Titolo: I giorni dell’esilio
Sottotitolo: Volume I
Introduzioni di Alfredo M. Bonanno
Fa parte di: I giorni dell’esilio
Note: Biblioteca di “Anarchismo” — 17
Titolo dell’opera originale: Œuvres, Jours d’exil, 3 volumi, P. V. Stock Editeur, Paris 1910-1911
Traduzione italiana di Alfredo M. Bonanno
Prima edizione del solo primo volume: Catania 1981
Edizione dell’intera opera in tre volumi: Trieste 2013
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    Prefazione all’edizione completa in tre volumi

    Introduzione alla prima edizione del primo volume
I giorni dell’odio

    Nota biografica

    Bibliografia

      Principali opere di Cœurderoy

      Su Cœurderoy

    Due parole che valgono due volumi

    Dedica

    Introduzione come non se ne leggono

    Giorni di tristi riflessioni che mi portarono a pubblicare I giorni dell’esilio...

    Racconto

    Rivoluzione

    17 marzo – 15 maggio – giugno 1848

    Giugno 1849

    [Gabriel-Joseph-Hippolyte] Laviron

    13 giugno

    Viaggio di contrabbando. Partenza

    Da Parigi a Ginevra

    I contrabbandieri

    Le frontiere

    Ricordi

    Svizzera. Ginevra

    Primi giorni d’esilio

    Nostalgia – Ozio – Spie

    Schnepp la spia

    Sogni di viaggio

    Il Basso Valais

    Re e cretini

    La Savoia – Il Monte Bianco

    Il lago dei quattro cantoni

    La cospirazione del Grütli

    Il Grütli

    Presentimenti

    Gugliemo Tell

    [Claude] Montcharmont

    Friburgo

      I

      II

      III

      IV

      V

      VI

      VII

      VIII

      IX

      X

    Ricordi di Losanna

    Come esercitai la medicina

    L’Elvezia”. Società democratica di studenti svizzeri

    Un anniversario della rivoluzione festeggiato fra gli studenti svizzeri

    Il Lemano

    Chi sono?

    Post-scriptum

Prefazione all’edizione completa in tre volumi

Dio mio! salvatemi dai facitori di prefazioni.
La gloria diventa veleno quando essi
intingono la penna nella sua coppa immortale.

Ernest Cœurderoy, I giorni dell’esilio, vol I


In tempi bui consegno la traduzione, finalmente completata, di questa grande opera di Cœurderoy. Non me lo sarei perdonato se non ci fossi riuscito. Lavoro difficile, il mio, di semplice traduttore, molto più difficile sarà il lavoro del lettore, semmai qualcuno dovesse cominciarlo evitando di inciampare subito in alcuni ostacoli, apparenti, ma per molti più che bastevoli a determinare una qualche ritrosia.

Cœurderoy è scrittore complesso, e per l’epoca sua, che tale lo covò in seno come una serpe maligna, e per lo stile che fu connaturato al modo di vedere il mondo, e per la difficoltà degli argomenti che affrontò. Cercherò, in queste poche righe introduttive, di mettere sull’avviso, senza per questo avere la pretesa di infondere coraggio ai paurosi.

Siamo davanti a un grande scrittore, non a un giornalista, rivoluzionario per quanto si voglia, ma sempre orecchiante della penna. E leggere uno scrittore grande, che campeggia solitario nel mare della letteratura romantica europea del suo tempo è, oggi, per noi, un’impresa senza pari difficile. Non abbiamo strumenti a portata di mano, non abbiamo termini di paragone, non c’è qualcosa a cui le nostre usate letture possano chiedere ausilio di memoria. Non abbiamo mai letto niente di simile.

Il mio tentativo, del 1981, di tradurre il primo volume, è stato aggiornato e corretto adeguandolo all’intera opera che qui si presenta, in modo da evitare dissonanze tra uno stile più ammodernato – quale era quello da me scelto nella traduzione di più di trent’anni fa – e quello che adesso ho ritenuto opportuno scegliere. Più vicino all’animo romantico e poetico dell’autore, più vicino alla sua spesso caotica e travolgente congerie di concetti e di figure retoriche. Non per mimare qualcosa di non riproducibile, che sarebbe ridicola pretesa, ma perché ho dovuto, alla fine, convenire che è proprio nella struttura stessa della frase, in quel caos apparentemente irrefrenabile, che si nasconde la logica dei suoi argomenti, diretta a colpire il cuore di chi legge il suo libro più che la sua capacità di riflessione.

Cœurderoy non prepara anarchici, non vuole indirizzare e ancor meno lisciare il pelo a qualcuno, sia pure al solo referente che, per via deduttiva, si deve ammettere potesse costituire, anche ai suoi tempi, il ristretto numero di lettori per cui scriveva.

Lotta da solo, contro tutti e quindi anche contro la trama ideologica che minaccia, via via, di respingerlo e di catturarlo, di allettarlo e di ripugnargli. Ed è lotta gigantesca. Si può dire che non esiste un solo argomento riconducibile a una sacrosanta ortodossia rivoluzionaria, ribadita dai maggiorenti dell’epoca sua, e dell’epoca nostra.

Al lettore costante e coraggioso la scoperta.

Nel rispetto verso di lui, tradito da tutti, dalla storia e dalla vita, questa non vuole essere una prefazione-guida, come se ne sogliono fare e come, purtroppo, anche io ho fatto tante volte, forse troppe.

E che alla fine vengano, una buona volta, questi poco metaforici Cosacchi, e che radano al suolo la fogna a cielo aperto che tutti ci ospita ingrassandoci e immiserendoci.

Hallali.

 

Trieste, 16 gennaio 2012

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione del primo volume
I giorni dell’odio

Nessun libro, nessuna opera umana segna un punto definitivo a proprio vantaggio nello scontro con la realtà. Quest’ultima è sempre qualche passo in avanti. Un residuo religioso ci spinge a vedere, nelle grandi analisi e nelle grandi esperienze, la nostra “guida”, e a raccogliere e a numerare queste analisi e queste esperienze in brevi elenchi capaci, secondo noi, di indicarci la strada. Ma la realtà non accetta imitazioni bibliche.

Santificare un testo può essere utile per molti motivi, tutti funzionali alla costruzione del potere. Anche se si tratta di un “nuovo” potere, la cosa non è diversa. Abbiamo, per anni, giurato su Marx. Cerchiamo di evitare, adesso, di giurare su qualcos’altro.

E a santificare i testi prestano man forte proprio gli esegeti, i prefattori, i ricercatori, i sistematori. “Dio mio! – esclamava Cœurderoy – salvatemi dai facitori di prefazioni”. La sorte, fino a questo momento, gliene ha assegnato pochi. Gross e Nettlau furono i primi. Accingendosi a riesumare Jours d’exil, l’uno ne considerava, inquieto, il grande valore letterario e artistico, l’altro immergeva il tutto nella sua nota erudizione. Era proprio il pericolo intravisto da Cœurderoy, una lunga, estenuante fatica introduttiva, che desse conto di tutti i movimenti, di tutti gli accadimenti, di tutte le faccende private dell’autore, o di tutte le pretese qualità estetiche di un linguaggio e di un’arte considerati come strumenti esterni al proprio contenuto, e ciò finendo per non dar conto di nulla e per consegnare il lettore al brutale contatto col testo, affidandolo alla propria, solitaria, sagacia interpretativa. Una chiusura tra i tempi rivoluzionari della lettura e il testo, e a far stridere il chiavistello di questa serratura a doppia mandata, proprio l’autorità indiscussa dell’erudizione del buon Nettlau.

Venne poi la riesumazione situazionista. I cimiteri sono spesso più movimentati di quanto si creda. Vaneigem non è certamente Nettlau. Ma, per un altro verso, il suo lavoro introduttivo trova riscontro un’altra volta nelle preoccupazioni di Cœurderoy, al teorico situazionista interessa accreditare le anticipazioni e gli spunti analitici dell’Internazionale situazionista, più che la valutazione della realtà rivoluzionaria e del rapporto che intercorre – oggi – tra questa realtà, quale noi la viviamo, e le esperienze registrate più di un secolo fa dall’anarchico Cœurderoy.

Una bella analisi, non c’è dubbio, quella di Vaneigem, ma a senso unico. Un’analisi che, contro il partito e contro l’ortodossia, finisce per ritrovare partito e ortodossia al di là del cerchio stalinista. Non soltanto gli stalinisti possono essere stalinisti. Anche i libertari corrono questo rischio, con in più l’aggravante che, quando vi si trovano invischiati, non se ne accorgono perché hanno l’alibi della libertà a tutti i costi. Ciò non toglie che si tratta di una riflessione interessante, oltre che caratteristica di un’epoca, ed è per questo che la riportiamo alla fine del III vol., come Postfazione.

Cœurderoy è un anarchico. Solitario nelle sue idee. Non un anarchico da tavolino, un filosofo, sia pure tagliente e consequenziale fino all’estremo, come Stirner. Un anarchico e un rivoluzionario. Ha fatto la rivoluzione del 1848 a Parigi, ha visto il sangue arrossare la Senna e i nuovi giacobini raccogliere l’eredità di Babeuf. Medico, ha visto le miserie e le grandezze dell’uomo, del corpo dell’uomo, nella gioia della vita e sul tavolo dell’obitorio. Cospiratore e agitatore, ha vissuto le meschinità e le piccolezze delle organizzazioni piene di grosse parole, di motti e di bandiere, ma anche di manie di grandezza e di arrivismo. Esiliato, ha vissuto l’inconsistente vita dei movimenti rivoluzionari all’estero, le trame della polizia, i soffocanti controlli, la lotta contro la fame, il desiderio di tornare in patria. Scrittore, ha rivissuto tutte queste esperienze, con magistrale penetrazione, senza pudori, senza nascondere nulla, senza paura di ferire questa o quella persona, questa o quella organizzazione rivoluzionaria. Uomo, solo davanti a se stesso, ha deciso di uccidersi, e lo ha fatto. La logica rivoluzionaria non consente salti indietro.

“Per fare passare la Rivoluzione attraverso questo secolo come un ferro rovente bisogna fare una sola cosa: demolire l’autorità”.

Questo concetto è globale, cioè presuppone la distruzione della totalità del potere, una dimensione rivoluzionaria complessiva. Quasi sempre i concetti sviluppati da Cœurderoy, come il lettore vedrà facilmente, non sono concetti strategici, ma concetti che intendono richiamarsi alla totalità rivoluzionaria. La concezione della “rivoluzione” nel senso corrente, cioè nel senso di deperimento e sostituzione di vecchie istituzioni, gli è del tutto estranea. E, ben considerando, è proprio quest’ultima concezione della rivoluzione che può essere legata al tempo, al concetto del “passare del tempo”, al principio strategico della storicizzazione. L’altra concezione, quella globalizzante, non ha, col tempo, che un raccordo sincronico. Fatti lontani nel tempo divengono presenti, ritornano nella dimensione dell’accadere, perché sono legati a quel permanere che è una delle caratteristiche dello stesso processo temporale. Se la storia del mondo è la storia della lotta delle classi, cioè la storia dello sfruttamento, il senso dell’evolversi storico non può mettere in secondo piano il senso della totalità del mondo e dell’elemento che la caratterizza, il permanere – all’interno delle diverse modificazioni – dello sfruttamento. Quindi, quando il rivoluzionario, in nome della propria organizzazione, sviluppa (giustamente) un’analisi strategica, tiene conto, senza dubbio, di questo nemico che gli sta di fronte, ma è portato a identificarlo nelle sue connotazioni storiche precise, nelle forme che esso prende nel corso del tempo, l’altro elemento, quello globale, se non gli sfugge, gli passa in secondo piano. Invece, il rivoluzionario deve anche pensare il “tutto”, cioè deve valutare gli elementi della permanenza all’interno della modificazione, se non vuole consegnare i propri sforzi nelle mani di coloro che della permanenza dell’autorità fanno lo scopo della propria azione.

Tutto ciò, per Cœurderoy, è notevolmente facilitato. La sua lettura della realtà è quella di un poeta, il suo strumento linguistico, quello di un artista, ma la sua esperienza è quella di un rivoluzionario. La contraddittorietà dello scontro sociale gli si presenta tutta in una volta, abbagliante. Per lui è la categoria essenziale dell’agire, ben al di là della razionalità del conoscere che condiziona e codifica il modello economicista della rivoluzione autoritaria. Ma questo “senso del tutto” non gli viene da una sovrapposizione aritmetica. Un’analisi delle unità che, sommate, compongono la totalità. Il concetto di “elemento” della totalità e il concetto di “sistema” della totalità o di “totalità sistematica” gli sono estranei. Le sue analisi sono progressivamente dirette a distruggere questa illusione. L’uomo può imporre un suo predominio all’evolversi contraddittorio dello scontro di classe, solo a condizione che ammetta la contraddittorietà degli stessi mezzi pratici che gli rendono possibile il predominio. In caso contrario resterà in balia degli avvenimenti, sognando riforme impossibili, e altrettanto impossibili domini assoluti.

Facciamo un esempio. Tutti ricordano i passi in cui Marx si lancia contro il sottoproletariato, accomunandolo ai ladri e alle prostitute, ed unendo nella stessa condanna questi ultimi a tutti coloro che non fanno parte della “classe operaia”. I motivi di questa condanna sono presto detti. La rivoluzione è possibile – secondo Marx – solo a condizione che si sviluppi una grande classe operaia, capace di abbattere la classe borghese. Ogni ritardo nello sviluppo della classe proletaria è un peso per la rivoluzione. E, in questo modo, i sottoproletari, i disoccupati, i ghettizzati e i criminalizzati, sono visti come un peso controrivoluzionario. È facile comprendere come, su questa strada, si vada diritto verso lo stalinismo e come diventino “pesi per la rivoluzione” tutti coloro che non la pensano come l’autorità in carica. Ma vediamo, al contrario, le affermazioni di Cœurderoy: “Guardati soprattutto, Proletario! di marcare con le stimmate dell’infamia i tuoi fratelli che essi chiamano ladri, assassini, prostitute, rivoluzionari, galeotti, infami. Cessa le tue maledizioni, non li coprire di fango, salva la loro testa dal colpo fatale. Non vedi che il soldato ti approva, il magistrato ti chiama a testimoniare, che l’usuraio ti sorride, che il prete ti batte le mani, che lo sbirro ti eccita? Insensato, insensato! Non sai che prima di abbattere il toro minacciante, il torero fa brillare nell’arena gli ultimi lampi della sua rabbia? E che essi si prendono gioco di te, come si gioca col toro prima d’ammazzarlo? Riabilita i criminali, ti dico, e ti riabiliterai. Non puoi sapere se domani l’insaziabile cupidigia dei ricchi ti costringerà a rubare quel tozzo di pane senza cui moriresti di fame. In verità ti dico: tutti coloro che i potenti condannano sono vittime dell’iniquità dei potenti. Quando un uomo uccide o deruba si può dire a colpo sicuro che la società dirige il suo braccio. Se il proletario non vuole morire di miseria o di fame o diventa cosa di altri, supplizio mille volte peggiore della morte; – o insorge insieme ai suoi fratelli; – o, infine, insorge da solo se gli altri rifiutano di condividere la sua sublime risoluzione. E questa insurrezione, essi la chiamano crimine. E tu, suo fratello, che lo condanni, rispondimi: hai mai visto la morte così da vicino per gettare la pietra contro il povero che sentendo l’orribile stretta, ha spinto il pugnale nel ventre dei ricco che gli impediva di vivere? La società! La società! ecco la criminale, carica d’anni e di omicidi, che bisogna giustiziare senza pietà, senza ritardo”.

Il nemico è visto nella società, non perché tutti gli elementi di questa siano parimenti responsabili (banale interclassismo), ma perché essa è il prodotto di quella parte più forte che ha in pugno il dominio. Quando, in futuro, la parte che oggi è più debole dovesse conquistare il potere ed esercitare in proprio quel dominio che per tanto tempo ha sopportato, non ci sarebbero radicali differenze. La storia avrebbe segnato il passaggio da una contraddizione dello scontro ad un’altra, se si vuole differente dalla prima, anche profondamente differente, ma non ci sarebbe stata l’eliminazione delle contraddizioni e la nascita di una società nuova. Il nemico sarebbe ancora la società, nel suo complesso, perché intimamente essa, pur nel modificare di tante cose, ha lasciato intatto lo spirito contraddittorio per eccellenza: lo spirito del potere e dello sfruttamento.

La sfida filosofica di Stirner è ribadita da Cœurderoy con la forza dell’esperienza che viene dalle delusioni sofferte sul campo dello scontro rivoluzionario. Questo è uno dei motivi per cui due autori tanto simili hanno avuto una fortuna tanto diversa. Sul “filosofo” Stirner si sono riversate tonnellate di carta, le analisi sono succedute alle analisi, spesso fuorvianti e senza conclusione ma, comunque, ci sono state. Su Cœurderoy solo il silenzio. “Vi offro questo libro, proletari! ed impongo lo scandalo ai borghesi, questi pezzenti arricchiti da cui sono uscito. Che i rivoluzionari ottusi si lamentino di me: che i loro Giovi mi fulminino; non c’è bisogno d’essere giganti per affrontare la collera degli dèi moderni. Lo so, i partiti si scateneranno contro di me, il silenzio e l’isolamento copriranno la mia anima ardente”. Certo, era meno impegnativo vedersela con Stirner, sedendosi comodamente sui resti dell’analisi di Marx, nascondendo il proprio inquietante interesse con l’alibi della filosofia. Meno comodo occuparsi di Cœurderoy. Stare continuamente a riflettere sulle responsabilità delle “false coscienze”. Specie quando uno se l’è costruita con tanta fatica la propria falsa coscienza, gli sta proprio scomodo che qualcuno gliela scuota, incrinandone l’ottusa fermezza. E nessuno è più fermo e più ottuso di chi ha trovato un partito “rivoluzionario” come porto finale alle proprie inquietudini. Guai ad inseguirlo fin dentro la rada di questo porto: quando non sono ingiurie e calunnie, è il silenzio sprezzante quello che ci si può aspettare. “I miei contemporanei non mi comprenderanno. Non ho la pretesa di allungare la vista ai miopi. I civilizzati non vivono che nel presente, essi sono incompleti. Io non vivo che nell’avvenire e sono anch’io incompleto. Io mi sono impadronito delle grandi linee del contesto sociale; essi non comprendono che dettagli infinitamente piccoli. Noi differiamo e l’umanità non è ancora completata per l’accordo di questi contrasti. Non ci può essere un’intesa tra me e il mio secolo”.

Come per Stirner, anche per Cœurderoy si pone il falso problema dell’individualismo. La lettura superficiale di qualche estratto della sua opera può condurre a conclusioni errate. La realtà è una sola, il suo distacco da interessi di parte, interessi che si collocano all’interno di un’arca di partito o di movimento e che rispondono a interpretazioni organizzativo-strategiche. Tutto questo insieme di interessi non è rintracciabile nelle sue riflessioni. Come rivoluzionario, vedendosi elemento di un tutto che si svolge sotto i suoi occhi, di un tutto che si struttura in forma di attacco contro l’autorità, senza bisogno di far ricorso alle tradizionali sistemazioni della scolastica rivoluzionaria, Cœurderoy ingigantisce il proprio essere individuale. Ma lo fa con coscienza delle proprie capacità. “L’orgoglio non mi acceca, ho fiducia in me stesso”. E altrove: “La Rivoluzione m’ha dato la febbre; non mi lamento, e non prego nessuno di compiangermi. Ma non posso esigere che tutti abbiano la febbre. Volere che i civilizzati s’appassionino alla rivoluzione sociale è presentare l’acqua ai cani idrofobi”. La sua lotta, non dimentichiamolo, è segnata dalle esperienze brutali, dalle delusioni, dalla diretta conoscenza delle meschinerie e delle piccolezze di tanti cosiddetti “grandi uomini”. Per questo, nelle sue pagine, c’è l’umanità del dubbio, accanto alla grandezza della sfida. Quello che in Stirner è la fredda lama del ragionamento, qui è sostituito dal contorto percorso della passione e dell’ansia, del desiderio e della delusione. Per Cœurderoy, cosciente di questi limiti e di questi ostacoli, il compito è molto più difficile che per Stirner. Il filosofo tedesco si traccia un percorso, con fredda determinazione teutonica lo compie fino in fondo, unico il suo libro, unica la sua esperienza intellettuale. Dopo di lui, il diluvio. Lo scrittore francese si porta dietro le proprie esperienze, la propria vita, i propri amori. Non riesce a staccarsi dal suo corpo, con appassionata inquietudine latina vive fino in fondo le relative contraddizioni. Eppure, il filosofo e il poeta s’incontrano nella conclusione logica della propria vita e della propria teoria. Solo quando la vita è veramente vissuta (e non lasciata vivere), solo allora, è, essa stessa, teoria, e la più grande costruzione teorica (del filosofo o del poeta, come del militante rivoluzionario) è la propria vita. Nella frattura tra vita e teoria, emerge sempre il filisteo, anche dietro gli urli e le imprecazioni, le dichiarazioni infiammate e i “distruggiamo il mondo”.

“Non mi abbandonare fiducia in me stesso, prima delle qualità. Nero scoraggiamento, resta sotto i miei piedi. Non voglio più sentire la voce della disperazione. Voglio sapere quello che l’organizzazione umana può sopportare come lavoro, febbre e delusione. Avanzerò nel dominio del Pensiero, fino al regno della Follia; saggiando i limiti della Rivolta, fino al Crimine, bevendo il contenuto della coppa di fiele. Soltanto allora potrò dire chi è pazzo o criminale nella Babilonia che crolla”.

L’esaltazione dell’io, in Cœurderoy, è un grido disperato. In Stirner, era una deduzione logica da premesse riconosciute sufficientemente salde. L’umanità dell’avventura intellettuale di Stirner è nascosta tra le righe di uno stile filosofico, l’umanità di Cœurderoy esplode poeticamente con ondate successive, sconvolgendo il lettore. Nell’atmosfera de L’unico ci si può anche abbandonare alla tesi dell’autore, sospendere il proprio giudizio, lasciar fare. Nell’atmosfera degli scritti di Cœurderoy ci si trova coinvolti fin dall’inizio, o si abbandona la lettura o si è obbligati a prender parte, a condividere o respingere le sue idee. La consequenzialità logica è sottoposta al sentimento, il dilacerarsi della volontà predomina sulla nettezza dei risultati, la ragione dogmatica perde colpi davanti all’emergere della ragione del cuore che, da sola, possiede più ragioni di quante la prima non ne arrivi a contenere.

L’individualismo di Cœurderoy è quindi il prodotto di una grande e contraddittoria esperienza. Il laboratorio delle idee, con tutte le cose al suo posto, con gli scaffali pieni delle presenze letterarie del passato, con gli strumenti lucidi della logica in bell’ordine, gli è estraneo. “È nella natura dell’uomo considerarsi il centro del movimento universale e di rapportare tutto a se stesso. La storia, è lui; l’arte, è lui; la poesia, è lui; ogni cosa è in lui; egli è dappertutto. L’egoismo è la salute degli esseri; l’amore di sé regge l’umanità”. Ma poco più avanti scrive: “Le foglie d’autunno coprono la terra d’un mantello di porpora, gli alberi abbandonano la veste e il sangue e allo stesso modo i miei anni s’involano come foglie disseccate: eccomi a contare i giorni. La mia impresa non avanza come vorrei, l’esecuzione segue troppo lentamente le rapide ali del desiderio. Oh! quali angosce soffro quando sento la terra tremare sotto i miei piedi e il tuono percorrere il cielo grondante!”.

È la rivoluzione un fatto progressivo? Un fatto di conquiste parziali che si sommano le une alle altre e si sviluppano nel tempo? Anche, la rivoluzione è anche questo. Ma non è soltanto questo. La Francia, dopo la più grande delle rivoluzioni ha saputo tornare altre volte sulle barricate. Cœurderoy ha vissuto le giornate del 1848. Per lui quelle furono l’ultimo grido della rivoluzione giacobina. Dopo quel sussulto, nessuna altra illusione è più possibile, la prossima rivoluzione o sarà quella sociale o non sarà affatto una rivoluzione, o sarà la rivoluzione dei Cosacchi che distruggeranno questa civiltà, o sarà un altro inutile bagno di sangue. “[Il 1848] non fu una sommossa di bottegai, ma una rivolta di angeli ribelli che poi non si risollevarono più. Tutto ciò che il proletariato di Parigi racchiudeva d’energia invincibile e sublime poesia cadde in quei giorni nefasti, soffocato dalla reazione borghese, come il frumento dall’erba sterile”.

Gli spiriti candidi, come il buon Nettlau, possono uscire impauriti dalla lettura di Cœurderoy, e cercare disperatamente di salvare il salvabile, in quanto, nella loro ingenuità, pensano che la tesi famigerata dei “Cosacchi”, sia da valutarsi come tesi del “tanto peggio tanto meglio”. Nell’Introduzione al secondo volume dell’edizione Stock, Nettlau non sa a che santo votarsi per trovare una via di uscita. “Questa idea è stata evidentemente ispirata a Cœurderoy dall’attitudine della stampa reazionaria di Parigi che, all’epoca della repressione della rivoluzione ungherese da parte della Russia, faceva continuamente appello allo zar Nicola, in cui vedeva il salvatore dell’ordine. Alle notizie d’invasione che si avevano nell’aria, Cœurderoy applica il suo metodo traditore dell’analogia, e, paragonando la civiltà romana della decadenza a quella del suo tempo, il cristianesimo al socialismo, i barbari Germani di allora agli Slavi di oggi, conclude che, come allora, anche ai nostri giorni il progresso dell’umanità sarebbe possibile solo con una generale distruzione, come quella che mise fine all’Impero romano. Ecco quindi questa famosa teoria dei Cosacchi di Cœurderoy, teoria che ha tanto contribuito a farlo considerare come un semplice eccentrico e a non farlo prendere sul serio”. Oh santa ingenuità. Era proprio questo genere di pericoli che lo stesso Cœurderoy preannunciava quando scriveva: “Dio mio, salvatemi dai facitori di prefazioni”.

In realtà tutto il suo sforzo è diretto a separare due concezioni, contrarie l’una all’altra e nonostante tutto complementari, della rivoluzione. La prima si avvolge nell’illusione del quantitativo. La crescita numerica degli adepti è il suo scopo immediato, tutti gli sforzi che essa compie sono diretti a far propaganda (in tutti i modi) per aritmetizzare la gente. La seconda, pur tenendo conto dell’importanza del numero nelle faccende militari dello scontro, insiste nell’affermazione che la rivoluzione sociale è questione più ampia e complicata di una semplice crescita quantitativa e che, spesso, questa crescita non corrisponde col realizzarsi delle condizioni rivoluzionarie ma, per quanto strano possa apparire, ne costituisce un peso e un ostacolo.

I rivoluzionari del primo tipo sono quelli autoritari, ma, e qui risiede la cosa più pericolosa, comprendono anche quei libertari che si lasciano intrappolare dal metodo politico. Per i partiti cosiddetti rivoluzionari la cosa è legittima. Per gli anarchici e i libertari è assurda. La dimensione di lotta di questi ultimi è quella sociale, la rivoluzione che devono poter realizzare è quella sociale, il movimento rivoluzionario di cui preoccuparsi è il movimento che nasce dagli sfruttati e non si trova imprigionato né all’interno di una sigla, né all’interno di una espressione geografica. È il concetto di ciò che Bakunin chiamava “il movimento anarchico delle popolazioni”. Ed è anche la negazione dei partiti e di ogni altra organizzazione quantificante. È anche la negazione del metodo politico.

Spesso i compagni si preoccupano che una data azione non procuri una “crescita” politica nelle masse, non abbia come conseguenza la politicizzazione di strati di sfruttati che – più o meno a ragione – essi considerano disponibili per la rivoluzione. Le esperienze più recenti [1981], particolarmente in Italia, ci hanno insegnato, tra l’altro, come non sia possibile fissare un rapporto specifico, determinabile a priori, tra un’azione rivoluzionaria, programmata e realizzata dalla minoranza, e le conseguenze “politiche” che questa azione sviluppa nella massa degli sfruttati. Si è andato dietro, per anni, a un modello di lavoro politico, mutuato dagli stalinisti, insistendo nel tentativo di imporre alla massa il portato analitico e pratico di una minoranza, attraverso comunicazioni di vario tipo (presenze fisiche ed elaborazioni letterarie). Per accorgersi dell’errore si è impiegato quasi un decennio. Ma, siccome si usciva da un periodo di quasi pace sociale, è più che giustificato che si facessero quelle esperienze. Meno giustificato è che si ritorni, oggi, a insistere sugli stessi errori del passato, non vedendo, o facendo finta di non vedere, dove risiedono le cause di quegli errori.

Il nostro progetto rivoluzionario è quello sociale, esso considera lo stato attuale della politicizzazione degli sfruttati come uno degli elementi per l’intervento nella realtà delle lotte, uno degli elementi che condizionano la strategia nel suo globale disporsi, ma che non costituisce lo scopo esclusivo dell’intervento stesso. È ovvio che una data situazione di politicizzazione rende possibile un certo intervento o, almeno, rende possibile un intervento all’interno di una parte degli sfruttati anziché di un’altra. Ma nulla di più.

Nel senso contrario, mettendo da parte il mero calcolo aritmetico, non è possibile in nessun modo valutare le conseguenze politiche di un’azione. Si tratterebbe di reggere la coda alle masse, non di svolgere quella funzione di stimolo che gli anarchici hanno come compito primario, e di svolgerla all’interno delle masse. Si possono valutare, invece, le conseguenze sociali e rivoluzionarie dell’azione, andando anche al di là di quella che è, oggettivamente parlando, la situazione politica in cui le masse si trovano. In caso contrario, che senso avrebbe il tanto parlare che si fa di iniziativa rivoluzionaria come compito storico degli anarchici?

“Lavoro come il seminatore, secondo il tempo e il cielo. Quando c’è il sole canto, e quando piove grido... Siate meno violento! mi cantano nell’orecchio destro le persone come si deve, vi troveremo un editore. – Siate più francese e più democratico! mi soffiano nell’orecchio sinistro le persone un po’ meno come si deve, la nostra approvazione l’avete di già. – Lasciate da parte la filosofia, la forma biblica, magica, fate della buona polemica, un libretto terra terra; ammucchiate, bruciate, distruggete tutto; restituiteci Marat e Camille! mi urlano a bocca aperta persone come non si deve, e potete contare sul nostro appoggio”. Gli allettamenti sono diversi. Ogni tendenza del quantitativo ha le sue necessità propagandistiche e sollecita le analisi. Ogni rivoluzionario che coglie la giusta importanza della teoria, si preoccupa di trarre i dovuti insegnamenti dalla realtà dello scontro di classe. Questi insegnamenti, però, possono essere utilizzati nei due modi sopra descritti. Da una parte, per spingere all’incremento delle forze rivoluzionarie dirette alla conquista del potere, dall’altra, per rendere intelligibile la composizione del fronte di classe, allo scopo di lavorare nel senso della rivoluzione sociale. Ora, questa tendenza, se vuole essere liberatoria definitivamente, e non vuole illudersi con la sostituzione di un potere vecchio con uno nuovo, deve partire dall’autorganizzazione delle lotte degli sfruttati. Questa autorganizzazione è di già in atto, e costituisce, da sola, la proposta teorica più interessante che questi ultimi anni di lotte ci hanno fornito. Spetta alla minoranza rivoluzionaria anarchica non tentare – ancora una volta – di imporre a questo processo di strutturazione autorganizzato, forme organizzative che gli sono estranee.

Le esperienze del passato, specie se drammatiche come quelle vissute da Cœurderoy, debbono servire da insegnamento in questo senso.

Smettiamola con le inutili discussioni sull’individualismo e sulla sua contrapposizione agli organizzatori anarchici. Una tesi del genere non è solo superata dai tempi, ma è contraria allo sviluppo delle lotte. Non sarà certo il nuovo “partito” anarchico quello che risolverà i problemi della rivoluzione sociale, ma gli sfruttati autorganizzati, con la presenza degli anarchici, in quanto portatori in senso specifico delle più chiare tesi concrete intorno ai mezzi e alle possibilità dell’autorganizzazione. Questa presenza anarchica potrà essere fattiva solo a condizione che non pretenda imporre, dall’esterno, un modello preordinato di interpretazione della realtà, modello che, in quanto tale, solo per definizione verbale potrà dirsi libertario.

Spezzando il cerchio magico della rivoluzione giacobina ed autoritaria, si ridà vita alle capacità autorganizzative degli sfruttati, si abbattono i miti della religiosità del lavoro, della insopprimibilità della guida, della moralità della sofferenza, della temporaneità del dominio. Il compromesso cade. Davanti allo sfruttato si delinea il meccanismo sfruttatore in tutta la sua allucinante rarefazione. “No, il destino dell’uomo sulla terra non è quello della bestia che conduce al lavoro. E i filantropi che gli mostrano all’orizzonte corpi dimagriti, anime disperate, patiboli e torture, apostoli del Dovere e del Sacrificio, non riescono nemmeno a farsi sentire dai più semplici. La Felicità è lo scopo verso il quale tutti gli esseri si dirigono, quando ascoltano la grande voce della natura”. Se il lavoro è il punto di partenza per la distinzione di classe, e non poteva essere diversamente per Cœurderoy, che aveva davanti la realtà della borghesia francese nel rigoglìo del proprio sviluppo, non è visto come lo scopo supremo dell’uomo. Onore al lavoratore, condanna per il dissipatore fannullone, che viene giustamente identificato con il borghese che ingrassa sulle spalle del produttore. Ma la vita, al di là del lavoro, la vita che una nuova società dovrà pure schiudere, la vita liberata, per cui lottiamo e per cui i nostri fratelli sono morti sulle barricate, non potrà mai essere regolata dall’orologio del tempo, dal meccanismo della fabbrica, dal levare e dal tramontare del sole sui campi che richiedono il sudore del contadino. La vita deve essere anche Felicità. “Affermo sulla mia anima, il Suicidio decimerà gli uomini fin quando non avranno trovato la via che conduce alla Felicità”. E altrove, approfondendo meglio: “Vi sarà sempre dolore nell’umanità, ne convengo. Ma non sarà più imposto da una classe sull’altra. Questo dolore colpevole, vero peccato originale, scomparirà grazie alla scienza della giustizia e dell’armonia, perché esso viene dall’ignoranza, dalla discordia e dalle iniquità”.

È l’alternativa problematica che esperienze recenti, dolorose e intime, hanno aperto davanti a molti compagni. È legittimo il sacrificio di tutto, anche di se stessi, per il proprio ideale? Oppure questo sacrificio, così visto, non è altro che la rimozione psicologica di un ostacolo reale che altrimenti non si riesce a spostare, cioè l’ostacolo dello scontro di classe che, almeno fino a questo momento, vede vincenti gli sfruttatori? La domanda non è trascurabile. La storia ha registrato spesso ondate successive di entusiasmi rivoluzionari e di riflussi. Cœurderoy vive il riflusso che succedette all’entusiasmo del 1848, e lo vive fino in fondo, fino al suicidio. Lo vive ponendosi questa straziante domanda, è legittimo il sacrificio di se stessi? È legittimo spingere l’azione tanto al di là del livello reale dello scontro di classe, anche se si è soli, fino al punto in cui si è costretti a concludere la sfida a livello personale, nella sola conclusione possibile, cioè quella del suicidio?

È chiaro che tutte queste domande intendono aprire la riflessione su di un argomento e non suggerire risposte obbligate, in un senso o nell’altro. Al momento presente dello scontro, sarebbe troppo facile fornire risposte di repertorio, che sarebbero anche giuste, ma che non aiuterebbero per nulla a uscire dal dilemma: vale o non vale la pena di vivere la vita? Il rivoluzionario cosciente, che lotta per la liberazione, il rivoluzionario anarchico, non grida mai “viva la morte”. Egli sa benissimo che il primo valore è la vita, la vita per tutti, e anche per se stesso, la vita veramente vissuta, e sa pure che la lotta viene condotta per viverla questa vita, e per abolire quei simulacri di vita che non sono altro che morte. “E l’Uomo libero, Dio del futuro sarà bello, robusto, intelligente, buono e felice. Non avrà più interesse a fare il male, più pregiudizi, più terrori paralizzanti; svilupperà, nella loro pienezza, le facoltà e le sublimi passioni, ragionerà con l’attività della sua forza e con l’apertura del suo genio sulla natura vinta. E privo del sostegno celeste, il nero edificio della schiavitù cadrà. E della sua caduta risuonerà l’Inferno”.

Ma, per il momento, la lotta al coltello continua. Il potere è sicuro sulle proprie basi, i padroni ingrassano, gli sfruttati sopportano il peso della repressione. La lotta, in queste condizioni, è una lotta terribile, che trascina con sé la violenza, l’unico strumento con cui si può cercare di frenare lo strapotere della repressione. Di già l’uso stesso della violenza è qualcosa che il rivoluzionario compie a malincuore. In fondo, a nessuno di noi piace che si sia costretti a sparare sui criminali togati, sui giornalisti al servizio dei padroni, sui padroni stessi e che si sia costretti ad attaccare e distruggere quelle ricchezze prodotte dai lavoratori che, sotto altra veste, potrebbero essere distribuite a questi ultimi. È chiaro che tutto questo comporta un senso di amarezza. Da ciò, da questo sentimento iniziale, alla necessità che sentiamo urgere dentro di noi, di trasferire sugli altri questa nostra insoddisfazione, il passo è breve. Diventiamo, allora, inflessibili con noi stessi e con gli altri nostri compagni. Accomuniamo, nella stessa legge della colpa e della condanna, sfruttati e sfruttatori. Insistiamo perché le nostre organizzazioni, delegate a porre in pratica la giustizia proletaria, si fortifichino militarmente per essere in grado di realizzare gli scopi cui sono dirette. Perdiamo di vista i pericoli di tutto ciò, le conseguenze che solo incautamente consideriamo marginali. Ci trasformiamo, a poco a poco, in automi, schiacciamo la nostra umanità, la nostra problematicità, ci facciamo forza, spegniamo dentro di noi il disgusto. Quanto prima facciamo ciò, tanto più bravi ci consideriamo. Tanto prima i nostri compagni fanno lo stesso, tanto più bravi ed efficienti li consideriamo. Tutto questo ha troppo l’odore del cimitero. “Niente è più pericoloso dell’astuzia sistematica. Nella rivoluzione, i più abili diplomatici ricevono lezione dagli operai; in duello i migliori tiratori si fanno uccidere dai principianti. Non acuminate la lama del pugnale, non allevate lupi, non accarezzate aspidi, non mettete la mano sul fuoco, non giocate alla polizia con le spie”.

Il gioco alterno della vendetta e della guida è un gioco pericoloso. La vendetta è una strada diritta, facile a percorrersi, ha un solo difetto, alla fine della strada troviamo sempre un’indicazione obbligatoria, il vendicatore si è trasformato in nuovo tiranno. Adesso pretende essere ripagato per i sacrifici sostenuti e per i risultati raggiunti. Non ammette discussioni. Quando la nostra vita costa poco, non ci importa poi tanto se alla fine della corsa radiosa e vendicatrice troviamo l’ostacolo del vendicatore trasformatosi in guida permanente. Nella vacuità imposta dalle leggi del capitalismo, ci siamo abituati a vivere giorno per giorno, quindi siamo già contenti della corsa, i risultati finali passano in secondo piano. Ma non possiamo andare avanti così. La logica ferrea della rivoluzione finisce per trasformarci in automi, rivoluzionari ma sempre automi. La fuga dall’alienazione si conclude nel regno di una nuova alienazione. “Quando il presente è secco e vuoto come l’involucro d’una nocciola divorato dall’insetto perforante, dove abiterò? Quando trovo nel passato solo ricordi dolorosi, quando l’avvenire mi appare come il velo della notte, mi rassegnerò a non scoprirlo mai sotto un altro punto di vista? No. Perché se resto così ho la certezza d’essere infelice, inutile, un peso per me stesso e per gli altri. Perché il male distruggerà le mie facoltà. Languirò, morirò tutti i giorni senza mai essere morto”.

L’inutilità dell’esistenza impostaci dal capitale alimenta le legioni della vendetta, altrettanto e forse più della penuria e della miseria. Come regolarsi? Non è possibile denunciare a chiare lettere l’equivoco che si nasconde dietro la vendetta, l’unilateralità di questo sentimento, i pericoli della fredda razionalità che lo anima. Non è possibile denunciare questo perché le masse oppresse avvertendo lo stimolo, la necessità imperiosa di vendicarsi non accetterebbero dubbi in merito, considererebbero come controrivoluzionari tutti coloro che portassero in piazza questi dubbi. I residui religiosi che permangono fra gli sfruttati rendono possibile la strumentalizzazione del sentimento della vendetta da parte di ogni demagogo di bassa lega. Gli autoritari e le loro teorie non avrebbero spazio alcuno senza questo residuo religioso. Non importa precisare che l’origine di questo sentimento di vendetta è da ricercarsi nello sfruttamento stesso e che, quindi, risulterebbe legittimato. Non è la vendetta, presa in sé, quella che ci preoccupa, non è l’uccisione dei padroni e degli sbirri di ogni colore che ci impensierisce. Che muoiano una buona volta, che paghino pure il prezzo dei loro crimini, quello che ci preoccupa è la strumentalità di questo sentimento, e la difficoltà oggettiva di denunciarne i pericoli senza correre il rischio di essere mal compresi. [È su altre basi che occorrerà riprendere il discorso sulla vendetta. Rotte le dimensioni del calcolo recuperatore, essa deve potersi aprire all’eccesso, all’oltrepassamento del limite di equilibrio che si lega al semplice rimettere le cose a posto].

La rivoluzione razionale, quella dei dare e degli avere, quella dell’aritmetica, è condannata preventivamente al fallimento. I contabili, dopo aver contato i cadaveri, passeranno a contare le proprietà e le ricchezze, e chi è delegato all’amministrazione (di cadaveri o di ricchezze) sa come fare aumentare, a proprio profitto, gli uni e le altre. Il fanatismo e la malvagità, ignari l’uno dell’altra, confinano pacificamente. Come sarà possibile costruire la società del futuro, libera e giusta, se i nostri attacchi contro la situazione presente, contro i responsabili dello sfruttamento attuale, sono condotti in nome di una religiosità ottusa che ci impedisce di vedere i limiti e le oggettive possibilità degli stessi attacchi, facendoci ingigantire, davanti ai nostri occhi, i risultati e gli sbocchi di questi ultimi? Autoingannandoci non risolviamo nulla. I comunicati che rivendicano le nostre azioni sembrano bollettini di guerra, hanno il sapore delle sentenze dei tribunali. Quando mettiamo fine alla vita di una carogna di padrone, di sbirro, di giudice o di politico, ci sentiamo investiti della carica di carnefice e di boia. Chissà che non ci scorra nella schiena l’abietto brivido che deve pure sentire il massacratore autorizzato dal governo. Questo mi chiedo. Quando giustiziamo una di queste carogne, siamo personalmente e direttamente convinti di quello che facciamo, oppure rimuoviamo nel mito dell’organizzazione il nostro gesto, oppure lo addebitiamo, nel suo insieme, alla “rivoluzione”, facendo carico a questo essere astratto le responsabilità della nostra decisione? E, agendo in questo modo, non facciamo la stessa cosa – sebbene per opposti motivi – di quella che fa il carnefice quando si ritiene autorizzato a uccidere il condannato a morte per il semplice fatto che un giudice imbecille ha dato l’ordine?

Se la rivoluzione è questa, siamo davanti a un equivoco. La razionalità risiede soltanto nell’organizzazione, nella religiosità residua degli atteggiamenti della massa, nella delega della mia vita? No. Questa non è altro che fantasia religiosa, trasformata in pseudorazionalità. Non ci accorgiamo che, in questo modo, mimiamo gli atteggiamenti del potere, i suoi tribunali, le sue dichiarazioni di guerra, i suoi proclami, le sue esecuzioni, la sua religiosità, la sua razionalità. Allora occorre battersi per una rivoluzione illogica.

Occorre spiegare, chiarire, fare ogni sforzo possibile perché cadano tutti gli equivoci. Occorre parlare e agire in modo chiaro. Occorre che gli sfruttati comprendano che il lungo patire, i morti sulle strade e sul posto di lavoro, la secolare violenza esercitata dai padroni, la schiavitù delle fabbriche e delle campagne e, per ultimo, il terrore della criminalizzazione, dei ghetti, della disoccupazione, della fame, tutto ciò costituisce il fondamento morale, l’autorizzazione a ereditare il mondo. I borghesi hanno perduto ogni possibilità di sopravvivere in quanto tali. La società si sta modificando. Ma bisogna fare di tutto perché i loro princìpi – ultimo veleno – non penetrino nella nuova società, ultima freccia del parto.

La nostra non è, quindi, una vendetta, ma un atto di giustizia. Non un atto tipico della giustizia dei padroni, che è sempre vendetta, ma un atto di giustizia proletaria. Le carogne che cadono sotto il fuoco proletario, il poliziotto, il giudice, il giornalista, il politico, non cadono perché devono “pagare” per quello che hanno fatto, non cadono perché le abbiamo registrate nel libro della contabilità dalla parte dei debiti. Esse cadono perché costituiscono oggettivamente un ostacolo sulla strada verso la liberazione definitiva. Quando facciamo fuoco su di loro, quando attacchiamo le fonti della ricchezza borghese, non intendiamo dare corpo agli istinti religiosi residui nella massa. A questo ci pensa l’alimentazione del carisma che viene portata avanti dal partito comunista. Noi vogliamo solo fare un passo avanti verso la liberazione. In questo modo, quando realizziamo un’azione del genere, quando partecipiamo a un’azione di massa di tipo insurrezionale (a esempio, un esproprio proletario), non intendiamo “vendicare” nessuno. È una strana teoria e un ancor più strano modo di fare, quello di mettere in prima fila i nomi dei compagni caduti. Come se i proletari avessero bisogno di giustificare con la presenza dei propri martiri l’azione che compiono. I compagni caduti sono nei nostri cuori, ci indicano una strada, ma non possiamo registrarli nella contabilità dalla parte delle entrate, non costituiscono un nostro credito, spendibile quando vogliamo. Noi dobbiamo rifiutarci di utilizzare i nostri caduti per sollecitare gli istinti religiosi nella massa. Anche se questa può sembrare la strada più breve e più semplice, la strada più efficace per spingere gli sfruttati alla rivolta è una strada che conduce diritto al pericolo della guida e del carisma. Non è necessario tenere presente i nostri morti quando spariamo sul poliziotto, sul giudice, sull’uomo politico. Se spariamo è perché vogliamo andare avanti, perché vogliamo liberare la società del futuro dai lacci che la imprigionano in un presente pieno di equivoci e di confusione.

Ciò vale anche per noi stessi. Anche per le decisioni che prendiamo riguardo quello che vogliamo fare di noi stessi, di come vogliamo disporre della nostra persona. Il potere ci offre continuamente un modello di utilizzo di noi stessi. Nel momento che lo rifiutiamo, superiamo una soglia che ci porta all’interno di una dimensione diversa. Dobbiamo sapere, con chiarezza, perché siamo entrati in questa nuova dimensione, che non è la dimensione di tutti, che non è la stessa di chi passa la sera davanti al televisore, segue appassionatamente le cronache dello sport e si sbalordisce per l’aumento della violenza sperando in cuor suo che lo Stato riesca presto a mettere tutti in prigione questi sovvertitori dell’ordine, prima che qualcuno arrivi a bussare alla sua porta disturbandolo mentre dorme. Perché abbiamo fatto questo passo? Perché dovevamo vendicare qualcuno? Perché gli operai muoiono nelle fabbriche e i padroni ci guadagnano sopra? Anche per questo, ma non solo per questo. È perché non stavamo bene in quell’altra dimensione, perché ci va bene così. Allora, cerchiamo di fare chiarezza e di non strumentalizzare un elemento che, se fa parte del problema, non è l’elemento più importante, anche se è uno dei più chiari. Abituiamoci alla chiarezza. Non cerchiamo la strada del minimo sforzo. I risultati immediati e appariscenti non sempre sono più duraturi.

Ora, se siamo noi i responsabili di noi stessi, se le decisioni che abbiamo preso e che prenderemo le dobbiamo riportare solo alla nostra coscienza di rivoluzionari, perché dovremmo fare carico all’organizzazione di alcune nostre azioni? Perché quando decidiamo di vivere diversamente siamo noi che decidiamo e quando premiamo il grilletto del fucile per uccidere una carogna di sfruttatore, è l’organizzazione che ci dice di premerlo? Forse perché l’organizzazione ha sempre ragione, o, almeno, più ragione del singolo? No, la cosa non è convincente.

“Mi sono impegnato su di una strada sapendo bene dove mi condurrà; ma mi sono detto: trascinare la mia vita nell’oziosità dell’esilio è come morire ogni giorno ancora più dolorosamente, e con meno coraggio. Pertanto, marcerò senza paura. Fino alle officine dove l’uomo soffre, fino alle bicocche dove la vergine si prostituisce, fino agli orfanotrofi dove si martirizzano i poveri bambini... andrò. E perseguiterò i governi nel loro prestigio, i partiti nella loro ipocrisia, i privilegi nel loro furto, i giudici e i carnefici nel loro crimine legale, la famiglia nella sua prostituzione, le nazioni nel loro isolamento, gli uomini nel loro servilismo. Fin quando la mia voce potrà essere sentita, oserò; fin quando la mia energia vivrà, oserò; fin quando dureranno le mie forze, oserò sempre”.

Il dramma è proprio qui. Quando vado avanti, spinto dalla mia decisione, tutto va bene, sono io che decido e sono cosciente di decidere. Quando sorgono gli ostacoli, quando sono costretto a combattere contro la violenza e il terrorismo dello Stato con le armi della violenza, cosa che ripugna, perché uccidere è cosa ripugnante, allora ho bisogno di un sostegno più ampio alla mia decisione, e mi faccio scudo con l’organizzazione, con la religiosità, con la vendetta, con il mito. Quando prendo la suprema decisione nei confronti di me stesso, agisco perché sono io a decidere, ma ho bisogno di un alibi, anche davanti a me stesso, oltre che davanti agli altri. Il mio sacrificio non può apparire solo come frutto della mia decisione, occorre che venga considerato come un fatto di cui tutti gli altri sono responsabili. Non mi basta che per me sia un passo avanti verso la liberazione, mi occorre anche che lo sia per gli altri, per l’organizzazione, per l’opinione corrente, almeno all’interno della dimensione nuova in cui mi sono venuto a trovare. Quando dispongo di me stesso non lo faccio perché voglio realizzare una vendetta, anche se a riconoscere fondata questa vendetta siano centomila o cento milioni di compagni. Lo faccio perché ritengo di fare avanzare la lotta per la liberazione, non solo di tutti, ma anche mia. È anche la mia lotta, per liberare me stesso, quella che deve fare un passo avanti. Non posso sacrificarmi per liberare gli altri se questo sacrificio non è, per me, una liberazione da uno stato di sofferenza che era ben peggiore del sacrificio stesso. “Per distogliermi dal suicidio non ditemi che devo compiere una missione, quella di vivere, e che devo farlo fino in fondo. Perché avere un carico simile vuol dire essere condannato, obbligato, schiavo. Perché faccio solo quello che mi piace, salvo forza maggiore; e ho, almeno, per consolazione in questa vita, la certezza di potermene sbarazzare quando lo giudicherò utile. Per altro vi domando: chi avrebbe avuto la missione d’impormi questa missione? A chi devo riconoscerne il diritto? Quando e come?”.

Ma non bisogna pensare che quando cerchiamo di fondare il nostro atteggiamento sulla religiosità residua degli sfruttati, quando agitiamo davanti a loro il drappo rosso della vendetta, quando saliamo sul podio per fare i nostri infuocati discorsi, capaci di smuovere le masse, non bisogna pensare che lo facciamo solo perché siamo agitatori di professione, perché abbiamo bisogno di contare e di valutare la crescita quantitativa di coloro che ritengono necessario e improrogabile battersi per distruggere il dominio degli sfruttatori. Questo è, senza dubbio, uno dei motivi. Ma ce n’è un altro, non meno importante. Noi abbiamo bisogno di fondare sugli altri la nostra opinione, abbiamo la necessità di non sentirci soli. Anche se abbiamo deciso di entrare in una dimensione diversa da quella imposta dal potere, abbiamo bisogno che in questa dimensione si trovino altri compagni. La presenza dei compagni ci è indispensabile, ci rende più forti, più convinti, più saldi nelle nostre decisioni. Quale altro motivo avrebbero le riunioni periodiche, i convegni, i congressi, i dibattiti pubblici, se non quello di vedersi, di parlare insieme, di “stare insieme”? Il motivo di discutere le tesi teoriche e di prendere decisioni è, spesso, decisamente secondario, davanti al motivo principale di sentirsi uniti e insieme.

E quando con noi ci sono anche le masse, la forza che questa moltitudine ci infonde è veramente incredibile. Quante concessioni non siamo disposti a fare pur di sentircela accanto, oppure pur di sentirci all’interno della massa, partecipi di un movimento unitario di azione, di una forza collettiva in movimento verso un obiettivo che confusamente identifichiamo come liberatorio. Spesso queste concessioni sono gravi, ma non ce ne accorgiamo, vi passiamo sopra, attirati dal calore umano, dal momento collettivo, dalla forza delle grandi manifestazioni di massa, dalla speranza che si verifichi un subitaneo salto qualitativo, una colossale presa collettiva di coscienza di classe. Ma quelle concessioni pesano, diventano catene, causano gravi conseguenze. Lo abbiamo visto in Spagna, potremmo vederlo un’altra volta a breve scadenza. Non ce ne curiamo. Siamo anche pronti a dare una piccola spinta in avanti alla religiosità residua delle masse, a sopportare l’emersione di piccoli leader, a dare spazio a pallidi personalismi. Speriamo che tutto si aggiusterà, che l’unione ci renderà forti, immuni dai pericoli del contagio. Non ci rendiamo conto che da certe malattie non ci si salva.

Certo è bello essere tra compagni, sentirsi compartecipi di un’affinità elettiva che raccoglie tutti in un unico fascio, è bello finalmente essere in una dimensione tanto diversa da quella cui la gestione capitalista ci ha abituati, dell’uno contro l’altro, dell’antagonismo. La solidarietà e il reciproco affetto si sostituiscono alla concorrenza spietata e ci fanno sentire bene, fisicamente a posto. Ma non bisogna dimenticare, anche in queste situazioni ottimali, che per prima cosa noi dobbiamo essere a posto con noi stessi, che se abbiamo dubbi o tentennamenti, approssimazioni o compromessi, non sarà certo la presenza dei compagni che li farà sparire. Ci faremmo una pia illusione. La fermezza delle nostre idee potrà fortificarsi nella presenza dei compagni, mai nascere dal nulla, senza nessuno sforzo da parte nostra. Se noi, personalmente, non siamo convinti di quello che siamo e di quello che facciamo, finiremo per farci trascinare dalla situazione e, proprio per questo, pretenderemo che l’insieme dei compagni, quella collettività che tanta forza umana emanava per il semplice fatto di trovarsi insieme, si trasformi in un organismo ufficiale, in un’organizzazione capace di assumersi quelle responsabilità che, in quanto singoli, non sappiamo o ci rifiutiamo di assumere.

È proprio qui che ci aspetta il potere. Esso sa attendere quanto basta per coglierci soli, sa agire per isolarci, sa macchinare per metterci in cattiva luce davanti agli sfruttati, sa scagliarci gli uni contro gli altri. Una volta isolati può scegliere tra due strade, criminalizzarci rinchiudendoci in carcere o squalificarci decretando che siamo pazzi. Tra queste due istituzionalizzazioni totali, la tendenza del potere moderno è quella di scegliere la seconda. I pazzi non si ribellano, sono pazzi e basta. Dobbiamo essere preparati alla solitudine, all’isolamento, alla pazzia. Se le nostre uniche forze consistevano nell’organizzazione, nel sentirci insieme agli altri, quando questo non dovesse essere possibile, il potere ci distruggerà facilmente.

Cœurderoy, che tanta forza manifesta in diverse occasioni, ha parole di paura e di sgomento per questa eventualità. “Pazzo! Questa parola mi spaventa; non voglio diventarlo. Mille morti piuttosto che una parola di pietà sprezzante, piuttosto che la dittatura materiale dei medici o le divagazioni psichiche dei sapienti! No, non lascerò la mia anima a questa torturante dissezione! A vent’anni ero interno alla Salpètrière e vi curavo i pazzi: mi chiamavano filosofo. Oggi, se mi rinchiudessero a Bicêtre, mi chiamerebbero pazzo. Lavorate dieci anni della vostra vita per arrivare a questo risultato!”.

Queste paure sono anche nei nostri cuori e non possiamo esorcizzarle rinviando le responsabilità del nostro agire sull’organizzazione, camuffandoci nelle vesti del vendicatore. Il potere ci colpisce perché vogliamo liberarci e, per questo, vogliamo distruggerlo liberando tutta l’umanità. Questo è il senso della rivoluzione, la quale, in quanto sovvertitrice delle condizioni della razionalità che ha reso possibile lo sfruttamento, è una vera e propria rivoluzione illogica.

Il principio della rivoluzione che procede ritmicamente, scandito dalle vicende della dialettica marxiana, è svanito sanguinosamente davanti alla realtà dei fatti. Dalle concessioni fatte dai teorici marxisti alle manie di grandezza del partito socialdemocratico tedesco è uscita l’alleanza con Bismarck. Dalle prospettive di conquista del potere di Lenin sono usciti lo stalinismo e i campi di lavoro. Il popolo russo è passato dal dispotismo degli zar al dispotismo dei funzionari del partito comunista. In tutto questo, l’ombra dei socialismo è apparsa solo su iniziativa del popolo, nelle lotte e nelle organizzazioni spontanee degli sfruttati. Ma è stata immediatamente ricacciata indietro dai funzionari e dagli uomini del potere, inneggianti alla razionalità e alla scienza, all’ordine e alla dittatura del proletariato. Quante cose sono state fatte in nome degli sfruttati! Gli antichi despoti uccidevano in nome di Dio e del Popolo, i despoti moderni, esercitando la dittatura in nome del proletariato, uccidono nascondendosi dietro la bandiera rossa. Ognuno si camuffa come meglio crede. Tutto avviene all’insegna della razionalità, dell’efficienza e della scienza.

Il vecchio Marx aveva sollecitato amorosamente un idillio col vecchio Bismarck, illudendosi che dalla crescita della borghesia tedesca si avesse, per effetto dialettico, la crescita del proletariato tedesco. Niente da fare. Le questioni della logica sono sempre legate a faccende quantitative. In esse vi mette sempre mano il potere che con l’aritmetica sa lavorarci bene. L’irrobustirsi dello Stato – diceva Bakunin – è sempre un fatto negativo per gli sfruttati. Sembrerebbe una verità tanto chiara che quasi non ci sarebbe bisogno di metterla in discussione. Ma i sofisti tedeschi, degni discepoli del sommo padre Hegel, non la pensano così. Nel 1872 Bakunin scriveva: “In questo momento non ci sono che due forze capaci di rovesciare questo mondo corrotto dell’Occidente politico e borghese. Sono i barbari esterni, gli Slavi forse, guidati dai Russi, e seguendo la strada che avranno loro preparata e mostrata i Tedeschi prussianizzati; o meglio i barbari interni, il proletariato. Se saranno i barbari slavi che saranno destinati a rendere questo ultimo servizio al vecchio mondo dell’Europa come lo avevano reso i barbari germanici, quindici secoli fa, al mondo greco-romano, è certo che la civiltà umana retrocederà di alcune centinaia d’anni, almeno. Ciò sarà un fatto naturale, come lo fu l’invasione conquistatrice dei Germani, ma nello stesso tempo un’immensa disgrazia, per i conquistatori non meno che per i popoli vinti... Dunque nell’interesse dell’umanità, della civiltà e dell’emancipazione universale, dobbiamo tendere con tutti i nostri sforzi affinché l’inevitabile rovesciamento del mondo politico e borghese sia compiuto non per mezzo di un’invasione di Slavi, ma per l’insurrezione del proletariato; affinché la prima, che non potrà mancare di riversarsi sull’Occidente se la seconda non arriva o arriva troppo tardi, sia prevenuta dalla seconda. Tanto questa opera di distruzione, se sarà fatta con l’invasione dei barbari dall’estero, sarà funesta alla civiltà umana, quanto essa le sarà salutare se sarà compiuta dai barbari di dentro, dallo stesso proletariato dell’Occidente”. (Ai compagni della Federazione delle sessioni internazionali del Giura).

Si tratta praticamente della tesi di Cœurderoy, che Bakunin non conobbe ma di cui sentì certamente parlare da Herzen il quale era entrato in contatto con l’anarchico francese. Il richiamo ai barbari è contenuto in due libri di Cœurdeory: La Rivoluzione nell’Uomo e nella Società, che è del 1852, e Hurrah! o la Rivoluzione con i Cosacchi, del 1854. Ma la tematica della distruzione che i barbari realizzeranno della nostra civiltà è portata avanti in I giorni dell’esilio. “Non ho sistemi o conclusioni da presentare; non posso e non voglio: non desidero nulla. E qualora volessi stabilire un governo tipo Licurgo o tipo Icaria, o qualche organizzazione di lavoro – cosa molto facile – non lo potrei. Guardate cosa resta dei magnifici piani di riedificazione dei Signori: Owen, Etienne Cabet e Louis Blanc! Di Fourier restano soltanto le sue giuste critiche, le analogie universali e le grandi predizioni. Chi si occupa di scienza sociale può fare soltanto una cosa: sottolineare con una matita rossa gli edifici che devono sparire. L’uomo è troppo limitato per comprendere l’insieme degli oggetti e dei secoli che concorrono alla ricostruzione sociale. Solo l’umanità nel suo insieme può ricostruire; eterna e signora della propria azione”.

E la scienza? Il grande mito della razionalità che regge il dominio dei potenti? Non è forse facile cadere nell’equivoco di costruire la rivoluzione sul modello della ragione dogmatica e onnipresente o su quello della ragione dialettica che tutto è capace di assorbire, anche se stessa? Non è forse altrettanto facile gettare la croce addosso a coloro che non accettano gli ordini “scientifici”, che avanzano dubbi e che hanno il coraggio di mettere in discussione le opinioni dei sapienti?

“Ho morso, pieno di avidità, il frutto della scienza e mi sono rotto i denti. I dottori ridono, loro che tagliano i frutti saporosi con coltelli d’argento dorato e lasciano il nocciolo ai segretari”. “Uomo, guardati dall’analisi. L’affanno è al fondo di ogni esame troppo approfondito di se stessi, come la feccia nel fondo del liquore puro. Questo avvoltoio si accanisce sull’uomo, ghiaccia il suo ardore e beve il suo sangue”. “L’Avvenire rinnegherà la Scienza di oggi! – La Scienza pedante che taglia, innervosisce, paralizza, abbrutisce! La Scienza diplomata dal Privilegio, gelosa delle sue prerogative, facile ai potenti, dura per i poveri! La Scienza idropica, pletorica, titubante, livida, che diffonde nel mondo il delirante balbettìo, le tenebre della cecità, la miopia e gli sguardi cattivi! La Scienza che si chiude a doppia mandata nel santuario infetto dove accatasta storte, catene, veleni, cadaveri e malati! La Vecchia calva che si trascina, vergognosa, a rimorchio della giovane Scoperta dalle trecce profumate! La noiosa, la testarda, l’addormentata che sragiona! L’ignorante, la superba, che nasconde la propria impotenza sotto le lunghe frasi avvolte negli abiti smessi dei Greci! L’Intrigante, l’avara, la ladra, la falsaria, l’usuraia, la plagiaria, che si appropria dei lavori dei nemici e li snatura traducendoli nel suo spaventoso libro magico! L’antica, l’accademica, la vecchia prostituta che separa la propria cassa da quella dell’umanità, che specializza, insozza, strangola tutti i problemi che tocca separandoli dalle grandi questioni d’interesse generale! La Scienza codarda che prende sempre a calci le vittime dell’ingiustizia sociale!”.

Ecco le condizioni del rovesciamento, le condizioni della rivoluzione. Se la scienza è quella dei potenti, potrà diventare la scienza rivoluzionaria non solo con un uso diverso, ma anche con un metodo diverso. Non sarà utile e anche indispensabile alla rivoluzione perché saranno altre persone a utilizzarla, ma lo sarà solo a condizione che il suo interno organizzarsi, la sua ragione d’essere, le sue prospettive e la sua metodologia saranno profondamente modificati. E questa è opera rivoluzionaria che non potrà mai venire dagli stessi sapienti, tutti presi a disputarsi il frutto della scienza che, al momento presente, è frutto di potere, capacità di ricchezza, modo di sfruttare i deboli e gli indifesi. Questa nuova metodologia dovrà venire dall’esterno. Essa sarà – secondo Cœurderoy – la metodologia distruttiva dei barbari, la stessa che scatenerà la rivoluzione contro la civiltà che ha eretto i cimiteri al posto delle città.

È la stessa razionalità del monopolio che ha reso schiava la donna. La razionalità della famiglia, base prima dello sfruttamento. Non possiamo fare di questa stessa razionalità la base della rivoluzione. Il risultato sarebbe spaventoso.

“Uomini, l’avvenire vi punirà, perché avete fatto la legge perfettamente a vostra immagine: senza delicatezza, senza amore e senza giustizia; perché l’avete redatta totalmente in vostro favore: vigliacca, oppressiva per la donna, infallibile, irrevocabile, indiscutibile, irreversibile; insulto alla natura, obbrobrio all’umanità! Ignoranti insensibili, che tramite le vostre assemblee, i vostri concili, i vostri preti e i vostri oratori, avete osato dichiarare che la donna, la divina donna, è di natura inferiore alla vostra, d’argilla più grossolana, d’essenza meno eterea! – Bruti, che cercate di convincerla che è venuta al mondo per curarvi con zelo, servirvi con obbedienza, frizionarvi con amore, quando piaccia a voi! – Ignobili, cupidi, che la vendete come vostra schiava o vostro possesso! Vigliacchi che la rinchiudete, l’incatenate, la deformate, la mutilate, l’imbavagliate, l’annichilite, la ripudiate, la schiaffeggiate, la battete con mille colpi, la lapidate con mille pietre, la torturate con mille torture!... Saggi, e sapienti, e santi, e galanti, e Frrrancesi che la tenete sotto perpetua tutela!”.

E la distruzione di tutto ciò sarà fatta solo capovolgendo la base che giustifica e regge lo sfruttamento: quella razionalità codificata dalla scienza borghese. La rivoluzione sarà profondamente illogica per la logica dei padroni, mentre apparirà chiaramente logica per la logica degli sfruttati. La barbarie dei distruttori, di quelli che erediteranno il mondo, la barbarie di quelli che il mondo hanno costruito col proprio sudore per consegnarlo nelle mani dei padroni e che, proprio per questo, possono in qualsiasi momento ricostruirlo, ma su basi diverse, questa barbarie sarà il fondamento della nuova rivoluzione, della rivoluzione definitiva, della rivoluzione sociale.

“Rivoluzionari anarchici – diciamolo altamente – non abbiamo altra speranza che nel diluvio umano, non abbiamo altro avvenire che nel caos... Il Disordine è la salvezza, è l’Ordine. Che cosa temiamo dal sollevamento di tutti i popoli, dallo scatenamento di tutti gli istinti, dalla distruzione di tutte le dottrine?... Esiste forse disordine più spaventoso di quello in cui siete ridotti, voi e le vostre famiglie, e una povertà senza rimedio e una mendicità senza fine? Esiste confusione di uomini, di idee e di passioni che possa essere più funesta della morale, della scienza, delle leggi e della gerarchia di oggi? Esiste guerra più crudele di quella della concorrenza in cui vi accanite disarmati? Esiste morte più atroce di quella per inazione che vi è fatalmente riservata?”. “Non ci sarà più rivoluzione finché i Cosacchi non caleranno... Se voi mi dite che sono dei Cosacchi, vi risponderò che sono uomini. Se mi dite che sono ignoranti, vi risponderò che è meglio non sapere nulla che essere dottore o vittima dei dottori. Se mi dite che sono curvi sotto il Dispotismo, vi risponderò che hanno solo bisogno di raddrizzarsi. Se mi dite che sono barbari, vi risponderò che sono più vicini al socialismo [...]”.

Questo il senso più alto dell’esperienza di Cœurderoy. Nel cambiamento che si verifica nella storia, si annida un pericoloso permanere, nella razionalità che il progresso sviluppa, si nasconde un pericoloso elemento di potere. Come si può lottare per il cambiamento rivoluzionario evitando il cristallizzarsi dell’autorità? Come si possono controllare i pericoli della razionalità, spinta freddamente fino alle sue estreme conseguenze? Questi i grandi quesiti di Cœurderoy, che poi sono gli stessi che la vita ci pone davanti tutti i giorni, che le nostre esperienze rivoluzionarie attuali indicano come decisivi per le sorti della liberazione.


Catania, 27 ottobre 1977

Alfredo M. Bonanno

 


[Introduzione alla prima edizione del primo volume de I giorni dell’esilio, Catania 1981, pp. 5-22. Pubblicato col titolo I giorni dell’odio in Guerra civile, prima edizione, Catania 1999, pp. 28-46 e seconda edizione, Trieste 2012, pp. 55-92]

Nota biografica

1825 – Il 22 gennaio nasce a Avallon (Yonne), figlio del dottore Charles e di Marie-Césarine Baillot.

1837 – Entra nel Collegio Sainte-Barbe a Parigi.

1841 – Lascia il Collegio e ritorna a casa, a Tonnerre, dove completa gli studi.

1842 – Inizia lo studio della medicina a Parigi.

1845 – È promosso interno d’ospedale.

1846 – Svolge il suo lavoro di medico nel reparto malati mentali presso l’ospedale della Salpetrière. È membro aggiunto della società anatomica.

1847 – Lavora nel reparto pediatrico dell’ospedale Necker, dove cura le piccole vittime della colite da piombo.

1848 – Lavora all’ospedale Hôtel-Dieu.

1849 – Fino alla sua partenza lavora all’ospedale del Midi, reparto malattie veneree. È membro dei “comitati socialisti” di Parigi. Diventa membro della “Commissione esecutiva permanente”. Il 13 giugno fugge in esilio. A Ginevra scrive alcune impressioni sulla città e sulla Svizzera. In autunno è obbligato a lasciare Ginevra. A novembre il tribunale di Parigi lo condanna alla deportazione in contumacia insieme a Ledru-Rollin, Delescluze, Considérant, Pyat e tanti altri.

1850 – Si stabilisce a Losanna. Riceve la visita del padre che, al ritorno in Francia, viene arrestato perché scambiato per il figlio. Incontra Mazzini. Diventa membro onorario di una società di studenti radicali (“L’Elvezia”). Pubblica, in collaborazione con L. Avril, Etudes sociales sur le canton de Vaud. Invia alcuni articoli sul sistema penitenziario francese e una specie di utopia penitenziaria a diversi giornali, tra cui “Union républicaine”, “Voix du Peuple”. I primi articoli socialisti escono su “Union républicaine”.

1851 – Obbligato a lasciare la Svizzera va a Bruxelles, ma dopo una settimana è espulso di nuovo e costretto a recarsi a Londra. Invia anche da Londra diversi articoli all’“Unione républicaine”.

1852 – Pubblica De la Révolution dans l’homme et dans la société. Insieme a Octave Vauthier pubblica l’opuscolo La barrière du combat. Nel frattempo prepara il materiale per Jours d’exil.

1853 – Si reca in Spagna e resta a Madrid fino ad agosto. In ottobre passa clandestinamente in Francia. La prima parte di Jours d’exil è pronta, per cui va in Inghilterra per preparare l’uscita del libro.

1854 – Invia tre lettere al giornale “L’Homme”, che poi pubblica in opuscolo. Va in Italia dove le sue tracce si perdono a Torino. Pubblica Hurrah! Ou la Révolution par les Cosaques. A Torino, durante l’inverno, la sua debolezza aumenta.

1855 – Malato, abita per qualche tempo a Annecy. Il 6 giugno sposa a Ginevra Marie-Justine Rampont, figlia di un amico di suo padre. Il 22 giugno è espulso dagli Stati del Piemonte, col pretesto di “alienazione mentale”. A dicembre esce a Londra la seconda parte di Jours d’exil.

1859 – Negli anni 1855-1858 mancano notizie sulla sua vita. Nel 1859 scrive una lettera al “National” di Bruxelles per spiegare i motivi del suo rifiuto di approfittare dell’amnistia del 17 agosto.

1862 – Abita con la moglie nei pressi del comune di Chêne-Thonex, nel cantone di Ginevra. Muore suicida il 25 ottobre.

Bibliografia

Principali opere di Cœurderoy

La barriere du combat ou dernier grand assaut qui vient de se livrer entre les citoyens Mazzini, Ledru-Rollin, Louis Blanc, Etienne Cabet, Pierre Leroux, Martin Nadaud, Malarmet, A., Blanchi (de Lille) et autres Hercules du Nord, (in collaborazione con Octave Vauthier), Bruxelles 1852.

De la révolution dans l’homme et dans la société, Bruxelles 1852.

Jours d’exil, Londra 1854. La seconda parte esce sempre a Londra nel 1855. Di questo lavoro si ha una seconda edizione, curata da Nettlau, in tre volumi, Parigi 1910-1911.

Trois lettres au journalL’Homme”, organe de la démagogie française à l’étranger, Londra (1854).

Hurrah!!! ou la Révolution par les Cosaques, Londra (o Ginevra?) 1854.

Pour la révolution, Parigi 1972, antologia di scritti a cura di Raoul Vaneigem.

Su Cœurderoy

M. Nettlau, Introduzioni ai tre volumi dell’edizione parigina delle Œuvres, Jours d’exil, ed. Stock, 1910-1911.

R. Vaneigem, Terrorisme ou Revolution, Introduzione all’antologia di scritti di Cœurderoy, Pour la révolution, Parigi 1972.

Due parole che valgono due volumi

Anda! – Cammina!
Detto popolare spagnolo

Questo libro non è una confessione – non mi devo confessare con nessuno. – Meno ancora è una confidenza: queste le faccio solo agli amici. – Non è neppure una biografia: – grazie a Dio non sono un uomo celebre; – e nemmeno una teoria sociale, – non aspiro al pericoloso titolo di capopopolo. – Esso non contiene le mie memorie, – che ritengo faccenda pretenziosa e priva di senso in un’epoca in cui mille teste si elevano al di sopra della massa per attirare l’attenzione. – Esso non può essere considerato un libro di impressioni di viaggio: – i turisti non hanno gambe per camminare, occhi per vedere, intelligenza per comprendere e cuore per sentire.

Questo libro è il linguaggio di un’anima ferita, un poco dagli uomini e molto dalla riflessione. È il grido di un esiliato, di uno spettro che chiama. Se si vuole, una voce della tomba che non si propone scopi particolari.

Questo libro mi scappa come un singhiozzo perché sono un essere sociale, e gli uomini mi hanno lasciato solo la penna per comunicare con loro. Per altro, non mi preoccupo per nulla dell’opinione pubblica e non riconosco a nessuno il diritto di condannare o assolvere ciò che obbedisce alla sua attrazione.

Questo pensiero sembrerà senza dubbio poco reverente verso i cani idrofobi della popolarità: – non m’importa, se esso è vero. L’uomo non è nato per piegare i ginocchi davanti ai suoi simili come un mendicante; ma per marciare a testa alta come un lavoratore, in un mondo solidale con lui.

La nostra società non è altro che un labirinto di tradimenti, un circo di carneficina, dove ciascuno cerca di conservare la propria testa a spese degli altri.

Maledetto chi cercherà di addolcire i lupi e gli sciacalli implorando clemenza!

Dedica

Agosto 1853

Vivere lavorando.
Motto dei lionesi

Al mio eccellente amico Xavier Charre, operaio

Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Il ferro è duro; ma il cuore dell’uomo è più duro ancora quando è pietrificato dall’interesse.

Quando sorge il sole tu ti alzi con lui, contento e disposto al lavoro. Io, invece, perseguo nel mezzo di un sonno agitato, un’idea incompleta, un sogno spaventoso, un’apprensione immaginaria.

Quando la tua giornata s’arresta, il metallo giace sotto la mano che l’ha vinto. E quando il mio lavoro è finito gli uomini mi prendono a pedate, perché dico la verità e ciò scatena le loro collere.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Il ferro è duro; ma procura una buona fatica, un sonno riparatore, una robusta salute; mentre il pensiero produce una fatica febbrile, un sonno delirante e una salute precaria.

La nostra forza diviene più grande quando siamo alle prese con una resistenza ben precisa, che tocchiamo con mano. Al contrario, si esaurisce quando il debole sguardo vuole misurare l’abisso della scienza, in fondo al quale ci spinge una pericolosa allucinazione. Le braccia sono più forti della testa.

Quello che sai tu lo sai bene. Giammai il dubbio e lo scoraggiamento ti attraversano l’anima. Ritornando dal tuo lavoro non hai mai il sospetto che un uomo può anche perdere la sua giornata. E avanzando nel tuo lavoro, non ti domandi se, invece, non stai andando indietro. Mai ti succede di fare riflessioni come queste, che forse disapprovi.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Felice il buon operaio nato da madre robusta, che ha avuto dal padre un mestiere onorevole ed ha sposato la donna del cuore!

Docile alle leggi della natura, produce ogni giorno e ogni giorno consuma i prodotti del suo lavoro.

L’attrazione l’ha determinato nella sua scelta. Né la miseria né l’opulenza gli hanno suggerito cattivi consigli.

La gioia è con lui, la gioia che si trova solo nel lavoro attraente e nel completo sviluppo del nostro essere.

La gioia sarà sui suoi figli, nati dall’amore e dalla forza, allevati nella libertà che non comprimerà i loro gusti nascenti.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

In un ambiente favorevole un uomo vale un altro. Le facoltà si armonizzano, gli individui si integrano, le diversità scompaiono. Perché l’artigiano, paragonandosi all’uomo di Stato, si crede d’una specie inferiore? L’uno e l’altro hanno sviluppato la propria specialità; ambedue sono ugualmente utili. Solo che, oggi, le convenzioni civili lasciano il primo nella miseria, e al secondo danno la felicità. Noi imitiamo i bambini, il cui più grande piacere è quello di misurarsi. Non esiste unità di misura applicabile allo spirito degli uomini. Non si misura l’infinito.

Lascia il proprietario e il capitalista inorgoglirsi delle loro fortune ingiustamente acquisite: sono degli uomini mancati. Le loro madri li hanno generati nella malattia e nella debolezza; l’avarizia dei padri li ha privati di ogni soddisfazione. Solo il calcolo li guida nella scelta di una professione; l’interesse fa loro prendere moglie.

Nelle peggiori società, esiste ancora una specie di legge del taglione, per cui i privilegiati riportano i propri tormenti alla fonte avvelenatrice delle loro ricchezze.

Quando costoro si dicono indipendenti, mentono.

È indipendente il cane a cui il padrone dà ogni giorno la sua razione? Sono indipendenti coloro che, corpo e anima, appartengono a Cesare, perché è Cesare che assicura i loro privilegi?

Quando ti dicono che sono felici, mentono.

È felice l’eunuco? È felice il decrepito vegliardo? Sono felici i mutilati e i malati? Sono felici quelli che digiunano?

Possono quindi essere felici coloro che lavorano, gioiscono e vivono a metà? Quelli che si lasciano morire di fame per tutta la vita per la paura di non avere il pane per un sol giorno?

Quando ti dicono che sono giusti e buoni, mentono.

La loro elemosina e la loro filantropia non hanno senso per gli uomini. Presso di loro la privazione genera l’ingiustizia. La tristezza unita alla potenza produce solo brutali tirannie. Nerone, Luigi XI, Filippo II, Ivan IV, i peggiori boia tra i monarchi, erano uomini tristi.

Quando ti dicono che i loro figli sono felici, mentono ancora.

Come possono essere felici questi poveri esseri di cui si rinchiude il corpo in prigione, di cui si atrofizza l’intelligenza nel sarcofago in cui giacciono tali e quali le istituzioni e le lingue del passato? Come si possono sviluppare interamente?

Il risparmio, il risparmio!! ecco il verme roditore che produce l’ozio e divora il cuore del ricco, di generazione in generazione. Mentre la felicità, figlia del lavoro, abbellisce la vita del povero e gli fa disprezzare le torture unite ai privilegi.

Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Il lavoratore, ecco l’uomo ideale che resterà quando ogni monopolio sarà scomparso, quando la concorrenza omicida, il lavoro forzato, l’insufficienza dei salari e l’ignoranza non piegheranno più sotto le loro leggi tante teste umane, come in uno scannatoio.

Si segua il movimento progressivo delle società del XIX secolo, e si vedrà il lavoro elevarsi ogni giorno sulle rovine della proprietà, del capitale, e dell’interesse, divisi all’infinito.

L’estrema divisione del privilegio uccide il privilegio: un’eccezione non esiste più quando diventa regola. Al contrario, l’estrema divisione del lavoro vivifica il lavoro.

Man mano che il numero degli operai aumenta, la funzione di ciascuno diventa meno penosa. Man mano che nuovi bisogni nasceranno, saranno fatte delle scoperte, e nuove professioni saranno create per sfruttarle. Quindi si avranno maggiori scelte tra professioni diverse, e ciascuno si perfezionerà nella specialità scelta.

Più l’uomo è ozioso, più muore, più si avvicina all’ultimo degli animali, delle piante o delle pietre.

Più l’uomo lavora, più vive; più moltiplica le sue relazioni, le sue gioie, i suoi sentimenti e le sue forze; più fa valere le sue facoltà, più si avvicina realmente a quest’essere immaginario, essenziale, onnipotente, infinito dei nostri sogni, che la paura e la superstizione hanno consacrato come Dio.

Pieno di speranza nell’avvenire della propria razza, fidando nel genio dell’umanità, l’uomo ha creato Dio a sua immagine.

Dio, questa espressione collettiva con cui l’uomo primitivo ha designato tutte le scoperte e tutte le meraviglie di cui non poteva avere che un’intuizione generale, e che la sua posterità doveva realizzare con la forza virtuale racchiusa nel suo seno.

I secoli sono passati, e i figli del primo uomo hanno dato corpo sempre più perfetto al suo sogno celeste.

Il giorno in cui ogni uomo sarà diventato lavoratore, Dio cadrà dal trono. La natura, sondata dalla scienza, rivoluzionata dal lavoro, fecondata dall’ardente amore, sarà prosternata ai piedi dell’uomo, testimoniando la sua onnipotenza con inni di allegrezza e di abbondanza.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Genio dell’umanità, lavoro! per i ricchi come per i poveri, venga il tuo regno! Sublime livellatore che fai scomparire le calamità della miseria e dell’ozio, oh! vieni a rinvigorire i nostri sguardi e i nostri cuori afflitti!

Omero, Virgilio, Galilei, Newton, Rabelais, Shakespeare, Gutenberg, Colombo, Molière, Cervantes, Goethe e Byron, divini operai! Chi si preoccupa di sapere se eravate ricchi o poveri? Per tutti siete dei geni sublimi che avete mosso l’aria con le vostre larghe ali, slanciandovi verso uno scopo.

Grandi uomini, siete gli dèi che la mia ragione riconosce, per voi si muovono il mio entusiasmo e il mio amore. Per comprendervi non ho bisogno di spiegazioni di dottori o preti, ancora meno ho bisogno della loro autorità.

Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

L’Europa è popolata; dappertutto i muscoli e i cervelli degli uomini sono tesi sulla materia che si anima. Nessun angolo di terra vergine, nessuna fessura di roccia che non sia esplorata, nessun filo d’acqua che non faccia girare una ruota d’officina. Da ogni parte il metallo fonde e si torce, il martello risuona, il carbone brilla, la lima gratta, il vetro si distende su un inferno di fuoco. L’uomo ha sondato audacemente la verginità degli abissi dell’Oceano e le misteriose solitudini dell’atmosfera. Gli elementi si sono inchinati alla sua onnipotente volontà; l’aria, la terra e l’acqua, trasmettono i suoi decreti assoluti.

Salve, Industria, sovrana del XIX secolo! Salve dea dalla pelle oscura ma dai lineamenti severi, madre della gloria e dell’attività! Salve! tu non chiedi altari alla superstizione, né spingi le tue braccia nelle viscere di vittime innocenti. Davanti alla tua maestà, l’uomo alza fieramente la testa e non piega i ginocchi. Può adorarti senza cessare di essere uomo, grande, forte, libero, com’era all’origine.

Salve, lavoratori! moderni titani dalle grandi mani che cambiano il mondo, le cui robuste spalle imprimono oscillazioni ai continenti! A voi l’aria che passa, il fuoco rubato all’anima del sole, l’Oceano che, da un polo all’altro, indietreggia spaventato.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

L’industria è la regina dell’universo, e gli operai sono i suoi figli diletti. Ancora qualche anno e le loro forze, fino ad ora compresse, spezzeranno le mani deboli che le incatenano.

Vedete come sono nervosi e smorti, i cercatori del pensiero, gli uomini rosi dall’ambizione, consunti dall’orgoglio e dalle piccole gelosie. Non invidiate la loro sorte. La loro vita passa sfogliando libri polverosi, ripetendo tutto quello che hanno detto i secoli, cercando tiepide ispirazioni in idee morte, limando e aggiustando frasi, disseccando come le formiche il vecchio tronco della scienza ufficiale.

Interrogate la gloria! essa ripete i nomi che riempiono il vuoto del XIX secolo; tutti appartengono a degli operai. A voi lunga vita! [Robert] Fulton, [Joseph] Jaquard, [Richard] Arkright, [Benjamin] Franklin, [James] Watt, [Pierre-Joseph] Proudhon, che date al pensiero la precisione del calcolo e l’aspetto tangibile della materia. A voi lunga vita! Voi siete veramente grandi. Molto tempo dopo che saranno dimenticate le effimere reputazioni nate oggi dall’intrigo, dalla pubblicità e dall’oro, i posteri ripeteranno i vostri lavori nei loro canti felici!


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Proclamate, troni! discutete, accademie! tuonate, pulpiti rimbombanti! I dottori facciano sbiancare i loro ermellini, si passi una vernice nuova sulle venerate statue di Ippocrate e di Giustiniano! Coraggio, miei maestri! Alzate i prezzi! Barricatevi nella vecchia cittadella del monopolio! Sostenete con arguzie, formalità, difficoltà da superare le sue muraglie che crollano; fatevi pagare, così che il volgo immondo non possa penetrare nel santuario che i borghesi hanno elevato alla scienza.

E questa scienza ufficiale diventa ogni giorno più enfatica, più dottorale, più burlesca, più impotente a forza di sostituire la sterile parola al pensiero fecondo. Che agiti la polvere degli scheletri; faccia bollire le ossa; insegua impercettibili fili nervosi nel ripugnante grasso; che cerchi la vita nella morte, come una iena magra; che la sua inutilità e la sua ignoranza siano provate con evidenza.

Che avvizzisca e muoia, come tutto ciò che persiste a vegetare nell’isolamento e nell’iniquità; che crepi, asfissiata d’erudizione: – l’ultimo ronzio degli esami universitari, il rumore dei martelli sollevati sui crani da studenti di sedici anni, celebreranno i suoi funerali. De profundis!

Cosa insegna la Scuola di Medicina? – I precetti, i pregiudizi e le precauzioni nocive che lasciano la malattia tra gli uomini.

Cosa insegna la Scuola di Diritto? – La scienza dei processi e dei codici che lasciano la divisione tra gli uomini.

Cosa insegnano le facoltà, le accademie, le università di ogni tipo? – La tradizione, il passato, le scienze monopolizzate e sterili che perpetuano ignoranza tra gli uomini.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

La vera scienza, la scienza della vita e della scoperta, si sviluppa al di fuori della santa alleanza scientifica. Essa non è mai nel passato, ma nell’avvenire. Ogni esperienza dei vecchi, sarà di poca utilità nel mezzo degli elementi di una nuova vita. L’umanità, come l’uomo, non si ripete. I suoi bisogni non si rieditano come i vecchi libri. Peraltro la scienza non è solo in qualcuno, ma in tutti. Tutto si definisce a causa del privilegio.

Le scienze diverranno feconde solo quando saranno in possesso di tutti, e quando il loro progresso sarà lasciato con fiducia all’intelligenza di ciascuno. Allora gli uomini dalle cosiddette professioni liberali moriranno nella loro grottesca vanità. L’igiene che fortifica l’uomo contro la malattia rimpiazzerà la medicina che l’indebolisce. La pratica dei contratti eguali si sostituirà alla teoria delle costituzioni e delle leggi contro natura. Nelle lettere, nelle arti e nelle scienze, l’ispirazione del genio individuale si alzerà sulle rovine della tradizione.

Così finiranno i privilegi dell’istruzione e della scienza, e la setta dei sapienti in mezzo agli uomini.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine.

II risparmio è sconosciuto all’operaio. Quando la rapacità del padrone gli lascia un’ora di tempo e un poco di soldi, non li consacra a soddisfare una vana ostentazione. Tiene conto dei bisogni della sua intelligenza. Egli, che ha speso le sue forze tutto il giorno, la sera, studia, e il soggetto dei suoi studi gli è dato dai suoi lavori; vive per l’industria, vuole conoscerne le leggi; vuole sapere come sono prodotte le ricchezze sociali, come sono distribuite e consumate. Gli interessa anche rendersi conto della sua origine, del suo destino, del suo lavoro, e del posto che occupa nell’immensa macchina, lui, che gettato nel mondo dalla mano del caso, ha da se stesso fatto tutto quello che è.

L’operaio si procura pertanto i libri che trattano delle questioni che lo interessano; li medita e il commenta, ne paragona le affermazioni teoriche con i suoi dati pratici, e non ammette nulla senza prova. Un solo libro, letto in questo modo, da un uomo sano di corpo e di spirito, è più utile delle migliaia di volumi dei frequentatori di biblioteche. Solo i topi s’ingrossano masticando letteratura.

In questo modo l’operaio laborioso acquisisce le proprie idee sulla giustizia, il contratto sociale, il lavoro e le ricchezze. E siccome il suo spirito è disinteressato, siccome tiene più al proprio giudizio che alla propria memoria, non si contenta delle soluzioni a metà. Non ha paura di proclamare le più ardite negazioni e affermazioni. Non parla di dubbi o di opportunità; non conosce queste considerazioni che tormentano i grandi politici. E se lo trascina l’amore per la scienza, ha, nello studio ragionato del presente, un metodo sicuro per risalire il corso dei secoli.

In questo momento dipingo l’ideale, l’arcobaleno a brillanti colori. Questo operaio è l’eccezione. Ma, come che sia, è in mezzo ai rumori delle tipografie e delle fabbriche, nel silenzio delle mansarde che si preparano i precursori. L’istinto di conservazione ha seminato la scienza e la rivolta tra le classi operaie.

Quando ci si è resi conto dell’istruzione dell’operaio, che è la buona, perché si fa senza maestro e con una continua scoperta, non si sa che cosa si deve ammirare di più, la tracotanza o la stupidità degli avvocati e dei giornalisti. Essi pretendono di essere nati per dirigere il popolo, credono che la salvezza della Rivoluzione riposi nei loro crani vuoti, e parlando con una rallegrante sicurezza del loro partito, dei loro uomini, dei loro quartieri, dei loro sobborghi e dei loro soldati; qualcuno parla del mio popolo. Olà! monsignori, andate a discutere di problemi sociali nelle fabbriche di Parigi e Lione, e comprenderete che sapete soltanto d’intrighi, di confusione e di calunnie; che non vi ricordate altro che citazioni di Cicerone, e dei signori Robespierre, Saint-Just e Gracchus Babeuf. Tutta questa brava gente è morta, e voi gli sopravvivete pietosamente. Voi siete filosofi allo stesso modo di quegli animali che rimangiano quello che hanno vomitato, fate nuovi abiti ad argomenti perpetuamente antichi. Rassomigliate ai vecchi che vogliono insegnare la vita ai giovani. Le società camminano, e voi, rimorchiati a fatica, gridate: avanti! Sappiate che gli operai, per emanciparsi, non hanno bisogno né di partiti né di capi. Nessuna forza organizzata potrà arrestare la decomposizione sociale, nemmeno la demagogia.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Tu sei stagnaio e proletario, io sono medico e privilegiato. Espio su questa terra il mio peccato originale.

Darei la mia mano sinistra per possedere l’abilità che ha la tua mano destra.

Da cinque anni percorriamo l’Europa, avvicinati dall’amicizia e dall’esilio.

In tutti i paesi il lavoro mi è vietato, se sono sprovvisto di diplomi, autorizzazioni, presentazioni, garanzie e relazioni indispensabili per far valere un monopolio.

Dove tu vai, il metallo è lo stesso. Lo stesso martello, la stessa incudine. Il tuo grembiule, ecco il tuo titolo. Con la tua abilità, non hai bisogno di raccomandazione. “All’opera, compagno, vediamo cosa sai fare”.

Dappertutto, i tuoi compagni ti accolgono in amicizia. Dappertutto i miei onorati colleghi, lavorano per perdermi. Deve essere così. Chi dice professione liberale, dice confisca. Chi dice confisca, dice gelosia, rivalità, morte del lavoro, cricca.

La grande famiglia medica, come essa pomposamente s’intitola, non è altro che una meschina combriccola. La rabbia dei medici è fra le peggiori.

I governi non sono così forti, al contrario, da confiscare a loro profitto il lavoro industriale. Meglio per l’operaio. Che resti quindi libero in faccia allo Stato, il più forte dei privilegiati. Il movimento di divisione che opera ogni giorno sulle fortune, lo libererà rapidamente dal capitale.

Di già il padrone ignorante subisce le condizioni dell’operaio abile. Il proletario proscritto lavora dovunque. Uscendo dalla sua patria, dalla sua città, dalla sua cerchia familiare, l’uomo di lettere muore di fame; non troverà nemmeno lezioni a cinquanta centesimi.

Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Man mano che l’uomo invecchia, disserta sempre più sull’amicizia, ma la conosce sempre meno. Il vecchio non ha amici che tra i morti o tra i viventi con un piede nella fossa. Per gli uomini maturi l’amicizia è solo una parola di circostanza, l’aggiustamento di due interessi, l’associazione di un superiore e di un inferiore.

L’amicizia è possibile solo tra uomini liberi e distaccati dagli interessi civilizzati che dividono molto di più di quanto non ravvicinano. In tutt’altre condizioni è il velo che nasconde il furfante, la rete che stende l’inganno, il purgatorio di una società di cui la famiglia è l’inferno.

L’amicizia dei giovani è ardente. In loro la voce delle simpatie non è smorzata dal tintinnio del metallo, e l’angoloso presente non li deruba delle forme vaporose dell’avvenire. I loro corpi sono vigorosi, le loro anime entusiaste. Le loro passioni ardite li gettano ai piedi dell’amante o nelle braccia dell’amico che gli danno la felicità.

L’amicizia è cara al cuore dei proscritti, perché il loro attaccamento non può essere determinato che dalla sventura. E la sventura è una magra preda per la cupidigia affamata. Le catene più dure a forgiarsi, amico, sono le più solide e le più durevoli!


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

L’amico dell’esilio è l’uomo la cui esistenza si trova naturalmente ribadita a quella dell’altro, nel presente e nell’avvenire. Tra di loro tutto è comune: pene, segreti, rimproveri, destini, speranze. Hanno sostenuto le stesse lotte, sopportato gli stessi oltraggi, subito le stesse condanne. Hanno diviso camera, letto, soldi, risorse; hanno bevuto nella stessa coppa; e quando ce n’era solo per uno, ciascuno soddisfaceva la metà della propria fame. Questi due uomini si amano di tutto l’odio che portano alla società.

Amico, tu mi sei rimasto, quand’ero abbandonato fra gli stranieri, quand’ero dilaniato dagli uomini di partito. Hai conosciuto i miei pensieri, i miei progetti e i miei amori; mi hai sostenuto nelle prove che avrei affrontato debolmente. Quand’ero ammalato rimpiazzavi vicino al mio letto la madre assente o l’amante che non osava venire, e mi risparmiavi gli sguardi curiosi dello sconosciuto. Oh! chi soffre lontano da ogni volto simpatico è molto grato all’amico che lo veglia, come l’annegato benedice il nuotatore che lo strappa alla rabbia delle onde.

Lungi da me le amicizie belle e fatte che impongono i legami della famiglia o i calcoli d’interesse. Mi rifiuto di amare, fosse anche mio fratello, colui verso cui non mi sento attirato da una irresistibile simpatia. Voglio scegliere il mio amico, provarlo nell’isolamento e nella sventura dove siamo ambedue nudi. Mi ripugna di prenderlo là dove è convenuto che lo trovi. Uomini avidi! scavate nelle miniere dell’Australia, solo lì troverete l’oro, e se amate ciò che brilla, potrete farne provvista. Ma, se amate il bene più prezioso dell’amicizia, non lo cercate nella folla dei vostri parenti o dei vostri conoscenti. Là non troverete che la discordia e il desiderio, là non riempirete il vuoto del vostro cuore.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

È da compiangere chi non ha mai avuto altra amante che una sposa e altro amico che un fratello. Egli non conosce né i trasporti dell’amore né le effusioni dell’amicizia. Oh! quale letto è più freddo del largo letto nuziale. Oh! quali baci più ghiacciati dei baci fraterni! Oh! che mondo oscuro è quello mai illuminato dal lampo delle passioni!

L’amicizia come l’amore è una passione, e le passioni devono brillare perché sono naturali. Ora, esse non brillano che per i contrasti. Non si può fare un amico del proprio fratello come non si può fare un’amante della propria sorella. Quale grande poeta abbassò tanto il proprio genio rappresentandosi scene coniugali e amicizie di famiglia?

I fatti parlano, e non sarò io che metterò a tacere la loro schiacciante testimonianza. Essi dicono che l’amicizia è solida solo tra le prove del mondo. Vi sono veri affetti tra le prostitute; i ladri dividono equamente il bottino; i briganti non si tradiscono. Le grandi dame si fanno a pezzi; i banchieri si derubano; i governanti si assassinano: la terra è una vasta scuola di spionaggio. È colpa mia se i fatti non tornano a vantaggio della società legale, e se essa vale ancora meno dei pendagli da forca?


Un deplorevole malinteso pesa sulla società civile, e si traduce in tutte le sue espressioni. Le nozioni convenzionali che oggi comprendiamo sotto il nome di interessi, di morale e di destino sono contrarie alla vera morale, al nostro reale interesse, al nostro naturale destino.


Il nostro destino è di essere felici o di soffrire? La vera morale raccomanda la gioia o la privazione? Il nostro reale interesse esige che ci priviamo di tutto per capitalizzare, o che soddisfiamo i nostri gusti? L’uomo è fatto per immobilizzarsi e appassire, o per muoversi e svilupparsi, nel mezzo delle ricchezze della terra?

I libri, le tesi e le discussioni scientifiche non servono che a complicare questi problemi molto semplici. Che ogni uomo s’interroghi, e dica se fu mai devoto, martire o avaro altro che per interesse.


Amico, siamo nelle condizioni dell’amicizia. Non riconosciamo alcuna autorità, siamo liberi. Il nostro lavoro è diverso, ma si equivale. In te onoro l’uomo attraverso cui realizzo il mio pensiero; tu puoi vedere in me lo scrittore indipendente che colpisce dove gli sembra giusto, senza misurare l’altezza dei suoi nemici.

Quanti operai, quando hanno raggiunto una certa influenza politica, lasciano il lavoro manuale e appendono la celebrità di un giorno all’attaccapanni di un partito! Quanti scrittori vendono la propria reputazione d’indipendenti a qualche uomo più celebre di loro, ai partiti violenti e ingiusti, ai giornali diretti dagli azionisti!

Ozio, pigrizia, parassitismo, queste sono le erbe assurde che crescono nel suolo dell’esilio e che non estirpiamo. Possiamo essere contenti per aver potuto fuggire tutto ciò, e avere appreso qualcosa.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Metto questo libro sotto la protezione del tuo nome. Avrei potuto sceglierne uno più celebre, ma non avrei potuto trovarlo più onorevole. Per me è un piacere, per coloro che ti conoscono sarà una raccomandazione; quanto a quelli che non ti conoscono, potranno trovare qualche buona verità nelle righe che precedono.

Non mi vieto, peraltro, alcuna superstizione. Sono certo che la mia caccia andrà male, quando incontro un corvo uscendo da casa. Mi aspetto una cattiva giornata, quando una mosca mi sveglia. Non spererei da questo libro tutto lo scandalo che desidero, se lo separassi dalla dedica a te.


Batti il ferro, amico, e che le tue ore di lavoro scorrano più rapide delle mie ore di solitudine!

Introduzione come non se ne leggono

Ho bisogno di ragioni per sottomettere la mia ragione.
J.-J. Rousseau

Lasciate dire, lasciatevi biasimare, imprigionare,
lasciatevi impiccare, ma pubblicate il vostro pensiero.
P. L. Courier

Ancora un libro! Che rabbia di scrivere per un secolo che non ha né il tempo né il desiderio di leggere! Uomo orgoglioso, pensi che la tua debole voce dominerà quella dell’industria e del commercio, che riempie il mondo? Pensi che gli uomini, i quali non hanno il tempo di dormire e di essere felici, consacreranno il riposo a dei problemi sociali? Non vedi che la fame li spinge, che il bisogno del lusso insaziabile li divora; che l’interesse li ha resi sordi; che il loro sentimento è diventato pietra; il loro cuore, proprietà; il loro cervello, pregiudizio; il loro aspetto, abitudine; che non hanno più rapporto tra loro se non per rubarsi a vicenda? Non ti accorgi che ogni generazione è in attesa di un cataclisma spaventoso; che sente salire la tempesta, e che ogni borghese si affretta ad assicurarsi contro la morte vicina, quando anche, per ciò, dovesse far perire tutti quelli che gli sono cari. A che servono i discorsi da maestro di scuola a della gente per tre quarti annegata? Il parlamentarismo di Menenio non ebbe successo sulla zattera della Medusa. E la società attuale è così.

– Non ignoro nulla di tutto ciò, e so ben altro, – questo libro lo proverà – sul carattere degli uomini del mio tempo. Li disprezzo quanto essi lo meritano. Non è per loro che scrivo.

Allora, per chi scrivi? e perché?

Mio Dio! Scrivo perché sono uomo; non ho altra risposta da dare al pubblico maldisposto e scettico che mi leggerà.

L’uomo è, per natura, inquisitore e pettegolo; ha bisogno di conoscere il perché e il come di ogni cosa; è da ciò che si distingue dal ruminante che bruca e dal pesce che segue il corso dell’acqua. Inoltre egli è sociale; e quando si è reso conto del proprio pensiero, ama comunicare con i suoi simili; racconta, pubblica ciò che sogna, perché cerca e trova sempre mezzi via via più rapidi per moltiplicarsi davanti agli altri.

Fin quando vi sarà cervello sotto le ossa del cranio, minerale nelle viscere della terra, l’uomo passerà sopra il fragore che gli causa l’opinione, e scriverà.

Ah! che felicità per il popolo se gli uomini politici potessero essere attaccati dalla mania di scrivere, e guariti da quella di regnare!! – Sfortunatamente questo desiderio non si realizzerà mai, fin quando si pagherà per farsi stampare e si sarà pagati per governare.

Vi è un tempo in cui, più che mai, l’uomo ha bisogno di illuminare ciò che lo circonda con la voce, il pensiero, il lampo degli atti; è quando le società, prese da convulsioni, corrono da sommosse in sommosse verso una profonda rivoluzione. Allora, le tribune tremano sotto le parole dei Mirabeau e dei Danton; la carta s’incendia sotto la penna dei Camille e dei Marat, le società segrete escono al sole e il pensiero circola nell’aria con la rapidità del fulmine.

Vi sono situazioni infine, in cui ogni uomo appassionato è obbligato a scrivere. Quando la tribuna è muta e il popolo schiacciato, quando una società di schiavi ha per re il bottegaio, quando sono condannati tutti quelli che pensano, bisogna bene che, esiliati dal presente, questi si intrattengano con l’avvenire.

Queste sono quindi le ragioni che mi fanno pubblicare questo nuovo libro: il bisogno di naturale espansione dell’uomo – l’imminenza di una rivoluzione generale – e l’esilio.

Abissi dell’opinione, pazzo l’uomo che cercherà di misurare la vostra profondità! Che taccia colui che non ha la forza di affrontarvi, mai nessuno m’impedirà di affrontare i vostri muggiti.

Amo il mare grande, libero figlio di Dio, carezzante capricciosamente tutti i vascelli del mondo; amo il canto dei marinai alati, il grido della rondine marina, la voce rauca della tempesta con i suoi polmoni di bronzo nello spazio, il lampo che sospende la propria rossa fiamma sulla punta degli alberi, le onde ora calme, ora furiose: e amo anche l’opinione pubblica, la fiera figlia dell’uomo, ora candida e ora assassina; amo i suoi cambiamenti imprevisti, i suoi bruschi ritorni, la sua bocca di ferro, le sue simpatie e le sue rabbie: tutto, fino alla sua ironia.

Per questa bastarda opinione, schiava dei pregiudizi, cortigiana dei partiti, che batte i marciapiedi delle grandi città mendicando amanti ricchi e scostanti, io sfido la spudoratezza che le appartiene.

Vergogna all’uomo pusillanime cui la paura del ridicolo paralizza la voce mentre il suo cuore è forte! Come tutte le altre, la passione della pubblicità non è cattiva che quando tende verso uno scopo meschino con mezzi infamanti. Al contrario, le grandi emozioni dell’animo hanno un accento di verità, di convinzione, direi di tristezza e di sofferenza, che comanda agli uomini. Mai saltimbanco, erudito o avvocato, emoziona la folla come un verso di Tirteo.

Guardando da vicino, le forme in cui è colata l’argilla umana sono meno numerose di quanto s’immagini. Se esse variano secondo il tempo e l’ambiente sociale, in fondo vi è un numero ben limitato di tipi; e quattro o cinque passioni, sempre le stesse, si disputano il nostro cuore.

Come anatomista ho osservato molti uomini dal talento invidiabile, dalla reputazione grandissima, idoli e bandiere dei partiti; li ho visti tutti, a qualsiasi opinione appartenessero, umiliarsi e mentire per arrivare al potere.

Gesuiti! mi sono detto spesso nella mia indignazione! Abbasso il vostro vestito di apostoli! esso è bucato. Abbiate il coraggio di dire per una volta che non vi impegnate, che non vi sacrificate, che non soffrite. Confessate, infine, che posate; che avete sete di gloria e di autorità, come la terra ha sete di rugiada e di pioggia. Non parlate di privazioni che vi induriscono, di dolori dell’esilio, di prigione, di fatiche del corpo e dell’anima, di veglie penose e di grandi giornate che divorano la vita.

Perché vi risponderò: chi vuole lo scopo vuole i mezzi. E vi mostrerò il segugio che insegue l’animale furioso attraverso i rovi e le spine, come voi seguite la potenza attraverso le lotte a sangue, i morti, le sommosse e i colpi di Stato. Tanti sono gli ambiziosi che circolano sulla faccia del nostro povero mondo, che devono sbarrarsi il passo e prendersi alla gola. Quindi, fare di necessità virtù, e sventura ai vinti! Se gli uomini di oggi fossero dotati di maggiore perspicacia, pochi s’impegnerebbero nell’arida via politica, perché pochi amano il lavoro per il lavoro, la lotta per la lotta, la scienza per se stessa.

E tra quest’ultimi, non se ne troverà mai uno che osi dire agli altri: “Sono uomo, né più né meno, e pretendo restare al mio posto con le mie qualità e i miei difetti. Vi parlo perché è una conseguenza della mia libera espansione; non lo faccio per amore vostro, ma per mia soddisfazione personale. Ascoltate ciò che vi dico, e criticatelo; non vi domando che ciò. Tanto meglio se vi sono stato utile. In ogni caso sono stato gradito a me stesso, il resto è secondario”.

Ebbene, no! L’uomo si stima troppo poco per stimare i propri simili, troppo poco libero per tenere il solo linguaggio che conviene a una creatura indipendente. L’uomo veramente fiero è altrettanto raro dell’uomo di talento. Forse non c’è nessuno che non sacrifichi la propria dignità personale al favore pubblico.

L’autore transige con la rudezza delle sue convinzioni per accomodarla alla tiepidezza del pubblico; il candidato mente ai suoi elettori, i rappresentanti ai rappresentati; il capo del partito si fa schiavo dei suoi seguaci e diventa più miserabile di essi. L’opinione somiglia a una cortigiana che tutti gli uomini colmano di cortesie, che si lascia sempre prendere dal più discreto e che soffre crudelmente quando ha prodigato i suoi favori.

Per quanto mi riguarda non ho paura di darmi per quel che sono, e affermo che ogni uomo in buona fede si riconoscerà nella mia confessione, che così esprimo: “Lotto perché ciò mi conviene; faccio il socialista perché così mi piace; sono lontano dalla Francia perché mi sarebbe stato insopportabile vivere sotto il regime del ferro e del denaro”.

Chi non comprende l’utilità di questa affermazione, chiuda il libro. Chi la trova cinicamente disgustosa, lo strappi. Coloro che hanno opinioni solo in forza degli altri, lo traducano davanti ai tribunali demagogici. Coloro ai quali il mio nome fa orrore, lo brucino. Coloro che amano la franchezza, lo scorrano. Esso non andrà né più presto né più tardi dove vanno tutte le cose, nella grande confusione.

Fatta questa confessione, nessuno, penso, mi accuserà d’ipocrisia: ciò mi basta. Che dopo mi si chiami saggio o pazzo, poco m’importa. Non esiste un uomo attivo del quale si possa dire altrettanto. Il diplomatico muto, l’operaio fannullone e il cretino delle Alpi soltanto, hanno quaggiù il diritto all’approvazione generale. Ogni volta che l’uomo lavora con le sue dieci dita, non sa se prende la strada di Bicêtre o quella del Pantheon; ciò dipende dalla disposizione di spirito dei suoi contemporanei. Quando ci si riferisce a Salomon de Caus o al signor Duverrier, bisogna aspettarsi di tutto. Durante la vita non si è assicurati né contro la capanna né contro la poltrona accademica; tutti i giorni si è esposti a ricevere una pietrata o una decorazione. E quando non si è più, l’umanità rimpinzata di rimorsi, viola le vostre tombe, disputa i vostri resti ai vermi, vi trasporta pomposamente al tempio della memoria, o getta il vostro cadavere con disprezzo nel fango di un rigagnolo.

Quando due anni fa cominciai ad occuparmi delle analogie umane e sociali, non vi fui spinto da una cieca fiducia in me stesso, e non mi nascosi le difficoltà dell’impresa.

Volevo trattare un soggetto scientifico e politico nello stesso tempo, e il solo pubblico a cui potevo indirizzarmi era questa classe di proletari per la cui educazione la civilizzazione ancora non ha fatto nulla, e che arriva alla conoscenza della verità solo intuitivamente. Qualsiasi cosa faccia, mi dicevo, per semplificare i dettagli scientifici, il mio non ne conterrà sempre troppo? Non affaticherò i miei lettori fin dalle prime pagine, mancando il mio scopo?

È impossibile altrimenti: oggi la scienza sociale ha assorbito la politica oziosa – grazie a Dio! – Non vi sono più che schiamazzatori e demagoghi che si differenziano l’uno dall’altro e riservano la loro predilezione alla seconda.

Altra complicazione, la più seria, il libro non poteva entrare in Francia; sarebbe stato letto solo dagli emigrati. Ora nessuno ignora che cosa diventano gli uomini in esilio, se non hanno la fortuna di trovarvi un’occupazione, e se non si identificano con il nuovo ambiente. Continuamente in rapporto gli uni con gli altri, e non possedendo tuttavia nessuna diversità per formare una società completa, suonando tutti la stessa nota, vivendo sotto l’impero degli stessi pensieri, obbedienti alle stesse motivazioni, essi non possono mettersi d’accordo. Ben presto, inacerbiscono, si accusano reciprocamente di essere stati la causa delle inevitabili divisioni, e poi, con l’aiuto della tristezza e della sventura, questi odi si avvelenano ogni giorno di più.

Quale fortunata occasione per quelli che hanno la pretesa di condurre gli altri, e questi non mancano mai! Si esagerano i torti senza importanza, si alimentano soggetti di discordia; e poi si irreggimentano i malcontenti. Ci si immagina, allora, che la Francia abbia gli occhi girati verso Londra, e che il suo polso acceleri ad ogni tempesta che si scateni in un bicchiere d’acqua.

Non ho mai potuto comprendere come qualche uomo di talento impieghi la propria vita per reclutare quattro o cinque partigiani che passano la loro a demolirlo. Se l’autorità è odiosa alla testa dei grandi Stati, almeno non manca di grandezza. Mentre, in esilio, essa è ridicola, gesuita, mendicante, e rimpicciolisce sempre l’uomo che cerca di impadronirsene invano.

Tutte queste cause messe insieme fanno sì che la voce indipendente che vuole essere ascoltata in un simile ambiente è subito, e con ogni mezzo, messa a tacere.

Sapevo tutto ciò, e davanti a tanti ostacoli esitavo. Fino al giorno in cui leggendo per la seconda volta la prefazione del libro l’Humanité di Pierre Leroux, vi trovai questo grande pensiero: “Il dubbio che regna oggi sui problemi fondamentali della filosofia e della religione è un supplizio così grande e generale che avrei pietà di un uomo che non fosse capace di mettersi al di sopra dei sentimenti del suo lavoro, e che questa cattiva vergogna gli fosse d’impedimento a dire quello che il suo cuore gli dettasse”.

Dopo aver letto queste righe, ringraziai dal profondo del cuore il filosofo che le aveva scritte, presi coraggio e cominciai. Otto mesi dopo pubblicai con questo titolo: De la révolution dans l’homme et dans la société, il mio primo studio analogico.

Quello che avevo previsto arrivò, e trovo utile che il lettore lo apprenda, poco curante di conservare arrangiamenti che non sono utili né alla libertà né alla verità né al popolo che dovrà in ultimo conoscerle ambedue, da se stesso.

La cospirazione del silenzio, la più odiosa delle cospirazioni, poi, all’estremo, la calunnia, la collera e l’odio sfiancarono i loro furori su questa raccolta di eresie e sul suo malaccorto autore. Non avevo che quello che meritavo. Perché avevo conservato il parlare chiaro quando tutti vi rinunciano? Gli uomini politici di Londra fulminarono scomuniche terribili; intorno alla mia persona e alla mia clientela si stabilì un cordone sanitario; miei amici personali che non condividevano tutte le mie idee, furono messi davanti all’alternativa di frequentare me o i gruppi di cui facevano parte. Infine, a Bruxelles, alcuni borghesi repubblicani strapparono le locandine di un opuscolo [La Barrière du combat] che avevo pubblicato insieme al mio amico Vauthier. E tutto ciò perché trovavamo che è tempo di gettare a terra gli idoli, di detronizzare i piccoli Cesari della democrazia, dicendo loro ogni verità senza impiegare il linguaggio parlamentare. Ciò li infastidisce considerevolmente, soprattutto quando fa effetto.

Nessun dubbio che se questa gente avesse avuto a disposizione pontoni, prigioni ed esili, ne avrebbe usato altrettanto largamente quanto il signor Bonaparte contro cui pubblicavano allora Napoléon-le-Petit. Si apprenda così a conoscere tutti quelli che vogliono governare. Ecco come comprendono la discussione e la libertà; ecco la fede che hanno nell’eccellenza dei loro principi! Fin quando sussisterà l’autorità, potere ed opposizione reciteranno la stessa commedia.

Traetene le conclusioni da voi stessi e non fermatevi a metà. Abbattete, abbattete sempre, non c’è nulla da conservare di ciò che esiste sulla terra! Non abbiate paura; la ricostruzione sarà più facile della demolizione; perché tanti più abusi eliminate al presente, tante soluzioni egualitarie preparate per l’avvenire.

Riguardo il mio primo lavoro non ho motivo di pentirmi d’averlo pubblicato. Se fu distrutto dalla censura della democrazia ufficiale, quelli che non avevano partito preso per nessun capo lo lessero con interesse. Inoltre, non cercavo i favori dell’opinione. Se posso essere utile ai proletari, non domando loro di essere pagato né oggi in contanti, né domani con usura.


Un autore non deve mai dimenticare che s’indirizza al pubblico, intelligenza multiforme e pigra, che giudica solo attraverso certi punti di riferimento. Egli non deve ignorare soprattutto che per servire al popolo, non deve tenere all’approvazione dei sapienti. Nel nostro secolo d’imitazione, si chiama saggio chi passa la propria vita a caricarsi la memoria delle idee degli altri, a rieditarle e raccontarle in tutti i campi. Per loro eterna espiazione, si condannino i sapienti a eterni concorsi!

“La lingua comune è sufficiente quasi sempre a chi ha delle idee chiare, dice Helvétius, e chi vuole istruire e non ingannare gli uomini deve parlare il loro linguaggio”.

Sono stanco di sfogliare, compulsare, estrarre, opporre autore ad autore, ipotesi a sistema, sistema a filosofia, logica a sofisma. Tuttavia non sono un sapiente, e di ciò ringrazio il cielo, non l’Università di Francia, che ha fatto tutto quanto le era possibile per avvelenarmi.

Tanto peggio per coloro che disturbano con sguardi gelosi la quiete dei bibliotecari. L’estrema erudizione è il più grande flagello della nostra epoca. I nostri contemporanei non sanno dire la loro opinione su nulla: essi citano. Non domandate loro un sentimento vero, uno stile originale o un apprezzamento personale: essi citano. Non supplicateli di non ripetere in greco e latino ciò che si trova in ogni pagina dei libri moderni: essi citano. I geroglifici orientali soprattutto sono alla moda; non c’è bisogno che il pubblico comprenda: si cita. Origliare una citazione, afferrarla per i capelli, trascinarla sfigurata su un foglio di carta bianco, ecco il più gran merito degli autori francesi contemporanei. È più comodo e più saggio.

Aprite un qualsiasi libro, le citazioni ne formano la parte migliore. Non so quale dei due, lo stampatore o l’autore, danno prova oggi di maggiore intelligenza. Siamo attaccati da un’endemica noiosa ripetizione. Per favore, lasciamo agli altri quello che hanno detto. Se non sappiamo fare altro che riprodurre, ristampiamoli, e non affatichiamoci a copiarli a mano. Come mai la scuola frrrancese soprattutto, la più illustre di tutte le scuole, può abbassarsi a questo mestiere di scrivano pubblico?

Mi sono chiesto, se riflettendo, osservando e comparando, gli altri hanno potuto rendersi conto della natura delle cose, anch’io lo posso. Perché sono fatto come loro, ho le stesse facoltà, un cuore che batte in un petto come il loro; nulla m’impedisce di pensare in modo sano come loro.

Gli uomini della nostra epoca sono naturalmente impressionati da loro stessi e dagli oggetti che li circondano, come lo furono e lo saranno gli uomini di tutti i tempi e di tutti i paesi. Come essi, anche la maggior parte si ferma ai primi passi, scoraggiata dalle difficoltà della ricerca. Ma che uno di essi si ponga lo stesso problema che si è posto qualche grande filosofo, che tenga a risolverlo con la stessa ostinazione; e necessariamente percorrerà la stessa strada del suo predecessore. Come potrebbe essere altrimenti, dato che parte dallo stesso punto e tende allo stesso scopo? La distanza da Londra a Liverpool è cambiata dopo che la ferrovia ha sostituito la diligenza? Che quest’uomo vada avanti con maggiore esitazione, che faccia più giri del primo, che abbia meno precisione, meno grazia e genio, è sempre lui che segue l’eterna direzione del pensiero umano, quando si applica ad un’opera qualsiasi. Tra questi due viaggiatori, la differenza emergerà per le modifiche che il tempo ha prodotto nella natura del cammino da fare, aumentando certi ostacoli, diminuendone altri, abbattendo gli antichi e creandone nuovi.

In questo modo sono nel giusto, e nel mio diritto, non credendomi né superiore né inferiore agli altri, né uguale a chicchessia, ma differente da tutti. Così non voglio essere il riflesso degli altri, rinchiudendomi nell’alibi della compilazione.

Aspiro ad essere me stesso, a camminare senza pastoie, ad affermarmi solo nella mia Libertà. In questo modo, gli errori o le verità che si trovano nella mia penna saranno miei e io sono pronto a risponderne.

Che ciascuno faccia come me, di quale condizione sociale sia, grande o piccolo, ricco o povero, artigiano o letterato, e si proclami libero. E non tormentatevi più della salvezza della Rivoluzione; essa sarà meglio nelle mani di tutti che nelle mani dei partiti.


Giovani del XIX secolo! Come potete respirare, tremando continuamente sotto l’assurda paura del ridicolo? Come potete vivere senza osare aprire la mano quando pensate sia piena di verità?

Soltanto i moralisti possono scrivere come Fontenelle: “Se tenessi tutte le verità nella mia mano mi guarderei bene dall’aprirla e di mostrarle agli uomini”. I nostri scrittorucoli borghesi sono tutti lì, con il loro talento letterario. Vi sfido a trarre una qualsiasi conclusione in tutta la collezione della Revue des Deux Mondes, l’enciclopedia politica meglio redatta del nostro tempo. Leggendo tutti quegli articoli firmati con i nomi più noti della letteratura e degli affari pubblici, ci si domanda come tanta erudizione possa essere messa a servizio di tanta bassezza.

Reagiamo contro questa torpida mania d’erudizione che, se non faremo attenzione, distruggerà il pensiero; rigettiamo il veleno che il metodo e l’abitudine inoculano nelle nostre vene, e che assorbiamo giorno per giorno.

Per conto mio preferisco soffrire tutta la vita nella rivolta che nella schiavitù; almeno non mi vedo costretto a disprezzarmi. I gesuiti e gli schiavi diranno che sono pazzo di orgoglio, giuro che sono soltanto pazzo di libertà!

Maledetto chi resta impassibile davanti alla tempesta sociale! Lo si getti a mare, ci si sbarazzi di un peso inutile, l’equipaggio avanza, invocando Colombo, Guglielmo Tell e Vasco da Gama!

Maledetto chi vuole farsi sentire nel mezzo degli elementi scatenati, quando la sua voce non riesce a superare gli urli del vento!

Maledetto chi teme il ridicolo, anche in Francia, e non sa gettare a questa società servile una parola di minaccia o di disprezzo!

Maledetto chi non vede e non soffre in questo secolo! Un uomo troppo felice non troverà mai il tempo d’interrogare l’immensità della natura e l’abisso del proprio cuore.


Per fare passare la Rivoluzione attraverso questo secolo come un ferro rovente, bisogna fare una sola cosa:

Demolire l’autorità.

Questa proposizione non ha bisogno di essere dimostrata. Che ciascuno s’interroghi e dica se è per sua volontà o per forza che sopporta che un altro si proclami suo padrone e agisca come tale.

Dica se non ritiene di valere quanto un altro.

Dica se è contento di fare ingrassare sempre papi, imperatori, re, rappresentanti, monopolisti, medici, istitutori, giudici, giornalisti, tribuni, direttori, dittatori.

Dica se non desidera essere al più presto sollevato da tutto ciò.

Dica se non capisce meglio da solo ciò che gli è utile e se volentieri si rimette nelle mani di altra gente.

Dica se non è intimamente convinto che la vera carità bisogna farla prima a se stessi, e che le proprie cose è giusto che siano più importanti di quelle degli altri.

– E io direi a quest’uomo: hai ragione di fare prima i tuoi interessi; la natura lo impone.

Sappi pertanto perché il tuo particolare interesse è sempre assorbito da un interesse più forte, comprendi infine che cosa ti isola dai tuoi simili.

Vedrai che è la sostituzione del segno alla cosa, della finzione alla realtà, della moneta al lavoro, dell’elemosina all’uguaglianza, della proprietà al possesso, dell’eredità all’usufrutto, dell’ingorgo alla circolazione, del dovere alla felicità.

Non era così tra i primi uomini; ognuno di essi trovava abbondantemente di che soddisfare i propri bisogni. Adesso, che abbiamo un maggior numero di strumenti sia di lavoro che di diletto è forse un buon motivo perché la ripartizione si faccia in modo ingiusto?

Bisogna scoprire l’iniquo principio in base al quale la maggior parte dell’umanità si trova esclusa dal diritto alla vita. Bisogna sapere perché i tesori della natura e i prodigi dello spirito umano sono confiscati subito e per sempre, salvo a rivendicarli.

Uomo! È grazie alla presenza della forza e dell’autorità che non è possibile avere fede nei princìpi.

Insieme, smascheriamoli sotto qualsiasi camuffamento, qualsiasi pretesto, qualsiasi santa apparenza essi si presentino. Sono pericolosi perché non si presentano mai nudi ai nostri occhi.

Proletari del XIX secolo! le ore corrono rapide nel quadro eterno del tempo. Un’attesa terribile eccita l’intelligenza, appassiona il sentimento, rende brucianti le palme delle mani, inonda di sudore la fronte. È la grande vigilia!... Un mondo si sfascia!... I tempi sono vicini!... Sono troppo febbricitante perché non sia vero.

Non bisogna più esitare. Non abbiamo più il tempo d’essere eunuchi. Pertanto affermiamo:

Che quello che essi chiamano Dio, è l’autorità che benedice il Delitto;

Che quello che essi chiamano Prete, è l’autorità che consacra il Delitto;

Che quello che essi chiamano Carnefice, è l’autorità che protegge il Delitto;

Che quello che essi chiamano Professore, è l’autorità che indirizza al Delitto;

Che quelli che essi chiamano Proprietario, Banchiere, Imprenditore, Commissionario, Borghese, Padrone, Re, Avvocato, sono infine le autorità che alimentano il Delitto.

Abbiamo già chiesto ai signori Mazzini, Louis Blanc, Ledru-Rollin, Etienne Cabet e altri aspiranti dittatori se la loro posizione consentisse di dire alla civilizzazione:

“La tua proprietà! è il furto; essa genera il furto – da distruggere.

“Il tuo matrimonio! è la prostituzione; esso perpetua la prostituzione – da distruggere.

“La tua famiglia! è la tirannia; essa sviluppa la tirannia – da distruggere.

“La tua morale! è la mutilazione; essa riproduce la mutilazione – da distruggere.

“Il tuo dovere! è la sofferenza; esso rende più dura la sofferenza – da distruggere.

“La tua religione! è l’ateismo; essa crea l’ateismo – da distruggere.

“La tua giustizia! è l’ingiustizia; essa giustifica l’ingiustizia – da distruggere.

“Il tuo ordine! è il disordine; esso riproduce il disordine – da distruggere”. – (Barrère du combat).

essi non hanno osato!... Non oseranno mai!...

Guardati soprattutto, Proletario! di marcare con le stimmate dell’infamia i tuoi fratelli che essi chiamano Ladri, Assassini, Prostitute, Rivoluzionari, Galeotti, Infami. Cessa le tue maledizioni, non li coprire di fango, salva la loro testa dal colpo fatale.

Non vedi che il soldato ti approva, che il magistrato ti chiama a testimoniare, che l’usuraio ti sorride, che il prete batte le mani, che lo sbirro ti eccita?

Insensato, insensato! non sai che prima di abbattere il toro minaccioso, il torero fa brillare nell’arena gli ultimi lampi della sua rabbia? E che essi si prendono gioco di te, come si gioca con il toro prima d’ammazzarlo?

Riabilita i criminali, ti dico, e ti riabiliterai. Non puoi sapere se domani l’insaziabile cupidigia dei ricchi ti costringerà a rubare quel tozzo di pane senza il quale moriresti di fame!

In verità ti dico: tutti coloro che i potenti condannano sono vittime dell’iniquità dei potenti. Quando un uomo uccide o deruba si può dire a colpo sicuro che la società dirige il suo braccio.

Se il proletario non vuole morire di miseria o di fame: o diventa cosa di altri, supplizio mille volte peggiore della morte; – o insorge insieme ai suoi fratelli; – o, infine, insorge da solo se gli altri rifiutano di condividere la sua sublime risoluzione. E questa insurrezione, essi la chiamano Delitto.

E tu, suo fratello, che lo condanni, rispondimi: hai mai visto la morte così da vicino per gettare la pietra contro il povero che sentendo l’orribile stretta, ha spinto il pugnale nel ventre del ricco che gli impediva di vivere?

La società! la società! ecco la criminale, carica di anni e di omicidi, che bisogna giustiziare senza pietà, senza più tardare.


Vi offro questo libro, proletari, ed impongo lo scandalo ai borghesi, questi pezzenti arricchiti da cui sono uscito.

Che i ri-vol- [furto] u-zionari ottusi si lamentino di me; che i loro Giovi mi fulminino; non c’è bisogno d’essere giganti per affrontare la collera degli dèi moderni.

Lo so, i partiti si scateneranno contro di me, il silenzio e l’isolamento copriranno la mia anima ardente. So benissimo che mi schiacceranno fin quando nel mondo la forza sarà la legge e la misura suprema.

Non importa, non ho paura degli uomini, perché parlo con sincerità, per spingere gli altri a seguire il mio esempio.

Ma non credo di avere forze sufficienti. La lotta e la meditazione affaticano e la solitudine compie ben presto l’opera di distruzione ch’esse hanno cominciato sulla nostra debole macchina. La fisionomia dell’uomo prende l’impronta della sua anima. I tratti del mio viso accusano la tensione del mio spirito e i tristi pensieri.

Mi sono impegnato su di una strada sapendo bene dove mi condurrà; ma mi sono detto: trascinare la mia vita nell’ozio dell’esilio è come morire ogni giorno ancora più dolorosamente, e con meno coraggio.

Pertanto, marcerò senza paura.

Fino alle officine dove l’uomo soffre, fino alle bicocche dove la vergine si prostituisce, fino agli orfanotrofi dove si martirizzano i poveri bambini... andrò.

E perseguiterò i governi nel loro prestigio, i partiti nella loro ipocrisia, i privilegi nel loro furto, i giudici e i carnefici nel loro crimine legale, la famiglia nella sua prostituzione, le nazioni nel loro isolamento, gli uomini nel loro servilismo.

Fin quando la mia voce potrà essere sentita, oserò; fin quando la mia energia vivrà, oserò; fin quando dureranno le mie forze, oserò sempre.

Lontano fin dove si estende il mondo, avanzerò; penetrerò profondamente dove si nasconde la miseria; attaccherò Dio, per quanto alto si mantenga.

Libertà, Libertà! dammi la forza di scrivere, di pensare e di vivere solo, fino al giorno in cui la mia vita monotona potrà precipitare nell’universale cataclisma.

Quando verrà la sera, veglia su di me, notte misteriosa!

Amica di quelli che soffrono, aprirò la mia finestra per riceverti. Conserva la voce del grillo del mio focolare, per farmi felice con il tuo canto.

Notte! ti chiamo durante tutto il giorno. Quando tu appari ho fatto un solco di più nel campo della vita, coperto di rocce; tanto meglio. Notte! tu rispetti il lavoro, e io amo il tuo silenzio; amo sentire il fuoco che scoppietta nel camino, il vento che geme al di fuori, le vetture che passano sulla lunga strada. I sogni della sera mi sorridono, quelli del mattino mi spaventano.

Quando suona mezzanotte, la società dorme qualche ora: mi appartengo. Gli ultimi colpi si sentono sui portoni; le coppie attardate si sbrigano ad andare a letto. È l’ora in cui si esce dai teatri, dai balli e dai caffè sontuosi; l’ora in cui la lussuria s’imporpora nelle taverne di Haymarket, l’ora della morte e della vendetta.

Neve! piangi sul mio tetto le tue lacrime d’argento. Mi sembrerà che la natura pianga con me sui crimini degli uomini.

Fin quando la mia mano non seccherà, continuerò ad accendere una lampada ogni sera. Domanderò l’ispirazione alla notte. Alla notte che sorveglia col suo occhio scuro i colpi assestati nel modo più sicuro!

Scriverò così, quando ogni rumore sarà cessato, perché le dispute dei civilizzati mi straziano il cuore.

Fino all’ora in cui il canto del gallo li sveglierà.


Ho sondato il mio cuore; l’ho riconosciuto diritto e fermo. Ho consultato il mio giudizio; l’ho trovato staccato da ogni forma di ambizione del potere o della fortuna. Ho provato la mia voce; essa è forte. Ho preso la penna e la mia mano non ha tremato. E ho scritto tutto ciò che la passione e il buonsenso mi dettavano. E non ho potuto dire che delle cose oneste. E tutto ciò che sostengo in questo libro è vero.

L’autore che calcola sa di mentire; soltanto, lo fa il più abilmente possibile. Quando sono riuniti in mucchio, come le mosche, i borghesi s’incoraggiano a vicenda ridendo della verità. Ma in fondo ognuno è uomo prima di tutto e chi leggerà questo libro sono sicuro che non riderà. Perché io non ho riso lavorandoci.

Notifico la sentenza di morte portata dall’eterna rivoluzione contro le vecchie società. Impongo la lettura a tutti in base al diritto che ha l’uomo che sa irritare le passioni della sua specie.


Gloria a te, Libertà!

Vi fu un tempo in cui leggevo molto; in quel tempo non vivevo. – Vi fu un tempo in cui accettavo le idee ricevute; in quel tempo non vivevo. – Vi fu un tempo in cui seguivo le mode; in quel tempo non vivevo. – Vi fu un tempo in cui mi comparavo a tutto; in quel tempo non vivevo. – Vi fu un tempo in cui mi guardavo attorno per vedere se non ero solo; in quel tempo non vivevo.

Ora penso e vivo; – mi tengo al di fuori di tutto, e vivo; – cammino in avanti, e vivo.


Gloria a te, Libertà!

I miei contemporanei non mi comprenderanno. Non ho la pretesa di allungare la vista ai miopi. I civilizzati non vivono che nel presente, essi sono incompleti. Io non vivo che nell’avvenire e sono anch’io incompleto. Io mi sono impadronito delle grandi linee del contesto sociale; essi non comprendono che dei dettagli infinitamente piccoli. Noi differiamo e l’umanità non è ancora completata per l’accordo di questi contrasti. Non ci può essere un’intesa tra me e il mio secolo.

Se sono impressionato per le cose dell’avvenire, non posso esserlo per quelle del presente. Se guardo a mille passi non posso vedere a dieci. Se mi lascio trascinare nell’orbita dell’eterna rivoluzione, non posso avvolgermi nei maneggi giornalieri dei civilizzati. Io ho scelto l’avvenire, l’immensità, la bella vita libera del pensiero.

Se avessi bisogno del giudizio degli altri per sapere ciò che vale questo libro, sarei singolarmente da compiangere. Perché i miei contemporanei mi rimprovereranno d’avere la vista troppo lunga; e le generazioni future d’averla troppo corta.

Se cercassi il successo non avrei altra risorsa che la disperazione. Perché il successo è di colui che traduce servilmente l’opinione del pubblico. Ora, io penso che il pensiero è l’uomo, e soltanto lo schiavo non osa dire quel che pensa. Sarei umiliato di essere dello stesso avviso di tutti.


Gloria a te, Libertà!

L’orgoglio non mi acceca, ho fiducia in me stesso. Lo scrittore è sottoposto alle stesse impressioni dei suoi lettori. Quando mi viene un’idea paradossale, esito ad ammetterla; sono colpito dalla mia stessa audacia. E poi, man mano che l’esamino più da vicino, mi rassicuro e scrivo, forzando il cervello pubblico a sostenere la lotta sostenuta dal mio. Naturalmente non uno solo di quelli che mi leggeranno si rivolgerà contro di me così come io mi sono rivolto.

Che cosa mi fa dopo di ciò la disapprovazione generale? Quelli che la elargiscono non hanno certamente riflettuto più di me sulle proposizioni che avanzo; nessuno mi giudicherà più sinceramente di quello che ho fatto io stesso. Lo ripeto: sono disinteressato e senza timore.


Gloria a te, Libertà!

In più, che cos’è un libro? Una conversazione un poco più ragionata, alla portata di tutti, nei termini fissati dallo stampatore. Il pubblico ha il diritto di domandarmi un certo numero di pagine; per controparte io ho il diritto di domandare un certo numero di apprezzamenti. Non posso esigere che approvi le mie idee; esso non può esigere da me che approvi i suoi pregiudizi. Consegno delle sensazioni che mi vengono restituite: è tutto. Se condividessi le opinioni banali sarebbe del tutto superfluo scrivere. Ho bisogno di intrattenermi col mondo, ma non voglio essere il suo schiavo. Tanto peggio per coloro che gli indirizzano introduzioni supplichevoli; essi autorizzano la sua insolenza. Non adulerò mai la folla; è il solo mezzo per farsi rispettare da questa.


Gloria a te, Libertà!

La Rivoluzione m’ha dato la febbre; non mi lamento, e non prego nessuno di compiangermi. Ma non posso esigere che tutti abbiano la febbre. Volere che i civilizzati s’appassionino alla rivoluzione sociale è presentare l’acqua ai cani idrofobi.

I borghesi mi leggeranno e diranno: “È una orribile sofferenza che lo fa delirare! Vedete: quest’uomo è giovane, e già le sue mani sono secche, le sue orecchie ronzano, i suoi occhi sono pieni di sangue; la tempesta delle idee si è scatenata nel suo cranio, e la sua testa geme come un abisso profondo. Terribile destino!”.

Se dicessi loro che la febbre ingrandisce, centuplica l’esistenza, che percorre i secoli in qualche ora: – riderebbero. Se dicessi che non esiste luce senza ombra, gioia senza dolore, Prometeo senza avvoltoio, fuoco divino senza bruciature, originalità senza febbre: – riderebbero. Se dicessi che non cambierei la mia sovreccitazione con la loro calma, il mio isolamento con le loro feste, la mia selvaggia mediocrità col loro lusso di servitori: – riderebbero ancora.

Non mi abbandonare fiducia in me stesso, prima delle qualità! Nero scoraggiamento resta sotto i miei piedi. Non voglio più sentire la voce della disperazione. Voglio sapere quello che l’organizzazione umana può sopportare come lavoro, come febbre e come delusione. Avanzerò nel dominio del Pensiero, fino al regno della Follia; saggiando i limiti della Rivolta, fino al Crimine, bevendo il contenuto della coppa di fiele. Soltanto allora potrò dire chi è pazzo o criminale nella Babilonia che crolla. Non m’importa che gli uomini mi accusino di follia, ma non voglio che possano accusarmi d’idiozia, di schiavitù e di menzogna.


Gloria a te, Libertà!

Chiunque abbia sofferto o gioito a causa del pensiero sarà toccato da questo libro, in quanto mi sono proposto di dipingere fedelmente le reazioni provocate in un uomo dall’ambiente che lo circonda. A prescindere dal partito cui appartiene, il lettore imparziale troverà nel testo dei passaggi che approverà, altri che condannerà; ma non ne troverà che lo lasceranno freddo. Sarebbe così di tutti i libri se gli autori apprendessero l’osservazione e si curassero meno dell’opinione degli altri.

Io non temo che qualcuno intraprenda un lavoro simile, poiché questo libro è me stesso. Non ho preso alcun impegno, nel passato come nell’avvenire, con gli altri o con me stesso. Se domani le idee che oggi sostengo mi sembreranno false, non avrò paura a contraddirmi. Per gioire completamente del suo pensiero l’uomo dovrà restare padrone di se stesso senza lasciarsi prendere dalla routine. La testardaggine è figlia dell’orgoglio e madre delle sette. Io non domando il permesso a qualcuno per pubblicare ciò che mi sembra giusto. Facciano attenzione tutti coloro che si sporcano le mani con l’inchiostro a seguire taluni consiglieri. Non mi ci sono mai trovato bene.


Gloria a te, Libertà!

Firmo questo libro come tutte le cose che faccio. Il velo dell’anonimato nasconde l’ipocrisia e la paura; non credo alla modestia, per questo non mi metto sotto il padronato di qualche celebrità. Non sono dell’umore adatto a sollecitare protezioni o a ricevere rifiuti. Non intendo rispondere che di me stesso. In merito alle idee non riconosco né amico né compagno né fratello né padre né madre né maestro né discepolo. Ho creduto in Dio senza conoscerlo, ho creduto negli uomini, e sono stato deluso; ho creduto nelle donne e sono stato tradito. Ora non credo che in me stesso. Perché io so quel che voglio nel bene come nel male, ma non esiste un uomo del quale posso dire la stessa cosa.

Per scrivere, bisogna che io senta vivamente; renderei incomprensibile il più bel pensiero di un altro, perché non l’ho concepito in me stesso nella forma che conquista il mio spirito. Non potrei pensare né come un altro né dopo un altro né con un altro. Allo stesso modo in cui non potrei digerire insieme ad un altro. Quello che la mia coscienza crede grande è grande, anche se tutta questa società corrotta sostiene il contrario. Sono più sicuro di me stesso che degli altri. L’uomo è perduto dal momento in cui cessa di pensare. Perché dovrei essere un altro? Perché gli altri dovrebbero essere me stesso?


Gloria a te, Libertà!

Avrei potuto benissimo mettere in testa a questo libro: “... di Ernest Cœurderoy, dottore in medicina, interno anziano degli ospedali di Parigi, membro della società anatomica, ex-delegato del popolo al comitato democratico-socialista della Senna, ex-membro del comitato delle Scuole, membro della società Elvezia, proscritto, condannato alla deportazione dall’alta Corte di Versailles, ecc., ecc.”. Ciò viene fatto e ha risultati positivi. Queste litanie di titoli si chiamano riconoscimenti. Singolare abuso di una lingua elastica!

Mi sembra, al contrario, che più accumulerei titoli davanti al mio nome e più annienterei il mio carattere individuale, per confonderlo, con una infinità di punti di contatto, con le caratteristiche della specie. Mi farei simile a tutti e differente da me stesso. Chiunque può diventare dottore in medicina, interim di ospedale, delegato del popolo e membro di società accademiche e strane, ma nessuno può essere me stesso e io non posso essere nessun altro. Il mio nome è l’epigrafe della mia vita. I miei titoli non faranno apprendere nulla su di me, le distinzioni non mi distingueranno. Essi potranno, al più, far sospettare che condivida i pregiudizi della classe medica e di quella politica. Perciò tengo moltissimo al mio nome e non ai miei titoli.

Solo i dignitari si rifiutano di capire una verità così semplice. L’orgoglio di questa gente è simile a quello della mula che porta i sonagli, o del cavallo che si porta dietro il postiglione. Più sono schiavi e più ne vanno fieri. Dignità di mastini che si disputano un osso!

I titoli sono i collari, le onorificenze le catene. I più alti funzionari sono gli ultimi dei servitori.


Gloria a te, Libertà!

Sterne, il critico amaro, affermava di aver preso la decisione di leggere soltanto i propri libri: egli tradiva così il nostro intimo segreto. È infatti nella natura dell’uomo considerarsi il centro del movimento universale e di rapportare tutto a se stesso. La storia, è lui; l’arte, è lui; la poesia, è lui; ogni cosa è in lui; egli è dappertutto. L’egoismo è la salute degli esseri; l’amore di sé regge l’umanità. Niente di più naturale, dunque, che trovi ciò che io faccio molto meglio di quello che fanno gli altri. Gli avversari di Sterne gli hanno rimproverato molto questo passo; ma ognuno di essi ha sicuramente pensato ciò che Sterne scriveva, a metà ridendo, a metà filosofando, secondo il suo stile.

Tengo talmente all’integrità del mio pensiero, che se dovessi mai diventare celebre, il mio più grande supplizio sarebbe quello di essere commentato dai bibliofili. Quale rabbia hanno questa gente di scarabocchiare il proprio nome sui monumenti! Essi credono di onorare Goethe, Shakespeare, Hoffmann, interpretandoli! Profanatori di genio, quanto vi paga l’editore Charpentier per ogni libro? Dio mio! salvatemi dai facitori di prefazioni. La gloria diventa veleno quando essi intingono la penna nella sua coppa immortale.


Gloria a te, Libertà!

Vi è chi costruisce sulla sabbia, basandosi sugli elogi dei suoi simili. Preferisco non sollecitare le carezze degli uomini politici; non cercherò mai l’appoggio di un partito. Chi è ferito grida. Le vendette dei partiti sono le più atroci. Attaccando tutti, invoco lo scandalo, passando avanti a tutti gli odi.

Vorrei essere tanto forte da riunire tutti i partiti in una lega contro di me. Farei vedere che possono strappare tutte le loro bandiere e su di un solo stendardo nero scrivere le sinistre parole: Ambizione, Guerra. Li sfiderei a tapparmi la bocca; a tutti costoro che hanno l’intrigo nel cuore, mostrerei ciò che può l’amore della libertà.

Certo, sarebbe utile far rotolare nella polvere tutte le maschere, e provare che il meno pericoloso dei partiti è ancora quello che governa, perché è meno ipocrita, e più attaccato dagli altri; e che la si può finire con esso in due giorni di buona volontà.

Che gli uomini cessino di fare delle rivoluzioni prima d’aver appreso a fare a meno del potere. Ch’essi non scrivano più prima d’essere in grado di superare le opinioni.


Gloria a te, Libertà!

Le foglie d’autunno coprono la terra d’un mantello di porpora; gli alberi abbandonano la veste e il sangue e allo stesso modo i miei anni s’involano come foglie disseccate: eccomi a contare i giorni.

La mia impresa non avanza come vorrei; l’esecuzione segue troppo lentamente le rapide ali del desiderio. Oh! quali angosce soffro quando sento la terra tremare sotto i miei piedi e il tuono percorrere il cielo grondante! Perché ho soltanto una testa e dieci dita che si stancano tanto facilmente? Vorrei dire tutto in una volta, ma vi è tanto da dire... non ho il tempo d’essere completo. Vorrei presentare i miei pensieri in tutta la loro luce; ma gli avvenimenti pressano facendoli numerosi; non ho tempo per essere corretto. Detesto scrivere a spezzoni. Vorrei fare un solo libro in tutta la vita, pesando ogni parola. In questo modo mi riassumerei. Non ho il tempo di conoscermi a fondo.

Una irresistibile potenza mi forza a dire presto e velocemente ciò che accade confusamente e presto. Scrivo sulle rovine di un mondo; come potrei non essere agitato? Annuncio l’anarchia universale, quale ordine potrei osservare?

Guardate l’uccello dei naufraghi. Il suo volo è irregolare, il suo grido penetrante, la sua ala acuta. Sulle onde vive solo e triste. Soltanto a proposito di disgrazie si parla di lui; ciò che tutti gli altri fa tremare è la sua unica gioia. Peraltro occorre che tutto venga contato, moltiplicato: la tempesta, il caos e le rivoluzioni.

Sono l’uccello dei naufraghi. Non mi spaventa il maremoto dell’animo umano, né le generazioni né le razze. Libero la mia ala ai venti furiosi e su ogni città sulla quale mi getto, volteggio, lanciando un grido sinistro.


Gloria a te, Libertà!

Scrittori circondati da tutte le comodità del lusso! – Voi che lavorate accanto ad un fuoco scoppiettante, in mezzo ai libri, ai quadri e ai fiori; – voi che poggiate i piedi su molli tappeti e le reni su divani; voi che riposate delle brevi giornate di lavoro con lunghe notti di piacere... voi non sapete quanta perseveranza occorre per scrivere, fare stampare e mettere in circolazione un libro come questo. Non avete mai fatto letteratura di contrabbando.

Quando scrivete non avete paura che la polizia vi disturbi con una perquisizione domiciliare, gettando i vostri scritti nei suoi dimenticatoi. Non avete bisogno di attraversare il mare per andare a cercare, nelle nebbie di Londra, le sole tipografie che siano d’accordo a riprodurre il vostro pensiero. I vostri libri sono pagati, annotati, diffusi in anticipo. Non vi siete mai privati di nulla per economizzare soldo su soldo la somma che vi domanda lo stampatore, l’editore e il contrabbandiere. Non avete la necessità di misurare la lunghezza delle frasi col peso della borsa: crudele supplizio! Vivete a Parigi, a Londra, a Vienna, avete a portata di mano tutti i documenti necessari. Siete ricchi; prendete come segretari poveri giovani pieni d’intelligenza, che vi intrecciano corone in cambio d’un pezzo di pane. Così scrivete: “La nostra società sboccia come un fiore alla rugiada e al sole, diffondendosi dappertutto agli occhi che la contemplano”. Quando Augusto ha bevuto, la Polonia è ubriaca. Scrivo una pagina a Madrid, una a Londra, un’altra in una diligenza, in un battello a vapore, in un albergo, a Parigi, quando sono nascosto a Losanna, a Bruxelles, su una tavola che zoppica, su di una pietra, sui ginocchi, nel letto, quando fa troppo freddo. Malgrado tutto faccio editare le mie opere. Se lo sapessero i miei familiari se ne farebbero una malattia. Quando questo lavoro uscirà la proscrizione si farà sentire. Poi mi avvolgeranno nel sudario. Infine, la polizia imperiale e demagogica, che mi avrà un poco dimenticato, tornerà a onorarmi della sua sollecitudine. Ecco che avrò guadagnato.

Sia: in qualsiasi posizione si trovi l’uomo non deve lasciare che il suo cuore si paralizzi, e gli incitamenti non gli mancheranno mai. L’esilio abbatte soltanto coloro che si vogliono lasciare abbattere, rafforza coloro che si irrigidiscono. Mi aggrapperò alla roccia della resistenza fino a farmi sanguinare le unghie; cercherò la voluttà nell’eccesso della riprovazione.


Gloria a te, Libertà!

Mi si chiede perché non scrivo in versi. Perché, pur avendo l’anima del poeta non ho la pazienza del rimatore; – perché non è il momento delle modulazioni; – perché l’ispirazione poetica non consiste nella prosodia; – perché grandi poeti, il Salmista, Ezechiele, Gesù, Maometto, Budda, San Giovanni, hanno scritto in prosa; – perché gli ultimi, Byron e Goethe, hanno calpestato le scuole; – perché voglio restare libero, mentre il poeta si rende schiavo del metro; – perché nel dominio delle idee, come in quello dei fatti, noi soffriamo il governo; – perché nell’umanità futura, i veri poeti saranno gli spiriti più ribelli a ciò che oggi chiamiamo poesia.


Gloria a te, Libertà!

Perché non arrivate a delle conclusioni? Che cosa volete? Qual è il vostro sistema? – Non ho sistemi o conclusioni da presentare; non posso e non voglio: non desidero nulla. E qualora volessi stabilire un governo tipo Licurgo o tipo Icaria, o qualche organizzazione di lavoro – cosa molto facile – non lo potrei. Guardate cosa resta dei magnifici piani di riedificazione dei signori: Owen, Etienne Cabet e Louis Blanc! Di Fourier restano soltanto le sue giuste critiche, le analogie universali e le grandi predizioni.

Chi si occupa di scienza sociale può fare soltanto una cosa: sottolineare con una matita rossa gli edifici che devono sparire. L’uomo è troppo limitato per comprendere l’insieme degli oggetti e dei secoli che concorrono alla ricostruzione sociale. Solo l’umanità nel suo insieme può ricostruire; eterna e signora della propria azione a tutti i livelli.

L’uomo che cerca di elevarsi non fa altro che creare, contro la società, sette transitorie. Un solo uomo, armato di piccone e di coraggio, può abbattere una casa, ma non saprebbe costruirla. Per ricostruirla occorre impiegare lavoratori specializzati nei diversi settori: quelli che sanno tagliare la pietra, quelli che limano il ferro, quelli che scelgono il legno, quelli che tappezzano, che arredano, che decorano. Per quanto ben organizzato un uomo non può riuscire bene che in un solo lavoro. La società è più grande del signor Louis Blanc, più saggia del signor Etienne Cabet, più progressista dei ri-voluzi-o-nari. Non sono con i ri-voluzi-o-nari ma con la Rivoluzione. Non sono a favore dei creatori di sistemi, ma a favore della scienza.


Gloria a te, Libertà!

Qualcuno mi dirà: perché non sei stato più lungo? Qualcun altro: perché non sei stato più breve? Perché non sei stato soltanto filosofo o soltanto poeta? Perché non svolgi ciò che affermi? Perché nel momento in cui abbiamo tanto bisogno di unione ti assumi il compito di dividerci? Perché non risparmi nessuno? Perché tanto sarcasmo? Perché tanto sentimento? Quale genere, quale ordine hai adottato? Perché non indicare alcune idee? Perché insistere su altre? Perché ripetersi? Perché non essere completi? Perché tante digressioni, oscurità, strofe? Perché i giochi di parole? Perché i canti lugubri?... Perché? Perché?...

E voi, uomini seri, perché vi radete? Perché portate la giacca? Perché prendete lezioni di danza? Perché vi fate mettere i denti? Perché vi dedicate alla ginnastica della riproduzione? Perché impiegate un’ora a mettervi la cravatta? Perché pescate alla lenza? Perché mi leggete?... Perché? Perché?...

La vita è lunga, e ognuno la passa a suo modo. Io spendo il mio tempo nel modo che più mi aggrada. Chi mi garantisce che domani sarò vivo? Voglio scrivere oggi quello che penso oggi. Considero tempo perso le ore passate a magnificare la grammatica e l’arte poetica di Boileau, principe dei poeti frrrancesi. Se l’uomo domanda sempre il perché e il come di ciò che vuole fare, non farà mai nulla. L’esitazione è madre dell’Ozio accomodante e della Schiavitù smagrita.


Gloria a te, Libertà!

Il mio scopo è stato quello di dare coscienza a ciascuno del proprio valore, intraprendendo da sconosciuto un’orgogliosa rivolta contro le autorità che gravano sugli uomini. L’unità umana non ammette più di un individuo; l’unità sociale non comprende meno di tutta l’umanità. Sarà pertanto contro gli interessi dei partiti che annullano l’individuo e contro i pregiudizi delle nazioni che scindono l’umanità.

Sarei curioso di fare uscire anonimo il mio libro; vorrei sapere a quale autore celebre lo attribuirebbero. Mi rallegrerei dell’imbarazzo di questo pover’uomo che non oserebbe né accettare la responsabilità dei miei paradossi, né declinare il merito d’essere stato tanto originale.

Perché ho riflettuto e ho trovato notevole questo libro, in un secolo in cui nessuno osa pensare come me. Il giudizio del pubblico è l’ultima delle mie preoccupazioni. Il pubblico non è forse fatto per divertirci?


Gloria a te, Libertà!

Il mio scopo è quello di essere letto da tutti i popoli con un uguale interesse. Mi sono immerso nella vita nazionale di ognuno. La mia esistenza errante mi ha permesso di vedere parecchio. La sola lingua che scrivo pressappoco correttamente è la più diffusa in Europa. I Francesi sono favoriti nella loro ignoranza.

Pongo la prima pietra di quell’edificio che gli uomini eleveranno scambiando i loro pensieri da un capo all’altro del mondo. Rompo con la tradizione letteraria francese. I popoli vanno l’uno verso l’altro. Quando si tendono le braccia invece delle spade abbisognano di una lingua comune. E come il pensiero precede la lingua, cerco di interpretare il pensiero dei popoli in quest’ora solenne.

(23 marzo 1854). Ecco arrivare la primavera. Ecco gli alberi germogliare, i fili d’erba spuntare nel terreno come migliaia di spade. Gli uccelli riprendono i canti gioiosi, i ruscelli corrono più veloci: la terra si prepara a ricevere il terribile sole. Sento da lontano gli eserciti che si allineano, le trombe che risuonano, e i nitriti dei corsieri. I fucili luccicano: – l’umanità si prepara a ricevere un sole non meno terribile. Andiamo incontro a grandi giorni e grandi liberazioni.


Gloria a te, Libertà!

Ogni cosa arriva a suo tempo: frutti, fiori, estati e inverni. – Ogni astro ha la sua ora e ogni uomo il suo secondo. – Una rivoluzione non è un accidente. – Un libro non si fa per caso.

Questo risponde alle aspirazioni di libertà che gli individui posseggono, e alle tendenze unitarie che agitano i popoli. La sua ora è suonata. Non sono più padrone di fermarlo, più di quanto non fossi padrone di concepirlo.

Gli uomini non saranno sempre divisi dai capi. Verrà un tempo in cui mi si ringrazierà d’aver detto delle cose vere. – Non mi abbasserò fino a domandare l’approvazione degli uomini di oggi.


Gloria a te, Libertà!

Privilegiati, senza gusto, – diseredati senza pane! Ricchi senza cuore, – poveri senza famiglia! Soddisfatti senza viscere, – proletari senza istruzione! – Sazi e affamati! Tiranni e schiavi!... Ascoltatemi.

Cani da palazzo, puliti ma capaci di mordere nell’ombra; – lupi della grande foresta, magri e coraggiosi! Voi tutti che avete ancora una vena sotto la pelle, un muscolo sull’osso, voi le cui orecchie sentono ancora e i cui occhi ancora vedono!... Ascoltatemi.

L’abisso dei futuri angeli mi attira. In fondo, vedo il Tempo che aguzza il ferro sulle ossa, e che falcia le generazioni come l’erba delle praterie.

Il Tempo è ben più potente di me, io sono soltanto un mortale. Ciò che egli mi spinge a dire lo dirò.

Malgrado il riso di sarcasmo e le urla di odio; malgrado la furia delle folle umane che le mie parole solleveranno come un gran vento; malgrado le trappole che i partiti tenderanno sulla mia strada.

Perché l’esplosione del mio riso e il ruggito della mia ironia saranno più forti dei loro bisbigli. Perché mi cullerò in mezzo alle folle e i clamori saranno dolci alle mie orecchie: strapperò le trappole con i denti.

Sfuggirò i civilizzati ad uno ad uno, perché hanno giurato di farmi tacere. Lascerò dietro di me minacce che li faranno tremare. Si sentiranno come i rulli del tamburo sul mare, molto tempo dopo che la nave è passata.

Sfuggirò dappertutto i civilizzati, perché il rumore dei loro piccoli affari distoglie la mia attenzione dalla grande opera dei tempi. Ma il mio nome li ossessionerà quando saranno tristi, i campanelli d’allarme lo ripeteranno, e, sopra le croci delle tombe, lo leggeranno le vedove e gli orfani.

Mio padre e mia madre dopo avermi generato si riposarono. Lo spirito divinatorio dell’una e le aspirazioni di rivolta dell’altro si sono mescolati nel mio sangue. Il midollo delle mie ossa grida. Soffro tutto ciò che questa penna scrive.

Ho morso, pieno di avidità, il frutto della scienza e mi sono rotto i denti. I dottori ridono, loro che tagliano i frutti saporosi con coltelli d’argento dorato e lasciano il nocciolo ai segretari.

Mi domandano perché faccio questo libro; rispondo: perché il fanciullo protesta quando si commette un’ingiustizia davanti a lui; – perché il marinaio che vede biancheggiare le onde da lontano, sa che porteranno ben presto dei cadaveri sulla riva; perché l’uomo che non si preoccupa degli interessi presenti, sente col cuore di un fanciullo e vede col colpo d’occhio dell’uomo di mare.

Maledetti quei milioni di civilizzati che non vedono e non sentono. Saranno trovati leggeri sul piatto dell’eterna bilancia.


Gloria a te, Libertà!

Giorni di tristi riflessioni che mi portarono a pubblicare I giorni dell’esilio...

Voglio che viva come un proscritto!
pallido, estenuato, per nove volte nove giorni,
che dimagrisca, deperisca, languisca. Sempre.
Shakespeare

Amare la natura, l’aria, il sole, la notte, la luna timida, le radiose stelle, e il mantello blu del cielo gettato su tutto; – possedere gioventù, salute, vigore; – essere eccitato dall’amore; – non poter serrare senza emozione la mano di un uomo, senza sentire il sangue bruciare sotto lo sguardo di una donna; – perdere la testa allo spettacolo delle ingiustizie della società; essere fatti per gioire di tutto e per tutto domandare; – … E vedersi privati di tutto, e essere soli e passare in mezzo agli uomini come un’ombra piangente; questa la mia sorte.

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!

Ho vissuto nelle città, soggiorno dell’opulenza; mi sono arrampicato fino alla sommità dei monti dove saltellano i camosci; mi sono steso sui divani dei salotti, sui flutti azzurri dei laghi e dei mari; ho fatto sanguinare sotto gli speroni i fianchi del rapido corsiero; ho sacrificato le bestie dei campi alla mia sete di felicità... E sempre la felicità mi è lontana.

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Chi mi riporterà quei tempi in cui non vedevo nella vita che due occhi e intorno a me soltanto fiori. Chi mi riporterà i giorni della mia infanzia! Allora, era la gioia nei baci di mia madre, nelle braccia di mio padre, negli occhi con i fanciulli della mia età, nelle carezze di un cane; la gioia nell’andare a letto, la gioia al risveglio, sempre la gioia. Allora credevo alla benevolenza del genere umano, perché gli uomini qualche volta mi abbracciavano e le donne passavano la mano nei miei capelli. Allora credevo alla felicità, perché l’analisi dalle dita magre non aveva fatto appassire il fiore così fresco delle mie illusioni... E ora!...

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Uomo, guàrdati dall’analisi. L’affanno è alla base di ogni esame troppo approfondito di se stessi, come la feccia nel fondo del liquore puro. Questo avvoltoio si accanisce sull’uomo, ghiaccia il suo ardore e beve il suo sangue. Dove trovare riposo quando l’anima è triste e bisogna comunque portarla? Non c’è patria, non c’è famiglia, non c’è amante che può strapparci a noi stessi. Non c’è sole, non ci sono acque correnti capaci di rinverdire le illusioni appassite; non ci sono foreste sufficientemente nere, o grotte così nascoste, o fiumi così rapidi da perdere il dolore, e non rivederlo mai… Uomo guàrdati dall’analisi!

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Adesso non posso addormentarmi, non posso svegliarmi senza che il cuore trabocchi d’amarezza. Le mie notti sono senza sonno; e se dormo l’incubo mi torce lo stomaco, le allucinazioni mi tengono aperti gli occhi, le confuse fantasticherie, gli affanni che gridano all’orecchio come un topo calvo, mi svegliano e mi fanno torcere nel letto come un torturato dantesco. Adesso i miei giorni sono divorati dall’oscura noia e dalla malinconica disperazione. Vorrei accelerare la marcia delle ore, esse mi sembrano mille volte più lunghe; vorrei perdermi nei campi o rinchiudermi nella mia camera; vorrei agire e meditare; annegarmi nel lavoro o incendiarmi nelle voluttà; vorrei vivere e morire; essere e non essere. Antagonismo eterno, monotono, intollerabile! Lotta infernale, senza scopo, senza gloria!... Come sono felici gli uomini che non l’hanno mai provata!

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Mi si diano cani, polvere, una doppietta e un buon cavallo! mi si collochi dietro una barricata; mi si conducano malati, mi si dia una tribuna, un giornale... In nome del cielo, l’azione! Vegetare a ventotto anni nell’isolamento e nella malinconia: ah! mille volte meglio scavare la terra!

Ma dove trovare un terreno da rimuovere, oggi che la proprietà è circondata da muraglie? Dove trovare malati da curare, oggi che l’arte di guarire è diventata un monopolio? Dove cercare insurrezioni e guerre d’indipendenza, una bandiera per sudario, oggi che l’Europa si inginocchia sotto la spada dei re?

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Resta da concludere che gli uomini possono spogliare un loro simile del suo diritto di vivere? Che possono strappargli la lingua, i polmoni e il cuore; smembrare i suoi organi con le unghie, fracassare i suoi piedi e gettargli in faccia i pezzi sanguinanti? È loro permesso di braccarlo come una bestia feroce, di legarlo, imprigionarlo e spedirlo come una balla di mercanzia? È loro permesso di esporlo sulla strada, alla pioggia, al freddo, alla rabbia della tempesta? Hanno diritto sulla sua vita, che non gli hanno dato, e anche sul suo cadavere, al quale rifiutano sei piedi di terra?... Bisogna che il diritto di asilo sia consacrato come la conseguenza primaria della solidarietà dei popoli. Per quanto mi riguarda non sarà mai senza rivendicazione che mi lascerò trascinare da un esilio all’altro.

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Sì, il pensiero s’innalza sotto l’ala grigia della sventura! Sì, l’uomo piange con delizia quando la sua coscienza è in pace! Sì, gustiamo una divina vendetta pensando che tutti ci fanno del male, e che noi non abbiamo fatto male a nessuno! Ma rinchiudersi con le proprie meditazioni, abbassare le tendine per non vedere il giorno, e sognare per quanto dura la notte, o tutta la vita? Il mio cuore batte, le mie membra sussultano, parlo per non mi dimenticare: l’uomo non è fatto per vivere solo, come il gufo e il prete, nel mezzo delle tombe.

Ah! sventura, sventura sull’esiliato!


Omero, Milton, sublimi ciechi! Dante Alighieri, i cui tratti duri riflettono il tormento dei dannati! Petrarca, cantore dell’amore ideale! Tasso, Ariosto, cuori traboccanti di poesia! Cervantes, che conobbe la miseria! [Luis de] Camões, che raccontò i successi dei figli della Lusitania! Troppo sensibile Jean-Jacques, artigiano della sua stessa sventura! Byron, troppo divino per un inglese! Schiller! e, infine, [Georg] Herwegh, bardo entusiasta della libera Germania, grandi esiliati! quanto avete sofferto.

Ah! sventura, sventura sull’esiliato.


Correte per le campagne, fanciulli! Cercate la belladonna desolata che cresce nei terreni incolti: la mia anima muore di tristezza...

Ecco, pianta sinistra, dalle foglie scure, erba pericolosa che rende e distrugge la salute, che dà il sonno o la morte.

Oh! perché la terra ti fa germogliare nel suo seno? Perché gli uomini provano piacere ad ammalarsi? Perché vi sono medici e farmacisti?

La belladonna, è la triste immagine dell’esilio: dapprima è gradevole al gusto, poi, amara, uccide gli imprudenti che l’hanno assaggiata. Non la toccate, fanciulli! Non la portate alle vostre rosee labbra, le vostre madri moriranno ricevendo il vostro ultimo sospiro.


Sfoglierò i petali della nera belladonna, come le ragazze sfogliano la bianca corolla delle margherite. E li getterò al vento con le strofe del mio racconto. Che avvelenino o no, che m’importa? la mia anima trabocca. La società ed io siamo vecchi nemici. Non gli renderò mai ferita per ferita.

Racconto

Nel 1848 ero studente a Parigi. A ventitré anni di già le preoccupazioni mi avevano fatto cadere i capelli. Il tempo, infaticabile precursore della morte, utilizza tutto per colpirci, attaccando per primi coloro che non riescono a separarsi dalla tristezza. Da quando ho cominciato a pensare, il mio spirito segue la fatale china della riflessione sulla quale non ci si arresta.


Figlio unico di borghesi agiati, ma parsimoniosi, ho sopportato in pieno le volontarie privazioni impostemi dai miei genitori, gemendo ogni giorno per la loro ostinazione senza motivo, per le loro lamentele senza fine. Ho passato lunghe ore a piangere con mia madre, a raccogliere le impudenti confidenze del suo dolore. Le lacrime di una madre cadono come un lievito di assenzio nel fondo del cuore vergine di un fanciullo.


Cantino pure gli scrittori impegnati le false felicità della famiglia attuale; io ne dirò, invece, le pene, troppo reali, purtroppo! Dirò ciò che vi è d’inflessibile nell’ingiustizia della volontà paterna, di vessatorio nelle esigenze della vanità materna, d’inutili angosce diffuse sulla fragile vita del fanciullo. Dirò come la povera creatura venga sospettata, sorvegliata, perseguitata nei divertimenti, nei pianti, nei passatempi, nei giochi; fino nel sonno. Dirò come la stupida emulazione dei familiari imprigioni il fanciullo negli abiti alla moda, lo curvi su di un lavoro incomprensibile, l’inginocchi nelle chiese, l’incateni presto un carnefice che si chiama professore, castratore diplomato di ogni audacia e di ogni fierezza. Affermerò che è là il più odioso e brutto dispotismo, che prepara al fanciullo, divenuto uomo, una lunga catena di torture.


Famiglia, legame volontario di due cuori che si adorano, segreto santuario dei più intimi affetti, gioia della donna feconda, riposo dell’uomo forte, rifugio del bambino indifeso... così i borghesi ti hanno sporcata sotto i loro freddi abbracci! Vergine pura e libera, figlia e madre dell’amore! come ti hanno garrottata nei contratti, annegata nell’acqua benedetta, prostituita nella pubblicità! Come hanno fatto di te una caverna di ladri! – Et fecerunt eam speluncam latrorum!


Così pensavo, e sulle mie pallide labbra errava un anatema che mi faceva tremare. “Ah! mi dicevo, non sono forse il figlio di artigiani laboriosi e semplici, imprevidenti del domani? Come loro lavorerò, come loro vivrò alla giornata. Si ferma forse il sangue nelle arterie dell’uomo, come il segno delle ricchezze nella cassaforte del banchiere? Perché quelli che mi hanno fatto nascere hanno legato le loro anime alle pietre delle loro case e ai limiti delle loro eredità, mentre il mio pensiero s’invola sulle forti ali della Libertà! Perché?... È un errore loro, oppure è l’ingranaggio della società che li distrugge? Le punte del sasso non scompaiono sotto la spuma del torrente? Li piangerò, ma non li maledirò mai: questa maledizione ricadrebbe sulla mia testa. Ma guerra al coltello a quest’ordine d’iniquità che mi fa nemici gli esseri che dovrei avere più cari.


Avevo scelto lo studio della medicina come il più adatto al mio spirito. Mi dicevo che in ogni caso l’uomo è migliore nella sofferenza che nella prosperità. Pensavo che era ineffabile e pura la felicità di chi arresta il sangue, versa un balsamo sulle afflizioni, una speranza sull’abbandono. Naturalmente avido d’istruzione e geloso di percorrere una brillante carriera, arrivai rapidamente all’internato degli ospedali.

Disprezzavo il mondo che ero obbligato a frequentare, società di borghesi eccentrici, dove si sentiva la sordida avarizia sotto la prodigalità da parata, la debolezza sotto il grasso, il digiuno sotto l’indigestione, la corda sotto il tessuto, il tradimento sotto il sorriso, il vecchio rame sotto un foglio d’oro. E questa gente mi ricompensava con pari mercanzia, perché il cuore dell’uomo è un’eco fedele che rende odio per odio, come amore per amore. Forse, nel mezzo dei circoli della nobiltà, anch’io sarei diventato un perfetto gentiluomo; ma il disgusto per la vita borghese, il vago bisogno di poesia che erano in me, mi stomacarono da questi esseri oziosi. La mia stella me ne preservò.


Non amavo le donne viziate, il vino blu, la pesante birra, le carte e il biliardo che abbrutiscono, le nauseabonde emanazioni delle sale da caffè. Così mi si vedeva raramente in mezzo ai miei condiscepoli che la politica di Luigi Filippo si sforzava di avvolgere in un abisso di degradanti piaceri.


Tuttavia, siccome ero estremo in tutte le cose, mi accadeva a volte di bere fino ad ubriacarmi, di cantare fino a stordirmi, di danzare fino alla fatica e di coricarmi fuori fino allo sfinimento. Ma questi eccessi duravano poco, la sazietà mi riconduceva alla mansarda. Allora erano le lunghe meditazioni coi miei libri, gli intimi sfoghi con i miei malati, le interminabili sedute vicino ai cadaveri. Funesti incontri tra un giovane che pensa e morti che non parlano!


Simili ai venti del mezzogiorno che bruciano le piane senza fertilizzarle, le immaginazioni come la mia consumano rapidamente il loro involucro d’argilla. Quando si applicano a sondare i misteri della scienza, alterate, anelanti, si appropriano presto delle leggi generali. Poi, stanche, disperate, si fermano davanti alla fastidiosa aridità dei dettagli. Esse diventano indifferenti allo studio come altre al piacere, e nulla potrebbe farle andare avanti; perché non è l’interesse ma la passione che le guida.


Ero là, e in tutta sincerità mi domandavo spesso se non fosse stato meglio per me trovare la noia nel fondo d’una coppa che nell’ultima pagina di un libro.

Rivoluzione

1° maggio 1848

Gioisci, anima mia vedova! Ecco arrivare il tuo nuovo fidanzato che avanza in una nuvola di polvere! Salve! lampo scintillante che rischiari il cielo nero. Salve! scure che stacchi la catena orgogliosa. Salve! fulmine che scuoti le guglie delle chiese. Salve! spada che fai volare le teste dei re. Salve! uragano che disperdi le pagine dei codici e gli avanzi degli eserciti. Salve! arcangelo della Rivoluzione!


Ascoltate il tuono degli spaventi!

Che la terra saltelli sulle sue fondamenta, come, sul treppiedi, la Pitonessa posseduta dallo Spirito! Che si apra per inghiottire ogni iniquità nel suo inferno di lava! Che il suo seno sia solcato dagli zoccoli dei cavalli, dai calci dei fucili, dalla bocca dei cannoni!

Che i popoli si levino contro il privilegio, come le onde del mare contro le dighe costruite sulla riva!

Che si rispondano da montagna a montagna con grida di guerra e segnali d’allarme!

Che la campana a stormo risuoni per le campagne accendendo la rabbia nelle viscere dei contadini!

Che la pianura resti incolta, la prateria senza bestiame, la foresta senza cacciatori, e la vigna senza germogli!

Che le scuole vengano disertate per i campi – che i preti strappino le croci dalla terra per farne clave; – che nessuna ragazza metta l’anello della promessa al dito del suo fidanzato; – che nessuna sposa diventi feconda; – che nessun marinaio spieghi le vele al soffio della brezza!

Perché quelli che hanno seminato non raccoglieranno; – le greggi non saranno abbattute da chi le condusse alla pastura; – l’uomo caccerà l’uomo; – ogni raccolto e ogni vendemmia saranno distrutti dai piedi dei soldati!

Perché, in questi giorni di lutto, gli uomini assisteranno a scene di assassinio ignote ai tempi barbari; – i vinti saranno fucilati, squartati, impiccati; essi imploreranno inutilmente le leggi di guerra. – Fragili ragazze s’irrigidiranno d’orgoglio sotto la frusta del grossolano croato; – donne partoriranno in carceri infette, e battezzeranno i loro neonati con lacrime amare!

Perché il cielo si velerà d’una nuvola di sangue. La Rivoluzione, la vergine con l’occhio selvaggio, sarà vista nelle strade affollate, mentre arma il braccio del povero, solleva i sassi, riempiendo l’Europa di combattenti. Cittadelle imprendibili crolleranno al suono della sua voce; re potenti si inchineranno nella polvere davanti alla sua spada nuda. Essa getterà cinque repubbliche come sfida alla Santa Alleanza.

Poi, sui bastioni di Comorn brillerà l’ultima torcia della guerra tra le mani della Libertà.

Poi, tenderete l’orecchio ma inutilmente, lo poggerete a terra e la terra non tremerà dopo il rumore confuso delle battaglie, silenzio di morte.

E questo silenzio non sarà interrotto che di tanto in tanto dagli editti dei tiranni, dai singhiozzi delle donne, dal baccanale delle truppe, dallo stridere della corda sul legno di qualche patibolo, dal rumore di una testa che cade nel paniere fatale, e dagli inni della Repubblica per coloro che partono per l’esilio o per la lontana deportazione.

Una volta ancora i popoli saranno vinti dai re!


Così canterò: e queste imprecazioni alleggeriranno la mia collera, come la schiuma rinfresca il delirio dell’Oceano, come le prime gocce di pioggia scaricano il nembo dell’uragano, come i flutti di lava temperano la febbre del vulcano.

Così, non ero più l’uomo dall’incedere curvo, dallo sguardo fisso, dalla fronte preoccupata, stufo dell’odore dei cadaveri. I lampi di Febbraio mi avevano scosso dal mio scoraggiamento, ero stato risvegliato dalle acclamazioni di un popolo libero, respiravo agevolmente, in quell’aria satura dei clamori della sommossa. Lontano da me, lontano da me avevo gettato la tunica avvelenata che la noia spiega sulle spalle degli uomini solitari. E mi ero slanciato, i capelli al vento, verso la stella della speranza che la Rivoluzione faceva brillare davanti a me. Fino all’estremo limite del mondo, avrei seguito questa stella con l’ardore dell’amante che scopre infine la fidanzata dei suoi sogni.

I club mi avevano visto, e la timidezza che altre volte mi rendeva muto, non mi aveva impedito di trovare nella mia indignazione accenti d’eloquenza. Perché dice sempre bene colui il quale è veramente emozionato e fa correre il grido della sua anima sulla testa della moltitudine.

Conoscevo il popolo, l’avevo seguito in tutte le manifestazioni del suo pensiero, in tutti gli atti della sua vita, dal suo giaciglio di morte al suo trono di pietre. La Rivoluzione m’aveva reso la vita, essa poteva ridomandarmela presto: ero pronto.

La mia vita era un continuo delirio, un insaziabile bisogno d’agitazione. Da quel momento, giorno e notte, una voce incessante al mio orecchio, gridava: avanti! avanti!

17 marzo – 15 maggio – giugno 1848

Avanti! Siamo lontani dai giorni di febbraio. Ecco il 17 marzo, primo tentativo di una timida reazione, prima ipocrisia dei borghesi senza princìpi ai quali la Repubblica confidava i suoi provvisori destini.

Ecco il 15 maggio, uragano di un giorno, che portò via i migliori figli della libertà, quelli che eravamo abituati a vedere primi sulla breccia. Si levarono il mattino, in nome della solidarietà dei popoli, la sera ricaddero, strettamente garrottati più di prima, come questa Polonia martire che volevano risuscitare. Onore a voi [Armand] Barbès, [Auguste] Blanqui, Laviron, [Napoléon] Chancel, [François-Vincent] Raspail, il vostro esempio sarà seguito, ma troppo tardi per la Rivoluzione!

Avanti! Avanti! Ecco giornate scure. Mai la storia ne ha raccontate di simili dopo Spartaco; mai essa potrà ricostruirle senza avvolgere un panno intorno alla sua penna e bagnarlo nel sangue.

23, 24, 25 giugno 1848! Mai, sulle rive della Senna, un sì caldo sole si alzò su tanti morti; mai le acque del fiume furono così rosse di sangue; mai furono strappate tante pietre dal selciato; mai le voci sorelle della campana a stormo e del cannone si confusero nell’aria con sì formidabile ruggito.

Non fu una sommossa di bottegai, ma una rivolta di angeli ribelli che poi non si risollevarono più. Tutto ciò che il proletariato di Parigi racchiudeva d’energia invincibile e sublime poesia cadde in quei giorni nefasti, soffocato dalla reazione borghese, come il frumento dall’erba sterile.

Essi disdegnarono i calcoli della Diplomazia ingannatrice o dell’Opportunità intirizzita; fieri figli del popolo marciarono rispondendo all’appello della Libertà, arrestandosi solo quando furono chiamati dalla morte che è anch’essa voce della Libertà. Come le loro lotte la loro bandiera fu senza macchia e coraggiosa la loro parola d’ordine.

La bandiera era rossa. Potevano adottare un colore diverso da quello del sangue, questo liquido della vita che produce tutti gli organi dell’uomo, che non si può perdere senza morire? Che cosa reclamavano, essi che producono tutto, se non una piccola parte nel consumo delle ricchezze comuni, una goccia di sangue?

La parola d’ordine era semplice, ma più saggia nella sua semplicità di tutti i sistemi moderni: “Del lavoro o del piombo!”, essi gridavano. Ogni Rivoluzione è tutta là, solo il popolo può riassumere in un grido le aspirazioni di un secolo. – Del lavoro!... cioè abolizione della proprietà, dell’interesse, di ogni monopolio mortale per il lavoro. – O del piombo!... o la guerra ad ogni abuso attraverso il più sbrigativo dei sistemi, l’ultima ragione degli oppressi.

A questo attacco aperto, che cosa oppose l’ipocrisia borghese? – Tre stracci cuciti in uno, la bandiera tricolore, la bandiera del Popolo, della Nobiltà e della Borghesia: lo stendardo del lavoro, dell’ozio e del commercio! Come se fosse possibile accordare il furto e la giustizia, la miseria e l’opulenza, la vita e la morte! La bandiera tricolore, imbrattata da tutte le vergogne, stoffa che fu vista in Spagna, ad Anversa, ad Ancona, a Costantina, dove era possibile raccogliere fango! – E poi le parole: Ordine, salute pubblica, mantenimento del governo, che ripetono ancora le mura di Varsavia, le rive del fiume lionese, gli echi [delle barricate di via] Saint-Méry e [i massacri di] via Transnonain, tre parole con le quali si conservano tutte le iniquità.

E mentre il popolo, al quale si era rifiutato il lavoro, gettava le sue sfide in faccia al mondo, dall’alto delle sue barricate inondate di sole; mentre il suo piombo vendicatore raggiungeva nella calca dei funzionari quelli che brillavano di più: il capo dei preti e i comandanti dei soldati; che cosa facevano i borghesi?

Oh! chi potrà descrivere le precauzioni prese per salvare i loro risparmi? Chi potrà dirci dei loro sudori freddi, delle angosce e delle notti bianche? Chi potrà denunciare i loro tradimenti, i crimini, le uccisioni? Chi saprà mai quante rapine notturne e quanti uomini disarmati uccisi a sangue freddo nei muri delle loro sante chiese? Chi potrà dipingere il loro atteggiamento marziale dopo il pericolo? Chi ripeterà i loro Te Deum e i canti d’offerta? Chi riporterà le loro denunce e le stupide calunnie? Chi riferirà le torture che gli aguzzini infliggevano agli sfortunati gementi negli ospedali e nelle casematte?...

Il disgusto e le lacrime mi impediscono di andare avanti... Io che scrivo queste righe, ho visto giudici istruttori della Repubblica moderata frugare come sciacalli nei moncherini sanguinanti e nelle orribili piaghe d’arma da fuoco. E non avevo modo per oppormi a questi saturnali.

Crudeltà degradante e vigliacca! Fango e Strage! Che l’obesità borghese sia maledetta per sempre; che si semini sale e zolfo nel posto delle sue botteghe, e che la misericordia del suo Dio sia leggera alla sua sporca anima!

E tuttavia vi è gente che crede nello spirito rivoluzionario del bottegaio!!!

Insensati, insensati! Il corvo nero seguirà sempre gli eserciti luccicanti, sempre il suo lugubre grido precederà le fanfare. La iena uscirà sempre dalla sua tana al discendere della notte sui monti coperti di nebbia, quando il rumore delle armi sarà finito, quando la scintillante scimitarra sarà rientrata nel fodero, quando la polvere ricoprirà le bronzee canne dei fucili, quando il cavallo avrà spezzato la sua cinghia e il cavaliere senza vita resterà sotto un cespuglio. Sempre, sempre così, il vile borghese cercherà il suo pasto nelle viscere dell’operaio; sempre sfrutterà i suoi lavori e le sue lotte, e la sua vita, e la sua morte.

Nel giugno 1848 il problema fu posto tra l’interesse e la gioia, il risparmio e la felicità, lo sfruttamento e il lavoro, la bandiera tricolore e la bandiera rossa: – tra la Borghesia e il Proletariato. Per la conservazione dell’Umanità, per la salute della Rivoluzione, per la nostra, per l’onore dei morti di giugno, per i nostri figli e per i nostri vecchi, lasciamola su questo terreno, e non cerchiamo di associare interessi eternamente incompatibili.

La borghesia morirà nell’impenitenza finale, come ha vissuto. Non è sufficientemente disinteressata per suicidarsi, non può esserlo; bisogna che soccomba strangolata da una forza superiore.

Da dove verrà questa forza? Temibile domanda. Ahimè! Mai il proletariato si rivelò così disperato, così gigante, così glorioso, così fermo nei propri princìpi, come nel giugno 1848. Non lo speravamo più. Fu uno sforzo supremo la cui agonia si prolungò per ben cinque anni! Tutto ciò che vi era di più vivace in Francia dorme sotto la terra bruna. Noi che restiamo non abbiamo più il soffio di questi uomini robusti, le loro braccia e i loro cuori ci mancano.

Con un ultimo sospiro la Francia rivoluzionaria ha consegnato alle nazioni la soluzione del problema sociale. È morta vinta dai dolori del parto, ad altri il compito di allevare il bambino. La Francia è morta per la Rivoluzione. La sua stella che brillava nel punto più alto del cielo è scesa sulla terra insieme a quelle delle più vecchie nazioni.

Popoli, cessate di indirizzare verso Occidente i vostri sguardi di speranza. Magi d’Europa, che attendete un nuovo Messia, è dall’Oriente che verrà; perché è in quelle contrade che il sole si leva, che nascono le religioni, i profeti e i popoli.

Rivoluzionari, socialisti, sarebbe puerile piangere i morti! Che la demagogia faccia cantare delle messe per la salute delle loro anime! Invito di nuovo i Cosacchi a brindare alla società, perché penso che la Rivoluzione sarà possibile solo dopo una guerra generale, e solo la Russia può dichiararla alla vecchia Europa.

Invocazione sacrilega!… La mia voce non conta per nulla sulla terra o in cielo. È colpa mia se sono nato nel secolo della decadenza e oso dire tutto quello che prevedo?

Avanti! Avanti! La vita di un uomo si valuta dai suoi atti; non dal silenzio del suo cuore ma dal numero dei suoi battiti. Per le anime attive il riposo è la morte; esse brillano solo nel fuoco. Che la morte venga a prendere quando vuole l’uomo che ha conosciuto tutte le passioni e tutte le rivolte; avrà vissuto di più di colui che si comporta come migliaia d’altri nel cammino oscurato dalla polvere dei loro passi.

Nell’ora in cui la luna sonnecchia, cullata nel seno materno della notte, quando il grillo canta dietro la placca del focolare, quando tutta la natura dorme, invocherò il genio della Rivoluzione. Docile al richiamo della mia voce, discenderà dalle regioni dove le stelle si abbracciano e comparirà vicino al mio capezzale, in piedi, armato d’una spada fiammeggiante, con la quale dissiperà le tenebre dell’avvenire. Allora visioni incantate mi terranno ansante, e il sonno sarà una veglia ardente.

Nell’ora in cui il sorgere del sole semina argento e oro sulle corone dei ghiacciai, dove gli uccelli provano i loro voli orgogliosi, dove il camoscio beve la rugiada nella coppa cremisi dei rododendri, stenderò le membra irrigidite, mi sfregherò gli occhi, e mi lancerò dove la calca umana è più folta con un grido di guerra.

Nell’ora in cui il crepuscolo copre col suo mantello rosso gli scheletri dei monti, quando i fuochi fatui volteggiano sulle tombe, quando l’erba geme sotto gli slanci delle giovani coppie, in quell’ora, ripasserò l’impiego della mia giornata, non contando l’istante in cui il mio pensiero, annientato dal sonno, avrà conosciuto il riposo.

Spirito dell’eterna Rivoluzione, angelo o demone, sono tuo! Dai alle mie braccia la rigidità dell’acciaio, tempra la mia lingua nel fiele dell’eterno serpente che minaccia il Dio adorato dai potenti, fai di bronzo il mio cuore e il mio pensiero di rame, perché possano percorrere, incombustibili, lo scintillante solco dei tuoi fulmini.

Per la tua ardente fiamma il corpo dell’uomo è un gracile pezzo di legno, soggetto com’è alle malattie, alla vecchiaia prematura, alla disperazione, alla follia, alla morte; vaso d’argilla in cui il disprezzo e l’odio risuonano l’uno nell’altro come il lamento dell’eco. Che m’importa? brucia, brucia! Pezzo di legno vivente, io attizzerò la mia fiamma.

Giugno 1849

Avanti! avanti! Baden è caduta senza combattere. Che l’esercito dei popoli passi sul suo corpo come su quello di una recluta. Resta ancora una certezza e una speranza: la certezza delle nuove battaglie, la speranza di sviluppare la rivoluzione europea. Tre repubbliche combattono ancora: alzeranno i loro stendardi sui pezzi di cadaveri. Venezia si difende nelle sue lagune, rosseggiante, eretta come il vecchio leone di san Marco. Nel mezzo del mondo slavo, futuro Messia delle nazioni, l’Ungheria è levata come un nuovo precursore. E sulle alture del Vaticano, i Romani del XIX secolo hanno ripreso l’opera di Rienzi.

… Ma cosa sono questi vascelli che bordeggiano sulla pianura salata? I flutti si aprono davanti alle loro chiglie coperte di schiuma; senza rumore, avanzano sulle onde. I colori di Francia sono sospesi sui loro alberi. Sono pieni di soldati, munizioni e macchine da guerra. Lunga vita alla Francia repubblicana che viene a liberare Roma spirante sotto le unghie dell’aquila austriaca!...

… Ascoltate, ascoltate! I marinai sono tristi sui ponti di queste nave; le orecchie della notte non sono ravvivate dai loro canti. Avanzano col favore delle tenebre, come pirati, tristi, come uccelli da preda, verso la baia tranquilla di Civitavecchia.

Il cuore dell’uomo silenzioso è pieno di cattivi disegni, e questa flotta traccia una scia sanguinosa nelle acque azzurre del Mediterraneo. I secoli non la cancelleranno.

Vergogna e maledizione!... Perché dormite, onde, nelle profondità tranquille? Non è il momento di confidare le vostre tristezze alle conchiglie chiacchierone. Perché restate sorde alla voce dei mostri che vi eccitano? Piuttosto, sollevatevi con loro, inghiottite questa flotta che vi infanga, e che mai i suoi pezzi risalgano alla vostra superficie!

Stelle, cessate di brillare nel firmamento! Piuttosto, disperdete i vostri raggi nell’immensità, perché così questi vascelli smarriti, errino lontano dai porti, preda delle tempeste!

Venti, urlate come demoni ubriachi! Colpisci fulmine! Bastioni crollate! Alzatevi promontori! Saltate, saltate!

Oh! che non sbarchino! che le nazioni non portino il lutto della più giovane delle repubbliche, che sia sommersa, l’invincibile armata di Bonaparte III!

Che i democratici italiani spengano i fari che brillano sulla riva! che nessun pilota si presenti a guidare attraverso gli scogli questo nuovo cavallo di Troia!

Rinascete, Sirene! mostruose figlie della musa che celebrava i guerrieri, e che i vostri canti di morte attirino costoro nei flutti del mare Tirreno scosso dal soffio di Eolo e dalle angosce dei vulcani!

Vecchio Sileno! versa la follia nello stomaco di questi soldatacci. Minerva! soffia la rivolta nei loro ranghi. Dio del fuoco, duro Vulcano che lavori i metalli, rompi queste ruote, comprimi questo vapore, e fai volare in pezzi la tolda di queste navi e le ossa dei soldati dell’inferno!

Ma no... Le mani e i cuori che dirigono questa maledetta spedizione non tremeranno mai sotto l’influenza del benefico vino, o della seducente donna. Questi generali e questi diplomatici hanno i cuori di marmo e i cervelli di pietra. Sono gesuiti, e il poco che concepiscono lo eseguono; le loro fronti si sono adattate al rossore dell’infamia.

Purtroppo Civitavecchia riceverà questa flotta nel suo porto. Nettuno lascerà riposare il suo tridente terribile, e i geni degli elementi resteranno addormentati. Purtroppo Roma vedrà queste armate sotto i suoi bastioni, e i suoi bastioni crolleranno alle fanfare delle trombette. Ancora una volta, la Francia sarà servita da gendarme alla Santa Alleanza europea!

Marciate, bravi soldati! Avanzate ai patriottici accenti della celebre Marsigliese, contro la città santa! Che il rullo dei tamburi, le salve d’artiglieria, e i colori smaglianti delle vostre bandiere, vi guidino a questo assalto pieno di pericolo!

Marciate! Coprite di fango sanguinoso le cime dei sette colli. Calpestate uniformi coperte di polvere, cavalli rantolanti, viscere strappate e capelli di vecchi.

Hurrah! Che sublime concerto si eleva! Non sentite il pianto dei feriti, i singhiozzi delle donne, le grida dei fanciulli? Le campane urlano, scosse dalla mano del Massacro; le case crollano sotto il fuoco; dall’alto dei tetti bucati volano tegole e mobili minacciando le vostre teste; nessuna finestra si apre, né un fazzoletto sventola. Che entrata trionfale!

Macché!... L’onore della Bandiera tricolore è in gioco. Giusta o infame, la causa della nobile Francia è sempre quella della prima fra le nazioni. Sì, sì, la prima, come sono i primi fra gli uomini questi cavalieri da bottega che sgozzano nei cimiteri i combattenti disarmati. Derisione e bestemmia!

Portate a termine il vostro compito di carnefici, magnanimi guerrieri! Impiegate il vostro coraggio leale in questo brillante torneo. Le nazioni prese da disgusto volgeranno la testa; i liberi cittadini di Roma si allontaneranno da voi con orrore; le ragazze rideranno dei vostri sguardi conquistatori. Perché mai cuore di donna perdonerà l’assassinio del suo amante, il cinismo del traditore, la vergogna della vigliaccheria. Libertini da caserma! che siano i vostri eterni rimorsi, i fieri sentimenti di queste belle ragazze d’Italia, che la natura sembra aver creato nel trasporto del suo primo amore!

Macché!... Il maresciallo duca di Reggio, il Presidente Bonaparte, il Santo Padre Pio, le grandi ombre di Carlo Magno e di Napoleone, la Religione e la Disciplina vi contemplano, gli occhi gialli di fiele. Come! gli Austriaci, gli Spagnoli e i Napoletani, impazienti di imitarvi, assistono le armi in pugno, alla vostra azione di titani. Sarete ammessi a baciare l’anello del successore degli apostoli, porterete sul vostro petto la sua economica medaglia, e canterete il Te Deum all’Eterno degli eserciti, nel duomo di S. Pietro. Osanna!... Dopo tutto, Roma val bene una messa, e ogni lebbra è sbiancata dall’acqua benedetta.

[Gabriel-Joseph-Hippolyte] Laviron

Il giorno in cui Roma cadde sotto il numero, fiera come al tempo dei Gracchi, dopo una resistenza immortale, un uomo restò sotto le sue macerie. Fu il sigillo del sangue apposto sull’opera del crimine.

Quest’uomo teneva la mano contratta sull’elsa della spada; portava l’uniforme dei coraggiosi che Garibaldi guidava alla vittoria; le doppie insegne del comando brillavano sulle sue spalle. I suoi lineamenti erano quelli di un guerriero straniero.

Nessuna medaglia decorava il suo petto. Ma sulla giacca si vedeva il buco di una pallottola dal quale, insieme alla sua anima, uscivano fiotti di sangue.

Giovani di ogni nazione, che amate la Libertà, ricordatevi il suo nome glorioso. Questo morto era Laviron giovane capitano dal cuore d’oro, già vittima, l’anno prima, del suo amore per la Polonia.

La palla che lo privò della vita fu sparata da mano francese, partì dai ranghi di questo esercito che, per nostra eterna vergogna, si fece milizia papale, e ristabilì Pio IX con la forza delle baionette.

In quale luogo della terra trascina la sua miserabile esistenza il mercenario la cui arma seppe trovare il cammino della tua grande anima, Laviron? Saprà mai cosa causò il colpo fatale? No! il genio della carneficina è cieco, e gli occhi di quelli che lo servono sono coperti da una nube di fumo.

Dove tu sia, cara e nobile vittima, perdonalo... Mai il disgraziato intese parlare di libertà, egli portò la sua larga parte delle miserie sociali, pagò l’imposta di sangue; e la sua coscienza ripugnava senza dubbio a questa spedizione sanguinaria.

Separarsi dalla famiglia, vegetare nella pigrizia e nell’ignoranza, sgozzare suo padre, trascinare sua sorella per i capelli, frustare una vecchia madre, spingere le mani nelle viscere di suo fratello, colpire contro le sue convinzioni, il suo interesse e il suo amore; abdicare la sua vita nelle mani di un brutale superiore: questo è il compito odioso che adempiono quattrocentomila francesi sacrificati al Dio delle nazionalità.

Gloria a te, Laviron! prima vittima di un’idea che si estende sul mondo, uomo senza paura, che osò snudare la spada contro il proprio paese spergiuro, e adottare come patria questa gloriosa Italia riconquistata alla libertà. Non vorrei fare questo racconto senza versare una lacrima alla tua memoria, e senza cercare di consacrarla fra gli uomini liberi.

Felici coloro che ti conobbero, che ti strinsero la mano, se possono ricordarsi del tuo aspetto, della tua fisionomia e del suono della tua voce. Io di te non conosco che la morte, mille volte troppo per lasciarmi eterni rimpianti.

Che i detrattori di ogni audace gloria si accaniscano sulle tue spoglie; che i piccoli democratici francesi ti rinneghino come fratello, figlio gigante dell’umanità! Che evitino di pronunciare il tuo nome davanti a un popolo abbrutito da uno stupido sciovinismo! Dirò che la tua follia fu sublime e che tra i più rivoluzionari ce ne furono pochi che se ne scandalizzarono. Ed io apporterò l’umile tributo della mia riconoscenza.

La camicia che Laviron portava nella battaglia fu raccolta dal suo compagno Chancel, nobile esistenza riservata a nuove prove. Essa sarà religiosamente conservata tra noi fin quando il sole della democrazia si leverà su giorni migliori, quelli della guerra e del trionfo.

La camicia di Laviron è rossa! colore della vita, colore del sangue, colore del vino vermiglio, del mare fosforescente, delle foglie e dei frutti d’autunno, del sole levante, di tutto quello che ha forza nella natura.

Vergini repubblicane, figlie e sorelle dei proscritti, uscite dalle mura di Roma, nell’ora in cui sale la notte, in cui i soldati di Francia cadono sotto i tavoli dei caffè, testimoni dei loro bagordi.

Correte alla riva del Tevere, il fiume dove si gettavano i vostri eroici antenati; riempite le vostre anfore delle sue acque lustrali; raccogliete i bianchi fiori del giunco, le corolle delle ninfee galleggianti e le perle blu dei myosotis.

E, poi, ritornate. La luna, amica di coloro che piangono, vi sarà d’aiuto con la sua misteriosa luce, per scoprire la zona dei bastioni dove riposa colui che fu nostro fratello.

Là, piantate con vigore le piante che prendono radice sulle ossa dei guerrieri; la malva salutare, la reseda profumata e la violetta che sorride alle stelle. Le piante sono le anime felici dei corpi privati della vita; esse scendono nelle tombe per intrattenersi con i mortali.

Là, tessete ghirlande e corone fresche, intercalando fiori del fiume con fibre della sepoltura. Là, confondete nelle vostre preghiere il nome di Laviron con i nomi dei vostri padri e con quelli dei vostri amanti assenti. Là, mescolate i vostri canti con i giuramenti di libertà che le vere discendenti di Roma confidano alle discrete solitudini dell’Aventino. Là, versate l’acqua gialla del Tevere sulle erbe che rinascono.

La più giovane e la più bella si staccherà dalle sue compagne dicendo: “Figlio dell’umanità, così coraggioso durante la tua vita, riposa delle tue fatiche. Abbiamo pulito il sangue che sporcava la lama della tua spada. Fin quando i tuoi occhi si riapriranno alla dolce luce, veglieremo su di te. Verremo a visitarti, discrete come l’astro delle notti, benefiche come la rugiada. Non disturberemo il tuo sonno. Verremo a chiedere se non hai freddo, in questa terra d’Italia che cercavi di riscattare. Ti porteremo i nostri mantelli di seta, i nostri nastri di fidanzate, i fiori e i frutti che le nostre cure hanno fatto crescere”.

Vicino a lui resterete fin quando l’usignolo, messaggero dell’aurora, saluterà la sua amante col fremito delle ali grigie. Perché è l’ora in cui i viventi si svegliano sotto la frusta della Discordia nazionale, in cui i pietosi spiriti dei morti si girano nelle loro tombe.

Che la prima nazione che visiterà la Repubblica universale inviata sui bastioni di Roma, ai primi giorni di giugno, e i primi tra i suoi feriti, si facciano indicare il posto dove è caduto Laviron, per depositarvi una semplice pietra, e su questa pietra, la bandiera delle nazioni.

Nessun marmo, nessuna urna funeraria, nessuna iscrizione, non croce d’oro, o di legno o d’argento. Lasciamo queste cure puerili alla vanità delle famiglie e dei partiti. Qui, solo un nome: la storia dirà il resto.

L’adulazione ha sempre trasmesso il ricordo dell’intrigo. Triste ricordo!

All’estremità meridionale dell’Italia, nei luoghi che il Vesuvio arrossa con la sua spuma, il viaggiatore incontra una pietra che porta questa iscrizione: “Ingrato paese, non avrai le mie ossa”. Questa pietra ricopre i resti del vincitore di Annibale. Che le Accademie compongano un giorno un elogio funebre altrettanto corto e superbo!


Felici i morti!

Felici quelli che muoiono giovani, quando l’amore e l’amicizia sbocciano nei loro cuori come fiori primaverili!

Felici quelli che muoiono nelle battaglie, quando la Gloria circonda la loro fronte di palme verdi!

Felici quelli che muoiono per la libertà! La Libertà è la Vita. Lo schiavo muore in ogni momento della giornata.

Felici quelli che muoiono in piena forza! La malattia è più crudele della morte!

Felici quelli che muoiono fidanzati! La realtà è fatale ai sogni.

Felici i morti, quando hanno meritato il riposo!

Felici i morti che hanno la propria spada come croce!

Felici i morti-martiri! La messe del coraggio germina vita nel sangue. Felici i morti che dormono! – mentre noi lottiamo.

Felici i morti che scappano dalle loro dimore oscure, al sognante chiarore delle stelle! – mentre noi sopportiamo il peso del giorno.

Felici i morti! Quando si risveglieranno all’ultimo colpo di cannone, gli uomini li accoglieranno con gioia sulla terra feconda; – mentre l’ingiustizia ci riempie di rabbia gli uni contro gli altri.

Felici i morti sotto la pietra fredda! Almeno, nei giorni solenni, gli esseri cari porteranno loro delle corone; – mentre attorno a noi, tutto è solitudine e disperazione.

Quando i venti riempiono i cimiteri del rumore delle guerre civili; quando il nero corvo, che fugge gli spari, grida nei campanili e semina intorno lo spavento; – felici i morti che non lo sentono!

Felici i morti, che dalla paura dei rovi e dell’ortica maledetta sono protetti dalla persecuzione dei viventi!

Felici i morti!


E ora, di questa organizzazione d’élite, di questo insieme di sublime ragione e di febbricitante ardore, che si chiamava Laviron, non resta nulla? – Nient’altro che ossa sbiancate, ricoperte da qualche pugno di terra, e gettate ogni giorno sotto i piedi di insolenti vincitori. Mentre i vermi strisciano facilmente nei meandri del suo cranio vuoto, mentre il prato cresce su questo pezzo d’argilla, mentre la vita della materia rinasce dalla morte della materia, la vita dell’anima non riprodurrebbe che il nulla!

No, ciò non è vero. Abissi della mia ragione, muggite, che mai la magra voce della fede domini le vostre rivendicazioni...

Nulla è perduto nella grande fabbrica della natura. La vita non esce dal nulla, come i corpi non escono dal vuoto; le anime umane non si formano con la compressione di non so quale leggero vapore, riempite da uno spirito più impalpabile, più sterile ancora che si chiama il soffio di Dio.

Il corpo di un uomo rinasce in ogni essere dell’universo, e io posso seguire questa trasformazione materiale. L’anima dell’uomo rinasce anche, non per inebriarsi di cantici, di liquori fermentati e di uri ideali, come ce la rappresentano in tutti i paradisi mistici, ma per animare di nuovo corpi di uomini, per essere utilizzata sotto la forma che può meglio servire.

Tutte le religioni e tutti i materialismi del mondo non riusciranno a strappare dalla mia intelligenza questa nozione così semplice che devo soltanto al mio buon senso. Nego il governo di Dio come quello degli uomini, perché non esiste un onnipotente capace di macinare tutte le anime nello stesso mulino, perché non esiste un governo capace di fare passare tutti i corpi sotto lo stesso giogo. L’autorità divina, come l’autorità terreste, è al massimo uno spauracchio, che perde ogni giorno di più il suo aspetto pauroso. Né l’una né 1’altra sono riusciti a far sì che le facce, le anime e gli spiriti degli uomini, fossero gli stessi; al più hanno potuto uguagliarli attraverso l’imposta, il culto e la tirannia.

Rifiuto come nociva la fede nell’esistenza di Dio, come la fede nell’utilità del governo. Perché, o l’esistenza di Dio è una espressione priva di senso, appena buona a figurare nelle poetiche meditazioni di Lamennais o Lamartine, nelle odi dello stempiato Victor Hugo, nelle proclamazioni ampollose di Ledru-Rollin o di Mazzini, nei sermoni di padre [Jean-Baptiste] Lacordaire, nelle elegie di Chateaubriand, negli editti di Napoleone o di Nicola e nei discorsi disorganizzati del signor Louis Blanc. – Oppure è un pretesto per stabilire sulla terra autorità molto più pesanti, molto meno spirituali e molto più tangibili di quella che si contenta dello sgabello delle nuvole e dell’aspirazione all’ambrosia.

Non m’importa se esiste un cielo abitato da un qualsiasi Dio; il più dotto in religione non sa, più di me, che cosa vi faccia lassù. Ma quello che più di ogni altra cosa m’interessa è che questo Dio e quelli che ne parlano e ne vivono, restino limitati al loro regno celeste.

Mi sembra indifferente negare o affermare l’esistenza teologica di Dio, in quanto nego la sua esistenza pratica, sfruttata dai potenti della terra. Ed è perciò che credo alla rinascita dell’anima umana, alla sua libertà nell’aspetto individuale, al di là di ogni intervento del dispotismo divino. La vita paradisiaca sarebbe per noi la più umiliante oziosità, il più completo annientamento.

... L’anima di Laviron ritornerà tra di noi. Essa discende già sulle onde tormentate del mare umano, come lo spirito della Rivoluzione sulle società, anche quando sembrano sprofondate in un profondo sonno. Essa è di già china sulla culla di un bambino. L’ha scelto bello, pieno di vigore; scarterà dalla sua gioventù il giogo dei pregiudizi, la tirannia dei costumi e gli idioti clamori dell’opinione. Gli insegnerà a domare i flutti del mare, a condurre un cavallo, a rompere una lancia, a dirigere la canna di una carabina contro il petto di un tiranno. Lo immergerà, nuovo Achille, nelle acque di questo fiume dalle rive scoscese, dal corso rapido, seminato di scogli, che si chiama Rivoluzione, e che non si ferma mai di scorrere al centro dell’umanità.

E quando, gonfio dei flutti dell’iniquità e delle rivolte che gli portano i suoi affluenti, questo grande fiume rompe le dighe, quando palazzi, città, villaggi, scompaiono nei suoi flutti; quando trascina ricchezze, nazioni, idee e credenze; quando gli altri uomini si sentono perduti davanti alla sua invasione...

Allora questo bambino sarà diventato uomo, e griderà:

“Popoli, non cercate di fermare questo fiume; è più forte di voi, vi inghiottirà come l’oceano inghiotte i vascelli.

“Ho navigato su queste acque tumultuose, ho sondato i suoi recessi, con il petto nudo, il remo in mano, su una fragile imbarcazione; ne conosco le correnti difficili; mi sono addormentato nelle sue isole fiorite; ho inteso i gemiti delle sue onde, e la loro armonia mi è sembrata più dolce di quella della lira; ho bevuto la sua acqua limpida, e ho sentito scorrere in me una dolce freschezza.

“Affidate piuttosto le vostre navicelle alle sue onde sollevate; alzate con fiducia le vostre solide ali ai venti che turbinano, fate provvista di alimenti, di coraggio e di vino generoso, e riempite l’aria delle vostre grida di allegrezza!

“Vi dico che questo fiume è come il Nilo, che distrugge per fertilizzare, che annega per salvare, che uccide per risuscitare, che fa versare qualche lacrima di dolore per riunirle in seguito in un immenso arcobaleno: grande fiume che si ritira benedetto da queste stesse pianure che l’avevano accolto con un concerto di imprecazioni.

“Dove vi porti, seguite il corso della Rivoluzione; non cercate di rimontarlo, né di tagliarlo temerariamente. Imitate la canna palustre, imitate il tessuto delle vele che smorza la tempesta, mentre il grande albero si schianta nell’impotenza della sua rabbia. Imitate i lavoratori d’Egitto, che preparano il campo per ricevere il Nilo, e sono ripagati cento volte della loro ospitalità. Non ergetevi contro la Rivoluzione, non sfidate la Morte: sono le divinità più amiche dell’uomo”.

Così parlerà l’anima di Laviron, brillante nella fisionomia pallida, con voce ferma, nel corpo agile di qualche giovane rivoluzionario. E i popoli seguiranno i consigli della sua virile audacia. E la Rivoluzione passerà, feconda nel mezzo delle nazioni alle quali era costata poco prima tante battaglie, guerre civili, lacrime e sangue.

13 giugno

I popoli hanno preso insegnamento dalle lezioni dei re; essi tentano di liberare l’Europa, gettando su di essa la trama di una santa alleanza democratica. L’insolente sfida del 1815 è stata raccolta nel 1848; – una riparazione che i popoli facevano alla propria dignità. – E ora, in ogni maglia della serrata catena degli imperi, si inserisce liberamente una maglia dell’elastica rete delle repubbliche.

Queste due reggimentazioni sono difettose, ed è per questo che sono due reggimentazioni. Ambedue hanno chiavi, ambedue soldati; – che importa il nome dell’una o dell’altra? – Ambedue riconoscono un dovere, una disciplina, una parola d’ordine; ambedue combattono per motivi il cui segreto è posseduto soltanto da qualcuno.

Non siamo ancora al tempo in cui ogni uomo seguirà solo il proprio impulso e sarà riunito agli altri solo con un contratto. Questo tempo verrà malgrado che i tiranni e gli ambiziosi non lo credono, perché oggi l’individuo si emancipa fino a beffeggiare Dio.

Allora, non sarà più problema di governi, tanto disprezzati oggi, né di partiti, che sono anch’essi dei governi, e compartecipano del loro discredito; – né di Costituzioni che si strappano né di giornali che sono anche costituzioni e che si strappano; – né di assemblee che si dissolvono con le baionette, come focolari di anarchia, né di società segrete, che sono anche delle assemblee che si abbandonano perché intaccate di parlamentarismo; – né di proprietà, che è un furto, né di furto che è anche un modo della proprietà; – né di religione cattolica, che è un monopolio né di religione socialista, che è un altro monopolio; – né di istruzione universitaria, che è un privilegio, né di istruzione obbligatoria, che è un altro privilegio; né di mille altre rendite; né di aristocrazia né di democrazia, che consacrano ambedue il dominio di qualcuno...

Felice l’uomo che proietta nell’avvenire i suoi pensieri più giusti, felice colui che si sente attirato verso luci lontane e sicure, come il marinaio che sa distinguere un faro attraverso mille ingannevoli chiarori. Sa dove tende; gli intrighi, le menzogne e le disillusioni lo fanno meno soffrire; diventa indulgente verso gli uomini, meno impaziente negli avvenimenti, più fermo nella sua via. Quando l’equipaggio si ammutinò contro Colombo, l’intrepido navigatore era diritto ai piedi dell’albero, insensibile alla rivolta dei marinai, come alla rabbia delle onde che morivano ai suoi piedi. Egli distingueva, attraverso il vapore impenetrabile per gli altri, il Nuovo Mondo che voleva dare all’Europa e che lo avrebbe reso immortale.

Ma l’uomo non può vivere straniero al suo secolo. Imperdonabile colui che pensa di riscattare la sua inerzia presente con i sogni del futuro. I grandi artisti furono anche grandi lottatori.

Sfortuna all’uomo insensibile che, vedendo la Libertà passare con la sua armatura di combattimento, dirà: “Essa non porta il vestito che avevo sognato, non è quella che avevo desiderato nei miei pensieri”, e chiudendo la sua finestra, si rimette penosamente a sporcare un foglio di carta. Quest’uomo, fosse anche un sapiente, a colpo sicuro non è un artista.

Quando la voce della Libertà mi chiamerà io risponderò. A qualsiasi ora, nel paese dove combatte, la seguirò. Come potrei resistere d’altronde alla passione che mi spinge? Non è un uomo chi resta neutrale quando intorno a lui altri uomini cadono in una lotta gloriosa.

Per quanto i difensori della Libertà siano ancora irreggimentati, come i soldati del dispotismo, entrerò nei loro ranghi. Per quanto non osino innalzare la bandiera del lavoro, seguirò il loro stendardo – che è il meno sporco di tutti. Per quanto non facciano ancora che balbettare questo grande pensiero: “Solidarietà dei popoli”, mi slancerò quando questo grido risuonerà.

I due partiti che dividono l’Europa hanno l’uno per scopo dichiarato la conservazione dei re, l’altro l’avvento delle masse popolari: questa distinzione mi basta. D’altronde la vergognosa voce dell’intrigo è sempre smorzata dai clamori della rivolta; il gesuitismo diventa pericoloso solo all’indomani della vittoria, quando ha riconquistato le posizioni. Ma, in quel caso, si forma una nuova opposizione, che accetta gli sforzi degli uomini di buona volontà. Così, di moto in moto, d’insurrezione in rivolta, noi marciamo.

D’altronde una scintilla è sufficiente per fare divampare un incendio, e la coppa del crimine trabocca soltanto all’ultima goccia. Una profonda rivoluzione può sorgere da un moto sbocciato al momento giusto. È difficile svegliare il popolo, ma quando la sua collera si scatena è più difficile ancora paralizzarne gli effetti.

Onore all’uomo che si arma per primo per sollevarne migliaia, ci fa fare un passo avanti nella scalata al cielo, egli è più forte di Dio! – Onore alla donna che tira la prima pietra, al fanciullo che grida per primo nella grande città. Onore a quelli che depositano, nel piatto della bilancia sociale, spada per spada!

Oh! non facciamo appassire i rari boccioli che brillano ancora sulla corona della Francia rivoluzionaria; non andiamo a cercare in atti nobili i motivi che i più vigliacchi arrossirebbero di confessare. Quando, il 12 giugno 1849, Ledru-Rollin gridò, dall’alto della tribuna nazionale, che la Costituzione sarebbe stata difesa, anche con le armi, fu il grido di un’anima indignata. Non aveva anche lui sentito il rantolo di Roma? Non sapeva chi commetteva questo assassinio? Non si rese egli complice, con il suo silenzio, delle ipocrite attenzioni del gesuitismo? Aveva quindi egli meno cuore di tanti altri che si sollevarono l’indomani?

Questa sfida fu spontanea, è vero, ed ebbe la potenza e la portata di una rivoluzione, l’Europa la ripeté. Era, in effetti, la prima volta che, dall’interno di un’assemblea costituita, degli uomini insorgevano, in nome della libertà di un altro popolo, contro l’esercito, contro il potere, contro la maggioranza dei loro colleghi, e, non esitiamo a dirlo, contro una nazione più attenta al ricordo della propria gloria che ai problemi dei suoi vicini. Giammai la Convenzione, di sanguinosa memoria, dette esempio simile, essa che soggiogava il popolo con la scusa di affrancarlo, e che rifiutava soccorsi alla Polonia perché [Andrzej Tadeusz] Kosciuszko era nato gentiluomo.

Nelle ultime righe della pagina di storia in cui si parlerà della distruzione della Repubblica Romana a opera della Francia, si deve anche indicare questa protesta solenne, per cui si può datare dal giugno 1849 il rapido movimento di fusione che trascina i popoli l’uno verso l’altro.

Ma c’è qualcosa in più. L’appello alle armi venne ascoltato. Il mattino del 13 giugno, cinquanta rappresentanti del popolo, i redattori dei giornali repubblicani, i membri dei comitati rivoluzionari, intere legioni di guardie nazionali e di artiglieri, molti operai e qualche studente discesero nella strada. La resistenza tentò di organizzarsi al Conservatorio delle Arti e Mestieri. Il popolo si sollevò, i boulevard e i quartieri in tumulto rigurgitarono di folla. Mai ho avuto maggiore speranza, mai ho creduto così fermamente all’imminenza di una rivoluzione. Il sole era radioso, la giornata calda, il selciato bruciava. Era già impossibile passare attraverso la folla, già si levavano clamori assordanti, già le armi erano state consegnate agli operai, si era prodotto questo movimento di uomini così fatale ai poteri prevaricatori. Tutto annunciava una grande giornata.

Ma, purtroppo!… Chi può fare una solida deduzione partendo dall’instabilità degli avvenimenti? Chi collocherà i fondamenti sulla sabbia? Chi può dire alle onde umane: voi andrete fin là? Chi scoprirà questo fuscello, questo grano di sabbia, quest’ombra, questo niente, questa parola male scelta, o questo istante di silenzio che decidono del trionfo o della sconfitta? Chi potrebbe, un’ora prima dell’azione, predire agli insorti se essi saranno accusati o accusatori? Purtroppo, il diritto non ha nulla a che vedere con gli azzardi sanguinosi della guerra; – apparve chiaro il 13 giugno 1849.

Non abbandoniamoci a vane recriminazioni; questa giornata venne perduta; subiamo i fatti. Il tentativo più spontaneo, più significativo che venne fatto dopo febbraio, in nome della solidarietà universale, abortì dopo due o tre ore.

Questo scacco fu dovuto ad una indecisione degli insorti, alle misure energiche prese dal potere, alla divisione del comando, alla mancanza di un piano presso i primi, alle condizioni contrarie presso i loro avversari; in una parola agli avvenimenti stessi della giornata? – O vi furono cause più profonde? Non sarebbe stata necessaria un’altra bandiera, diversa da quella tricolore? Non sarebbe stato assolutamente indispensabile che i difensori della Rivoluzione si fossero distinti dai loro nemici con emblemi e con una loro tendenza? Forse il popolo si accontenta delle dichiarazioni di avvocati? Insomma, questo popolo di Parigi, decimato, stanco di sangue e di speranza, non è forse scusabile per avere abbandonato quelli che l’avevano rinnegato l’anno prima nella più giusta delle insurrezioni?

Sono state date tutte queste ragioni; tutte sono vere. Come che sia, la giornata del 13 giugno fu buona, consacrò il grande principio della Solidarietà dei Popoli.

Viaggio di contrabbando. Partenza

Giugno 1849

Scrivo come cittadino del mondo...
Ben presto ho perduto la mia patria
per scambiarla col genere umano
che conoscevo appena in immaginazione.
Schiller

Compreso tra gli accusati del 13 giugno, venni costretto a fuggire in esilio per evitare la deportazione che mi aspettava. Esiliarsi, significava evitare l’esasperante oziosità e la pungente noia della prigione; significava risparmiarmi la vista di mia madre dall’altro lato di una inferriata. Quindi sono partito. Essendo sospetto finivo per pesare sulle brave persone che mi nascondevano.

Cambiare nome, la prima e più penosa delle prove dell’esilio. Per comprenderlo bisogna averlo subito. Separarsi dal proprio nome è separarsi dal corpo e dal cuore; è romperla col passato, isolarsi col presente, tagliarsi tutto l’avvenire, abdicare la propria libertà, rinnegarsi. Rinunciare al proprio nome è rinunciare a tutti i rapporti con gli uomini.

Ogni cosa ha un nome nella natura, tutto, perfino gli animali domestici, perfino gli oggetti inanimati. Il nome di un uomo è il titolo della sua vita. Uomo senza nome, è l’insulto più sanguinoso che possa infliggere il disprezzo. Si è morti quando non si è più se stessi. E quello che vi è di più spaventoso per l’esiliato, è che egli è obbligato a vivere la propria morte, a guadagnare la vita della sua morte.

Dal giorno che perdetti il mio nome, divenne necessario evitare gli sguardi di quelli che avevo conosciuto, nascondermi gli occhi con le lenti, tagliarmi i capelli e la barba, cambiare d’abito e di voce, apprendere a memoria il passaporto di un altro, contraffare la firma, rendermi, infine, irriconoscibile a forza d’ipocrisia. Se una cosa può consolare un uomo onesto di questo oblio forzato della sua dignità, è l’atto meritorio che l’accompagna, quello di ingannare i signori poliziotti.

Dal giorno che perdetti il mio nome, ho dovuto impormi a tutti, e sempre mi sembrava che ciascuno potesse leggere, nei miei occhi, l’imbarazzo delle mie risposte, tutto quello che cercavo di tenere segreto. “Chi siete? mi si domandava. E spesso avevo dimenticato il mio nome. – Da dove venite? E io non sapevo dirlo. – Dove andate? Domandatelo alla foglia del pioppo tremulo. – Chi sono i vostri genitori? Non ne ho. – I vostri amici? Li ho perduti. – Dove vivete? Sono morto. – Dove siete nato? Piacesse al Cielo che non fossi mai nato”.

Solo gli orfanelli sono abbandonati come i proscritti politici. Di più, l’orfanello può dire di essere venuto al mondo come un fungo, su un letto di letame. Almeno, non mente, e troverà sempre qualche anima caritatevole capace di comprendere che egli non è colpevole dell’immoralità sociale. Mentre in un paese che si lascia incatenare, non si trova un uomo che non consideri il proscritto come un criminale. Non si perdona alle lezioni di fierezza.

Non sono, o sono un altro. Avevo da scegliere tra queste due risposte, tra il suicidio e la menzogna. E siccome nella nostra società di ladri affaristi, si imprigionano i vagabondi e non si ha l’abitudine di vedere andare a zonzo i morti, mi fu necessario avere l’aria di essere qualcuno e di fare qualcosa. Mi rassegnai quindi ad essere un altro.

Per l’esiliato, basta con gli amici. I migliori non onorano di questo titolo un uomo senza nome. Le nostre idee non sono scritte sul nostro viso e, quand’anche lo fossero, quanti saprebbero leggerle?

La sola società che si degna accogliere l’uomo senza nome, è la società senza nome frequentata dai rifiuti, dall’ozio e dalle sentine del vizio. Sappiamo bene che questa gente e questi luoghi non dovrebbero esistere; sappiamo che in una società regolare, le dimore e le coscienze saranno inondate di tranquillità, d’aria pura, di sole e di luce. Sappiamo che questi uomini, se sono cattivi, non è colpa loro; che questi luoghi, se sono infetti, avvelenati, quelli che li frequentano ne sono le prime vittime. Ma non possiamo impedirci di vedere che questi uomini sono disadattati, grossolani, ignoranti, avidi di fare il male, pieni di vino e di lussuria. E noi abbiamo nervi troppo suscettibili, un’anima troppo impressionabile, una dignità troppo feroce per sopportare volentieri l’insulto brutale, degradante, il pugno o il bastone contro la nostra testa; non possiamo vivere in mezzo a simili riunioni. Non amiamo essere confusi con gente di cui nessuno conosce i precedenti, né i mezzi per vivere. Sosteniamo questi uomini, rivendichiamo per loro, in nome della giustizia; combattiamo la società che li vizia; ma nulla al mondo saprebbe obbligarci a metterci a tavola, bestemmiare e, soprattutto, bere con essi. Che il popolo lo sappia; i più disprezzabili tra i suoi tribuni sono gli ambiziosi che si abbassano fino a celebrare la crapula e ad incensare il fango.

Per l’esiliato, basta con l’amore. La donna più simpatica non si darà mai ad uno sconosciuto. Non è forse necessario che possa chiamare con un nome caro quello che stringe tra le sue braccia? Le carezze accessibili al proscritto sono quelle che con uno scudo il primo venuto può ottenere, quale che sia, vecchio, idiota, deforme, ributtante dal punto di vista fisico o morale. All’uomo senza nome, la donna senza nome; così deve essere e così è. Certo, non siamo noi che lanceremo contro queste povere ragazze delle vigliacche maledizioni: proscritti come noi, da ogni famiglia e da ogni benessere; come noi, capri espiatori della civilizzazione, le prostitute hanno diritto alle nostre simpatie; la società ci ha fatto loro cavalieri e noi reclamiamo per esse, che possano, come le altre donne, diventare amanti e madri. Ma non è neanche nostra colpa, se non possiamo abituarci a questa orribile idea che alcune donne trovano nell’amore gli stessi dolori che nella mendicità; che queste donne sono merce che si compra, bestie che si tastano; che le si obbliga ad aprire le labbra per vedere i loro denti, cui si allargano le palpebre per vedere gli occhi, cui si tastano la gola, le gambe e la groppa, per sapere se possono condurvi bene. Non è colpa nostra se non sappiamo ridere con la donna che piange, affaticando del nostro priapismo la sfortunata che se ne muore di disgusto.

Per l’esiliato, basta con la gloria, perché alla gloria necessita un nome che possa ripetere. Basta col lavoro, perché occorre un nome all’operaio per avere affidati gli strumenti. E ve ne sono tanti che non li ottengono neanche con i loro nomi!

Per l’esiliato, basta con gli scopi di un’attività, basta con l’interesse alla vita, basta con i giovani da avvicinare, con le ragazze a cui sorridere. Perché i giovani e le ragazze lo sfuggono, e solo il vento gli porterà i loro gioiosi ritornelli. Perché il panorama sociale, con i suoi interessi, le sue emozioni e suo rumore metallico, passerà davanti a lui, come un’ironia dell’inferno.

Il deserto nel mezzo del mondo abitato, il vuoto nel mezzo del pienissimo, l’ignoto in questa Europa in cui nemmeno un cascinale è ignorato, in mezzo al turbine, le tenebre in pieno sole, una tomba in mezzo ad una farsa: ecco l’esilio, ecco la solitudine.

“L’esiliato dappertutto è solo”.

L’uomo ha bisogno di una società. I venti trasportano il seme verso le terre dove potrà germinare. L’uccello viaggiatore sa dove finirà il suo volo. Il commerciante, il pellegrino e il turista, trascinati dall’interesse e dalla passione, trovano dappertutto con chi parlare, sia pure a mercanti abbrutiti, a dèi di pietra, a mozziconi di colonne. Mentre davanti all’esiliato, le strade si allungano, il globo si estende e gira, gira sempre, senza che egli possa individuare la sua direzione, sapere dove si riposerà. Così, un’apprensione lontana e indefinibile, serra la gola dell’uomo che si allontana dai luoghi a lui cari, senza speranza di farvi ritorno.

L’uomo ha bisogno di una società. Gli esseri più liberi si associano con quelli che li comprendono: il curato ha sua nipote o la sua domestica; – ciò non è morale, ma è naturale; e, più o meno allo stesso modo, la zitella ha il suo cane; – ciò non è nemmeno morale, ed è infinitamente meno naturale, ma è; – il prigioniero si affeziona a qualche insetto, a qualche uccello che viene a volare intorno alla sua gabbia e la rallegra con i suoi canti; – il ladro ha i suoi complici; – il galeotto è legato ad altri galeotti. Ma l’esiliato è solo dappertutto.

Non può quindi rivelare il suo nome? Non ci sono terre felici dove il suo piede potrà posare con sicurezza? Non ci sono paesi liberi che l’accoglieranno con gioia? Donne eccezionali che si legheranno a lui per il motivo stesso della sua disgrazia? Infine, non sono erranti a migliaia quelli che dividono la sua sorte e cercano la sua mano?

Purtroppo! purtroppo! il mondo è molto vecchio, le nazioni serrate le une alle altre, gli uomini molto piccoli e le donne molto venali, oggi che l’Europa gira a balzi sul suo asse invecchiato. Non scrivo un romanzo ma una triste storia, sfortunatamente molto vera.

Purtroppo! non ci sono paesi dove l’esiliato sia sicuro. Dovunque vada, conoscerà il tocco avvilente della mano poliziesca. – Perché tutte le polizie sono sorelle, come tutte le libertà.

Purtroppo! non ci sono terre dove non sia stato ormeggiato, brillante nelle sue intelaiature, il battello che deve portarlo al mare. Se vuole trovare un asilo pieno di dolori che si avvicini alle bianche scogliere di Albione o di New York. Là, almeno, la gloriosa razza sassone gli lascerà la libertà di morire di fame!

Purtroppo! tra coloro che la sorte gli ha dato per compagni, non ce n’è uno che non sia un rivale. – Perché la magra concorrenza dell’ozio, della miseria, e dell’ambizione senza motivo, si è scatenata tra di loro!

Purtroppo! non c’è donna che possa dargli il suo amore. – Perché la mano che lo tocca sarà maledetta, gli occhi che lo guardano piangeranno, e le gioie che dà arrossiranno di vergogna.

Purtroppo! non c’è uomo per cui la sua amicizia non diviene un peso. – Perché è difficile sostenere davanti a tutti l’uomo che si raccomanda solo per l’odio che causa.

Che l’esiliato resti dunque ciò che è: un uomo senza nome. Che, affascinato dalle ingannevoli promesse, non vada a compromettere il suo tranquillo annientamento, il solo ed amaro beneficio della proscrizione. Che non evochi se stesso, al fondo del suo sepolcro, l’Ingiuria dalla voce avvinazzata, il Disprezzo dalla fronte calva, lo Sdegno dall’occhio grigio, dal labbro spaccato!

Tuttavia la voce del mio cuore non è spenta; essa si eleva al contrario straziante, più imperiosa che mai. Qualsiasi cosa faccia per contenerla, essa scapperà, e il mio dolore sarà la sola gioia che il mondo non potrà rapirmi. Mi sarà dolce, naufrago senza speranza, attaccarmi a ciò, con il delirio che dona l’istinto di conservazione, ai rari resti della virile energia, della generosa passione e della vivace gaiezza sopravvissute ai naufragi delle generazioni precedenti.

Secolo di ferro, d’argento e di fango, corpulento come un banchiere fortunato; piatto di legalità come un biglietto di banca; secolo di borghesi avviliti, di donne vendute, di Catilina paesani, di proprietari famelici, di stracci blasonati e di bottegai dignitari, arriverò a farti arrossire affaticando le tue orecchie di Mida con i nomi di qualche uomo sfuggito al generale appiattimento della specie?...

No, ti nasconderai nelle tue bische e nei tuoi uffici, come nei giunchi fangosi l’amante regale dell’oro. E quando verrà la sera, quando la pallida orgia si leverà, ancora ubriaca dal suo letto sudato, i rumori degli immondi batraci celebreranno la tua gloria.

Oh! almeno avrò cercato di turbare questo concerto di ammirazione reciproca, questo grido di rane borghesi, cortigiane delle tenebre, che non sanno fare altro che domandare dei re, e lasciarsi stritolare da essi!

Da Parigi a Ginevra

Avevo deciso di andare in Svizzera. Sognavo questo paese, come la Scozia e la Spagna, tre oasi che l’infaticabile mano della civilizzazione non ha ancora distrutto. Solo più tardi, con la riflessione, pensai a visitare Roma o Londra, di cui gli artisti e gli industriali mi avevano raccontato tante meraviglie, ma tutte nello stesso senso, con le stesse esclamazioni di entusiasmo. Mi sembrava che nell’immenso bacino dell’Oceano, nelle pianure di un firmamento senza limiti, nei paesaggi di montagne a perdita d’occhio, di fiumi e di valli, vi fosse più spazio per il pensiero.

La natura è sufficientemente ricca per soddisfare l’immaginazione di ciascuno, per quanto varie siano le impressioni che le si chiedono. Mentre le scoperte industriali e i quadri dei grandi maestri non sono, dopo tutto, che copie di armonie naturali, più o meno rassomiglianti, più o meno marcate dal sigillo del genio, ma, in ultimo, delle copie. Ciò può essere sublime; senza dubbio innumerevoli perfezioni sono riunite così in un quadro infinitamente più ristretto che quello della natura. Ma questi capolavori sono dovuti alle impressioni di altri uomini, e sono le mie che io cerco alla fonte in cui ognuno le trova.

Vi sono spiriti avidi di spazio, di movimento e di sogni, che non possono comprendere la libertà in un salone, l’originalità e la scienza vere in una conversazione superficiale, di citazioni alla moda e di sforzi di memoria. Essi si persuadono che per comprendere la natura sotto un nuovo aspetto, e per trovarvi un’ispirazione, bisogna studiarla in tutti i suoi misteri, e che i libri e le lezioni degli uomini non sono tanto più utili di una semplice verifica di un’impressione collocata nell’universo. Se fossi obbligato a riconoscere un’autorità divina, preferirei inginocchiarmi davanti al sole dei Caldei, piuttosto che davanti all’Irrivelato dei preti, ridotto alle proporzioni di un’ostia senza macchia.

Se questi pensieri sono giusti o falsi, se essi sono innati o acquisiti, se causano la felicità o la disgrazia degli uomini, sono altrettante ipotesi sulle quali si può, come altri, sviluppare una teoria. Non lo farò; dirò soltanto che queste idee, collocate dapprima in una natura impressionabile, avevano trovato forza più tardi grazie alle lezioni sistematiche e ai comandi spettacolosi con i quali si era preteso curvare la mia intelligenza.

Fu senza rimpianto che lasciai Parigi, questa fornitrice prediletta della fame, della prostituzione e della morte. La lasciai, come Sodoma e Ninive, nell’orgia del suo ultimo banchetto. E non andai neppure a portare i miei umili addii alla Facoltà di Medicina, riunione di dottori che recitano ai giovani allievi ciò che hanno appreso dai vecchi maestri. Il poco che sapevo l’avevo appreso da me stesso, mai assistetti a una lezione, poco curandomi d’arredare il cervello con nomenclature greche o latine rimasticate dai prìncipi della scienza.

Non portavo per altro il lutto per questo gran mondo dove si scatenano tutte le piccole ambizioni, dove brillano tanti piccoli spiriti, dove non risaltano che i vermi capaci di arrampicarsi nel fango più profondo.

Non mi si vide per altro piangere sulle donne di un giorno, ulcerazione fisica e morale che brucia invece di alleviare; né intenerirmi per gli amici che mi avevano già rinnegato, occupati a scavare la loro strada nel letame sociale; né per le conoscenze banali delle quali ognuno può fare ampio approvvigionamento e che vi stringono la mano fin quando la vostra posizione sociale è utile ai loro interessi.

Che cosa facevo a Parigi? il mio spirito era estraneo agli spettacoli brillanti del lusso omicida; non facevo parte di questi misantropi delle grandi città che hanno tutti gli uomini per “cari amici”, e che percorrono la propria strada incuranti di tutto. Mi allontanai da loro e, dopo cinque anni, non avevo alcun desiderio di rivedere questo formicaio brulicante dove gli abitanti si incontrano, si perdono, si incrociano, si cercano, si prendono e si lasciano senza alcun significato; dove si compra l’amicizia, come l’amore, da esseri irrecuperabili e privi d’affetto.

Gridai col Salmista: “Eterno! liberami, con la tua mano, da questa gente, dalla gente di mondo il cui dono è di questa vita, di cui tu riempi talmente il ventre delle tue provviste che i loro figli sono satolli e lasciano i resti ai discendenti”.


Ma un indicibile serrarsi del cuore mi prese quando attraversai la mia Borgogna natale. Desiderai che il galoppo dei cavalli diventasse più pesante. Era la fine di giugno, in quella stagione dell’anno in cui la natura, ancora piena del verde della primavera, promette i frutti dell’autunno. Il sole bruciante di fuoco depone nel nocciolo dei frutti ardenti baci che li fanno arrossire come fanciulle sorprese dal loro primo amante. Questi amori non durano che un mattino. Dopo di che, si spargono al suolo i lamponi profumati, la fragola che si nasconde sotto il velo delle sue larghe foglie, e la ciliegia amata dagli uccelli. Dopo di che, simili a noi, poveri umani, le cui pretese diminuiscono man mano che gli anni aumentano, il Dio del giorno indirizza i suoi omaggi alle bellezze severe dell’autunno: il verde pero, il pomo che si scioglie nell’acqua, e i frutti d’Iberia dall’epidermide d’oro.

Fu un lungo addio che inviai a queste colline ricoperte del loro verde vestito; a queste foreste che tanto spesso avevo percorso; a questo incantevole fiume d’Armançon di cui conoscevo tutte le isole, fresche come mazzi di fiori. Quante volte avevo tagliato le sue verdi onde, l’avevo colpito con i miei remi; quante lotte gioiose con i gioiosi compagni! Tutto ciò fuggiva lontano.

Oh natura! Prima e ultima amante dell’uomo, tu che gli resti fedele quando gli altri lo tradiscono, perché non ti vediamo sempre attraverso il prisma delle nostre prime illusioni? Tu che ci dai a ogni età spettacoli emozionanti e carezze tenere, perché non possiamo amarti due volte con rinnovellata forza? Oh fiore della giovinezza, così presto schiuso, così presto sfiorito, perché le malinconiche preoccupazioni sociali fanno cadere nel tuo bianco calice questa goccia di fiele che, simile ad una macchia d’olio, si estende, si estende, per mai più sparire?


Numerose riflessioni mi affliggevano. Nei momenti critici della nostra esistenza, quando una barriera si eleva d’un colpo davanti allo scopo che vogliamo raggiungere, amiamo ritornare sul nostro passato, e rifare il nostro avvenire basandoci sugli avvenimenti presenti. In questi momenti, l’uomo si isola dagli oggetti esterni; le sue idee lo dominano talmente che, lungi dal distrarlo, il movimento e il rumore favoriscono la riflessione. Così, mentre la diligenza correva verso la frontiera del Giura, ero arrivato a questo punto di assorbimento e di beatitudine che ci fa desiderare di vedere allungarsi la strada, per non abbandonare il cantuccio della vettura che ci ha fatto fare così bei sogni.

Che cosa fare adesso? I miei progetti sono capovolti. Un giorno è stato sufficiente per disperdere tutto ciò che mi ero ripromesso: clientela, matrimonio, famiglia, vita privata e vita pubblica. Eccomi nudo, nel mezzo del mondo, come il bambino che nasce. Tutti i miei lavori sono perduti, tutte le mie esperienze appassite. La mia vita sembra un bicchiere rotto: il troncone di ieri non può più saldarsi col troncone di oggi; quante altre volte gli uomini lo divideranno? Andiamo sempre; diciamo che vedo il giorno per la prima volta; l’avvenire e immenso, il mondo vasto; ed io ho tutta la mia vita per percorrerlo. Frusta cocchiere, tu porti la mia fortuna!

Così pensano i giovani. Non sarebbero stati più fortunati se, fin dalle prime tappe della vita, avessero previsto le delusioni?


– Figlio dell’uomo! aggiunsi, che cosa lasci dietro di te?

Lascio mio padre, più sfortunato di me stesso. Egli mi insegnò il fiero linguaggio della Libertà; e adesso bisogna che taccia, che curvi la sua testa grigia sotto un dispotismo davanti al quale io scappo.

Figlio dell’uomo! impara a separarti da tuo padre. La lingua ch’egli ti insegnò fu buona per il suo tempo. Ormai tu ne dovrai parlare un’altra. Le vecchie convinzioni sono più prudenti delle giovani, e la fiamma che brucia in un cuore di cinquant’anni vacilla come le ultime gocce di un ponce.

… E io mi separai da mio padre.

– Figlio di donna! che cosa lasci dietro di te?

Lascio mia madre che cerca in quale angolo del mondo potrà inviare il tributo delle sue lacrime.

Figlio di donna! è necessario, staccati da tua madre. Ormai tu non ne avrai altra che la Libertà. La voce di tua madre era carezzevole, quando ti cullava, quando ti conservava nella felicità domestica, nella mediocrità piacevole del focolare gioioso, quando racchiudeva tutta la tua vita nei suoi baci. La voce della Libertà è rude, ha troppi figli per preferirti agli altri. Non ti ripeterà, nei suoi canti d’amore, che la pace è tua e che la felicità nascerà sotto i tuoi passi. Con una mano secca, ti mostrerà il deserto dell’esilio, gli uomini alleati contro la tua dignità, le cose congiurate contro la tua indipendenza.

Cammina senza girarti. Il mondo si estende davanti a te; lo attraverserai solo, e solo vivrai. E quando avrai ammassato qualche foglia secca per coricarti, il piede degli uomini disperderà il tuo letto. La tua esistenza sarà più tormentata di quella degli abeti che crescono sui picchi dei monti.

Figlio di donna! non esitare tuttavia. Nel cuore di tua madre, l’amore parla più alto della dignità. Per molto tempo la sua voce sfiderà l’oppressione che ti rapì alla sua tenerezza. E poi la sua fierezza sarà abbattuta dal suo dolore. Qualche giorno e diventerà supplichevole, ti proporrà di acquistare, a prezzo dell’umiliazione, la felicità di rivederti.

… E io mi separai da mia madre.

– Figlio della patria! che cosa lasci dietro di te?

Lascio la Francia che si curva sotto il fardello della sua gloria spenta. Essa consuma il poco di forza che le resta nell’anarchia, la concorrenza e la corruzione. Ha rigettato la sua brillante corona, e si è inginocchiata davanti al vitello d’oro, come gli Ebrei nel deserto, essa ha piegato il collo sotto un Imperatore tratto dal fango, come Roma al tempo della sua decadenza. Ecco le orde del Nord che attaccano i suoi fianchi mutilati. L’umanità non potrà rigenerarsi che con la morte delle grandi nazioni.

Figlio della Francia! continua il tuo cammino. L’umanità è più grande della più grande delle nazioni. Che la tua anima si elevi! Ormai avrai i popoli per fratelli e la terra per soggiorno; cambierai clima e cieli, come gli uccelli viaggiatori.

... E io mi separai dalla Francia.


Genio della Rivoluzione, per il momento, pietà! Alla tua voce ho lasciato tutto, patria, famiglia e madre, dolci sogni che non rivedrò più. Tuttavia tutte queste cose sono care all’uomo, e queste separazioni fanno sanguinare il mio cuore come un arto strappato. È solo il rimpianto? È di già il rimorso?

Uomo senza ragione, mi rispose allora una voce interiore, se tu ti penti di ciò che ti piace chiamare sacrifici, ritorna sui tuoi passi, ritorna in questa Francia che ti aprirà le sue prigioni, rivedi le strade affollate della tua città natale dove i ragazzi ti copriranno d’ingiurie, corri a tendere la mano alla gente che ti respingerà. Ritorna sotto il tetto paterno dove i tuoi passi saranno sorvegliati, i tuoi pensieri sorpresi, i tuoi progetti sventati, e i tuoi studi più cari sconvolti di proposito. Chi ti tiene? La Rivoluzione ha abbastanza servitori, e tu la consideri come quelle donne che cercano i loro amanti col favore della notte?

Allora compresi che la guerra era nella nazione come nella famiglia, che i cittadini e i fratelli e i figli e i padri erano nemici; che dappertutto, la Libertà e la servitù erano in contrasto; che la felicità non poteva trovarsi in un paese asservito, presso genitori schiavi. Se esistesse una terra, un focolare in cui uomini liberi fossero riuniti sulla base dell’attrazione e legati insieme dalla giustizia, sento che, io proscritto, bacerei questa terra con amore e mi riscalderei a questo focolare. Il cuore dell’uomo è troppo piccolo per battere sull’universo. Felici coloro che vivono in anni tranquilli dove la discordia non urla in mezzo alle città! Felici coloro che possono essere figli, spose e padri; e benedire la patria senza rinnegare il mondo, senza cessare di stimarsi, senza implorare il dispotismo e umiliarsi davanti ad esso.

Siamo lontani da questi giorni e da questa patria. Nel giugno 1849, un generale terrore pesa sulla Francia. La Delazione, smagrita dai digiuni, segna le sue vittime di porta in porta; si sorveglia, si teme, ognuno ha paura di parlare all’orecchio del vicino. La fiducia e la dignità sono risalite in cielo; gli uomini si sbranano. Oh! pudore! la spia è canonizzata; il padre è venduto dal figlio e l’amante dalla donna amata!

È uno di quei momenti in cui la gente onesta è abbandonata alla discrezione degli staffieri, in cui la polizia si ubriaca di vessazioni e di insolenze, in cui si perseguita per il piacere di fare soffrire. È il tempo in cui non si danza più nel villaggio, in cui i ritrovi sono chiusi, in cui i cani urlano nella solitudine, in cui l’erba cresce nelle strade; le veglie son finite nei granai, il cavallo resta nell’incuria, e il fucile attaccato al chiodo sul caminetto nero.

Il lavoratore traccia il solco senza cantare, il postiglione lascia dormire la sua dimenticata sonagliera; i soldati calpestano le messi e s’installano d’autorità nei bordelli; le navicelle dondolano nei porti. Ogni uomo è sospetto se non grida con gli altri: viva il Terrore e la Morte!

La folla accorre al passaggio delle vetture pubbliche, e mille sguardi sospettosi scrutano i viaggiatori. Sulle porte degli alberghi non si vedono più le ragazze attente, ma il grossolano gendarme che trascina con compiacenza il suo spadone sul selciato. Vergogna e confusione! Credo di valere di più dei giovani che servono l’ingiustizia.

Addio, dunque, nazione avvilita! Tranne l’onore ti resta tutto, esercito, forza e scienza, di cui hai dimenticato l’uso. Dormi il tuo sonno vigliacco e possa perseguitarti l’incubo della Paura! Ti lascio senza rimpianto e senza speranza, portandomi via il sorriso di mia madre, le grandi voci della prateria, della montagna e dell’acqua. Se mai ritornerò nella mia città, il mio cane e il mio cavallo saranno morti, il mio fucile rovinato dalla ruggine, i miei libri e i miei strumenti perduti, la casa venduta, i boschi, le rocce e il fiume verde sconvolti dalle rotaie. I miei genitori vicini alla tomba e i miei capelli diventati bianchi. Quelli che vidi fanciulli saranno padri, quelli che conobbi uomini saranno ingobbiti. L’erba ricoprirà le iscrizioni funebri, i colori delle case scomparsi sotto la pioggia, gli alberi caduti per vecchiaia, e la prima cosa che vedrò sarà il martello della porta ossidato e rammollito. La falce del tempo è sempre acuminata contro le opere umane. Soltanto il ricordo e la speranza ci danno qualche istante di felicità.

Nel frattempo la diligenza, correndo a tutta velocità, seguiva la strada sinuosa che conduce da Besançon a Pontarlier e che la mano dell’uomo ha gettato come una sciarpa intorno al collo del Giura gigante. Mi avvicinavo alle frontiere francesi. Già il vento dei monti mi portava il profumo dei larici e dell’erba aromatica. Sentivo muggire il torrente nelle profondità dell’abisso, e qualche volta lo distinguevo nel mezzo delle rocce boscose, come una vena profonda tra due ossa nella mano di un vecchio. Mi credevo già in Svizzera.

Bella valle d’Ornans! viscere di granito scosse dal fulmine, che l’acqua rinfresca delle ferite! Bianchi villaggi addossati allo scheletro della natura che ricavano dalle acque la ricchezza e la fecondità. Un giorno vi rivedrò liberi come il cielo e il Giura che vi protegge! È nel mezzo dei grandi cambiamenti della terra che nascono le grandi rivolte. Niente, nemmeno il sacro Grütli, mi ha potuto fare scordare la valle selvaggia dove respirai per la prima volta il tuo soffio vivo e puro, Libertà dei monti!

In questi momenti di guerra civile, le frontiere francesi sono irte di doganieri. I più abili segugi sono stati inviati da tutte le parti per braccare i proscritti. Era necessario passare attraverso le maglie serrate della rete. Per quanto fossi un pesce piccolo, non m’avrebbero certo dato il tempo d’ingrossare, e la mano adunca della polizia mi avrebbe ghermito per non farmi diventare grande.

A Parigi, i miei amici mi avevano raccomandato alle cure di un conduttore, grazie al quale il mio viaggio, fin lì, si era svolto senza ostacoli. Quest’uomo, come tutti quelli della sua professione, amava il rumore, i buoni bicchieri, i paesaggi pittoreschi, i cavalli veloci, gli uomini che non dormono, il movimento così com’è nelle città in rivolta. Era uno di quei rivoluzionari artisti che muoiono d’impazienza sull’imperiale della loro vettura, quando sono obbligati a voltare le spalle ai colpi di fucile, e che si considerano felici quando il popolo ha la fantasia di togliere loro la vettura per capovolgerla e farne una barricata. Mezza posta prima di Pontarlier, egli fermò i cavalli e mi fece entrare in un albergo dove mi offrì il bicchiere d’addio. Poi mi abbracciò e mi consegnò a un contrabbandiere.

Era un buon uomo questo conduttore. Qualche ora dopo mi avrà, senza dubbio, dimenticato per divertirsi con altri. Ma quando si separò da me la sua voce era rotta, e mi sono sentito preso da una indicibile tristezza sentendo fischiare la sua frusta mentre si allontanava. Era l’ultimo essere che conosceva il mio nome, i miei antecedenti, i miei amici, e che poteva amarmi o odiarmi con cognizione di causa. Il fragile legame che mi teneva avvinto al passato, veniva a rompersi. Ormai, dovevo essere impenetrabile a tutti.

Come sono strane le nostre simpatie! Non avevo mai visto quest’uomo, e senza dubbio non lo rivedrò più; ma, sotto la sua protezione, avevo passato quarantotto ore critiche. La sua benevolenza resterà impressa per sempre su di me.


Personaggio muto, il contrabbandiere mi guardò fino nel fondo degli occhi, accese la pipa nera, caricò i miei effetti sulle sue spalle, e mi condusse per sentieri stretti fino all’entrata di uno chalet nascosto in una di quelle macchie di abeti, numerose nel mezzo delle colline del dipartimento di Doubs. Lo seguii rispettando il suo silenzio.

La notte, col suo piede pigro, saliva lentamente nel cielo. La luna era brillante e nessuna delle stelle curiose mancava allo splendore che il cielo diffonde sulla terra durante le notti d’estate. Tuttavia, vidi lo chalet ospitale soltanto quando il contrabbandiere bussò per tre volte alla robusta porta. Tanto era nascosto nel verde, come un nido d’uccello, e tanta cura avevano avuto all’interno di spegnere ogni luce.

Alla chiamata della guida rispose una voce di vecchia: – Chi è là? – “Giura e libero commercio”, mormoro l’uomo di cui sentivo la voce per la prima volta. Subito i chiavistelli stridettero, una catena di ferro venne alzata e la porta ruotò sui suoi cardini. La vecchia accese sulla porta l’estremità smorzata di un pezzo di canapa e l’accostò al lucignolo di una piccola lampada.

Attraverso una botola mi fecero scendere in una stretta cava dove vidi alcune balle di merce disposte qua e là senza alcuna indicazione. Un uomo russava, disteso su una larga cassa coperta di fieno. L’aria era calda e rarefatta. Mi chiedevo come questi uomini di montagna potessero vivere in un’atmosfera dove io respiravo a fatica. La miseria e l’abitudine sono le più obbedite e le più perseveranti tiranne.

“Ehi là! Rémi, disse il mio compagno; è già notte e questo gentile borghese che conduco non si deve stabilire da questo lato della frontiera. È tempo di metterci in cammino, tanto più che sarà difficile passare. In alto, il diavolo ha acceso tutte le sue lanterne e i doganieri ci vedranno tanto chiaro da salutarci come persone che hanno imparato a vivere”.

Il dormiente si strofinò gli occhi, certo per vederci più chiaro dei doganieri. Poi, vestendosi rapidamente, sistemò le mie cose in un angolo, mise due pistole alla cintura e una carabina sulla spalla, fissando il suo prezzo con me e facendo valere il chiarore della luna e la bellezza del tempo, come i battellieri fanno valere la tempesta.

I contrabbandieri

Partimmo: loro senza emozioni come gente che va a fare il proprio mestiere; io sognando avventure, rapito di trovarmi in così straordinaria compagnia. Il conduttore mi aveva raccomandato di non avere gran fiducia nei contrabbandieri; restavo quindi in un silenzio difensivo ben deciso a non romperlo per primo. Regola generale: l’uomo che vuole nascondere qualcosa farà bene a non parlare. È difficile dire solo ciò che si vuole. Ho conosciuto molte persone che avevano questa pretesa, e che si sono pentite d’aver preteso troppo da loro stesse. Scrivendo ciò, mi gratto dove mi prude.

Dopo un’ora di marcia, Rémi, che sembrava il capo dell’impresa sotto la cui ragione sociale mi si trasportava in Svizzera, aprì la conversazione con quest’apostrofe poco democratica: “Allora, voialtri parigini, quando finirete di fare tanto rumore per nulla? Ognuna delle vostre mancate rivoluzioni fa piovere doganieri e gendarmi sul Giura, e i nostri piccoli affari ne soffrono. Con ciò, tutti quanti, arrivate qui, senza il becco di un quattrino, ed è un ben magro commercio rischiare la pelle per salvare la vostra”.

– “Come? gridai, voi, braccati dagli altri uomini, banditi delle montagne, anche voi siete contro la Rivoluzione? Per il cielo e la nube, per l’aria libera che respiri, per la schiena delle montagne che calpesti con i piedi nudi, contrabbandiere, tu sei complice di tutti coloro che si sono ribellati contro la civilizzazione e che vogliono sopprimere le barriere che separano i popoli. Tu sei della grande famiglia di esseri che chiedono un posto accanto al focolare sociale e la cui attività si consuma nei pericoli di una esistenza reputata criminale. Tu sei il fratello dell’insorto armato della sua disperazione, del ladro consigliato dalla fame, dell’assassino, della ragazza che vende il suo onore. Tu sei mio fratello, ed io, proscritto, non so dove sarò domani”.

– “Parole di ragazzo! riprese il contrabbandiere. La terra è molto più vicina a noi del cielo. L’uomo vive prima di tutto di pane, poi di pensieri se gliene resta il tempo. Chi respira nell’avvenire non sempre trova da mangiare al presente. Voialtri, sognatori, voi vi rappresentate la Proibizione come una matrigna dal seno avvizzito dalla quale gli uomini suggono la morte. Vi sono modi di accomodamento con essa; la dogana e il contrabbando sono le sue figlie. In certi momenti, il nostro commercio non è meno lucrativo di quello dello Stato.

“In due parole, ecco la mia morale pratica:

“La società somiglia a un vasto campo di ladri. Ognuno vi alza la propria tenda dove può, come può, a spese del vicino. Vi è dove il furto è protetto, e dà onori e ricchezze. Sono quelli che hanno trovato la terra incolta, le miniere d’argento, le intelligenze in frantumi e gli uomini disposti alla schiavitù. Questi sono i primi occupanti, i proprietari, gli sfruttatori, i diplomati. La legge è stata fatta da loro; quindi i governi devono funzionare a loro profitto. Poi ve ne sono altri, arrivati quando tutti i posti erano presi, e che tuttavia non possono fare a meno di vivere. Essi gettano uno sguardo disperato sul suolo circondato da muri, sul denaro rinchiuso nelle casseforti, sul pane custodito da inferriate. Domandano lavoro e le loro braccia sono respinte; domandano terra e appena si dà loro un posto nella fossa comune; domandano istruzione, e l’istruzione si vende solo a quelli che possono pagarla.

“In un simile stato di cose, questi ultimi hanno solo due partiti da prendere. – O, serrando i pugni, si irrigidiscono contro l’ingiustizia che li riduce all’ozio e all’inazione, e si collocano fuori della legge e della società. Per cui, una volta impegnati su questa strada, non possono più vivere che con l’eccesso del furto e dell’assassinio, cosa che li condurrà diritti al bagno o alla ghigliottina. – O, tendendo supplicanti le mani, addolciscono le loro voci, facendosi piccoli per trovare il riparo di una porta sotto un palazzo, qualche soldo tra due pile di scudi, un pezzo di pane tra due piatti d’oro, un passaggio tra due rocce.

“Quest’ultimo procedimento è più sicuro. Quando lo si adotta, si è liberi di portare la livrea, per far prevalere la parte del leone, per mordersi la lingua e frenare le reni. Dapprima ciò è duro; poi, l’abitudine ci rende più docili dei cani. Ecco, la vecchia società è ancora ben forte nella sua armatura di ferro: il suo fiato di zolfo e di carbone è pronto per le potenti macchine, i suoi capelli sono migliaia di baionette di soldati, la sua bocca è una grande gola di cannone sempre pronta a vomitare la morte. Essa ha le unghie adunche dell’usciere, i suoi piedi riposano sulla larga base dei tribunali. Non saremo noi a dissolvere questo organismo, formatosi nei secoli.

“Ragazzo! anch’io sognai la gloria. Allora avevo vent’anni; leggevo le storie del briganti famosi, e il cervello mi bolliva nel cranio. In quel tempo, acuminavo la lama del pugnale sulle migliori rocce, e la carabina non era mai vuota. Peggio per colui che mi avesse sbarrato il passo, sarebbe stato un uomo morto. Ma ora, ho visto troppo i bianchi ghiacciai per preferire la cieca temerarietà alla chiaroveggente prudenza. Mi faccio vecchio; i miei muscoli d’acciaio si allentano, il mio pensiero non ha più lo stesso vigore. Discendo la china che voi cominciate a salire, e ci incontriamo sulla grande strada della vita, voi con le braccia alla stella del mattino, io con i ginocchi indeboliti verso la tomba. Continuiamo il nostro cammino come ci guida la natura. L’erba spunta verde e cade gialla; l’albero cresce e si distende, poi il suo tronco ritorna alla terra.

“Diventando meno forte, mi faccio più ipocrita. Ognuno per sé e Dio per tutti: questo è oggi il mio motto. Il mio solo scopo è di conciliarmi i miei nemici interessandoli alle mie attività. Così vivrò più a lungo tranquillo, e potrò assicurarmi una vecchiaia onorevole, ritirandomi in una società che considera chi può pagare. I privilegiati sono meno coraggiosi di noi, e tuttavia ci hanno divisi. Noi siamo indeboliti dalle continue privazioni, avvelenati dalle gioie corruttrici. La forza ha ragione dei più fieri. Che vada a confidare al mio vicino il segreto di una cospirazione, e il mio vicino mi tradirà. Ciò è la guerra. Ah! per riunire in una vendetta comune tutti gli uomini diseredati, sarebbero necessarie grandi ricchezze. Non sono io, povero diavolo, che ridiventerò tanto pazzo da tentare la fortuna.

“Voi vi slancerete pieno di speranza sulla strada della vita, cantando come il viaggiatore che comincia la sua prima tappa. Le gambe al mattino sono riposate, l’aria è fresca, l’orizzonte sembra propizio. Tanto meglio per voi se le vostre illusioni non saranno strappate troppo presto, se la tempesta non spiega le sue ali nere sul vostro cielo sereno. Ma verrà il giorno in cui sarete tradito dal vostro amico, in cui sarete tradito dagli uomini che ammirate di più, in cui la vostra amante vi abbandonerà per gli amori di un altro, in cui troverete una goccia di fiele nel fondo della vostra coppa, una piega sulla fronte, un capello bianco tra i vostri capelli neri. E quel giorno di lutto arriverà tanto più presto quanto più il nostro entusiasmo sarà stato grande e i nostri pensieri attivi. Per voi questo giorno sarà domani, credete all’esperienza di un uomo maturo”.


Oh poeti! Oh [Pierre-Jean de] Béranger! Ecco i bei giovani che date alla Libertà! Voi ce li rappresentate a piede fermo, sulla cresta dei monti, i capelli scompigliati dalla tempesta; la loro voce più forte della valanga, il braccio più duro degli artigli dell’aquila. Voi date loro coscienza di un’alta missione, ne fate raddrizzatori di torti che colpiscono con i propri colpi il seno della notte e il petto dei doganieri. E quando noi li avviciniamo, troviamo che l’ambizione di questi nobili banditi è quella di diventare bottegai. Avrei voluto che i riformatori imbecilli, che negano l’interesse e l’egoismo, avessero ascoltato quest’uomo, per apprendere dalla sua bocca di ferro, che bisogna basarsi su tutte le passioni se si vuole essere compresi dagli uomini.

A parte tutto, dal punto di vista del suo interesse presente, i discorsi di quest’uomo erano sensati. La ruota principale di una macchina comanda tutte le altre. In un corpo umano, quando i vasi profondi sono ostruiti, se ne formano di nuovi alla superficie che hanno la stessa struttura, la stessa direzione e gli stessi germi di malattia degli antichi. Il contrabbando è organizzato come la dogana; l’uno genera l’altra, non moriranno che insieme. Tutta la differenza tra di loro è che il contrabbando è una tassa prelevata sul pubblico da impiegati diversi da quelli governativi.


... Così discorremmo tutta la notte, superando sentieri scoscesi, discendendo scarpate improvvise, urtando pietre aguzze, denti canini della vecchia Tellus. Spesso costeggiammo lunghi burroni, potendo avanzare appena sul granito scivoloso. Certe volte alcuni passi si avvicinarono nelle tenebre, obbligandoci ad abbandonare il cammino conosciuto. Le mie guide correvano come camosci sui fianchi delle montagne, io affaticavo la mia voce e i miei polmoni per seguirli.

Alle prime luci del giorno avevamo superato le due linee della dogana francese; avevamo lasciato alla nostra sinistra il forte Rousses con le sue fortificazioni, i suoi ponti levatoi e i suoi cannoni. Eravamo a Saint-Cergues, ultimo villaggio svizzero, vicinissimo alla frontiera. Mi fermai là, proponendomi di scoprire, l’indomani, dall’alto della Dôle, uno dei picchi più alti del Giura di Vaud, la terra che mi dava asilo.

Le frontiere

Prima di separarmi dai contrabbandieri, volli conoscere il limite tra la Svizzera e la Francia. Essi mi fecero vedere una linea irregolare, appena indicata qui da un ruscello, là da una macchia di alberi, da una vertebra di pietra; e nelle zone più numerose dove la natura non aveva posto il suo segno, da limiti, uffici di dogana, forti della posta, opere degli uomini.

Come il bambino e il cieco amano dare una forma esagerata ad un pensiero che li colpisce vivamente, così io che non avevo mai lasciato il mio paese, mi rappresentavo lo straniero con qualche figura mostruosamente difforme, una barba rossa, una pelle grassa, costumi feroci, un’ignoranza e dei modi barbari. Mi sembrava che grandi differenze dovessero esserci fra uomini che si separano come appestati. E siccome mi avevano ripetuto continuamente che i Francesi erano superiori agli altri popoli, mi immaginavo uno svizzero come un uomo dei boschi.

Ecco a quale deplorevole risultato portano i pregiudizi nazionali e l’educazione universitaria. Con tutti i mezzi, con i giocattoli che ci mettono in mano, con i canti che ci fanno apprendere, con i racconti fantastici di guerra, con i quadri, con il teatro, gli archi di trionfo e le colonne che ci fanno ammirare, con la storia che loro ci insegnano a recitare come un inno costante alla gloria nazionale, si danno ai fanciulli le nozioni più false sull’umanità. Si insegna loro a vedere negli altri popoli solo dei fondi di quadri con tipiche illustrazioni; si insegna l’odio e il disprezzo per lo straniero.

E poi, quando questi bambini sono diventati uomini, si parla loro di colpo della fraternità universale, della santa alleanza dei popoli, e per codice patriottico si fa loro leggere Béranger, il poeta di tutti i feticismi popolari, dove trovano in un colpo l’esaltazione dello sciovinismo, le strofe di solidarietà per i popoli e l’apoteosi di Napoleone.

Ciò accade in tutti i paesi, e specialmente in Francia. È così che si spingono gli uomini a sbranarsi fra loro, e a dimenticare che sono resi fratelli da bisogni e tendenze comuni. È così che si reclutano gli schiavi del primo ambizioso o del primo salvatore che arriva.

Tuttavia, dai due lati di questa frontiera, vivono uomini che si comprendono, si adattano allo stesso clima, i cui costumi e interessi sono gli stessi. Al di qua come al di là di questa linea ristretta, i giovani e le ragazze si amano allo stesso modo, vi sono gli stessi legami di famiglia, le stesse colture nei campi, le stesse industrie nelle città, le stesse nozioni del bene e del male, del falso e del vero, del bello e del brutto.

E io mi domando: che cosa durerà di più, questo limite arbitrario, tante volte cambiato dal gusto dei re; o le Alpi immense gettate dalla mano della natura tra l’Italia, la Germania e la Francia, perché questi popoli abbiano caratteri distintivi? Quali scompariranno prima, i forti e le opere realizzate dalle formiche umane, o il genio comune della Francia, della Savoia e della Svizzera francese? Chi vincerà, la natura o la diplomazia?

Se esamino il corpo dell’uomo, disposto secondo lo stesso modello del corpo dell’umanità, vedo con chiarezza che organi diversi hanno struttura e funzioni diverse, e che sono circondati da membrane che formano come delle atmosfere protettrici, delle frontiere naturali. Osservo inoltre che queste diversità sono necessarie per raggiungere l’armonia complessiva.

Ma noto anche che questi mezzi di protezione non diventano mai nocivi, e che la natura non ha ostruito i vasi che portano a tutti gli organi la parte che arriva loro delle ricchezze comuni. Al contrario, essa li ha collocati nel modo più favorevole per la circolazione, li ha fatti serpeggiare nelle parti interne e profonde, li ha circondati di grasso, di guaine e di anelli, per proteggerli contro ogni urto, contro ogni sfregamento, contro ogni brusca contrazione delle parti vicine, di modo che le loro funzioni riparatrici, le più importanti di tutte, non fossero mai sospese.

Quando un tumore s’innalza nel corso di un vaso, quando dei legami comprimono i nervi e si oppongono al passaggio del sangue, accadono terribili accidenti. Al di sopra e al di sotto dell’ostacolo, vi è stagnazione di sangue non rinnovato. Poi l’occlusione, l’infiltrazione, l’infiammazione, l’ascesso, l’edema, il deperimento, la cancrena del tessuto. E siccome tutti gli organi sono solidali, questo disordine locale porta ben presto ad una generale alterazione della costituzione. – Il sistema proibizionista produce gli stessi inconvenienti nell’umanità come la compressione artificiale dei vasi nell’uomo. Là dove dovrebbe regnare l’abbondanza, il libero scambio dei beni comuni, succede l’ingombro e la carestia, causati dall’avidità particolare.

Ogni terra produce i suoi frutti. Ogni nazione coltiva l’industria, le scienze e le arti che le sono proprie: ognuna col suo genio. È questo genio che è naturale, indispensabile, indistruttibile, che fa sì che i popoli si conservino differenti come le spighe di grano, come le onde dell’Oceano, come gli uomini.

Ma, allo stesso modo in cui gli organi dell’uomo scambiano liberamente fra loro i liquidi nutritivi del corpo, così le nazioni, che sono gli organi dell’umanità, devono scambiare liberamente i prodotti che ottengono, col lavoro, dal seno della terra.

Che non mi si accusi di sognare, per gli uomini e per i popoli, una stupida e impossibile uniformità comunista; quando non domando che la giusta ripartizione dei beni necessari alla vita. Tra colui che professa il dogma dell’uguaglianza delle persone e quello che reclama un’equa ripartizione delle cose, vi è una differenza capitale. Il primo è un icariano, un despota; il secondo sa conciliare la libertà necessaria alla vita dell’individuo con la solidarietà indispensabile allo sviluppo della società. L’esame più superficiale del corpo umano sarà sufficiente per convincere chiunque di questa verità. Aggiungo che io mi limito ad esporre i miei punti di vista, mentre gli autoritari intendono imporre i loro sistemi.

Con il proibizionismo, tutto ciò che un popolo potrebbe dare di meglio e di meno costoso è proibito presso gli altri. Questa disposizione è parimenti nociva alla nazione che produce come a quella che consuma. La prima obbligata a vendere a basso prezzo presso di sé i prodotti di buona qualità di cui abbonda; la seconda obbligata ad acquistare a prezzo elevato, sul posto, cattivi prodotti di cui manca. Da ciò risulta, per ciascuno, un impoverimento delle ricchezze generali; presso la prima per difetto di entrate, prodotte da una vendita svantaggiosa; presso la seconda per eccesso di esborsi determinati da un acquisto oneroso.

E siccome per essere utile, ogni consumo e ogni produzione devono essere riproduttori di ricchezze generali; ne consegue che la produzione e il consumo dei popoli non sono utili che a quelli che li sfruttano. Con il sistema del proibizionismo, più una nazione sarà ricca, industriosa e favorita dalla natura, più la sua autocrazia s’ingozza, e più il suo popolo diventa povero. L’Inghilterra ne è un triste esempio.

I governi sono i servitori delle classi privilegiate; queste hanno monopolizzato le ricchezze nazionali. Da ciò consegue che i governi devono imporre ai popoli consumi di cattiva qualità ma di provenienza nazionale.

Il governo francese, ad esempio, interdice l’entrata dell’orologeria svizzera nel suo territorio per favorire, verso e contro tutti, una industria nazionale che non può lottare né per qualità né per prezzo. La Svizzera, a sua volta, colpisce i nostri vini con alte imposte, e obbliga i suoi cittadini a bere un detestabile vinello di Vaud o di Neuchâtel.

Dappertutto è così. Il ferro inglese e belga paga diritti esorbitanti alle nostre frontiere, mentre i nostri lavori di pregio, i nostri libri, i nostri vini, i nostri alcol non possono penetrare né nelle isole britanniche né nelle Fiandre. La Spagna ci darebbe, a prezzi modici, i suoi vini generosi, le sue olive e i suoi frutti d’oro; ma bisogna che paghiamo carissimi, perché così piace al governo, le cattive arance del mezzogiorno della Francia, i vini di Lunel e di Frontignan, e le olive di Provenza.

E il popolo sopporta ciò, come sopporta tutto il resto.

Nell’uomo, come nell’umanità, nessun organo può sottrarsi alla vita generale. Se è la salute che regna dovunque, tutti gli organi avranno la loro parte; se è la malattia, tutti saranno malati.

Continuo il mio paragone. Se un ostacolo si oppone alla circolazione, nel polso per esempio, le arterie che, in alto, portano il sangue fino a questa parte, e le vene che lo ramificano in basso, si allargheranno a poco a poco, finché il corso del sangue si rallenterà in un passaggio che non si può superare che con difficoltà. L’allargamento di questi vasi farà loro perdere elasticità, essi non spingeranno più il sangue con lo stesso vigore, lo lasceranno stagnare e formare degli ingorghi. A poco a poco, questa situazione patologica si allargherà alle altre parti, e, infine, al cuore, le cui cavità si allargheranno oltre misura, impedendo le sue funzioni. Poi gli organi e le membra dove questi vasi passano, impallidiranno, dimagriranno e cadranno in cancrena; non daranno al corpo la loro parte di azione e i loro fluidi nutritivi. Dappertutto, man mano che la circolazione sarà intercettata, la vita si spegnerà gradatamente. Infine, con il cuore, l’uomo perirà, come un albero senza linfa, come una campagna senza acqua.

Lo stesso tra le nazioni. Se una di essa chiude il suo territorio ai prodotti delle altre, queste sono obbligate a rispondere con misure analoghe. Nessuno guadagnerà da questa generale sfiducia; al contrario, tutti deperiranno nell’isolamento, tra le frontiere che le comprimono come altrettanti legami. Gli uomini non saranno mai così numerosi per consumare tutto quello che la terra produce. I prodotti, l’industria e le concezioni di ogni popolo sono essenziali alla felicità di tutti. Stabilire un sistema proibizionista intorno ad un paese, significa privarlo dei migliori prodotti dell’universo. La vita dell’uomo è forse troppo lunga e i suoi organi troppo deboli perché egli si privi da se stesso delle rapide gioie e del benessere precario che può trovare quaggiù?

Che non si rinchiudano le nazioni tra le linee della dogana. Ciò li fa sfiorire come membra compresse; ciò rovina l’umanità e la fa morire di fame. Non abbiamo paura che i caratteri nazionali possano scomparire, quando nessun ostacolo si opporrà al benessere dei popoli. Questi caratteri sono così incancellabili come le diversità impresse dappertutto sul corpo gigante dell’universo.

Ricordi

I ricordi incisi sul cuore sono i soli che non si cancellano, e quando la nostra memoria insiste nel raccontarcene altri, ci stanca come un barbogio che non è buono a nulla.

Sono già cinque anni che vidi per la prima volta la Svizzera dall’alto del Giura. Vivessi migliaia d’anni non dimenticherei mai questo spettacolo. Ritornando negli stessi luoghi, in una serena mattinata, mai più proverò le impressioni fresche, l’illusione completa della prima volta.

In realtà la natura non è altro che il cadavere dalle belle forme che galvanizza i miei pensieri; l’entusiasmo prorompente della mia anima, la coppa incessantemente vuotata e incessantemente riempita; il fatto è che non avevo ancora respirato l’alito degli altri uomini e questo non aveva appannato il cristallo della mia immaginazione, come il vetro su cui si soffia in una fredda mattinata.

È la legge. Il nostro occhio si appiattisce e la vista diventa debole man mano che avanziamo con l’età; il nostro orecchio non coglie più i suoni che in modo confuso; la nostra voce si spezza e le nostre idee gelano nel cervello contemporaneamente ai capelli che imbiancano al di fuori. Mai lo stesso quadro fa nascere in noi due volte le stesse riflessioni. Felicità e disgrazia! La Provvidenza ci risparmia l’uniformità della vita, ma ce la fa vedere con colori più scuri man mano che la percorriamo. Essa non vuole che, sedotti dalla bellezza del paesaggio, ci riposiamo troppo a lungo durante il cammino.

La pietra si copre di muschio quando il piede dell’uomo non la sposta, il vischio si attacca alla quercia che non smette di crescere, e il grasso deforma l’animale che resta chiuso nella stalla. L’uomo vive poco e calpesta sempre lo stesso terreno, agitandosi col pensiero sempre nello stesso cerchio.

Largo alla stella filante, al tuono che si scatena, all’onda che s’alza, all’aria che corre, ai popoli invasori! La vita è il movimento; il mondo la conserva solo attraverso le rivoluzioni. Per quanto mi sosterrà la voce della libertà, per quanto mi sosterranno le mie risorse, per quanto profondamente potrà penetrare il mio pensiero... andrò.

“Uomo, cammina! Il cielo ti è davanti e l’inferno dietro”.

Se il mio corpo, limitato nel tempo e nello spazio, non può lasciare oggi, 28 agosto 1853, i luoghi ove la mediocrità l’incatena, almeno lascerò i miei ricordi ritornare lentamente, come vegliardi, sul solco rapido tracciato dalle mie giovanili speranze. Così gli oggetti non sono distintamente individuati che a causa del raggio luminoso che viene fuori dalla nostra comparazione. Io riaccosterò dunque il mio passato pieno di sogni, col mio presente ingrossato di realtà, ciò che provai a ventiquattro anni uscendo dal mio paese per la prima volta, e quello che provo a ventotto anni, dopo aver visto uomini e paesi tanto differenti gli uni dagli altri. Posso così misurare gli entusiasmi, le delusioni, le ammirazioni, gli errori, i pregiudizi, le convinzioni e i sentimenti che in questi quattro anni di esilio si sono accumulati sotto i miei piedi. Lo ripeto: è un cretino chi pretende di conservare le stesse idee nel mezzo dell’universo costantemente in movimento.

Quel giorno vedevo, dall’alto della Dôle, garrire sulle colline delle bandiere rosse che portavano i nomi di: Grandson, Morat, Sempach, Morgarten e Friburgo. Vedevo la grande ombra del liberatore marciare sicura attraverso i picchi di ghiaccio. Dietro le alte rocce, mi sembrava di vedere i guerrieri di Nœfels, pronti a gettarsi sui nuovi oppressori. Più lontano sentivo la tromba del pastore che raduna il gregge e gli prestavo i bellicosi accenti della tromba di Altorf che chiama al combattimento i figli d’Elvezia.

Allora gridai: Svizzera! rifugio della libertà, ti amo come l’arabo assetato le oasi dei deserti, ti imploro come il marinaio in pericolo implora Nostra Signora del Buon Soccorso. Tu sei la mia vera patria.

Salve! La tua fronte è cinta della radiosa corona dei ventidue cantoni sovrani. Tu hai in mano l’asta della tua bandiera rossa, tra le cui pieghe, bianca e pura, si disegna la croce federale. Ai tuoi piedi, catene e ceppi spezzati.

Salve! grandi laghi, coppe di granito sempre piene, nati nelle viscere della terra che andate a morire negli abissi dell’oceano. Salve! colline dove bellissimi greggi errano in libertà. Salve! abeti che, vivi o morti, resistete alla furia dei venti.

Salve! Ginevra, Basilea, Zurigo, La Chaux-de-Fonds, città industriali; – Argovia, Turgovia, Friburgo e Vaud, care all’agricoltura. – Salve! Glaris, Zug, Sangallo, Grisons, Valais, Soleure, posti tra i più selvaggi delle terre abitate. – Salve! Appenzell, rannicchiata tra il verde; Schaffouse, che il Reno abbandona con dispiacere e guarda malinconicamente attardandosi all’apice della cascata. – Salve! Schwitz, Uri, culla di Tell e dell’indipendenza. Salve! Lucerna dai mille campanili. – E tu, Berna, la fiera, fredda e scura come una di quelle grandi regine che regnarono nel Nord.

Gloria a te, Svizzera, madre di cittadini liberi, lavoratori e felici!

Ma dopo... ho vissuto due anni nella democratica Svizzera, e ho visto le campagne spezzettate, le montagne disboscate, le eredità chiuse, le ricchezze e la felicità sprecate dall’usura; – le intelligenze curve sotto un’istruzione dittatoriale, le coscienze addormentate da intolleranti ministri; – le costituzioni stanche a causa di vergognose malattie, la prostituzione che batte sui muri la sua testa disprezzata; – gli uomini curvi davanti alle botti del vino, le donne dandosi al primo venuto; – il diritto d’asilo violato, la fierezza nazionale umiliata dalle grandi potenze, l’antica buona fede sdegnata; – una giustizia venale, governi oppressori, le libertà comunali svanite a causa di un sistema brutale di centralizzazione; – le città nemiche le une alle altre, i figli della Repubblica venduti ai re in virtù di patti odiosi; – gli ospedali pieni e i palazzi vuoti; – un’aristocrazia sdegnosa, un popolo che si è abbandonato.

Dopo compresi che una nazione non poteva essere ed essere stata; che la civilizzazione era arrivata fin dentro le gole alpine; che il regno del banchiere, del commerciante e del borghese si era esteso su tutta la terra, e che la tirannia governativa regnava anche nei paesi meglio favoriti dalla natura. Dopo compresi che non esisteva più la nazione svizzera, ma che questo suolo, come tutti gli altri, era conteso tra il presente e l’avvenire.

Lo stendardo federale, i nomi delle grandi battaglie e dei grandi liberatori non sono ormai che emblemi rispettati. Non siamo più alle grandi lotte patriottiche. La Svizzera non è altro che una bella natura morta, una statua senz’anima, una donna senza amore e senza onore.

Bisogna che sia così. Perché la Rivoluzione universale possa compiersi in Europa, deve cogliere uno per uno tutti i popoli ugualmente avanzati in età. La civilizzazione non soccomberà prima di aver prodotto dappertutto ciò che poteva produrre.


Quel mattino, guardavo le nuvole volare sull’azzurro del cielo come le libellule sulla superficie dell’acqua, e le seguivo nella loro rapida corsa. E pensavo alla gloria, all’ambizione, queste prime nuvole, tanto pure, che passano sulla nostra gioventù... E mi dicevo che l’Ambizione e la Gloria erano care ai giovani e che l’esistenza che non animano è uniforme e triste come il cielo d’Inghilterra.

Ma dopo... ho visto che l’atmosfera delle grandi folle era troppo carica perché le nuvole fossero pure nel cielo che le copre. Ho visto che siamo abituati a respirare il vapore del carbone e che il fumo dell’industria ci priva della vista dell’etere.

Dopo ho visto l’intrigo grottesco con gli attributi della Gloria, la Compilazione con in fronte la stella del Genio, e la Pubblicità insolente con ai talloni le ali della Rinomanza. Ho visto rimatori portare, sulle spalle, la lira del poeta; duellisti sognare la fama dei guerrieri; avvocati riempirsi la bocca di ciottoli per imitare Demostene; commessi viaggiatori di un ambizioso autoconsacrarsi apostoli della Repubblica, energumeni da trivio montare sui parapetti per sembrare grandi come Danton.

E mi sono stancato del rumore di questi voli pesanti che vanno a finire su un certo numero di abbonati al giornale. E mi sono detto che gli uomini sono veramente meschini, che la reputazione di un giorno non valeva nemmeno il lavoro di un secondo; che i fumi del vino e i vapori che emana ill corpo della donna producono nubi brillanti in modo affatto identico e che è meglio immergersi nella voluttà che nell’intrigo.

E guardai le punte delle nubi immergersi nelle onde dei torrenti, il cielo abbracciare la terra, gli abeti inclinare le cime gli uni verso gli altri, le corolle dei fiori unirsi, l’arcobaleno sposarsi con la schiuma della cascata, il camoscio girare attorno alla propria femmina, dolce come una colomba che accarezza la sua compagna con l’ala fulva. E mi sono detto che l’amore è il padre della vita, e che sarei stato felice nel mio esilio, se l’avessi condiviso con una donna amata.

E poi... poi vidi delle donne formare gruppi infami davanti adolescenti i cui occhi erano appassiti come i fiori che coronavano la loro testa. Ho visto queste uri del vizio, i seni sudati, l’occhio sbarrato e i capelli sparsi, danzare atroci baccanali. Le labbra macchiate di vino, le voci rauche, le parole oscene, le esalazioni nauseabonde che emanavano dal loro corpo coperto di lebbra. E ho potuto vedere la nuda anima delle donne per bene, ritenute migliori di queste povere ragazze, e l’ho trovata più laida. Perché queste donne, che non conoscono l’angoscia della fame, si vendono per frivoli piaceri, per uno straccio chiassoso, per ricchezze male accumulate, per onori vani, per un posto a teatro, un equipaggio o una corona. Si vendono a vita e all’ora, agli idioti come agli impotenti, come ai vecchi; e quando arriva il loro turno, comprano, a loro volta, i favori di giovani imberbi che iniziano a pratiche snervanti.

Vidi queste donne associare i mariti e gli amanti al comune obbrobrio. E vidi le figlie degli uomini prostituirsi ai figli dei bottegai. E conobbi mariti che vivevano della prostituzione delle proprie mogli, e che speculavano, davanti alla giustizia, su questo traffico odioso. E conobbi lacchè grossolani amare nobili dame, e uomini di gran cuore diventare giocattoli nelle mani di quest’ultime.

E mi sono convinto che tutte le donne erano in vendita, dalla più povera alla più ricca, e che il loro possesso era assicurato a chi offriva di più. E mi sono chiesto se simili amori valgano un battito del cuore, una corsa faticosa, una lettera, un giuramento, un’emozione, un sonno o uno sforzo dei sensi; se la donna del diciannovesimo secolo, che copre con i suoi ricchi indumenti il vuoto della sua anima, meritasse un sospiro, un appuntamento, notti senza sonno e giorni senza lavoro. E, allo stesso modo della gloria, l’amore, così caro agli dèi e agli uomini, non mi è sembrato che un’amara illusione in un secolo d’argento.

Giovane con l’occhio d’artista, cuore innamorato! inginocchiati davanti a una statua di marmo, piangi nella corolla argentata del giglio, accarezza il collo del cigno, domanda uno sguardo alla gazzella dei deserti, alla bianchezza dell’avorio, al nero dell’ala del corvo. Ama un cane, un cavallo, un libro. Ma guardati d’ammirare la donna di oggi, guardati dall’amarla, e soprattutto di dirglielo. Perché non è bella come la statua antica; non piange come la gazzella; non si china come il giglio, ha un fiato bruciante; il collo non è flessibile come quello del cigno; non ha né l’attaccamento del cane né l’ardore del cavallo né il buon senso del libro: porta capelli tinti e denti posticci.

Quel giorno ascoltavo il canto dei lavoratori e dei vignaioli che tormentavano la terra, il ritornello delle vacche del mattutino pastore, e gli inni della libertà che, dal seno degli chalet, gli orologiai fanno salire fino al cielo. Nelle montagne amate, credevo vedere ancora lo sfortunato Jean-Jacques errare con un libro e con in mano una pianta.

L’ape volava di fiore in fiore; la formica diligente si stancava con dei pezzi di erba secca; il ragno vorace tendeva le sue trame.

Tutto si svolgeva, tutto lavorava, tutto cercava la propria energia nella comune energia; la natura stessa si svegliava faticosamente, e il sole appariva ancora come un chiarore in mezzo alle nubi che doveva più tardi dissipare.

E mi consolavo pensando che, quando tutto viene a mancare all’uomo, illusioni, gloria e amore, gli resta ancora il lavoro, rifugio delle anime forti, che nessuna cosa può togliere loro.

Ma poi... vidi gli operai delle città soffrire la fame, le donne e i figli dei poveri, attaccati alle macchine come bestie da soma, le ragazze senza denaro, obbligate a prostituirsi per vivere, e i giovani artisti pallidi per il bisogno. Poi, io stesso feci il medico e lo scrittore, arrecando profitto solo ai farmacisti e ai librai.

E mi sono detto che, in questa società, tutti quelli che hanno bisogno di lavorare non trovano un lavoro; e quando lo trovano esso è privo di attrattive e di speranza; che non è sufficiente a farci vivere e che ci conduce rapidamente alla morte.


Cosa fare, quindi, quando tutte le porte si chiudono, quando tutti gli sguardi ci sdegnano, quando tutti i cuori ci evitano, e il lavoro ci è interdetto? Ahimè! gioire per l’odio, dato che non si può gioire per l’amore, mordere dato che ci è vietato baciare, piangere sangue dopo che abbiamo esaurito la fonte delle nostre lacrime; soffocare invece di spegnere, incendiare, non riscaldare, distruggere tutto, dato che nulla vale la pena di conservare.

Gioie amare! emozioni che straziano! prove che invecchiano l’uomo prima dei suoi giorni! Vita da condannato, rivolta del demonio, lavoro infernale! Che la colpa ricada sulla testa di coloro che l’hanno resa necessaria!

Svizzera. Ginevra

Luglio 1849

Ginevra, cupa e nera, come vivi?

Quando la tramontana soffia nelle tue tristi strade; quando l’acqua gela e il legno si spacca, c’è forse una lacrima sul tuo viso di pietra?

Città più fredda del vento di tramontana! chi potrebbe strapparti delle lacrime?

Ginevra! quando le onde del lago ti portano le voci delle città vicine, che cosa rispondi?

Città muta! solo il messaggero del Dio del furto fu ben ricevuto alle tue porte di ferro.

Ginevra! quando i battelli del Lemano portano sulle tue rive la folla screziata dei viaggiatori, un flusso d’oro nel quale tu peschi a piene mani, che specie di uomini mandi ad accoglierli?

Città di commercio! come avidi ragni, soltanto i tuoi albergatori escono dalle proprie dimore e vanno lentamente a cogliere la preda lungo i moli.

Ginevra! quando la gioiosa domenica scuote le sue bubbole sulle tue chiese, tu resti cupa e sorda, figlia puritana del bilioso Calvino!

Ginevra! gioisci forse quando la Svizzera in festa issa la bandiera federale su una delle sue città amate, tendendole le braccia?

Città solitaria! i tuoi commercianti sono i più astuti degli uomini. In questo giorno, essi mettono l’abito della festa e la faccia dell’allegria; diventano affabili e ingenui, come i giovani tedeschi sognatori. La loro voce si presta ai canti patriottici, e il loro sguardo è carezzante. Per loro, la festa della Confederazione è una festa commerciale.

Ginevra! ti inorgoglisci quando l’universo ripete il nome di Rousseau?

Città dottrinaria! Sembra che tu abbia paura dei fantasmi, e che il povero Jean-Jacques sia condannato, da parte tua, all’eterno esilio! tu sembri infastidita di aver fatto questo uomo immortale.

Ginevra! l’avvoltoio di Roma, scriveva Voltaire a Ferney. Renderai omaggio alla sua memoria insultata?

Città scettica! tu fruisci della sua celebrità. Perché i pellegrini, venuti da lontano, s’attardano a causa di lui, tra le tue mura. La loro borsa è pesante e tu li sollevi caritatevolmente di una parte del loro carico.

Ginevra! cosa fai dei tuoi figli? Commercianti che corrono il mondo e si arrampicano per sfruttarlo. E che fai delle tue figlie? Istitutrici che subiscono la domesticità dappertutto dove c’è dell’oro, nell’Inghilterra piena di bruma o nella desolata Russia.

Città matrigna! sii fiera. Come aggiotatori e valletti i tuoi cittadini sono preferiti agli altri. Ma non allattare più, disgraziata, perché le tue mammelle sono secche.

Oh! la più aristocratica e pedante delle città che non tende mai la mano agli uomini! Ho freddo quando cammino nelle tue strade strette, quando vedo le tue case barricate come tante fortezze. Chi potrebbe percorrere senza tristezza il tuo piccolo territorio confiscato dalla più avara delle borghesie?

Rapace al viaggiatore, inospitale all’esule, impenetrabile a tutti. Dura come Londra, non ne possiedi la grandezza.

Hai riempito il mondo del rumore del tuo sapere e della tua industria; l’hai popolato dei tuoi ipocriti uomini di Stato, dei tuoi negozianti ebrei, e l’hai saccheggiato come un nemico disarmato.

E sei restata sola, come il gabbiano, tra il Lemano e il monte Salève; senza un alleato al mondo; e coloro che ti circondano non si azzardano nelle tue mura.

Ginevra! il sole riflette tutti i suoi raggi nell’azzurro del lago e del Rodano che bagna i tuoi piedi; le tue grandi passeggiate sono verdi; possiedi biblioteche, templi, osservatori, ospedali, accademie, tutto quello che fa le capitali. E nelle notti stellate si vedono le grandi ombre di [Nicolas de] Saussure e di [Augustin de] Candolle camminare nei viali sabbiosi del tuo magnifico orto botanico. Tu sei ricca, civile, repubblicana e virtuosa. Se ti si guarda con gli occhi del corpo, non manca nulla alla tua gloria.

Tuttavia, come quelle tombe di marmo e di oro, dove i potenti del mondo dormono il loro ultimo sonno, tu non hai lasciato in me che tristezza e nemmeno un solo ricordo piacevole.

Primi giorni d’esilio

Situata al centro di tre paesi in fiamme, la Svizzera si offriva ai proscritti come un naturale asilo. Essa ricevette, per primi, i fuggitivi di Navarra, poi i resti dell’insurrezione del Baden che passarono le frontiere. Quasi nello stesso tempo arrivarono i repubblicani di Roma, seguiti, qualche giorno dopo, dai socialisti di Parigi e di Lione, che avevano sostenuto, contro l’esercito, la causa comune.

Principale focolare dei lumi e dell’industria della confederazione, rigenerata da una rivoluzione recente, Ginevra era diventata il centro più importante della proscrizione europea. Gli esuli vi affluivano da tutte le parti, sperando di trovare simpatie in mezzo a proletari intelligenti che agitavano idee nuove. D’altronde, ogni repubblicano dovrebbe trovar posto in qualsiasi repubblica, se la mano della reazione non avesse già sporcato i colori federali. Asilo libero, onorato, tranquillo, ecco il diritto che si deve mantenere contro tutte le ingiuste pretese di coloro che ricevono come di coloro che danno l’ospitalità. Sfortuna a chi lascia violare questo diritto, soprattutto, sfortuna al popolo che, tutto insieme, si scaglia contro gli erranti, espellendoli dal proprio territorio, ricorrendo alla forza superiore. Non c’è un crimine che si espii più duramente.

I frutti avvizziscono nelle serre calde; gli ospiti delle foreste muoiono nella cattività; le più superbe intelligenze sfioriscono sotto i chiavistelli. Tra la natura e l’uomo si esercita una costante reazione la cui interruzione è incompatibile con la vita.

Separarci dallo spazio e dal tempo, rompere i nostri legami col passato e con l’avvenire, strapparci bruscamente alle nostre preoccupazioni di ogni giorno, alla nostra società, ai nostri vicini; significa farci respirare il vuoto, condannarci a morte lenta.

La vigliaccheria dei governi preferisce queste silenziose esecuzioni alle altre, perché li espongono a minori rimproveri e rappresaglie. I re hanno calcolato la messe di cadaveri che prepara loro l’esilio, essi seminano contenti in questo campo d’assassinio. Sanno quanti soccomberanno al rigore del clima, quanti alla nostalgia, quanti alla miseria, quanti alle sollecitazioni dei parenti, e quanti al disprezzo. Spetta a noi farli sbagliare nei loro calcoli e stancarli col rumore della nostra esistenza.

L’uomo non ha che una risorsa contro l’esilio, il movimento; che si trovi un’occupazione, quale essa sia. Se gli viene rifiutato il lavoro lucrativo, che scavi la terra, tormenti il metallo, scriva il proprio giornale, remi, si agiti. La terra è grande, e il riposo è mortale. Non assorbitevi nei vostri propri pensieri, lottate contro i ricordi. Ricominciate la vita creandovi un nuovo mondo, una nuova città, nuove conoscenze, un’altra lingua. E se ogni simpatia vi manca da parte degli uomini, amate la natura o i libri. La sfortuna ha bisogno di affezionarsi a qualcosa.


Per un uomo privo di spirito di partito, è un penoso spettacolo veder passare tutti questi proscritti di diverse nazioni, gente d’armi, di lavoro, di pensiero o di tribuna; tutti con le prove della rivoluzione passata e che ora sembrano, tutti, annientati da una forzata inattività. Percorrono tristemente le vie e le larghe passeggiate, estranei a tutto quello che succede intorno, cercando di spiegarsi i passati disastri e di prevedere lo sbocco degli avvenimenti attuali.

Ai primi giorni ci si mette alla finestra per vederli; li avevano descritti così orribili. In pubblico non venne loro testimoniata alcuna simpatia; ma, qualche volta, la sera, in un caffè equivoco, quando il vino li aveva resi arditi, mani esitanti si avvicinavano alle loro mani. E poi, quando si vide che non erano giganti, che non attaccavano la gente, che non mangiavano i bambini, che pagavano regolarmente i poveri acquisti; quando si fu ben convinti che come tutti gli sfaccendati, sbadigliavano per tenersi svegli, parlavano per non perdere l’abitudine, con le mani nelle tasche, con le gambe accavallate, tendendo il collo e l’orecchio; quando le immaginazioni non furono più colpite dalle voci delle loro colossali cospirazioni: – allora non li si considerò nemmeno più degni di una certa quale curiosità tipica delle grandi città. Le finestre si chiusero, i bambini ripresero i loro giochi, i passanti arrischiarono di avvicinarli: il vuoto e il silenzio si organizzò attorno a loro.

Quanto sembravano loro lunghe le giornate! Il mattino giravano lo sguardo verso l’Ungheria valorosa che ogni giorno si sollevava per nuove battaglie. Poi, lo rivolgevano al sud, dove il leone di Venezia si difendeva ancora contro l’aquila degli Asburgo. Il pomeriggio guardavano avidamente i giornali, sperando sempre di trovarvi meravigliose notizie, e non trovandoci che la relazione di nuove disgrazie. La sera, stanchi di non aver fatto nulla, andavano incontro al battello a vapore, che portava, ad ogni viaggio, nuovi compagni. Le sanguinose rivolte di questi due ultimi anni ebbero così tre fasi. Dapprima, il mattino, l’azione, la vittoria brillante, entusiasmante, universale, pavesante con i colori repubblicani i campanili di tutte le capitali. Poi, la lotta col pensiero, la stampa, gli scritti, meno gloriosa, meno attiva. Infine, la sera, la sconfitta che ha perduto la voce, e questi rivoluzionari, per i quali il mondo era troppo stretto, fuggono, contenuti facilmente sul ponte dei battelli del lago.

Ancora, se si fossero intesi, se avessero messo insieme le proprie opinioni e i propri desideri! No. Parlavano lingue diverse, le loro idee non erano le stesse, e più si sforzavano di riunirsi in una comune fede, più scoprivano di essere incommensurabilmente lontani. Da ciò infiniti scoraggiamenti, discussioni senza fine in cui ognuno voleva prendere parte, parole che si incrociavano, si urtavano senza criterio, convinzioni intere che si affaticavano a imporsi e che non arrivavano nemmeno a farsi sentire da parte di convinzioni ancora più assolute. Da qui queste voci che si arrochivano, ingrossavano, scoppiavano, si ubriacavano al fuoco della contestazione. Da qui questi ragionamenti mille volte interrotti e mille volte ripresi a ogni nuova occasione. Quanto sono sterili e pericolose le discussioni determinate dall’ozio, sulle quali soffia l’amor proprio.

La disgrazia inacidisce e rende ingiusti. La partita era stata persa, perciò bisognava trovare dei motivi: l’uomo è fatto così – né io né voi lo cambieremo. – Faceva pietà ascoltare queste accuse false e appassionate palleggiate dall’uno all’altro. Ognuno difendeva con accanimento la sua fazione, la sua scuola e il tribuno che la comandava. Per gli uni, erano quelli del National, il governo provvisorio e le assemblee che avevano compromesso la Rivoluzione; per gli altri, erano il socialismo nascente e la nuova generazione. Si attaccava questo o quell’uomo che aveva giocato un ruolo importante.

Recriminazioni insensate di cui il tempo ha fatto giustizia. In cinque anni ci ha dato più lezioni di quante se ne possono strappare a certi secoli avari. Ci ha dimostrato che è una forza universale, superiore alla forza umana, che, Fatalità o Dio, non ci lascia che un’azione molto limitata negli avvenimenti di quaggiù. Ha fatto vedere a diversi miopi che, per una Rivoluzione profonda e universale, come quella che si prepara, bisogna un secolo d’idee faticosamente acquisite e un mondo di popoli in continua sommossa. Ha fatto comprendere a tutti che è arrivata l’ora di tendere a uno scopo giusto con mezzi adatti, di arrivare alla Libertà attraverso la Libertà, all’emancipazione universale attraverso l’affrancamento individuale, al possesso generale attraverso la demonopolizzazione particolare. Nello stesso tempo, ha reso sterili i governi e i partiti, i re e i tribuni, la proprietà e il comunismo, il gesuitismo e la demagogia: pazze erbe! Tutto ciò non si risolleverà più.

È in questo senso che i movimenti rivoluzionari del 1848 e 1849 furono utili: nessuno può negarlo. Respinsero nell’oblio le reputazioni usurpate e fecero brillare a pieno giorno le idee troppo poco conosciute. Oggi queste idee si propagano in superficie e in profondità; esse sollevano e commuovono i popoli d’Europa. Un simile fermento si sarebbe prodotto se le due forze, dallo scontro delle quali deriva la marcia dell’umanità, non fossero venute alle prese? No, certo, perché allora la forma repubblicana avrebbe troneggiato sola sulle macerie della reazione, agitando la spada insanguinata del 1793 in una mano, e tenendo nell’altra il viaggio in Icaria di Étienne Cabet.

Tuttavia era là ciò che sapevamo in Febbraio, il nostro alpha e il nostro omega, il nostro Vangelo e il nostro Corano! Lo ripeto, mille volte meglio per la Rivoluzione che si sia trovato tra i vestiti smessi dell’Impero un avventuriero che ha potuto fare dimenticare le pietose tradizioni della prima Repubblica, l’ambiziosità pomposa del colossale Ledru, e le leggiadrie dottrinarie dell’invisibile Louis Blanc. Dato che lo strumento del potere taglia bene, dato che demolisce, che cosa importa dove è stato temprato: – che si usi! – Quanto agli impazienti, riusciranno mai ad invecchiare di un giorno per apprendere ciò che l’avvenire riserva loro?

Nostalgia – Ozio – Spie

Voglio indicare le più grandi disgrazie dell’esilio: la nostalgia, l’ozio e le spie.

Tra le mogli dei proscritti, ce n’era una la cui vista strappava le lacrime. Aveva appena venticinque anni, grandi occhi sognatori, tratti smagriti, una taglia fragile, un naso piccolo e le mani affilate. Questi occhi piangevano continuamente o restavano attaccati sulle persone con una fissità cupa; corpo sempre più magro, il naso e le dita ogni giorno più affilati. Quando parlava sembrava di sentire la voce di una ragazza uscita dalla tomba. Quando la si interrogava non ascoltava, rispondeva a caso e non si poteva reprimere un moto involontario d’impazienza.

La sua anima era altrove. La sua povera anima era interamente nella piccola città di Louhans dove era nata, dove era stata ragazza, madre tenera e buona; dove i suoi vecchi genitori erano rimasti soli. Là era il suo universo, la sua gioia; rassomigliava, la povera donna, a un bambino cresciuto senza distogliere gli occhi dalla terra natale. Cosa le dicevano i laghi blu, le grandi Alpi, i ghiacciai, gli chalet e i costumi svizzeri? Dopo un anno che percorreva Ginevra in tutti i sensi, non conosceva ancora il nome di una sola strada. Non aveva visto né i giardini né le passeggiate né i monumenti. Con quale gioia avrebbe lasciato questa Svizzera così pittoresca, così visitata, così vantata, per rivedere le grandi pianure della Saône-et-Loire e il grano dorato dove aveva raccolto tanti fiori scarlatti e azzurri!

Quanto rimpianse che i suoi concittadini avessero notata l’alta probità e le profonde convinzioni di suo marito, mandandolo all’Assemblea nazionale di Francia. Lei si trovava tanto tranquilla nella mediocrità. Tutte le sue disgrazie datavano dal giorno maledetto in cui l’avevano innalzata agli onori. Da quel momento era stato necessario venire a Parigi, restare sola durante le lunghe ore delle sedute, vivere spaventata, perduta in mezzo a tutto quel rumore. Quando sarebbero finiti questi quattro anni di legislatura che le sembravano quattro secoli? Ella contava i giorni, rimproverandosi di non essersi opposta a una elezione che la faceva tanto soffrire, e promettendosi di ben impedirla un’altra volta.

Povera donna! dopo il 13 giugno, erano secondi eterni che doveva segnare nel quadrante del dolore, le cui frecce di bronzo non si fermano mai. Perché lei condivideva una condanna perpetua, mentre il suo pensiero, che penetrava sempre il passato e l’avvenire, restava il più grande dei suoi mali: il suo cuore era letteralmente diviso in due dall’amore per i genitori e da quello per il marito e il figlio, e ciascuna di queste metà strappate sanguinava continuamente. Avrebbe voluto riunire la sua famiglia nello stesso amore, come la colomba riunisce sotto le proprie ali tutto quello che ha caro. Ma impossibilitata a farlo, come il povero uccello privo della metà della prole, volava qua e là tremante di freddo. Vicina ai suoi genitori o vicina a suo marito, avrebbe sempre lamentato degli affetti assenti: e i suoi lamenti erano troppo ben fondati.

Intorno a lei, obbedendo all’irresistibile forza del suo amore, si era raggruppata una famiglia amorevole. Genitori che lei non aveva mai abbandonato e che l’avevano allevata per la sua felicità e non per la propria. Un marito di cui ammirava il coraggio e la rassegnazione. E, infine, un bambino, il più amabile, il più grazioso, il più sorridente, il più ingenuamente spirituale di questi piccoli esseri che chiamiamo angeli, perché le loro anime si mostrano più a nudo delle nostre attraverso l’involucro della materia ancora trasparente. Chi non avrebbe invidiato una simile famiglia? Chi non avrebbe compreso questo straziante dolore?

Io, che scrivo queste righe, ho visto questa giovane donna subire interminabili giornate. Rassegnata, muta, mentre passava macchinalmente le dita nei capelli del figlio, e mentre lo stringeva con tutta la forza, abbracciandolo fino a farlo gridare. La tristezza era così profondamente incarnata in lei che sembrava impossibile potesse di nuovo sorridere. Lei realizzava completamente ciò che hanno di più sublime quelle grandi figure piangenti con le quali il cristianesimo e le favole parlano potentemente alla nostra immaginazione. Triste destino il suo! Aver passato tutta la gioventù a seminare la felicità intorno a sé, e ottenere, al tempo del raccolto, solo spine amare! Come avvertiva tutto ciò! Come attizzava il fuoco! Come trovava piacere a scavare nel proprio dolore! Stanca della gente, non voleva più vedere nessuno, cercava la mansarda più alta, la casetta più nascosta.

Tuttavia, la sua salute delicata si indeboliva ogni giorno sotto le angosce così profondamente sentite. Tossiva costantemente, di quella piccola tosse secca che mette il petto in fiamme. Dei freschi colori del viso non gli erano rimaste che due macchie bluastre che si fermano sulle gote dei malati come per insultare le loro sofferenze. I suoi grandi occhi neri erano circondati da due cerchi. Mattino e sera tremava per la febbre; vedendola camminare, mangiare e vivere si aveva paura, come quando si pensa ai fantasmi.

Peraltro lei andava sempre, lottava con tutte le sue forze, ormai stanche, per non spaventare troppo gli affetti che vegliavano su di lei. Poi, vinta, cedeva di colpo, si coricava e suo marito veniva a cercarmi per curarla. Mi ricorderò sempre la bontà di quest’uomo. Non lasciava mai il letto dell’ammalata, più attento, più tenero della più tenera delle donne; parlava basso, camminava a piedi nudi e non leggeva nemmeno il suo caro giornale per non fare rumore sfogliandolo. E quando entravo mi serrava la mano più affettuosamente che d’abitudine e seguiva tutti i miei movimenti con ansietà.

Triste medicina! Vile mestiere! Arte mentitrice che ci lascia impotenti davanti alle sofferenze dei nostri migliori amici! Avevo solo grandi parole e qualche piccola fiala per alleviare quella immensa tristezza. Se fosse possibile, quando ne avesse la forza, per il medico infondere, col proprio sangue, la metà di ciò che sente nelle vene di quelli che gli sono cari! La felicità di averli riportati in vita gli ritornerebbe ben presto quello che ha loro prestato in salute.

Felici, felicissimi, lo ripeto sempre, quelli che non hanno conosciuto i tormenti del pensiero! Meglio la febbre, meglio il delirio, che tormentarsi per la vita e per la morte, con questi crampi dell’anima che ci rodono e ci lasciano sempre trafelati per il supplizio di un’esistenza sfiorita. Se avesse potuto dormire. No, le sue pene gli volavano sulla testa ossessionata, come insetti che ci succhiano il sangue e ci svegliano col fastidioso rumore delle ali.

Non so per quale miracolo, questa esistenza così crudamente scossa poté conservarsi per due anni, durante i quali la vidi sfiorire ora per ora. Dopo aver lasciato la Svizzera, seppi che la povera donna era sfuggita ancora una volta a un attacco più grave e più lungo degli altri. Forse, più tardi, il colpo di Stato del Due Dicembre, che le causò l’esilio del padre, gli fece trovare un poco meno duro un esilio condiviso con i suoi parenti. Così, spesso, siamo capaci di trovare alcune consolazioni.

Quale uomo ha, pertanto, il diritto di parlare delle proprie prove quando si vedono donne soffrire in questo modo? Chi potrebbe dire quanti anni della propria esistenza lei consumò con queste incessanti commozioni? Ogni giorno guardava i suoi capelli per vedere se non imbiancavano, e mi dicevo che c’è molta vitalità anche nelle nature più deboli perché possano così resistere.

E tuttavia continuano a vivere, i governi vigliacchi che spezzano i cuori delle donne, che le deportano, le imprigionano, le esiliano e se ne gloriano! E i preti impostori ancora ascoltati che ci parlano della giustizia celeste! E si costruiscono archi di trionfo per il passaggio degli istrioni dell’Impero, ridicoli carnefici mascherati da guerrieri! E si ride e si danza nei villaggi spopolati! E l’orgia copre Parigi col suo velo sporco! E le famiglie decimate, esse stesse, hanno dimenticato i propri figli! Maledizione su questo paese e su questo secolo! Quando moriremo diffonderemo la peste nera sul mondo eterno, e i vampiri non oseranno succhiare il midollo delle nostre ossa!

Le sofferenze di questa giovane, così gracile nel corpo e così forte nell’amore, mi rivelarono tutto un universo di nozioni morali. Attraverso di lei compresi la fonte infinita dell’affetto che racchiude un cuore di donna; fino a quel momento non mi ero reso conto dell’amore materno. Attraverso di lei ammirai l’unione e le gioie della famiglia, quando questa non è l’arena dove si scontrano le età e gli interessi sproporzionati. Attraverso di lei fui portato a riflettere di nuovo sulla nozione di patria, e riconobbi quello che stavo quasi per dimenticare, che è naturale per l’uomo attaccarsi al proprio paese, quando non sia limitato o avvilito dalla mano dei tiranni. E, infine, seppi quello che può produrre una passione unica, concentrata in un’anima forte, quando l’opinione e i pregiudizi non l’hanno ammorbidita. Questa donna fu per me un libro aperto; sfortunatamente aperto dalla mano della disgrazia.

Che sia felice, alfine, per tutte le sue qualità, per i suoi grandi sentimenti, per suo figlio, per suo marito, per i suoi amati genitori! Che suo figlio cresca lontano dagli schiavi e dagli adulatori! Che si educhi liberamente, su di una terra in cui non sia sottomesso, che ignori per sempre quello che sono un governo e una gerarchia sociale! Felici i fanciulli che crescono in esilio! I loro genitori sopportano le sofferenze, essi ne ricavano indipendenza e dignità. Essi si considerano come cittadini del mondo, e si abituano alle conseguenze che questo grande pensiero determina. E noi, imbevuti di pregiudizi, sporchi del suolo natale, impregnati di aria francese, siamo dappertutto come sensitivi che si irritano per farli tremare.


Nel mondo non ci sono cattivi, ci sono solo uomini che non fanno nulla. Non ci sono passioni cattive, ci sono passioni declassate. Non c’è altro vizio, sulla terra, che l’ozio. Quale cieco furore spingerebbe gli uomini a saccheggiare e uccidere i propri simili, a rischio della prigione e delle catene, se la loro attività fosse diretta verso lavori utili, e se questi lavori li facessero vivere? Solo le belve hanno simili istinti, e le belve muoiono prima di noi, perché le loro razze scomparirebbero il giorno in cui l’uomo decidesse di sterminarle.

Ozio! fonte stagnante dove ogni vizio prende radice, madre maledetta di figli disperati! Da dove ci sei venuto? Dalla lussuria di due lucertole addormentate, da uno sbadiglio di Proserpina, dall’angoscia di Tantalo, dal terremoto degli sterili deserti, dal sollevamento delle onde, dalle tempeste, o dal cozzo dei mondi nel seno del caos? Quale sconcio seminatore ti ha piantato? Tra quali pietre si aggrappa la tua magra radice? Sei tu, la cortigiana dai capelli scompigliati, dagli occhi semichiusi, che da mane a sera, nella sua alcova distende le sue languide grazie. Tu attiri l’uomo che non ha nulla da fare e lo addormenti sul tuo collo di Sirena; e quando è tuo, lo trascini per i capelli nella polvere delle città lavoratrici e schiacci col suo corpo le formiche, figlie del lavoro; lo trascini con la tua mano grassoccia, nelle taverne e nelle bettole che trasudano, tra l’altro, d’infamia.

Là, sotto i suoi gomiti metti una tavola zoppa, un bicchiere nelle sue mani, baci di prostitute sulle sue labbra, una corona dolce-amara sui suoi capelli, nella sua bocca parole inutili e nel suo petto sbadigli eterni. E poi, lo lasci, inutile, spossato, stanco di te e di lui, incapace tuttavia di trovare un’altra amante, legato a te, per la vita!

Oh! il caffè, il caffè! Se la giustizia di Dio e quella degli uomini, che ho tanto offese, volessero un giorno punirmi, che non mi condannino né all’inferno né ai pontoni, ma che montino una bettola nel purgatorio, e che mi leghino col piede ad una tavola dove si scontrano quattro giocatori di picchetto.

Quante esistenze ha divorato questo minotauro! Quante prospettive rovinate, come giovani spinti contro il cinghiale! Quanti studenti strappati ai loro fecondi pensieri! Quanti padri rapiti ai loro figli! Quante donne, quante madri vengono a domandare indietro i propri mariti e i propri figli! Quante intelligenze annientate, quanti affetti sfioriti, quanti boccioli di gloria giacciono lì, uno accanto all’altro, a fianco delle canne da pipa e dei cocci di bottiglia! Si porta tutto al caffè: la propria intelligenza, la propria memoria e il proprio cuore; non se ne porta indietro nulla a parte il disprezzo di se stessi e degli altri, perché la vista dell’uomo ozioso è funesta ai propri simili. Il sangue si guasta, i nervi prendono l’abitudine di tremare continuamente, la carne si fa gialla, l’anima si infiacchisce, si sporca, come il vecchio straccio che serve per pulire il tavolo da gioco.

È al caffè che nascono le dispute futili che spesso terminano con morti funeste. È al caffè che i giovani ingrigiscono e i vecchi diventano bianchi in poche stagioni. Alle porte vegliano la Disputa dalle rosse gote, la carezzevole Denuncia, la calva Disperazione, il Tradimento col suo pugnale, l’Assassinio con i suoi lunghi denti, il Debito con le dita adunche e l’epilettico Gioco, sorridente agli appassionati con l’occhio provocante.

Per questi uomini non esistono stagioni; essi non conoscono le dolci brezze della primavera, le notti di estate dorate dalle stelle, i mattini d’autunno argentati dalla brina, e le serate d’inverno imporporate dal fuoco del camino. Essi non hanno mai visto le pianure di spighe estendersi, come campi di lenzuoli dorati, sotto i terribili raggi del sole che si alza; non hanno visto il piede del vendemmiatore pestare i grappoli maturi; e se non ci fossero che loro per andare a cercarli, i frutti potrebbero infradiciare sui rami. Per essi, nessun affetto, nessun amore. Non conoscono carezze di donne, gioie di fanciulli, confidenze di amici. Non possono produrre nulla, nulla ammirare, nulla sognare, a parte quello che la loro anima trova in fondo a un bicchiere di assenzio.

Mostratemi dei porci in una stalla, ma non fatemi vedere l’uomo, questo superbo re della natura, passare la sua vita in una sala di dodici piedi quadrati, fumando come una locomotiva, bevendo come una spugna, sputando come una fontana, e respirando il fetore e il sudore dei piedi dei suoi simili; convertito in un’argilla porosa che assorbe e secerne senza desiderare, senza gioire, senza nemmeno muoversi! Quale nobile occupazione, in verità, quella di spingere una palla da biliardo su un tappeto verde, di giocare a carte o di muovere i domino! Come si deve trovare il vigore e la salute in questi esercizi così faticosi! Quale sublime sollecitazione ha l’intelligenza in queste sale basse dove è compressa dal soffitto, soffocata da un’atmosfera infetta, annegata nella birra e nelle bevande falsificate! Come può l’uomo appartenersi e pensare in un luogo dove tutto si riscalda e grida intorno a lui!

Nella vecchia scuola rivoluzionaria, tradizione rispettata era quella di riunirsi al caffè, di invecchiarvi, di cospirarvi, di esaltarsi bevendo, e di disporre, allora, dei destini degli imperi. Era il caso di gridare con Schiller: “Repubblicani! voi siete più abili a maledire i tiranni che a farli saltare in aria”. Ho visto questi aristarchi verbosi bere dodici bicchieri di birra prima di mezzogiorno, poi sbattere il pugno sul tavolo, tendere il braccio sui bicchieri rotti, e urlare con tono vittorioso le strofe della marsigliese o del Canto degli esuli. Due o tre scene simili e gli organetti di Barberia mi hanno fatto odiare questi due canti di un’altra epoca, degni trofei della demagogia nazionale.

Giovani dal sangue vermiglio! finitela con queste indolenti abitudini. Noi siamo portatori di idee nuove e sarebbe contro natura che cedessero alle vecchie. Cantiamo la felicità; chiamiamoci epicurei, fourieristi, Sardanapali; beviamo generosi vini in rosse coppe; amiamo le ragazze quando sono belle, sensibili e ben agghindate; che il lusso e la gioia moltiplichino le ore della nostra breve esistenza! Ma non scambiamo l’inazione con il piacere, l’immobilità con il rilassamento, la sonnolenza con la voluttà, l’indigestione con l’ubriacatura. Saturiamoci di piacere, ma anche di lavoro, e che l’attrazione ce li faccia confondere.

L’anima dell’uomo si traduce nella sua fisionomia; i piaceri di una società sono l’espressione del suo organismo. Oggi gli uomini sono divisi, i loro interessi sono antagonisti. I civilizzati si accostano gli uni agli altri perché in Europa non c’è abbastanza posto dove fuggire: ma questa società è soltanto una giustapposizione. Chiusi nella stessa gabbia i corvi si mangiano le cervella, solo i più forti sopravvivono. Così anche noi. Se non sono nemici, i frequentatori dei caffè, non possono essere altro che sconosciuti gli uni per gli altri. Ne deriva che se si parlano è solo per litigare. Per cui, perché riunirsi? Comprendo le riunioni di uomini simpatici, i cui affetti e interessi sono gli stessi: questa è una vera associazione. Ma non capisco gli agglomerati di gente invidiosa, accanita, come tutti, dove ci si asfissia con l’idrogeno carbonato sotto pretesto di saturarsi di piacere.

E, infine, il risparmio regna sovrano su di noi. Riguardo il benessere, civilizzato e ridotto a dilettarsi di una mezza tazza, non può offrirla che in vista di un futuro contraccambio. Quanto sarebbe diversa una società in cui tutti i beni della terra fossero messi in circolazione costante, dove tutti gli svaghi della vita fossero prodigati agli uomini secondo la loro scelta, in cambio del lavoro che possono dare! Sarebbe il regno dei contratti, l’associazione generale assicurata dal diritto di ciascuno al lavoro e alla libertà. I caffè sparirebbero come tutti i luoghi malvagi, resti odiosi del secolo del monopolio.

Gli uomini si rompono la testa
per comprendere come la natura ha potuto produrre un
Iscariota, e i meno perversi
fra loro per dieci denari tradiscono la santissima trinità
Schiller

Avete notato quest’uomo dalla fronte bassa, dallo sguardo obliquo, dal sorriso contratto, che va da un tavolo all’altro, attaccando discorso con tutti? Egli passa la più gran parte della propria vita chino sul biliardo. Porta una cravatta rossa, un pantalone sfrangiato, una camicia sporca, scarpe e abito che non hanno mai visto una spazzola e fuma una pipa marsigliese. I baffi all’imperiale, i capelli lunghi e lisci, il cappello a larghe falde completano il personaggio.

Ecco cosa dice: “Sotto la cupola del cielo che mi ascolta, nessuno è più repubblicano di me: io la vinco a chicchessia. Disprezzo la scienza e le dottrine sociali, non seguo che gli impulsi del cuore. Solo i settembristi compresero la rivoluzione francese. Gloria e amore al tribunale rivoluzionario nei secoli dei secoli!... Dannazione! Vedete bene che tutti questi buoni a nulla, che voi chiamate capi del partito democratico, non avrebbero il coraggio di uccidere Bonaparte, e allora perché sporcare la mia mano con questa putredine? Com’è vero che il mio cuore batte, mi si forniscano cinquanta uomini soltanto, determinati come me, e vado a incendiare la Francia come un pugno di canapa. Allora, signori miei, vi insegnerei io il modo di dirigere una rivoluzione, vi insegnerei di quali uomini ha bisogno il potere; come si lavorano le teste dei re, degli aristocratici e dei preti; quali imposte si prelevano sui ricchi; con quale raffinatezza inquisitoria si redigono le tavole della proscrizione, come si può infine torturare, annegare, sopprimere e deportare senza rumore tutti i sospetti. Vi mostrerò come si fonda la repubblica dall’interno, imponendo il dominio francese nelle contrade più lontane”.

Certo, la demagogia più calda e il più allegro sciovinismo non troverebbero nulla da aggiungere ad affermazioni così entusiaste.

Quest’uomo esce, va ad indossare un vestito elegante; poi, attraversando a passi svelti un dedalo di strade scure, si ferma alla porta di un palazzo dove sono esposte le insegne francesi. L’ambasciata gli è aperta a ogni ora. Là, racconta che è riuscito a introdursi nei conciliaboli dei rifugiati, che li ha visti condurre una vita di divertimenti, scommettendo, giocando e avvoltolandosi nell’orgia, come potrebbero fare i molto onorevoli impiegati del governo. Questi nemici irriconciliabili dell’ordine giurano su dei pugnali e si inebriano al rumore delle loro vane minacce. Ha sentito decretare la morte dell’Imperatore e la proclamazione della Repubblica rossa. Ha appreso che si costruisce a Marsiglia un ordigno infernale. I rifugiati in Svizzera bivaccano sulle gole del Giura; quelli in Spagna si tengono pronti a passare la Bidassoa, con un esercito di contrabbandieri. Le società di Londra, legate a quelle di Bruxelles e del Jersey, si sono messe alla testa di questo movimento organizzato; esse devono formare un governo provvisorio a Boulogne, dove tenteranno una prossima discesa con i fondi del prestito italiano. Tutti i rapporti delle spie sono gli stessi. Non è colpa mia se i governi credono necessario pagare tutti questi morti di fame. Io ripeto quello che dicono.

Tutte le spie si rassomigliano, tutti frequentano i caffè francesi all’estero. Montano di guardia all’arrivo e alla partenza delle vetture pubbliche, appaiono in tutte le riunioni, indossano tutti i vestiti, declamano su tutti i toni e fanno giuramento di repubblicanesimo cento volte al giorno. S’informano con tutti sulle novità politiche, le divulgano, le alterano, le interpretano secondo lo spirito dei loro ascoltatori. Scrutano l’opinione, studiano lo sguardo, si dicono rifugiati in una casa, artisti in un’altra, commessi viaggiatori in una terza. Cercano lezioni e non ne trovano mai. Intraprendono mille brillanti affari e non fanno mai nulla. Non possiedono alcuna risorsa e mangiano bene, bevono meglio, giocano forte, fanno la corte alle ragazze, cambiano casa tutti i mesi e non si negano nessuna gioia della vita.

Povera gente! è un mestiere ingrato quello che fanno, un mestiere che comincia e finisce con la miseria e col disonore!

Schnepp la spia

In una cella di prigione. È notte avanzata, una candela bavosa, in un angolo, getta le sue ultime esalazioni. Un pagliericcio umido per terra, otto piedi quadrati, quattro mura di pietra, uno spioncino per il carceriere, uno spiraglio per fare entrare l’aria, enormi catenacci, un freddo ginevrino: insomma una galera di Ginevra! Ecco, per la descrizione dei luoghi.

Erano in due. Uno giovane e bello, un certo Beyer, grande artista di cuore e di genio. L’altro, un piccolo uomo magro, spoglio e striminzito come la suola di una vecchia scarpa. Tra il gatto selvaggio e il lupo. Gli occhi grigi, i capelli arruffati tagliati corti, la fronte rugosa, le orecchie lunghe, la faccia smisuratamente ovale come se fosse stata appiattita sull’incudine dell’inferno. Era Schnepp, la spia.

“Maledetto chi vende i suoi amici”, gridò Beyer.

“Chi ha venduto qualcuno?”, rispose sfrontatamente la spia.

“Disgraziato! riconosci le tue carte?”. E Beyer gli mostrava un pacco di fogli volanti contenenti annotazioni sui rifugiati, le loro abitazioni, le loro azioni, diversi rapporti di polizia, e tutta la corrispondenza dell’agente con via Gerusalemme.

“Riconosci tutto ciò?”, ripeteva Beyer. “Negherai la tua scrittura di gatto selvaggio e il tuo nome disonorato? La Provvidenza non consente che banditi della tua specie restino impuniti. Tu hai perso queste carte davanti alla tua abitazione a Losanna, e il caso ce li ha dati. Confessa o sei morto”. Schnepp, atterrito getta un’occhiata alla mano di Beyer, e vedendo che era armato e che stringeva le testimonianze accusatrici: “Tu sai tutto, voi sapete tutto, gridò, siete voi che mi avete fatto arrestare, sono un uomo perduto!”.

Pallido, abbracciava piangendo le ginocchia di Beyer. – “Tu, non hai conosciuto la miseria, riprese con voce spezzata. Tu non sei mai uscito di casa con la fame che urla nello stomaco e che ti tallona per tutto il giorno; non sei mai rientrato la sera per annunciare alla famiglia che è necessario digiunare ancora. Non sai quanto sia atroce la fame violenta, che ci spinge a strangolare i nostri figli per risparmiare loro le sofferenze. Non puoi immaginarti, con quale disperazione, l’uomo che muore d’inedia colga tutto quello che trova a portata di mano: spine e rose. Tu non hai visto i mediatori della polizia accorrere alle tue grida di sofferenza, come gli avvoltoi calvi attorno ai feriti.

“Disprezzami, condannami, colpiscimi, ma ascoltami fino in fondo”, riprese la spia, vedendo Beyer intenerirsi. “Dopo due giorni che non avevo mangiato, avevo più fame del solito. Uscendo da una riunione politica, un uomo che da molto tempo cercava di conoscermi, mi si avvicinò; ‘Vuoi mangiare?’, mi disse, ‘Mangerei del ferro rovente’”, dissi per tutta risposta.

“Perché la Fame prende tante precauzioni per distruggere l’uomo fragile? Per inchiodarmi nel posto dove persi il mio onore? Ma soffrivo, mi sentivo morire... seguii l’uomo. Solo nella tua ultima ora tu sentirai quanto ci sono care le dolcezze della vita.

“Insieme mangiammo in una sala riservata. Alla fine del pasto, che fu lungo, sentii il cervello fermentarmi nel cranio, come vino in una botte restata vuota per troppo tempo. Ero contento, sognavo la libertà, cantavo!

“‘Tu hai ben mangiato, mormorò l’uomo infernale, ma che cosa fanno in questo momento tua moglie e i tuoi figli?’. Queste parole risuonarono nel mio cuore come la tromba del giudizio, i felici vapori del vino si dissiparono, mi ricordai della mia orribile situazione. Mi torsi le mani, mi strappai i capelli: non dovevo mangiare, gridai. Che cosa ho fatto? Ora, devo rientrare, e dire loro che bisogna digiunare ancora fino alla morte. E con le mani mi nascosi il viso.

“‘Stai tranquillo, riprese l’uomo, darò loro tutto quello di cui avranno bisogno’”. “Abbracciai quel miserabile e lo benedissi. – Beyer, hai mai letto Faust? Non sai che l’uomo disperato finisce per innamorarsi anche della bruttezza del diavolo?

“E l’uomo: – ‘Io ti ho salvato, in ricompensa, tu puoi rendermi un servizio’. – Prendimi la vita, risposi”. – ‘No, non domando tanto. Io non so scrivere bene e a causa di ciò perdo di guadagnare molti soldi. In questi giorni mi hanno chiesto un rapporto statistico sul dipartimento dell’Alto e del Basso Reno che tu conosci meglio di me. Vuoi farlo? Divideremo la ricompensa che mi darà l’amministrazione’.

“Quale rapporto? quale ricompensa? quale amministrazione? gli chiesi, io ti devo tutto, ma non l’onore. E una nube passò davanti ai miei occhi mentre mi asciugavo il sudore. Perché sentivo che quell’uomo esigeva da me cose inconciliabili con la mia propria stima. – ‘E chi vuole il tuo onore? Sono forse una spia o un informatore della polizia? Si tratta semplicemente di fornire all’amministrazione civile della polizia un lavoro statistico, amministrativo e morale sull’Alsazia; ciò non ha nulla a che vedere con le tue opinioni politiche. C’è una grande differenza tra il dipartimento amministrativo e il dipartimento politico della Prefettura. Approfitterei della tua miseria per proporti un infame mercato?’. – Esitai, tremavo. Poi egli mi rimproverò la mia ingratitudine e il fatto che negoziavo la vita dei miei figli, e acconsentii a tutto. Feci il rapporto, e lo portammo insieme alla Prefettura.

“Da quel giorno mi ebbero in mano. Il rapporto era firmato col mio nome, non potevo negarlo, e mi si minacciava di renderlo pubblico se rifiutavo di entrare nella polizia segreta. Avrei voluto uccidere l’infame istigatore che mi aveva perduto, ma non lo rividi più, lo avevano sottratto alla mia vendetta.

“È così che divenni una spia. Il sentiero della vergogna non ha confini, aggiunse egli con un profondo sospiro. Da quando vi si è inoltrato l’uomo cammina, cammina in avanti senza poter ritornare indietro di un solo passo. Siccome vi conoscevo tutti, avendo condiviso il vostro esilio, e siccome godevo di una certa influenza tra di voi, mi si incaricò dell’odiosa missione che portai a termine oggi. Al contrario delle altre amministrazioni, la Prefettura di Polizia affida i suoi affari più importanti ai suoi agenti nuovi. Si è ben presto conosciuti, si invecchia presto nella carriera dell’infamia!

“Ecco una storia miserabile, Beyer, ecco il baratro senza cielo e senza fondo in cui sono caduto da tre mesi; ecco come oggi, io, il vostro vecchio compagno, non mangio un solo pezzo di pane che non sia arrossato dal vostro sangue. Ahimè! la terra svizzera mi brucia sotto i piedi, eppure la trovavo così ridente e fresca quando la calpestavo abbracciandoti. Sembra che questo bel cielo si copra di nubi, per trasportarmi, con le sue tempeste, nel fondo degli abissi. Mi sembra che le mura di questa prigione si riuniscano per schiacciarmi, come un rettile immondo. Cosa risponderò a mia moglie, ai miei figli, alla memoria di mio padre, quando mi chiederanno se la fame mi dava il diritto di sporcare il loro nome? Come oserò affrontare gli sguardi di quelli che mi conoscono?

“Maledetto assassino! per me la vita non rifiorirà più sul suo gambo appassito, per me il mondo è senza fine e senza luce, come la notte della tomba! Io sono maledetto, più maledetto di Eteocle, più maledetto di Pietro il Crudele, più maledetto dei figli di Giacobbe e dell’apostolo che vendette Cristo baciandolo in fronte! Io sono il più infame e il più criminale dei fratricidi, perché ho venduto l’anima dei miei fratelli!”.

E la spia si rotolava per terra, e la sua fronte batteva sui muri della cella. Beyer, commosso, si sforzava di contenersi.

“Ascolta, Beyer, aggiunse egli, accordami l’ultima grazia. Tu ritornerai dai nostri amici, dì loro che mi pento, e che mangio con voluttà il pane nero della prigione, quando penso al pane bianco dell’odiosa polizia. Dì loro che se esco da qui mi vestirò di nero, e mi trascinerò fino a voi, in ginocchio, per farmi perdonare. E fatta questa espiazione, finirò la mia miserabile esistenza nei nuovi mondi, molto lontano da tutti quelli che mi hanno conosciuto”.

I nobili cuori non credono al cinismo dell’impostura. Beyer fu convinto della sincerità di Schnepp. “Disgraziato, disse, mi ero ripromesso di non uscire da qui senza vedere quale spaventosa smorfia fa una spia quando muore. Vedi, avevo portato tutto il necessario per farla finita con te: ti avrei lasciato la scelta tra questo pugnale che tu mi hai dato e questi rapporti di polizia che avrei affondato nella tua gola. Da quindici giorni penso al modo di distruggerti. Volevo avvelenare le acque del lago con la putrefazione del tuo corpo, volevo strangolarti, strapparti la lingua, perché non pronunciasse falsi giuramenti. Il tuo pentimento mi ha convinto. Allo stesso modo, la giustizia degli uomini è cieca, ubriaca di uccisioni e sorda alla riabilitazione. Essa mi fa orrore in mano mia come in quella dei giudici che mi hanno condannato. Ti perdono, possa tu vivere lungamente per riscattare il tuo crimine!”.


Come Beyer fu ripagato della sua generosità? Ahimè! come era nella logica delle cose. Tutte le polizie sono sorelle, e giammai una spia ebbe torto davanti al loro fraterno tribunale. L’ambasciatore della Repubblica francese reclamò il suo agente, e il governo della Repubblica di Ginevra glielo restituì, dopo un processo formale, nel quale si scusava di essersi lasciato ingannare in buona fede da odiose insinuazioni, e di avere imprigionato un funzionario che un’amministrazione amica onorava della sua fiducia. Schnepp fece un ritorno trionfale a Parigi, e qualche tempo dopo, il suo amor proprio ferito si dette largamente alla carriera nei giornali della reazione. Ciò doveva andare in questo modo. Peraltro, bisogna vedere l’uomo così com’è, e non come lo vorremmo. In fondo al cuore, può riconoscersi colpevole, e confidare ciò ad un amico in un momento di paura: il terrore lo rende espansivo. Ma è troppo esigere da lui una confessione pubblica. Come, ecco una spia che fate imprigionare, che subisce a causa vostra un giudizio infamante, contro la quale pubblicate una lettera sanguinosa, e vorreste che quest’uomo accettasse tutto ciò senza dire una parola? Ciò non è possibile. Se foste stato al suo posto avreste cercato di discolparvi un poco anche voi. Ancora di più, non esiste un uomo che consenta a sopportare il peso della propria umiliazione. Se ha il coraggio si uccide nel primo momento della sua vergogna. Se ha paura, si persuade che il suicidio è una vigliaccheria, e cerca delle scuse alle sue infamie più nere. La spia ha delle convinzioni e un orgoglio. [Lucine de] La Hodde, non ha forse scritto che i cani da caccia sono utili per distruggere gli animali nocivi e che egli stesso era un cane da caccia? Io non vedo perché Schnepp non dovesse finire per convincersi che salvaguardava la società.


Eh! mio Dio! non andiamo a cercare spie così lontano. In che cosa un cittadino, che va a portare ogni giorno i suoi rapporti a un capo di partito, differisce da Schnepp che indirizzava i suoi rapporti al prefetto di polizia? Nello scopo, direte voi, il fine giustifica i mezzi. Ai Gesuiti queste ragioni, a un altro cane quest’osso. Quanto a me “Chiamo gatto un gatto e Rollet un briccone”. [Nicolas Boileau]. Penso che coloro che spiano per conto di Ledru e di Étienne Cabet, siano spie tali e quali come gli agenti segreti del governo. Ed ho il diritto di dirlo, perché essi mi hanno sorvegliato alto stesso modo, se non di più. Che importa una differenza nei nomi? Che la demagogia arrivi domani al ministero e gli agenti dei Cesari repubblicani entreranno in via Gerusalemme, mentre gli Schnepp, i Chenu e i La Hodde, riprenderanno la loro vita errante, e andranno a portare i rendiconto a Brompton o a Harley Street.


Ma non mi conviene celebrare in questo modo la soppressione di ogni polizia e di ogni organizzazione di partito, senza confessare un peccato che ho sulla coscienza. Io ho spiato Schnepp; e per quanto non mi spetti che un terzo di questa azione, mi pento per me e per i miei complici. Quando le note accusatrici cadute nelle nostre mani ci ebbero chiaramente dimostrato il carattere di Schnepp, venne deciso che una commissione di tre membri andasse a Ginevra per farlo arrestare. Io ne feci parte. Il sistema delle commissioni è vecchio quanto il mondo politico e i giovani sono sempre disposti a dedicarvisi, – traducete: a farsi valere.

In quell’epoca credevo di rendere un importante servizio alla democrazia facendo imprigionare una spia: oggi non lo farei più. Ogni persecuzione, ogni macchinazione poliziesca sono un attentato alla dignità umana, e non so se esse perdono le proprie caratteristiche quando sono inflitte dalla mano della democrazia. In simili casi, l’accusatore si sporca allo stesso modo della vittima. Che cosa facevamo, se non restituire a Schnepp quello che ci faceva? Occhio per occhio, dente per dente, denuncia per denuncia. In linea di diritto, agivamo male; in linea di fatto, la nostra iniziativa non doveva produrre altro che spingere Schnepp ancora di più nella sua perdizione. Ci resta la triste soddisfazione di averlo fatto rinchiudere per due mesi nelle prigioni di Ginevra. Per quanto mi riguarda ne sono profondamente afflitto; forse, in questo modo, abbiamo impedito ogni possibilità nel suo pentimento. Che coloro che ne gioiscono non parlino più di riforme giudiziarie e penitenziarie, né di fraternità umana. Essi non conoscono la libertà.

No, mille volte no, e soprattutto quando si tratta di una spia. Non è a noi che tocca cantare le lodi della polizia, inoculare la delazione agli uomini, popolare le prigioni, esercitare il mestiere di poliziotto e far concorrenza al carnefice. Lasciamo ronzare le spie attorno a noi, diciamo loro chi siamo e quello che vogliamo, i princìpi che propaghiamo con tutti i nostri mezzi, e perché abbiamo deciso di combattere ogni governo, ogni ordine, ogni società civile, per tutto l’universo. Che sappiano che siamo pronti all’azione, quando, ormai decisi, riterremo giunto il momento di attaccare i governi. Se non cospiriamo oltre è perché non ci riconosciamo il diritto di comandare agli altri, né di produrre nelle società una rivoluzione pilotata.

Che la democrazia tenga il suo fiero linguaggio e che smetta di temere la polizia, perché essa le avrà dato il colpo mortale, per cui quest’ultima non oserà mostrare, in pubblico, le piaghe che la divorano. Smettiamola con i corpi, con le ombre, con i partiti, con la polizia. Che cosa c’entra quest’ultima in mezzo a uomini indipendenti?

Ritornerò su questo punto, perché ne vale la pena, quando parlerò delle società politiche di Londra e dei loro ridicoli tentativi per stabilire una Corte di cassazione, giudicante i proscritti in ultima istanza, sotto il titolo pomposo di giurì d’onore.

Ed ora, chi può dire se Schnepp aveva l’anima fondamentalmente cattiva, se bisognava lapidarlo o compatirlo, se non si sarebbe pentito, se poteva fare diversamente del persistere nella cattiva strada? – Io non sono né criminalista né causidico, e non posso pronunciarmi. Dirò solo che quest’uomo si è trovato in una posizione dubbia, così comune oggi. Allevato nella miseria e nell’oscurità, era arrivato, a forza d’abilità, ad una specie di agiatezza. Lui, che non aveva avuto che un’educazione superficiale, si era fatto una importante posizione politica nel dipartimento del Basso Reno, e si era visto ricercare da uomini eminenti. Era Schnepp: esistenza bisognosa, declassata, barbiere e capo politico, uno di quegli uomini che i partiti cercano perché non sono capaci di fare nulla senza di loro, perché essi s’incaricano di tutto, senza ripugnanza, di tutto quello che gli altri non vogliono fare. Schnepp faceva rappresentanti, come Warwick faceva re; non era nulla ed era tutto: nessuna ambizione repubblicana poteva fare a meno della sua protezione. Era una spada a due tagli, uno di quegli artigiani ribelli sempre pronti a spingere gli altri, a parlare o scrivere, perché non fanno nulla e non hanno bisogno di aspettare l’entusiasmo vendicatore o l’ispirazione sacra. Come tutti quelli della sua specie, non poteva vivere che in mezzo a partiti influenti e agitati, gli bisognava una maschera, un rumore, una folla. Fuori da queste condizioni, gente simile non ha ragione di esistere e non si può rassegnare alle privazioni. Sono proprio questi disgraziati che la polizia disputa senza tregua alle organizzazioni dei partiti, nuova prova a sostegno dell’utilità di quest’ultimi.


Così cadde Schnepp. Ma quanti altri strisciano ancora in questo stretto sentiero che separa i due abissi della demagogia e della polizia? Ho pietà dell’uomo che diventa spia, ma non ho il diritto di condannarlo. Non posso giudicarlo, per quanto, dal mio punto di vista, non agirei come lui.

Il giorno in cui dovessi mancare di tutto, se mi restasse sufficiente energia per conservare la mia indipendenza, subirei la prigione che mi aspetta. Ma, se avessi ancora il coraggio di oggi, e se fossi buono a qualcosa per questa specie di rivendicazione, mi farei ladro: mi glorio di pensarlo come di scriverlo. Almeno, in questo modo, sarei restato fedele alla mia rivolta anti-sociale, e non avrei mendicato un pezzo di pane alla polizia, chiave di volta e sentina di tutte le iniquità. Il collare si adatta male al lupo.


– Uomo! come ti guadagni la vita?

– Con la vita di altri uomini.

– Senza dubbio sei un soldato. Uno di quei disgraziati che l’odio dei popoli spinge a portare la livrea dei despoti e a spingere il ferro nel petto dei loro fratelli. Povero soldato, ti compatisco!

– No, non sono soldato, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Allora sei brigante. Sei uno di quei famosi ribelli che rendono alle società male per male e che trovano qualche volta anche il tempo di fare del bene. E dove sono i tuoi armati, i tuoi vascelli, il tuo nido d’aquila? Su quale contrada si estende il terrore del tuo nome? Quali emblemi hanno le tue bandiere? Quale grido di massacro diffondono in lontananza le trombe dei tuoi araldi? E i viaggiatori spaventati ti vedono correre sulle falde degli Appennini o sulle grigie Sierre, come una fiamma di zolfo scappata dai vulcani? Raccontami le imprese di coloro che comandi. Oppure, corsari audaci, figli della schiuma dei mari e del fulmine dei cieli, i cui cannoni non rispondono che allo scoppio dei tuoni o alle imprecazioni degli equipaggi naufragati. Mostrami la tua rossa fiamma e fammi sapere dove il tuo vascello traccia la sua scia sanguinosa. Brigante! attento alla vita, oggi le teste come la tua non restano a lungo sulle proprie spalle.

– No, non sono brigante, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Allora sei assassino. Strisci nella notte, lungo i muri, dietro la vittima che insegui, ti nascondi sotto il suo letto, forzi la sua porta per arrivare fino alla sua vita? Sai preparare sottili veleni? Tu conosci, quindi, il rimorso che la brezza delle foreste e la luna argentata, lasciano nel cuore dell’uomo che li ha come testimoni dei suoi crimini? Passerai sul corpo di tuo padre, se ti sbarrasse il cammino? – Assassino! se la società ti ha ridotto a questa disperazione, essa è più colpevole di te.

– No, non sono assassino, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Allora sei ladro. Ladro d’oro o ladro di pane? Banchiere, proprietario o semplicemente, truffatore? – Ladro! sei un vigliacco se per svaligiare la società hai bisogno del suo aiuto. Sei perduto se la fame ti mette nelle mani della giustizia degli uomini.

– No, non sono ladro, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Allora sei spadaccino. Un uomo che passa il tempo a uccidere la gente, una di quelle bestie feroci al cui passaggio si dovrebbero mettere trappole per lupi, un mercenario che si paga per distruggere, in nome dell’onore, e il cui onore consiste nel fare scintillare la punta di una spada? – Spadaccino! sei troppo vile perché io possa mettere mai la mia vita a disposizione della tua abilità.

– No, non sono spadaccino, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Allora sei carnefice. Cranio pieno di sangue e di bestialità, strumento che cancella l’opera del tempo e del mondo, l’uomo, il fiore appena schiuso dell’eterna creazione. Ti sei mai chiesto chi l’ha fatto, chi potrebbe rifarlo, chi ha il diritto di sopprimerlo? No, tu sei pagato dalle società vigliacche per tirare il filo che le loro collere hanno tessuto. – Oh! la più spaventosa delle macchine! Tuo padre, concependoti, ha seminato sangue nel ventre di tua madre, perché fai cadere le teste senza mai esporre la tua, e ti ingrassi del languore dei condannati.

– No, non sono carnefice, eppure mi guadagno la vita con quella dei miei simili.

– Infine, che cosa sei?

– Sono un agente della polizia segreta.

– Lontano da me, lontano da me! Sei tu che strappi all’uomo più che il sangue, più che la vita. Sei tu che colpisci nell’ombra senza pericolo, e che non puoi sentire il canto del gallo. Tu che penetri dappertutto, nel focolare della famiglia e nelle sante assemblee della Libertà. Tu che passeggi sotto braccio dell’amico che stai per consegnare. Quanto fa male vedere l’uomo così in basso!

Creatura degradata! nella strada tutti ti evitano, ti si nomina solo a voce bassa, ti si conosce solo con un numero, la sola vista del tuo simile ti fa orrore. Tu tradisci tuo padre e tua madre, e i fratelli dei tuoi fratelli, e quelli che non hai mai visto, e gli imprudenti che ti hanno confidato i loro segreti. Tu ammorbi l’aria, appesti l’acqua, temi lo splendore del sole; la donna che divide il tuo letto è avvelenata. Dall’universo dei morti i tuoi avi si sollevano contro di te, i tuoi figli rinnegano il tuo nome. Il pane che mangi brucerà la tua gola fin quando la polizia non ti lascerà morire di fame dopo averti coperto di vergogna.

Vai maledetto! spendi le amare gioie che ti offre la mano del crimine; solo la pietà sulla terra stende per te le sue ali bianche. Che l’aria che respiri ti soffochi! Che gli alimenti secchino nelle tue mani! Che il vino inacidisca nel tuo bicchiere! Che tu sia costretto a bere solo acqua di mare! Che ogni asilo ti sia rifiutato! Che la tua donna sia sterile! E se ti è nato un figlio da una donna onesta, che arrossisca chiamandoti padre!


Colui insieme al quale spezzai il pane e vuotai la coppa!

L’uomo col quale passeggiai fiero per la città!

Colui che mi garantì al momento in cui ero obbligato a nascondere il mio nome!

L’essere a cui avevo aperto il mio cuore, per cui avrei dato la vita!

Colui che a causa della sua devozione affettuosa mi faceva dubitare della teoria dell’interesse personale!

Colui che chiamavo amico, un repubblicano così disinteressato, così semplice, così entusiasta...

Egli tradiva. Era un agente di polizia.

Senza ripugnanza mi sono seduto alla sua tavola e coricato sotto il suo tetto.

Perché mi sembrava che la casa della spia doveva differire dalle altre e esalare quasi come un odore di Sodoma. Mi ero immaginato che le mura fossero sporche, i vetri rotti dal fulmine, il pavimento coperto di vermi, i mobili di tele di ragno. E, in mezzo a tutto ciò, io mettevo il disgraziato, solo, come un gufo in una chiesa in rovina.

Invece la sua dimora era simile alle altre.

Non pensavo che una spia potesse essere gaia; non avrei immaginato, dopo Giuda, che osasse riapparire nelle feste e baciare quelli che voleva tradire.

Quello, invece, assisteva ai nostri banchetti e ci chiamava fratelli.

Uomo! costruisci la tua casa sulla sabbia, confida la tua esistenza a un corsiero ucraino, e i tuoi beni a una nave disalberata, ma diffida della gente pia.


Questi miserabili ridono, cantano, gli infami, gli inni della libertà! Celebrano la Virtù e il Patriottismo. Nessuna purezza, nessun dolore sono sacri per loro. Essi non muoiono di vergogna quando si scopre un loro complice e, loro presenti, lo si marchia col ferro dell’infamia. Essi sporcano con la loro amicizia, col loro contatto, col loro ricordo.

Ma non vi guardano mai in faccia. Notatelo bene: sono tutti miopi, presbiti o guerci. Hanno bisogno di un pretesto per portare gli occhiali.

L’ignominia si estende sulla vita dell’uomo come la macchia d’olio sulla seta, come l’incendio nella foresta. Niente d’immacolato resta, il cuore consunto. Non si è furbi a metà. Chi è obbligato a sconfessare una delle sue azioni, le sconfesserà tutte ben presto. Sempre un traditore cerca di riabilitarsi. L’abisso del tradimento non rende altro che fango, carni verdastre e anime annerite. Che non ci si giochi attorno. Attira, attira, ma non grida a sufficienza.


In verità vi dico che le spie crescono sulla terra come le erbe malvagie, il mondo è invaso dalla Delazione. Tutti i nostri nipoti saranno agenti di polizia.

Le radici delle buone qualità, come quelle dei vizi, non sono nel cuore dell’uomo, esse sono nel cuore delle società.

Le terre aride producono la zizzania. In una società dove nessuno può trovare posto e lavoro, la moltiplicazione delle spie è così logica come quella dei funzionari e dei ladri.

Dalla natura l’uomo è obbligato a vivere a qualsiasi costo. Le considerazioni morali tacciono davanti a questa orribile necessità. Un assioma come questo è sufficientemente provato dalla zattera della Medusa.

È parimenti provato che quando l’uomo non può vivere in un altro modo, mangia l’erba, il legno o... l’uomo. Che si metta il più austero moralista di fronte all’Inazione e allo Spionaggio e sarei curioso di vedere la sua scelta.

A questa necessità di vivere in mezzo alla carestia delle cose e all’abbondanza delle persone, aggiungete il bisogno del lusso e del benessere che ci è naturale, e che non possiamo oggi soddisfare che molto mediocremente, per mezzo della prevaricazione, della prostituzione e dell’infamia; e poi, meravigliatevi che la Francia sia così fertile di spie! Io mi meraviglio che possa ancora, malgrado tutto, produrre qualche brava persona.

Io non chiamo spie soltanto gli agenti pagati dal governo. Spie sono anche quelli che indagano per conto dei partiti, delle banche, degli ufficiali superiori, dei grandi bottegai. Spia è chi divide con interessate calunnie le società o le famiglie. Spia è l’ereditiere che controlla gli ultimi sospiri del vecchio. Spia, il domestico; spia, il soldato; e spia, il prete. Spia, infine, ogni uomo la cui rapacità fa dimenticare l’onore e che mette nella mano dorata del suo padrone la propria mano piena di tradimenti.

Fatevi il conto.

In verità, in verità, la polizia scomparirà solo a causa della sua stessa generalizzazione. Bisogna che copra il mondo di una inondazione di fango. Se tutti gli uomini si spieranno non ci sarà bisogno di spie. La polizia, come tutti i monopoli, costituisce una società nella società, una gerarchia nel mondo. Privatela di questi suoi caratteri e morirà.

L’universalizzazione della curiosità e dell’inquisizione produrrà l’opinione pubblica che giudicherà almeno un poco meno parzialmente dei tribunali, della stampa e delle sette. Essa non potrà nuocere quando gli uomini vivranno sotto il regime della libertà e della giustizia, perché i giudizi saranno allora sinceri e le opinioni si correggeranno le une con le altre.

Noi andiamo verso questa universalizzazione. Le porte della prefettura sono assediate di candidati. I marchesi rovinati, i guerrieri in pensione, i negozianti falliti, i settari rauchi, le ragazze senza amante, i portieri senza guardiola, i lacchè appiedati, gli avvocati senza cause, i medici senza malati, in una parola, tutte le esistenze pericolanti, si danno appuntamento in via Gerusalemme. Li si rimanda indietro, ritornano. Li si paga male, ritornano ancora. Li si umilia, ritornano sempre. Li si destituisce, cercano di rientrare. La polizia è la meglio servita delle amministrazioni pubbliche. La peste è preziosa per i becchini; il vizio per i ruffiani; i partiti per le spie...

Si è seminata miseria, si raccoglie infamia.


Solo guardandosi dall’inattività i proscritti scamperanno alla polizia. Essa non andrà a cercarli nel loro ambiente, non li raggiungerà nell’officina o nelle sale di studio. Al contrario, li coglierà, come in un vivaio, se si lasceranno trascinare nei caffè a basso prezzo, i soli che l’esiguità delle risorse permetterebbe loro di frequentare.

Bisogna anche dire che la polizia dell’esilio è fatta, in massima parte, da esiliati. L’uno è posseduto dalla mania della celebrità, e non può immaginare miglior mezzo di farsi propaganda di fornire materia a numerosi rapporti. L’altro crede di darsi importanza dicendo a chi vuole ascoltarlo che medita un regicidio. Questi vi annuncia confidenzialmente che fra otto giorni ci saranno delle novità. Quello sgonfia il cuore man mano che vuota il bicchiere. E poi tutti si lamentano di essere venduti, e passano il proprio tempo a giudicarsi gli uni con gli altri e a provocare così nuove rivelazioni. Se fossi ministro di polizia fisserei una rendita per i rifugiati.

Perché vi è gente che si crede dispensata da ogni lavoro dal momento che si è detta “sono un uomo politico”? Perché vi sono partiti che sostengono questa gente, polizie che la impiegano e bettole aperte al loro far niente?

Perché viviamo nel 1854?


Gli ultimi istanti di una spia devono essere spaventosi, quando sia in grado di pensare alla vita futura. In quell’ora suprema, in cui, simile ad un autore stanco, l’uomo scrive fine sull’ultima pagina del libro della propria vita, un irresistibile bisogno di confidarsi si impadronisce di lui. Allora facciamo un riesame dei nostri atti e dei nostri pensieri, sentiamo che i nostri simili andranno a sfogliare con avidità questa nuova pubblicazione, e noi la rileggiamo con un amico.

Ma chi non ha nessuno, a chi confiderà i suoi rimorsi? A chi confesserà? Non può dire che ha ucciso, appena potrà accusarsi di avere avvelenato come un gas invisibile, come un virus deleterio, come la fogna che scorre sotto i nostri piedi e che va a contaminare i grandi fiumi.

La pallida Morte scalpita sul suo corpo, egli chiude gli occhi per non incontrare il suo spaventoso sorriso, e la voce rincula nel più profondo dei polmoni. Non osa riflettere sulla sorte che l’aspetta in un’altra esistenza. Orribile crocifissione che basta a riscattare una vita di fallimenti.

Correte civilizzati! Addosso alle cariche! addosso all’oro! riempite le bische e le case da gioco. Correte, correte sempre! In fondo all’abisso, al disonore, vi aspetta l’Impudenza dalla faccia d’acciaio, la Disperazione stracciona e l’Infamia che si gioca l’anima degli uomini con un colpo di dadi.

Ahimè! Quanti giovani ho visto fallire! È la società. All’ingiustizia necessita una preda come il legno alle fiamme! Bisogna che lo scorbuto faccia cadere i denti, che la cancrena penetri nel midollo delle ossa! Bisogna che la corruzione calpesti le giovani! Bisogna che ci sviluppiamo nel concime, come i vermi! E poi che serviamo da esca a noi stessi!

– E adesso, di chi fidarsi? In quale cuore versare il proprio cuore, in quale vita annegare la propria vita? Come spegnere la propria sete? Le fonti dell’amicizia e dell’amore sono state avvelenate. Dappertutto il potere ha fatto entrare la propria mano piena d’oro. Ha reso freddo il letto dell’amante e le strette di mano degli amici. Sfortuna agli uomini che spargono il sangue più facilmente del vino! Sfortuna soprattutto a quelli che acquistano quello che nessuno ha il diritto di vendere: la buona fede e l’affetto di un uomo!


Niente è più pericoloso dell’astuzia sistematica. Nella rivoluzione, i più abili diplomatici ricevono lezione dagli operai; in duello i migliori tiratori si fanno uccidere dai principianti. Non acuminate la lama del pugnale, non allevate lupi, non accarezzate aspidi, non mettete la mano sul fuoco, non giocate alla polizia con le spie. Più starete in guardia contro di esse e più vi penetreranno. Le aspettate alla porta, ed esse penetrano dalla finestra; smascherate la loro impudenza, ed esse fingono la modestia; vi coprite con una corazza d’acciaio, ed esse trovano uno spiraglio con le lacrime di tenerezza. La vipera arriva sempre ad inoculare il veleno; la freccia di Parigi raggiunge il tallone di Achille. – Non giocate alla polizia con le spie.

Sogni di viaggio

11 agosto 1849

Colui che è sedentario non ha nulla da raccontare;
colui che resta a letto tesse la menzogna.
Il canto di ThrymLeggenda d’Islanda

Seduto in riva al Lemano, sognavo. Il viso calmo, come la superficie delle acque blu, ma nello spirito i pensieri pressavano numerosi come le fredde sorgenti che alimentano gli abissi sottomarini.

Era caduta la notte. Era l’ora in cui la natura esala il suo primo sonno in un immenso murmure, in cui i fiori si chinano, in cui gli uccelli nascondono le teste sotto le ali affaticate. Allora i cani da guardia passano i musi sotto le porte delle fattorie, i gatti lascivi saltano sui tetti, e la voce di velluto della notte ricorda alle spose il proprio dovere.

I miei occhi cercavano di vincere gli occhi della luna, fin quando una nuvola, come una mantiglia spagnola, venne a velare la sua fronte. Ascoltavo la rugiada piangere sulle foglie morte, una barca disegnava le sue bianche vele nella notte profonda; da lontano, il rude canto del battelliere savoiardo mi sembrava soave come la voce d’Ariel nel concerto dei mondi.

È suonata mezzanotte. Andiamo, la barchetta! gondoliere di Venezia; l’umido Adriatico è alterato di canzoni. Accorda la chitarra, figlio della vergine santa (Somos hijos de Maria Santissima. Detto di Siviglia); la tua amata è apparsa al balcone, spegne con un ferro ghiacciato l’ardore della sua gioia bruciante. Vergini di Mecklembourg, stringetevi ai vostri biondi fidanzati, come i papaveri alle spighe di frumento, andate a bagnarvi i piedi nel verde Baltico. E voi, fratelli tedeschi, studenti eroici! la polizia ha chiuso i suoi occhi di ossifraga; versate nelle coppe cesellate la birra d’oro; levate la lunga spada da sotto i vostri tocchi militari, appoggiatela al muro e danzate intorno cantando: morte ai tiranni!

Oh! l’universo! i grandi fiumi che scorrono attraverso le pianure con la loro corte di affluenti! I grandi monti che affondano le proprie radici nei fuochi dell’inferno e che rinfrescano le proprie vette nelle nuvole del cielo! Oh! il mondo, alveare umano, città brulicanti, poveri casolari, il celeste Oriente, l’Occidente pieno di sogni, l’Equatore bruciante e i Poli ghiacciati! L’aria, lo spazio, l’estasi, l’infinito, l’eterno, la libertà... Chi sei tu, mortale, per abbracciare tutto questo?

Il mio corpo non coprirebbe sei piedi di terra e io sento appena il canto di questo nocchiero. E vorrei comprendere la natura! Sogni! grandi voci interiori, non mi stancate. O, piuttosto, coscienza della debolezza umana, non paralizzare il mio sforzo.


Tempo, sei vecchissimo ed hai tanto corso! Non potresti prestarmi, per un istante, le tue ali? Notte! non potresti donarmi il tuo orecchio sensibile? E voi, aquile superbe, uccelli di Geova, la vostra vista? E tu, proprietario, padre mio, con quali preghiere bisognerà battere sulle tue dita magre perché si serrino di meno sui cordoni della borsa?

Se fossi libero e leggero come la foglia che trema, come il vapore del mattino o la schiuma dei mari, andrei più lontano di loro. Ma i passaporti non si ottengono senza difficoltà, i climi ci stancano e bisogna portare con noi un arsenale di precauzioni contro il freddo e contro il caldo. Il sangue, la carne e il grasso sono pesanti; la locomozione dell’uomo è dispendiosa.


E tuttavia viaggerò. – Mi lascerò indietro Ginevra, triste Babele in cui la proscrizione si dibatte. La mia ostinazione saprà vincere l’avarizia paterna. I proscritti e i ladri non mancano mai di passaporti.

Così parlava dentro di me il sogno dalla voce argentea.

E poi evocò molte apparizioni sospinte dalle docili onde, una dopo l’altra, sulla riva sabbiosa. Ascoltai; ed ecco quello che sentii:

– Dove vai, viaggiatore?

Il tuo cavallo lima i suoi ferri sulla sabbia, il tuo occhio impaziente misura la distesa delle colline.

– Cerco l’amata. Fin quando non l’avrò trovata si sentiranno i miei speroni d’argento sul selciato dei castelli e dei chiostri. Lei è di nobile origine e i miei nemici non l’avrebbero rinchiusa in una volgare prigione.

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

È una potente passione che ti spinge a percorrere il mondo.


– Dove vai, viaggiatore?

La tua mano è armata d’un bastone di ferro, i tuoi piedi sono protetti da scarponi di montagna, e le tue giovani spalle si piegano sotto il peso del bagaglio.

– Solo la natura crea i grandi artisti; vado a chiederle l’ispirazione che le città popolose mi rifiutano. Bramo di sedermi sui ginocchi delle rocce, bevendo le lacrime delle fontane. Voglio lavarmi con l’aurora, vedere i primi fuochi del sole, e seguirlo fin quando non muore nel seno dei mari profondi. Voglio dormire sotto il tetto dei cieli non avendo altro custode che l’aria delle notti, la luna e la sua corte di stelle.

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

Simile ai migliori frutti dei boschi dei quali giammai la coltura potrà riprodurre il sapore, il Genio cresce solo lontano dai vapori che gli uomini respirano nelle città. Possa tu raggiungerlo! È una sublime ambizione che ti spinge a percorrere il mondo.

– Dove vai, viaggiatore?

Triste, la tua famiglia si stringe intorno alla vettura; i servitori la coprono d’una soffice coperta e il cocchiere trattiene l’ardore dei cavalli che devono procedere al passo.

– Ahimè! Regnava sovrana la Salute sul trono splendente della mia vita, quando la Malattia, figlia dell’eterna Vendetta, gli sottrasse il dominio. Da quel momento, la sua mano disseccata scuote il mio corpo, i miei giorni sono preda del dolore, e il sonno si è allontanato dalle mie palpebre gialle. Dicono che l’acqua del mare può rendere la salute e il vigore; Venere, l’amorosa, è uscita dalla schiuma di Anfitrite; vado a bagnarmi nell’acqua salata dei mari.

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

Che la Salute, facile alla fuga, bene supremo senza cui gli altri beni diventano pesanti, che la salute dai freschi colori, pervasa di gioia, ritorni ben presto.

– Dove vai, viaggiatore?

Le ruote dei vagoni gridano sulle rotaie biancheggianti, il vapore urla sfuggendo dalla gola del mostro. Trova facilmente il tuo posto tra la folla indaffarata.

– Sono commesso viaggiatore. Inseguo la Fortuna, i cui occhi vitrei non possono distinguere il volto dei suoi eletti. A rischio di essere travolto dalle ruote del suo carro, voglio che la sua mano mi tocchi. Forse la sorte non ha coronato fronti più piccole della mia?

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

Il commercio mette in circolazione il sangue dell’umanità. Verrà il giorno in cui il bilancio sarà giusto, allora peserà più della spada nell’equilibrio universale. È il bisogno di benessere, caro al cuore umano, che ti chiama ai diversi angoli del mondo.


– Dove vai, viaggiatore?

La tua fronte è invecchiata dallo studio; un martello pende dalla tua cintura, e tu cammini solo, con un libro in mano.

– Disperai della felicità, quando dal più alto dei cieli mi benedisse la Scienza dal radioso sorriso. E ora, mi fermo pensoso nel luogo che tutti i turisti sfuggono. Con questo ferro cerco i segreti della natura, penetro il cuore del granito. Là ritrovo le tracce dei mondi estinti e degli animali consegnati alla morte discreta dal lavoro dei secoli. Cerco nelle solitudini spaventose dei monti giganteschi; si scioglie nelle mie mani il ghiaccio delle Alpi e le sorgenti fioriscono in mezzo ai deserti. Nel mezzo delle rovine di Ercolano, di Tebe dalle cento porte, di Menfi e di Palmira, i miei passi sono sicuri come quelli degli oziosi nelle strade delle grandi città. Gli sciacalli fuggono davanti a me, la verità si trova solo in mezzo alle tombe.

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

Già il disco di tua vita ha fatto metà percorso; ti resta di portare a termine grandi cose, prima di addormentarti nelle braccia del lungo sonno. È la scienza, madre di tutti i progressi, che ti spinge a percorrere il mondo.


– Dove vai, viaggiatore?

Mai la natura aveva ricevuto i tuoi omaggi. Finora ti si è visto raccoglierti nel silenzio delle biblioteche, nelle sale delle accademie e nelle assemblee popolari.

– È vero. Il mio petto stanco non saprebbe respirare l’aria che soffia sulla sommità delle foreste o dove s’infrangono le onde. Ho sempre vissuto nelle città, mi necessita la loro atmosfera spessa e il contrasto delle folle umane. Da una grande città all’altra, nulla mi fermerà: comparerò le leggi e i costumi. Nelle officine, dove l’industria martella, scoprirò le cause della Miseria e dell’Opulenza; nelle prigioni, soggiorno della sofferenza, interrogherò sulla loro origine il Delitto, il Rimorso e la Vendetta, trinità furente che si accanisce su di noi. Seguirò il genio dei popoli, nei loro lavori, nelle loro rivoluzioni e nelle loro feste; e vicino per quanto mi sarà possibile osserverò le cerimonie che eseguono questi grotteschi personaggi che vengono chiamati re, legislatori, preti e generali. Chi non ha mai lasciato il proprio paese acquisisce soltanto false nozioni. Pieno di pregiudizi nazionali, concepisce l’uomo solo sotto un aspetto. Il tempo e lo spazio sono per lui espressioni vuote di significato, gli sembra impossibile che la terra nutra stranieri, che ebbe a produrre razze antiche e che possa essere un giorno popolata da generazioni nuove. Tuttavia, nessuno è oggi quello che era ieri, quello che sarà domani; l’ambiente che attraversa lo modifica senza fine. Abbiamo l’ambizione di cogliere nel suo insieme il sistema dell’universo, da cui ci viene questo strano errore di voler conoscere l’umanità partendo da un solo popolo, grano di sabbia perduto nell’immensità del tutto.

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

È il desiderio di conoscere l’uomo, la cosa più difficile, che ti spinge a percorrere il mondo.


– Dove vai, viaggiatore?

Sopporti malamente la schiavitù dell’uniforme; la mano stringe goffamente l’impugnatura di una spada, e l’elmetto lucente ti pesa sulla testa molto di più del lavorio dei tuoi pensieri.

– Vado a combattere per la Libertà! Dall’Oriente scintillante fino al pallido Occidente, i figli degli uomini gemono sotto il giogo dell’ingiustizia. Vado a combattere per la Libertà!

– Continua il tuo cammino, viaggiatore!

Cosa importa che il tuo braccio sia inesperto. Sarai forte nelle battaglie. Come un solco di fuoco, la tua spada s’aprirà il cammino tra i mercenari che difendono i troni. Sii la vergine dall’occhio scuro, la cui maschia bellezza innamora Spartaco, [Andrzej Tadeusz] Kosciuszko e [François-Dominique] Toussaint-Louverture. È l’eterna Libertà che guida i tuoi passi nel mondo eterno.

– Dove vai, viaggiatore?

Il tuo equipaggio ha scalpitato nel cortile del castello, vi sono attaccati sei cavalli, più ardenti di quelli che si abbeverano nelle acque dell’amaro Flegetonte. Normalmente silenzioso, il cortile è pieno di rumori; qua e là corrono i servi carichi di cose preziose. Il corno risuona nella vecchia torre, i bracconieri sono in sella e l’abbaiare dei cani risponde alla gioiosa fanfara.

Vado a girare il mondo. Sono stanco della monotonia che la ricchezza si porta dietro; i rumori delle feste mi assordano. Questi castelli, queste foreste, queste praterie e queste cacce non mi offrono più nulla di cui non sia stufo. La stupida opinione, la sollecitudine della mia famiglia e delle mie amanti mi pesano. Voglio scuotere le catene, uccidere il tempo e fuggire da me stesso.

Saprò come il sole si rispecchia nei ghiacciai del Monte Bianco, come l’amorosa vigna abbraccia l’olmo italiano; dormirò a Venezia cullato dai flutti blu, respirerò il fumo del Vesuvio, saluterò il Colosseo, la Mole Adriana, il Circo di Nerone e il Duomo di S. Pietro; strapperò i blocchi di marmo del Pantheon.

Andrò, andrò senza posa! Raccoglierò l’oliva verde, la melagrana scarlatta e l’arancia dorata dal sole di Spagna. Cadice, e Lisbona, e Genova, e Firenze mi vedranno, e saprò se le città decadute sono altrettanto cupe degli uomini annoiati.

Più lontano, più lontano ancora! Sbarcherò nella superba Londra, carezzerò la criniera dell’Oceano, percorrerò le pianure della verde Irlanda, calpesterò i monti della Caledonia; mi stenderò nel veloce veicolo del Cosacco e sotto la tenda ospitale del Lappone.

Sempre più lontano! Visiterò Costantinopoli, città dei minareti e delle cupole, chiave dei tre mondi, metropoli sognata da tutti i padroni del mondo, regina degli oceani salutata dal frastuono delle loro acque! – Algeri e Tunisi; – le rive solcate dalle flotte di Cartagine; – il deserto dalle sabbie mobili.

E poi la ricca Asia: – Bassora, Trebisonda, Ofir la magnifica, La Mecca, punto di arrivo delle carovane, Gerusalemme, le cui reliquie hanno fatto scorrere fiumi di sangue; – l’altero Himalaya, l’Indo dal letto profondo, e il Gange sacro che batte senza strepito i bastimenti inglesi.

E quando avrò percorso tutti questi paesi, non avrò ancora visto nulla: né la Cina, culla dei popoli, né questa gigantesca confederazione che stende le sue braccia su l’una e l’altra America, né l’Oceania, mondo di tesori, di cui l’uomo s’impadronisce man mano che esce dalle acque.

Certo, la terra è grande, e ogni giorno diventa sempre più grande. La furia della vecchia Cibele si smarrisce in seno ai mari che dissecca. La vita di un uomo sarebbe appena sufficiente a percorrere il mondo abitato.

Ma io parto con tutti i miei anni davanti, col mio oro che sarebbe sufficiente ad armare un esercito; mi sono preparato con studi severi, per profittare di tutto quello che colpirà la mia vista; sopra ogni cosa ho le idee chiare. Possano i viaggi ricongiungermi alla vita!

– Fermati, viaggiatore!

Tu vai senza scopo e senza passione. Troverai la noia dove cerchi il piacere; la cupa tristezza abita nel tuo cuore. Le magnificenze della natura, la freschezza delle campagne, le voci degli elementi, le meraviglie delle città, tutto ciò è perduto per te. Tutti gli oggetti ti sembreranno velati a lutto attraverso il prisma del tuo scoraggiamento. È perché sei stanco di te stesso che percorri il mondo.


Viaggerò. – La stagione è propizia. Messidoro è sceso nelle pianure. Vanno nei solchi i bruni trebbiatori. Le mattinate sono fresche, e la brezza della sera si sviluppa nelle notti più lunghe. Di già le foglie rosseggiano e i grappoli pesanti si curvano verso terra. Di già l’autunno va per i sentieri delle foreste e i ruscelli fanno più rumore sulle sabbie. Ancora qualche giorno e il cerchio di sole resterà più a lungo nell’Oceano, il fuoco di mezzogiorno si spegnerà e la verdura rinascerà nelle pianure.


Viaggerò. – L’esilio mi ha reso padrone di me stesso; ha rotto i legami che mi tenevano nelle legislazioni civili. In tutti i paesi sono straniero, così posso sottrarmi alla violenza dei governi, alla vigliacca crudeltà della gente di giustizia, alla lingua dei preti, all’alterigia dei grandi e all’odio dei piccoli. Accaniti nelle loro lotte mercantili, che gli uomini si stanchino di me, come le onde del mare dimenticano i ciottoli della spiaggia che hanno per tanto tempo colpito. Domando solo questo favore. È utile essere fuori della legge del nostro tempo.


Viaggerò. – Il mio tempo mi appartiene e io ne conosco il valore. Il lavoro mi attira e non ho ancora bisogno del salario che rende schiavo. Mi sento irresistibilmente attirato verso l’insubordinazione, le solitudini della natura e i grandi monti colpiti dai diluvi; aspiro alla libertà. Io muoio nel recinto delle città dove sono obbligato a regolare i passi su quelli di migliaia di altre persone che mi spingono, che non ho mai conosciuto e che i miei occhi non desiderano conoscere. Odio la folla che si apre un passaggio per vedere il re e per sfuggire al bastone delle guardie; soffoco negli abiti alla moda. Preferirei vivere nel deserto e non in mezzo a uomini che seguono tutti la stessa strada, che salutano allo stesso modo, che portano tutti lo stesso cappello, la stessa catena d’orologio, lo stesso nodo alla cravatta, le stesse decorazioni; e che per guadagnarle compiono tutti le stesse bassezze. Almeno i grani di sabbia differiscono tutti uno dall’altro, e il bruciante Simun li disperde ininterrottamente da un punto all’altro dell’orizzonte.


Viaggerò. – Le distanze si ravvicinano, gli uomini si toccano, le razze si incrociano, i prodotti più diversi si scambiano dappertutto. La velocità dei mezzi di locomozione stringe l’intesa; la materia si anima; le strade corrono rapide sotto le macchine più veloci del fumo; il Dio dell’Industria urla nello spazio e turba il monotono raccoglimento della natura. E solo, l’uomo resterà immobile in mezzo a questa universale vertigine, quando i climi e i territori si modificheranno intorno a lui! Meglio, quindi, che chi può si abitui a tutti i climi, visiti tutti i popoli e capisca tutte le lingue. La famiglia umana si riunisce per tenere consiglio. È tempo di aprire le orecchie e gli occhi. Le grandi meraviglie sono vicine.


Viaggerò. – Di già tutto si prepara per la circolazione universale. Il Vapore, nero messaggero, passando sulle città, s’impregna della loro atmosfera intellettuale e la porta dall’una all’altra. Come arterie gonfie, le ferrovie arrivano fino in fondo al corpo sociale, s’inoltrano e si attraversano diffondendo dappertutto la salute e l’abbondanza. L’Oceano domato scuote sulla propria criniera i vascelli delle nazioni; e le bandiere si salutano. Le lingue cambiano e si rinnovano; il vecchio dizionario è superato; ogni invenzione ha solo un nome dovunque. I costumi si trasformano; il pregiudizio china il capo. Il carbon fossile brucia col legno, il ferro si cambia in oro, le ricche stoffe procurano i bellissimi frutti, il vino si mischia al vino, il sangue al sangue. Le ragazze del Nord tendono le bianche mani ai figli abbronzati del Mezzogiorno; l’anima di ogni nazione è un libro aperto a tutte le altre. Popoli! non litigate per le condizioni dello scambio; queste diventeranno giuste. Siamo figli di uno stesso padre, e nelle vene di ciascuno di noi non si trova una goccia di sangue che non sia formata dai trasporti amorosi di tutte le razze umane. Dove è coltivata, la terra è fertile, le sue reni sono forti; dove l’unghia della dissipazione non ha graffiato le sue mammelle, la donna nutre bambini robusti. L’industria ci dà le ali che la natura ha dato agli uccelli di passaggio e le sottili membrane che sostengono il seme nell’aria. Il bambino non odia lo straniero, non lo distingue dal suo vicino; la sua lingua è sciolta, il suo orecchio delicato; canta e gioca in tutti gli idiomi della terra. L’uomo è destinato a vivere sotto tutti i climi; coloro che si fanno gloria del proprio patriottismo completano molto dolcemente la propria morte.


Viaggerò. – Ecco venire giorni migliori. L’umanità rigurgita di sangue e di ricchezze; le sue risorse sono troppo abbondanti per restare confiscate a lungo. Il cerchio di quelli che vivono del proprio lavoro si allarga; un numero maggiore di posti si libera alla tavola del banchetto sociale. L’orizzonte si riempie di ardenti vapori. Attraverso veli di sangue e di dolore, intravedo la felicità universale. Fate posto all’umanità! Che i vecchi interessi si coalizzino, che le vecchie lingue calunnino, che le vecchie braccia si irrigidiscano, che le vecchie generazioni si abbottonino nei loro vecchi vestiti... Che importa! Tutte queste resistenze saranno superate; la violenza che l’uomo non vuole subire, la necessità gliela imporrà. Il progresso marcia solo in mezzo alle eliminazioni. Un nuovo secolo si prepara che spezzerà il ciclo d’argento del monopolio, come la linfa rompe le connessioni degli alberi, come i flutti superano le dighe, come il liquore fermentato fa scoppiare i vasi che lo contengono.


Viaggerò. – Domani e viaggio, avvenire e immensità, sono idee congeniali. La terra non ci mancherà mai sotto i piedi, perché le nostre risorse aumenteranno man mano che ci moltiplicheremo. Gli uomini non hanno paura che si possa determinare un giorno una sproporzione tra i loro desideri e le loro risorse, tra la popolazione e le ricchezze. I malthusiani che discutono questo problema si dichiarano rattrappiti da un vigliacco terrore. Come possiamo sapere se esistono mondi prigionieri nelle profondità dell’Oceano? Nel mezzo delle terre abitate, la nostra vista non è forse afflitta dalle savane straziate dai rovi e dagli asfodeli? Non possiamo forse rimboschire le montagne e abbeverare le terre con le irrigazioni? La fertilità e l’abbondanza saranno inesauribili, quando riuniremo le nostre forze per vincere la natura, invece di volgerla contro di noi stessi. Quante braccia domandano invano lavoro! Quante grandi intelligenze e grandi passioni si spengono, in mancanza di elementi così ardenti da trattenerle! L’uomo ha tentato la scalata al cielo; ha concepito le più sublimi rivolte. La Fede che mai si scoraggia, la Speranza dagli agili passi, e la Coscienza del suo diritto di vivere, lo sosterranno nella ribellione.

I filosofi e gli economisti possono trattare il problema della popolazione; sempre la razza di Adamo risponderà con un grande scoppio di risa alle loro soluzioni perfettamente innaturali. Per essa questo spaventoso enigma non ha che una soluzione: – Quando la razza umana avrà concluso la propria carriera, subirà l’inevitabile trasformazione che trasporta tutti gli esseri nelle sfere via via più elevate. Non diversamente della pianta, non diversamente dell’individuo, essa non potrà far nulla per scongiurare questa morte, quando le ore vigilanti la chiameranno con i loro clamori di bronzo. Ma fin quando vivrà, essa vivrà completamente, con tutti i suoi organi intatti e tutte le sue facoltà in pieno esercizio. Essa non si trascinerà a terra, priva dei suoi organi di riproduzione mutilati, oppure assorta solo nel lavoro, o spenta nel grasso. Essa non eluderà le leggi naturali della riproduzione, non lotterà contro la passione, l’attrazione dei sessi e gli istinti più imprescrittibili. Essa non si conformerà ai dati scientifici e alle vedute utopistiche dei filosofi da Malthus fino a Proudhon, fino a quelli che hanno immaginato ingegnosi procedimenti di chirurgia o di allevamento per rendere, senza dolore, l’uomo eunuco e la donna sterile. Una razza è morta, oppure è vivente: non può restare in una via di mezzo. Quando si traggono dai marmi o dai calcari gli scheletri fossili, si può constatare se erano incompleti. I mostri non sono adatti alla vita; queste sono terribili lezioni di cui non vogliamo approfittare, pieni come siamo di affliggenti eccezioni determinate dalla nostra resistenza a tutte le leggi della natura. Per mantenere l’armonia universale, bisogna che ogni specie si conservi integralmente, fin quando esiste. – Ma che digressione, avrei potuto lasciarla in fondo al calamaio.


Viaggerò. – E i miei viaggi mi saranno utili, perché non li inizierò a causa della noia, ma per osservare gli uomini e il cammino della Rivoluzione. Ogni viaggio è come il viaggio della vita. Solo chi ha saputo distinguere il proprio scopo all’orizzonte nel mezzo della giornata arriverà a destino prima di sera. Questi camminerà diritto e velocemente, mentre gli altri si stancheranno per sentieri sconosciuti, domandando il cammino a tutti quelli che incontreranno, errando in balia di false indicazioni. I viaggi istruiscono solo coloro che pensano, e l’uomo si dà la pena di pensare solo quando una passione lo domina al punto di vincere la pigrizia che gli è cara. Io non voglio apprendere tutto, non voglio vedere tutto, non porterò da mille paesi lontani collezioni di curiosità. L’uomo che vuole sapere tutto non saprà mai nulla. Correre più in là del proprio giudizio, significa non ricordare nulla. Ciò rassomiglia alla vigna pazza, fatalmente infeconda. L’intelligenza soffre a causa dell’erudizione, come il grano vicino ai grandi alberi.


Viaggerò. – Sono preso da questo primo amore che cerca per il mondo la divinità, donna o pensiero, che corrisponda ai suoi sogni. Il mio corpo è agile, non mi spaventano le fatiche della marcia e i cambiamenti di stagione. Non ho abitudini, non sono legato a nulla. Oggi ogni iniziativa mi sembra facile. L’Europa mi appare come una torcia ancora fumante che la minima scintilla basterebbe a riaccendere. La mia mano si stende senza esitare per cogliere tutto; la rapida azione accompagnerà il pensiero. Prima che il freddo studio venga a spegnere questo primo ardore, non riuscirò a visitare i popoli ancora frementi?


Viaggerò. – Agirò al limite delle mie forze, e la passione le centuplicherà. Andrò a Zofingen quando gli studenti vi si riuniranno nei giorni estivi; la mia voce sarà ascoltata quando parlerò della solidarietà dei popoli e del diritto di asilo. Discenderò il corso del Reno; le ospitali università tedesche mi accoglieranno quando dirò che è venuto il momento di parlare la stessa lingua e di alzare templi alla scienza e alla libertà di tutti. A Vienna troverò i resti della legione accademica, e la mia mano stringerà mani conosciute. A Cambridge, a Oxford, vi sono giovani con i quali evocherò la memoria del pellegrino di Missolungi. Nelle cupe accademie del Nord, a Leida, a Copenaghen, a Upsala, mi intratterrò con spiriti gravi, preoccupati di problemi del libero scambio e dell’indipendenza individuale. A Coimbra, a Madrid, a Bologna, a Milano mi animerò al soffio dell’immaginazione piena d’arte e di poesia.

Quale messe di pensieri raccoglierebbe colui che potesse impregnarsi in questo modo dello spirito della giovinezza europea! Come ingrandirebbe la sua intelligenza alla luce di tutte queste intelligenze! Come diventerebbe più ricco il suo sangue mescolato con tutti questi elementi vitali!... Le notti discrete sanno quante volte ho accarezzato questo progetto, e quello che mi è mancato per porlo in atto!...


Viaggerò. – Se non potrò andare fin dove vorrei, andrò almeno fin dove potrò. Se non potrò comparare che un piccolo numero di popoli, mi accontenterò per il momento. Del resto, non mi assoggetterò ad alcun piano, non accetterò nessuna raccomandazione. Scriverò le mie impressioni quando e come mi verranno. Non essendo uno scienziato, sarò dispensato dal fare un corso di storia, di geografia, di eloquenza, come fanno i nostri scrittori turisti. Fin quando non sarò stanco, ricomincerò: sarà il tempo meglio impiegato della mia vita. Ringrazio l’esilio di avermi dato questo tempo libero prima dell’età in cui l’uomo non si appassiona più a nulla.


Viaggerò. – Nessun europeo può sapere dove sarà domani. La Rivoluzione intacca il suolo, i partiti si disputano l’aria, gli eserciti sono in armi, la pietà si è coperta con un velo, i focolari tremano, gli elementi sociali si polverizzano. Gli inverni si allungano, le estati si accorciano, i fiumi straripano. Agli angoli delle proprietà non si vedono altro che confini nuovi, la bancarotta si accanisce sul commercio, lo spionaggio è diventato professionale, la giovinezza sbadiglia e si ubriaca, la vigna si ammala, la guerra dagli occhi rossi depreda l’Oriente, il lavoratore non sa più per quale padrone semina i campi.

Prepariamoci una patria in tutti i punti della terra.

Viaggerò.

Il Basso Valais

Agosto 1849

Si immagini una stretta galleria le cui mura sono le Alpi Alte; la volta, una banda di cielo; il suolo, un acquitrino, che si stenda da Saint-Maurice a Martigny, tra luoghi mortali. Vi sono due uscite da questa prigione naturale; la prima, il ponte di Saint-Maurice, arco che si appoggia su due colossi di granito e separa il cantone di Vaud da quello di Valais; l’altra, la strada che conduce a Domodossola e alla frontiera con l’Italia.

A sinistra, il Rodano impetuoso, nero di melma e di terra, tanto stretto che un uomo potrebbe superarlo d’un balzo. I più grandi fiumi nascono come bambini, nudi sulle loro rive, piagnucolosi, turbolenti, indignati e sporchi, coperti dell’involucro materno. Così il Rodano nascente rotola verso il lago di Ginevra, i blocchi e i pezzi di ghiaccio strappati dai fianchi del fecondo Furca. La principale arteria dell’industria francese non è altro, a Saint-Maurice, che un povero ruscello tremante di freddo; il superbo fiume che colpisce con rabbia i grandi battelli a vapore, porta a fatica verso il lago pezzi di legno galleggianti.

A destra, la strada, polverosa d’estate, sommersa d’inverno, torrida sei mesi, e sei mesi ghiacciata; lunga, eterna, senza prospettiva, strettamente serrata contro le rocce; sfuggente attraverso Saint-Maurice e Martigny, è diretta ad attraversare con curve ondulate le belle campagne del cantone di Vaud e dell’alto Valais.

Tra la strada e il fiume bambino si stendono prati che non producono null’altro che un’erba rada e pungente, sdegnata da ogni gregge, e qualche ciuffo di giunchi ingialliti dal sole. Qua e là cavalli tisici cercano di sopravvivere in mezzo a questa ingrata vegetazione. Poi gli acquitrini grigi abitati dalla febbre, pieni di acqua pesante, soggiorno di morte, sorvolati velocemente dal colimbo dal ricco piumaggio, dall’anatra rapida e dal gioioso piccione.

Da lunghi anni la civiltà attraversa questi deserti, ma non vi resta più del tempo necessario per percorrere la strada rattrappita. Sembra che manchi di fiducia in se stessa, come se esitasse a impegnare l’ultima lotta con la natura rinserrata in questo supremo asilo. Cattivi ripari sono stati costruiti contro le rocce; i rapaci valdesi vi si sono installati come rondoni nelle crepe dei vecchi muri, e il viaggiatore getta loro sdegnosamente il più usato dei suoi scudi.

Ma ecco il vapore che corre sulle acque del Lemano; già la mina fa saltare la cima di Mezzogiorno; già l’inglese pone sulla terra svizzera il sigillo delle sue rotaie, già il valdese, pagando al genio il solo culto che comprende, costruisce un albergo che porta il nome di Byron. Il genio della natura è di conseguenza bloccato, affamato, anelante nella sua fortezza del Valais.

Che i discepoli di Jean-Jacques, di Robespierre e di [Louis-Marie de] Lareveillère-Lepaux vadano a nascondersi sotto le sue rovine! Che il vapore grondi, che la polvere scoppi; che le rotaie si pieghino sotto il peso; che vi siano uomini schiacciati e le loro membra disperse nell’aria. Le compagnie saranno condannate a costruire una chiesetta espiatoria che possa resistere cinquant’anni. Ma fate attenzione, voi che temete che il progresso vi schiacci.


Il Basso Valais! Immense rocce che aprono appena le proprie viscere per lasciare vegetare una lingua di terra, un filo d’acqua, aria compressa, cascate furiose, fiori senza profumo, frutti senza succo, miseri animali e uomini appena abbozzati!

Così la terra era agli inizi. Così il mondo è uscito dalla pietra come una scintilla di fuoco. Da dove è venuto lo scontro?... chi lo sa?... – E poi il filo d’acqua è diventato gran fiume, la terra acquitrinosa si è disseccata, si è coperta di messi, di pampini, di forti animali. L’uomo è diventato più bello, più industrioso, più potente; ha diviso i territori man mano che li scopriva; ha lavorato la terra, perforato le montagne, colmato le valli; si è stretto nelle magnifiche capitali, ha forgiato, con le proprie mani, le catene serrate della legge.

Perché questa valle resta così desolata, maledetta a fianco dell’opulenta Ginevra e del ridente Vevey? Perché bisogna che il caos e la civiltà, il Valais e il cantone di Vaud, si trovino così come sono, alla stessa epoca, e nella stessa parte del mondo, sotto la stessa bandiera, “separati soltanto dallo spessore di un gesuita”?

Il fatto è che le nazioni soffrono, come noi, della concorrenza monopolizzante; tutti i civilizzati sono avari, tutti gli uomini primitivi sono superstiziosi e tutte le religioni intolleranti. In questa orribile guerra di Sonderbund, il Valais ha subito le condizioni del vincitore; è stato caricato di catene e di imposte dai suoi cari confederati. Questa povera gente è stata abbandonata senza difesa alle rappresaglie della natura.

E la natura si è mostrata barbara e impietosa; ha deformato i valdesi, e restereste spaventati a comparare questa onnipotente Nemesi alla sua triste vittima. All’impiedi, fiera delle proprie spalle rocciose e dei suoi indomabili torrenti, la natura tiene sotto i suoi piedi l’uomo supplicante, smagrito, indebolito, malato, oggetto di disgusto e di afflizione: mostruoso, cretino!


Un cretino! cioè un povero essere depresso, pauroso e nano: una natura ridotta al silenzio o un uomo che vegeta, una creatura disgraziata che s’ingozza di vegetali acquosi, di pane nero e di acqua cruda; – natura senza industria, senza idee, senza passato, senza avvenire, senza forze; – uno sfortunato che non riconosce i suoi simili, che non parla, che resta insensibile al mondo esterno, che nasce, cresce e muore nello stesso posto, miserabile come l’amaro lichene e le querce nodose.

È uno spettacolo spaventoso vedere l’uomo così curvo nella polvere, la testa china al suolo, le braccia penzoloni, il dorso curvo, le gambe tremanti, gli occhi chiari o appannati, lo sguardo vago o di una spaventosa fissità, capace appena di stendere la mano al passante; – con le guance magre, le lunghe dita, i lunghi piedi, i capelli dritti come il pelo delle bestie feroci, una fronte sfuggente e ristretta, una testa appiattita, e una faccia da scimmia.

E uno così c’è sulla soglia di tutte le porte e lungo tutta la valle! E queste porte danno accesso a grotte piene di fango e di rifiuti, sporche di terra, appena coperte di stoppa, esposte al rischio delle montagne che le sovrastano!

Com’è impercettibile il nostro corpo in mezzo all’universo, se non è ingrandito dal nostro sapere! Com’erano tremanti i primi uomini di fronte alle acque straripanti e alle pietre ribelli! Come rimpiccioliscono il montanaro valdese le grandi Alpi! Come si arrampica faticosamente su sentieri appena praticabili! Si direbbe che abbia paura di svegliare collere sotterranee. Verme di terra, ignorante, schiavo, cretino, l’uomo sarebbe tutto ciò oggi se non si fosse ribellato contro la forza. Ed eccolo superbo, gigante, Dio, perché ha osato tutto!

E l’uomo lotterà ancora contro la Rivoluzione! I figli malediranno la propria madre, Mosè, salvato dalle acque, rinnegherà la nobile figlia del Faraone! Ciò non può essere. Al Dio del cielo, alla Fatalità, la Folgore cieca; al Dio della terra, all’Uomo libero, la Rivoluzione che vede chiaro. Fuoco contro fuoco, lampo contro lampo, diluvio contro diluvio, luce contro luce. Il cielo non è tanto alto da non poterlo vedere, e l’uomo ottiene prima o poi quello che desidera!

Re e cretini

Ho visto i viventi camminare sotto il sole
intorno ad un bambino che gridava,
e che rimpiazzerà il re.
Qoelet

I cretini sono dei re e i re sono dei cretini.

Pietà per voi, cretini di Valais, cretini poveri! Pietà per voi, cretini reali, cretini ricchi!

Le più misere famiglie che abitano la regione di Valais e la valle d’Aosta, come le più potenti case di Borbone e Asburgo, s’imbastardiscono non rinnovando il proprio sangue con quello di altri uomini. Le privazioni e le miserie stremano le prime, l’ozio e la lussuria consuma le seconde. I figli dei re, come i figli dei cretini, ereditano il contagio e la debolezza dei genitori.

I re, come i cretini, non conoscono nel mondo che la classe di esseri degradati che gravita attorno a loro, crescono a modo loro, sposano a modo loro e spiegano la società secondo i loro pregiudizi. Come questi infelici potrebbero conoscere i propri interessi e i propri bisogni?

I re, come i cretini, sono messi dal momento della nascita nelle circostanze igieniche che distruggono quel poco di salute lasciata loro dai genitori. Il lusso eccessivo che circonda gli uni e la miseria estrema che divora gli altri, sono ugualmente funesti. Il fanciullo reale soffoca in un appartamento riscaldato fino a privarlo d’aria respirabile. Il fanciullo povero muore in una cava umida o in un soppalco troppo stretto. Si ingozza il primo di alimenti troppo succulenti per uno stomaco senza forze; il nutrimento del secondo è insufficiente. La medicina uccide l’uno, la mancanza di cure l’altro. Destini sfortunati ma ugualmente fatali! L’uomo non è fatto né per essere principe né per essere mendicante; quelli che lo allevano per l’una o l’altra di queste condizioni lo rendono ugualmente incapace di vivere come gli altri; e le crudeli malattie vengono divise tra potenti e infimi.

Pietà per voi cretini di Valais, cretini poveri! Pietà per voi cretini reali, cretini ricchi, – “pesi e preoccupazioni inutili della terra”.

I re, come i cretini, sono esseri arrestati nel proprio sviluppo, fanciulli adulti, aborti, mostri, tentativi d’uomo. Essi non hanno un nome in proprio; si chiamano Pietro, Paolo o Giacomo, perché di essi non se ne può fare nulla. Un loro antenato ha avuto un nome, quello era un uomo. Dopo li si distingue solo con un numero d’ordine.

I re, come i cretini, non hanno mai saputo nulla, nulla dimenticato, nulla appreso. Essi non hanno posto nella società. E gli uomini li adorano, all’Escuriale o alle Tuileries, come nel Valais. Nelle gole delle montagne dove il cretinismo è endemico, la tradizione popolare insegna a rispettare l’idiota e a rendergli una sorta di culto. Si dice che porti fortuna alla casa. Quale forza la paura esercita ancora su di noi! I re e i cretini sono i soli feticci che restano nell’umanità.

Salve! cretini di Valais. Salve! cretini reali. Voi che nascete oggi, sarete ancora rispettati dai popoli. Re! regnerete ancora: ecco il cattivo augurio che vi faccio.

Salve! siete la luce delle nazioni. Si traducono in tutte le lingue i discorsi che i vostri ministri vi preparano e vi danno a ripetere; si citano con ammirazione le vostre risposte ingegnose, si celebrano le vostre vaste conoscenze e la vostra scienza sublime!

Gloria! siete i maestri del mondo. Si saluta la vostra nascita a gran colpi di cannoni; i vostri divertimenti e i vostri parti sono annunciati al popolo; gli ambasciatori piegano i ginocchi davanti a voi; tutti i vostri valletti sono dei gran signori; quando apparite, le assemblee si scoprono il capo; avete diritto di vita e di morte su noi tutti!

Ci si reca, quando passate, a vedere questi visi scoloriti e rosei, queste grosse labbra, queste fisionomie mute, questi sguardi indecisi, queste fronti basse, queste masse di carne flaccida che si adornano di abiti rosei e di gingilli, che apprendono a salutare tutti, e che vengono chiamati re!

Salve! siete grandi. Vi si mette sul trono, portate corone in testa e ghirlande di freddo putridume al collo!

Salve! maestà, altezze, grandezze, troni e potenze! Vuotate la coppa delle insipide voluttà; storditevi nel rumore delle feste e degli spettacoli; sprecate come volete una vita che vi pesa e che con tanta pena milioni di uomini lavorano e guadagnano per voi! A voi i castelli merlati sulle rive dei grandi fiumi, le calde serre e i giardini dove fioriscono piante rare! A voi le foreste selvagge, i corsieri veloci, le mute di avidi cani, e le belve che fuggono davanti ad esse! A voi i poeti e gli artisti che vi prodigano lezioni senza trasmettervi il genio! A voi i lunghi convogli trascinati dal vapore e i telegrafi che fanno correre il pensiero nell’aria! A voi i vascelli d’alto bordo che solcano i mari! A voi i giovani armati in guerra! E le vergini tremanti che le madri hanno venduto ai misteri delle vostri notti lubriche! E i saggi consigli dei vecchi e le prime parole dei bambini! A voi i campi, il grano, il vino dei colli, l’erba dei prati, e il vello delle greggi! A voi le rocce, le miniere, il ferro, il marmo, il diamante e il carbone! A voi l’argento e l’oro su cui fate coniare le vostre facce patibolari! E i leoni e le aquile che chiudete in gabbie di ferro! E i vigliacchi che si inginocchiano perché voi li scacciate col piede!

Voi siete tutti illustri, tutti fratelli: vi si dice eterni. Sfortuna tre volte a chi vuole entrare nella vostra famiglia! Una volta che le malattie vergognose si sono abbattute su di voi, tutti i tesori della terra non basteranno a salvarvi la salute!

Pietà per voi, cretini di Valais, cretini poveri! Pietà per voi cretini reali, cretini ricchi!

Voi siete ugualmente sfortunati, ugualmente disgraziati, scrofolosi, artritici, gottosi, difformi; ugualmente zoppi, storti, lussuriosi, verminosi, sporchi, tignosi, mostruosi e mendicanti; ugualmente cancerosi, crapulosi, cisposi, catarrosi, mocciosi, nervosi e malati; ugualmente idioti, fantastici, iperbolici, antichi, romantici, gotici, rachitici, etici, tisici, scorbutici, epilettici, isterici, diarroici, catalettici, estatici, paralitici e asmatici; ugualmente fannulloni, impotenti, dementi e dolenti; ugualmente putridi, lamentosi, decrepiti, accoccolati, appassiti, devoti, sgomenti, rammolliti, demoliti; ugualmente curvi, ottusi, gozzuti e cornuti; ugualmente impossibili, storpiati, fessi, rigettati, increspati, incartapecoriti, conciati, stroncati, rovinati, sdentati, bucati, rasi, sgualciti, scorticati, scarnificati, strappati, sminuzzati, legati, rilegati, ribattuti, spezzati, ingessati, corretti, riparati, diminuiti, alterati, disossati, decorati; torti, smammati e butterati; ugualmente ipocondriaci, maniaci, monomaniaci, ninfomani, erotomani e demoniaci!

Nullità delle grandezze, vanità dei titoli, menzogna delle distinzioni umane, tortura e disperazione! Siete onnipotenti ma non trovate medicine reali per curare i vostri malanni reali.

“La durata della vita dei re è di un terzo meno lunga della durata media della vita”. – (Newton).

Nel seno della terra scorrono le acque benefattrici. Là si scavi fino alle viscere, essa è vostra proprietà; – e che a seguito di tale ordine s’inaridisca la sorgente che vi potrebbe dare la salute!

I più celebri medici sono vostri cortigiani. Chiamateli da tutte le parti del mondo: riunite il freddo inglese, il francese inventivo, il dotto tedesco e il duro spagnolo; essi scambieranno la loro scienza – e che tale consultazione vi salvi!

Le università e le accademie sono istituzioni reali. Colmatele di ricchezze e di onori; ordinate che le ricerche siano consacrate solo allo studio delle risorse del vostro organismo; – e che le loro memorie vi rigenerino!

Si scoprano per voi composizioni finora mai conosciute; si polverizzino metalli preziosi in mortai di porfido: si vaporizzino sottili intrugli su carboni di mirto; vi si immerga nella schiuma dei torrenti, nelle acque fortificanti del mare e nei laghi azzurri; si scuotano, notte e giorno, le vostre morte membra con l’elettricità; si torturino con le angosce del magnetismo le più belle ragazze dei vostri reami; si interroghino le zingare brune, gli egizi dall’occhio penetrante; si scelgano le più brave tra mille streghe di Boemia capaci di versare il veleno delle vipere e la bava delle tigri dentro le viscere infiammate di gatti neri, e, vomitando imprecazioni infernali, vi facciano inghiottire questi elisir... e che uno di questi mezzi vi riporti alla vita!

Che venga, il mortale caro agli dèi, capace di riportare il vigore nei vostri corpi, l’agilità alle membra, l’immaginazione all’anima, colori alla gioia, bellezza alle ragazze, virilità ai giovani; che venga e domandi il diamante Koh-i-noor, e scelga tra le regali ereditiere, e chieda i tesori della terra: e i tesori della terra gli saranno accordati!

Ma non esiste scienza umana che può far rivivere un cadavere, rendere gioiosa la vecchiaia e il succo al ramo disseccato. La vita respinge con orrore la morte; tutto ciò che è appassito si decompone, e il movimento universale, inarrestabile, lo spinge lontano da noi. Prima che il secolo termini sarete tutte scomparse, l’una dopo l’altra, famiglie reali che comandate alle nazioni.

Le dinastie non sfuggiranno al cataclisma che travolge gli uomini. Allora, privati dei privilegi che li facevano grandi, gli ultimi discendenti dei re si uniranno agli ultimi discendenti dei cretini, decaduti come loro dall’antica salute. Fortunati se potranno rivivere migliorati dagli incroci, risparmiando agli altri l’afflizione della loro decrepitezza. Queste ultime conseguenze dell’ingiustizia civile insegneranno all’umanità quanto costa un attentato alla libertà!

Pietà per voi cretini di Valais, cretini poveri! Pietà per voi cretini reali, cretini ricchi!

La Savoia – Il Monte Bianco

Agosto 1849

Quale vantaggio ha l’uomo di tutte
le sue fatiche sotto il sole?
Qoelet

Coi primi fuochi del giorno, il figlio della Savoia si china sul solco, stacca i grappoli maturi dal loro trono di faggio; oppure s’arrampica, carico di rami, lungo i versanti delle Alpi.

Quando l’inverno scuote sulla natura i ghiaccioli del suo vestito, lo si incontra sui cammini diretto alle lontane città, dove gli sono riservati i duri lavori.

Simile alla formica, lavora sempre; la fatica non lo sorprende mai durante le semine o le vendemmie. Suo padre è morto ottuagenario con la falce in mano; egli morirà, vicino al nipote, mentre gli insegna a tagliare gli alti abeti sulle rocce più alte.

Muore povero il rude montanaro! I funzionari e i soldati passano davanti ai villaggi e disperdono i suoi risparmi con un colpo del proprio piede superbo. Triste è la sorte dell’uomo che non ha altro per vivere oggi che il suo ingrato lavoro, le sue piccole economie e la probità!

Secolare ingiustizia! Vi sono quindi fra gli uomini razze destinate a diventare preda delle altre, consacrate, come i passerotti, ai festini degli avvoltoi?

I Savoiardi portano la forza nelle città, li si vede pieni di salute. Vi raccolgono la malattia, ritornano lividi. Un giaciglio, il riparo di un portone, l’ultima delle taverne: ecco la parte delle proprie ricchezze che le capitali riservano loro. Il cattivo nutrimento, i pesanti lavori, il freddo, la pioggia, il fango pesante curvano i loro corpi prima del tempo e dimagriscono i muscoli delle braccia. Il disprezzo e il disdegno torturano le loro anime benevolenti. La fossa comune è l’unico letto di riposo.

E quando gli abitanti delle città s’imbattono nella povera Savoia, come un branco di stornelli ghiottoni, vi trovano la fertilità, il benessere e la gioia. Vi trovano gente ospitale, buoni alberghi, acque salutari, pesci e selvaggina fresca, crema e latte non mistificati, e frutti maturi. Per accoglierli, le ragazze si adornano di trine, le strade sono piene di fiori e si sospende sul fianco del Monte Bianco una corona di lauro dorato.

Sarà sempre così nel mondo dove viviamo? Vedremo ancora per molto tempo la salute umiliarsi davanti alla malattia e il robusto lavoro subire le leggi del debole ozio? Grazie a uno scudo, l’uomo della città sostituisce l’uomo della natura, di già l’aria dei monti è confiscata dai tisici. Ben presto le erbe dei campi saranno soffocate dai mazzi dei fiorai, e si nasconderà il povero panorama del Monte Bianco dietro qualche straccio sporco della signora Langlois. – Perché il necessario quando si possiede il superfluo?

Come le carni più vicine all’osso sono le più succulente, così la terra di Savoia che copre i piedi delle Alpi è la più fertile delle terre. Essa produce in abbondanza il frumento per nutrire l’uomo, il vino per consolarlo, l’abete per diffondere la gaiezza nei focolari. Le sue viscere rigurgitano di carbon fossile e di ferro, e i suoi pascoli sono percorsi da greggi numerose. Il Rodano in verità è fiume solo dopo che ha ricevuto i suoi corsi d’acqua. I monti più alti formano il suo eterno scettro. Essa ha fornito all’esercito piemontese i migliori soldati.

E tuttavia, questo bel paese non sembra avere il diritto di appartenersi. Tutti i grandi imperi hanno cercato di contarlo nei propri domini; ieri era francese, oggi eccolo di nuovo sardo, domani potrebbe ritornare alla Francia. Le grandi potenze ne dispongono come di un terreno vuoto che gettano in dote ai prìncipi. I suoi abitanti stessi sarebbero al colmo della felicità se li si consultasse sulla scelta dei padroni.

Com’è possibile che uomini così forti contro la natura si dimostrino tanto deboli contro le società? – Sarebbe che abituati a lottare contro ostacoli giganteschi, si fanno un’idea eccessiva della potenza dei re e degli eserciti? – Sarebbe che i grandi monti limitano l’orizzonte? – Sarebbe che l’uomo dispera di farsi ascoltare quando la stessa voce della tempesta non può alzarsi al di sopra dell’abisso che la tiene prigioniera? – Sarebbe infine che la schiavitù ha depresso per sempre queste popolazioni, e che il ducato di Savoia non possa mai più sfuggire alla bianca mano dei successori di Umberto?

Come che sia, la povera terra, sanguinante, sotto le unghie del leone di Carignano, ingrassa delle sue spoglie gli implacabili Piemontesi, mentre rapaci religiosi si tagliano abiti d’eremita sui suoi stracci. Nel mezzo di capanne inabitabili si elevano chiese monumentali e sontuosi presbiteri. Gli avvoltoi e i preti dalla testa pelata, si sono diffusi nelle sue campagne.

Nelle foreste, l’ombra della rosa canina ferma lo sviluppo delle giovani querce. Tra i popoli, gli eserciti delle grandi potenze si oppongono all’indipendenza delle piccole. Nel mezzo delle società civili, il potere dei grandi fa la miseria dei piccoli. Ma viene il giorno in cui i boschi sono dissodati, in cui gli imperi si smembrano, in cui i re sono cancellati sui troni. Allora soltanto, i giovani si sviluppano, le nazioni deboli e gli individui oppressi prendono il volo. Non vi sarà posto al sole per tutti i popoli e per tutti gli individui fin quando i governi e le circoscrizioni territoriali non saranno dispersi. Nelle età future non vi sarà che una sola nazione, l’umanità, e un solo cittadino: l’uomo, libero di associarsi con questo o quel gruppo di suoi simili, senza esservi costretto per nascita, a causa del risultato di una battaglia o dal gusto di quelli che comandano. Ogni altra divisione della specie umana crea una società nella società, oppone le razze e gli interessi, eternizza la guerra, l’autorità e la discordia. L’umanità è troppo forte per tirannizzare l’uomo, l’uomo è troppo debole per scindere l’umanità. Mentre le divisioni nazionali, se hanno una certa durata, possono causare questi due ugualmente funesti risultati.

Essi misero davanti a me il vino vermiglio e il fiore del frumento.

Mi accolsero come si accoglie un fratello; tendendomi le braccia.

Le loro mani mi strinsero le mani, i nostri sguardi si incrociarono, e ci comprendemmo.

Siano benedette le figlie della Savoia!

Hanno acceso i gioiosi sarmenti, hanno versato l’acqua pura nell’anfora lucente, hanno diviso il dolce della festa con me, hanno steso il prezioso lino sul mio giaciglio.

Hanno cantato e danzato. E io le ho guardate e la loro gioia mi ha contagiato.

La loro voce così dolce sembrava dirmi: “Ti adottiamo perché tu sei abbandonato, vogliamo rimpiazzare tua madre, tua sorella, la tua fidanzata”.

E le ho benedette. E la mia benedizione vale bene quella dei preti che non hanno mai amato.

Siano benedette le figlie della Savoia!

Amici! che la rugiada del mattino si attacchi alle erbe delle vostre montagne; che il vello del vostro gregge diventi più bianco e più lungo; che le vostre reti si rompano sotto il peso dei pesci; che le vostre donne siano feconde e che i loro figli camminino al primo posto tra quelli che combatteranno per la Libertà.


Nessuno lo conosce... ma qui ognuno si preoccupa solo dei milionari o dei traditori come i Rothschild o i Bonaparte, mentre, per quanto mi riguarda, io mi ricordo solo delle persone oneste.

Si chiama Auguste Cottet. Mai anima più sensibile batté sotto un petto maschio. Mai uomo sentì più vivamente il rispetto e l’amore che ispira una donna superiore. Ve ne sono pochi che si attaccherebbero tanto seriamente ad un amico.

Ha conosciuto la miseria; fu marinaio nei vascelli francesi e la fierezza nativa venne troppo spesso frustrata da capi grossolani imposti dal caso. Cittadino del mondo, scrittore, artista, forte di carattere e grande d’intelletto, mi dette la sua amicizia e io ne sono più fiero di quella di un uomo celebre.

Un giorno, l’inflessibile politica dei governi ci separò...

Molto spesso, dopo, sono corso al mattino alla mia finestra per inviargli il saluto abituale. Ma non ho ritrovato più né il Lemano dalle acque chiare né il sole risplendente sul nobile cristallo né la barca rapida né le coste fertili della Savoia. Attraverso le brume mattutine non ho più distinto le case d’Evian coricate sull’altra riva come un gregge di pecore bianche... Ero a Londra.

Che queste righe ti pervengano, amico, nella triste Evian dove la povertà ti esilia. Non morire come l’aquila che tengono prigioniera; è vicino il giorno in cui avremo bisogno della tua testa e del tuo braccio.

Fino a quel momento, conservami la tua amicizia come io ti conservo la mia. Che tu sia benedetto, nobile figlio della Savoia!


Quando morirò mi si porti sulle rive del mare ghiacciato, al sorgere del sole. Ai piedi delle rocce ci saranno uccelli rossi che saluteranno il ritorno della luce.

Si segua uno di questi uccelli nel suo volo ondeggiante; andrà a posarsi sul roseto delle Alpi pieno di fiori purpurei.

Si deponga il mio corpo sui rosai delle Alpi.

Là, vedrò il sole prodigare i suoi baci mattutini alla pianura ghiacciata. E ciò mi ricorderà l’ardore delle mie convinzioni giovanili e la mia inutile lotta contro un mondo indurito dall’ingiustizia.

Là, durante i due mesi estivi, si recherà la grande società cittadina. Li sentirò parlare degli affari pubblici, prendere in giro e ridere, e colpire con i loro sarcasmi le nuove idee. E ciò mi ricorderà che la mia vita fu una continua rivolta contro questo gregge di schiavi.

Là, sarà come a casa mia, nel cuore delle Alpi nude percorse dalla Libertà. Ascolterò il grido dell’aquila, amica delle solitudini, e il belare del camoscio che conosce la crudeltà degli uomini. Là, i crepacci delle rocce mi daranno l’angoscia della valanga in bilico sull’abisso; e il vento degli uragani mi porterà fiocchi di neve che i piedi dell’uomo non hanno ancora sporcata.

Là, in questo felice esilio, attenderò le nuove fanfare del corno delle rivoluzioni.


Folla profumata del gran mondo! Anche qui hai portato il tuo linguaggio affettato e il tuo alito corrotto. Da quando ti piace il raccoglimento? Che cosa vieni a fare al Monte Bianco?

Respirare l’aria ghiacciata attraverso tessuti di lana, poggiare un cuscino di velluto sul bordo delle slavine, inscrivere il tuo nome borghese sulla Torre così alta? E poi riprendere la tua vita di privazioni e di economie, e tutto ciò per affermare che il Col di Balme è più alto della collinetta di Montmartre!

Attento, tisico, che l’aria dei monti non buchi i tuoi polmoni! attento che le orde barbare non strappino la seta del tuo vestito o la vernice dei tuoi stivaletti!

Porpora, oro, braccialetti, orecchini, impermeabili, uomini rasati, giornali di moda, spasmi: dove fuggire per non vedere tutto ciò?

Parole oziose, conversazioni insipide, risi forzati, adulazioni cortigiane, luoghi comuni in politica, formule domestiche, espressioni passate al setaccio del saper vivere: bisogna quindi sentire tutto ciò dovunque, anche nel mezzo delle armonie della natura la cui voce copre tutto dal tramonto all’aurora?

Lasciate che gli arbusti si dibattano e che gli uccelli cantino; lasciate gemere la raffica che s’inabissa nelle onde di cristallo! Sperate forse di dominare il grido dell’avvoltoio e il grugnito dell’orso bruno? Parlereste più alto del tuono?

Le mani che portano anelli, le fronti che portano parrucchini, i petti che portano cravatte non sono ammirati che nelle città. La natura ha orrore di tutto ciò che è usato dalla corruzione e dal lavoro forzato: bisogna essere robusti per cogliere il suo significato profondo.

Oh! Monte Bianco! re dei monti! fin quando simili imbecilli calpesteranno con le loro scarpe i tuoi fianchi, per potere dire: sono un grande inglese; il mio nome finisce in all, in son, in ith, in ams; guardatemi, mortali, come tengo il Monte Bianco sotto i miei piedi!

Perché non aggiungere, eccentrico insulare, che il sangue scappa dalle tue narici, che i tuoi occhi non distinguono più gli oggetti, che sei angosciato di paura e di freddo, che le tue gambe non obbediscono al tuo orgoglio, che respiri appena, e che non sei arrivato così in alto che attraverso mille morti? Intorno a te tutto è coperto da un sudario di nebbia; nessun essere può vivere nei sublimi deserti dove gli uragani passeggiano la loro allegrezza!

Da dove viene, quindi, all’uomo l’ambizione di raggiungere le sommità e di rubare il fuoco al cielo? Perché cerca le vergini, i pericoli e le imprese sconosciute? Quale demone lo spinge a rischiare i suoi giorni per andare in alto e più lontano di quanto non sia stato fatto in precedenza?

Il nostro orgoglio parla più forte della prudenza. Prometeo! titano condannato, siamo tuoi figli. Attraverso strade inesplorate arriveremo fino a te, e ti libereremo. E il Dio delle vendette, il Dio tiranno degli uomini prenderà il tuo posto sotto il becco dell’avvoltoio.

L’individuo professa il culto di se stesso; pretende farsi notare dai suoi simili; si allontana dalla strada che la folla segue. La gloria allarga il cammino dell’umanità.

Gloria! figlia dei monti, splendore dell’arcobaleno, eterna viaggiatrice che percorri gli universi senza mai stancarti. Tu discendi sulle città con le tue ali dorate e il tuo splendore attira i nostri sguardi. Stella della speranza, tendiamo le braccia verso di te, processione di vittime che si feriscono i piedi sui ciottoli del sentiero.

Chi non l’ha sognata? chi non s’è figurato il sorriso dei suoi celesti tratti e lo sguardo d’amore del suo occhio bruno? E chi l’ha vista da vicino? Chi mai la vedrà? Mano a mano che ci si avvicina, essa si allontana imprendibile, nascondendosi sempre dietro nuovi lavori. Essa non riempie la nostra vita, ma la divora e l’abbrevia.

Quanti ne hai condotti ai saturnali della Follia, ai tristi festini della Morte, e quanto pochi sono entrati, sui tuoi passi, nei cieli trionfanti?

Perché, vergine insaziabile! disdegni gli abbracci dei giovani? Se almeno tu potessi ringiovanire i vecchi, potessi risvegliare quelli che dormono sotto la pietra, per far loro sentire le lodi che i posteri cantano alla loro memoria!

Le onde arrivano ai piedi del faro brillante, l’ancora in fondo al mare. L’uomo di partito sogna funzioni, il fringuello il suo nido, il borghese il suo ufficio. Ma giammai il poeta e l’artista, giammai il guerriero dal cuore di ferro hanno realizzato quello che i loro sogni promettevano.

Mattina e sera si levano dalla terra voci ferventi che così dicono:

“Gloria, mia grande amica, vieni nella mia casa, intreccerò per te corone di alloro, ti inebrierai del profumo della mirra; la tavola dei festini sarà imbandita tutto il giorno. Sono più giovane e più bello di tutti quelli che t’implorano, resterò povero coprendoti di ricchezze; veglierò mentre dormirai. Dividerò in due i giudizi degli uomini; per me gli odi, per te gli elogi, dolci all’orecchio delle donne. Ti coprirò di collane d’oro; ti sacrificherò tutto quello che gli uomini hanno di più caro, il riposo della mia famiglia e l’amore dei miei figli. Prendi il mio onore, la mia vita. Non ti chiedo altro in cambio che un nome, fosse pure il nome di Erostato o quello di Napoleone III. Perché non amo le figlie della terra con i piedi grandi, sentono troppo dell’argilla in cui furono pietrificate.

“Fiore del mattino, rifugio degli afflitti, isola degli oceani, amante degli angeli dalle grandi ali e dei biondi serafini, rosa tra i fiori, amante preferita, regina delle feste, la più rossa delle comete che fanno sanguinare il seno del firmamento, tu sei più dolce del fiore del loto e più mortale della spina d’agrifoglio. Dovesse pure costarmi la vita, vieni nella mia casa!”.

Queste invocazioni alla Gloria sono state ripetute da tutte gli echi delle Alpi della Savoia; dai concerti dei ghiacciai, dalle sommità di Meillerie cantate da Jean-Jacques, dalle nevi del San Bernardo che inquietavano Bonaparte, dai picchi Aiguilles e dalle catene Argentiere esplorate da Humboldt e da Saussure, dai registri d’albergo della Testa Nera e del Montanvert, dove tanti giovani ambizioni hanno scritto i loro pomposi epitaffi!

Il minimo soffio cancella i nomi tracciati sulla sabbia delle pianure o nella polvere delle strade; la tempesta non potrebbe cancellare quello che si incide nel granito in mezzo agli elementi scatenati.

Non sarò nessuno o sarò me stesso, senza titoli dietro il mio nome, senza onori ufficiali che mi confondono con l’odiosa folla titolata, senza queste distinzioni che ci accettano con graziose riverenze.

La gloria è o non è, come il pensiero. Non lo si divide con un fratello, un amico o un partito. La gloria è gelosa dei suoi amanti; impedisce loro ogni altra passione oltre la propria, passione tetra, che allontana il sonno dalle palpebre e la pace dalle anime!

Il lago dei quattro cantoni

Settembre 1849

Gloria, ancora gloria!
Goethe

È negli ultimi giorni d’estate il momento in cui gli albergatori e i viaggiatori sono felici in Svizzera; gli uni perché guadagnano denaro, gli altri perché lo spendono: è il 23 agosto 1849!

Addio Lucerna, perla d’Italia, perduta nelle nevi elvetiche! Addio, vecchia cittadella cattolica, così ben messa nella tua sottile struttura, così fiera della tua cintura di fortificazioni e delle tue chiese splendenti! Non si riparano le tue torri crollate, il tempo morde le tue vecchie feritoie e le copre di ruggine; i tuoi altari sono meno ricchi, il lago non geme più sotto il peso delle tue sante processioni! La generazione che viene griderà con me: Lucerna, addio!

Il Waldstætten, il bel battello, si sveglia sul letto molle delle onde. Sui suoi fianchi che luccicano porta con orgoglio le bandiere dei cantoni uniti. Waldstætten fuma, come uno studente di Heidelberg che sogna la gloria, quando la birra gli sale al cervello: la sua nera fumata fa ridere il sole!

Il cielo ha messo il suo vestito azzurro, gloriosi ricordi fluttuano nell’aria diafana; col piede rapido la Libertà corre sulle Alpi. Come potrebbe non essere contenta la terra? Come un essere giovane potrebbe non sentire simili impressioni?... Il mio cuore si apre e mi abbatto sul ponte del battello, come l’uccello delle rive che piomba con delizia nel suo elemento favorito.

Perché io amo l’acqua, l’elemento universale; amo i fiumi voluttuosi che dormono nel mezzo delle praterie, i laghi che li lasciano scorrere nel proprio seno, i grandi mari che li raccolgono, e le navi che ci portano con le loro ali bianche. L’acqua purifica i corpi e libera le anime: l’acqua, essa è la Libertà!

E poi, i laghi della Svizzera sono più chiari delle grotte ghiacciate; le loro acque sono blu e verdi come il bel cielo d’Irlanda durante le notti d’estate; si vedono nel fondo le trote dormire e le montagne d’intorno confondere le loro cime con le rocce sottomarine. Le capitali e i loro piccoli abitanti sono ben lontani, perduti nel fumo. I grandi cataclismi della natura ci lasciano insensibili agli interessi del nostro povero mondo. L’anima è così in alto, e il cielo è così vicino alle aquile del ghiaccio!

… La campana suonata sul ponte. Gli Inglesi aprono i loro manuali, spiegano le loro mappe sulle lunghe gambe e sbandierano contro la natura i loro insolenti spettacoli. Il tedesco riempie la sua pipa allegorica. Il frrrancese canta e si dimena, trottando, frugando dappertutto, guardando tutto, escluso il paesaggio. Lo studente di Zofingen e lo studente dell’“Elvezia” espongono i colori delle loro società rivali. Due donne d’Uri e d’Unterwalden tirano fuori dai loro corsetti rossi i seni gonfi di latte. Il sogno mi prende, sento tutti gli esseri che mi circondano animarsi e cantare le lodi della Libertà:

– Una battelliera di Gersau: “Libertà! degnati di abbassare i tuoi sguardi sul biancospino che fiorisce sulla mia porta; tutte le mattine vado vicino ad esso per indirizzarti la mia preghiera e mescolare la mia voce a quella della capinera dalla gola scarlatta. Mio padre vuole maritarmi con qualche proprietario ricco, ed io, voglio passare la vita sul battello di colui che amo. – Gloria a te, Libertà!”.

– Uno studente tedesco: “Fumo blu del tabacco, soffio del mio pensiero, monta fino al cielo! Vai a mescolarti alle strisce di nuvole, alle lacrime della rugiada che si forma, ai trasparenti vapori, a tutto ciò che è più libero e più alto di noi! Vorrei seguirvi ben presto, sogni felici! Lontano dai banchi della scuola monotona, lontano dai saloni del perfido mondo, quali sublimi accenti farebbe sentire la mia lingua liberata! – Gloria a te, Libertà!”.

– Un cacciatore d’Arth: “Il figlio delle montagne è selvaggio come il camoscio che si lascia morire nella schiavitù; non ne vedrete mai uno solo trascinato da un valletto, a un capo di una catena di ferro. Vi sono Svizzeri che ricevono il soldo dei re e combattono sotto le loro livree. Le delizie della vita dei palazzi fanno loro dimenticare l’onore; lasciano la terra natia, in bande numerose, al suono di gioiosi strumenti. Mai quegli uomini hanno cacciato nelle montagne del Schreckhorn. – Gloria a te, Libertà!”.

– Un pescatore di Fluelen: “Il pesce striscia le sue squame sulle più profonde pietre, il gabbiano fa il suo nido nei crepacci più nascosti del Seelisberg; giammai la mano dell’uccellatore ha macchiato le sue piume. Così, negli abissi del mio cuore risiede la libertà. – Gloria a te, Libertà!”.

– Una donna di Steinen: “Libertà! è a causa tua che le mie viscere sono divenute feconde, ti consacro il mio primo nato. Prima che egli vada ad esercitare il suo occhio nel mirino della carabina, voglio formare il suo cuore col racconto della nostra gloriosa storia. – Gloria a te, Libertà!”.

– Un inglese: “Sia benvenuta la Libertà tra le nazioni! Sia benvenuta nelle isole verdi, sui mari capricciosi, sulla vetta dei monti come nel fondo delle vallate! Dio è il mio diritto! – Liberty all! – Gloria a te, Libertà!”.

– Un frrrancese: “Cosa diventa un uomo quando il suo cuore smette di battere? Su quale asse girerebbe il mondo se Parigi non lo guidasse? Parigi! la città santa dove nascono gli allori, la patria di tutte le glorie e di tutte le rivoluzioni! La terra non ha uguali. Solo noi siamo degni della Libertà! – Gloria a te, Libertà!”.

La cospirazione del Grütli

Uno studente de “L’Elvezia” canta: “Werner Stauffacher era venerato nel cantone di Schwitz. Aveva fatto costruire una bella casa nel villaggio di Steinen, frutto del lavoro di tutta la sua vita. Le pietre della più fine arenaria, i colori più ridenti, i più bei legnami di quercia e di castagno; non aveva fatto risparmi per renderla più solida, comoda e ben disposta, come il suo cuore, per l’ospitalità.

“Era bella a vedersi, la casa di Werner, quando il sole levante faceva scintillare le sue banderuole di ferro bianco e i suoi vetri di cristallo! Mai straniero batté alla sua porta senza che gli venisse aperta, mai uomo in difficoltà attese invano sulla soglia, mai qualcuno ne uscì restando nel bisogno.

– Tempo da rimpiangersi quello in cui gli Svizzeri dividevano con i loro ospiti la coppa del mattino! Allora, mai nelle nostre vallate si imprecava alla sfortuna; non si sapeva ancora violare il sacro diritto d’asilo! Tempi d’onore e di virilità, come ci siete lontani!

“Quando Gessler vide la graziosa casa di Werner, la trovò troppo bella per un villano e lo minacciò di farla demolire perché l’aveva costruita senza permesso, su di un terreno appartenente all’imperatore.

– Allo stesso modo, un uomo ozioso quando passa vicino una città di formiche, si irrita davanti allo spettacolo del lavoro, e col piede invidioso fa saltare in aria il risultato di una gran fatica.

“Una sera che Werner Stauffacher era seduto nella sua vigna, lo spirito turbato più che mai dalla minaccia del podestà, la sua donna gli dice: ‘Per quanto tempo vedremo ancora ridere l’orgoglio e piangere l’umiltà? A cosa serve che le nostre montagne siano abitate da uomini? Gli stranieri saranno sempre padroni di questo paese ed eredi dei nostri beni? Madri, dovremo nutrire figli mendicanti e allevare le nostre figlie per servire come schiave dei nostri padroni?’.

“Gloria a te, Libertà!”.


– Un altro studente: “In tutto il cantone di Uri, non c’era uomo più rispettato di Walter Fürst. Egli aveva dato sua figlia a Guglielmo Tell, il semplice arciere che ci libererà tutti. A quell’epoca la buona fede non pesava gli uomini nelle bilance d’oro; era sul loro coraggio e sulla loro buona reputazione che li si misurava. È per questo che Guglielmo Tell, di Bürglen, aveva ottenuto la mano della figlia di Walter Fürst.

“Compagni! le donne dei nostri antenati farebbero vergognare gli uomini di oggi. Erano donne senza paura che suonavano la tromba di Uri, accendevano i segnali di fuoco sulle montagne, spingevano i loro sposi al combattimento e armavano i figli con le proprie mani. Nella guerra d’Indipendenza furono eroiche come i nostri padri. La figlia di Walter Fürst deve avere un terzo della gloria di suo padre e di suo marito. Gloria a te, Libertà!”.


– Un terzo studente: “Arnold de Melchtal era un fiero lavoratore. Un giorno che faceva soffiare i suoi forti buoi neri lungo il solco, un valletto del governatore di Sarnen gli si avvicinò dicendogli: ‘Contadino, uno come te al massimo è buono a tirare la carretta! stacca i tori dal giogo e dammeli: il conte di Laudenberg riserverà loro un posto nelle sue scuderie regali’. – ‘Schiavo, gli rispose Arnold, la gente della tua specie non ha bisogno di mani’. – E con un colpo del suo bastone gli schiacciò tre dita. – ‘Adesso, vai a far vedere al tuo padrone che non è prudente tentare il coraggio dei montanari’.

“Gloria a te, Libertà!”.


– Un altro studente: – “Il padre di Arnold de Melchtal era uno di quei bei vegliardi come se ne vedono nelle nostre valli; diritto come un tronco di pioppo, robusto come un acero. I suoi lunghi capelli d’argento gli cadevano sulle spalle, come il fogliame di un salice piangente su una colonna di marmo.

“Purtroppo! Sono gli uomini più nobili che la tirannia perseguita. Una sera, i cavalieri di Laudenberg vennero a prendere il padre di Arnold alla veglia e lo trascinarono davanti al loro padrone. Questi voleva che lo sfortunato vegliardo gli rivelasse il nascondiglio di suo figlio. E siccome non poteva farlo, il governatore furioso ordinò di cavargli di occhi con delle forcine infuocate.

“Gli si confiscarono i beni, lo si spogliò dei vestiti, lo si lasciò povero, senza bastone, senza guida, abbandonato al furore dei venti che soffiavano dal San Gottardo nelle nere giornate di dicembre. Era uno spettacolo ben angoscioso quello di quest’uomo, ricco e felice qualche giorno prima, e che ora errava intorno alle case di Unterwalden, dicendo: ‘Dio che mi vedi e di cui non potrò più contemplare le meravigliose opere! mi hai dato la vista, ora me l’hai sottratta: mi hai dato un figlio, il più abile coltivatore delle contrade, me l’hai tolto: mi hai dato belle pariglie di cavalli, numeroso gregge di capre e di giovenche, cani che bloccavano la volpe pronta alla fuga, tu me li hai tolti. Che il tuo santo nome sia benedetto!’.

“E con i pugni chiusi il vecchio Melchtal stringeva gli occhi privi di luce, e i suoi occhi restavano secchi come l’involucro dei frutti della vigna quando è stato calpestato. Lo si sentiva talvolta gridare: ‘No, simili delitti non possono restare impuniti. Se no il sole cesserà di splendere per tutti i giovani svizzeri, come per me che non ho più bisogno che di una tomba’.

“Gloria a te, Libertà!”.

– Un altro studente: “Quando Arnold apprende che Laudenberg ha fatto accecare suo padre, lascia di notte la casa di Werner Stauffacher, attraversa il lago grazie ad un travestimento, e si nasconde nella catena delle montagne di Alpnach e Sarnen che ben conosce. Rivede il padre e non piange. Lasciandolo, giura sulla sua testa mutilata di non più ritornare nelle campagne di Melchtal prima che siano liberate dalla tirannia.

“Da quel momento, in effetti, non gusta più il dolce sonno. Ma tutte le notti percorre i tre cantoni, dalla base dei ghiacciai fino al bordo del lago, cercando, di porta in porta, i nemici dell’Austria. In tutte le capanne è ben ricevuto. L’odio e il bisogno di vendetta hanno germinato. Grazie ad essi tutte le spade sono affilate, tutte le armi pronte alla santa cospirazione.

“Rivede Werner Stauffacher, di Steinen; Walter Fürst, d’Uri, e Conrad Baumgarten, che aveva ucciso il governatore di Rossberg per salvare l’onore di sua moglie, e che sfuggiva, come lui, alla vendetta. Rivide anche Guglielmo Tell, Struth di Winkelried e tutti gli uomini che godevano la fiducia dei tre cantoni. Essi convennero di riunirsi a Grütli dopo qualche giorno per studiare il modo di salvare l’antica indipendenza.

“Gloria a te, Libertà!”.

– Il primo studente riprende: “Sulla testa calva del Seelisberg, vedete questa prateria scampata alle acque dei diluvi!

“Gloria a te, Libertà!”.


“Il 17 novembre 1307, trentatrè uomini liberi calpestarono questo piccolo terreno, dopo di loro diventato sacro. Accesero un gran fuoco e vi si raccolsero intorno – perché il fuoco consuma i troni. – Piantarono una spada nella terra; – perché il fuoco è più forte del denaro. – In nome della patria disonorata, su quella spada nuda, davanti a Dio che giudica i re e i popoli, sotto il cielo stellato che li proteggeva, essi giurarono di vivere o morire liberi.

“Gloria a te, Libertà!”.


“Poi il bollente Arnold, Werner Stauffacher e Walter Fürst, si strinsero la mano. ‘Allo stesso modo in cui tre uomini, essi dissero, si sono qui stretta la mano, noi vogliamo che i nostri tre cantoni stringano una fedele alleanza per la vita e per la morte’.

“Gloria a te, Libertà!”.


“Allora, racconta la leggenda, tre fontane sgorgarono sotto i loro piedi. Si sarebbe detto che la Libertà, viva e pura come l’acqua di fonte, volesse assistere a questo consiglio solenne, e lasciare ai posteri un ricordo benedetto dei tre fondatori della lega elvetica.

“Gloria a te, Libertà!”.


“L’orbita della luna rischiarava i loro fieri volti: le nuvole passavano sulle loro teste portando nel cielo magnanimi sentimenti; il lago dormiva ai loro piedi e la natura tranquilla sembrava rassicurarsi davanti ai loro maschi discorsi. Oh notte! le cui orecchie discrete furono colpite da tali parole, come puoi prestare ai moderni schiavi il riparo del tuo mantello!

“Gloria a te, Libertà!”.


– Un altro studente: – “L’allegria di un popolo libero dovette far tremare nella sua tomba l’ombra dannata di Gessler. L’indomani della sua morte i confederati del Waldstætten si sollevarono: le fortezze di Rossberg, di Altorf e di Sarnen furono abbattute, le campane risuonarono in tutte le vallate. Dal Pilate allo Schachen, dall’Axenberg al Brunig tutte le cime furono gloriosamente illuminate da fuochi di gioia; una bandiera rossa apparve sulla Croce del Lago la cui immagine bianca risalta tra le pieghe. La Svizzera indipendente appese l’arco di Tell in un luogo consacrato.

“Gloria a te, Libertà!”.


Niente è più utile per l’evoluzione del pensiero del rapido tragitto di un battello a vapore in mezzo a un gran paesaggio. I quadri si offrono, uno dopo l’altro, alla vista, e lo spirito classifica rapidamente le impressioni che gli nascono dentro. Li paragoniamo e, senza fatica, abbiamo acquisito una generale nozione del paese. Abbiamo ravvicinato i tempi e le distanze, ci siamo fatti una filosofia della storia molto più utile di quella del Collegio di Francia.

II Waldstætten, bel battello, gronda contro lo sbattere delle onde, e avanza sempre, scivolando con la sua carena di ferro sullo specchio del lago, come un pattinatore su uno strato di ghiaccio.

Quali meraviglie! ecco la Croce del Lago, simbolo del cattolicesimo che brilla su questi popoli come sulle onde, stendendo le sue immense braccia verso i quattro punti cardinali. – A destra, la testa del monte Pilate piena di bruma che attira gli sguardi dei nocchieri, i quali leggono sulla sua fronte irritata la vicina tempesta. – A sinistra, sui fianchi scoscesi del Righi, distinguo i turisti alla moda aggrappati penosamente alle rocce, come vermi sul corpo di un gigante. Povera gente, cosa possono comprendere di questi grandi ricordi di Libertà? – Ai piedi del Righi, s’alzano le ultime vestigia dei castelli di Hapsbourg e di Küssnacht, residenze dei signori del paese: il gufo che piange i suoi padroni, abita da solo questi recessi. – E poi, vedete questo lungo nastro che si snoda al di sopra delle rovine del maniero? È la strada dove è caduto Gessler sotto le frecce vendicatrici di Tell.

“Gloria a te, Libertà!”.


Waldstæten, vecchio fumatore, sputa ancora, ancora un giro di ruota. I due Nasi, enormi blocchi, si avanzano all’incontro l’uno dell’altro, e chiudono l’orizzonte. Sembra che il lago finisca. Ma, man mano che il vapore ha la meglio sull’onda, si scopre una nuova baia, meno larga della precedente, ma più ricca di ricordi storici.

A sinistra, separata dal resto del mondo dalle assise del Righi, Gersau dorme sotto il sole con le sue fresche praterie, i suoi terreni ridenti e le finestre verdi. Fu l’occupazione francese, l’occupazione maledetta dappertutto che privò questa graziosa città della sua indipendenza e la riunì al cantone di Schwitz nel 1799. – Da lontano, sulla stessa riva, la freccia dello Schwitz s’alza sul campanile, curiosa di vedere la Confederazione distribuita intorno ad essa. Schwitz: Svizzera! Salve all’anima dell’Elvezia! – A destra, Stanz la custodita, patria di Nicolas de Flüe, i cui abitanti si sovvennero del valore dei loro padri e resistettero fino alla morte alle forze francesi che depredavano Unterwalden, agli ordini del generale Foy.

Gloria a te, Libertà!


Il Waldstætten, bel battello, penetra nell’ultima insenatura del lago. Qui tutto diventa imponente, silenzioso, solenne. Le Alpi Alte slanciano nel cielo le punte sconosciute; l’onda porta ai crepacci dei monti le sue carezze o la sua furia; una solitudine assoluta, una infinita tristezza, si diffonde su tutto, ordinando invincibilmente il rispetto e l’ammirazione.

Né un filo d’erba né un cespuglio sui fianchi dei monti. Appena un sentiero conosciuto solo ai padri; un pescatore, al mattino; un bracconiere, la sera. La capigliatura dei secoli non ha nemmeno scosso la polvere sulle rocce nude. È la fine del mondo e l’ingresso dell’inferno. È una immensa anfora di granito il cui fondo si perde nell’acqua e l’orlo d’argento nelle nuvole. Ma che si interroghi qualche fessura e rivelerà episodi di una immortale epopea. È qui veramente il tempio della libertà, il suo ultimo rifugio sulla terra.

Solitudini eterne, inferni di ghiaccio, abissi d’acqua che santificarono la grande anima di Tell e il genio di Byron... salve!

Gloria a te, Libertà!


Non cercate nulla degli uomini del nostro tempo in questi luoghi consacrati dal trionfo della Giustizia. Non vi troverete che ricordi: il Grütli, i cui pastori hanno circondato con pietre le fontane e il monumento che l’assemblea generale dei cittadini di Schwitz fece erigere al Liberatore trentun’anni dopo la sua morte. Su questa terra repubblicana, ogni ricordo accordato alla memoria dei grandi uomini è marcato da un simbolo; ricorda le loro attività, il loro carattere e gli atti che hanno meritato il riconoscimento delle generazioni. Sullo stesso solco di Axenberg, nel luogo dove il glorioso arciere fuggì dalla barca di Gessler, 114 cittadini, che l’avevano personalmente conosciuto, inaugurarono questa capanna rotonda, semplice come il più fiero degli uomini. Là riposa; situato come l’eco di tutti i rumori della natura; il suo spirito è nell’aria, nell’acqua, nei turbini del vento che vanno dall’una all’altra. Il velo della notte sembra fatto per ricoprirlo e le stelle per ammirarlo. Là si ricompongono le grida straziate dalla tempesta.

Gloria a te, Libertà!


In questi due ricordi c’è da che rendere l’universo ubriaco d’orgoglio. Astri, turbini di luce che passate tanto lontano, grandi mondi che ci guardate con occhi così piccoli, quanto dobbiamo apparirvi degenerati, a voi che avete rischiarato i fondatori della libertà svizzera. Levatevi il cappello! cortigiani, razza schiava dalla nascita, disgraziati che vi scoprite davanti ai prìncipi e bestemmiate il nome di Cristo e di Guglielmo Tell, sublimi ribelli!

Grandiosa e selvaggia, arida e fertile insieme, questa contrada perduta della Svizzera è la più feconda di imperiture testimonianze di grandezza. Come in tutti i paesi in cui i prodigiosi capricci della natura non hanno ancora ceduto il passo davanti al genio dell’uomo, l’amore della terra natale e un profondo attaccamento alla religione dei suoi padri forma il carattere degli Svizzeri del Waldstætten.

La Libertà ama fissare il proprio soggiorno sul più alto dei monti e vicino al volo delle aquile; ma è anche nel segreto delle fitte foreste dove vivono le religioni invecchiate e le pratiche superstiziose. Fu là che il culto dei Druidi si rifugiò contro il soffio invadente del cristianesimo; là, in pieno diciannovesimo secolo, l’intolleranza cattolica trova ancora devoti difensori.

Simili a queste querce che crescono sparpagliate sulle asperità delle rocce, i montanari del Waldstæten sono tozzi e robusti; hanno la scorza dura, una organizzazione a tutta prova e una estrema tenacia. Se li strappate alle loro montagne, piangono fino alla morte. Presso di loro troverete la lealtà e il coraggio, ma non domandate loro il progresso. Salvaguardati da una civilizzazione la cui eco lontana si sente debolmente nelle loro colline, essi ne conoscono appena il nome e non ne comprendono il bisogno...

Riposa, Waldstætten, soffia, mio bel battello, vorrei non lasciarti mai. Domani, altri uomini si appoggeranno sulle tue verdi balaustre: possano penetrarsi allo stesso modo della coscienza della loro libertà. In ginocchio, pellegrino dell’indipendenza, dato che la sua grande immagine è cancellata sulla terra, dato che il suo albero non cresce più che sulle tombe, almeno inginocchiati davanti ad essi!

Gloria a te, Libertà!


Flüelen è un grazioso villaggio dove il battello vi sbarca e dove potete ammirare la foce della Reüss, portante dal San Gottardo al lago il tributo delle sue acque. Seguendo la valle che prende il nome da questo fiume, arriverete ad Altorf, dove due fontane rimpiazzano il palo dove fu poggiato il cappello dell’austriaco dalle piume di pavone, e il tiglio dove fu incatenato Walter Tell con la mela sulla testa.

Qui, come nella cappella di Küssnacht, come nell’ossario di Morat, come a Ginevra, in occasione dell’anniversario della scalata, come a Losanna, in onore del maggiore Davel, come a Glaris, quando si festeggia la vittoria di Nœfels, la Svizzera è sempre semplice e simbolica nella sua gratitudine.

Praterie bagnate dall’Aar e dalla verde Reüss; chalet perduti nei grandi frutteti d’Unterwalden; strade sabbiose, punteggiate di fiori; tranquilli laghi di Sarnen, di Thunn e di Zug, vallate di Frütigen e di Alpanach; bei cavalli dal pelo lucente, inni di bronzee campane, battellieri di Lucerna che fissate i capelli sulla nuca con una spilla d’oro; bagno ghiacciato di Flüelen; non ho gioito di tutto ciò che per qualche ora, ma me ne ricorderò per tutta la vita!

Il Grütli

Cacciatore delle montagne, guida i miei passi ai campi del Grütli. Tu conosci i sentieri delle Alpi; io non so leggere che nei libri. Noi tutti, tristi umani, siamo dei ciechi che cerchiamo la libertà. Io non l’ho trovata nelle massime dei filosofi; tu, amico della natura, tu l’avrai vista più da vicino. Cacciatore delle montagne, guida i miei passi.

Svizzera, nobile terra! voglio inginocchiarmi sul tuo sacro monte, voglio bere alle tue vive sorgenti. Forse rapirò al fulmine, che si scatena vicino, il segreto delle vendette; forse scoprirò, nei resti dei diluvi, quali siano le vie dell’eterna rivoluzione? Voglio sapere come le acque e il fuoco distrussero altre volte le nazioni cariche d’iniquità. Cacciatore delle montagne, guida i miei passi.

Calpestare queste sommità che l’aquila percorre nel suo glorioso volo, bagnare la testa ardente nell’atmosfera gelata, respirare le nuvole ancora vergini dei vapori del nostro mondo, carezzare l’arcobaleno, giocare col fulmine, avvicinarsi al Dio dei sogni e disprezzare gli uomini invidiosi di tutto ciò che si eleva.

Colpire la terra col piede, respingerla nelle viscere del caos affamato, slanciarsi nell’infinito, salire, salire sempre, sentire la tempesta passare nelle sue sommità, scendere con le ali su queste regioni in cui niente è sporcato:

Né il sole del mattino dalle esclamazioni degli abitanti delle città, né l’erba dalle bestie da lavoro, né il ghiaccio dall’opulenza, né l’avvoltoio dall’uccellatore, né la roccia dalla polvere...

Chi mi darà tutto ciò?


Oh! Grütli, ancora libero, perché la tua gloriosa povertà non ha tentato l’avidità di nessuno, tu sei visitato solo dal sol levante e dai proscritti. Quando si accendono, le luci del cielo illuminano le sommità dei monti e solo più tardi scendono nelle pianure.

Terra, madre mia, qui tu sei tutta mia, e il mio sguardo non è afflitto dallo spettacolo delle migliaia di uomini che si disputano un posto nel tuo seno. Qui tutto mi appartiene: l’aria che passa, il tempo che non si misura, lo spazio infinito, la cascata fumante, i fiori che nessuna mano raccoglie, la prima schiuma del torrente.

Genio della libertà! qui è la tua residenza. Tu ti circondi dei geni degli abissi, degli spiriti che vivono nelle fessure delle rocce, delle naiadi delle fredde sorgenti, delle silfidi che si specchiano nelle grotte iridescenti, degli angeli dai mille colori che si confondono nell’arcobaleno, e di queste divinità più potenti che comandano al fulmine e alle tempeste.

Tu lasci ciascuno d’essi seguire la legge della sua gravitazione, e giammai il loro corso è disturbato; e tutto ritorna a suo tempo, le stagioni e i fiori, gli uccelli che viaggiano, le piogge e le siccità. L’uomo parla sempre di libertà, ma ne sconosce la condizione prima; comprime la sua gravitazione passionale e si mostra docile alle volontà dell’altro. In cielo si vedono forse gli altri disturbarsi e consumarsi? Si vedono i più vasti universi paralizzare il movimento degli altri? Si vedono forse i re digerire e bere, e vivere materialmente per tutto il genere umano? Disgraziati gli uomini che abbandonano loro il proprio pensiero per conservare il benessere dello stomaco!

Qui tutto parla di gloria, dalle ali delle aquile che trovano un appoggio nell’etere, fino alle radici della pazienza che cerca i succhi nelle rocce. Ed io pure, amo la Gloria. Non questo fiore coltivato che si raccoglie piegando i ginocchi nelle anticamere del potere, ma questo fiore rosso e solitario che cresce qui, su questa pietra nuda, dove il parco abete sdegna di vivere.

Amo anche la Rinomata – chi non l’amerebbe? Non quella che dà fastidio ai passanti con proposte oscene, non quella che si trascina sui marciapiedi come una ragazza ubriaca, e che si vede tutti i giorni attaccare un nome al muro. Ma quella che si raccoglie lontano dalle folle, che non sacrifica ai pregiudizi dell’epoca, quella che non violenta il giudizio del tempo. L’amo ancora quando salta al rumore del cannone, quando canta sui cadaveri, quando passa, le braccia sanguinanti, in mezzo a coloro che vacillano sotto la mano del progresso.

Tutto o niente. Nessuna reputazione bastarda, nessun innalzarsi senza scandalo, nessuna caduta senza strepito. Mai darei strette di mano calcolando che mi porterebbero elogi. Non voglio queste croci disonoranti, questi nastri e questi pennacchi con cui si divertono gli uomini più seri e più laidi, senza peraltro riuscire a diventare più distinti e più belli.

Tell fu così grande perché portò a termine la sua opera da solo e sdegnò la cospirazione bisbigliante. Egli non premeditò per nulla la morte, ne soffriva tre prima di darne una. La Svizzera deve la sua libertà al vento della sua freccia che accelerò il passo di una congiura zoppicante.

Per quanto possa essere di porpora, la tunica della schiavitù consuma e avvilisce. L’abito fa il monaco. Chi porta la livrea comune ha l’anima comune. Scavate il funzionario e il soldato fino al midollo delle loro ossa, non vi troverete mai l’uomo.


È dalla vetta delle Alpi che si apprende a disprezzare le false ricchezze. Quale splendore umano potrebbe mai rimpiazzare questi splendori della natura sempre immensa, sempre nuova, sempre accessibile a tutti? – Mentre è con l’oro che si fanno le corone e i gialli luigi, le più pesanti e più dure delle catene. L’oro non arrugginisce mai. Sfortuna a coloro le cui braccia sono incatenate dall’oro, non saranno mai liberi.

Sole! quale splendore ti si può paragonare? Tu non ti alzi mai lo stesso sulla terra innamorata. Un giorno ci mostri un globo di fuoco, l’indomani uno scudo d’oro; un altro giorno una pupilla sanguinante, incassata nelle palpebre delle nuvole. Grande occhio del mondo, che fai nascere tante luci e tanti pensieri, mentre le nostre pallide luci rischiarano appena qualche bellezza che passa, colori azzimati, crani calvi e poveri di spirito che non possono brillare che grazie a luci traballanti!

Luna! che rispetti i riposi della natura, dolce amante delle notti, chi veglierà sul mio sonno con più sollecitudine di te? Tu diffondi sul mondo soavità, limpidezza e freschezza.

Stelle, figlie del cielo! lo splendore delle figlie degli uomini rallegra come il vostro. Ma il loro sguardo affascina e fa perdere la ragione. E poi viene la vecchiaia che ruba loro la dolce luce, i colori brillanti, e con la mano rugosa disperde le grazie come la polvere della farfalla.

Armonia dei mondi, tavole dei mari e dei continenti che si tengono abbracciati, immensa natura! Quali concerti e quali decorazioni della mano dell’uomo eguaglieranno mai la vostra magnificenza?

Da qui la mia vista si stende lontano; gli uomini mi sembrano piccoli e rampicanti come vermi, serrati come l’erba del prato. Essi camminano lentamente sulla terra! Le loro città sono piccole come arnie; le loro case sono celle. Ruzzolano nei ruscelli per raccogliere qualche piccolo maravedì.

Essi alzano monumenti con ciottoli e ceppi di abete. Io non sento il rumore che fanno i loro martelli. I pozzi da cui tirano l’acqua mi sembrano come gocce di rugiada. Si danno da fare ad allinearsi e a stringersi gli uni con gli altri. Quante sommosse, quante rivoluzioni; le città si illuminano e si incendiano, le armi si scontrano; come si battono e come si uccidono! Le loro manovre m’impressionano meno del chiacchierio dei grilli e della vanità delle lucciole. Eccoli che passano sotto gli archi di trionfo, come gli insetti sotto i fili di paglia. Ce n’è uno che sembra più grande degli altri dell’altezza di un cappello, e questo cappello è un pennacchio.

Ed io, chi sono dunque? un mostro di pazzia o di vanità, un angelo o un bruto? Io sono semplicemente un uomo, insieme di laidezza e di beltà, di scoraggiamento e di entusiasmo. Vi sono momenti in cui volo nell’aria, ed altri in cui mi arrampico sul selciato. Differisco dagli altri soltanto in questo, che io oso descrivere i miei contrasti.


Ghiacciai di Grindelwald, villaggi ridenti; vallate di Laüterbrunnen, che versaste tante lacrime; Reichenbach incantato, grotte di Rosenlaüi, valanghe della Schaïdeck; Louëche, che dà la salute e la gioia; Interlaken, saccheggiata dai turisti; Zurigo, patria di [Salomon] Gessner e di [Johann Caspar] Lavater; belle donne di Berna, che serrate i vostri corsetti neri con catene d’argento. Valligiane dalla brillante capigliatura, respiro del mattino, giornate di viaggio, brezze della sera, notti di buon riposo; pura atmosfera dei monti, estasi dell’anima, primi amori della natura!... Solo una volta si gioisce di tutto ciò!

Svizzera del Grütli, Svizzera del quattordicesimo secolo e della libertà, io ti devo tutto quello che fa l’uomo, la vita dell’intelligenza e la vita del cuore. Tu mi hai animato di questo spirito di rivolta e di giustizia senza il quale non sarei altro che una scimmia o uno schiavo. Nelle pianure di Francia, non avrei acquisito la stima del mondo e i suoi beni positivi che al prezzo di un quietismo del pensiero e di un abbassamento della fronte.

Giovani che sognate la libertà, andate a cercare un rifugio nell’arca, andate a visitare la Svizzera, andate a bere l’acqua delle fontane del Grütli!

Presentimenti

L’aurora solleva dolcemente le palpebre della natura. Un mandriano canta la canzone delle vacche. Tra gli abeti umidi, il gregge bramisce per svegliarsi. Il mattino percorre le cime dei monti.

Svizzeri! ecco l’ora in cui i vostri padri invocavano il Dio delle battaglie. Prosternatevi sotto il sol levante, e mostratevi degni di Winkelried, di Erlach, di Henzi e di Davel, gli eroi della libertà!

Ascoltate! ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.


Sentite il fracasso dei carri? Vedete alzarsi i turbini di polvere? Da lontano i cavalli nitriscono, le campanelle chiamano la morte; un velo di porpora si stende dalle montagne di Berna a quelle di Neuchâtel. Strani clamori hanno colpito l’orecchio delle aquile.

Sono i Cosacchi. Eccoli quelli che bevono le acque dell’immenso Volga; quelli che passano le umide notti sotto lo scarso riparo delle tende. Ecco coloro che perforano i fianchi del Caucaso, ricco in metalli; che strigliano i cavalli con grasso rancido; che giocano tra i ghiacciai degli Urali. Sono duri alle fatiche e sordi alle preghiere. Il loro Dio è la guerra dagli occhi rossi. Essi vengono dai luoghi dove il sole si leva!

Ascoltate, ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.

Una voce dall’alto ha loro detto: Uscite dalle vostre steppe sconosciute. Avete bisogno di istruzione, e i Popoli del calar del sole hanno bisogno di vigore. Andate! spezzate le barriere che separano gli uomini, confondete le razze e le classi; mischiate il sangue ai nervi, e il ferro all’oro. Dallo scontro delle opinioni sgorgano le luci, ed è dallo scontro dei popoli che sgorgano le generazioni. Andate! voi siete i figli primogeniti dell’umanità; guadagnate il mondo al Socialismo.

Docili a questa voce, essi sono partiti. Si portano dietro i loro familiari, le tende e innumerevoli greggi. Per molto tempo sono stati accampati sulle rive del verde Baltico e sui bordi dell’Elba impetuosa. Poi hanno attraversato le piane fertili della Germania, radendo al suolo le città, incendiando le foreste e le messi, inseguendo, con il ferro e la fiamma, gli eserciti prussiani dagli elmetti brillanti. Attraversando contemporaneamente i passaggi montagnosi, le alte Alpi Retiche, le gole erbose del Giura, i fiumi di cui risalgono i corsi, le rocce che fanno saltare in aria, essi sono penetrati fino al cuore della Svizzera, e l’imprigionano in una cintura ardente.

Eccoli, eccoli! Seguendo i costumi dei loro padri, avanzano per distaccamenti sparsi. Le campagne ne sono coperte, poi i bianchi ghiacciai fino ai laghi di cristalli. I loro cavalli trovano l’erba sotto la neve, e i loro bambini si rotolano con delizia nei ghiacciai svizzeri.

Ascoltate, ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.

Fedeli confederati! spiegate le vostre bandiere: – l’aquila nera che custodisce le chiavi di Ginevra, le stelle del Valais, lo stendardo del Vaud, dai colori della speranza, gli orsi di Berna, gli stemmi delle nobili città di Basilea, di Lucerna e di Zurigo. – I grandi giorni sono arrivati. Suonate il corno di Unterwalden; che il toro d’Uri muggisca nelle vallate che ama, che le campane di Schwitz suonino sulle chiese; che i cantoni si raggruppino intorno al Waldstætten.

I vostri arsenali rigurgitano dei tesori di guerra. A Berna, a Soleure, a Basilea, a Friburgo, a Chillon, a Lucerna, a Schaffouse, i cannoni sono divorati dalla ruggine. Allineateli sulle creste delle colline, dissuggellate le rocce, chiudete i valloni con le catene di ferro di cui si servirono i federati di Morgarten, bruciate città e villaggi, pulite le carabine, e sparate! Fuoco dappertutto, fuoco sempre! Non contate che su di voi stessi per restare indipendenti. Le grandi potenze civilizzate tremano come all’avvicinarsi dei grandi flagelli. La Francia e l’Inghilterra sono marce nel cuore.

Ascoltate, ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.

Soltanto la Svizzera può sfuggire alla morte, se essa sa liberarsi dai suoi timidi governanti che fecero sedere un giorno la losca Diplomazia nei consigli del popolo dove la Forza, dal fiero sguardo, aveva regnato fino a quel momento. Questi uomini distruggono l’edificio dei secoli, saccheggiano senza pietà le sacre tradizioni; gettano sotto i loro piedi piatti gli antichi trattati di libera alleanza; concentrano la forza, centralizzano il denaro e hanno giurato la morte all’indipendenza.

Che gli Svizzeri si ricordino del nobile detto dei loro padri: “Nessuna tirannia, che venga dall’esterno o dall’interno, potrà mai mettere radici profonde nel suolo svizzero”. Che gli Svizzeri si ricordino che sono usciti da indomiti reni; che scacciarono dal tempio delle leggi i mercanti di Soleure e gli avvocati di Losanna: un salutare costume contro la tirannia. Che essi si guidino da se stessi nelle battaglie: i giovani eroi attaccati come l’edera alle fessure delle Alpi!

Ascoltate, ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.


Dal fondo delle caverne si alza una voce: purtroppo! essa grida, la fortezza delle Alpi è sempre molto potente, ma il cuore dei suoi difensori si è rammollito. Essi sono diventati ricchi, industriali, dottori. “Il grasso pende dal loro viso, solo la bocca parla con fierezza”. Essi si arruolano, si esiliano nei paesi stranieri, passano i mari lontani seguendo la fortuna. La loro cupidigia è diventata più celebre di quella degli Ebrei. Si sono dati ai governanti e ai preti; s’inchinano davanti agli ambasciatori dei re; appena osano confessare che sono repubblicani. La grande immagine del Liberatore fluttua sulle loro coorti, ma essi acquistano spesso la pace al prezzo di concessioni. Vivono sulla gloria passata, non si immaginano che l’alloro sfiorisce quando non lo si innaffia col sangue.

Sfortuna ai popoli che hanno scambiato il ferro con l’oro, e la pietra col diamante! Sfortuna agli uomini che sono nati sulle montagne e i cui piedi tremano sopra i precipizi! Sfortuna alle città sovrane che hanno compresso il selvaggio entusiasmo delle popolazioni dei campi! Avete seminato la servitù, raccoglierete la paura. La natura combatte per il forte; essa è contro le nazioni che lasciano infiacchire il proprio coraggio. Pensateci.

Ascoltate, ascoltate! La guerra risuona su tutte le Alpi.

Gugliemo Tell

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!

Nel cuore della Svizzera, difeso da bastioni di ghiaccio e da abissi d’acqua, si trova ancora tutto ciò che resta dell’antica Elvezia: una prateria su una rupe, una cappella, una tomba e un nome che domina il fracasso degli elementi.

Scopri la fronte, viaggiatore. Qui nacque, lottò, morì, il più libero e il più coraggioso degli uomini: le Alpi tedesche ripetono il gran nome di Tell. Il sole cesserà di far lume sui ghiacciai, il lago sarà disseccato, e gli abeti ingialliti; l’aquila superba agguanterà il giorno in cui lo spirito del Liberatore cesserà di sorvolare queste contrade.

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Tell non era altro che un contadino, un cacciatore. Ma nel quattordicesimo secolo, l’uomo contava qualcosa quando il suo cuore era dritto e il suo braccio esercitato. Del mondo egli conosceva solo la sua ridente casa di Bürglen, le campane di Altorf, di Schwitz e di Sarnen, l’affetto di sua moglie, le carezze dei suoi bambini, la stima e l’ammirazione di quelli che lo conoscevano. Il suo universo confinava con questi spazi infiniti in cui le nuvole si strappano fermate dai monti.

Prima che i camosci disponessero sulle cime del Myten le loro sentinelle sospettose, egli partiva, la balestra in spalla. L’abisso conosceva il rumore dei suoi passi. Egli aveva saputo domare le Alpi, ciò che esiste di più superbo sotto il cielo. Un solo uomo l’ha tentato dopo Tell: quest’uomo si chiamava Byron!...

Il mattino, il sole dissetava i suoi giovanili ardori sui ghiacci eterni. Lo si vedeva girare intorno ad essi, dispensando i suoi raggi d’oro, umile come un amante che trema ai piedi della prima donna che l’ha sedotto. Le nuvole trasparenti sdegnavano gli omaggi del sole nascente: esse lo guardavano passare come un giovane folle. Solo a metà del giorno, quando l’astro sovrano maturava le messi delle pianure, esse fremevano, le fredde beltà, nella profondità della loro anima, e i laghi, confidenti dei loro dolori, sapevano quanto nascondono delle loro lacrime amare.

Era a quest’ora che Tell arrivava alle cime delle Alpi. Allora si chinava verso la terra, cercando qua e là le vestigia di passi, egli seguiva il fuscello di gramigna portato dalla borea, interpretava tutti i segni che l’esperienza gli aveva rivelato dopo lunghi anni. Poi tendeva il suo arco e attendeva il camoscio. E quando l’animale saltellante passava a portata della sua freccia, mai più il suo dente tagliente tornava a brucare i germogli degli arbusti.

Quando i cacciatori ritornavano la sera all’ora in cui i grandi fuochi brillano sulle cime, stendendo il loro bottino sulla piazza di Bürglen, si riconoscevano, fra tutte, le bestie che avevano assaggiato il ferro di Tell. Esse portavano una larga ferita nella spalla, avevano il piede secco e le corna forti. Dopo qualche tempo questi camosci non lasciarono più la zona delle nebbie; era fra i più vecchi e i più forti che l’arciere sceglieva. E quando non aveva ucciso nulla, la tromba d’Uri non suonava nella vallata sonora, perché non c’era nella contrada un cacciatore più grande di Guglielmo Tell.

Egli era anche il più intrepido nocchiere svizzero. Quando il lago scuoteva la sua criniera bianca e saltava nel suo letto di pietra come un corsiero prigioniero; quando la tempesta impazzita batteva con le sue mille braccia la base dei monti; quando i pescatori costernati accusavano il cielo e si consideravano fortunati di rientrare alle loro capanne, Tell prendeva il remo e, docile sotto la sua guida, la più fragile navicella volava sulle onde come una piuma di gabbiano.

Purtroppo! quanto siamo decaduti! Non conosciamo più queste nature giganti, questi uomini intagliati nel granito, con i lineamenti ossuti, con le armature enormi, con i cuori di bronzo, sordi alla voce della paura. Essi personificavano il loro secolo e il loro paese; erano più grandi sotto la veste grigia del cacciatore dei nani che noi facciamo più alti con tricorni e stivali alla scudiera. L’ultimo di questa razza fu Washington che, su un nuovo continente, gettò la sfida di una repubblica al vecchio dispotismo dell’Europa. Quando nature altrettanto potenti nascono nelle nostre società malate, noi ne facciamo facchini o galeotti!

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Una domenica dal sole radioso il podestà Gessler uscì dal suo castello con i suoi bravi. Era irritato per la gioia dei contadini e per il suono delle campane che la diffondevano nel cielo. Alle porte d’Altorf incontrò Guglielmo che andava a tirare a bersaglio, come aveva abitudine di fare nei giorni di riposo. Tell era molto noto nella zona, e quando incrociò il podestà gli uomini della scorta di Gessler dissero: “Colui che vi saluta così fieramente, signor barone, è Tell, l’arciere di Bürglen”. Lo sguardo del governatore austriaco incontrò quello del cacciatore; il primo era invidioso, il secondo calmo. Il più fiero degli uomini liberi e il più odioso dei cortigiani si misurarono col pensiero. Da quel momento fu evidente che uno dei due era di troppo sulla terra, e che sarebbe morto per mano dell’altro.

Tell lo comprese; quel giorno non lo si vide al tiro a bersaglio. Ritornò a casa, prese il figlio primogenito con lui e lo condusse sul Grütli. Quando arrivarono, il padre tese la mano verso l’Oriente e disse:

“Figlio del mio amore, io ti ho dato l’esistenza in seno alle montagne, io ti devo insegnare a conservarla libera, come un montanaro.

“Di là la desolata Gemmi, il Sempione e il San Gottardo, amato dai fieri Grigioni, molto lontano, molto lontano, vedi alzarsi delle nuvole di fumo. Questo fumo viene dalle grandi città, sale dal loro seno come i singhiozzi di quelli che soffrono, come le gioie impudenti di quelli che torturano, con le voci sorelle dell’eterna Vendetta e dell’eterna Giustizia.

“Le grandi città comandano ai grandi imperi, e i re comandano alle grandi città. Ma Dio comanda a tutti. Il più fiero dei monarchi e il più alto palazzo sono pesati sulla stessa bilancia come l’ultimo dei nostri pastori e la più bassa delle nostre capanne. Nelle nostre quiete vallate non vi sono poveri e non vi sono ricchi se non i signori stranieri. Essi vorrebbero impiantare tra di noi le distinzioni che l’eguaglianza non ammette. Ma ciò non accadrà.

“Che ci importa dei nobili governatori austriaci, dei pezzi d’oro, del fasto, degli scettri, dei giocattoli, delle armature brillanti, degli onori e dei titoli di cui si vantano e che seminano la discordia tra di loro? Questo lusso può bastare agli abitanti delle pianure, essi non conoscono altro e dissimulano la loro povertà con nomi pomposi.

“Noi siamo molto più ricchi dei sultani di Bagdad e dei prìncipi di Ophyr, noi che siamo invitati tutti i giorni dalla natura alle sue splendide feste. I nostri monti verdeggianti si specchiano nel cristallo del Waldstætten; le nostre vallate e le nostre cime sbocciano al sol levante e cantano il loro addio al sole della sera. Quale stendardo più puro dell’arcobaleno delle nostre cascate? Dove esistono diamanti più ricchi di quelli che gli astri amici seminano nelle corolle dei fiori dei nostri campi? La nostra Elvezia beneamata sorride alle più brillanti stelle; – quale popolo e quale trono possono rivaleggiare con la nostra opulenza?”.

“I nostri padri ci hanno dato la consegna di custodire questi tesori, noi li trasmettiamo ai nostri figli. Essi non ci appartengono, ma la natura si è mostrata troppo prodiga verso di noi per lasciarla spossessare impunemente. Sfortuna a chi vorrà far cadere dalla fronte dell’Elvezia il suo casco di ghiacciai! Cosa cercano tra di noi gli imperatori d’Austria? ferro, rocce, ferite e morte. Quale cieca rabbia li spinge contro uomini liberi e poveri, loro che non cercano che schiavi per sudditi e oro per godere?

“Noi rispetteremo i governatori fin quando osserveranno i trattati in virtù dei quali si sono stabiliti nel nostro paese. Ma se commetteranno delle angherie, se vorranno colmare la coppa delle vendette, allora questa si rovescerà sulle nostre anime, come le onde del lago sui campi di Flüelen. E noi chiameremo in soccorso la montagna, la valanga, la tempesta, il fulmine e il tuono che conoscono la nostra voce e che ci amano perché noi rispettiamo la loro potenza.

“Gli uomini delle pianure ci devono tutto: le acque cristalline dei nostri ghiacciai che formano i loro grandi fiumi, i prolungamenti delle nostre montagne che fanno crescere le loro fitte foreste. Le Alpi sono le regine delle montagne e le madri delle vallate; esse conservano la vita, la curano, la ricreano dalla morte che gli uomini attirano sulle loro società violando le leggi della natura. I neonati degli animali e i neonati degli uomini perdono il vigore e la fierezza scendendo nelle pianure.

“Che si stendano al sole nelle campagne della Lombardia, nel giardino della Turenna, fra gli aranci di Granada, sotto i pergolati di Malaga! Che dormano il sonno dei loro grandi fiumi, che parlino con gioia come le loro foreste, che si ingrassino come i loro greggi. Essi hanno scordato di balzare come i torrenti, di restare nervosi come i camosci. Mai i fiumi rimontano ai torrenti, mai le querce producono abeti, mai i civilizzati potranno vivere nelle asperità della roccia. I loro bisogni sono diventati troppo grandi, e i loro corpi troppo deboli per lottare contro una natura che produce poco e minaccia sempre. Che essi non tentino quindi di ritornare alle origini, perché queste li divoreranno.

“Figlio del mio amore, non andare a perdere la tua anima libera nella moltitudine di queste anime schiave. Quanto tu andrai vicino alle loro iniquità il cuore di tua madre balzerà nel suo seno e la fierezza di tuo padre solleverà il braccio. Se questi uomini ti inchioderanno alla loro potenza, tu morirai nell’infamia, e noi nel dolore. Non andare nelle grandi città, non rubare come l’usciere, non disonorarti come il cortigiano. Vivi nelle nostre montagne, l’aria delle sommità rende agili, l’acqua dei ghiacciai rende vigorosi, il fuoco degli abeti ringiovanisce. Qui tu contemplerai da vicino i cieli e gli abissi, la tua anima si svilupperà misurandosi con l’infinito. Figlio di Tell, non lasciare che la mia balestra diventi eredità di un uomo che non se ne sa servire. Ricordati anche che io fui sempre più orgoglioso di uccidere un camoscio invece di un uomo e che c’è più merito ad attraversare un torrente che ad arrampicarsi lentamente lungo la scale delle grandezze.

“Spero che Dio preserverà la tua gioventù dallo spettacolo delle battaglie e conserverà le mie mani pulite dal sangue. Se ci attaccheranno, che ci risparmi l’umiliazione della sconfitta, che le nostri madri non abbiano ad arrossire di averci partorito e che le nostri fronti altere non si curvino mai sotto un dispotismo venuto dalle pianure. Sulle nostre rocce cupe, la Libertà spiega le sue ali dorate; siamo stati cullati da questo rumore che è diventato caro ai nostri orecchi. Al di fuori d’Elvezia, la triste schiavitù tiene le braccia abbassate lungo il corpo che trema. Che non alzi contro di noi la sua testa odiosa; fa troppo freddo nella valle d’Altorf perché essa non muoia. Noi siamo pronti. Sfortuna a coloro che cercano la guerra, e tre volte sfortuna a coloro che credono di respingere il cozzo del ferro con vani discorsi!”.

Così parlò il Liberatore. Suo figlio l’ascoltava con rispetto. La notte aveva gettato il suo velo sulla fronte della Vergine Bianca (Jungfrau) e la voce della terra si alzava cantando:

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Sette mesi dopo, sulla piazza d’Altorf, alcuni soldati austriaci legano un fanciullo contro un tiglio e gli mettono una mela sulla testa. Un uomo li spingeva godendo dell’atroce supplizio ordinato da un potere ozioso. Quest’uomo era Gessler, potestà dell’imperatore Alberto d’Austria, che condannava Tell a colpire la mela sulla testa del proprio figlio.

Oh sole d’Elvezia! tu passavi nel cielo con la tua gloria abituale e non ti degnavi di abbassare il tuo sguardo su questa terra sporcata da un servitore, e non gli bruciavi gli occhi!

Per la prima volta in vita sua Tell tremava; i suoi occhi luccicavano di lacrime brucianti: “Maledetta, egli gridò, la donna che mi ha generato! Maledetta la mia forza e maledetta la mia fatale destrezza! Padrone dell’Universo, ordini tu all’aquila perché sa serrare tra i suoi artigli un agnello di accecare i suoi aquilotti? E voi, governatore Gessler, vi credete più forte di Dio per sfidarlo in questo modo?

“Mai l’occhio dei mondi fu afflitto dalla vista di un crimine così spaventoso, e le future generazioni rifiuteranno di credere a tanta crudeltà. Pensate al vostro nome, governatore, e alla vostra razza; quello che mi fate soffrire oggi, in un solo momento, in mio figlio, lo soffrirete nella vostra posterità, per i secoli dei secoli.

“Dio che ci giudichi, è quindi per torturare la povera gente che dai autorità ai re? È per mettere il padre contro il figlio, il braccio contro il cuore, la destrezza contro l’amore? – Io non vi conosco per nulla, potente signore, mai ho rivolto sguardi di cupidigia verso il vostro blasone. Perché dunque mi avete notato? Purtroppo! l’attenzione dei grandi è funesta agli uomini semplici. Avesse voluto il cielo che non ci fossimo mai incontrati! Grandi disgrazie sarebbero state risparmiate. Pensate alla salvezza della vostra anima, mio nobile signore, ai giorni dei vostri parenti, mettetevi per un istante al mio umile posto, e cessate, cessate di sfidare tutto”.

– “Basta, Guglielmo Tell, rispose Gessler, questi contadini si credono in verità dei grandi oratori. Vai ad apprendere l’eloquenza nella nostra buona città di Berna, se vuoi parlare da oggi in poi davanti a noi. E ringrazia il cielo del fatto che il mio buonumore di oggi mi consente di ascoltare pazientemente i tuoi discorsi ribelli...

“Tu che colpisci il camoscio tra le due corna tanto lontano che appena lo distingui, avrai paura di mancare questa mela a ottanta passi? L’occhio e la mano del padre saranno meno sicuri di quelli del cacciatore? Tu hai rifiutato di rendere omaggio al mio cappello che rappresenta la maestà dell’Imperatore. Ti faccio grazia della vita, e rimetto quella di tuo figlio nelle tue mani, quando nulla mi impedirebbe di prenderle tutte e due. Sono forse sanguinario e crudele? Tu dovresti mostrarti riconoscente della mia clemenza. Andiamo, basta coi discorsi; mostraci quello che sai fare, perché noi amiamo la gente abile e la proteggiamo”.

“Signore, barone, non cercate la vanità del mio cuore, non mi schernite in un simile momento. Vi ho domandato la grazia suprema di morire piuttosto che giocare con la vita di mio figlio: voi me l’avete rifiutata. Tuttavia, quel Dio che dà la destrezza e il potere, impedisce di usarli contro i propri simili e soprattutto contro i figli delle propre viscere. Maledetto chi commette un simile delitto! di più, maledetto sette volte, chi lo ordina! Mi avete sentito, signore e barone, ma non rispondete... Dunque, che la vostra volontà sia fatta. È la prima volta che obbedisco all’ordine di un uomo: perdonalo, Dio mio!

“Voi, valletti del carnefice, bendate gli occhi di mio figlio, aggiunse con voce terribile; che non veda suo padre tendere contro la sua vita questo arco detestato”.

Egli disse. La folla fremette e serrò i pugni di rabbia. In un supremo sforzo, Tell raccolse tutte le sue forze e il suo sangue freddo. Il dardo partì, mille sguardi lo seguirono... Il fanciullo è salvo! Tell lo serra nelle sue braccia. Gessler schiumante minaccia il cielo con lo sguardo.

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Oh! Vendetta, la più inesorabile delle divinità, a quale riparazione eri intenta lontano da Tell e dai monti d’Elvezia? Ti eri forse attardata nelle foreste caledoniane difese da Robert Bruce? Riparavi forse il rogo che doveva consumare i Templari? Quanto sei lenta ad apparire, Vendetta, quando ti evochiamo, noi a cui sei tanto cara. Hai tante preghiere da esaudire su questa terra insanguinata dal Crimine, e che la Morte spopola e ripopola senza mai fermarsi!

Sarebbe bastata una parola, uno sguardo per sollevare i suoi concittadini, perché Guglielmo Tell lasciò scappare l’occasione sulle sue ali vagabonde? È che gli uomini della sua tempra non rimettono che a se stessi la cura del proprio onore; si sentono abbastanza forti per vendicarsi come essi ritengono, al loro momento, con le loro armi, senza prendere l’imbarazzo di complici. Nel cuore di Tell, i giorni di Gessler erano contati, quando tendeva il suo arco egli nascondeva nel proprio seno una seconda freccia destinata al mostro, nel caso in cui la prima avesse mancato l’obiettivo.

E poi, ogni essere sceglie il terreno della propria difesa. Il verme si arrampica fino al suo buco, quando sente arrivare l’uomo; il gatto salta agli occhi; la vipera morde al tallone; i piccoli uccelli battono le ali e lanciano grandi grida nell’aria. Il gufo è forte solo di notte, l’aquila solo nell’alto dei cieli; il cortigiano è fiero in mezzo alle folle brillanti; l’uomo della natura, nel concerto degli elementi in rivolta. Non spetta a noi, che non abbiamo nemmeno il coraggio di gridare tra la folla, giudicare Guglielmo Tell. La Svizzera riconoscente mantiene sulla sua fronte le corone di alloro.

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!

Gugliemo Tell e Gessler! Una invincibile fatalità lega questi due nomi e questi due uomini. Noi li ritroviamo di fronte qualche ora dopo la scena di Artorf. L’uno gettato, carico di catene, in fondo a un battello; l’altro, arrogante, che passeggia sul ponte della barca che solleva la limpida onda.

Così cantava Gessler:

“Rispetto a Dio e lunga vita all’imperatore Alberto! Abbiamo posto il nostro potere sulla china delle Alpi. Che tutti striscino e adorino l’Austria in queste belle vallate! Getteremo nelle prigioni di Küssnacht coloro che si rifiuteranno di consegnarci i loro figli e le loro figlie, e i camosci dell’Axenberg, e i gemiti delle greggi. Essi morderanno la polvere delle strade e il ferro delle lance se non si scopriranno davanti a noi”.

– “Barone Gessler, disse Tell, non saranno gli uomini di questi cantoni che si scopriranno davanti al vostro cappello, anche se rappresentasse tutti gli imperatori e tutti i podestà della terra. Noi non salutiamo che Dio!”.

– “Alabardieri, gridò Gessler, incatenate meglio quest’uomo. Non vedete che ancora si solleva e parla sempre. Arciere maledetto! le galere di Küssnacht sono profonde nella terra, e le loro muraglie sono spesse come le rocce che circondano l’Erebo. Ti daremo per abitazione la più dimenticata di tutte. Allora, senza dubbio, discorrerai meno”.

– “Dio è grande, signore. Il lago è più profondo che la prigione perpetua di Küssnacht e le basi di queste montagne più solide delle mura dei vostri torrioni. Avete pensato, signore, alla salvezza della vostra anima?”.

Gessler impallidì e non rispose più...

Subito il grande lago si muove; nuvole cupe turbinano nell’aria, ondate schiumanti si avvicinano. La tempesta che si alza dagli abissi scuote gli abeti sulle più alte cime. Il gabbiano lancia grida sinistre mentre il vento torce le sue ali. I lampi riescono appena ad attraversare lo spessore delle tenebre. Il fulmine gronda di eco in eco nei monti orgogliosi. Già il cielo e l’acqua si abbracciano in un frenetico trasporto. Il superbo Gessler vuole tentare il cielo che lo perseguita: fa segno di eseguire i suoi ordini. – Giove rende pazzi coloro che vuole perdere.

I soldati si chinano per serrare le catene attorno al corpo di Tell. In quel momento il Waldstætten ruggisce come una tigre che si sveglia.

“È inutile pestarmi, dice Tell. Non vedete che il lago si arrabbia, che già l’acqua ci invade, e che non ci sono più qui che uomini sospesi tra la giustizia di Dio e la vendetta dell’abisso? Ritiratevi disgraziati! – Mio graziosissimo signore, sembrate soffrire più di me. Dio è più forte di voi e del vostro imperatore; riconoscete il vostro padrone”.

I soldati si ritirano. Gessler resta fulminato.

Allora Tell: “Lago beneamato che hai cullato la mia gioventù! Tu che ami il cacciatore e il pastore e che rispetti il suo ramo, ascolta la mia voce. Grazie, grazie; mio Waldstætten, mai mi sei sembrato più bello!”. E le onde docili vennero a baciare i suoi piedi, perché il lago amava Tell e si rifiutava di portarlo alla prigione e alla morte, sotto gli ordini di un podestà austriaco.

La notte è arrivata. Nel silenzio della solitudine mai sondata dall’uomo, sotto la massa delle acque, l’arcangelo delle tempeste si sveglia. Scuote con la mano la lunga capigliatura, colpisce col piede il marmo, e dai sotterranei umidi alle creste perdute dei monti, l’immenso abisso si scuote fremendo. Prima il genio porta la sua collera nel fondo dell’abisso, precipitando il corso dei torrenti. “A me sorgenti, onde, schiuma, egli grida; saltate, puntate le vostre lingue furiose; leccate, scorticate le rocce che vi imprigionano! Per tutta questa notte siete in libertà”. Poi, slanciandosi dal fondo dell’abisso, arriva alla superficie, rapido come il pensiero. Avreste potuto sentire lamentarsi gli strati d’acqua attraversati da lui; avreste potuto distinguere il suo grido che si prolungava sulla distesa liquida, e il battito delle sue ali che si mischiava allo sciabordio dei flutti.

Alla sua voce le onde si estendono, dapprima in lunghezza come atleti che distendono le membra preparandosi alla lotta. Poi si accartocciano sui bordi, si riavvicinano. Si spengono, si superano, si alzano, si abbassano, si rovesciano e si ribellano. La guerra è accesa dappertutto. Gli squadroni acquatici si pressano, si spingono, cabrano, galoppano e caricano con furia. Da lontano sprizza la bava; i mille clamori delle onde si scontrano nell’aria. Si direbbero milioni di rantoli su un campo di battaglia, la delirante ricreazione di un cortile di pazzi, gli urli dei dannati nella pece fusa. Intorno al Waldstætten, l’arcangelo vola pesantemente, posandosi di tanto in tanto agli angoli delle pareti per flagellare l’uragano.


Solo il podestà Gessler aveva creduto di poter padroneggiare la tempesta; ma non aveva che la sua barca sulla fossa spalancata. Essa s’inclinava, fragile imbarcazione, sull’uno e sull’altro lato; l’acqua batteva i suoi fianchi, e spesso la copriva d’un lenzuolo di schiuma. L’equipaggio si era arreso per la fatica e il terrore; non si distinguevano più le rive tra il cielo e l’acqua; solo, al rosso chiarore dei fulmini, si vedevano le teste calve degli scogli a fior d’acqua. Gessler digrignava i denti come una belva presa in trappola.

“In ginocchio! la vostra ultima ora è suonata”. Disse allora Guglielmo Tell. E i marinai gli tendono i remi, e il governatore lo supplica in ginocchio di salvarlo. Lo si libera dai suoi ferri, e Gessler, o derisione! promette la libertà a colui che è padrone della sua vita. Onnipotenza, vanità, lusso dei troni della terra: impotenza, vigliaccheria, profonde miserie! Voi che vi raddrizzate sotto lo scettro che impallidite perché un poco di schiuma biancheggia, che perdete il fiato perché il vento soffia un poco più forte; voi vi umiliate al momento del pericolo davanti all’eterna giustizia di cui ridete nelle vostre anticamere. Voi tenete tanto alla vita quanto le bisce, e per conservarla, accettate che si appoggi il piede sulle vostre teste coronate!...

L’arciere prese il remo, raddrizzò lo scafo quasi sommerso, girando l’onda, evitandola e giocando con essa, come un fanciullo che si diverte sui bordi di un fiume con i flutti che muoiono sulle sue gambe nude. E sentendo Gessler che lo chiamava suo salvatore: “Basta parlare, barone, gli disse Tell, pregate Dio; lui solo può salvare i naufraghi: pensate alla salvezza della vostra anima”.

Ecco, ecco la riva! il fuoco del cielo la fa risplendere nel suo selvaggio orrore, irta di mille morti. L’Axenberg scosceso precipita a picco nel bacino delle acque. Non c’è che Gugliemo Tell che sappia dove posare i piedi sulle rive desolate. Egli si dirige verso questo punto, un gran lampo attraversa lo spazio; cogliendo l’occasione egli si slancia e si aggrappa ai crepacci della roccia, respingendo col piede il battello che porta Gessler”.

“All’abisso, a morte, barone! la salvezza della Svizzera l’impone. Pensate alla vostra anima!”.

Nell’immensa distesa l’onda risponde all’onda, il grido del vento al grido del vento. E quando queste grandi voci tacciono, si possono distinguere le maledizioni degli uomini che lottano disperati contro la più atroce delle agonie.

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Com’era grande il Liberatore anelante in mezzo alla anelante natura! L’uragano giocava con i suoi capelli, e la tempesta batteva le sue gambe insanguinate. Diritto come la roccia, sembrava più potente di Oberon.

Per un istante si domandò se non fosse stato un crimine l’avere gettato quest’uomo alla morte. E l’arcangelo delle tempeste gli rispose: “Uno di voi due era di troppo sulla terra, occorreva che uno sparisse. Gessler è l’Austria, e tu l’Elvezia. Gessler è la tirannia, e tu la Libertà. Soccomberesti sotto quest’uomo? vorresti che tua moglie, i tuoi bambini e il tuo paese fossero carichi di catene? Avanti! per Dio, attraverso di te egli ha scelto che la tua nazione sia libera e che diventi numerosa come le sabbie del mare”.

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!


Giustizia e Libertà! L’uomo che crede in voi è forte, per quanto possa essere un povero cacciatore o un ignorato scrittore. Siete voi che ristoraste le forze dello stanco Liberatore; che gli deste la possibilità di scrutare le tenebre, di trovare con le mani gli anfratti sui fianchi scivolosi dell’orribile Axenberg. Grazie a voi egli arrivò fino in cima, tentativo inaudito, prodigio di fortuna, di destrezza e di temerarità. Grazie a voi la Svizzera fu libera e l’umanità lo diventerà! Chi si lascerà andare allo scoraggiamento quando Tell spera ancora?

Egli correva, saltando sui picchi meravigliati; gli abissi aprivano il proprio fondo per vederlo; volava, e l’aria, meno leggera di lui, si scansava per lasciarlo passare. I suoi fianchi si alzavano e si abbassavano come quelli di un corsiero dopo una giornata di battaglia; le sue arterie battevano nelle tempie; le sue reni, i suoi polmoni, i suoi occhi e le sue mani erano pieni di sangue. Così, attraverso il paese di Schwytz, attraverso il deserto di ghiaccio, egli arrivò seguendo il corso dei torrenti e i fianchi delle colline fino al cammino di Küssnacht.

Là si disseta ad una sorgente mossa dall’uragano, e si stende un istante sull’erba imbiancata dall’inverno. Poi si alza e, preparando l’arco e due frecce, poggia l’orecchio per terra: “Viene, viene, dice, il Waldstætten non l’ha voluto!... Dio del mio coraggio, voi mi siete testimonio che io uccido quest’uomo solo per difendermi!”.

Il passo di un cavallo affatica l’eco, il rumore delle armature si stacca dai gemiti della notte. Una voce rimbombante pronuncia queste terribili parole: “Gessler, signore! raccomanda la tua anima a Dio”. Una freccia sibila nell’aria, un uomo cade da cavallo: è stato colpito al cuore. La Svizzera è libera!

Gloria, gloria alla Libertà nei cieli! E pace sulla terra agli uomini che combattono per essa!

[Claude] Montcharmont

Sfortuna alla vittima quando la bocca
che ha fatto la legge pronuncia essa stessa la sentenza.
Schiller, I masnadieri

Contro il nemico la rivendicazione è eterna.
Legge delle dodici tavole

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato; essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!

Il cacciatore Gugliemo Tell morì nel XIV secolo, circondato da un’aureola di gloria che risplende fino ad oggi, in questi tempi scoloriti. Ben altra fu la tua sorte, tu che passasti su questa terra attraverso generazioni sfiorite e che perdesti la testa sulla macchina infame, eroico cacciatore, Montcharmont!

È un sacrilegio, grideranno loro, riavvicinare l’ombra di un assassino a quella di un eroe. E io, al contrario, confonderò queste due ombre parimenti gloriose. Come Tell, Montcharmont morì per difendere la Libertà; come Tell, la rivendicò solo, perché tutti quelli che lo circondavano erano vigliacchi, perché le autorità e le leggi di oggi congiurano contro il Diritto.

I bilanci della Giustizia sono falsi solo nelle preture. Davanti all’eterna Equità gli agenti francesi che interdissero a Montcharmont l’esercizio della caccia sono criminali allo stesso modo dell’agente austriaco che voleva obbligare Tell a scoprirsi davanti al suo cappello: essi meritano altrettanto giustamente la morte. Nei monti d’Elvezia una rivoluzione rispose al soffio della freccia di Tell; nelle pianure della Francia civilizzata, il colpo di fucile sparato da Montcharmont non risvegliò alcuna eco. Ecco tutte le differenze tra questi due uomini. Ecco perché l’ombra del cacciatore della Saône-et-Loire si trascina sulle rive cupe, carica d’ignominia, mentre quella del Liberatore si stende brillante sulle generazioni.

Quale cinico sarcasmo, quale infame derisione, l’opinione degli uomini! maggioranza, violenza, impudenza! Il dato di fatto santifica tutto. Si fanno tragedie e si scrivono opere in onore del dio Tell, quando, se avesse fallito, sarebbe stato considerato come un vagabondo, uno da biasimare!

Ed era uno da biasimare, un assassino, questo Montcharmont: ecco quello che essi ripetono a gara come oche condotte al pascolo. E a me che non sono differente in mezzo a voi, a me che mi avete condannato come criminale, volete impedire di glorificare i grandi criminali? Dato che mi avete condannato a morte lasciandomi in vita, perché non dovrebbe piacermi la società dei morti? Perché non dovrei reclamare la complicità dei loro atti? Che cosa mi resta di più di loro? Una testa, una mano e una bocca di ferro: cercherò di servirmene.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato; essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!

Memoria di un uomo fiero! Per riabilitarti, per glorificarti, non si è ancora levata una voce dal seno della schiavitù sociale. La mia non ti mancherà. Non piangerò, non leverò le braccia al cielo, non prenderò in prestito né l’accento piagnucoloso degli avvocati, né il pallore delle donne che svengono, né il velo dell’anonimato. Non cercherò di impietosire il pubblico, di intenerire i magistrati, di impressionare questa figura da circo che si chiama imperatore dei Francesi! Enfasi, codardia, tempo perduto come tutti i lamenti di Geremia! Che i corvi del palazzo di giustizia, che i poeti elegiaci che cantano gli ultimi giorni dei condannati, urlino su questi motivi! La folla, i giudici e i re sono macchine che funzionano fin quando le si ingrassa, e le si ingrassa perché funzionino.

Tu non ti nascondesti dietro un cespuglio per uccidere i due cani gallonati che un procuratore del re ti aveva lanciato dietro; tu non fosti vigliacco come colui che, dal fondo del suo ufficio, eccitandoli, li correggeva, rimettendoli sempre sulle tue tracce, i maledetti! promettendo loro la tua testa come premio. È questo sciacallo in cravatta bianca che vi ha uccisi tutti e tre. Tuttavia queste iene senza museruola si lasciano in giro nella società, non le si sottopone a processo; si dice perfino in Francia che la magistratura è onorevole! Adorate tigri e giaguari, se vi bisognano dèi, almeno queste bestie sono graziose. Ma rispettare un procuratore generale, un fornitore di pompe funebri, è degradante!

Resterò degno di te, Montcharmont! Alta e ferma sarà la mia parola, come la detonazione della tua carabina da battaglia. Mi bisogna la tua glorificazione, sarà un’accusa criminale che porterò a tutta una società; una sentenza di morte che tengo in sospeso sopra la sua testa e che verrà eseguita prima o poi; – più presto di quanto non si pensi. Questa solenne deificazione del tuo nome, la faccio contro tutta la gente di giustizia, d’ordine, di governo, di polizia, di corda, di nastri d’onore e di patibolo; la faccio contro la civilizzazione che li paga; la faccio contro tutto ciò che condanna ed esegue, contro tutto ciò che lascia condannare ed eseguire.

Essi gettano fango sanguinante contro il carnefice e i suoi aiutanti; li chiamano uomini rossi, bevitori di sangue. Samson, Charlot, Mardi. Al loro passaggio essi vociferano minacce di morte; condannano i loro figli a ereditare il loro compito, le figlie al nubilato e le famiglie all’ignominia. Che essi lascino il carnefice per quello che vale, e che non guardino così da vicino la polvere che è sotto i suoi piedi. Il carnefice fa il suo lavoro; quelli che lo insultano e lo lasciano fare sono più vigliacchi di lui, e il pane non costa loro tanto caro da guadagnare!

Lo dichiaro nettamente, desidererei che tutti i civilizzati fossero obbligati a tirare a turno la corda di Samson, e che non fosse facile sottrarsi a questo compito come per il servizio militare. Sarei veramente curioso di sapere se uno solo oserebbe rifiutarsi. Vedrete che pretenderebbero la non esistenza di mestieri sporchi e affermerebbero di essere carnefici distintissimi. Sottolineo questa espressione, essa mi rallegra in un tempo in cui tutte le intelligenze si confondono nel più basso servilismo!

Tutti quelli che lasciarono morire Montcharmont sono colpevoli allo stesso titolo del carnefice. Lavate le vostre mani, schiavi, meglio di lui, ancora meglio; insaponate, strofinate, consumate, bruciate la vostra epidermide; strappate la vostra carne con un crocifisso rosso. La traccia del sangue ha un bel colore, è vivace, ritorna e ingrandisce; essa vi acceca, vi assorda, vi soffoca e vi dà il delirio; la portate sulla giacca, nei vostri indumenti, nei vostri capelli; lebbra mortale, si allarga sempre più, si allarga... Vomitate sangue, voi fate orrore!

Vi impedisco di toccare questo morto. Dopo tre anni che si trova sotto terra, non gli avete portato né corone di alloro né fiori né lacrime; nemmeno un ramo di cipresso; non avete consolato la sua famiglia, ma l’avete lasciata fare a pezzi dalla plebaglia e dai gatti arrabbiati del giornalismo, come un volgare assassino. Si è coperta d’immondizie l’erba sotto cui si suppone che egli giaccia. Perché non sapete nemmeno dove l’hanno gettato gli esecutori di alte opere. E quando, nel giorno dell’eterna giustizia, egli si rialzerà, voi vi rifiuterete di riconoscerlo in un tronco rosicchiato che porterà in mano una testa sanguinante!

Società la più borghese, la più odiosa, la più miserabile di tutte! Se toccassi questa morte la sporcheresti. Questa razza parla di devozione, di vigore, di gloria! Ed essa ha lasciato squartare, tagliuzzare, macinare da tre carnefici il più bravo degli uomini! Sacrificate dunque a questo mondo i vostri lavori, le vostre veglie e la vostra esistenza: esso andrà a divertirsi alla vostra esecuzione... È mostruosamente odioso!... Borghesi voi siete dei morti di fame, siete dei mendicanti!!

Voglio condividere questa gloriosa infamia. Questo assassinio giuridico pesa anch’esso sulla mia coscienza. Avrei potuto andare in Francia il giorno in cui fu commesso; forse la disperazione mi avrebbe ben ispirato. Mi accuso di un errore sulla gravità del quale non riflettei abbastanza in quel tempo. È un rimorso, una mano ghiacciata sul mio respiro; sento su tutto il mio corpo il sacco umido con cui avvolgono i giustiziati. Scuotere questo sacco, fare macchiare tutte le fronti della sua sporcizia; agiterò il sonaglio delle vendette. Opporrò tribunale a tribunale, uomo a società, verdetto a verdetto. Allo stesso modo in cui Montcharmont si è fatto giudice, così mi farò procuratore generale. Sarà forse la prima volta che un magistrato terreno non mentirà.

Giustizia degli uomini, opinione ciarliera! come sei in ritardo per coloro che sorpassano la loro epoca! Dato che lo scandalo ti fa andare più veloce, invierò contro di te lo Scandalo dal passo risonante. In questo tempo d’ipocrita dolcezza, in cui si nasconde l’omicidio alla barriera Saint-Jacques, la miseria all’ospedale e la malattia in prigione; in un tempo simile, bisogna strappare, mordere, a piene unghie e a pieni denti; bisogna lanciare il pamphlet agli occhi e gridare nelle orecchie per sapere infine se si può scuotere questo interminabile letargo. – Felice colui che scatena lo scandalo!

Voglio presentare davanti ai sogni dei civilizzati questa testa rosa da tre coltellacci, spaventosa, con un lembo pendente, questa testa che si raddrizza sulla ghigliottina. I capelli sono irti, i pugni serrati, gli occhi vi fissano e vi obbligano a guardare. Montcharmont vi chiede conto della sua vita che non vi apparteneva. Voglio darvi la scossa, borghesi di Francia, voglio farvi impallidire, smagrire, voglio farvi avere attacchi di nervi, voglio farvi morire.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato, essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!


Con questo cranio in mano domando alla società e ai cannibali che pretendono di rappresentarla:

Quando un uomo non ha subito alcuna condanna, dove trovate nei vostri codici un articolo che vi autorizza a rifiutargli l’autorizzazione di caccia? Vi sfido a trovarmi un simile articolo.

E se voi violate tanto impunemente la legge scritta a danno di quest’uomo, non è proprio lui che ha difeso questa vostra miserabile legge contro voi stessi quando, per farla rispettare, ha fatto ricorso a tutti i mezzi che la giustizia legittima, che la disperazione consiglia e che la necessità fornisce?

Ma io non mi occupo delle vostre leggi; le avete fatte a vostra immagine, inique, oppressive. Io domando alla vostra autorità e ai vostri giudici.

Quando un uomo ha il diritto di vivere dell’universale potenza, e quando a lui conviene esercitare questo diritto cacciando, quale ragione equa potete avanzare per privarlo della caccia? Se questa è la sua passione dominante, voi l’uccidete alla stessa maniera che andando ad aspettarlo a un angolo del bosco per ammazzarlo.

Voi, società, che punite gli assassini, perché pretendete l’impunità quando vi rendete colpevoli d’assassinio? Forse perché Ia maggioranza, il potere, la legge, i gendarmi, la prigione e la ghigliottina, che avete fatto, sono forti? Ma forza non significa diritto, e domani la forza potrà essere diretta contro di voi. E se si sostituisce la violenza all’equità, non c’è più una testa solidamente fissata sul corpo che la sostiene.

Vi sento urlare in coro che la caccia è un divertimento e non un diritto; e quand’anche fosse un diritto non si passa sul corpo di due uomini rivestiti della pubblica autorità per esercitarlo. Sono i meno criminali che si esprimono in questo modo.

Rispondo loro che non c’è una scala d’importanza per i diversi diritti, che il valore di ciascuno di essi dipende dalle attrazioni di ciascuno di noi. Rispondo loro ancora che non c’è diritto contro il diritto; che il tricorno può alzare il gendarme al di sopra della statura media, ma non lo rende superiore agli altri uomini; e che infine quando un gendarme sbarra il cammino al diritto, questo gendarme dovrà aspettarsi di essere ucciso come un cane, se trova davanti a lui un uomo libero.

E poi, miei maestri, chi vi dà il monopolio di assoluto godimento sui campi, sulle acque, sulle foreste e sugli animali? Vi dico che questo privilegio è il più irritante, il più scandaloso, il più feudale di tutti quelli che esistono, e che, per molti uomini, tra i più forti, il bisogno di metterselo sotto i piedi è il più imperioso di tutti. Se voi avete cuori di cani da muta, e vi accontentate di dare la voce quando un valletto di scuderia ve lo permette, non potevate nascere meglio che tra i civilizzati.

Ma a noi, uomini liberi, necessita l’aria delle colline, i boschi di alberi d’alto fusto, i borri e le radure, quando ce ne viene l’idea. Abbiamo bisogno dei cavalli che nitriscono, dei destrieri di ricambio che urlano, della musica delle fanfare, dei caprioli che saltano, dei cervi dalle caduche corna, dei furiosi cinghiali. Non facciamo sogni di bottegaio quando abbiamo stancato tutto il giorno le nostre gambe o la nostra testa.

Quando scoppiano le rivoluzioni, andate nelle reali foreste di Fontainebleau e di Compiègne. Là vi convincerete che la caccia è cara alle anime indipendenti, e che quelli che la seguono col più grande ardore non si tureranno le orecchie quando le fucilate gronderanno su Parigi. È grave, in verità, che così nobili passioni siano cadute tanto in basso, e la vile plebaglia non dovrebbe mai dimenticare che per voi vi sono esistenze di animali più preziose delle esistenze degli uomini! Ma ditemi, nobili per ordine del re, credete che buona razza di lupo non vale buona razza di cane, e immaginate, per accidente, che farete sempre saltare le nostre teste come turaccioli di champagne? Noi siamo cacciatori, rivoltosi, lupi, intendetemi bene, e pretendiamo cacciare ciò che ci sembra buono, anche l’uomo, soprattutto l’uomo, quando ci sembra buono, dove ci sembra buono, assolutamente come voi. Al più abile il bottino. Noi siamo di quegli uomini di cui Schiller dice: “La loro missione è la legge del taglione; la loro vocazione è la vendetta”. Noi siamo tanti masnadieri.

Non ho bisogno di dirvi perché il diritto di caccia mi offre più attrattive di un altro; basta che derivi dalla mia natura di uomo e dalle mie propensioni attive perché non abbiate nulla da dire quando mi conviene di farlo valere. Guardatevi bene, attenzione, di sopprimere i permessi di caccia. Se c’è ancora un lievito di rivolta nel suolo di Francia, così lo farete scoppiare. Non sapete che non c’è nulla di più oltraggioso per la nostra dignità di un divieto, e bisogna insegnarvi che da uomo ad uomo ogni divieto è ingiustoe inutile... Ma io divento inintelligibile per dei valletti.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato, essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!


Essi dicono che attraverso i popoli e le età, scortata dai filosofi e dalle legislazioni più sublimi, la pena di morte ha tracciato il suo solco inflessibile; essi dicono che l’universale consenso la giustifica; che la società deve salvaguardare la sicurezza, la proprietà, il lavoro e la vita dei suoi membri; che essa ha il diritto e il dovere di difendersi quando è minacciata; e che infine non c’è mezzo più sicuro per impedire ai malfattori di nuocere di quello di accorciarli della testa. Le requisitorie dei procuratori del re sono gonfie di queste eloquenti tirate, luoghi comuni che inteneriscono, elegie dolciastre, moralità da aula di tribunale, maschere di virtù gettate sull’orribile faccia di assassini impuniti, vigliaccherie di tradizione, declamazioni insinuanti che fanno drizzare i capelli degli onesti giurati. E al di sopra, i tribunali mettono l’umanità in spaccato; il sangue monta loro al cervello; agitano le loro maniche nere; colpiscono col pugno la tribuna giudiziaria; divagano, ruggiscono ed espongono un cinico coraggio per far cadere la testa di un uomo dalle sue spalle. Poi si attaccano dei cavalli neri ad una vettura mortuaria, un uomo rosso a una macchina color della robbia, e si rinchiude la testa del colpevole in un cerchio di ferro che la tiene sotto la lama. Essi chiamano tutto ciò soddisfare la giustizia degli uomini! Giustizia molto calma, in verità, e sempre sporca di sangue!

La società è spesso attaccata, è vero. Ma vi siete mai domandati se coloro che l’attaccano sono colpevoli? Voi che siete pagati per fare interrogatori, come mai non scoprite, con la vostra ordinaria perspicacia, che questa società è spesso provocatrice e forza la mano agli individui, spingendoli per le spalle verso l’abisso dell’infamia? Voi che cercate le più profonde radici del crimine, come potete ignorare che l’ordine civilizzato è un inestricabile disordine; come può sfuggirvi che molti non hanno pane a sufficienza, e molti altri troppo oro? Perché non volete comprendere che il Crimine è entrato nel mondo a seguito della Fame e della Pigrizia?


II fatto è che non ci sono sordi peggiori e ciechi peggiori di quelli che non vogliano né vedere né sentire; il fatto è che siete accusatori, giudici e parti in causa, i più cinici di questa società di cani; il fatto è che essa vi mette avanti per difendere i suoi atti più vigliacchi e criminali!


Vi si è insegnato, nelle scuole, che l’uomo non aveva diritti, ma solo doveri; – che l’individuo non doveva mai avere ragione contro la società, né la minoranza contro la maggioranza; – che la Libertà era una parola, e l’ordine un dogma; – che l’autorità era necessaria per mantenere l’ordine, e la violenza e la pena di morte indispensabili per mantenere l’autorità. Vi si è ripetuto a sazietà che il governo era il viale alberato della società; che la forza e la ragione devono sempre restare al potere. Voi credete fermamente che l’individuo è in tutti i casi colpevole, malvagio, impotente, ingiusto, e che sempre la società è infallibile, buona, onnipotente e giusta. Da cui concludete che l’individuo ha sempre torto contro la società, e che bisogna che muoia quando, giustamente o ingiustamente, la maggioranza dalle mille teste reclama la sua. E non vi accorgete nemmeno di quanto sia vigliacca questa maggioranza che succhia il sangue di un solo uomo! Siete della razza di quelli che condannarono Cristo, Galileo, Jan Hus e Campanella, tutti i più grandi nomi di cui l’umanità si onora. Siete di quegli assassini impuniti che, applicando castighi ingiusti e crudeli, forzano le opposizioni a rivendicazioni altrettanto ingiuste e barbare. Voi siete i servili esecutori di vecchie formule; noi siamo i liberi pensatori di un mondo nuovo. Noi ci apparteniamo; voi siete strumenti dei vostri padroni.

Sinistri taglia-sempre, corvi invecchiati frugando cadaveri, potenti procuratori generali che vi asciugate la mano e me la porgete, credendo di farmi onore... usatela questa mano per carezzare le vostre donne, e portate loro sotto le vostre unghie pezzi di carne degli impiccati. Voi mi fate orrore, voi, le vostre donne e i vostri figli, e tutto ciò che s’ingrassa col prezzo del sangue!


Quando la malattia è nell’uomo, quando la guerra è nella società, tutti gli organi sono deviati e tutte le parti colpevoli. Da quando abbiamo perduto la nozione di giustizia assoluta, naturale, che tutti possediamo in fondo alla coscienza, tutti i nostri atti non possono essere che delitti o crimini. Le nostre giustizie temporali sono deviate; oscillano da ciascuna parte dell’eterna nozione del vero, ora a beneficio di un partito, ora a beneficio dell’altro; senza mai arrestarsi sulla linea unica e inflessibile. Esse non possono che compensare l’iniquità con l’iniquità, l’assassinio con l’assassinio. Quale che sia la pompa, la solennità di cui si circondano, esse non sono altro che strumento di vendetta. Sono irrevocabilmente impegnate nel labirinto dell’arbitrario in cui la passione le guida da furfanteria in furfanteria.

Allora tutto diventa dubbio, a tentoni, delirio d’assassinato, marcia forzata nel sangue, angoscia, rimorso, febbre, provocazione, furore. La salute e la giustizia sono perdute per sempre. Allora il malessere genera il malessere; il crimine è padre del crimine, la vendetta allatta la vendetta, il patibolo spinge il patibolo, il sangue chiama il sangue. Allora, oh! disgrazia, vediamo l’umanità camminare, la fronte bassa, mettendosi sotto i piedi ubriachi le teste tagliate, fischiando e gridando perché ha paura, perché non sa più quello che fa e teme fortemente di riflettere e di arrossire di vergogna!

Purtroppo! la storia è lutto e una lunga nomenclatura di rappresaglie che gli uomini esercitano gli uni sugli altri; essa recita con voce affaticata le disposizioni dei codici contro i codici; ci insegna che lo spaventoso malinteso non cesserà finché le parole di giustizia e di libertà non avranno che un valore relativo, fin quando vi saranno partiti, e questi alzeranno al potere dei mostri come Caligola, Luigi XI, Ezzelino [da Romano], [Nicolas] Fouquet, [Antoine Quentin] Fouquier-Tinville e Maximilien Robespierre, la secca mummia dei repubblicani della vigilia.


La storia delle società non è che la storia dei lutti delle maggioranze e delle minoranze. Questi due partiti sono nati gemelli; dall’origine del mondo li troviamo di fronte, poi si sviluppano parallelamente attraverso i tempi e si riproducono ininterrottamente l’uno dall’altro, senza che l’uno sia la causa o l’effetto del suo congenere. Governo o opposizione, ciascuno ha la sua tradizione da sviluppare, il suo diritto da fare valere, le sue vendette da eseguire. L’uno tende sempre di più verso l’autorità e la schiavitù; l’altro si avvicina senza tregua all’anarchia e alla libertà. Ad ogni leggenda, ad ogni principio, ad ogni vendetta che si proclama, l’altro risponde con un’altra leggenda, con un altro principio, con un’altra vendetta. Se l’uno sparge una goccia di sangue, l’altro la ricopre con un’altra goccia avanti che la prima abbia avuto il tempo di seccare. Enrico IV viene ucciso dai gesuiti, e i gesuiti sono uccisi dalla Rivoluzione francese; – la [notte di] San Bartolomeo è vendicata dal protettorato di Cromwell; – Luigi XVIII vendica Luigi XVI; – Washington e Bolivar vendicano i girondini e Marat; – i sergenti del 1848 vendicano i sergenti de La Rochelle. Come avrebbero paura della storia i giudici se sapessero leggerla!


Voi avete ucciso Montcharmont perché aveva ucciso i vostri gendarmi; il suo crimine ha provocato il vostro, è vero, ma non vi assolve per nulla. Perché se seguiamo il getto di sangue fino alla ferita, che cosa troviamo? La vostra mano che fa sanguinare la collera di un uomo negandogli un suo diritto. Prima di questo rifiuto di giustizia tutto andava avanti regolarmente tra Montcharmont e voi, e avreste potuto vivere a lungo fianco a fianco. Ma dal momento che l’arbitrio si è scatenato, le conseguenze più spaventose sono diventate possibili. Il furto di un pezzo di pane conduce in prigione; la prigione ai lavori forzati, e i lavori forzati alla ghigliottina. Ecco il programma della marcia funebre: è la scala di Caino che discende all’inferno!

Che cosa succederebbe se un parente di Montcharmont gli rassomigliasse, e poi un altro, e poi un amico, e poi un altro amico? Dove si arresterebbe la serie delle vendette atroci che voi avete suscitato tra la maggioranza sociale e la minoranza che vorrebbe vendicare l’uomo da voi eliminato? Supponendo ciò tuttavia non faccio altro che rintracciare l’origine dei governi e delle opposizioni. Il primo prete fu Abele, il primo assassino Caino. Ma perché la posterità di Caino fu maledetta in suo padre? perché essa resta schiava? Chi fu l’aggressore? Chi ruppe l’alleanza tra gli uomini? Ecco ciò che non volete approfondire. Perché rimontando al giaciglio dove riposa la Morte, vedrete che essa è stata svegliata dall’Ingiustizia mattutina, e che la prima ingiustizia sgorga dal vostro cervello, corazzato da un triplice codice penale.

In questa lenta evoluzione del crimine, la maggioranza si è sempre mostrata più vigliacca, più crudele, più ipocrita, più aggressiva della minoranza. – Più vigliacca, perché non espone mai la vita per soddisfare la sua vendetta: – più crudele, perché uccide con il tribunale, con la Miseria, con il disonore, – tre volte: – più ipocrita, perché eternizza questa morte e questo obbrobrio nelle famiglie, perché la disponibilità della violenza fa pesare su tutti una responsabilità che non risale che ad essa: – più aggressiva infine, perché la debolezza e la paura soltanto possono trattenere gli uomini sulla china delle vendette, mentre si riconoscono difficilmente le sue debolezze e le sue paure.

Siamo tutti là. Solo la paura ci paralizza quando si tratta dell’interesse delle nostre persone. Montcharmont al potere avrebbe fatto più arditamente e apertamente di Luigi Bonaparte quello che hanno chiamato un Colpo di Stato, perché era quello che si chiama un uomo d’azione. Fortunatamente per la sua memoria, il suo coraggio fu impiegato in una giusta difesa, e non in un macello che niente aveva provocato, che niente motivava a parte una cieca ambizione. Ma sarebbe sporcare Montcharmont paragonandolo all’uomo di Dicembre. Sii svergognato, Luigi-Napoleone! E dato che la Francia ti sopporta, che i Cosacchi vengano ben presto per trascinare il tuo corpo a La Villette. Perché tutto si classifica meglio sotto la terra che sopra la terra, e la cancrena non scappa affatto ai vermi che formicolano nei carnai.


Io ammetto, accolita giudiziaria, che avete il diritto di pronunciare la pena di morte. Ma prima di fare cadere una testa, vale la pena che riflettiate. Sapete che cosa è la Vita, da dove viene, dove ritorna, chi la dà e chi la ritira? Sapete che cosa è la Morte? Sapete che cosa soffrono, nel passaggio dalla vita alla morte, la testa e il tronco che separate? Avete considerato le angosce e le pulsazioni delle arterie dell’uomo atteso dal patibolo? Siete ben certi di definire giustamente il Crimine e la Virtù? Non avete mai decapitato innocenti? L’ombra di [Joseph] Lesurques non turba mai le vostre feste?

Che gran cosa è la testa di un uomo. Medita, paragona e giudica, e lavora e inventa; contiene un’intelligenza e un’anima. Ciò suppone un destino, un avvenire. Sapete ciò che l’uomo giustiziato avrebbe fatto del suo domani? Poteva essere guarito, e la sua vita non sarebbe stata più dannosa a nessuno, se gliela avreste conservata! Anche voi, avreste potuto guarire, porre riparo alle vostre ingiustizie verso di lui, e domandargli perdono. Ma no; sembra che vi siate assegnati il compito di impedire all’accusato, come a voi, come a tutta la società, qualsiasi strada verso il miglioramento. Voi non volete riconciliazioni: non meravigliatevi dunque delle vendette!


Società! è utile che voi tagliate con le teste umane i più alti problemi? Quale utilità ne ricavate? Quale scopo raggiungete?

– Volete impedire che vi si nuoccia? Ma il mezzo migliore perché non vi si faccia del male non è quello di non farne voi stessi? Chi vi ha mai fatto del male prima che non lo abbiate causato cento volte? – Dunque non fate torto a nessuno.

– Volete punire? Ma per prima cosa dov’è il colpevole? Dite che è l’individuo; io sostengo, con molti altri, che è la società. La questione non è ancora risolta, e fin quando non lo sarà non farete altro che vendicarvi a vostro rischio e pericolo. Io contesto anche che spetti a voi la difesa degli individui. Chi vi ha dato questo diritto? Una maggioranza, la prima occupazione, una rivelazione divina, la forza? E se io non riconoscessi alcuna di queste autorità, se io contestassi il vostro potere, se non volessi essere vendicato da voi, se la vostra riparazione mi sembrasse inefficace, peggiore dell’offesa o del danno sofferto, se fossi in guerra con voi... Allora mi vendichereste quindi contro la mia volontà, con mezzi che riprovo. Di modo che, invece di riconciliarvi la mia riconoscenza, vi sarete attirati il mio odio. Ecco certissimamente una singolare posizione che prendete di fronte a me e di fronte a molti altri. Siete veramente troppo buone, o Società! per attirarvi tanti odi per fare piacere a nessuno, e non mi convincerete che è unicamente per devozione e per amore del giusto che agite in questo modo. Quando penso che se si uccidesse me, per esempio, voi sareste obbligate, Società, a istruire il processo del mio assassinio; quando penso a ciò e alla mediocre sollecitudine che avete per tutti noi, condannati politici, quasi vi pregherei di farmi entrare nelle vostre fila.

– Volete fare soffrire, uccidete per uccidere? Allora, immolate tori e galli; ciò è più facile che per gli uomini. O se non potete rimpiazzare in altro modo la voluttà che vi causa il supplizio capitale di un uomo, allora ritornate alle cave, al leone di Falaride, ai circhi di Diocleziano; tirate fuori le statue di Nerone, di Eliogabalo, di Domiziano e del cittadino J. Lebon, che furono vostri maestri; risuscitate la Santa-Hermandad, ripetete gli annegamenti di Nantes e gli eccidi di Truphémy.

E poi, quando ci si vendica bisogna farlo in grande. Vi chiedo se è coraggioso per una società bardarsi di ferro e di fucili, chiudere un uomo come una tigre sorprendendolo e schiacciandolo col numero? È coraggio condurlo al patibolo, incatenato, ammanettato, attraverso la folla ignobile che fischia, ride, si picchia per vederlo passare, si scaglia su di lui, lo ingiuria, gli sputa sul viso e guarda se c’è sangue nelle sue vene per lo spettacolo che l’attende? È una cosa dolorosa, mortale, vedere un simile convoglio. Se fossi re non mi perdonerei mai di non aver concesso una grazia. Mi rimprovererei ogni giorno della mia vita, quando con una semplice parola avrei potuto salvare un uomo, mentre ho respinto questa parola in fondo alla mia gola secca. Tutte le notti sentirei lo scalpitio dei cavalli, le grida dei gendarmi, lo spaventoso ridere del carnefice, la pesante carretta, lo stridere della lama nelle guaine, le ultime parole del condannato, la sua testa che rimbalza sul selciato. Per molto tempo, per molto tempo vedrei i suoi capelli sanguinanti, le orbite piene di terra e di gas della decomposizione che si accendono e sembrano guardare. Mi sembrerebbe avere la testa appesa sulle spalle mentre annego in un mare di sangue. Non permetterei più ai miei bambini di abbracciarmi, dopo essere stato la causa per cui altri bambini non possono più abbracciare i loro padri.

– Infine, volete dare un esempio? Ma, come dice Victor Hugo in uno dei suoi rari momenti di franca rivolta che lo ispirano molto bene: “Pensate seriamente di dare un esempio quando sgozzate miserabilmente un povero uomo nel posto più deserto dei viali periferici? In piazza di Grève, in pieno giorno, passi ancora, ma alla barriera Saint-Jacques! Alle otto del mattino! Chi volete che passi di là? Chi sa che uccidete quell’uomo? Chi comprende che state per dare un esempio? Un esempio per chi? per gli alberi del viale, a quanto sembra.

“Non vedete dunque che le vostre esecuzioni pubbliche si fanno di nascosto? Non vedete che vi nascondete e che avete paura del vostro lavoro?... che in fondo siete interdetti, inquieti, poco certi di avere ragione, presi dal dubbio generale, che tagliate teste per abitudine, senza sapere troppo quello che fate? Non sentite in fondo al cuore che avete tutti perduto il sentimento morale e sociale della missione del sangue che i vostri predecessori, i vecchi parlamentari, compivano con una coscienza così tranquilla? Altri, prima di voi, hanno ordinato esecuzioni capitali, ma essi si ritenevano nel diritto, nel giusto, nel bene. Jouvenel des Ursins si credeva un giudice; Elie de Thorette si credeva un giudice; [Jean de] Laubardemont, [Gabriel Nicolas] La Reynie e [Barthélemy] Laffémas essi stessi si credevano dei giudici; voi, nel vostro foro interiore, non siete sufficientemente sicuri di non essere degli assassini!

“Abbandonate piazza di Grève per la barriera Saint-Jacques, la folla per la solitudine, il giorno per il crepuscolo. Non fate più fermamente quello che fate; voi vi nascondete, ecco cosa vi dico!”.

E poi tutte queste esecuzioni non fanno fare un passo al vero problema, al problema organico, che bisogna risolvere. Esse non fanno legittima la proprietà, giusta l’usura, soddisfacente il cattolicesimo, possibile l’amore, generale l’istruzione, giusta la società. E la società ingiusta è un terreno paludoso su cui non possiamo camminare, in cui il contagio del furto e dell’assassinio e del crimine turpe si allarga sempre più, molto più velocemente di quanto non lo si possa spegnere col sangue. Giustiziando voi staccate una testa dal corpo; non riparate nulla, non guarite nulla, non raddrizzate nulla. È un modo singolare di distruggere l’erba cattiva quello di falciarla senza pensare che essa ha radici.

Se la funzione dell’albero patibolare è così efficace, se la sua vista è talmente salutare, perché non ci ha resi tutti migliori dall’inizio dei secoli? Perché dovete rizzarlo su tutte le piazze? Se può rimpiazzare tutto perché non si radono al suolo le fabbriche, i musei e le biblioteche, e non si alzano sulle loro rovine dei giganteschi patiboli? Bisogna osare dire di tutte le istituzioni ciò che Omar disse della biblioteca di Alessandria: o esse contengono altre cose oltre la ghigliottina, e allora bisogna bruciarle; – o non contengono che la ghigliottina, e allora bisogna bruciarle lo stesso. E bisogna osare fare ciò che fece Omar, presentando ai fedeli civilizzati una macchina del signor Guillotin per Corano. Non è forse vergognoso per una società confessare che la ghigliottina è il proprio vangelo, e che le autorità che tirano la corda sono i suoi dèi? Chi dubiterà che il nostro diciannovesimo secolo sia il più umano, il più dolce, il più illuminato di tutti i secoli? Bottegai, ho pena per voi, non sapete cosa si prepara... Ma non vi perdono.


I morti ritornano. Preghiamo per i morti.

Il ferro ritorna; le pietre ritornano. Le pietre fanno le prigioni; il legno, la ghigliottina; il ferro, la lama.

La lama, la ghigliottina e le prigioni ritornano.

Il sangue ritorna, la carne ritorna; i muscoli, le ossa, i nervi e i capelli rispuntano.

I giudici e i condannati, i carnefici e gli esecutori sono fatti di ossa, carne e sangue.

Le vittime e gli assassini ritorneranno.

Le anime ritornano; le tradizioni, le famiglie, le maggioranze e le minoranze rinascono. Mentre i suoi involucri si disperdono, l’uomo ritorna intero nel suo spirito.

Lo spirito dei partiti ritornerà. Il procuratore della Repubblica che ha chiesto la testa di Montcharmont, i giurati che l’hanno accordata, i gendarmi che l’hanno conservata, il carnefice che l’ha tagliata, ritorneranno. Montcharmont ritornerà, la sua famiglia si propagherà, il partito dell’opposizione diventerà più numeroso ogni giorno, il Bracconiere si solleverà contro la società, la tradizione della Libertà si svilupperà.

I morti ritornano. Preghiamo per i morti.


Felici coloro che hanno amici tra i morti decapitati! Disgraziati coloro che hanno protettori tra i viventi porta-corone.

Dato che si vuole eternare la guerra sociale, che si apprenda dunque che la legge delle rivendicazioni è ineluttabile; – che i vinti di oggi saranno i vincitori di domani; – che un ordine sociale che crolla porta un altro ordine del tutto opposto; – che i primi saranno gli ultimi; – che le teste coperte oggi di scarlatto saranno scoperte un giorno davanti alla folla, e arrossate del proprio sangue.

Non ho amici fra i viventi rivestiti del potere; ho degli amici fra i morti decapitati: Montcharmont e Charlet, Daix e Lahr, Borie, Berton, Moret e [Louis] Alibaud. Essi mi sostengono nella lotta ingrata, mi inviano la speranza dagli occhi verdi, e la perseveranza dalle braccia nervose. Mi dicono: “L’avvenire è nostro; la Rivoluzione non si ferma per strada. Avanti!”.

Quelli che hanno degli amici fra i re e i tribuni della terra non troveranno fra di loro che la Schiavitù e la Delusione dallo sguardo smorto. Lo scoraggiamento li prende quando i potenti dicono loro: “Voi ci avete portato all’impero; adesso l’umanità deve essere felice; dopo di noi la fine del mondo. Fermatevi!”.

Ma il mondo non va in questo modo. I decreti non possono nulla contro le rivoluzioni. La rabbia colpisce sempre, e la giustizia lacrimosa equilibra nelle sue bilance le teste che cadono. I supplizi di un tempo sono vendicati dai supplizi di un altro tempo. L’umanità girerà ancora per molti anni in questo cerchio di assassini. Fino ad allora:

Felici coloro che hanno amici tra i morti decapitati! Disgraziati coloro che hanno protettori tra i viventi porta-corone!


I morti non sono morti. I morti non sono lontani; essi non sono in un altro mondo.

Spiriti forti della magistratura, i morti non hanno fatto uso dei passaporti che avete loro consegnato. Ridete pure delle ombre, anch’io me ne rido. Ma queste che ritornano non sono ombre, sono corpi animati da spiriti che hanno già vissuto: sono uomini con la testa dritta sulle spalle, l’odio nello sguardo e il furore nel cuore.

Non li avete mai visti? Non avete mai sentito delle voci, come la mia, che cantano il pamphlet consolatore e dicono: “Siete degli assassini che il patibolo attende; il sangue beve il sangue!”. Non avete mai letto i filosofi che si chiamano Beccaria, Fourier, Bernardin de Saint-Pierre, Bonesana [forse un errore], Cristo, i quali scrivevano: “Chi di spada ferisce di spada perisce!”. Mai le rivoluzioni hanno battuto alle porte delle vostre preture? Mai hanno strappato l’ermellino che copre la vostra vergognosa nudità? Mai hanno danzato, con il loro piede libero, intorno alle rovine dei troni?

Turatevi le orecchie e gli occhi, ridete, brillate nei salotti; sentenziate, bevete l’orgia che uccide, succhiate il sangue che brucia: va bene! Ma quando non sarete più custoditi dai mille rumori del mondo e dalle sue mille teste, quando l’ubriacatura delle assise cessa, quando non vedete più i fucili luccicare nelle mani delle guardie, quando passate nella strada vicino a un uomo che vi è sfuggito, quando la luce si spegne nei vostri tranquilli studi, la notte, i vostri denti battono! Le vostre donne ne sanno qualcosa, ma non la riveleranno mai, queste creature che hanno ricevuto la vita, che l’hanno data, e che acconsentono ad andare a letto con i procacciatori della Morte!

Sappiamo bene cos’è questa masturbazione dello spirito, questa febbre provocata dalle veglie, e questa eloquenza che attira l’attenzione delle folle. Ma sappiamo anche che questo sforzo distrugge, e che all’ubriacatura di un momento succede una debolezza estrema a cui l’uomo non sfugge se non rifugiandosi nella pace della propria coscienza. Ma voi non siete in pace con la vostra coscienza, perché non siete degli idioti. Nel mestiere che fate i capelli diventano bianchi facilmente, lo stomaco si ulcera, il fegato si ipertrofizza, la cistifellea si spacca, e la bile si travasa in tutto il corpo. Si invecchia prima del tempo, si fa orrore, si cerca involontariamente qualche macchia rossa sui propri abiti, se ne trova sempre una dal lato sinistro del petto, si teme di puzzare di cadavere, si aspira all’insensibilità dei morti!

No, voi non siete tranquilli, ciò non è possibile. Noi tutti che abbiamo sentito parlare un poco di storia; noi che sappiamo più o meno leggere, scrivere e pensare; noi che abbiamo riflettuto sulla giustizia penale, sulla giustizia e il crimine, noi siamo rattristati ogni volta che cade una testa. Ne parliamo, piangiamo la vittima, e ci domandiamo con spavento da dove viene questa formidabile potenza che conduce la morte sulle nostre teste? Tuttavia non siamo noi ad avere inviato quest’uomo sul patibolo: noi ci guadagniamo meno miseramente la vita. Quanto dovete dunque soffrire voi in quei giorni, voi uomini istruiti, uomini di mondo, che potete sentire quello che si pensa di voi che avete spinto questa testa fino a farla ruzzolare nel paniere.

E chi ci ha dato questa coscienza? Chi ci permette di giudicare ogni cosa? L’istruzione che si diffonde. – E come si diffonde? attraverso le Rivoluzioni. – E chi fa le Rivoluzioni? la Filosofia. – E chi sono i filosofi? degli uomini liberi. – E chi sono gli uomini liberi? dei ritornanti che gli schiavi, i vostri padri, hanno torturato, e che si ricordano, e si vendicano su di voi. – Voi soffrite perché possiamo analizzare i vostri atti, anatomizzare le vostre impressioni, e mostrarvi come siete al pubblico che non ha alcun partito preso per nessuno. Voi maledite lo spirito analitico e di rivolta che ci spinge. Se volete farlo sparire, non seminate più vittime; esse producono filosofi. E la vendetta umana è più tenace della vendetta corsa.

I morti non sono morti. I morti non sono lontani; essi non sono in un altro mondo.


Se voi osaste guardare indietro sul vostro cammino tappezzato di teste, vedreste che diventate ogni giorno più deboli e che la ghigliottina stessa è una istituzione filantropica. Sì, fu un gran filantropo questo buon dottor Guillotin! e la sua è una graziosa macchina, molto dolce, molto rilassante e molto affilata! Non vi fa venire la voglia? E dire che ci sono persone il cui cervello cerca giorno e notte il mezzo più simpatico per fare saltare quello del loro prossimo! Al fatto: quest’uomo era un medico rinomato – traducete un falegname abile; – come tale, spettava a lui immaginare e progettare un taglia-testa umanitario. Per quanto mi strizzo gli occhi non riesco a trovare una lacrima e impietosirmi per questo spaventoso ciarlatano che brucia all’inferno. Mi sento viscere di tigre per ogni uomo che disorganizza scientificamente la vita degli uomini.


Giudici e carnefici, ascoltate ciò che diranno i posteri:

“La spada dei tribunali non colpisce che i giudici; il sangue della ghigliottina non scorre che sui carnefici. Le loro alte opere non sono che sporche uccisioni; tutta l’acqua del mare non basterebbe per lavare le loro sporcizie. Perché essi hanno immolato ecatombi umane; perché hanno trovato nelle falde dei loro vestiti le teste mutilate dei più nobili mortali.

“Un giorno sfidarono un uomo del popolo che si chiamava Montcharmont. Lo inseguirono con i loro gendarmi; e quest’uomo uccise i gendarmi. Allora essi violarono l’asilo che quest’uomo aveva trovato in un paese vicino; lo ricondussero in Francia, lo trascinarono davanti ai loro tribunali, lo caricarono di catene, lo fecero torcere dai valletti del patibolo, lo condussero tra una folla avida di sangue, lo consegnarono a tre carnefici che, sotto la difesa delle carabine, lo consegnarono infine alla Morte. Mai processo fu più glorioso; mai un uomo fu condotto alla croce per un così lungo cammino! Solo contro un formidabile apparato, solo contro le leggi del sangue, solo contro una società senza cuore, solo nella sua difesa, solo nella sua lotta alla soglia dell’eternità, solo nella sua vita, solo nella sua morte, mai uomo fu più grande di questo! Rispettate la memoria del grande cacciatore davanti l’Eterno!

“Passeggiate nelle strade delle città, frugate le case, salite le torri, fate accorrere la gente sulle pubbliche piazze; – e trovatemi un solo uomo capace di un simile eroismo. Se ci fossero stati cinquanta come lui la tromba delle rivoluzioni sarebbe stata sentita da tutta l’Europa molto prima. Ma i capi dei partiti somigliano a pavoni ben pasciuti, essi si fanno ammirare e si ingozzano perché li si ammiri; fanno l’amore con le prostitute e con la Rivoluzione nelle anticamere. E quando vedono morire per la libertà di tutti un uomo come Montcharmont, lo condannano, anch’essi, nei loro tribunali d’onore, l’insultano e lo rinnegano. Ciò è accaduto, ciò accade tutti i giorni; i tribuni come i governi si credono in diritto di santificare e di diffamare”.


Ecco ciò che leggeranno i posteri in un giornale del tempo, un giornale belga; perché i giornali francesi non avevano nemmeno il permesso di registrare le agonie dei morti. [Si tratta invece de La Révolution de 1848, un giornale di Chalon-sur-Saône, ristampato in L’Union républicaine di Auxerre, 21 maggio 1851. Nota di Max Nettlau].

“Vi ricorderete di aver sentito parlare del troppo famoso Montcharmont, bracconiere della regione d’Autun, condannato dalle assise di Saône-et-Loire alla pena capitale per avere ucciso due agenti. Ieri era il giorno fissato per la sua esecuzione.

“Di buon’ora una folla immensa faceva ressa vicino al luogo fatale. Il condannato, prelevato alle sei dalla prigione, superando una viva resistenza, è condotto sull’ignobile carretta fino ai piedi del patibolo.

“Alla vista dello strumento di supplizio, lancia delle grida spaventose; la sua voce non ha più nulla di umano. La paura della morte (pensate che Montcharmont avesse paura della morte?) centuplica le sue forze erculee. Una lotta si impegna tra lui e i carnefici, che tentano invano di fargli guadagnare i gradini del patibolo.

“In questa lotta spaventosa e indescrivibile fra un uomo legato e ammanettato che si conduce a morte, contro due altri, padroni di tutti i propri movimenti ed allenati dalla pratica della loro odiosa professione, un gradino della scala si sfonda, si produce un buco, e il condannato viene a trovarsi, per così dire, incastrato nel legno, poggiante i piedi nudi su di un montante e le robuste spalle su un altro.

“Da parte sua, il condannato a morte cerca di riempire la piazza con le sue grida divenute selvagge di dolore e di spavento; da parte loro i due esecutori fanno sforzi inauditi, disperati, per sollevare questa massa di carne e di ossa, che resiste e sembra ad ogni scossa incastrarsi sempre di più tra le due assi parallele.

“E questi tre esseri restano così saldati insieme gli uni agli altri, mescolando il proprio sudore e il proprio sangue per cinquanta minuti, sotto gli occhi della folla pietrificata di orrore e di spavento.

“Tutti, finanche la polizia, rifiutano il proprio aiuto agli esecutori al limite delle proprie capacità e delle proprie forze.

“Questa mostruosità, inaudita fin’oggi, non poteva prolungarsi di più senza danno per la tranquillità pubblica. Lo si capì, e il paziente fu ricondotto in prigione per non trarlo fuori che all’arrivo del carnefice di Digione che il procuratore della Repubblica aveva mandato a chiamare di tutta urgenza.

“C’è da fremere pensando a quello che questo disgraziato ha dovuto sopportare di inimmaginabili torture nelle lunghe ore che passarono tra questa prima esecuzione e la seconda.

“Alle cinque della sera, essendo tutto pronto e ogni precauzione presa, la giustizia umana fu alfine soddisfatta”.

(Reforme di Verviers).


Colui che fu solo nell’ignominia, sarà solo nella gloria.

Un giorno un uomo del popolo monterà su un trono elevato. E dirà agli altri uomini: “Io sono colui che avete posto più in basso dei vermi”. E dirà ai democratici: “Io sono colui che avete rinnegato nella sua infamia, e che vi rinnega nella sua potenza”.

Egli si avanzerà verso i palazzi di giustizia, e li farà crollare sulle loro colonne. Si avanzerà verso i giudici e li getterà dai loro scanni; e i giudici saranno colpiti a morte. Avanzerà verso il patibolo e lo farà cadere con un semplice colpo del piede. Afferrerà il carnefice alla gola, staccandogli la testa, e presentandola al popolo griderà: “La sua testa per la mia”. E il popolo tremerà sotto di lui. Ed egli griderà agli uomini: “Gregge di schiavi, tremavo forse io quando mi si giustiziava davanti a voi? Tremavo quando vi sentivo vociferare: Uccidere un uomo è un delitto; uccidere un gendarme è sette volte un delitto; ma uccidere due gendarmi, è settantasette volte un delitto? Ho tremato quando nemmeno una delle vostre braccia si levava per difendermi? Tremavo quando solo il mio cuore batteva sul mondo insensibile?”.

Poi andrà negli asili dei morti, romperà il sigillo delle tombe, strappando alla terra le ossa dei condannati e quelle dei giudici; e le lascerà sbiancare alla pioggia e al sole. Poi ne farà due mucchi, uno quello delle ossa dei giudici, l’altro quello delle ossa dei condannati. Poi dirà: “Gli scheletri dei condannati sono privi della propria testa; per l’ultima volta lascerà libera la vendetta fra gli uomini: mi servono altrettante teste di giudici per quanti sono gli scheletri dei condannati. Peggio per quelli che hanno pronunciato sentenze capitali! Peggio per gli avvocati che si sono resi complici con le loro arringhe! Nessun uomo ha il diritto di giudicare e di condannare!”.

E gli uomini vedranno allora un orribile accoppiamento: teste fresche di giudici con le loro smorfie sugli scheletri dei suppliziati. E l’onnipotente uomo dirà: “Ecco cosa vale la vostra giustizia, ecco cosa vale la vostra pena di morte! Non rubate più e non sarete più derubati; sopprimete il monopolio della proprietà, e non avrete più bisogno del monopolio dei tribunali; che i vostri contratti rispettino il diritto di tutti, e tutti rispetteranno i vostri contratti. Non giudicate e non sarete giudicati. Il supplizio di questi tormentatori sarà il più atroce, ma l’ultimo di tutti. Dopo di ciò il primo uomo che vorrà rendersi arbitro della Libertà e del lavoro degli altri, io lo ucciderò di mia mano, perché prima o poi quest’uomo diventerebbe l’arbitro della vita degli altri”.

E voi giudici e carnefici, ecco ciò che accadrà nell’avvenire. Montcharmont ritornerà padrone sulla terra, e voi vi ritroverete faccia a faccia con lui: l’inferno non vi libererà.

Voi dite che è morto, ma in fondo non lo credete veramente. Vedete il filo d’erba e la nuvola dell’esalazione ripresa dal movimento trasformatore, voi che credete all’immortalità dell’anima e alla missione dell’uomo sulla terra, voi i cui corpi corrotti sono buoni solo per i vermi, voi sapete bene che delle anime di questa tempra non si smarriscono. Montcharmont ha cominciato con i vostri gendarmi; più tardi vi ucciderà, voi, la vostra giustizia, la vostra polizia, i vostri carnefici e tutte le vostre autorità divine e terrestri!

Allora gli uomini felici si domanderanno, chi mai ha inventato la parola autorità? chi ha fatto credere alla necessità del governo? chi ha ordinato del veleno per curare la malattia? E riconosceranno che non c’è più bisogno di questa medicina, né di altari né di tribunali né di ciarlatani né di avvelenatori né di prestigiatori di teste viventi.

Così sia!


Giudici, non dite che giudicate, dite che vi vendicate. Quando annunciate che la giustizia degli uomini è soddisfatta, non si sa se invece sono proprio dei delitti quelli che voi commettete nel nostro nome. L’opinione pubblica è contro di voi, duellanti a freddo. E l’opinione pubblica, libera dall’influenza dei partiti, dalle catene della tradizione e dalle impazienze dell’avvenire, rappresenta l’umanità nella continuazione dei tempi e nella confusione delle diverse frazioni sociali. L’opinione pubblica si sbaglia raramente quando gli ambiziosi non la fanno smarrire. Pensateci.

Risalendo all’origine del male, troviamo che vi sono state delle epoche primitive in cui gli uomini vivevano in pace perché erano liberi e i loro rapporti erano conformi all’equità. Tutti furono ugualmente colpevoli uscendo da questo stato, quelli che confiscarono i diritti naturali degli altri, e quelli che se li fecero togliere. Ma gli aggressori furono evidentemente quelli che separarono il campo che loro conveniva dal territorio comune, e che si arrogarono il diritto di fare lavorare gli spossessati e di giudicarli secondo le leggi da loro fissate. Essi furono il ceppo originario dei proprietari, dei governanti e dei giudici di oggi. Se questi ultimi hanno ereditato i privilegi di quelli, hanno anche ereditato le vendette che questi privilegi suscitano. Abele fu un privilegiato. Soccombette per una giusta vendetta. Gli assassini di tutti i tempi non sono più colpevoli di Caino; essi si vendicano e ci si vendica su di essi. Con tutte le nostre pretese di timide riforme, non siamo altro che testimoni di un duello. Fin quando il torto primitivo, che è l’espropriazione generale per causa di utilità privata, non sarà riparato, il duello continuerà. E quelli che rivendicano hanno questo vantaggio su quelli che detengono, che essi tendono verso la giustizia.

Allo stesso modo in cui la medicina è una conseguenza della malattia, deplorevole quanto la malattia stessa, la procedura giudiziaria è una conseguenza del furto. E il furto come la malattia dilaga fra noi fin da quando un uomo ha potuto dare ordini agli altri ed essere da questi obbedito.

Un individuo non assassina per il piacere di assassinare; se uccide è perché esso stesso è stato ucciso. Il regicida uccide il re, perché il re lo ha ucciso nella sua Libertà; l’amante uccide il marito, perché il marito l’ha uccisa nel suo amore; l’insorto uccide il governo, perché il governo lo ha ucciso nel suo diritto di vivere; il bracconiere uccide le guardie, perché le guardie lo hanno ucciso nel suo diritto di caccia. Per generalizzare, la minoranza uccide la maggioranza, perché la maggioranza l’ha schiacciata e privata di tutto quello che è necessario per vivere.

Io non faccio eccezioni per questi pazzi orribili come [Louis Auguste] Papavoine e [Pierre François] Lacenaire, che trovano la loro voluttà nell’uccidere dei fanciulli. Nell’ordine morale come nell’ordine fisico, i mostri sono i prodotti delle razze degenerate. L’alleanza sociale civilizzata produce l’Ingiustizia, l’alleanza coniugale civilizzata deve produrre la Mostruosità. Che cosa possono formarsi, se non dei mostri, nelle viscere di esseri che soffrono come noi e che raddoppiano la loro sofferenza col matrimonio? La più gran parte fa soffrire la fame e il disprezzo ai parenti, i fanciulli si vendicano più tardi con la sete di sangue e di barbarie. Perché due calamità si sono sviluppate con gli anni: la fame si è convertita in sete, e il disprezzo in crudeltà. Esigeremmo noi, per caso, da genitori che la società fa morire, che insegnino ai loro figli ad amare questa società? Esigeremmo da quelli a cui a stata rifiutata ogni istruzione, che diano ai loro figli delle lezioni di tolleranza e di carità? Organizzazioni così notevolmente feroci come quelle di Lacenaire e di Papavoine sono state concepite dalla Miseria e allevate dalla Vendetta; esse sono le espressioni potenziali di queste coppie diseredate ma ribelli che subiscono l’ingiustizia senza mai accettarla; sono gli strumenti della loro giustizia. Sono convinto che si troverà tutto ciò se si risale nella genealogia dei grandi assassini.


Non accetto nemmeno le false distinzioni che vengono create dall’ipocrisia, dall’ignoranza e dalla paura. Così respingo ogni differenza tra l’ordine politico e l’ordine sociale e così riconosco solo un tipo di crimine, che abbia avuto per causa motivi politici o motivi particolari. Se è un delitto uccidere un uomo, è allo stesso modo un delitto uccidere un re; se è un delitto turbare l’ordine di una famiglia, lo è ugualmente turbare l’ordine di una società. Io dichiaro altrettanto coraggioso, logico e meritevole il bracciante che assassina il suo proprietario, dell’uomo politico che uccide il primo dei funzionari. I tribunali non fanno nemmeno loro differenza tra il crimine dell’uno e il crimine dell’altro. I tribunali ed io siamo più logici dei repubblicani costituzionali. Perché si è trovato in Francia, nel 1848, un governo provvisorio repubblicano, così poco capace di generalizzare, così ignorante delle cose sociali, così codardo da sopprimere la pena capitale in materia politica e di conservarla per i reati ordinari. O riconoscete che vi è sempre un delitto, quando l’assassinio è provato, e che voi avete il diritto di fare morire in tutti questi casi; o riconoscete che non c’è mai delitto, e che mai potete condannare a morte qualcuno. La questione non è suscettibile di divisioni né in materia criminale, né in filosofia.

La scienza sociale è un albero di cui tutte le altre scienze sono delle efflorescenze, e le parti di un albero non possono vivere staccate dall’insieme. L’ordine politico è l’espressione dell’ordine sociale; è forse indipendente per ciò? Per mettere meglio in rilievo l’assurdità di questa distinzione, si può dire: la politica di una società non fa forse parte della società stessa? Forse la fisionomia di un uomo non è parte dell’uomo stesso?

Una lunga malattia del corpo umano, risparmia forse un solo organo? Allo stesso modo se l’organismo sociale è malato, potrà il sistema politico essere sano? L’uomo è uno, la sua vita è una, la sua morte è una. Voi non potete decapitare un uomo politicamente, purtroppo lo decapitate molto organicamente; non esistono due modi di lavorarsi un condannato; domandante a [Charles Henry] Samson [il boia]. Allo stesso modo non potete decapitare la società politicamente, senza farla morire nel suo organismo. Vedete bene che la natura reclama contro la vostra distinzione. Riconoscete dunque, con la più ristretta minoranza, che il delitto non esiste; oppure, con la più gran maggioranza, che il delitto è dappertutto. Non ammettete più circostanze attenuanti né motivi politici. Siate uomini liberi, oppure procuratori del re; non siate uomini condizionati e provvisori.

Un’altra prova che queste delimitazioni sono impossibili, puerili, piene di pericoli e di errori, è data dal fatto che il partito che si trova al potere le interpreta a favore delle sue malvagie passioni. Quando vuole la testa di un uomo politico sotto la repubblica francese, la prende senza inquietarsi della costituzione repubblicana. L’assassinio del generale Breat fu un delitto politico o un delitto ordinario? Ditemi quale era la tendenza del governo, e vi risponderò senza aver bisogno di conoscere i decreti che regolano la materia. Di qual natura fu il delitto di Montcharmont? un delitto ordinario; – perché il gendarme è, in base al corpo, un uomo come noi; – un delitto politico; – perché, in base all’uniforme, il gendarme è uno schiavo, né più né meno del re. L’una e l’altra di queste opinioni si sostengono molto facilmente. Per essere un buon procuratore del re, basta parlare molto e non ragionare mai.

Giudici, non dite più che voi giudicate, dite che vi vendicate.


Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Questo albero estende le sue radici sotto i nostri piedi; quando vi pende un livido frutto, questo frutto cade e marcisce per terra. Questo albero non ha fogliame, gli uomini non possono riposarsi sotto la sua ombra.

Nei nostri tempi di vendetta, ogni partito stanca la bilancia della giustizia fino a farla diventare folle, la spada delle leggi si è spuntata su tante teste che non taglia più, ma sega. Colui che domina sulla ghigliottina non è più sicuro di colui che geme sotto il coltello.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

La magistratura ha il suo lato gradevole, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Sarebbe troppo vantaggioso vivere sempre bene facendo morire gli altri, essere sempre onorati gettando l’ignominia su tutte le teste. Sarebbe un vero paradiso in terra e la strada del palazzo di giustizia sarebbe affollata di candidati. Ma i giudici non sfuggono alle vendette che si attirano più di quanto i medici non sfuggano ai contagi che affrontano. Tutto passa sulla terra. La presente generazione vi venera; chissà la sorte che vi riserverà domani? Che cosa diventerete nell’umanità futura?

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Non sapete che il fulmine gioca con l’erba dei campi, mentre spezza i grandi alberi? Nei giorni di rivolta, non sono le teste dei piccoli che sono in pericolo di morte, ma le vostre che coperte dal tocco rosso attirano la rabbia dei partiti. Voi avete insultato, disonorato, sporcato; avete lanciato grida di morte contro gli altri; grida di morte si lanceranno contro di voi. Quale codice vi proteggerà quando non vi saranno più codici? I fanciulli vi copriranno di fango e vi grideranno: giudici fate rispettare la santità della magistratura. Gli uomini del popolo getteranno per terra il vostro cappello e diranno: giudici, vogliamo venerare i vostri capelli bianchi. Le donne bagneranno camicie nel sangue, per gettarvele addosso, e vi si condurrà a piazza di Grève, e si griderà: giudici, voi che siete saggi, scrivete la vostra sentenza.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Essi non si fermeranno! La civilizzazione persevererà nella violenza anche se ha coscienza della propria ingiustizia. Volete che venga a farvi la confessione dei suoi errori e che vi domandi l’assoluzione? Volete che il suo governo vi dica: abdico ai miei privilegi perché l’umanità sia felice? Quando si è visto che un padre confessa i suoi torti al figlio, un maestro al suo allievo, un prete a un laico, un agente di polizia a colui che deve arrestare! Tutta questa gente sono governanti, e vi è un istinto di conservazione tanto sicuro nel governante che nell’uomo. Più il potere si sente minacciato, più diventano formidabili gli apparati di cui si circonda. In tempo di rivoluzione, quando è più vergognosa del suo ruolo e più incerta del suo domani, la magistratura dispiega maggiormente il suo zelo e il suo terrore. Quale giustizia volete attendervi da uomini che non hanno che uno stomaco, una vanità e un posto che soddisfa l’uno e l’altra? Essi non si fermeranno!

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Innaffiatelo di sangue, il sangue riproduce i liberatori; concimatelo di carne umana, brucerà meglio un giorno; non fate riparare la lama, l’acciaio farà più rumore stridendo sulle teste. Non perdete l’esercizio, mantenete gli uomini in un terrore salutare. Datevi da fare dunque, ne va della vostra vita; basta parare colpi, bisogna assestarli. Scovate i colpevoli, inventatene; vi bisognano. L’entusiasmo dei [L. de] Marchangy e dei Fouquier-Tinville sarà forse scomparso tra di voi? Siete diventati fiacchi, non avete più ambizione, i vostri nomi resteranno sommersi in una deplorevole oscurità. Bisogna che essi diventino celebri al fine che l’odio del popolo si personifichi in qualcuno, perché sfortunatamente, il popolo non riesce a odiare che le persone.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Uccidete regolarmente, quotidianamente, da gran signori. Uccidete perché non vi salutiamo, perché vi rifiutiamo il diritto del fodero, perché la nostra faccia non vi piace. Uccideteci per complicità morale, perché ciò vi conviene, per prendere bagni di sangue. Ecco cosa è veramente nobile, ecco cosa significa uccidere per amore dell’arte, ecco ciò che dimostra il vostro grande potere, e che rende furioso il popolo! Andiamo! sfidate la folla. Gli Jeffery e gli Hebert erano artisti, voi non siete altro che morti di fame.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

“Il cattivo persegue di regola l’afflitto, ma la sua violenza ricadrà sul suo capo”.

Giudici, quando il governo rimette nelle vostre mani, perché vengano giudicati e condannati, uomini come Barbès e Montcharmont; – quando vi si permette di torturarli con un tono di autorità e un’arroganza di modi che nulla giustifica; – quando siete tracotanti, attaccabrighe, litigiosi, iracondi a freddo; – quanto essi sono belli, arditi, sobri di parole, risplendenti di fierezza; – quando vi gridano: “Scotennateci, non ci abbasseremo a difenderci”; – quando parlate per accrescere la vostra reputazione, ed essi combattono per conservare la testa:

Per chi è la gloria? Certo non per voi. E per chi è la vergogna? Certo non è per loro.

Per chi è l’uditorio? Per loro. Per chi la Forza pubblica e gli sporchi uscieri? Per voi.

Per chi le speranze del pubblico? Per loro. Per chi quella del carnefice? Per voi.

Chi è vanitoso nella sua vigliaccheria? Voi. Chi è semplice nel suo eroismo? Loro.

A chi il cuore delle donne innamorate? A loro. A chi quello delle donne vendute? A voi.

Per chi le braccia degli uomini liberi? Per loro. Per chi il randello degli scannatori? Per voi.

Chi è obbligato a schiacciare le manifestazioni pubbliche; chi spiega la forza per fare rispettare la giustizia? Chi ha paura della luce, dell’eloquenza ispirata, delle vere testimonianze? Chi viola i diritti della difesa? Chi insulta e massacra impunemente?

Chi tira la corda? il carnefice: – è questione di un secondo. – Chi la prepara, la passa e la ripassa intorno a un collo? Chi ingrassa la macchina, chi fa rilucere il delitto e il coltello? Chi fa la toletta del condannato? Chi lo mostra al pubblico per mesi interi? Chi lo tira per la testa, chi lo lega? Chi s’indigna sul suo scanno, protetto da un picchetto di soldati, dalla figura rivoluzionaria del Cristo, oh profanazione! e troppo spesso, dal silenzio del popolo? Chi passa degli anni ad apprendere questo mestiere? Voi, giudici, che migliaia di madri e di fanciulli perseguono con le loro grida vendicatrici, voi su cui cade la responsabilità di tanto sangue.

Infine che cosa fate? Niente di più di quello che avrebbe fatto la morte qualche giorno dopo. Consegnate un corpo alla trasformazione fisica e un’anima alla trasformazione morale; date loro la forza respingendoli nell’universale caos. Ma voi non uccidete né la materia dell’uomo, né l’idea, eterni fermenti di rivendicazione.

“Il cattivo persegue di regola l’afflitto, ma la sua violenza ricadrà sul suo capo. Selah!”.


È la legge della morte.

Noi sappiamo tutti il posto che occuperemo sotto terra, e che vi giaceremo coricati per tutta la nostra lunghezza, e che vi dormiremo tranquilli. Ma non sappiamo se ritorneremo diritti o umiliati fra gli uomini, ignoriamo se avremo dei gran domini o soltanto appena lo spazio per muoverci, se saremo onorati o perseguitati, vincitori o vinti nella lotta sociale.

Felici coloro che muoiono per la Giustizia e la Verità!

Felici coloro che la rabbia o l’adulazione dei partiti non vogliono dissotterrare! Felici coloro che sono rimasti padroni di loro stessi durante tutta la vita! Essi non saranno disturbati nella morte.

Felice te, Montcharmont, che scuoterai la polvere dei tuoi calzari sulla soglia della nostra società.

Felice te, che sei morto per la tua propria causa, che ti sei armato e hai ucciso per ciò che tu ritenevi giusto, che non hai consultato nessuno per farlo! Tu fosti un uomo, noi siamo soltanto delle scimmie.

Felice te, moderno schiavo, più grande di Spartaco e più di Louverture. Quando i nostri pronipoti sfoglieranno le pagine della nostra povera storia, e leggeranno i grandi nomi di questi tempi, saranno disgustati. Ma si fermeranno, pensosi, su qualche ignorata relazione che ricorderà gli ultimi momenti del cacciatore della Saône-et-Loire, e diranno: quello fu veramente il primo degli uomini liberi, ed è da lui che data l’era dell’emancipazione individuale!

Felice te, che hai perduto la vita dopo aver perduto la libertà. Ve lo dico in verità, quest’uomo era un colosso in mezzo a noi. Simili ribelli non sono lasciati in vita dalla maggioranza, essi sono troppo diritti per non attirare gli sguardi della folla e per non far nascere in essa il desiderio di risorgere. Montcharmont vivente sarebbe stato un modello per gli oppressi, un rimorso per gli oppressori, una continua provocazione. Quest’uomo aveva dato un esempio troppo grande; era necessario che morisse. Hanno creduto di farlo dimenticare tagliandolo in due; hanno creduto di sporcare la sua memoria facendo cantare il suo arresto dai banditori pubblici; hanno creduto di ammorbidirlo raccorciandolo.

Ombra gloriosa! perché il tuo pensiero mi perseguita? Perché, di tutti i miei contemporanei, posso ammirare solo te? Perché, di tutte le rivolte che ci agitano da più di sei anni, la tua soltanto mi sembra innalzarsi all’altezza di una Rivoluzione? Perché, in questo mare rosso che è alimentato da tante altre vene, vado cercando sempre qualche striscia del tuo sangue?

Presentimenti sinistri, immagini di morte, cosa volete? Non posso ascoltare il canto dell’uccello dei campanili che dialoga con i morti; non posso più vedere, nel mezzo degli squadroni, il cavallo che si impenna e morde, e che il suo padrone sgozza perché ha messo il disordine nei ranghi. L’avvenire mi sembra coperto di un velo di lutto. Funeste apparizioni, lasciatemi!

Sento voci di fanciulli che mi chiamano dolcemente: “Gli uomini, dicono, non amano coloro che vedono troppo lontano nell’avvenire e troppo profondamente nei loro intrighi. Nessuno è profeta in patria, e sempre i profeti sono stati lapidati. È inutilmente che tu lavori, la tua voce sarà perduta nel deserto che la tua fierezza si è creato in mezzo agli uomini. Lascia che il tempo spazzi via questa generazione. Abbiamo usato la nostra vita per trattenerla sul bordo dell’abisso; bisogna che essa vi cada dentro e che vi si schiacci. Cessa pertanto un inutile lavoro.

“Vieni tra di noi, che brilliamo di vigore e cresceremo tra i fanciulli delle future generazioni. Spoglia il vecchio uomo, rigetta lontano da te gli studi ripugnanti, rompi con questa decrepita scienza.

“Sbrigati a morire, ti riceveremo, farai parte dei nostri giochi e delle nostre feste, svilupperai le tue facoltà con una educazione piena di cose interessanti, conoscerai la felicità di cui puoi appena parlare. Sbrigati a morire al fine di prendere parte, sotto una nuova forma, alle grandi lotte che l’umanità prepara”.

Io conosco tali voci; esse non vengono da questo piccolo mondo. Ho frequentato in ciò coloro che sono considerati i più liberi e i più fieri, ed ho trovato che si arrampicano un poco meglio degli altri. Mi sono convinto che la loro amicizia era menzogna; la loro devozione, menzogna; e che essi erano molto più alteri di potere che di libertà. I miei amici sono tra i morti.

Ed io rispondo alle loro voci: “Morti vi ammiro, i miei giorni sono contati, vi raggiungerò ben presto. La rivolta in massa conduce alla condanna in massa; quando tanti uomini rispondono di un delitto, la morte non raggiunge nessuno. Ho già subito la condanna in massa. – Ora è alla rivolta isolata che conduco la morte solitaria, la morte ignominiosa di cui voi mi avete mostrato il cammino. Non ho da cercarla e non ho da fuggirla. La mia fierezza è ribelle come la forza dei governi è logica. E quando due volontà così inflessibili si incontrano, sbocca normalmente dal loro scontro un getto di sangue.

“Non ignoro che io porto in me tutti i segni delle esistenze effimere. Amo la donna e il fanciullo, due esseri che promettono la vita nell’avvenire, ma che non ne gioiscono nel presente. Mi sono stancato in sogni di felicità infinita, nell’immensità delle contemplazioni future. Le gioie civilizzate mi lasciano freddo e non mi abbasserei a raccattarle se venissero messe ai miei piedi. Io non appartengo a questo secolo; vivo in mezzo ad esso, ma non sono mescolato a nessuno dei suoi interessi limitati; sogno l’amore più bello, le donne più innamorate, gli uomini più liberi. La mia vita di ostracismo e di solitudine non è così penosa per me come lo sarebbe per tutti gli altri. Sono morto civilmente, morto alla gioia, morto alla felicità; ma io vivo di questa morte.

“La febbre della libertà e dell’amore mi consumerà senza che possa conoscere né la libertà né l’amore. Il demone della poesia che mi tormenta mi trascinerà senza che io sappia nulla della poesia dell’avvenire. E non avrò altre risorse contro le mie angosce che di osservarle e descriverle. Avrei intravisto la giustizia e l’ordine, ma queste tardano troppo a venire per me”.

Che fare? L’uomo è lanciato contro le impressioni della vita come la pietra piatta contro le onde; non dipende da lui moderare la spinta che ha ricevuto e fermarsi dove vuole.

Felici coloro che muoiono per la Giustizia e la Verità!

È la legge della morte!


Disgraziati coloro che muoiono nei calcoli dell’interesse e nelle torture dell’ambizione!

La china degli abissi è ripida sotto i piedi dei tagliatori di borse e dei ladri di libertà. Chi oserebbe affermare che le grandi fortune commerciali e politiche non siano dovute a delitti. Montesquieu definisce delitti i colpi di Stato, Machiavelli dice che sono dei fatti. Alcuni chiamano banchiere il barone Rothschild, altri lo chiamano ladro. Lui si qualifica come filantropo.

Dal momento che la nozione di giustizia è relativa, tutti i nostri atti diventano delitti o buone azioni, secondo i governi o i pregiudizi che dominano. Ne risulta che le mani più vicine alla fortuna sono anche le più vicine alle catene, e che le teste più vicine alle corone sono anche le più vicine al patibolo.

I banchieri, come i ladri, hanno succursali, ricettatori, parole d’ordine; hanno formato una lega contro il bene pubblico. I ladri possono morire onorati; i banchieri possono morire al bagno. Il banchiere uccide con l’usura; il ladro, col pugnale. Il banchiere attacca, il ladro non fa altro che rivendicare. Il ladro è il buon ladrone.

“L’usuraio fa impiccare il borsaiolo. I piccoli vizi si vedono attraverso gli stracci. La porpora e l’ermellino nascondono tutto. Che il crimine sia coperto d’oro e la formidabile lancia della giustizia, impotente, vi si spezzerà contro. Che sia rivestito di cenci e, per trapassarlo da parte a parte, basterà un filo di paglia nelle mani di un pigmeo. Non vi sono delitti, vi dico, non ce n’è uno solo, io li assolvo tutti”. (Shakespeare – Re Lear).

Le teste reali e le teste condannate portano segni che le fanno riconoscere, un velo nero o una corona d’oro. I re e i condannati a morte sono guardati a vista; attirano solo essi l’attenzione della folla; escono preceduti da un picchetto di soldati; si grida toglietevi il cappello! al loro passaggio. I condannati di ieri sono i re di oggi. Ogni ambizioso deve saper vendere bene la sua testa.

I partiti giocano con le teste degli ambiziosi come con le teste dei papaveri; e gli ambiziosi usano le braccia dei partiti come bastoni di pioppo. Gli onori e i beni che gli uomini possono dare ai loro governanti valgono di giocarsi la testa? Io non vi sacrificherei un pezzo della mia unghia...

La società regnante cospira contro i capi partito; le società segrete cospirano contro il re. Quando sono vinti, i capi di un governo, come i capi di una cospirazione, sono condannati a morte. Essi hanno costruito sulla sabbia, il loro edificio crolla. Hanno contato sugli uomini per elevarsi e gli uomini li umiliano; essi si sono appoggiati sull’ala della tempesta, e l’ala della tempesta li ha dispersi. Credete di giocare con le fazioni, ma è con le vostre teste che giocate; tagliate quelle degli altri, aspettatevi di vedere cadere la vostra.

È la legge della morte.

Disgraziati coloro che muoiono nei calcoli dell’interesse e nelle torture dell’ambizione!


“Gli uomini diseredati sono i fanciulli della rivolta. Se ci sbagliamo tagliando loro la testa, li riabilitiamo; di che cosa si lagnano?”. Così dicono i giudici nei rari paesi dove essi vogliono accordare la riabilitazione.

Che cos’è dunque che si vuole riabilitare? Che cos’è restituire l’onore? È forse restituire il riposo a una famiglia? Rifare quello che nessuna società può rifare, cioè la Vita, sulla quale essa ha portato la sua mano sacrilega?

No; si tratta semplicemente di dichiarare al pubblico che a seguito di un deplorevole errore, la giustizia del paese ha soppresso qualcuno che non era colpevole, che essa non può riparare a questa perdita, e che ne fa sinceramene atto di contrizione. La qual cosa non impedisce alla giustizia del paese di continuare ad assassinare per diritto e per traverso. Concedere la riabilitazione all’ombra di un suppliziato, significa affermare che la società ha ritirato la sua stima a quest’uomo, quando non vi sono che i tribunali che lo hanno dichiarato infame.

Veramente, mi sento pieno di ammirazione per la giustizia secolare che vuole accordare la riabilitazione quando l’opinione pubblica e la minaccia diretta gliela strappano. Bisogna esserle grati di confessare che ha potuto sbagliarsi una volta, essa che deve restare infallibile, in qualsiasi caso, e immacolata.

Per avere il diritto di riabilitare bisognerebbe avere quello di giudicare. E chi dunque, magistrati, vi ha dato questo diritto? La forza? Allora è il bottino di un furto che voi salvaguardate. – Il consenso universale? Ma il consenso universale alla schiavitù, è lo snaturamento dell’uomo. E l’uomo non accetta mai il proprio abbrutimento; glielo si impone. Perché in tutti i contratti liberi, ogni parte esige delle garanzie che voi non avete affatto accordato al popolo. E nessuno è tenuto a osservare il contratto alla cui stipula non ha preso parte. – È la prima occupazione? E se la razza che occupava la terra prima di voi ritornasse, gli restituireste la terra? E se i magistrati che giudicavano sotto il regno precedente reclamassero i loro posti, li restituireste? Lo ripeto, né voi né altri avete il diritto di giudicare. Uomo libero, non accetto la sentenza di nessuno, perché essa implica la superiorità di colui che la rende davanti a me, quando quest’uomo e io stesso siamo uguali in diritto.

Voi siete stati consacrati giudici con la forza o con l’astuzia, subite le conseguenze della vostra confisca. Se abusate della forza, noi abuseremo della rivolta; occhio per occhio, dente per dente, e morso per morso. Noi viviamo sotto la legge dei colpi.

Vi dico che se aveste condannato a torto qualcuno che mi è caro, e che vi prendesse la fantasia di riabilitarlo, non accetterei la vostra riabilitazione. Spetta dunque a voi che vi riconoscete colpevoli di assassinio di venire a concedere, come giudici, una riparazione solenne alla memoria che voi avete disonorata? Penso che spetti a me di perseguitarvi e di esigere da voi la riparazione che riterrei opportuna, a partire dalla vostra testa fino alla vostra umiliazione.

Ciò è stretta giustizia civilizzata. Che coloro che si arrogano il diritto di decapitare rispondano con le loro teste. Ciò non è nemmeno giustizia severa. In quanto voi siete una compagnia di briganti, privilegiata, patentata ed ereditaria; fate i vostri colpi con premeditazione, complottate, sotto buona scorta e senza paura di dirette rappresaglie.

Senza attendere i reclami della voce pubblica, sempre troppo lenta a raddrizzare i torti, io comincerei, da solo e dal momento del giuramento, ad applicare la pena di morte contro i magistrati che l’hanno applicata. E siccome non si troverà nessun tribunale per accogliere la mia accusa, come io non riconosco ad alcuna riunione di uomini il diritto di giudicare, come non può essere che un problema di vendetta in una società ereditariamente proprietaria, io mi vendicherò, da me stesso, come lo riterrò opportuno.

Allora, grideranno i borghesi, il nostro ordine sociale è dunque alla mercé del primo miserabile venuto?... E se questo primo miserabile venuto è alla mercé, lui stesso, del vostro ordine sociale, della vostra sicurezza e della vostra proprietà? E se il vostro ordine sociale, la vostra sicurezza, la vostra proprietà esigono che questo miserabile sia spogliato della sua parte dei beni comuni, dei suoi diritti naturali, della stessa sua vita, bisogna dunque che egli rispetti tutto ciò? Andiamo!

Sì, borghesi, la lotta è ingaggiata in questi termini tra la società e l’individuo. Sì, ogni condannato ha il diritto di fucilare il primo giudice che trova, perché tutti i membri dell’illustrissimo corpo della magistratura sono solidali nelle conseguenze dell’omicidio legale. Noi facciamo della barbarie, voi fate della civilizzazione; io non so dove si trovi la più grande crudeltà, presso di voi o presso di noi. Dato che voi volete conservare i vostri privilegi, rassegnatevi alla guerra e al lutto in cui le possibilità di morte sono uguali per i due avversari.

Ah! siete al di sopra della natura umana; siete infallibili; siete prudenti, giurisprudenti, giureconsulti, giurati, giudici, arbitri, esperti, dialettici, retori, criminalisti, filantropi, dottori, professori, diplomati, licenziati, uscieri, cancellieri, laureati in diritto; saggezza delle nazioni, oracoli di Dio! E non vi sbagliate mai tranne che quando si tratta della testa di un uomo! E il massimo che potete fare per riparare a questo delitto, è riabilitare l’uomo condannato! Riabilitazione, ma questa parola distrugge ogni vostra giustizia. O voi condannate sempre giustamente, e allora siete realmente giudici, e a nessuno dovete riparazione. Oppure voi condannate ingiustamente qualche volta, e allora tutte le vostre sentenze sono colpite di nullità, e non siete altro che assassini, e come tali esposti ai colpi di tutti i furori.

Ricordatevi che la vendetta è cara agli uomini quanto è cara agli dèi.

Friburgo

Ciò che vi è di meglio nell’uomo è il cadavere.
I Gesuiti

I

Città devota, Friburgo, le tue colline si alzano cantando verso i cieli. Esse dicono:

Sia benedetto l’Eterno abbondante e benefattore!

È per celebrare la sua potenza che il ferro delle armi ha brillato tante volte sulle sommità del Giura, e che il torrente della Sarine ha trascinato tanto sangue.

È per lodare il suo santo nome che, Svizzeri contro Svizzeri, abbiamo ruggito come tigri. È per lui che i profili del Trient sono stati colmati di cadaveri.

È in suo onore, in sua difesa che si sono formati i fedeli battaglioni del Sonderbund. È per lui che i cantoni cattolici sono stati battuti e curvati, durante sei anni, sotto le imposte e i governi usciti dalla collera.

È lui che dà dei religiosi per governanti a coloro che lo amano.

Sia benedetto l’Eterno abbondante e benefattore!

II

Ed io dico: “Disgrazia al paese che riceve preti organizzati gerarchicamente! Disgrazia al popolo che nutre compagnie di uomini senza donne! perché questi uomini berranno il sangue delle sue vene, gli vuoteranno il cranio, gli leveranno gli occhi!

Vi sono poche città forti come Friburgo. Poche razze tanto robuste quanto la razza svizzera. Vi è poca pazienza tanto ostinata quanto quella dei cattolici del Sonderbund.

Ma a che servono i bastioni alle città dove abita il tradimento? A che servono i muscoli e il coraggio dei popoli, che vengono ingannati? Le muraglie servono da prigione e da chiostri; le braccia ingrossano nei lavori della schiavitù; gli spiriti si intorpidiscono e credono perché è assurdo. Quando un popolo si è così abbandonato, esso segue la direzione che gli si impone, dovesse costargli l’inferno.

Disgrazia al paese che riceve i Gesuiti! Disgrazia ai friburghesi che non sanno che esiste una differenza tra l’uomo e le bestie domestiche! I loro padri erano condotti, essi si lasciano condurre. I loro padroni sono cadaveri; e i loro greggi, non più dei loro padroni sapranno dar loro l’esempio della resistenza!

Disgrazia al paese dove non si sente la voce dell’uomo libero!

III

Nazione pietosa, tu canti dal fondo delle valli:

Fanatismo dall’occhio seduttore, Gesuiti padri della fede, vero Dio cattolico, vi alzerà degli altari sui cadaveri di quelli che non credono.

Battezzerò i miei neonati e seppellirò i miei morti al suono delle cantiche.

I Gesuiti formano le anime dei fanciulli. Perché ogni istruzione filosofica genera l’orgoglio; e l’orgoglio spiace a Dio che si fece uomo e venne tra noi.

L’Eterno ha fatto alleanza con i friburghesi; ha spiegato il suo arcobaleno sui nostri tetti e il suo favore soffia su di noi come la brezza del mare.

La sua mano si abbasserà sui nostri nemici. Li batterà come la sbarra batte i covoni; li farà cadere come il fulmine che distrugge gli edifici fragili. Il regno dei cattivi è effimero; fortifichiamoci nella via dell’Eterno.

Le campane della cattedrale suoneranno ancora come ai giorni di Wilmergüen. Gli inni solenni risuoneranno di nuovo sui nostri magnifici organi. Il vescovo Marillet, il sant’uomo, apostolo e martire, rientrerà nella sua buona città e salirà i gradini dell’altare, vestito della brillante stola.

Alzeremo statue a [Philippe de] Maillardoz e a Carrard, gli eroi che ci condussero ai campi del martirio. Le nostre donne baceranno i piedi dei RR.PP. di Gesù.

Popolo benedetto, villa felice, Friburgo! glorifica il Dio della mansuetudine che s’inebria di sangue.

IV

Ed io dico: “Disgrazia ai popoli che non hanno il coraggio di pensare! Gli altri pensano per essi”.

Due religioni rivali si sono abbattute su Friburgo e l’hanno saccheggiata. Il dispotismo cattolico e il dispotismo protestante gli hanno levato fino all’ultimo cencio.

Essa è del Dio cattolico, dicono i Gesuiti. Essa è del Dio protestante, rispondono i protestanti. E Friburgo tace.

Città disgraziata! Non bisogna dire: “I gesuiti pensano bene, e io penso come i gesuiti”. Bisogna prendere la penna e dire: “Io penso ciò, ed ecco perché lo penso”. Bisogna prendere la spada, senza aspettare ordini e dire: “Ecco come io sostengo il mio pensiero”.

“Disgrazia ai ciechi, e disgrazia a quelli che male li guidano. La forza si rivolgerà contro l’astuzia, quando i tempi saranno maturi”.

V

Friburghesi! vedete le città che vi circondano; esse rassomigliano alle arnie delle api in mezzo alle fertili campagne. Il mattino, i loro abitanti corrono gioiosi al lavoro; la sera, si riposano e non hanno paura di essere risvegliati dal rumore del cannone.

Essi mangiano, e voi avete fame; essi bevono vino, e voi bevete acqua insanguinata; essi fabbricano orologi d’oro e tessuti preziosi, e voi sapete appena tessere con la paglia grossolani cappelli.

Il prodotto del loro lavoro gli appartiene. Scelgono e sorvegliano i loro governanti. Fanno alleanze e contratti di commercio con i popoli, secondo come conviene loro.

E voi seminate per i vostri nemici, vendemmiate per loro.

Disgrazia alle nazioni che caricano di ricchezze le tavole dei loro padroni, e che si contentano delle briciole del festino!

VI

Tutte le vecchie città sono tristi con le loro facciate di pietra nera, i loro muri pieni di lucertole, i loro bastioni crollanti e le loro strade strette.

Ma di tutte le vecchie città, Friburgo è la più triste con il grande brulicare di Gesuiti.

Dappertutto le rivoluzioni sono crudeli con le loro ondate di viventi che si strangolano e i loro cumuli di morti.

Ma di tutte le rivoluzioni, quelle di Friburgo sono le più crudeli. Gli schiavi si battono solo per cambiare padrone.

Dappertutto i preti affliggono la vista. Ma i preti in società, i preti che non hanno altra cura che lo spionaggio e la confessione, i preti che parlano a voce bassa, i preti cospiratori sono i più pericolosi di tutti.

Dappertutto il lavoro è penoso, e l’operaio è deluso.

Il lavoro più penoso è quello che viene concesso dalla carità cristiana, e gli operai più disgraziati, sono quelli che sono sottomessi ai capricci dei fannulloni.

Dappertutto la scienza è incerta e i suoi frutti sono amari.

Ma la scienza più incerta è quella che dobbiamo accettare compiuta, le cui sementi non germinano che al sole dell’umiliazione.

Dappertutto le donne partoriscono con dolore.

Ma le più disgraziate delle madri, sono quelle che non possono confessare i loro amori; e i più perduti dei fanciulli sono quelli che i religiosi sotterrano nei conventi per strapparli al mondo.

Dappertutto la nascita e la morte nascondono formidabili misteri.

Ma a Friburgo, l’uomo non conosce suo padre e non può prevedere nulla della vita futura.

Disgrazia alla nazione che crede ricevere la vita dai religiosi! I loro reni non generano che la morte.

VII

La Svizzera protestante ha schiacciato il libero esame. Uomini liberi sono stati obbligati a fucilare, giudicare, imbavagliare altri uomini. Il sangue si è mischiato al sangue. La rivolta è nata dall’eccesso di compressione.

Non era sufficiente aver abbattuto questa insensata lega che minacciava l’esistenza della Confederazione? Bisognava eternizzare gli odi? Bisognava prelevare su tutti, ambiziosi e vittime, le spese di una guerra atroce? Bisognava chiamare cari e fedeli confederati quelli che sono stati spennati e vinti? Bisognava mantenere questo sistema malgrado tutte le rivolte che determinava?

Ah! La Vendetta è un cavallo guercio, e quando il Potere lo monta, lo fa affondare nel sangue fino al pettorale.

VIII

Libertà! Uguaglianza! Fraternità!

Friburgo è proprietà di Losanna. Quando Friburgo si muove, Losanna la carica di catene. Il governo del cantone di Friburgo è una prefettura del cantone di Vaud. La voce dei cannoni di Vaud non si fa sentire da mezzo secolo eccetto che nei massacri di Friburgo! – Libertà!

È con la punta delle baionette che hanno dimostrato a Friburgo che il cattolicesimo è una religione cattiva; è con lo stato di assedio che gli hanno fatto comprendere come i gesuiti la rovinano; è con la costosa tirannia che le hanno ispirato l’amore federale! – Fraternità!

La Svizzera protestante comanda alla Svizzera cattolica. Essa fonde i turiboli e i vasi delle chiese per arricchire i templi. I suoi governanti salgono sulle sedie e schiacciano la voce dei curati. Hanno fatto di Friburgo una solitudine desolata! – Uguaglianza!

Libertà! Uguaglianza! Fraternità! In Francia, al tempo del Terrore, queste tre parole erano scritte sui muri della prigione dell’Abbazia. Gli abitanti del cantone di Vaud hanno anche essi scritto come motto Libertà e Patria! sul portone della prigione di Chillon. Gioite, prigionieri di Stato, voi siete liberi! Gioisci, [François] Bonnivard, vittima delle guerre di religione!

Schiavitù! Tirannia! Menzogna! Si potrebbero scrivere queste tre parole su tutte le bandiere moderne. Le parole sono parole: valutate gli uomini solo dai loro atti.

IX

Essi definiscono ciò un’alleanza! Derisione. Io conosco anche l’alleanza del piantatore e del negro, quella dell’Austria e dell’Italia. Meglio l’isolamento.

No, non è così che si emancipano i popoli. Non è così che si fa amare loro il libero pensiero e la libera esistenza. Da quando gli uomini non sono liberi, essi sono tristi: quelli che dominano come quelli che sono dominati.

Ed è in tuo nome, Cristo, uomo superbo che ti sei uguagliato a Dio, è nel tuo libero nome che i soldati puntano i cannoni contro le città e che i preti si appendono alle campane per suonare i rintocchi di San Bartolomeo.

Tu che ti sei ribellato contro la divinità dell’Ignoto, essi ti dipingono adesso sulle bandiere della superstizione! Tu che liberasti la donna lapidata e resuscitasti Lazzaro, essi condannano per la tua gloria le donne adultere e i poveri mendicanti! Tu che raccomandasti loro di amarsi gli uni con gli altri, essi ti chiamano Dio degli eserciti!

Persecuzione senza fine! Eternamente l’umanità si rinnova, ma eternamente anche le società innalzano croci per inchiodarvi i rivoluzionari! Oh Cristo! la corona di rose dei Cristiani è più pesante sulla tua fronte della corona di spine degli Ebrei.

X

Sono andato a passeggiare la notte nelle strade di Friburgo, erano nere e silenziose. E ho detto: “Vi sono uomini che vegliano e altri che sonnecchiano. È la sospettosa Tirannia che tiene aperte le palpebre dei primi; mentre la cieca Servitù chiude quelle dei secondi”.

Sono andato a passeggiare di mattina, e sono andato a passeggiare di sera intorno ai campanili e ai muri della cattedrale; ho visitato le fortificazioni; ho scalato le montagne; sondato i burroni. E sempre ho visto delle ombre nere profilarsi all’orizzonte. Questa gente dunque non dorme mai!

Andate nei campi, seminate il grano: essi lo mangeranno. Andate a raccogliere l’uva nelle vigne: essi berranno il vino. Andate nelle montagne a tagliare il legno a rischio della vostra vita: essi si scalderanno con esso. E voi resterete nella nudità e nella fame. I veri stranieri in un paese dovrebbero essere i padroni, ma non è così.

Quanto sei costata, Friburgo, quanto sei costata di armi e di cavalli, di soldi e di uomini, di guerre dichiarate e di ipocrite riconciliazioni! Quanto costi ancora, Friburgo! La fecondità delle tue donne è maledetta.

Non potresti un giorno rimpiazzare il colore nero del tuo stemma con un colore gioioso, blu, verde o rosso? Fin quando sarai schiava di altri, porta il lutto. Perché il lutto conviene alle donne e alle città che hanno perduto quello che hanno di più caro. E che cosa di più caro esiste al mondo della Libertà?

Ricordi di Losanna

Losanna!, e tu, Ferney! avete dato rifugio
a nomi ai quali voi dovete il vostro!
Byron

È bella, Losanna, l’orientale, con i suoi giardini sospesi, le sue fresche passeggiate e i grandi parchi che la circondano. Le sue torri massicce, le forti guglie delle sue chiese, il suo ponte colossale gettato su un torrente attestano la possente tenacia del popolo che l’abita. I Romani non ne facevano di più solidi.

Le sue case di pietra si raggruppano capricciosamente sui fianchi delle colline gigantesche, le sue tegole rosse bruciano al sole. I torrenti corrono ai suoi piedi, gli abeti stendono i loro rami sui tetti. Il cielo ha disposto per essa una bandiera così blu, il lago bagni così puri! Essa è gioiosa, la domenica, quando corre al Lemano e dà la chiave delle acque a tutte le sue navicelle.

I giovani infuocati d’amore ricercano i freddi vapori che dormono sulle acque; gli occhi languidi amano parlarsi nel grande specchio verde. Sullo stretto banco ci si stringe per occupare meno spazio, la mano che freme serra la mano che trema, l’indicibile brivido corre nelle vene. L’ideale, il sogno, gli universi: l’amata riflette tutto ciò nel suo sguardo. E questo sguardo prende per testimonio il cielo immenso, il lago profondo. Come sono lenti i battiti del nostro cuore, e com’è povero il nostro sangue quando vogliamo sentire l’infinito.

Bisogna vedere a Losanna le feste cittadine, quando i tiratori gareggiano in destrezza e le ragazze ballano il valzer nei prati fin quando le stelle impallidiscono. Presso di noi, grandi popoli, la musica militare è confiscata dai governi, si tirano fuori i cannoni solo nei giorni di battaglia. Qui è nelle feste che il cittadino si veste in uniforme e che sente le fanfare gioiose e l’artiglieria formidabile.

Ancora oggi si riconosce l’esattezza di questo passo delle fantasticherie di Jean-Jacques: “In Francia, le feste e le danze sono tristi, qualsiasi cosa si dica. Ma in Svizzera, nelle feste tutto respira contentezza e giocondità. La miseria non vi porta il suo aspetto schifoso; il fasto non vi mostra neanch’esso la sua insolenza. Il benessere, la concordia vi dispongono i cuori a sbocciare, e spesso, nei trasporti della loro gioia, sconosciuti si accostano, si abbracciano e si invitano a godere insieme dei piaceri della giornata”.

Grandi e piccoli, governanti e governati, tutti vanno alla festa; vi si portano anche le scuole pubbliche. Ognuno si sforza di preparare e di abbellire. Le guardie comunali e i gendarmi non entrano nel programma come da noi dove le solennità pubbliche sembrano fatte apposta per loro. Le assemblee popolari sono diventate per gli Svizzeri una necessità della vita; la tribuna è ancora accessibile a tutti; le manifestazioni, quali esse siano, possono liberamente spiegare i propri colori. Le luci non sono nascoste per nessuno; e quando il sole tramonta, si illumina la corona delle montagne con grandi fuochi di abete.

Il popolo di questo paese si è riservato il diritto di annullare gli atti dei suoi governanti, di cassarli esso stesso, tutte le volte che gli conviene. Certo, non vi fu mai esecutivo più impotente, più servitore, più imbavagliato di questo; e Louis Blanc non ha inventato come non ha realizzato la costituzione di Vaud del 1845. Ciò prova ancora una volta che di tutti i governi, il migliore non vale nulla. In effetti, ciò che l’esecutivo di Vaud non può ottenere con la forza, l’ottiene con l’astuzia. In questo paese, si compra un uomo corruttibile con un bicchiere di vino, e per seimila franchi di salario, un esecutore di Losanna commette tante turpitudini quanto Bonaparte con 25 milioni – senza contare i ritorni del bastone. – Non si possono frenare i governanti; che i popoli se ne convincano e non lascino mettere un piede a essi fra di loro, perché ben presto ne metteranno quattro.

Ma non è questo il luogo di dire ai governanti tutto quello che ho nel cuore.


Chi non ha sognato una casa bianca, su una china verde; in basso, un lago; in alto, delle foreste; tutto intorno, dei campi, delle greggi, delle vigne e delle strade ombreggiate; un battello sul lago, cacciagione nel bosco, un cane e un cavallo, un amore di donna nel cuore? Io ho quasi realizzato tutto ciò a Losanna e vi ho passato diciotto mesi che mi ricordo sempre con piacere. Allora credevo alla bontà di tutti, all’intimità di qualcuno, alla devozione dei capi del partito, alla prossima realizzazione della repubblica, alla simpatia dei democratici stranieri per i proscritti. Vedevo Mazzini, [Gustav] Strüve, [August] Willich, che consideravo come eroi; accarezzavo migliaia di illusioni che poi ho perso. Quello che ho sofferto per guadagnare una triste esperienza è restato il mio segreto. Per quanto possa essermi costato, preferisco non essere cieco. Un uomo avvertito vale due uomini. Ciò per quanto riguarda me stesso.

Quanto alla società, tutti i miei rapporti con essa non erano ancora spezzati. Vedevo qualche volta i miei genitori, amici politici ci visitavano di tanto in tanto; Losanna era diventata la Gand della democrazia. Ricevevo numerose lettere dalla Francia. I rappresentanti del popolo proscritto, i governanti del cantone di Vaud, i medici dell’ospedale, tutti coloro che si definiscono notabili, mi onoravano della loro considerazione; ero circondato di questa specie di stupida stima che il pubblico accorda d’ufficio a tutti gli uomini che esercitano una professione detta liberale. Le biblioteche mi erano aperte, la clientela veniva bene, la mia reputazione medica era al di sopra del mio valore, perché venivo da lontano e avevo avuto la fortuna di riuscire nelle prime cure intraprese.

Da questo insieme di circostanze favorevole ne era risultato: per il mio intimo, una relativa agiatezza; per il mio avvenire, una grande noncuranza; e per il mio spirito, una calma di cui mi compiacevo. Il nostro cuore è tanto stretto che è appena sufficiente a contenere le nostre preoccupazioni presenti e la cura della nostra persona. Ciò spiace ai moralisti, ma è così.

Per riassumere le mie impressioni su questo periodo in una frase come si deve: ero così felice a Losanna come un uomo può esserlo su questa terra dove niente è perfetto.

Come esercitai la medicina

Ero un singolare praticante quando avevo il diritto di vita e di morte su tutti i Valdesi che mi onoravano della loro fiducia. Da quando la dotta razza di Ippocrate estrae sangue dalle vene e inietta acqua nelle viscere, non vi è stato certamente un medico come me.

Io non facevo fare anticamera ai miei clienti; andavo davanti a loro e li conducevo cortesemente davanti alla porta del mio studio; ricevevo a tutte le ore e come mi trovavo; mi scusavo quando ero in ritardo e trattavo i malati come degli amici. Mai mi sono potuto rassegnare a chiedere loro dei soldi; mi accadeva abitualmente, quando ne avevo gran bisogno e quando me ne offrivano, di rispondere loro che non mi servivano. Vorrei che un amatore di questo tipo di stranezza avesse potuto vedere a quali sforzi inauditi io sottomettevo la mia immaginazione per scrivere sul mio registro, a mezzo di un segno particolare della loro fisionomia o del loro carattere, persone a cui mi sarebbe stato molto più facile chiedere il nome e l’indirizzo – ma io non osavo farlo.

In breve, mai il santo sacerdozio del bisturi e dello specolo cadde in mani tanto indegne; mai qualcuno esercitò tanto maldestramente la grande arte di guarire. Io sono tanto primitivamente inadatto al guadagno, che ho sempre l’aria di essere obbligato verso la gente alla quale rendo un servizio, per cui la ringrazio volentieri di darmi l’occasione di essere loro gradito. E mi scuserei anche se non conoscessi l’egoismo degli uomini, e se non sapessi che agendo in questo modo ci si fanno inconciliabili nemici, e se non fossi convinto della realtà di questo proverbio dei civilizzati: “I buoni conti fanno i buoni amici”. Ma io sono istruito di tutto ciò come un venditore al minuto di derrate coloniali. Me lo ripeto ogni volta e ogni volta mi sbaglio, e ammonisco me stesso per la prossima occasione. Se ricominciassi domani a esercitare la medicina sarei di nuovo lo zimbello volontario di una società che odio e che non mi ha fatto che male. Non è facile qualificare questo modo di agire; – non si tratta di devozione, e non è nemmeno egoismo; forse si tratta di rispetto di se stessi.

Da questo inusitato modo di agire ne deriva che quando fui obbligato a partire dal paese, lasciai nelle mani dei miei amici dei conti talmente grotteschi che fu loro impossibile comprendere qualcosa. Si aggiunga a ciò la delicatezza dei debitori; alcuni non mi avevano mai conosciuto; altri non condividevano le mie opinioni politiche; altri trovavano la mia condotta privata molto scandalosa. L’esiliato non è forse fatto per rendere servizio agli altri uomini e per essere ricompensato con le più grossolane ingiurie? Solo il forzato rimesso in libertà si può sfruttare più impunemente di lui.

Da ciò traggo i seguenti aforismi: Non c’è persona al mondo meno riconoscente di un malato guarito. – Aprire un credito a un cliente è rendergli un cattivo servizio. – Il medico proscritto farà bene a chiedere i suoi onorari spingendo il coltello nella piaga; questo precetto del venerabile Antoine Dubois è nella tradizione dell’illustre facoltà di Parigi. – Mettete un uomo in condizione di sentirsi obbligato, egli farà in modo di far nascere tra voi e lui dei motivi di odio e di discordia. – Si rende un servizio a se stessi e ai malati facendoli pagare in contanti. – Essere debitore di qualcuno significa dipendere da lui in una certa misura, e la natura umana ripugna a ogni dipendenza. – I vostri più mortali nemici sono i vostri debitori. – In regime civilizzato, il tipo dell’uomo onesto è l’ebreo.

A che serve negare questi assiomi come gli economisti? Riconoscerli significa fare i propri interessi, in ciò consiste la saggezza moderna.

Ciò che avevo guadagnato era quindi il frutto di nove lunghi anni di studi; ciò rappresentava un capitale accumulato di più di trentamila franchi; infine era la mia proprietà. E sono proprio i difensori della proprietà che erano miei debitori. Ma ciò è molto naturale; la proprietà che essi hanno da difendere non è la mia, ma la loro. È di una severa logica il fatto che i difensori della proprietà attaccano tutto ciò che non appartiene loro e spogliano la specie umana per causa di utilità privata. Se essi rispettassero la mia proprietà, attaccherebbero la loro. Così va il mondo attuale. Non ci sono che i rivoluzionari della tradizione che sono tanto sciocchi da rimproverare ai proprietari di attaccare la proprietà e da rispettare i beni dei privilegiati in tempo di rivoluzione. Se volete penetrarvi dell’egoismo degli uomini, esercitate la medicina: in capo a sei mesi, so benissimo cosa penserete della dottrina della devozione.

In tutte le professioni, il salario è avvilente, penoso a domandarsi, a darsi e a ricevere. Così, due uomini sono legati da una catena di denaro che li obbliga a ricordarsi costantemente e sgradevolmente l’uno dell’altro. Ma in medicina, il salario è ancora più odioso che in tutte le altre professioni. Mi sembra che tra l’uomo che soffre e quello che l’assiste nella sua sofferenza, si devono stabilire rapporti di amicizia e di simpatia del tutto incompatibili con l’idea di salario. Per quanto mi riguarda so che tutti i malati che ho curato, negli ospedali come in città, mi sono sempre stati cari perché mi guardavano con tanta speranza. Dato che esercitavo la medicina per piacere, non pretendevo di essere più meritevole di quelli che l’esercitano per dovere; li rimpiango soltanto in quanto non sono né medici né raccoglieranno durante la loro vita tante sensazioni gradevoli quante ne ho provate io per diversi anni.

Non rimasi sorpreso che i miei malati mi pagassero con l’ingratitudine: ciò è naturale. L’uomo che teme la morte o la sofferenza si aggrappa alla vostra mano che lo trattiene al di sopra dell’abisso. Dal momento che smette di avere paura, rientra in possesso della sua integrità, del suo egoismo, del suo io e si affretta a liberarsi; – l’espressione è consacrata. Una volta che si è medici non c’è bisogno di essere diplomati in amorevolezza. Non indirizzo quindi ai miei malati lo stupido rimprovero di essere stati ingrati; spettava a me di non darne loro la possibilità. In questo secolo tutte le nozioni di giusto e ingiusto sono comprese nelle colonne del dare e dell’avere.

La medicina, i medici, la Scuola, la Facoltà, l’Accademia, la Famiglia medica di oggi mi fanno orrore. Mentre tutti gli altri privilegi, tutti gli altri sacerdoti sono attaccati senza riserva, mi dispiace che questo non sia attaccato che molto timidamente, e che il suo più irriconciliabile nemico, [François-Vincent] Raspail, limiti i suoi progetti a delle riforme dirette a sostituire la sua divinità a quella di Esculapio e il suo sistema a quello degli umoristi. La medicina è l’avvelenamento; non bisogna riformarla, bisogna distruggerla come tutti gli altri monopoli. Noi non abbiamo bisogno più né di scuole né di sistemi né di oracoli né di guaritori; è ciò che mi sforzerò di dimostrare adesso, seguendo la direzione dell’assoluta negazione da cui non mi stacco mai.

Oggi non cercate medici filosofi. Troverete professori, dottori, ufficiali di sanità, medici di ospedale, empirici, chirurghi che sono pronti a ghermire una gamba o a suonare il tamburo sul petto di un pover’uomo; poi, dei ciarlatani, che conoscono il segreto della pubblicità; poi, economisti, che hanno imparato la tenuta dei libri in modo perfetto; poi, dei micrografi, che vi diranno da quale impercettibile buco passa tale impercettibile filo nervoso; poi, bibliotecari ed eruditi, ai quali non scappa nessun dettaglio della vita privata di Galeno. Ma non vedrete un solo medico, tra quelli che sono fieri del loro titolo, capace di capire che tutte le scienze si legano e si fecondano; che la questione medica e la questione sociale si confondono; che tutto è in tutto, come dice [Jean-Joseph] Jacotot; che non ci sono isole nel mondo dell’intelligenza, come Bacone aveva detto prima di lui. Non ne troverete uno – ancora meno nel partito democratico – che comprenda come la nozione di assoluta libertà, che è applicabile a tutto, sia ugualmente applicabile allo studio e alla pratica della medicina – che la proprietà medica deve sparire come tutte le altre, oppure le riprodurrà tutte. E tuttavia qualche medico socialista è d’accordo che la proprietà sia un furto. I medici sono i peggiori monopolisti, più vicini alla carneficina degli avvocati, perché sono più poveri. È tempo di dichiarare loro una guerra mortale.


Vi sono medici in Francia che si lagnano amaramente di essere obbligati ad assommare all’esercizio del bisturi il mestiere di postiglione e le funzioni unicamente onorifiche di sindaco del villaggio. Essi non sanno cosa sia la pratica della medicina in esilio. Nel mio capitolo su Londra vi ritornerò. Tutto quello che posso dire ora è che non auguro una così grande disgrazia nemmeno al mio peggiore nemico.

L’Elvezia”. Società democratica di studenti svizzeri

Il socialismo ha due ali,
lo studente e l’operaio.
Pierre Dupont

La Svizzera è la classica terra delle associazioni. Non vi sono Svizzeri che non appartengono a una qualsiasi corporazione, sia come operai, sia come massoni, sia ancora come ginnasti o tiratori. Obbedendo a questo potente fascino, gli studenti svizzeri avevano formato dopo il 1830 una società che teneva a Zofingen, nel cantone d’Argovia, le sue sedute annuali.

Ma, dopo i disordini politici di cui la Svizzera fu teatro nel 1847, diversi tra loro compresero che la simpatia non si stabilisce con l’accostamento degli individui ma con l’accordo dei sentimenti, e che non basta essere figli di una stessa patria per essere fratelli. A lato della società di Zofingen, aristocratica e tradizionale, si costituì “L’Elvezia”, democratica e progressista.

Questa divisione doveva prodursi. È nello svolgersi delle cose che l’ordine naturale delle vecchie istituzioni si rinnovi e che i giovani siano interpreti delle nuove tendenze. Da un capo all’altro dell’Europa, gli uomini si raggruppano intorno a due stendardi, quello del Passato e quello dell’Avvenire. La famiglia nazionale è dissolta. La patria non è più che una parola. La carta d’Europa deve essere rifatta, e la civiltà rimpiazzata. Benvenuto al Socialismo!

Inconsistente all’inizio, “L’Elvezia” diventa ogni giorno più numerosa; la sua crescita fu soprattutto rapidissima dopo gli avvenimenti del 1848. Fondata da qualche testa calda, come li si definisce, sembrava poco duratura. Dapprima vi entrarono i più arditi; poi seguirono gli spiriti retti e generosi. – Oggi gli irresoluti, le intelligenze superficiali, tutti quelli che cercano i raggruppamenti più grossi per ficcarsi dentro, accorrono a essa, e le liste delle candidature sono sempre piene. Essa è alla moda, ed è considerevole almeno quanto l’associazione rivale. È la vecchia storia dell’evoluzione delle società nuove; è inutile fermarci su ciò.

“L’Elvezia” è simpatica alla popolazione, le cui tendenze sono generalmente progressive. La gente ama vederla passare nelle feste con i suoi colori rossi e oro. Il popolo ripete a memoria i suoi canti di Libertà. Le madri repubblicane vi contano i loro figli; le sorelle, i fratelli; e gli operai, gli amici. Essa si occupa della cosa pubblica, la sua voce è nota nelle assemblee della nazione. Risplende sul paese come il giovane sole.

Al contrario, la società di Zofingen deperisce. Come i vecchi, essa vive nell’età del passato; dice delle corbellerie. Il suo berretto bianco scolorisce sui capelli dei fanciulli. Le famiglie aristocratiche dalle quali i suoi membri sono usciti non sono tanto numerose da fare folla al suo passaggio; non hanno sufficiente influenza sulle masse per conciliarne la considerazione.

Poveri ragazzi! Hanno appena venti, sedici anni e già si condannano alla morte dei vecchi; schiacciati sotto il peso di una continuità ereditaria, senza orizzonte, nella lunga notte di una sterile tradizione. Lasciate dunque finire in questo modo i vostri genitori; vecchi diplomatici, vecchi pastori, vecchi mercenari di paesi stranieri, vecchi proprietari di agenzie di pegno, vecchi pedagoghi che hanno dirozzato i gentiluomini d’Inghilterra e di Russia, e che non hanno portato altro nel loro paese che le loro vecchie ossa. Voi non siete ancora pronti per morire, e non c’è agonia più straziante di quella di rosei fanciulli che aspettano di crepare!

E voi studenti de “L’Elvezia”, non sprecate i vostri anni brillanti a distruggere pezzo per pezzo un’associazione morente. Separandovi da essa, l’avete privata della sua chiave di volta e delle sue assise; ben presto crollerà. Lasciate al tempo di fare il suo lavoro; lasciateli vivere sui loro seimila anni di tradizioni, e sulle loro sole glorie nazionali. I secoli avvenire sono il domani del vostro pensiero; avete per archivio l’universalità delle glorie umane; il mondo è la vostra patria.

Forse avreste potuto prendere un nome meno patriottico e meno latino. Esso forse vi è stato suggerito da qualche pedante universitario, e voi l’avete adottato senza riflettervi troppo. Confondetevi al più presto possibile con le classi lavoratrici, le sole che abbiano interesse a fare la rivoluzione sociale, le sole che la faranno. Non dimenticate che prima di essere studenti svizzeri, siete uomini, e giovani. Siate fieri della gloria dei vostri padri; essi hanno fatto il proprio lavoro, e poche terre hanno contribuito come la vostra al trionfo della Libertà. Ma il lavoro fatto non dispensa da quello da fare, e tanti antenati impongono dei doveri particolari.

Persuadetevi che le confraternite non sono più di quest’epoca. Gli uomini di oggi sono spinti dal bisogno del lavoro e della riflessione che li sottrae al dominio delle solidarietà e dei programmi. La vostra società si compone di elementi troppo eterogenei per durare a lungo. I giovani socialisti universali che ne sono l’anima non sono più d’accordo con i governanti, gli avvocati e i ministri che essi hanno avuto l’imprudenza di introdurre in mezzo a loro come membri onorari. Gli onori distruggono ogni sentimento di libertà e di eguaglianza. Gli avanzi de “L’Elvezia” resteranno nelle mani degli ultimi governanti. Tutto quello che ha forza e vita al suo interno si mischierà ogni giorno di più ai lavoratori rivoluzionari.


Ecco in quali circostanze divenni membro de “L’Elvezia”.

Il 24 febbraio 1850, la sezione valdese di questa società celebrava il ricordo dell’ultima rivoluzione del cantone. Era anche l’anniversario delle nostre giornate del 1848. In questa occasione, gli studenti dell’accademia di Losanna si ricordarono che Dubreuil e io, recentemente usciti dalle scuole francesi, eravamo rifugiati presso di loro. Ci invitarono, e fummo felici di andare a scambiare le nostre aspirazioni con le loro, e di attizzare il rosso incendio della Rivoluzione.

Nello studente svizzero si ritrova lo studente tedesco: stessa ospitalità, stessa semplicità spontanea, stesso carattere sognatore e fantastico, stessa riserva nei primi contatti, stessa fiducia illimitata più tardi.

La prima taverna a portata di mano è buona, basta che la tavola sia spaziosa, le bottiglie grandi, i bicchieri capienti, il taverniere poco suscettibile, e i vicini un po’ duri d’orecchio. Una volta che hanno scelto la loro sede sociale, la folgore non li farebbe sloggiare. Sembra che il loro spirito si identifichi con il posto, e occorrono motivi gravissimi per separarli dal loro oste. Più spesso è l’oste che si separa da essi.

Si riuniscono la sera e vanno avanti fino a notte inoltrata. Per loro sono altrettante solennità. Il kneip, è la vita dello studente svizzero. Vi arriva in grande uniforme, berretto e sciarpa di rigore, pipa istoriata e una bella borsa da tabacco alla cintura, dissertazione in tasca.

Il mobilio consiste in una lunga tavola letteralmente coperta di coppe, bottiglie di vino bianco e di birra. La serata è divisa in cinque o sei atti dei quali ciascuno comporta uno speciale esercizio. Il regolamento e il programma delle sedute sono religiosamente osservati. Il taverniere solo si permette di interrompere di tanto in tanto per questioni di economia domestica e con delle riflessioni più o meno adatte. Dato che il presidente parla latino, il taverniere, che non comprende questa lingua, è certamente il membro più turbolento dell’assemblea.

A Heidelberg, a Berna o a Losanna, è sempre il demone della rivolta che lavora queste giovani teste protestanti, eccentriche e ragionatrici. I discendenti di Jan Hus, di [Huldrych] Zwingli, di Lutero e di [Jean Häusgen, detto] Œcolampade sono della stessa razza, di quella che spezza le tirannie teocratiche e non può vivere senza lavorare secondo i suoi gusti, senza credere secondo la sua ragione. Sono loro che, dall’inizio del secolo, sollevano la Germania intera contro la dominazione francese; sono ancora loro che creano oggi la legione accademica di Vienna, eroica falange che porta il suo sangue e la sua testa in tutti i paesi dove si combatte per l’indipendenza.

Mentre essi perdono la vita sui campi di battaglia, lo studente francese consuma la sua gioventù nelle tristi sale da caffè o nelle insipide riunioni del gran mondo. La sua preziosa libertà, la vende bene; è avido di schiavitù, corre davanti al giogo che gli si prepara. Non cercate di distinguerlo dal commesso di bottega per l’eccentricità del suo vestito, o dei suoi costumi; egli mette il suo orgoglio nel passare per un funzionario o per un bottegaio. Non domandategli quali sono le sue opinioni politiche: pensa come la buona società; né le sue opinioni scientifiche: segue i corsi della Scuola; né i suoi gusti: osserva le mode; né i suoi amori: questa parola lo fa sorridere. Paga regolarmente la sua donna, il suo proprietario e le sue tasse di iscrizione; ama con comodo, prende il tè, fuma il sigaro per darsi un atteggiamento e la pipa per economia, quando non aspetta visite. Ha il suo appartamento in un ammezzato, ammobiliato all’ultima moda, distribuisce intorno al suo specchio le carte di apprendisti diplomatici, di ufficiali del genio, di luogotenenti della marina e di allievi della scuola politecnica. La sua più grande ambizione è di essere ammesso presso il suo deputato. Egli riceve; porta dei guanti, un ombrello, un cappello incredibile, delle scarpe verniciate e ghette color ghiaccio. Una volta al mese prende un calessino in affitto per fare il giro delle sue conoscenze. Le sue maniere sono distinte, la sua conversazione deliziosa, il suo solino corretto. Raccomandazioni importanti, esami molto soddisfacenti, concorsi notevoli, giovane pieno d’avvenire: arriverà. Egli non si occupa di scienza sociale; è problema da sciocchi. Egli diventerà l’irriconciliabile nemico di chi gli parlerà del quartiere latino, del suo luogo natale, di suo padre e di sua madre. Non si mischia con la vile moltitudine. Troverete sulla sua tavola la Confession d’un enfant du siècle e un sigaro cominciato. Questo signore conserva i baffi, si cura le unghie, e consuma una favolosa quantità di cravatte bianche. È spiritoso, scettico, faceto, ben informato, sprezzante, di già pieno di servile ambizione e di banale intrigo. Delle sue facoltà intellettuali non esercita altro che la memoria. Non è un uomo, è una macchina a ripetizione; peggio di ciò, è uno schiavo.

Un anniversario della rivoluzione festeggiato fra gli studenti svizzeri

Confesso che i primi atti della seduta attirarono mediocremente la mia attenzione. Aborro il latino, le dissertazioni religiose e le memorie scientifiche presentate sotto una forma che ricorda troppo quella del collegio, il catechismo o la società scientifica. Pagai, ringraziando Dio, il mio tributo a tutte queste torture. Così aspettai con impazienza che il presidente aprisse il quarto atto consacrato ai discorsi politici e ai brindisi; volevo conoscere le idee della giovane Svizzera. Fino a quel momento fui di una distrazione scandalosa, e non sentii altro che la voce del taverniere che diceva:

“Ascoltate, la brezza agita le foglie della vecchia quercia; le greggi rientrano; il pescatore del Lemano ripiega la sua vela; il vegliatore della notte ha cantato le nove sul campanile della cattedrale!”.


Dopo gli atti intermedi e obbligatori si arriva infine al quarto atto tanto desiderato. Mi ricordavo sufficientemente il mio latino per comprendere che il presidente l’annunciava.

Allora uno degli studenti si alza. Era un giovane valdese dalla fisionomia intelligente, dallo sguardo vivo. Le sue maniere erano premurose, la sua locuzione facile, i suoi gesti pieni di grazia e la sua voce simpatica. Si chiama Bidaux, è un mio amico: ne parlerò spesso.

Egli racconta le grandi pagine della storia svizzera. Comincia col rendervi omaggio, padri della libertà, eroi del Waldstætten. Ricorda la tua morte ignota, ma non meno eroica della tua vita, Guglielmo Tell!

Dice della giornata di Morgarten, dove duemila confederati schiacciarono sotto i blocchi delle rocce seimila Austriaci coperti d’acciaio, il fiore della nobiltà!

Dice della tua morte sublime, immortale Winkelried, nei campi di Sempach. – L’esercito svizzero si infrangeva inutilmente contro una muraglia di armature, quando l’eroe di Unterwalden gridò: “Vado ad aprire il cammino della Libertà! Fedeli confederati, prendetevi cura di mia moglie e dei miei figli”. E gettando il suo petto su tante lance quante potevano raccoglierne le sue braccia, cadde, e sul suo corpo gli Svizzeri marciarono verso la vittoria.

Egli canta le battaglie di Nœfels e di Rothenflüe, dove migliaia di Austriaci scapparono davanti a un pugno di confederati. Eterna gloria! Spaventosa carneficina!

“Chi potrebbe degnamente celebrare, egli grida, l’eroismo di quei tempi, le azioni dei Glaronnesi e degli Appenzelloesi, la gloria dei Grigioni, le giornate di san Giacomo e di Giornico, l’orgoglio e l’umiliazione di Leopoldo e di Massimiliano d’Austria! In otto mesi gli Svizzeri furono vittoriosi in otto battaglie, le loro bandiere garrirono lontane sulle rive del Lemano e del lago di Costanza; il loro nome divenne celebre in tutta l’Europa; le più grandi nazioni cercarono la loro alleanza!

“Casa di Hapsbourg, ti rivolgesti contro la tua terra natale, spergiura nei trattati, feroce nel dominio, implacabile nella vendetta; ricordati comunque di quanto pesa la spada della Confederazione. I giorni del sangue stanno ritornando. Fedele alla sua tradizione, l’Austria imperiale caccerà dappertutto gli amici della Libertà. Ugualmente fedele alla sua, la nostra Repubblica spezzerà le corone sui crani eburnei dei reali d’Europa. Disgrazia alla casa d’Austria!”.

Egli continua: “Carlo il Temerario era un potente signore. Sui due versanti del Giura, sulle rive del Lemano e i bordi del Rodano, il suo nome era famoso. Volle sottomettere la Confederazione. – ‘Cosa vieni a cercare presso di noi? gli dissero gli uomini di Schwitz. Noi fondiamo soltanto il ferro, e non abbiamo paura della morte’. – Tuttavia egli venne alla testa di sessantamila guerrieri. Sulle alture di Grandson spiegò la sua armata risplendente. Dal mattino, gli squilli delle trombe precedettero il silenzio della morte. Quando brilla il sole di mezzogiorno, l’esercito svizzero, forte di ventimila uomini, si slanciò tutto insieme nella mischia sanguinosa; le mazze risuonarono sugli elmetti, la lancia urtò la lancia, i solchi furono colmi di sangue. I Borgognoni trascinarono Carlo il Temerario nella loro fuga. La sera, gli echi del lago di Neuchâtel ripeterono gli accenti di vittoria della tromba d’Uri.

“Ma ciò non basta. Desideroso di vendicare la sua sconfitta, il duca ritornò in seguito con un esercito due volte più numeroso, incontrando i confederati sui campi di Morat. Fu uno scontro immenso; la terra risuonò fin nelle sue viscere; venne cosparsa di morti. Carlo il Temerario sfuggì appena; rientrò a Ginevra, coperto di vergogna, con quindici uomini di scorta. Questi uomini raccontarono nei loro paesi la grande battaglia; le ragazze di Borgogna piansero i fidanzati, e dall’altro lato del Giura si venne a sapere che gli Svizzeri erano invincibili. La cattedrale di Berna conserva ancora la tenda sontuosa, l’abbigliamento ducale e i diamanti preziosi che furono raccolti quel giorno. Con le ossa e i crani dei Borgognoni, i cittadini di Morat costruirono un ossario per ricordare ai prìncipi che è pericoloso minacciare la Libertà dei popoli!


“Dopo ancora mezzo secolo, un altro esercito attraversò il Giura, sotto la guida del più grande condottiero del suo tempo. Aquile d’oro planarono nelle regioni dove gridavano le aquile fulve. Bonaparte dominava in tutti i palazzi d’Europa. Solo i montanari delle Alpi e dei Pirenei gli resistevano fino alla morte, disputando alla tattica militare le solitudini dei padri.

“E chi potrà quindi strappare dalle nostre mani lo stendardo della libertà? Chi dunque fonderà una dinastia tra queste montagne? Non vi sono che le aquile, i camosci e noi che possiamo allevarvi le nostre famiglie; l’albero del dispotismo non prende radici; quando si trapianta, muore.


“Vi sono anche tra di noi uomini che tradiscono. Essi hanno fondato la loro fortuna sull’ingiustizia, e vorrebbero conservarla con la schiavitù; vorrebbero consegnarci all’Austria, alla Francia o all’aristocrazia di Berna. Ma che essi si ricordino il risultato delle cospirazioni dei nobili di Lucerna, di Zurigo, di Soleure, di Berna e di Friburgo, e tremino!...


“Essi vogliono scatenare la guerra, ma non conoscono la guerra del diciannovesimo secolo. Contano sui loro soldati; noi contiamo sugli uomini liberi di tutta la terra. I trionfi della Forza durano poco”.

“Viva la Libertà!” risposero tutte le voci.


Vi fu un nuovo intermezzo. Uno studente di Berna cantò: “Brindiamo, vuotate le coppe! il cozzo dei vetri rende l’uomo gioioso. Il buon svizzero fa il buon vino, e il buon vino fa il buon svizzero. Vigore e sobrietà non camminano mai insieme. Presto berremo la birra schiumosa nei crani dei nostri nemici. Lo studente libero deve saper ben fumare e ben bere! Brindiamo!”.


Poi Dubreuil ottenne la parola: “Studenti de ‘L’Elvezia’, disse, amici e fratelli, ho trasalito di allegrezza al racconto dei vostri gloriosi annali. Lasciatemi raccontare le lotte meno colossali senza dubbio, ma forse altrettanto utili. Voglio parlare di quelle che le scuole di Francia sostennero contro i nostri ultimi dispotismi. Il sangue di un uomo vale quello di un altro, e quale che sia la terra su cui è versato, la Libertà piange un figlio e gli assicura un ricordo tra le nazioni.

“Venti anni fa, prima di questo regno di corruzione e di fango che annega nell’orgia la gioventù francese, i nostri studenti erano diversi da quelli di oggi. Sapevano maneggiare le armi, e quando la mitraglia grondava nelle strade, andavano a prendere aria. Era il tempo in cui, liberi dei pregiudizi della moda, i giovani erano bravi, galanti e forti. Cantavano gioiosi ritornelli e non ingannavano le povere ragazze.

“Il potere li temeva. Il loro quartiere era solcato di formidabili associazioni le cui ramificazioni si estendevano nelle province e all’estero. A quell’epoca, essi potevano, con un segno, fare tremare tutte le teste coronate. Erano onorati. In qualsiasi posto gli uomini sono stimati secondo l’abito che portano. Quando si solleva contro il potere, l’operaio fa dell’egoismo; lo studente della dedizione. Ecco ciò che dice la folla, e circonda con la sua considerazione gli studenti vestiti bene.

“Il 27 luglio 1830, il sole fu listato di sangue. Una cornacchia fece cadere sul duomo del Pantheon un ramo di cipresso. I soldati e gli uomini del popolo furono risvegliati dalla chiamata delle guerre civili. Gli studenti vestirono i loro vestiti della festa e corsero a morire: – alla morte, la fidanzata nera, più puntuale che all’appuntamento d’amore. – Essi sollevarono i pesanti stendardi: i loro corpi vi caddero sopra ma le loro anime vennero raccolte dalla Gloria che passava in quel momento nel cielo. Una colomba depose sulla bandiera delle Tuileries un ramo d’ulivo.

“Il prestigio delle scuole di Parigi aumentò. Dappertutto si parlava delle loro lotte e della loro esistenza avventurosa. Quando gli studenti ritornavano ai villaggi, al tempo delle vendemmie, le ragazze preparavano corone di pampini. Quando gli operai li incontravano stringevano loro la mano. Spesso la domenica, i sobborghi dei lavoratori salivano al Quartiere Latino per scambiare promesse d’alleanza. Quando i repubblicani condussero, attorno alla colonna di Luglio, la loro pietosa processione, gli studenti vi giunsero portando in mano la corona dorata degli immortali. – Purtroppo le parole sono fragili come il vetro, e il vento le disperde come sabbia.

“Per quasi dieci anni, ogni volta che il potere uscito dalle barricate tentava un nuovo tradimento contro il popolo, gli studenti spiegavano le loro bandiere sulle piazze delle scuole di diritto e di medicina. Poi, cantando gli inni della Repubblica, discendevano sull’altra riva della Senna, accolti da unanimi acclamazioni. Spesso il loro intervento prevenne l’effusione di sangue, spesso arrestò il potere e il popolo alterati di vendetta. Le Scuole erano diventate la Provvidenza di Parigi; esse portavano agli accusati repubblicani l’appoggio della loro influenza, e le condanne politiche erano altrettanti trionfi per la democrazia. I soldati erano stanchi di molestarli senza risultato; l’ostinata provocazione della polizia falliva anch’essa contro la loro credibilità e la loro ottima intesa.

“A Lione, nel 1831, due giovani, da poco usciti dalle Scuole, guidarono il formidabile esercito dei proletari che scrisse sulla propria bandiera: ‘Del lavoro o del pane’, terribile motto! A colpi di spada furono vittoriosi, e durante qualche giorno la città riconobbe il loro potere. A colpi di lingua e di penna, furono sconfitti, e l’autorità rientrò nella città ribelle, cannoni rotolanti, micce al vento, baionette in canna, non promettendo più nulla alla moltitudine sovrana dal momento che aveva abbassato i ginocchi.

“Nelle lotte sanguinose che la Repubblica e il Regno scatenarono a Parigi e a Lione nel 1834 e nel 1836, gli studenti fornirono eroi, morti e prigionieri. Questi ultimi soffrirono molto più a lungo degli altri; comparvero davanti ai giudici, a testa alta, sguardo infiammato, braccio destro teso. Li fecero vergognare della loro apostasia e della loro sanguinosa vigliaccheria. Tremanti di rabbia e di paura, gli esecutori reali sfogliarono i vecchi codici e applicarono le pene più lungamente torturanti: la deportazione a vita, la morte civile; ordinarono che i loro nomi venissero affissi sui patiboli di piazza di Grève.

“Nel 1839 ancora, furono degli studenti, il grande Barbès, Martin Bernard, uno dei più intelligenti tipografi di Parigi, e Blanqui, il prigioniero di Stato, che condussero attraverso Parigi questo pugno di congiurati che la fece tremare per ventiquattr’ore. Barbès fu condannato a morte, e già la sentenza stava per essere eseguita, quando alcuni studenti discesero e lo strapparono al carnefice. Questo fu l’ultimo atto collettivo della democrazia delle Scuole.

“Polizia dallo sguardo losco. Corruzione puzzolente, voi riuscite in tutti i compiti abbandonati dalla Forza. Come sarebbero potuti restare generosi gli studenti in mezzo a una società mercantile? Come, generati da padri borghesi e nutriti da madri borghesi, avrebbero potuto evitare la cancrena della loro nascita? Come avrebbero potuto resistere sempre agli agenti della seduzione che li tentavano nell’ombra? Da lungo tempo la polizia seminava i suoi segugi nei loro ranghi; ogni giorno essa mercanteggiava parecchie coscienze, ogni settimana ne acquistava qualcuna, evitando lo scandalo, arrampicandosi in silenzio. L’infame lavoro portava i suoi frutti; il segreto delle riunioni era tradito, la solennità delle procedure sporcata con vergognose defezioni; i meno energici si ritiravano dalla lista. Le generazioni che venivano dalle province si mostravano di anno in anno più indifferenti.

“Si vedevano gli studenti sfilare in lunghe bande sui viali esterni, dedicandosi ai balli e agli amori banali, ubriacando le prostitute per comprarsi il diritto di ballare con loro, e attirandole nelle loro camere alla luce di uno scudo. Lungo i muri erano delle orge sporche e dei canti lubrici che celebravano la Chaumière e il Prado. Le pattuglie arrestavano ogni sera studenti avvinazzati.

“Il vecchio re Luigi Filippo era il più compiacente dei tentatori. Sorrideva vedendo che gli inni della Libertà erano dimenticati nelle Scuole, e si fregava le mani. Dapprima li fece perseguire dal ridicolo, poi dal tribunale correzionale, poi dai tribunali superiori. Gli applausi erano per le strofe grossolane, che si trasmettevano di bocca in bocca, o si stampavano, si passavano le sere d’inverno ad apprenderle. Si studiava il cancan; i vecchi studenti si guadagnavano la vita insegnandolo ai nuovi. Il manganello dei picchiatori e i processi cadevano come grandine su coloro che ripetevano una strofa della Marsigliese, innocente canzone! Gli studenti si gloriavano di ricercare l’impopolarità; si davano atteggiamenti di assistenti di notaio e di nobili rovinati. Se almeno si fossero divertiti...

“Quando scoppiarono le giornate di Febbraio che qui celebriamo oggi, le Scuole restarono mute; il risveglio del popolo fece loro paura. Soltanto qualcuno venne visto nella mischia, con la camicia sporca di sangue. Non vi fu nessuno indicato nel rendiconto dell’indomani. Quelli che erano restati a letto divennero aiutanti di campo del governo provvisorio e portarono dei bei pennacchi. Vi è un proverbio in Francia che dice: ‘Il bene arriva dormendo’.

“Dopo, la vergogna delle Scuole si è estesa come una macchia d’inchiostro sulla carta assorbente. – Il 15 maggio 1848, gli studenti perseguitarono con le loro canzonature coloro che si levarono a favore della Polonia. ‘I morti non ritornano’, cantavano bevendo. Che cosa ne sanno loro, che imparano soltanto a condannare e a tagliare cadaveri? – Nelle Giornate del Giugno 1848, si nascosero nella guardia borghese, e fucilarono i vinti, loro vicini di banco; li denunciarono anche, senza comprendere che chiedevano lavoro! – il 13 giugno 1849 furono meno spiritosi e più vigliacchi che nelle giornate della reazione; seppero appena ripetere la lezione del “Constitutionnel”. – Dopo sono morti in una troppo lunga vecchiaia.

“La Scienza, il valore, il lavoro e la gioia, tutto ciò è morto nelle scuole di Francia. L’Università è un cadavere. Noi che vogliamo vivere, ci siamo ritemprati nell’Oceano popolare, fonte di forza e di immaginazione. Oh! non vi chiudete nelle prigioni accademiche dove l’anima si dissecca, dove la fonte del pensiero si inaridisce. Vivete nell’umanità. Tutto ciò che se ne isola è condannato a morire”.

“Viva la Libertà” risposero tutte le voci.

Il taverniere si svegliò: “Ascoltate! Hanno suonato il coprifuoco. Le botteghe si chiudono. Gli ultimi rami di abete crepitano nel focolare. Il vegliatore della notte ha cantato le dieci sull’alto campanile della cattedrale”.

“Chi vi ha chiesto qualcosa?”, disse il presidente. – “Non credevo di offendervi”, rispose il taverniere.


Si ebbe un nuovo intermezzo. Uno studente di Grandson ci disse dei versi che aveva composto per la Svizzera, per la Libertà e per la sua fidanzata: “Le montagne sono l’asilo degli uomini liberi. – L’amore è nato dalla Libertà. – Gli uomini valorosi amano le ragazze delicate. – Le ragazze delicate diventano leoni nelle battaglie. – Ho tolto l’anello d’oro dal dito della mia fidanzata, l’ho fatto rilucere sul mio nastro rosso e poi me lo sono messo al dito. – E le dissi: Tu che hai la mia promessa, ti lascio per andare alla ricerca della Scienza. – Fai brillare il mio anello quando giovani più belli ti parleranno d’amore. – Tu vedrai i miei occhi nel suo risplendere”.

“Felici coloro che recitano versi quando sono giovani! Felici coloro che hanno i capelli in disordine e lo sguardo ispirato!”.


Venne il mio turno di parlare, e dissi:

“Studenti de ‘L’Elvezia’, amici e fratelli! Vi ringraziamo di averci invitati alla celebrazione della vostra e della nostra rivoluzione. Questa rivoluzione di Febbraio che ha rivolto verso di noi la sua fiammeggiante spada! Vi ringraziamo come socialisti e come uomini. Perché tutti i socialisti sono solidali, e tutti gli uomini ben presto lo saranno.

“Se mai rientreremo in Francia, diremo che ci avete fatto sedere al vostro fianco e che la coppa è passata dalle vostre alle nostre mani. E quando i popoli si renderanno visita, sarete ricevuti presso di noi come noi lo siamo stati presso di voi. La Dea dell’ospitalità rende centuplicati i doni che le vengono fatti.

“Amici faccio un brindisi alla Repubblica Universale che riunirà gli uomini divisi dall’ambizione dei despoti.

“Alla Repubblica Universale che avrà per teatro il mondo, per sostegno le nazioni, per religione la Libertà di tutti, e per dogma la solidarietà comune.

“Alla Repubblica Universale che gli uomini difenderanno, che i fanciulli canteranno, che le donne ameranno e che i vecchi benediranno.

“Alla Repubblica Universale che noi non vedremo, per la quale non possiamo che combattere. Perché l’ultimo uomo soltanto conoscerà il destino della sua specie e non ne dubiterà.

“Alla Repubblica Universale che riunirà l’Avvenire al Passato, ribattendoli l’uno sull’altro col ferro sulle reni insanguinate del Presente.

“Alla Repubblica Universale di cui possiamo vedere nell’avvenire la larga strada costeggiata di fiori, di cui possiamo seguire nel passato il sentiero stretto ripieno di scheletri.

“I vostri padri, come i nostri, vi hanno lasciato i loro. Guglielmo Tell e Winkelried, Zwingli come Erlach, Davel e Henzi, e Nicolas di Flüe, e Bonnivard combatterono per la Libertà del mondo.

“Le ossa dei morti sono divise in due parti. Una parte imputridisce nei campi di Morat e di Sempach: sono quelle dei nemici della Libertà. Le altre sono state raccolte nei templi di Berna e di Küssnacht, queste sono quelle dei suoi difensori.

“Non esiste da qualche parte – non voglio dire dove – in questa terra repubblicana, un leone di bronzo alzato alla memoria dei mercenari che difesero il trono di Carlo X? Radete al suolo questo monumento della vergogna. Cosa importa che quegli uomini fossero Svizzeri, se erano schiavi? Ritornate le loro ossa ai re che le respingeranno col piede, perché non sono più coperte da carne di cannone.

“La guerra civile si è generalizzata in tutta l’Europa. Che la Francia imperiale attacchi domani la Svizzera repubblicana, e noi divideremo con voi i rischi della guerra, fin quando la punta delle nostre spade non saranno smussate contro le teste che si curvano.

“Servire dei re significa suicidarsi!

“Studenti de ‘L’Elvezia’”! Il diritto di asilo è una conseguenza della Repubblica Universale. Disgrazia a chi l’infrange e porta la sua mano brutale sulla sua inviolabilità. Dirò tutto quello che c’è da dire.

“La giustizia è eterna; l’iniquità ricade su quelli che la commettono. Le mie parole saranno severe. Negli altri paesi esse sarebbero considerate come il grido dell’odio o dell’ingratitudine; presso di voi saranno accolte come un’opinione che merita esame.

“Due anni fa siamo arrivati fra voi, cacciati dal nostro paese per avere difeso a Parigi la Repubblica romana. Per diversi giorni abbiamo errato nel Giura, bevendo alle sorgenti e mangiando l’erba. Avevamo i piedi scorticati, fame e sete, e non sapevamo dove coricarci.

“Siamo andati dai vostri governanti e abbiamo detto loro: Voi siete repubblicani e siete degli uomini. Non vi manca nulla. Noi siamo nella più estrema miseria. Assisteteci: ciò era il costume dei vostri padri.

“E i vostri governanti ci hanno accolto senza indugi. Hanno messo delle tende rosse nelle sale di ricevimento; hanno potato le querce di Sauvablain per farne corone alla democrazia. Hanno fuso i colori dell’Ungheria, di Roma e di Venezia, e su questo fascio di bandiere, hanno scritto le parole: ‘Non si può distruggere con la forza la libertà di un popolo’.

“Hanno messo delle tende rosse nelle sale di ricevimento. Ci hanno dato i posti migliori. Seguendo l’antica usanza hanno diviso con noi la coppa del mattino; ci hanno fatto conoscere le loro mogli e le loro figlie; ci hanno fatto passeggiare nei loro campi e nelle loro vigne. Ci dissero di amarci e che le nostre persone erano sacre; e che avrebbero dovuto sradicarli dal loro posto prima di espellerci. Nessuno qui mi smentirà. Dirò tutto quello che c’è da dire. Sono vostro ospite, studenti de ‘L’Elvezia’, e voi rispetterete la mia libertà meglio dei vostri governanti.

“Ebbene, oggi, 24 febbraio 1850, mentre noi festeggiamo l’anniversario delle due rivoluzioni, questi stessi uomini che devono ad esse la loro fortuna, vendono dei repubblicani, dei proscritti! Sono gli amici dell’impero austriaco e dell’impero francese; i diplomatici stranieri strappano loro vergognose concessioni adulando la loro semplicità di arricchiti. La paura è cattiva consigliera. Ci sacrificano alla paura.

“Sì, nell’ospitale paese di Walter Fürst, a due passi dalla città di Vevey che venera [Edmund] Ludlow, vi sono uomini che hanno aperto le braccia a degli esiliati, e che ora non li riconoscono più, li insultano nei loro parlamenti e li fanno pedinare dai loro gendarmi. E nessuno di loro rinuncerà al suo salario annuale, il salario maledetto di Giuda!

“E con quale diritto ci privano dunque di questo cielo, di questo lago, di queste Alpi sublimi? Con quale diritto ci rifiutano l’aria vivificante della Svizzera? Forse tutto ciò appartiene a loro? Avrebbero posto su questa terra il timbro nero della loro autorità? E questa terra non avrebbe aperto le sue viscere? Non si sarebbe racchiusa, muggente, su degli uomini spergiuri? Le acque non avrebbero gridato: vergogna e morte! I corvi non avrebbero bucato loro gli occhi?

“Ci accusano di cospirare... E con chi? gran Dio! Sopravviviamo appena e dovremmo equipaggiare degli eserciti! – E contro chi? Contro l’imperatore dei francesi? Ah! Che abbia una lunga vita, e che ciò sia il suo supplizio! Che cos’è mai quest’uomo? L’espressione di una società senza onore e senza coraggio, che lo rimpiazzerebbe con uno dei suoi simili se dovesse venire a mancare; che lo disprezza, l’insulta e non lo subisce che per il fatto che occorre il ferro di un assassino per conservare il suo oro di ladra.

“L’acciaio dei regicidi non brillerà sotto il sole. Non ci sporcheremo le mani col sangue dei re. Questi assassinii sono inutili. Si raccolgono le corone nel fango, le si rifonde, vi si aggiustano i diamanti e le aquile. Poi si prendono delle teste nel mezzo dei prìncipi mendicanti che corrono il mondo, si passa loro un poco di olio sulla fronte, li si fa sedere su delle grandi poltrone e si insegna loro molto presto a comandare... L’orribile compito è sempre da rifare.

“Il nostro lavoro è più lungo. Ci siamo alzati all’aurora, e verrà la notte senza che abbiamo portato a compimento gran cosa. Non ce l’abbiamo con gli imperatori, ma con la società che li fa. Vogliamo scoprire le sue assise; è là che bisogna portare il fuoco e l’ascia. Due secoli non basteranno a portare a compimento la nostra opera. Non possiamo, il pugno che siamo, tagliare tutte le radici dell’ordine sociale, attaccare un cavo alla cima di San Pietro, e fare rovinare al suolo la civilizzazione come una quercia centenaria. Noi marciamo alla conquista degli spiriti e dei mezzi, siamo pescatori di uomini e cacciatori di verità. Avanziamo lentamente ma sicuramente, guidati dalla fiamma della scienza, prepariamo gli eserciti e le cospirazioni dell’avvenire; non possiamo distruggere il presente che attraverso lo studio.

“I vostri governanti sanno che noi non cospiriamo. Sanno di mentire quando lo affermano. Non abbiamo cambiato i nostri pensieri. E poi, se cospirassimo, loro non dovrebbero essere nostri complici? Tutto quello che si fa oggi nell’interesse di un popolo non è nell’utilità di tutti?

“I consigli della Svizzera si sono incamminati nella strada dell’oppressione; andranno fino in fondo, fino al disonore, fino al delitto. L’ambasciatore di Prussia ha chiesto loro Strüve e Willich: essi hanno consegnato Strüve e Willich. L’ambasciatore d’Austria ha chiesto Mazzini: essi hanno consegnato Mazzini. ‘Sono Tedeschi e Italiani, essi dicono, non sono della nostra famiglia’. – Sono repubblicani universali, sono uomini, abbiamo loro risposto, siete voi che non fate parte dell’umanità. – Ora l’ambasciatore di Francia ha chiesto noi; oggi il mercato è concluso, essi ci consegneranno domani. Ammirevole negoziato!

“Essi dicono che sfruttiamo le risorse della Svizzera: mentono. E d’altronde non è in questo paese che si calcolano le spese dell’ospitalità. Se quelli del Baden sono arrivati sul territorio svizzero senza pane, senza abiti, con i piedi sanguinanti, non era certo al servizio dei re che erano stati feriti.

“Essi dicono che mettiamo in pericolo la vostra tranquillità, che attiriamo su di voi la sorveglianza dei grandi reami? Era questo il linguaggio dei vostri padri? Chi comanda dunque nella vecchia Svizzera? Gli amici non sanno fare nient’altro per gli amici che tendere loro un pezzo di pane dalla porta di dietro? La nostra causa è quella di tutto questo popolo; quella della Libertà. E se tutto questo popolo volesse difenderla con noi e a proposito di noi contro una qualsiasi autorità, potremmo restare neutrali? Certamente no.

“Non è il popolo svizzero che dice tutto ciò. Vorrei potere interrogarlo in una grande assemblea, e so bene quello che mi risponderebbe. Sono i suoi governanti che parlano così. La logica del potere è più inflessibile di quella del platino. Imparate a combatterla domani.

“Che insorgano quindi contro la nazione, che si lancino nell’abisso vendicatore. Ma che la loro sconfitta non ricada su di essi. Noi amiamo la Svizzera, noi vi amiamo; e su qualsiasi terra dove saremo portati, le brezze del mattino e della sera vi porteranno le nostre benedizioni.

“Sarebbero perdonabili se non sapessero quello che fanno; se non avessero sentito il respiro di questa Germania il cui genio tende a riunire i popoli, e di questa Francia agitata che batte in breccia l’edificio della civilizzazione; se non fossero stati i discendenti intellettuali di Lutero, di Fichte, di Schelling e di Anacharsis Cloots; se non fossero stati i discepoli di Fourier e di Proudhon; se non si confessassero socialisti; se non fossero poveri di spirito.

“Prendete, in questo momento Thiers e la famiglia d’Orleans si dirigono verso Losanna. Essi vi si installeranno; vi vivranno tranquilli tutto il tempo che vorranno; vi saranno rispettati dai vostri governanti. Non sono forse ricchi e nobili? Non sono stati re? Non sono stati ministri? State attenti che la Svizzera non diventi una locanda, una immensa tela di ragno destinata a raccogliere scudi! Quanto a noi, schiuma della rivoluzione, maldestri che non abbiamo saputo né sfruttarla né tradirla, noi non vedremo fiorire gli alberi di questo paese al sole di primavera. Il povero è povero dappertutto; l’esiliato dappertutto è solo.

“Si vedrà la neve nel Sahara bruciante; si vedranno onde di sabbia nel letto del Lemano, e passeri sul Mont-Terrible; l’acqua dei mari diventerà dolce prima che il ricordo di questo tradimento sia cancellato!

“Noi viviamo in un tempo in cui le idee camminano veloci; saremo vecchi prima d’aver raggiunto un terzo di secolo. La guerra stanca più velocemente dell’amore; il lavoro notturno è mortale peggio del vizio. Cosa importa? lottiamo e lavoriamo; penetriamoci dell’avvenire, ciascuno nella sua strada, lasciamoci trasportare dal soffio delle tempeste. Lasciamo il riposo ai vecchi e il sonno ai fanciulli. La nostra anima è piena di un fuoco che non si spegne più; abbiamo gustato il frutto della scienza, fatale alla razza di Adamo. Che cos’è quindi la vita se non è divorata da un grande pensiero? Che cos’è la morte, se non qualcosa che ci avvicina alla Libertà?

“Faccio un brindisi alla Repubblica universale!”.

“Viva la Libertà!” risposero tutte le voci.


Il taverniere si svegliò: “Ascoltate! La fidanzata si toglie la corona di rose bianche, scioglie le sue trecce, piange. Lo sposo impaziente slaccia la sua cintura e la distende sui lenzuoli profumati. Il vegliatore ha cantato mezzanotte sulla torre della cattedrale”.

“E come sapete ciò, vecchio diavolo?”, gli venne detto. “Col permesso del Pastore”. – Il Presidente vuotò due coppe. – La seduta ufficiale terminava là. –

Due studenti di San Gallo proposero poi di eseguire il Landsfater, una delle cerimonie mistiche che sono restate nella tradizione delle scuole della Svizzera e della Germania.

Si posero tutte le lampade al centro della tavola. Tramite una lunga corda si sospese un cappello al soffitto in modo che potesse calare sulle lampade come uno spegnitoio.

Tutti i presenti si posero ai lati della lunga tavola, esattamente di fronte gli uni agli altri.

Quando tutto ciò fu eseguito, i due studenti di San Gallo presero due immensi spadoni e si posero, ciascuno dal loro lato, dietro i due individui del primo gruppo.

Misero le spade simulando un duello. Per qualche secondo, mentre durava il finto attacco, essi cantarono un ritornello triste e solenne come quello di un lamento mortuario o di un lied.

Poi, scoprendo i due che erano loro davanti, infilzarono i loro copricapo fino all’elsa delle spade.

Dietro i trenta gruppi, essi ripeterono la stessa cerimonia e le stesse parole sacramentali.

Poi piantarono al soffitto le spade cariche di cappelli indistintamente sacrificati.

Un cappello pieno di buchi nelle prove del Landsfater è la migliore delle raccomandazioni presso gli studenti svizzeri.

Allora, uno dei due prende uno dei candelieri, brucia la corda che tiene il largo cappello al di sopra delle lampade, e tutte le luci vengono spente.

All’impiedi, si fa il giro dei due spadoni carichi di cappelli. I Tedeschi cantano un coro ammirevole.

Le spade vengono staccate dal soffitto.

Si ritorna al proprio posto. I due conduttori rimettono i copricapo sulla testa di ciascuno dando due piattonate con la spada, il tutto con nuovi canti.


Mai avevo avuto tanto desiderio di sapere una lingua straniera, e mai come in quel momento la conoscevo poco. In Spagna, in Italia, in Inghilterra, avrei potuto comprendere qualche cosa; qui niente, assolutamente niente. Quanto maledii l’università di Francia e i suoi stupidi programmi, e quanto poco avevo guadagnato frequentandola! Noialtri capolavori della cultura borghese, rassomigliamo ai cani barboni che si gettano nel fiume con una pietra al collo e che sbattono inutilmente l’acqua a destra e a manca per non annegare. L’università ci getta nel mondo con una pietra al collo: la più pesante delle pietre, l’ignoranza.

Io sono curioso di approfondire i misteri. Quello a cui ero stato testimonio mi attirava moltissimo per il suo carattere grandioso e oscuro. Sognai tutta la notte di Weishaupt, degli Illuminati e delle lame di pugnale sporche di sangue. Per una settimana domandai: “Cos’é dunque questo mistero?”. Ma non ottenni la soluzione. Gli Svizzeri francesi non avevano il tempo di rispondermi; essi non ne sapevano senza dubbio più di me. Quanto agli Svizzeri tedeschi, essi tenevano molto chiaramente a conservare il segreto delle loro pratiche; la risposta del primo cui avevo chiesto era stata: “Occorre una lunga pre-iniziazione per essere istruiti in queste cose”.

Per cui ho vissuto fino ad oggi senza conoscere la chiave di un enigma che avrei voluto tanto penetrare e senza consultare i libri sacri. Ho sempre vissuto nella consolante speranza di rivedere un giorno questa cerimonia. E la rivedrò.

Voglio comunque prendermi il gusto di interpretarla per quanto possibile razionalmente. Secondo me essa significa: La guerra è fra gli uomini; – essi si battono e si uccidono; – si tolgono tra loro i vestiti, anche i cappelli; – le loro anime volano via. – I vestiti e gli attributi degli uomini morti restano per qualche tempo in riserva. – La società gira intorno cantando e parla di quelli che li hanno portati; – poi lascia cadere sulla loro memoria il lenzuolo dell’oblio. – Ma le anime ritornano, ciascuna al posto che dovrà occupare nell’umanità; – riprendono il loro sviluppo e i caratteri esteriori della nostra razza. – Durante la loro separazione dai corpi, esse sono state libere di andare dappertutto: nei cerchi formati dagli spiriti del male, o nelle sfere popolate dai geni del bene.

Quanto di vero vi è nella trasformazione, nella mistica, nell’esistenza dell’anima di cui questa società di porci non vuole sapere niente! Amo la Germania per le sue grandi credenze e per la sua sublime poesia. Quale rivoluzionario non ha sospirato per la patria di Lutero e di Goethe?

“Compagni, disse uno studente di Ginevra, il taverniere non si sveglia più; i cani hanno smesso di abbaiare nella corte. Non si sentono più che i nostri canti sulla terra addormentata. I giovani sono quelli che vegliano sull’umanità. Gloria alla vecchia Svizzera! Viva le scuole giovani! Viva la nuova Europa! Viva la Libertà!”.

“Viva la Libertà”, risposero tutte le voci.

“Sentite, disse ronfando il taverniere, il vegliatore della notte canta le due sulla torre della cattedrale”. – Era vero.


Dubreuil cantò gli inni delle scuole, ed io degli operai. Si bevve a Pierre Dupont.


Allora uno studente di Neuchâtel:

“I sogni deliziosi, dalle ali spiegate scendono sui bevitori. Le ispirazioni migliori sono in fondo a un boccale di birra o a una grande pipa di Basilea. L’uomo che non beve nasconde un cattivo destino.

“Beviamo!

“Nelle coppe di cristallo il vino rosso somiglia al sangue, e il vino bianco all’oro liquido. Che cos’è più splendido del sangue e dell’oro?

“Beviamo!

“Quando si battezza un cattolico, gli si dà l’acqua. È per questo che grida, ed è per tutta la vita di pessimo umore. Quando si suonerà per me nella fredda valle di Verrieres, mi riscalderò per il lungo viaggio con un gran bicchiere di vino di Neuchâtel.

“Beviamo!

“Il re di Prussia non lavora per noi, ma noi non lavoriamo per il re di Prussia.

“Abbiamo sventolato sulle nostre frontiere la bella bandiera rossa dell’universale Repubblica; sulle sue pieghe si staglia la croce bianca della Svizzera. Che il re di Prussia venga a sporcare questa croce!

“Il re di Prussia potrà giocare con la luna, come le bambine giocano con le arance, prima di riprendere Neuchâtel.

“II sole si coricherà nel letto del re di Prussia e non brucerà la sua augusta persona, prima che il re di Prussia riposi di nuovo sotto le volte del castello di *.

“La luna e il sole si accoppieranno prima che il re di Prussia trovi il bacio di una fanciulla in tutto il cantone di Neuchâtel.

“La pernice canterà le lodi del cacciatore prima che uno svizzero di Neuchâtel canti la gloria del re di Prussia.

“Beviamo!”.

Era tardi. Il presidente riprese la parola, e indirizzandosi a noi disse: “Fratelli proscritti di Francia, vi abbiamo accolti con tutta la sincerità dei nostri cuori e seguendo le leggi che sono nelle nostre tradizioni. Abbiamo voluto che nulla venisse modificato nella nostra seduta perché ci avevate fatto la cortesia di parteciparvi. Vi abbiamo dato la parola quando l’avete chiesta; avete detto quello che avete ritenuto utile e giusto dire. Raccogliamo le vostre parole con gioia; esse rispondono ai nostri sentimenti più cari.

“Da oggi vi offriamo di essere membri della nostra società. Se ‘L’Elvezia’ non ha dato ancora qualcosa nella lotta ciò dipende dal fatto che è ancora giovane e cammina appena. Ed essendo così giovane essa avrà più energia per lavorare all’alleanza dei popoli. Nella prossima riunione mensile, vi rimetteremo le insegne che tutti i democratici di questo paese rispettano, dimodoché dovunque vi presenterete in nostro nome sarete ben ricevuti”.


“Ascoltate, disse uno studente dei Grigioni, il bel gallo rosso ha cantato. Dalle altezze dello Splügen l’aquila piomba sulla civetta ritardataria. Il vegliatore della notte ripete le quattro sulla torre della cattedrale. È l’ora in cui i vecchi muoiono. I re stanno morendo. Viva la Repubblica universale!”.

Prego gli studenti de “L’Elvezia”, se mai leggeranno questo racconto, di non accusarmi di inesattezza. Nelle righe che precedono, non ho avuto la pretesa di aver riprodotto la loro seduta del 24 febbraio 1850. L’ho tentato, ma non vi sono riuscito. Questi tempi sono così lontani da noi, ed io fui così bruscamente separato da coloro che mi erano cari! Non ho avuto il tempo di osservare i costumi degli Elveziani, non li ho nemmeno conosciuti così come avrei desiderato. Cercando di riprodurli ho provato a non omettere niente e a niente mutilare. Ho lasciato parlare il mio cuore, e ho voluto supplire all’infedeltà della mia memoria con l’ardente espressione della mia riconoscenza. Possa io esserci riuscito!... Le tirannie passano; solo le rivoluzioni sono eterne. Verrà il giorno in cui io potrò nuovamente stringere la mano degli Elveziani che furono miei amici.

Il Lemano

1849 e 1850
Amo il Lemano e la sua coppa di cristallo.
Byron

Le acque sono discese dal cielo per darci la felicità. Esse penetrano nella terra come le arterie benefattrici, scambiano i prodotti delle nazioni, diffondono dappertutto freschezza e abbondanza. Le acque ringiovaniscono. I cieli e le colline si riflettono in esse. I pesci vi vivono felici. Le Naiadi e le Nereidi si coricano nel loro verde letto; le Ninfe si bagnano i piccoli piedi. L’uomo si tuffa nelle acque durante i calori brucianti. Io adoro il Lemano, il grande lago azzurro, che mi chiama tutte le sere d’estate.

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

Mezzanotte è suonata. La luna copre le acque con un velo di sangue, il cielo è senza nubi, la terra senza rumori; da molto tempo la neve è sparita dalle Alpi della Savoia. Il lago addormentato si lascia accarezzare dal remo come un fanciullo al primo sonno. Belle notti di giugno e di luglio, cantone di Vaud, protetto dal cielo, profumata freschezza del biancospino, vigne in fiore, foreste del Signal, brezza inebriante; mormorio della notte, silenzio d’amore! Ho perso tutto ciò.

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

La notte è caduta dappertutto. Non sento più che il rumore del torrente che precipita dalle altezze di Roværea, non vedo più che due luci delle dogane svizzera e sarda che si osservano da una riva all’altra, o che si addormentano nel fumo del tabacco, mentre le loro lampade vegliano. Sono solo sotto il firmamento, e se i cani dei proprietari non abbaiassero penserei di essere padrone del mondo. Quanti conquistatori si sono dati maggiore pena di me per arrivare alla stessa illusione!

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

La calma della natura mi avvince, mi stendo nel fondo della mia piccola barca che si dondola appena. Le più belle ore della mia vita! sogni di gioventù e di grandezza, sogni d’amore e di libertà! Sognavo, la mia anima si apriva avida ad ogni pensiero. Oggi, miserabile, ragiono e scrivo.

Svizzera adorata! perché mi hai bandito?

Insensibilmente, l’acqua mi attira, mi attira... è un invincibile fascino che essa esercita su di me; bisogna che la veda da vicino, che mi rotoli in essa, che l’abbracci. Le armonie che nascono sotto i flutti mi seducono e mi dominano. Ineffabile felicità! Ho pena per l’uomo che non sa rispondere ai vezzi delle onde increspate dal cielo, e che non comprende le loro mille voci carezzanti. Io le comprendo, le amo. I miei bagni di mezzanotte, le mie carezze al Lemano, chi me li restituirà?

Svizzera adorata! perché mi hai bandito?

Belle acque così chiare, per vedervi da più vicino mi tuffo e apro il più possibile i miei occhi. Scendendo profondamente siete verdi e riflettete un fondo di smeraldo. Man mano che risalgo, diventate blu, poi argentee, e poi dorate dai fuochi della luna. Siete simili alla vita dell’uomo quando le amare vicissitudini non turbano la sua regolare evoluzione. Dapprima la speranza infinita, poi l’amore divino, poi l’ambizione che rattrista come altrettanti crepuscoli.

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

Nel tempo dell’uragano, onde capricciose, eccovi nere o grigie, schiumanti di furore; vi inseguite e vi attaccate, folli come gli uomini che si uccidono nelle battaglie. Io vi taglio ancora con il petto, che vi conosce bene, stendo le braccia su di voi e vi dico: onde, come siete brutte così, animate dal demone della discordia. Basta, basta. Andate a stendervi sulla sabbia dorata di Villeneuve e di Cully; lasciate che le brezze del Valais asciughino la schiuma dal vostro viso; dormite in pace una dopo l’altra, come sorelle amiche. Vedete quello che guadagnano gli uomini ad eternizzare gli odi e le guerre vendicatrici.

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

Esse non mi ascoltano. Nella loro rabbia insensata mi schiaccerebbero contro gli scogli. Allora le sfuggo e per tutta la notte sento la loro voce ammutinata che mi grida: “Buonasera, buonasera! Non è una notte d’amore questa sul letto del Lemano. Facciamo un’orgia, danziamo l’infernale ronda, scopiamo, come le streghe, i piedi dei monti; avanziamo per bande gioiose tra i giunchi della piana dell’Aquila, andiamo ad accarezzare, nelle vigne di Montreux, le uve nostre fidanzate, con le quali i mercanti ci sposeranno quando saranno mature. Siamo scapigliate e gioiose. Chi non sarebbe fiero di mordere i piedi dell’orgogliosa Ginevra, di Losanna la democratica, della generosa Savoia e del pittoresco Valais? Non sei felice di abitare questo paradiso terrestre, quando tanti altri sono condannati a vegetare nelle capitali?”.

Svizzera adorata! perché mi hai bandito?

Esse continuano: “Vogliamo godere, vogliamo inebriarci. Gli uomini ci fanno talmente lavorare, il vapore è così esigente, che non conosciamo più giorno di festa. Andiamo, andiamo! Slanciamoci fino al cielo, e quando avremo baciato le nuvole, ricadremo in pioggia d’argento; corriamo dietro le piccole barche; imbrogliamo le vele attorno agli alberi delle navi, spezziamo le attrezzature, schiaffeggiamo i marinai, riempiamo, ribaltiamo questi gusci di noci. Abbiamo messo i nostri vestiti neri, siamo seccate, siamo forti, non sopportiamo più né i battelli degli uomini né gli sguardi degli astri. Inonderemo tutto, ci spezzeremo contro la Creazione piuttosto di sottometterci ancora”. – Povere onde! così parlano gli uomini quando insorgono, e tuttavia la Sommossa dalle mille teste ben presto si riaddormenta. Così parlano i Valdesi in questo momento; essi pretendono di farci restare qua malgrado i loro governanti. Si sbagliano come le onde ribelli. Lo slancio della forza si scontra sempre contro la persistenza dell’ipocrisia. L’astuto marinaio lascia battere la sua navicella dalle onde fin quando queste hanno esaurito la loro forza, in modo da poterle comandare di nuovo.

Svizzera adorata! perché mi hai bandito?

Da dove venite, onde blu? Chi vi ha radunato, povere prigioniere, in questa fredda prigione? Eravate le lacrime della rugiada della notte? Le piogge del cielo e dell’uragano? il sudore dei grandi scheletri che si piegano sotto la pesante Europa? il profumo condensato dei fiori, la linfa degli alberi, la vita della terra? Eravate il serbatoio di tutte le pozze di sangue versato nelle battaglie, schiarito dalle rocce? Se poteste parlare, onde bellissime, raccontereste le grandi lotte scatenate da Divicon fino a Dufour, ridireste le migrazioni umane che condussero successivamente sui vostri bordi l’unno abbronzato, orribile a vedersi; i giganti dagli occhi verdi, Goti, Teutoni e Cimbri; i Franchi, abili a maneggiare la lancia; i Vandali predatori, i Borgognoni civilizzatori, i Romani conquistatori; Annibale, Giulio Cesare, Attila, Napoleone, flagelli di Dio. Ci ridireste il lungo martirio di Bonnivard, l’apoteosi di Calvino, la bonarietà di [Edward] Gibbon, i pensieri della signora [Anne-Louise] De Staël, gli ultimi sospiri di [Alexandre] Calame, le grandi disperazioni dell’immortale Byron. Tutti gli artisti, tutti i malati, tutti gli uomini liberi hanno amato i bordi del Lemano.

Svizzera adorata! Perché mi hai bandito?

Lemano dalle grandi gioie, dalle terribili angosce, tu rifletti il firmamento e gli astri, e permetti al myosotis e alle falene di guardarsi nel tuo specchio; tu sei buono come tutto ciò che è bello, come tutto ciò che è forte! Vorrei ritornare al tempo in cui la collera degli dèi metamorfosava gli uomini in fiumi e in fontane, tempi degli amore di Alfeo, giorni della gioia di Esaco. Vorrei essere il fidanzato delle acque come i dogi di Venezia, e gettare nel Lemano il mio regale anello di fidanzamento!

Svizzera adorata! perché mi hai bandito?

Chi sono?

Yo contra todos, y todos contra yo.
(Io contro tutti e tutti contro di me).
Romance del viejo Ariel

Omne solum forti patria est.
(La patria del forte è dappertutto).
Iscrizione sulla casa di Ed. Ludlow, a Vevey.
[Ovidio, Fasti, I, 493]

Infine, chi è costui che scrive I giorni dell’esilio? Che il lettore se lo chieda o no, prima di prendere congedo da lui, ecco cosa ritengo importante dire allo scopo di risparmiare fastidi alle persone interessate.

Chi sono? Domanda che tutti oggi dobbiamo farci e al quale occorre rispondere senza orgoglio e senza falsa vergogna. Perché è vicino il momento in cui l’uomo non s’ingrandirà più a mezzo di trampoli e non si rimpicciolirà con gli inchini; in cui l’uomo si mostrerà per quello che è realmente: né più grande né più piccolo.

Chi sono? Problema arduo, scolpito sul frontone del tempio di Delfo, problema incessantemente rinascente che fece disperare Socrate, Platone, Cartesio e Leibniz, da tutti reputati sapienti tra le nazioni; che tormentò i nostri progenitori dell’Eden come tormenta ciascuno di noi, problema che mai uomo, per grande che sia, risolverà per tutti; perché differiamo troppo gli uni dagli altri.

L’enigma mi sembra così difficile che per risolverlo voglio seguire il metodo dell’eliminazione, caro agli spiriti pigri. Non sono né questa cosa né l’altra né l’altra ancora: dunque devo essere quella là. Sarà lungo, ma che m’importa? Che ciascuno apprenda attraverso il mio esempio a fare il suo esame di coscienza.

Chi sono? – Un poeta... No. Non vengo dal cielo come il nostro illustre poeta (nome sotto cui la confraternita democratica designa oggi Victor Hugo; – ad ognuno la sua misericordia! – Veramente i partiti sono molto evangelici, quando vi trovano il loro interesse); i fulmini non mi hanno deposto sulla nuda roccia; non mi sono bruciato i capelli nelle fiamme delle comete; la gloria gelosa non mi ha sorriso, e i miei piedi toccano il suolo attraverso la suola delle scarpe. – Romanziere?... Neppure. Metto molto tempo a scrivere un piccolo libro, mentre le opere di Alexandre Dumas riempiono le biblioteche d’Europa. – Filosofo?... Ancora meno. Non ho né maestro né discepoli. Predico la felicità, amo il benessere, le donne, il lusso e le feste; e se non metto in pratica le mie idee è perché vi sono buone ragioni per non farlo. Mentre le persone filosofanti, dal signor V[ictor] Cousin fino ai signori Louis Blanc e J[ules] Simon, respingono per principio tutto ciò che spaventa la pudibonda morale: vedete bene che in teoria e nei fatti sono tutto il contrario del filosofo. – Uomo politico?... Non vi ho mai pensato. Un uomo politico, in tutta l’accezione del termine, ha un modo di vestire e una faccia tipici, una dizione speciale, e disinvoltura verso le migliaia di uomini che suppone di comandare. Ora, io mi vesto come tutti, generalmente secondo l’uso del paese dove mi trovo; le mie maniere sono quelle volute dalla mia natura; parlo senza ascoltarmi, e ho tanta disinvoltura quanto basta per sembrare fuori posto in una riunione di bottegai e di professori di francese in Inghilterra.

Sono un sognatore, un nemico di ogni regola e misura. Passo da un pensiero all’altro, da un paese all’altro, come la rondine che lascia ai bei giorni il compito di dirigere il suo volo.

Chi sono? – Proprietario?... Mio padre lo è: è sufficiente dire che io non lo sono per nulla. – Uomo di lettere?... Pago il mio editore, e i miei libri mi hanno sempre fatto guadagnare solo nemici: questi non sono i caratteri generali dei letterati. – Medico?... Sono assertore della libertà illimitata di guarire; ritengo che le malattie passeranno come la medicina che è la peggiore tra tutte, quando vivremo secondo l’ordine e la giustizia: non so gettare la coltre di velluto filantropico sul più arbitrario dei monopoli. Non sono medico.

Sono senza professione, come i pregiudicati e i mendicanti che la polizia perseguita nelle strade. Odio il pubblico, questo spaventoso gigante che stende le sue mille braccia sull’uomo professionale e imprime il sigillo della proprietà sulla sua faccia triste. Lo sfuggo perché più di mille volte in quattro anni, di notte e di giorno, è venuto a strapparmi ai miei lavori, ai piaceri, al sonno, e mi ha reso soltanto ingiurie. Sono indipendente, come tutti dovrebbero essere. Lavoro nel momento e sotto l’impressione più favorevoli. Sfortunatamente, viviamo in un’epoca in cui le occupazioni come le mie non procurano i mezzi per vivere... quotidiana e prosaica necessità! I miei genitori me lo fanno osservare in tutte le loro lettere.

Che cosa sono ancora? – Realista, imperialista, costituzionale?... Lascio davanti alla porta dell’università l’avvilente abitudine che cercano di farci prendere, di piegare i ginocchi al cospetto di un maestro. – Repubblicano, democratico?... Neppure. Ho spiegato e lo farò più chiaramente ancora, che cosa intendo con il termine cratia che mi sembra trascinarsi dietro sempre uno spaventoso rumore di catene e un orribile odore di patibolo. – Socialista?... Meno ancora, nel senso in cui lo intendono i borghesi e i comunisti. Non sono mai riuscito a inchinarmi davanti a un Capo scuola o a un partito, fare numero tra la maggioranza, mentire nei giornali, frustare la lasciva Collera, accarezzare l’Intrigo dalla viscida pelle, rendere omaggio alla Parzialità guercia. Disprezzo questi intirizziti ambiziosi che tendono ambo le mani all’operaio, si pettinano, si vestono come lui e si credono obbligati a parlare il linguaggio scurrile dei mercati. Ci si ricordi, prima di tutto, che il popolo non ama i sorrisi forzati, che non li chiede, mentre al contrario s’insiste nell’offriglierli. Ancora una volta, non vi sono commedianti sinistri e cortigiani più vili, di quelli che lisciano il pelo alle masse.

Sono me stesso, libero, indipendente, uomo, nel senso più esteso e contraddittoriamente più individuale del termine. Mi reputo differente da tutti gli altri, e non mi paragono né per convalidare una loro superiorità, né per umiliarli con una loro relativa inferiorità. – Tu che mi hai fatto l’animo ribelle, angelo o demone, ti ringrazio!... Non mi sono mai sporcato le labbra alla tavola dei tribuni o dei prìncipi della terra, giammai la mia confidente amicizia ha cercato il loro orgoglio!...

Chi sono?... – inglese, spagnolo, belga, svizzero, americano?... Tutto ciò è buono per i passaporti; non esiste naturalizzazione di contrabbando che non mi sono liberamente concessa. – francese?... Vi fu un tempo in cui avrei scritto poesie alla colonna Vendôme e ballate alle rive della Senna con lo stesso fervore del conte Hugo (Victor). Ma ero un fanciullo e come sulla fonte battesimale pensavo attraverso la bocca di coloro che si credevano saggi.

Oggi sono cittadino del mondo, e penso che questo titolo è più grande di quello che può conferire la più orgogliosa nazione; per altro sono stato io a sceglierlo e non mi è stato dato a caso dalla nascita. Sono esiliato, cioè libero; oggi ciò può essere solo fuori della società, della nazione e della famiglia, curve sotto vergognose servitù. Che m’importa degli eserciti, delle bandiere, dei governi e della polizia! Passo le frontiere come il contrabbandiere. Non ho case o terreni per i quali devo pagare l’imposta. Lontano da me i re salgono gravemente sui troni e scendono come vergognosi mascalzoni; e dentro di me rido di questa fantasmagoria. Fuggo le chiese come le porte dell’inferno. I codici non sono fatti per me; sono fuorilegge, e preferisco ciò all’essere protetto dalla legge. Sono vagabondo, e il primo: me ne faccio una gloria. Né re né suddito: il forte è più forte da solo.

In tutti i paesi vi sono persone prese a pedate, scacciate, uccise, bruciate, senza che la voce della pietà si elevi in loro favore: sono gli Ebrei. – Sono ebreo.

Corrono le campagne dell’Andalusia uomini agili più dei cavalli, abbronzati come i bastardi di Cam, magri, selvaggi, nomadi: dei veri lupi. All’apparenza pascolano i cavalli, ma nessuno conosce veramente il loro mestiere e l’opinione comune li accusa di stregoneria. Fortunati mortali! li si giudica indegni d’essere sottomessi alle leggi degli spagnoli. Vivono e si sposano a loro modo. Nel mezzo della civilizzazione, passano piantando le tende nelle radure delle foreste. Le porte delle case sono chiuse per loro, nei paesetti come nelle città. Una generale riprovazione pesa sulla loro razza; non si conosce da dove vengano né dove vadano. Li si chiama Gitani. – Sono gitano.

Nelle montagne della Scozia e della Norvegia, tra le ginestre dell’Inghilterra e dell’Irlanda, vivono tribù di streghe che fanno parlare le divine voci di Shakespeare e di Walter Scott. Danzano nel mezzo delle brughiere, accendono grandi fuochi di agrifoglio e asfodeli, e quando viene la notte, evocano sotto la pallida luna gli spiriti dell’abisso. Li si chiama Zingari. – Sono uno di loro.

Si vedono a Parigi i gracili monelli che si nascondono, nudi in pieno inverno, sotto i ponti del canale e si gettano nelle sporche acque dove il fannullone getta un soldo. Camminano senza scarpe, sull’asfalto dei marciapiedi e dei viali; non hanno altro rifugio che i solai sotto i tetti o i portoni accostati. Il loro lavoro consiste nel rubare fazzoletti con grande destrezza o nel prendervi il sigaro col pretesto di accendervelo. Sono i Bohémiens. – Io sono un bohémien.

A Napoli i lazzaroni si sdraiano sul lastricato davanti ai palazzi ducali e si grattano la pancia al sole pranzando con un bicchiere d’acqua e un quattrino di maccheroni. – Io sono un lazzarone.

Vivono in Svizzera e in Germania persone senza fede e senza legge, senza diritti e senza doveri, di cui nessuno conosce l’origine, e che sembrano perduti nel mezzo degli altri uomini. Li si chiama Heimatloses. – Sono uno di loro.

– Ancora, se potessi, come tutti coloro senza focolare, passare le giornate all’ombra delle foreste, e la notte sotto le stelle sulle rive fiorite dei ruscelli! Ma sono stato allevato nel benessere, come i figli del bottegaio.

Vi sono dappertutto persone alle quali sono vietate le passeggiate, i musei, i caffè e i teatri, perché la crudele miseria traspare a giorno dai loro abiti. Se si mostrano in questi luoghi tutti gli sguardi sono rivolti verso di loro; per altro la polizia difende i posti alla moda. (Questo succede a Londra, nei teatri Her Majesty, Covent-Garden e Drury-Lane). Ma, più forte della polizia, il loro legittimo amor proprio si offende nell’essere oggetto della ripugnanza generale. – Sono uno di loro.

– Oh! la miseria borghese, pulita come un proletario di Whitechapel, la miseria in cappotto lucido e scarpe scalcagnate, la miseria che porta la cravatta lunga e poca camicia, e che non ride mai, e che non osa piangere! la miseria ipocrita, inqualificabile, declassata, disperata, la miseria educata, la miseria più atroce!... La miseria del pion!!! (Espressione di cui si servono i collegiali per designare il maestro di studi). Dappertutto vi sono giovani sfuggiti da tutti perché la società li rigetta, perché non sono ricevuti e non si assoggettano alle maniere del mondo. Hanno la schiena rigida e sono spigolosi, aspetto semplice: s’irritano nel brusio della conversazione. Amano i pensieri e gli abiti larghi; hanno la testa cattiva e la posizione ancora peggio. Si permettono di mettere in dubbio l’infallibilità del papa, il diritto divino, la legittimità della proprietà, la felicità della famiglia e l’armonia dell’ordine civile. – Sono uno di questi giovani.

Dappertutto vi sono giovani dai quali gli angeli della terra distolgono gli sguardi che guariscono da tutti i mali. Lo giuro sulla mia vita, può soffrire di tutto chi riempie di freddezza le graziose fanciulle che non lo consoleranno mai con una buona parola. Oh! donne, donne! ogni sera benedite vostra madre che vi ha dato degli occhi limpidi; e dell’uomo che vi amerebbe di più non guardate che l’abito. – Sono ancora uno di questi.

E va bene! Sopporterò il mio isolamento. Per uscirne non mi comprimerò i polmoni in un corsetto e non mi consegnerò, volontaria vittima, alle mani dei sarti e alle lingue dei bei spiriti dei salotti. Rotolerò solo sulla terra come una pietra lanciata dall’alto dei monti nella profondità degli abissi. L’abete cresce soltanto sui picchi più aridi; sola, l’aquila s’avvicina al sole. Solo, il marinaio combatte l’uragano; solo, l’emigrante s’incammina sotto cieli sconosciuti. Solo, il cacciatore delle montagne attende l’orsa priva dei suoi piccoli. Soli vanno il leone e la tigre; solo è il toro nell’arena spagnola. Tutto ciò che è forte non ha bisogno d’appoggio. – Al contrario, i timidi uccelli viaggiatori si pressano l’uno sull’altro per volare controvento. Le pecore si stringono insieme; il bue presenta la testa al giogo; si ficcano i capponi nelle gabbie, i porci nel letame e i prìncipi nei palazzi. I corvi si riuniscono solo sui cadaveri e gli uomini di partito sulle masse in rivolta.

Non è forse contro le querce più forti e i campanili più alti che il fulmine getta i suoi lampi? Non è forse contro il cinghiale che le tiene testa che urla la muta dei cani? Io contro tutto e tutto contro di me: e sia! accetto questa lotta e sono fiero di intraprenderla da solo, perché tengo all’onore di non essere contato nel vile gregge dei miei contemporanei. Nessuno più mi riconosce, quelli che si dicevano miei amici mi sfuggono. Non ho un soldo, un partigiano, un’intelligenza che mi sia simpatica; i miei abiti cadono a pezzi e mi rovino gli occhi alla luce di una candela da venti soldi dentro quattro mura imbiancate a calce.

Che m’importa? la mia causa è buona. Faccio apertamente la guerra all’ipocrisia dei partiti. Può essere che li obbligherò a uscire dalla cospirazione del silenzio e dal sistema della calunnia ch’essi smerciano ogni sera bisbigliando. Che parlino forte, perdio! che spieghino, che si porti tutto alla pubblicità della luce del giorno. Grido al ladro perché ne vedo molti accanto a me: ladri vigliacchi, che strappano la reputazione di un uomo, con la stessa precauzione con cui un borsaiolo strappa un fazzoletto.

Il fatto è che non sono celebre, e voglio che si dica la verità sul mio conto, nient’altro che la verità, quando mi si fa l’onore di occuparsi delle mie cose. Sono duro a scaldare come la pietra focaia, ma quando mi si colpisce con disinvoltura, si trova sempre la scintilla.

Il sangue cola solo sulle morsicature. Il tuono è padre del fulmine. Il fuoco sospira dietro il vento. Non attaccate la bestia solitaria. Non accarezzate il lupo. Non attraversate la strada dell’uomo diretto al suo scopo. Anche se esisteva in me un solo lampo di pensiero, un lievito di probità, i vostri attacchi di gesuiti mi avrebbero dato coscienza; mi avrebbero indicato ciò che posso fare, ciò che bisogna tentare; avrebbero illuminato la profondità della mia anima col tizzone della vendetta che fa gridare il sangue quando vi passa sopra.

Rabbia dei partiti, ti benedico! Ammucchia le tue collere, ordina in battaglia le tue piccole suscettibilità e le tue sinistre vendette, acuisci il sarcasmo, lancia l’invettiva, elevati se puoi fino all’ironia. Se occorre che un uomo cada lottando contro i partiti, voglio essere io, ma prima voglio lasciare nel loro fianco dardi mortali. Finché il pane non mancherà sotto i miei denti e la terra sotto i miei piedi, griderò agli uomini: diffidate dei soldati e dei Cesari, diffidate, diffidate delle persone devote!

Tu che hai dato alla tigre i terribili ruggiti, alla vipera il veleno e gli artigli allo sparviero, Satana, Dio vendicatore! ti invoco. Rendi appuntita la mia lingua e brutale la mia penna, fa’ che le mie parole passino come una clava sugli schiavi in ginocchio nella polvere.

Che il giorno dell’azione, abbia il diritto di gridare: Libertà!

E che le pietre si drizzino dietro di me, che le case crollino, che le bestie delle foreste si mostrino spietate come gli uomini per le città in preda alle fiamme.

E che la Rivoluzione, dalle gigantesche braccia, stringa il globo spremendolo, facendo sgorgare sui civilizzati l’Eterno Fuoco!!

Post-scriptum

La cosa più importante in una lettera
è il post-scriptum.

Nelle cose umane noi proponiamo e Dio dispone. La cosa è vecchia ma è sempre esasperante. Gli stampatori hanno metodi rigidi che non trovano altrove paragoni. Dunque, Dio, rappresentato dal mio stampatore, dispone che mi devo fermare proprio nel momento in cui cominciavo a fissare la mia andatura. Se il lettore è disilluso nella sua curiosità, io lo sono di più, in quanto autore, nelle mie pretese di gloria. Paragono il lettore al cavaliere indolente che segue i movimenti regolari o capricciosi della sua cavalcatura senza preoccuparsi molto del lavoro e della fatica della povera bestia. Io sono il corsiero. Che coloro che hanno visto abbattere un cavallo lanciato al galoppo con un uomo in sella dicano chi è da compiangere maggiormente, il lettore o me stesso. Io pretendo che si tratti di me.

Questo libro avrà un seguito, sempre si Dios quiere, se vuole Dio, come dicono gli Spagnoli. Il mio manoscritto racchiude troppe cose interessanti perché il mondo sia privato della sua pubblicazione. Lo si giudichi dai titoli di alcuni capitoli:


Seguito dei ricordi di Losanna – La nostra espulsione dalla Svizzera – Considerazioni sul diritto di asilo – Secondo viaggio di contrabbando –.


Londra – Mezzanotte passata. – L’Irlanda a Londra – I figli di Nettuno – La Venere cartaginese – Il culto di Mercurio – La Francia a Londra – La proscrizione – Medicina come non se ne fa – La polizia in gonnella – Due Dicembre – Tavole mortuarie – Cournet – Sulla morte – Sul duello – Emigrazione in America. [Questa parte non è mai stata pubblicata da Cœurderoy].


Spagna – La Corrida de Toros – El Prado de Madrid – Las Noches de Vervenas – Las coplas de los ciegos – Los Majos – Los Estudiantes – La funzione del due di Maggio – Terzo viaggio di contrabbando – Il Dio degli Spagnoli – Il teatro a Madrid – Una festa universale a Lisbona – Galizia – Da Vigo a Londra, a bordo dell’Iberia – Amnistia parziale – La mia prosopopea.


E una infinità di altri argomenti degni di essere trattati da me e letti da parecchia gente. Così sia!


Quando il muratore pone l’ultima pietra di un edificio, pianta in alto al tetto lo stendardo del lavoro.


Quando il mietitore ha composto l’ultimo covone, inchioda sulla porta del granaio un mazzo di spighe e di fiori di campo.


Quando ha finito il suo periodo di schiavitù, il soldato si appunta sul petto il bel nastro che tiene legato il suo congedo definitivo.


Quando il marinaio distingue le rive della patria, dispiega tutte le vele e la bandiera nazionale.


Anch’io, su questo libro completato, dispiego lo stendardo dell’Avvenire e dell’Umanità.


Perché io non sono di nessuna nazione per quanto le ami tutte; né di nessun partito per quanto potrei essere accolto da molti fra di essi; né di alcuna professione, per quanto possa esercitarne alcune.


Ma sono di tutte le nazioni e di tutte le società; sono uomo. E per quanto sfigurati possano essere oggi gli uomini, essi hanno ancora un carattere in comune: hanno del sangue. Il sangue, il rosso, è il solo attributo di libertà primaria che ci sia restato.


Quando la Guerra dai capelli crespi avrà finito completamente il suo compito, possano gli uomini tirare fuori le loro vecchie bandiere dagli arsenali vuoti, bagnarle nel sangue dei re morti, e sul loro sfondo scarlatto imprimere il tuo gran nome, Libertà!

* * *

Fine del primo volume

 
 

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Una buona parte dei libri è già accessibile in formato elettronico. Si tratta di un progetto in corso che procede compatibilmente con gli impegni e la disponibilità dei compagni che se ne occupano.