potere, che non opprima, che non pratichi né favoritismi né furto, che non agisca che nell’interesse generale delle classi e che non li dimentichi troppo spesso per la soddisfazione esclusiva di quelli che sono al comando, un governo di questo genere, dico, è la quadratura del cerchio, un ideale irrealizzabile, perché contrario alla natura dell’uomo. Ora, la natura dell’uomo, di ogni individuo è tale che se gli date la minima autorità su di voi, vi opprimerà a colpo sicuro; e se lo mettete in una situazione privilegiata, se lo sottraete all’eguaglianza, ne farete un briccone. L’eguaglianza e nessuna autorità, queste sono le sole condizioni della moralità di ogni individuo. Prendete il più feroce rivoluzionario e dategli il trono di tutte le Russie, o il potere dittatoriale di cui sognano tutte le teste d’uovo della rivoluzione e nello spazio di un anno questo rivoluzionario sarà peggio di Aleksandr Nikolaevič.

Da molto tempo le classi statali ne sono convinte ed hanno anche tratto questa morale passata in proverbio: il governo è un male necessario – necessario, una volta di più per esse, è chiaro, ma assolutamente no per il popolo, per cui lo Stato, in nome del quale un governo è indispensabile, è un male non necessario ma funesto. Se le classi potessero fare a meno del governo e conservare solo lo Stato, cioè la possibilità e il diritto di sfruttare il lavoro del popolo, è chiaro che esse non si sognerebbero di rimpiazzare un governo con un altro. Ma l’esperienza storica (per esempio, la fine penosa della Repubblica nobiliare di Polonia) ha loro dimostrato che uno Stato non può esistere senza governo, l’assenza di un governo genera l’anarchia e l’anarchia conduce alla distruzione dello Stato, cioè all’asservimento di un paese ad un altro Stato, come fu per la sfortunata Polonia, o all’emancipazione totale di tutti i lavoratori e all’abolizione delle classi come accadrà ben presto, speriamo, nell’intera Europa.

Per attenuare nella misura del possibile i mali sociali che fatalmente ogni governo genera, le classi statali hanno immaginato svariate forme di regime e di costituzione che, oggi, condannano gli Stati europei a bilanciarsi tra l’anarchia di classe e il dispotismo governativo; l’edificio dello Stato ne è tanto scosso che anche dei vecchi come noi possono sperare di essere testimoni e sostenitori della sua definitiva liquidazione. Ma è fuor di dubbio che quando l’ora della distruzione suonerà, l’immensa maggioranza di quelli che appartengono alle classi statali, si serreranno, per quanto possano avere in odio i governi esistenti, attorno a quest’ultimi e li difenderanno contro il mondo scatenato del lavoro allo scopo di salvare lo Stato, pietra angolare del loro regime di classe.

Perché un governo è necessario a mantenere lo Stato? Perché nessuno Stato può esistere senza complotto permanente, diretto, è chiaro, contro le masse lavoratrici, in nome dell’asservimento e della spoliazione delle quali tutti gli Stati senza eccezione hanno bisogno; e in ciascuno di essi, il governo non è altro che il complotto permanente della minoranza contro la maggioranza spogliata e asservita dalla detta minoranza. La natura stessa dello Stato mostra chiaramente che non c’è mai stata e non vi può essere organizzazione statale che non sia obbligatoriamente opposta agli interessi del popolo e verso la quale le masse popolari, coscientemente o no, non nutriscano un profondo odio. Le masse essendo ancora poco evolute, accade che non solo esse non insorgono contro lo Stato, ma arrivano quasi a circondarlo di rispetto e di amore; esse attendono da lui la giustizia e il castigo, dando così l’impressione di essere penetrati di sentimenti patriottici. Ma esaminate da vicino l’attitudine reale di un qualsiasi popolo, anche il più patriottico, verso il proprio Stato e vedrete che esso non ama e non riverisce in lui che l’idea che se ne è fatta e per nulla il suo comportamento. La sua vera natura, nella misura in cui lo tocca veramente da vicino il popolo la detesta sempre ed è sempre pronto ad annientarla, per poco che la forza organizzata del governo non vi faccia ostacolo.

Abbiamo visto che più la minoranza sfruttatrice, la minoranza di classe, si accresce nello Stato, meno diviene atta ad assumerne la gestione. La molteplicità e la diversità degli interessi di classe generano differenze e queste provocano a loro volta il disordine, l’anarchia, l’indebolimento dell’organizzazione statale necessaria al mantenimento del popolo espropriato nell’obbedienza. Per questo l’interesse di tutte le classi senza eccezione esige assolutamente che in seno ad esse si formi una minoranza governativa ancora più coerente, capace, in forza del suo piccolo numero, di intendersi, di organizzarsi e di organizzare a profitto delle classi e contro il popolo la potenza dello Stato.

Ogni governo ha un doppio obiettivo: il primo, essenziale e altamente proclamato, è la salvaguardia e il rafforzamento dello Stato, della civiltà e dell’ordine pubblico, cioè la dominazione sistematica e legale delle classi sul popolo sfruttato da esse. Il secondo, quasi altrettanto importante del primo agli occhi del governo per quanto lo confessi mal volentieri, è la protezione dei suoi privilegi particolari e dell’oligarchia che lo compone. Il primo obiettivo concerne l’interesse generale delle classi privilegiate; quanto al secondo, non va più in là della vanità e dei privilegi personali dei governanti. Attraverso il suo primo obiettivo il governo entra in conflitto solo col popolo; attraverso il secondo esso va nello stesso tempo contro il popolo e contro le classi; e vi sono nella storia dei periodi in cui, per raggiungere questo obiettivo il governo diventa ancora più ostile alle classi privilegiate di quanto non lo sia contro il popolo. È così che le classi malcontente cercano di abbatterlo o di diminuire la sua autorità. Allora l’istinto di conservazione l’obbliga a perdere di vista il suo primo obiettivo che è per altro la sua ragione d’essere, per salvare la difesa dello Stato, o la dominazione delle classi e i privilegi contro il popolo ribelle. Ma questi periodi non durano a lungo, perché il governo, quale che sia, non può esistere senza le classi e queste senza il governo. In mancanza d’altro, quest’ultimo fonda una classe burocratica, del tipo della nobiltà russa dei nostri giorni.

Tutto il compito del governo si riduce a ciò: Tramite dei mezzi organizzativi più ridotti e più efficaci e con quelle forze attinte dal popolo tenere quest’ultimo nella sua sottomissione e mantenere l’ordine; e nello stesso tempo da una parte preservare l’indipendenza, non dico del popolo, che è fuori discussione, ma dello Stato contro le intenzioni ambiziose delle potenze vicine; e dall’altra parte allargare i possedimenti dello Stato a spese delle dette potenze. In una parola, la guerra al di dentro, la guerra al di fuori, ecco cos’è la vita di un governo. Questo ha bisogno di armarsi fino ai denti e di essere costantemente sul chi vive, contro i nemici interni ed esterni. Respirando esso stesso la persecuzione e la menzogna, non può fare altrimenti di vedere in ogni individuo, al di dentro come al di fuori, un nemico, e di complottare contro tutti.

Ma l’odio che gli Stati e i governi che li dirigono si dedicano reciprocamente, non potrebbe paragonarsi a quello che ciascuno di essi ha verso il popolo lavoratore; e lo stesso che due classi privilegiate che si fanno guerra sono pronte a dimenticare la loro inimicizia irriducibile davanti alla rivolta della massa lavoratrice, così due Stati e governi direttamente alle prese saranno pronti a tendersi la mano per poco che presso l’uno o presso l’altro scoppi la rivoluzione sociale. Per tutti i governi, gli Stati e le classi, quale ne sia la forma e il pretesto, e poco importa a nome di chi, la sottomissione del popolo e il suo mantenimento nella servitù è la questione più importante di tutte, perché è una questione di vita o di morte per tutto ciò che si chiama oggi civiltà o civismo.

Per raggiungere questo scopo, tutto è permesso. Quello che nella vita privata si chiama infamia, bassezza, crimine, diventa per il governo nobiltà, virtù, dovere. Machiavelli aveva mille volte ragione di dire che l’esistenza, la prosperità e la forza di tutti gli Stati, siano essi monarchici o repubblicani, sono fondate sul crimine. La vita di tutti i governi è per necessità una serie ininterrotta di bassezze, di infamie e di atti criminali contro tutti i popoli stranieri, e soprattutto contro il proprio popolo lavoratore. Vi è là un complotto permanente contro il benessere del popolo e la sua libertà.

La scienza governativa si è formata e perfezionata durante secoli. Non credo che mi si possa tacciare di esagerazione se la qualifico la scienza del grande imbroglio di Stato, scienza messa a punto nel corso della lotta incessante di tutti gli Stati presenti e passati e sulla base delle loro esperienze. Questa scienza è l’arte di spogliare il popolo in modo tale che lo senta il meno possibile e di non lasciargli che il minimo superfluo, perché ogni superfluo gli darebbe una forza supplementare; è anche l’arte di non levargli quello che è strettamente necessario alla sua miserabile esistenza e alla produzione continua delle ricchezze [siamo riconoscenti al nostro governo di rispettare così male questo secolo d’oro]; è l’arte di reclutare nel popolo i soldati e di organizzarli mediante una disciplina ferrea e formare un esercito, forza fondamentale dello Stato destinata a servire contro il popolo e a tenerlo a bada; è l’arte, dico, di ripartire intelligentemente e razionalmente qualche decina di migliaia di soldati nei punti importanti del territorio, di mantenere nel terrore e nella sottomissione milioni di individui, di coprire interi paesi di una vasta rete burocratica, e, parallelamente a queste istituzioni, a questi regolamenti e misure burocratiche, attorcigliare, dissociare e ridurre all’impotenza le masse popolari di modo che non possano né rapportarsi né unirsi né muoversi, ma siano obbligate a restare in una ignoranza relativa, salutare per il governo, per lo Stato e le classi privilegiate, come pure siano costrette a restare lontane da ogni idea nuova e da ogni uomo attivo.

Questo è l’unico obiettivo di ogni sistema governativo e del complotto permanente del governo contro il popolo. E questo complotto che il mondo considera come legittimo e di cui non ci si dà nemmeno la pena di dissimulare gli effetti e dissociarsene, si estende, al di fuori, ad ogni attività diplomatica compresa tutta l’amministrazione, sia militare, civile, poliziesca, giudiziaria, finanziaria, universitaria o religiosa.

Contro questa gigantesca organizzazione, che dispone di tutte le armi possibili e immaginabili, morali e materiali, lecite e illecite, e che può contare in caso di scacco sull’appoggio unanime o quasi di tutte le classi statali, dovrà combattere il popolo miserabile, certo innumerevole a paragone, ma disarmato, ignorante e completamente disorganizzato! È possibile la vittoria? O solo la lotta è possibile? Non basta che il popolo si sia svegliato e che abbia al fine preso coscienza della sua miseria e delle relative cause. Ciò è ancora poco, occorre la forza. Certo, vi è nel popolo sufficiente forza spontanea; questa è incomparabilmente più grande della forza del governo, compresa quella delle classi; ma senza organizzazione, la forza spontanea non è una forza reale. Essa non è in grado di sostenere una lunga lotta contro forze molto più deboli ma ben organizzate. Su questa innegabile superiorità della forza organizzata sulla forza elementare del popolo riposa tutta la potenza dello Stato.

Per questo la condizione prima della vittoria del popolo è l’unione o l’organizzazione delle forze popolari.

Questa organizzazione è oggi in via di realizzazione in Europa grazie all’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Vediamo in che modo essa può essere introdotta in Russia.

La concezione dei dottrinari rivoluzionari e dei positivisti, nei ranghi dei quali sono passati oggi i dottrinari più capaci e più istruiti, è soprattutto fondata sulle tre regole seguenti:

  1. “Ogni popolo ha il governo che può avere in base al suo grado di istruzione;

  2. “Ogni governo è l’espressione diretta della somma o della congiunzione dei bisogni del popolo;

  3. “Ogni governo è il prodotto dell’equilibrio che si è stabilito tra le diverse forze sociali”.

I dottrinari deducono da tutto ciò che per tutto il tempo in cui in un dato paese il grado di istruzione, la tendenza dei bisogni popolari e l’equilibrio delle forze sociali non si evolvono, il governo non può subire cambiamenti.

Sul primo punto constato che l’espressione “istruzione del popolo” è fra le più ambigue. In effetti, di quale istruzione si tratta? Dell’istruzione attraverso il libro o attraverso l’esperienza storica? Se si tratta soltanto della prima, che non si venga a parlare d’istruzione popolare, ma d’istruzione per le classi. In tutti gli Stati europei e anche negli Stati Uniti, l’istruzione del popolo attraverso il libro è oggi quasi inesistente. Anche in Inghilterra e in Francia (e non parliamo dell’Italia, della Spagna, della Turchia europea, dell’Ungheria, dell’Austria, della Polonia e della Russia), la maggior parte delle masse popolari non sa né leggere né scrivere. Nella Germania del Nord e del Sud, una frazione importante di queste masse legge, scrive, apprende il catechismo e sa contare; in Svizzera e maggiormente negli Stati Uniti, si aggiunge a ciò, con il catechismo repubblicano, qualche nozione geografica e i grandi fatti storici. Ora vi domando, possiamo dire, per esempio, che in Germania le masse popolari sono politicamente più sviluppate che in Francia o in Inghilterra? Assolutamente no. Dirò al contrario che eccezione fatta per qualche centinaio di migliaia di operai e di contadini tedeschi che sono emigrati in America e che, a seguito di questo cambiamento di paese e di ambiente, hanno ricevuto, sembra, una nuova spinta e un nuovo orientamento, lo sviluppo e il senso politico del popolo tedesco, malgrado il suo grado relativo d’istruzione, sono di molto inferiori a quelli del popolo illetterato della Francia e dell’Inghilterra.

Infine, forse che il fatto di sapere macchinalmente leggere, scrivere e far di conto, anche se vi si aggiunge questa cosa inetta e corruttrice del catechismo, rappresenta una istruzione reale di cui si può veramente parlare? Si paragoni questo magro sapere con la somma di conoscenze che nelle alte sfere oggi si esige da ognuno per quanto poco istruito sia e si vedrà che il sapere del popolo, anche nei paesi più avanzati del mondo è uguale a zero. Dal punto di vista delle conoscenze libresche, l’uomo del popolo più intelligente avrà l’aria di un idiota davanti la prima testa d’uovo uscita dall’università, davanti un qualsiasi imbecille diplomato. È per questo che coloro i quali prendono come criterio della capacità politica del popolo il suo grado d’istruzione devono finire per convincersi che nessun popolo al mondo è ancora in grado di dirigersi da se stesso e che spetta alle classi istruite governarlo. Ora dato che nessun governo né una sola delle classi statali ha il desiderio o il tempo di occuparsi seriamente dell’istruzione del popolo; dato al contrario che esse hanno buone ragioni di non dedicarsi a ciò, in quanto l’istruzione popolare avrebbe fatalmente come conseguenza di mettere fine al loro potere; e infine, dato che il popolo stesso, a seguito delle sue occupazioni e della sua condizione attuale, non ha né i mezzi né il tempo e nemmeno il desiderio di possedere la scienza che insegna il libro, la conclusione che si impone è che le masse popolari non si libereranno mai dal giogo delle classi privilegiate, cosa che vogliono dimostrare coloro che si pongono dal punto di vista del dottrinarismo libresco.

Andiamo più lontano. Se si fa dell’istruzione tramite il libro il criterio dell’attitudine a governare, si arriva ad uno strano risultato. In effetti, se si prende l’insieme delle classi, cosiddette istruite, si trovano forse tra loro molte persone veramente colte, cioè che hanno ritenuto e compreso quello che è stato loro insegnato e che l’hanno assimilato? La maggior parte di questa gente sono pappagalli volubili e, grazie al loro diploma, mandarini cinesi. E d’altronde è forse vero che questa scienza rappresenta un progresso, che essa dia loro la capacità e il diritto di governare? Sarebbe già molto se in tutta l’Europa si trovasse qualche centinaio di individui adatti a dirigere gli affari del mondo! Ma per prima cosa, gli imbecilli istruiti che escono dalle classi statali non vorranno mai ammetterlo, e anche se l’ammettessero, la gente capace non tarderebbe a diventare imbecille come loro, perché ogni potere esclusivo, e maggiormente ogni autorità fondata su un diploma universitario ha il dono di trasformare la brava gente in bruti e gli esseri intelligenti in imbecilli.

Certo, se l’istruzione del popolo fosse la condizione pregiudiziale della sua emancipazione, tutti i popoli, senza eccezione, sarebbero condannati ad una servitù senza sbocchi e senza fine: resterebbero nell’ignoranza in ragione anche della loro servitù e nella servitù in ragione della loro ignoranza.

Ma, fortunatamente, i popoli si istruiscono e si sviluppano, come si è visto, meno col libro e più con la scienza dell’esperienza storica, attraverso secoli di esistenza e di prove. Se è questo che si chiama “istruzione del popolo”, allora sarò del tutto d’accordo sul primo punto con i signori dottrinari. Però, partendo da questo criterio, preso in questa accezione, non arriveremmo certo ai risultati ai quali questi dottrinari istintivamente aspirano, cioè, il dominio della dottrina, della scienza sulla vita; il dominio di una intelligenza scientifica sulla società.

In effetti, dal grado d’istruzione del popolo basato sull’esperienza storica dipende la sua attitudine a liberarsi razionalmente. Il popolo che non è ancora vissuto storicamente, che si trova per esempio ancora allo stadio dell’antropofagia, non comprenderebbe nulla se gli si venisse a parlare di solidarietà di tutti i lavoratori della terra, della necessità di abolire il giogo della proprietà e del capitale, di distruggere tutti gli Stati e la civiltà delle classi statali. È chiaro che se parlate lo stesso linguaggio all’uomo del popolo francese, o inglese, o tedesco, intelligente ma illetterato, non vi comprenderà certo di più. Ora ditegli la stessa cosa, ma in termini meno astratti, con parole semplici relative alla sua esistenza quotidiana, allora vi comprenderà a colpo sicuro, ed anche più a fondo, in modo più vivo e più completo di quanto non vi comprendete voi stessi. Vi comprenderà perché tutto ciò che sembra essere astrazione si accorderà con le sue passioni, formate storicamente dal suo istinto, troverà mille conferme nella sua esperienza quotidiana e storica, darà una risposta alle aspirazioni che lo torturano nello spirito e nel cuore, prometterà ben presto la fine delle sue disgrazie, delle sue umiliazioni, delle sue sofferenze; corrisponderà infine, dico, all’idea che si è fatta della giustizia e di un ordine sociale degno di questo nome. Prendetevi pena di discutere seriamente con lui, aiutatelo quanto è necessario ma non di più, ad esprimere i suoi sentimenti intimi, le sue aspirazioni e i suoi bisogni vitali, e vi accorgerete che egli è più seriamente e più profondamente socialista di voi. L’esperienza quotidiana mi ha convinto che sotto questo aspetto, le masse popolari non sono pervertite dall’istruzione piccolo-borghese né corrotte dagli interessi della piccola borghesia, che non sono a rimorchio ma alla testa di tutte le classi cosiddette istruite.

Lo dico positivamente, e ciò si applica non solo ai lavoratori francesi, tedeschi, ma anche e senza la minima eccezione a tutti i lavoratori d’Europa, ivi compreso il nostro mugik, spirito sensato se mai ce ne furono e socialista nato.

Cosa deriva da ciò? Semplicemente questo che il primo punto dei nostri saggi dottrinari si rapporta in effetti al secondo, cioè al grado di istruzione reale, altrimenti detto esperienza storica di ogni popolo, e si traduce effettivamente nei suoi bisogni.

Il secondo punto dice in effetti che ogni governo è l’espressione diretta della somma o del rapporto dei bisogni del popolo.

Questo punto sembra ancora più ambiguo del primo. Che cosa si intende per bisogno del popolo? La somma dei bisogni della popolazione intera di uno Stato senza distinzione di classe e di condizioni? È veramente possibile ciò? Non abbiamo constatato o ignoriamo forse che dappertutto e sempre i bisogni del popolo lavoratore si oppongono direttamente a quelli delle classi statali? E guardandovi da più vicino, non vediamo che tra i bisogni delle classi stesse le contraddizioni non mancano? Ma lasceremo da parte queste sfumature secondarie per fermarci su un antagonismo fondamentale e irriducibile che scava un abisso tra le tendenze delle classi statali e i bisogni del popolo. In che modo il governo potrà accordare questi bisogni con queste tendenze, insomma conciliare l’inconciliabile? È forse necessario dimostrare che gli interessi del popolo e quelli delle classi sono incompatibili? Basta gettare un colpo d’occhio su ciò che accade in Europa per convincersene. Cercate, ve ne prego, di conciliare gli interessi dei lavoratori e del lavoro con quelli dei possidenti e del capitale. Questi ultimi non sono precisamente ed esclusivamente fondati sul mezzo di vivere sul lavoro altrui, di asservirlo, cioè sulla servitù effettiva dei lavoratori?

La stessa incompatibilità regna in Russia. Cercate di mettere d’accordo il mugik con il grande proprietario, con i kulachi o il mercante che lo deruba, l’operaio con il fabbricante, lo scismatico con il pope; cercate di mettere d’accordo tutto l’insieme con il funzionario che, a profitto dello Stato o suo proprio, li spoglia; cercate di mettere d’accordo, dico, il popolo con lo Stato che lo affossa nel fango e lo succhia fino al midollo. Dopo tutto, che cosa è stata in tutti i tempi la storia interiore della Russia, se non una incessante rivolta dei lavoratori contro lo Stato e le classi privilegiate? Come ci potete parlare di bisogni identici? Parlateci piuttosto dei bisogni delle classi statali, alla soddisfazione dei quali lo Stato, da tempi immemorabili, ha sacrificato e continua a sacrificare la vita, il diritto e gli elementari bisogni del popolo; e tiratene la conclusione, conforme alla sana logica e alla storia, che tutti gli Stati e tutti i governi senza eccezione, e in primo luogo il nostro Stato panrusso, il nostro governo nazionale, sono l’espressione più fedele degli appetiti di classe a detrimento e a scapito delle aspirazioni del popolo, dei suoi desideri e dei suoi bisogni. Per lo stesso motivo, il secondo punto dei dottrinari si riconduce al loro terzo punto che dice: ogni governo è il prodotto dell’equilibrio che si è stabilito tra le diverse forze sociali.

Su questo punto sono interamente d’accordo; ed appoggiandomi su ciò chiamo alla lotta con la speranza di battere tutti questi rivoluzionari affossati fino al collo nel dottrinarismo. Per meglio delimitare il campo di battaglia, mi fermerò per quanto è possibile alle prove e agli esempi tratti dalla storia e dalla realtà russe.

Iniziando l’analisi delle diverse forze sociali sulle quali riposa la potenza del nostro governo, dobbiamo esaminare e risolvere una questione tra le più importanti:

Chi ha ragione?

Quelli che pretendono che non c’è nulla di comune tra il popolo e il nostro governo e che i loro rapporti reciproci si limitano ad un odio irriducibile, da una parte, e a un’implacabile oppressione, dall’altra?

O quelli che affermano, al contrario, che vi è stata sempre nel nostro popolo e vi è ancora una fiducia cieca nel governo e una sorta di amore divino per lo zar e la famiglia imperiale; quanto all’odio del popolo, esso va unicamente alla nobiltà, ai grandi proprietari e a quelli che direttamente eseguono gli ordini del governo e la volontà dello zar?

O infine, quelli che sostengono una opinione intermedia, non credendo ad un attaccamento eccessivo del popolo verso lo zar, e meno ancora verso il governo, e ammettendo fino ad un certo punto che il popolo vede piuttosto con occhio cattivo ciò che intraprende il detto governo, pensando tuttavia che sia a causa delle sue abitudini storiche sia per il fatto della sua disgrazia, il popolo non vede altra via d’uscita che nell’aiuto e nella protezione del governo e nella volontà suprema dello zar?

Se sono i primi che hanno ragione, il sollevamento del popolo diventerà prima o poi necessario. Se sono i secondi, questo sollevamento sarà del tutto impossibile. Se infine è l’opinione dei terzi che si dimostrerà giusta, il sollevamento senza essere forzatamente impossibile, sarà ad ogni modo problematico.

Lasciando da parte per un istante l’attitudine del popolo verso lo zar, credo, per quanto mi riguarda, che non vi sia il minimo dubbio sul suo odio profondo e irriducibile contro il governo, il mondo ufficiale e in generale contro tutto ciò che rappresenta da noi lo Stato o ne è l’espressione, quindi contro lo Stato stesso.

A dire il vero, non potrebbe essere altrimenti. Chi può non vedere, per quanto sia poca la sua conoscenza della storia e della realtà russe, che dalla fondazione dello Stato moscovita fino ai nostri giorni, il popolo, il suo diritto, la sua volontà e il suo benessere, cioè la sua vita, sono stati sacrificati dallo Stato? Chi ha dato alla nobiltà la terra del popolo? Chi ha asservito i contadini a questa stessa nobiltà? Lo Stato. Chi ha represso nel modo più crudele i contadini per tanto tempo pazienti e spesso martiri, quando, spinti alla disperazione dall’implacabile e selvaggio furore dei loro padroni, si sollevavano contro di essi? Ancora lo Stato. Chi rovina il popolo col reclutamento, la decima e la taglia, come con una amministrazione di ladri? Chi ostacola e paralizza i suoi più piccoli movimenti a mezzo di una burocrazia tra le più insolenti e impietose e oppressive del mondo? Chi ha deliberatamente sacrificato e continua a sacrificare decine, anzi centinaia di migliaia di uomini per raggiungere scopi cosiddetti nazionali? Sempre questo stesso Stato. Chi ha calpestato i costumi e le libere credenze del popolo? Chi lo umilia e lo ferisce in tutto il suo essere? Lo Stato. Per chi ogni diritto del popolo è uguale a zero e la sua vita non vale un soldo? Per lo Stato.

Dopo tutto ciò può essere che il popolo non odi lo Stato, non odi il governo? No, ciò non è possibile.

Ma, si dirà, il nostro popolo è come il cane che morde il bastone che lo colpisce e non la mano che serra il bastone che lo batte; esso odia tutti i piccoli e medi funzionari che applicano gli ordini del governo, ma nello stesso tempo esso ha se non amore almeno una superstiziosa ammirazione mista a paura per l’alto clero, i funzionari militari e civili di alto rango, che ai suoi occhi rappresentano il sovrano, e in generale le sfere governative.

Un simile ragionamento è assurdo e nello stesso tempo contrario a tutti i fatti conosciuti. Certo, quando fu promulgato l’editto relativo allo pseudo-affrancamento dei contadini e quando se ne dette lettura nelle piazze pubbliche e nelle chiese, come in tutte le città e tutti i villaggi dell’Impero; quando il popolo che da molto tempo e impazientemente attendeva la libertà, scoprì la soperchieria pensò per prima cosa che non poteva trattarsi di un ukase autentico scritto in lettere d’oro e coperto del sigillo, esso stesso d’oro, ma di un editto fabbricato e truccato dalla nobiltà e dalla classe dei funzionari, si videro allora, in molti posti, i mugik aspettare che un generale o un altro dignitario venisse loro a portare a nome del sovrano il vero editto imperiale e la vera libertà. Ma cosa deriva da tutto ciò? Solo che i mugik avevano posto la loro fiducia nei generali e nei dignitari, perché vedevano in loro messaggeri dell’imperatore che dovevano portare l’ukase; e questi generali e dignitari avrebbero passato un cattivo quarto d’ora se, al momento in cui il popolo ebbe chiaro l’imbroglio, non avessero avuto per difendersi contro la sua collera, le baionette e le pallottole.

In generale, il popolo russo ha un’idea confusa e per nulla favorevole al governo supremo. Vi vede un conglomerato di nobili scaltri e furbi che stornano la volontà dello zar e la dirigono contro di lui a loro profitto. Dalla fondazione dello Stato moscovita, il popolo non può vedere l’amministrazione dei nobili: “Contro i boiardi, si scrivevano tra di loro i distretti e le regioni al tempo delle sommosse sotto i falsi Dimitri, noi marceremo insieme”. Da allora l’attitudine del popolo riguardo i boiardi e il governo supremo non è cambiata. Il popolo non ha rispetto per il governo, ma beninteso ne ha paura. E in effetti gli è impossibile non temerlo. Fino ad oggi tutta la forza e il manico del bastone non sono forse nelle mani del governo? Quindi come non temerlo il bastone! Ma fate soltanto che il popolo prenda confidenza con la propria forza, mostrategli che può strappare il bastone, strappare la forza dalle mani del governo, e vedrete in che stima lo tiene.

Ma, si dirà, il popolo russo è molto religioso, e la Chiesa come il clero cui è tradizionalmente attaccato sono incontestabilmente dal lato del governo e lo legano al popolo. Tutto ciò è falso. Primo, la prova che tutto il clero sia dalla parte del governo non è certa. Ne parleremo più avanti quando faremo l’analisi delle classi. Secondo, è certamente non esatto dire che il popolo abbia un qualche attaccamento per la Chiesa di Stato e il minimo rispetto per il clero ortodosso. Tutto ciò è smentito dall’ampiezza dello scisma che ha presa in Russia e dal disprezzo innegabile in cui il popolo tiene i preti; e infine non è vero che il nostro popolo sia religioso. Chiunque conosca per quanto poco la Russia sa, al contrario, che di tutti i popoli d’Europa, il popolo grande-russo è precisamente il meno religioso.

È certo che se il clero ha delle cose gradevoli da dire al popolo, questo lo ascolterà volentieri; ma è nondimeno sicuro che quando il clero gli parla il linguaggio del governo, dell’amministrazione e della nobiltà, un linguaggio antipopolare, il popolo lo prende in odio e quando se ne sente la forza, è pronto a sterminarlo, come hanno fatto Stepan Timofeevič Razin e Emel’jan Pugačëv.

Infine, si dirà: è vero, il popolo odiava il governo fino all’avvento al trono di Aleksandr Nikolaevič, ma quest’odio è diventato amore dopo che “per volontà dello zar liberatore l’alba della libertà è spuntata per milioni di lavoratori rassegnati e un nuovo sollevamento alla Pugačëv è oggi impossibile”.

Frasi così odiose non possono scriversi che nelle pubblicazioni ufficiali o vendute al governo. E bisogna avere vergogna a ripeterle mentre le condizioni del popolo in Russia, a causa di questa stessa falsa liberazione, sono divenute insopportabili; il quale popolo, completamente rovinato, è costretto a pagare due volte ed anche tre quello che vale la gleba che gli si impone e alla quale è stato fin qui legato; due volte di più schiacciato dalla taglia che si deve allo Stato e ai zemstvos; spogliato sia dal grande proprietario vicino che dai kulachi e dal mercante; dal mandatario della comunità rurale e dal fisco (che mette all’asta quanto più possibile, fino all’ultima vacca e l’ultimo guanciale per recuperare le imposte arretrate); consegnato alle corti marziali e condannato alla flagellazione per il semplice fatto di rifiutare la terra (di cui gli è stato fatto grazioso dono obbligandolo a pagarla due o tre volte il suo prezzo). Perciò in tutta l’estensione della Russia il popolo muore di fame e si salva nelle foreste!

Oggi più che mai, il popolo odia il governo. Dirò di più: quest’odio comincia ad estendersi allo zar.

Certo, per molto tempo questo sfortunato popolo russo è vissuto nell’idea che si faceva dello zar ed ha pagato con secoli di sofferenze il fatto di avervi creduto. Ecco quello che a questo soggetto scrivevo nel 1862, prima dell’insurrezione della Polonia e subito dopo i primi incendi, quando la politica di Alessandro II non aveva ancora avuto il tempo di mostrare la sua vera natura [Si tratta del mio opuscolo, Narodnoe Delo, Romanov, Pugačëv, ili Pestel’? (La causa del popolo. Romanov, Pugačëv o Pestel’?), Trübner & Co., Londra 1862, 48 pagine. Oggi non lo scriverei più. Molte cose sono divenute chiare dopo e nel frattempo ho appreso molto]: “Il popolo russo è per eccellenza un popolo realista. Ha bisogno di consolazioni terrestri; il dio-zar di quaggiù, questa immagine restando un poco ideale, per quanto sotto una forma carnale e una figura umana, è in se stesa la più crudele ironia in rapporto allo zar reale. Lo zar ideale del popolo russo è una specie di Cristo terreste, un padre nostro del popolo, che non pensa che alla felicità di quest’ultimo e all’amore che ha per esso; e gli avrebbe dato da molto tempo tutto ciò cui aspira, cioè la terra e la libertà. Lui stesso è un povero senza libertà; il boiardo malfattore e il cattivo funzionario lo tengono in loro mani. Ma verrà il giorno in cui, riscuotendosi e chiamando il popolo in suo aiuto, egli annienterà i nobili, i preti e tutte le autorità. E allora comincerà per la Russia l’età dell’oro della libertà. Ecco ciò che il popolo attende dallo zar... Ora sono già quasi due secoli di tormenti indicibili durante i quali ha aspettato dalla bocca dello zar la parola della salvezza; ma oggi, quando tutte le sue speranze, tutte le sue attese sono state ravvivate dalla precedente promessa dello zar, accetterà di aspettare più a lungo? Non lo credo”.

Da allora sono trascorsi sette anni. E bisogna rendere giustizia a Aleksandr Nikolaevič dicendo che ha fatto sforzi grandissimi e si è dato molto da fare per svelare e presentare in tutta la sua odiosa nudità la nozione di Stato, in particolare quella dello Stato panrusso, e soprattutto per uccidere nel popolo questa disgraziata fede nello zar.

In effetti vi fu un tempo in cui la parola dello zar poteva essere onnipotente nel popolo. Nel corso di quattro anni interi, dalla morte di Nicola alla promulgazione dell’editto ingannatore sulla liberazione, Alessandro II fu l’idolo, si può anche dire il Cristo del popolo. Il popolo univa e riuniva in lui tutto quello che la sua immaginazione storica gli indicava come lo zar-liberatore. Situazione ammirevole quasi senza precedenti, ma nello stesso tempo pericolosa al più alto grado. L’imperatore Alessandro era dunque obbligato a fare molto per il popolo al fine di non cadere nel modo più vergognoso dal piedistallo dove l’avevano posto la fiducia e le speranze del popolo... Ma egli ha fatto una di quelle cadute da cui non potrà sollevarsi da se stesso, rompendo così per sempre, speriamo, nel cuore del popolo, l’immagine che questo si era fatta.

Se scrivessi per dei lettori stranieri, narrerei come, ricorrendo a misure nefaste, ispirate dall’odio per il popolo, a prescrizioni e ad atti che si sarebbero detti intenzionali, l’imperatore Alessandro II, come spinto da segrete intenzioni rivoluzionarie e dalla volontà di estirpare nel cuore del popolo la fede nello zar, arrivò a questo: che il popolo, il quale anche dopo l’editto del 19 febbraio era restato per molto tempo nel dubbio, attribuendo i misfatti dello zar ai suoi esecutori, finì per comprendere che la causa principale di tutti questi mali era lo stesso zar e si mise, infine, a prenderlo in odio. Per i miei compatrioti residenti in Russia, questo racconto è superfluo. Essi furono e sono ancora testimoni degli atti criminali dello zar e della disillusione del popolo.

La persona dell’imperatore Alessandro II ci è ormai cara e sacra: e siamo pronti a intonare con la Chiesa ortodossa il peana augurandogli lunga vita. Allo stesso modo in cui prima tutto l’amore e la fiducia del popolo andava al nuovo zar, lo stesso oggi tutto l’odio del popolo, spinto alla disperazione dalla profonda disillusione che Alessandro II ha lui stesso provocata, si è girato contro di lui... Che l’Altissimo continui per il momento a proteggerlo, e che egli continui con tanto zelo a servire, alla sua maniera, la causa della rivoluzione!

Ma si dirà, se lo zar modificasse tutto in una volta il sistema governativo e si mettesse a regnare nell’interesse del popolo, a soddisfare, con misure e editti appropriati, le sue aspirazioni e i suoi bisogni essenziali, quest’ultimo continuerebbe ad odiarlo? Certamente no: si può anche dire che il popolo gli perdonerebbe tutto il passato; di nuovo metterebbe tutti i crimini perpetrati dallo zar sul conto dei traditori venduti alla nobiltà, e si rimetterebbe ad amarlo molto di più di prima. Sfortunatamente, il senso politico è ancora molto poco sviluppato nel nostro popolo e la chiara nozione della libertà politica gli fa ancora difetto. Esso non rivendica oggi che la libertà piena e intera di vivere. E poco gli importa che questa vita libera si realizzi con o senza l’imperatore!

In questo caso, ci si obietterà, che cosa impedisce ad Aleksandr Nikolaevič di modificare il sistema governativo e perché dite che non lo farà? E se non sarà lui, quale sarà il principe ereditario che lo farà?

Ora né l’uno né l’altro possono fare niente per modificarlo. Non è loro possibile rinculare di un pollice dal sistema attuale senza distruggere la totalità dello Stato. Certo, essi possono permettere e in una certa misura realizzare ancora molte riforme e, in caso di bisogno, arrivare fino a dare una Costituzione ispirata dalla nobiltà e dalla classe dei mercanti, o un parlamento copiato su quello di Napoleone, o di Bismarck... Ma non possono fare nulla per il popolo.

Cosa domanda il popolo? Nel 1862, il “Kolokol” ha risposto molto bene a questa domanda: “Il popolo domanda la terra e la libertà!”. Niente di più. Ma riflettete su cosa significano queste parole. Il popolo domanda la terra, tutta la terra, ciò che vuol dire rovinare, spossessare e annientare la nobiltà e ai nostri giorni non solo la nobiltà, ma anche una importante parte dei mercanti e dei kulachi che vengono dal popolo, che beneficiano di nuovi privilegi, che sono divenuti a loro volta grandi proprietari, non meno detestati dal popolo e per quanto possibile ancora più oppressori dei grandi proprietari d’altri tempi.

Il popolo domanda la libertà, una libertà che sia veramente una, cioè piena e intera, la qual cosa significa che bisogna distruggere l’amministrazione e tutto l’esercito; che bisogna abolire lo Stato; ora, senza Stato, non vi sono sovrani possibili; e da là si arriva a questa conclusione che per fare qualcosa di serio e in grado di dare soddisfazione al popolo, l’imperatore e tutta la sua dinastia devono, insieme a tutto lo Stato, andare al diavolo.

Ma essi sono incapaci di un simile atto di coraggio; e più essi regneranno più si accumulerà l’odio popolare contro di loro; e continuerà ad accumularsi fin quando l’esplosione non li avrà fatto saltare del tutto.

Ma il popolo russo è capace di fare la rivoluzione? Su questo argomento non c’è, sembra, il minimo dubbio. Dall’epoca del falso Dimitri [XVII secolo] fino ai nostri giorni, abbiamo avuto invariabilmente un solo ribelle contro lo Stato: il popolo delle campagne e la borghesia delle città. La rivolta dei decembristi fu la sola eccezione, eroica al massimo grado, ma nello stesso tempo, dal punto di vista popolare, sterile, perché essa fu molto di più la conseguenza dell’influenza dell’estero che della vita del popolo. Dopo di essa non vi sono stati e non vi saranno movimenti scatenati dalla nobiltà. Quanto al popolo, non ha mai smesso di insorgere. È insorto massicciamente e vittoriosamente in due riprese: una dietro a Stenka-[Razin], un’altra dietro Pugačëv. All’inizio, battè le truppe dello Stato, poi fu battuto da esse, perché non c’era in lui la minima organizzazione. Vinto l’ultima volta sotto il regno di Caterina II, non ha cessato mai di protestare contro il giogo delle classi statali, contro tutti quelli che rappresentano lo Stato, cioè contro lo Stato stesso, e di ribellarsi localmente ogni anno, essendo sempre schiacciate le sue rivolte, ma senza che smettessero di ripresentarsi sotto una forma o l’altra. Così, il problema non è quello di sapere se il popolo è capace di insorgere, ma se è adatto a formare una organizzazione che possa assicurare la vittoria dell’insurrezione, una vittoria che sia non effimera, ma duratura e definitiva. È là precisamente, si può anche dire esclusivamente, la base della nostra questione.

È chiaro che vi ritornerò. Per il momento vediamo quali sono le forze che dovrà affrontare la rivolta del popolo.

Di tutte le classi che sfruttano il popolo russo, la nobiltà è la prima. Classe storica e molto venerabile! Sulla sua virtù ci si può informare dai mugik; sulla sua onestà, il suo spirito d’indipendenza e i suoi sentimenti magnanimi, dal governo; riguardo il suo coraggio civico, la storia la dice lunga. Un giorno un intendente che io conoscevo bene venne a vedermi. Era un uomo attivo e intelligente; figlio di servi che, ancora servo, gestiva tutti i beni del suo padrone e lo dirigeva in tutto. Egli diceva spesso: “Quando guardo tutti questi nobili, mi dico: che classe corrotta! Sì, corrotta! Sarebbe difficile trovare un’altra classe che allinei a questo livello l’alterigia e la sciatteria, l’incapacità e la presunzione, il vuoto intellettuale e il più puro egoismo, la millanteria e la viltà, la crudeltà tartara e una caricatura del liberalismo occidentale; trovare, dico, un’altra classe così miserabile davanti alla minima autorità e nello stesso tempo così altamente feroce riguardo il popolo, fino al giorno, beninteso, in cui quest’ultimo, al limite della pazienza, mostrerà la sua forza.

[Georg] Kolb stima che vi siano in Russia 880.000 nobili dei due sessi, a titolo ereditario o individuale. La maggior parte di loro appartiene alle sfere burocratiche e agli strati superiori dell’esercito. Quanto ai grandi proprietari nobilitati, non se ne contano più di 120.000 di sesso maschile. Fra di loro, secondo una statistica più antica, 4.000 dispongono da 500 a 1.000 anime; quattromila possono al massimo essere considerati ricchi o molto agiati. La nobiltà media, che viveva con il lavoro dei servi, avendo l’editto affrancato quest’ultimi, adesso è rovinata; essa non comprende più di 20.000 proprietari. Gli altri 96.000 sono sempre stati poveri e oggi sono nella miseria. Il loro grado di istruzione è molto basso; non beneficiano di alcun favore, l’accesso alla funzione pubblica è per loro bloccato, per cui spesso questi ex-signori si vendono oggi ai contadini per prendere il posto dei loro figli nel reclutamento, facendosi soldati per denaro.

Sui 440.000 nobili a titolo ereditario o individuale di sesso maschile, più della metà (circa 250.000 anime) si trova oggi in una situazione critica e senza uscita. Dopo l’abolizione della servitù essi non hanno più un interesse comune con il governo; per cui per forza di cose sono spinti, di anno in anno, sempre di più nel nostro campo. Se venisse fuori un nuovo Stenka-Razin, agendo a nome suo personale o a nome di una collettività, pochi tra loro marcerebbero contro di lui; al contrario, molti lo raggiungerebbero.

Circa 120.000 nobili appartengono alla piccola amministrazione e agli strati ufficiali subalterni; tutti vivono del loro impiego; i militari, del loro magro soldo; i civili, del loro stipendio, a cui si aggiunge tutto quello che riescono a strappare al tesoro e che rubano spogliando il popolo. Vi ritornerò quando parlerò della burocrazia e dell’esercito.

Poco più di 50.000 o 60.000 nobili appartengono a quella che oggi si chiama nobiltà media. È una classe a metà rovinata, senza esserlo ancora completamente, che conduce una lotta disperata contro coloro che, nelle attuali condizioni, condannano l’esistenza economica della grande proprietà. La metà di questi proprietari terrieri vive sui propri domini e li fa valere bene o male. L’altra metà, senza dubbio la più forte, è al servizio dello Stato o delle imprese private: alcuni di quelli che la compongono si consacrano alle scienze e alle lettere. Formati nelle università o nelle scuole militari, essi divengono più o meno seguaci del liberalismo dottrinario o del socialismo libresco; tra loro, sono rari quelli capaci di sacrificarsi sinceramente e interamente alla causa della rivoluzione. Una minoranza molto importante della nobiltà istruita aderisce al partito detto degli agrari.

Al di sopra di queste categorie sociali che formano la nobiltà media si trovano da cinque a settemila nobili, in ogni caso meno di diecimila, tra i più ricchi e i più scaltri, che non sono per nulla rovinati o lo sono appena. Essi hanno insomma conservato la loro fortuna, non grazie alla loro competenza amministrativa o alla loro attività, ma per altri motivi. Primo, perché l’importanza della loro fortuna e la larghezza delle loro proprietà ha consentito di sopportare meglio degli altri la crisi in cui sono stati trascinati i grandi proprietari dall’editto del 19 febbraio; secondo e principalmente, perché essi occupano i primi posti e i più lucrativi nel servizio dello Stato e nella corte, rubando i rubli non a decine, non a centinaia, non a milioni, ma a decine e centinaia di milioni, hanno potuto, cosa del tutto naturale, mantenere il loro antico livello di vita ed anche svilupparlo malgrado la loro tendenza e quella di tutta la nobiltà russa a gettare i soldi dalla finestra.

Questo gruppo poco importante di individui forma la nostra aristocrazia, la nostra canaglia delle alte sfere dello Stato e della corte. Scoprire in questa giungla una persona per quanto poco come si deve è un caso tra i più rari. Là si è assommata e sviluppata in una odiosa proporzione tutta la vacuità ereditaria, tutta la ferocia e la vigliaccheria della nostra brava nobiltà russa.

Il grado di istruzione di questi aristocratici domestici è tra i più bassi, ancora di più di quello della classe nobiliare media. Questi signori non hanno mai il tempo di leggere o di studiare. Tutti i loro istanti sono presi dalle occupazioni servili o da sporchi intrighi. È chiaro che quasi tutti appartengono alla categoria dei più matricolati e feroci reazionari di Stato. Tutti sono dei Murav’ev, dei Mezencov, dei Suvalov, dei Potapov, dei Timasev, dei Trepov... se non ancora nei fatti, almeno per il desiderio che li spinge e lo spirito che li anima – e malgrado la loro evidente ferocia, pronti come sono ad inghiottire tutto il mondo e a massacrare il popolo intero per far piacere al sovrano, e soprattutto per servire i loro propri interessi, essi non hanno una forza che sia loro propria né precisamente una forza di classe. Essi sono dei semplici manovali e alla massa di manovra non è mai permesso, da nessuna parte, di formare un blocco. Sono dei vili poltroni che vivono solo della potenza e del denaro del loro signore e padrone, lo zar. Alla prima sconfitta che subirà questo padrone, essi cadranno da ogni lato.

La nobiltà media è qualcosa di più serio; e se i nobili russi riusciranno ad avere una qualsiasi forza, essa nascerà proprio là. Ma adesso la cercheremmo invano, essa non esiste.

Il liberalismo della nobiltà è impotente e non ha il minimo punto di appoggio in Russia. Certo nel periodo eroico del suo sviluppo, al tempo dei decabristi, questo liberalismo ha fatto sorgere una falange di uomini di valore, di abnegazione e di energia non comuni, che non si accontentavano di sognare, attaccati appassionatamente alla causa, seppero risolversi all’atto supremo, al sacrificio di sé, e fecero tutto ciò che era in loro potere senza riuscire a creare una forza. Immensa, ma disorganizzata, la forza era nel popolo. Quanto alla forza organizzata, essa era dal lato del governo. Schiacciati tra il governo e il popolo, i decabristi marciarono contro il primo, senza essersi uniti al secondo e senza altra forza che quella delle loro convinzioni. Essi soccombettero.

Dall’inizio della loro sublime azione fino al suo tragico epilogo, i decabristi erano irrimediabilmente perduti. La loro causa, come tutte le cause integre ispirate dall’amore dell’umanità e della libertà, ha portato incontestabilmente i suoi frutti seminando nelle future generazioni il grano dell’emancipazione. Ma essi, dovevano perire.

Dopo i decabristi, il liberalismo eroico della nobiltà istruita degenera nel liberalismo libresco, nel dottrinarismo più o meno sapiente. Da allora la sua impotenza non ha fatto altro che crescere; l’espressione diventa atto di coraggio; lo spirito di ragionamento, l’intelligenza; la parola vuota, l’eloquenza; e le letture, l’azione. La causa reale fu dimenticata; di più, ci si mise a disprezzarla; e dall’alto di una soddisfazione metafisica di sé, si guardarono tutte le idee rivoluzionarie, tutti i tentativi arditi di protesta pubblica come fanfaronate puerili. Ne parlo per conoscenza di causa, perché negli anni Trenta, avviluppato nell’hegelismo, mi trovavo io stesso in questo errore.

In questi stessi anni ’30 sorse in Russia, allora sotto il giogo dell’amministrazione di Nicola, la teoria degli oggettivisti, secondo la quale tutti i fatti storici si spiegano con una necessità che logicamente rigetta della storia la parte dovuta alle grandi azioni individuali e non ammette che una sola forza reale, ineluttabile e sovrana, la ragione oggettiva che si determina da se stessa, teoria molto opportuna per quelli che, avendo paura di agire, devono trovare agli occhi degli altri e ai loro, delle scuse per la loro vergognosa inazione.

La teoria degli oggettivisti continua oggi a corrompere ancora una gran parte della gioventù istruita della nobiltà russa. La natura di questa teoria è rimasta la stessa: sono cambiate solo la presentazione scientifica e la terminologia. Ai miei tempi tutto si spiegava con Hegel attraverso la ragione oggettiva che si determina da se stessa; oggi tutto si spiega, con [Auguste] Comte, attraverso l’incatenamento o la fatale conseguenza dei fattori naturali o sociali. Chiaramente, nell’uno e nell’altro sistema, non c’è posto per l’azione individuale. L’una o l’altra esegesi sono un eccellente pretesto per quelli che temono l’azione.

Quindi, non ci meravigliamo se la maggior parte della nostra gioventù privilegiata, se la nostra nobiltà istruita adotta generalmente, salvo rare eccezioni, la teoria degli oggettivisti. Il grande proprietario, il possidente, l’individuo sistemato o che ha la speranza di esserlo, non ha bisogno della rivoluzione. Al contrario, gli uni e gli altri devono essere contro di essa, perché la questione della rivoluzione riveste oggi dappertutto in Russia, più di qualsiasi altro posto, un carattere prima di tutto economico e sociale, cioè distruttore di tutte le situazioni e funzioni privilegiate. Per questi signori arrivare a volere la rivoluzione, significherebbe che per loro l’idea della giustizia diventasse un’ardente aspirazione e che a scapito di tutti i vantaggi della loro situazione si infiammi, nei loro cuori, la passione della distruzione.

Simili cose non sono impossibili ma sono rare. La brillante falange dei decabristi appartiene indubitabilmente alla categoria degli individui che sacrificano tutto al trionfo dell’idea. Ma non dimentichiamo che le concezioni dei decabristi avevano soprattutto e quasi esclusivamente un carattere politico ed eroico; e che dalla fondazione nella storia dei primi Stati, la passione politica ha avuto sempre il dono di provocare, precisamente nelle classi superiori o privilegiate, atti sublimi di abnegazione. Non dimentichiamo ancora che i decembristi vivevano e agivano in un’epoca in cui, nella classe istruita dell’intera Europa, il soffio del liberalismo eroico dominava; era l’epoca della Tugendbund e del carbonarismo; era anche quella in cui i nomi di [Karl] Sand, di [Michele] Morelli, [Gugliemo] Pepe, dei conti [Cesare] Balbo e [Santorre di] Santarosa, [Rafael] Riego e [Daniele] Manin, [Simón] Bolívar, [Marie-Joseph-Paul] La Fayette e [Markos] Botzaris erano pronunciati con un fervore quasi mistico in tutta l’Europa.


[Pubblicato in M. Bakunin, Opere complete, vol. VI, Relazioni slave 1870-1875, tr. it., Catania 1985, pp. 48-81. La traduzione dal francese è di Alfredo M. Bonanno]