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    Introduzione

    I

    II

    III

    IV

    V

    VI

    VII

    VIII

    IX

    X

    XI

    XII

    XIII

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    XXXVI

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    XXXVIII

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    XL

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    XLII

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    XLVIII

    XLIX

    L

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    LIV

    LV

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    LVII

    LVIII

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    LXIII

    LXIV

    LXV

    LXVI

    LXVII

    LXVIII

    LXIX

    LXX

    LXXI

    LXXII

    LXXIII

    LXXIV

    LXXV

    LXXVI

    LXXVII

    LXXVIII

    LXXIX

    LXXX

    LXXXI

    LXXXII

    LXXXIII

    LXXXIV

“Me ne stavo in una Stamperia dell’Inferno, e vidi il metodo con cui il sapere è trasmesso da generazione a generazione.

Nella prima stanza c’era un Uomo-Drago, che sgombrava i rifiuti dalla bocca di una caverna; dentro, numerosi Draghi continuavano a scavare la caverna.

Nella seconda stanza c’era una Vipera attorcigliata alla roccia e alla caverna, e altre l’adornavano d’oro, d’argento e di pietre preziose.

Nella terza stanza c’era un’Aquila con ali e piume d’aria: ed era questa che rendeva l’interno della caverna infinito. D’intorno, numerosi uomini simili ad Aquile costruivano palazzi sulle rupi immense.

Nella quarta stanza c’erano Leoni di fuoco fiammeggiante, s’aggiravano rabbiosi e fondevano i metalli in fluidi viventi.

Nella quinta stanza c’erano forme Innominate, che gettavano i metalli nello spazio.

Dove raccolti da Uomini che occupavano la sesta stanza prendevano forma di libri ed erano ordinati in biblioteche.

I Giganti che diedero a questo mondo la sua esistenza sensuale, ed ora sembrano viverci in catene, sono in verità la causa della sua vita e la sorgente d’ogni attività; ma le catene sono l’astuzia di menti deboli e mansuete che hanno il potere di resistere all’energia. Secondo il proverbio, il debole nel coraggio è forte nell’astuzia”.

(William Blake, Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno)

* * * * *

Introduzione

Zarathustra alla mia quarta lettura. Uno strano libro come compagno, ostico, subdolo, ritmico in maniera folle, irrazionale. Eppure un libro amico, di quell’amicizia che si scontra e non fornisce alibi a buon mercato o davanzali per osservare tramonti conosciuti.

Ricordo la vecchia traduzione di Barbara Allason e i miei vent’anni. E poi le altre tornate, una in carcere, una in Francia, altri traduttori. L’ultimo Giorgio Colli, versione ormai canonica. Non sono un germanista ma qui, in quest’ultima lettura, mi sento a mio agio. Tutti i rivolgimenti di stomaco si sono ripresentati puntuali. L’implicazione del nulla nella sua insignificanza dotta, martellante. La donna, l’amico, l’altro, il diverso, il mondo, il futuro, la vita. Fare i conti con ciò mi ha occupato per tutto il viaggio sudamericano, lunghe permanenze in aereo, andate e ritorni coatti a Buenos Aires compresi. Noiosi, stancanti. Ecco le mie riflessioni.

Il fare si realizza nell’assenza delle attrattive reali, per cui mi devo abituare a godere delle attrattive illusorie, che la conoscenza mi educa a considerare reali. Essendo artefatto, il fare ha bisogno di continue manutenzioni relazionali, affermazioni orgogliose di esistenza in vita che sono una vera calamità. Il rutilante spettacolo dell’apparire riesce a ingannare per una vita intera e non è sempre certo che i dubbi arrivino fino alla superficie. Di certo ci sono momenti in cui ci si chiede il motivo per cui si è al mondo, ma presto questi momenti passano via trascinati dalle protesi dell’arte e della chimica, e perfino della religione. Rivolgersi a se stessi non risolve il problema, facendo schermo la volontà. Non posso ordinarmi di non volere, come non posso ordinarmi di volere la qualità. Questi stimoli, quando si fanno luce, arrivano per vie traverse e sorprendono non per la loro virulenza ma per la loro semplice presenza. Pensare a una panacea che salvi dall’inquietudine è curare una grave ferita con un po’ di sputo. Occorre ferire ancora di più, andare più a fondo, squarciare l’apparenza, inorridire di fronte alle infinite proprie complicità, intuire stimoli che prima tralasciavo come insignificanti.

L’ordine raccoglie in sé il dominio, che deve essere ordinato e la dominazione, cioè la percezione che specifica e separa la quantità dalla qualità. L’immediatezza è necessariamente circondata dall’ordine che la regola in base alla logica dell’a poco a poco, cioè di una progressione cadenzata sulla base del possesso che si orienta verso un completamento impossibile. Il mondo lo creo tagliandolo da una totalità indecifrata che mi pongo non come ostacolo, ma come inizio della conoscenza. La totalità resta così per sempre preclusa da una futura possibile riconciliazione armonica. La parte che mi costituisce, costituisce il mondo, essa è perché è tagliata, così io stesso sono fino a quando appaio quello che non sono. Il mio stesso sforzo conoscitivo è diretto a farmi diventare sempre più una parte, dettagliata al meglio e meglio accumulata, ma solo una parte, il mio divenire non può essere che parziale se mai potrò nel mondo essere esattamente quello che sono. Il gioco di questa esistenza parziale è quello modificativo, gioco che rimescola continuamente i composti facendo apparire fantasmi di equilibrio, di corrispondenza armonica delle parti, di equivalenza tra possesso e desiderio di completezza, ecc. Il desiderio di mettere fine a questa danza macabra è rigettato indietro facendo ricorso a molti espedienti, nessuno di loro è valido fino in fondo, nessuno conduce alla totalità, nessuno dà accesso diretto alla qualità.

La violenta coscienza di trovarmi nella parzialità immediata mi sollecita a cercare meglio, a produrre uno sforzo logico più approfondito, ma l’antica unità è stata sbranata dalla titanica operazione percettiva. Il mondo è questo stesso sbranamento e quello che viene fuori dal mio sforzo logico non è la ricostituzione unitaria, ma la relazione di pezzi lontani fra loro, relazione oppositoria e contraddittoria alla quale inutilmente attendo nella specificazione, rinunciando a ogni altra intrapresa. Nel mondo aspetto che il possesso mi conduca una soluzione, una potenza in grado di consolare il mio dolore, ma non c’è consolazione nel mondo, per la contraddizione non posta davanti a me stesso, ma lontano, verso orizzonti illusori che mi fanno diventare qualcosa d’altro, un meccanismo acquisitivo.

L’assenza è l’indistinto qualitativo, che non conosco, ma che non si dissolve come un fantasma appena cambio atteggiamento nei suoi confronti, cioè non appena inizio ad abbandonarmi e non fronteggio più con l’antica cieca volontà il mondo che ho creato. È allora che l’assenza mostra la sua desolazione, che ne è anche la versione diversa. Il deserto lo vedo non con gli occhi ma col cuore dell’intuizione. Non posso né giudicarlo né farmi giudicare da lui, non posso nemmeno contrastarlo, posso cancellarlo nel rifiuto del coinvolgimento, ma non sarà altro che un meglio assestare la mia immediatezza per godere delle sue miserie assicurative. Nell’oltrepassamento non c’è contrasto tra ciò che ero e ciò che sono, non nella cosa, nella sua desolazione, io stesso non posso diventare materia del contendere, sarei allora l’oggetto da possedere, né la qualità può diventarlo, non potendo essere posseduta. Ogni agone è nel mondo perché assume le connotazioni, anche estreme, del possibile aggiustamento. Perfino la critica negativa, che tanto ci mette in imbarazzo, è solo un aspetto più puntuto del giudizio, un esame logico che propone fatti difficili ma sempre digeribili per il mondo.

Nella cosa non ci sono specificazioni, quindi né agone né contraddizione. Spronare me stesso per mettere in discussione la consueta garanzia che il possesso pretende fornirmi, è un modo come un altro per indicare la via del coinvolgimento, ma è un modo che propone il suicidio della volontà. È la volontà a stimolarmi perché io critichi l’ordine e le regole, ma il suo scopo non è l’oltrepassamento nella cosa, di cui è responsabile della separazione, ma il perfezionamento. Se parla di abbandono e di coinvolgimento, sottintende il mondo, soltanto il mondo. Ma non c’è vero coinvolgimento, né tanto meno vero abbandono, in un mondo falso, basato sulla parola che non dice ciò che sembra dire. Erro e continuo nell’errore e mi illudo di afferrare una conoscenza che è scienza dell’apparenza, né certezza né verità. Quando il convincimento che il mondo dell’apparenza, da me creato, è ormai volutamente mio, è proprio il momento in cui l’abbandono corre il rischio di sperdersi nell’illusione, sempre ritornante, della completezza.

Quel convegno di fantasmi che sembrava mi stessi per lasciare alle spalle prende energie, tira fuori una insospettata vitalità. I suoi cedimenti nascondono a volte nuove aggressività. Il mondo è meglio fabbricato di quanto non si creda. La logica, anche da vecchio, continua ad affascinarmi con le sue capacità di farmi capire quello che prima non capivo e di ritirarsi subito dopo senza fornire spiegazioni. Un’esistenza pacata, piena di piccoli accadimenti, confortata da malattie curabili e da morti più che ovvie, è difficile da svellere dall’orizzonte desiderante dei più. La felicità assediata dalla noia si cura con l’abitudine. Ogni oggetto al suo posto, una spiegazione per tutto quello che accade, compatirsi, leccarsi le ferite, ma ritrovarsi vivi, o almeno credersi tali.

Il ghigno dell’assassino è allontanato in tutti i modi, le parole confortano come una nenia. La desolazione oscura, piatta, fonda, inattaccabile, dove non ho punti di riferimento oscillanti, dolcezze o malinconie, alture da cui guardare distese pianeggianti né declivi né erte. L’eccesso qui non opera, la desolazione è l’eccesso dell’eccesso. Agisco e un lampo improvviso mi esplode dentro, mille tormenti sono finalmente sciolti, il grigiore di mille giorni scompare in un rossore imprevisto. Sono abbarbicato all’agire, me stesso che diventa acqua del fiume, aria di montagna, onde del mare, ala di uccello e mandibola di leone.

Dio si è sbriciolato nelle mie mani e l’ho mescolato alla malta con cui ho creato il mondo. Solo Pascal insiste nel contrario, la sua proposta matematica sfida il mio coraggio e mi dà appuntamento nei pressi di una corda già insaponata. Il mondo è pieno di segni, le parole li nascondono, è grande virtù interpretativa svelarli nella critica negativa, ma non sempre favoriscono l’intuizione di qualcosa che qui è assente. Non bisogna mettere dentro a questa nuova lettura i propri presentimenti di conquista. Il deserto è alle porte e minaccia realtà inaudite, confidenze indirette. Io ho creato il mondo, e questo crimine lo condivido solo con me. Molti vedendo quello che hanno fatto si scaricano la coscienza affermando che è stato Dio a commettere questo orrore. Quest’ultimo alibi non produce inquietudine ma una sorta di spenta malinconia che aiuta a vivacchiare. La ripetizione favorisce l’abbandono e crea con ciò l’intuizione che è l’esatto contrario di tutto quello che di ripetitivo c’è nel fare. La musica è un ottimo esempio di come la ripetizione possa dapprima riassumere le sensazioni, intensificandole, e poi azzerandole. Fascination mêlée d’une sort de peur.

Sistemare la propria vita in base a un problema centrale è porsi sulla strada per costruire una coerenza sistematica coperta da una verniciatura filosofica. Non è praticamente possibile per me fare qualcosa del genere, non è una virtù o un coraggio particolare, è un modo di essere. Posso avere un atteggiamento o una copertura apparente, un ordine rigido che poi abbandono subito dopo, una preoccupazione interpretativa, ma i miei umori si indirizzano altrove, verso l’assenza. Per questo mi fanno ribrezzo le costanti che mi imprigionano per fornirmi un fondamento plausibile. La diversità mi propone delle lezioni ispirate, capaci di non avere bisogno di un appoggio esterno. Qui colgo la forza della intuizione, la quale non può essere controllata né racchiusa in un tema costante. Quello che arriva dalla desolazione è l’intuizione della qualità, inconciliabile con qualunque elemento conoscitivo residuo. Prima di lasciare da parte questi pesi coordinati e restrittivi, bisogna accettare il nuovo splendore che arriva misto a una indicibile confusione. La qualità parla il caos, non esprime stati d’animo o presupposti culturali di simmetria. La dissennatezza dell’eccesso è la via della qualità.

Zarathustra non è accessibile pienamente in termini di oltrepassamento. Lui è al di là del punto di non ritorno, io al di qua, almeno spero e molti indizi mi confortano in questo senso. Per il momento.

Nessuna melanconia nella perdita ma un urlo di gioia, un entusiasmo sfrenato, il completamento di un processo ininterrotto di distruzione.

Ancora una volta, non nella sedia del povero Nietzsche, ma nelle barricate.


Trieste, 31 marzo 2014

Alfredo M. Bonanno

* * * * *

Che Nietzsche sia riuscito nel suo intento per ora non si può dire: se si tratta davvero di una nuova apparizione della dea Sophia, allora Così parlò Zarathustra non è fine a se stesso e bisognerà attendere che nuove trame lo arricchiscano e nuove giustificazioni deduttive vi si attacchino”.

(Giorgio Colli)

I

Davvero, un fiume immondo è l’uomo. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume immondo, senza diventare impuri”.

Folta vegetazione racchiude la caverna che ospita il solitario, nulla dall’esterno penetra in uno spazio arbitrariamente circoscritto, né il lettore è ammesso a gettare il suo occhio indiscreto che mette insieme frivola superficialità e ingenua pretesa di conoscenza profonda. Molti anni passano, di cui non si sa nulla, come la desolata pianura disadorna che dilaga in ognuno di noi. Ma non si tratta di un sepolcro, un cuore gioioso batte dentro la caverna del solitario, gioioso e arbitrario. Stabilisce da sé e solo per sé ciò che non deve recitare per gli estranei, delicati fiorellini di campo schizoidi che lo aspettano al varco, pretendendo continuità strutturale, animosità di contenuti, correttezza di dizione, coerenza di atteggiamenti. Occhi sbarrati al soffitto, ieratismo itinerante. Il solitario non avanza nemmeno sull’orlo della caverna. Baratro è per lui il segno dell’oltrepassamento vegetale, ostacolo e fonti di vita per alimentare il proprio isolamento. Il vuoto è al di fuori del suo cuore, anche se un piccolo segno di vita potrebbe farlo vacillare, un tenue colore blu renderlo furioso di desiderio e di accettazione. Ma non è verso questo sole che il solitario guarda – di tanto in tanto – attraverso la verzura, anzi la splendida magnificenza la elude, troppo vorrebbe riempire i molti spazi vuoti che ballano intorno a lui. Tace il bisogno di fare e col tacere anche del dire il feroce e violento apprendimento dell’agire si accumula, delicato ma impavido, senza periferia attorno a sé ma tutto pienezza, senza itinerari erratici, equivoci tentatori come labbra dipinte con voglioso desiderio. Il solitario – amante del suo essere solo qui e subito – muove ogni tanto gli occhi, non arrischia il movimento della testa, che gli parrebbe specioso acconsentimento, ma bussa nonostante tutto all’esterno. Quello che è di là è di qua e quello è di qua è di là. Ora il suo sguardo si è alleato con la faccia, i suoi zigomi lavorano e la sua bocca ha un ghigno minuziosamente cercato. Sta dicendo qualcosa. È pieno fino a morirne delle troppe ricchezze della solitudine, ma non accetterebbe mai di condividerle con una puntigliosa ottusità foriera di spiegazioni continuamente reiterate, fragili commenti, ostinate allusioni. Vuole andare al di là non semplicemente spostare con la mano il fragile ma ostinato ostacolo che lo specifica altro dal mondo del fare, non si accontenta di panacee lessicali, di artifici probabili ma inconsistenti. Eppure resta fermo nella propria ricchezza, non accenna ad allargare le larve di conoscenza che gli hanno tessuto una rete rugosa sulla faccia facendolo più vecchio di quello che è. Sa che là fuori c’è una forma organizzata ed equilibristicamente bilanciata di follia. Cerca un modo di parlare che sia parola e, nello stesso tempo, negazione della parola: tramonto. Attraversare l’esperienza attiva della qualità è esperienza che può distruggere, toccando i livelli della perfezione assoluta, senza peraltro mai raggiungerli, svaluta il lavoro della quotidianità e può fare precipitare la vita produttiva in una illusorietà onirica, con il ricorso a protesi di ogni genere per sostenere l’offesa che l’apparenza e le logiche della regola impongono senza sosta. Di regola ciò non avviene perché una persona debole ha molte possibilità di saltare nella cosa, oltre la follia, ma poche di agire e poi smarrirsi nelle difficoltà quotidiane. In ogni caso l’eventualità di una adattabilità ritardata non è da escludersi. In fondo il rapporto privilegiato con la cosa non si interrompe mai, ma si affievolisce tanto da farlo sembrare più un prodotto dello stesso tentativo di rammemorazione che una realtà, anzi la sola realtà completa che è possibile sperimentare in una condizione diversa della coscienza. La vecchia solitudine contrassegna la vita a cui si torna, il mondo delle regole, se non altro grazie al filtro del destino, dal deserto si porta con sé, inciso sul proprio corpo, un messaggio, illeggibile ai più, ma leggibile al destino e capace di trasfigurare in concretezze infinite le nuove possibilità che si sono costruite nell’azione. Nessuna estrosa coerenza lo giustifica, solo il gelido tornaconto dei dominatori.

II

La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto”.

Svuotare di contenuto la conoscenza è conoscenza, tornare vuoto e bambino per essere uomo in grado di andare oltre la solitudine, nella dispersione fantasmatica di squisite banalità per non essere banali, nell’astrazione artificiale per non essere artificiali, nel vuoto per non essere vuoti. E qui debordare senza paura, ininterrottamente, splendore inutile nella propria vuota pienezza. Mettere qualcosa d’altro al posto di sé, questo cerca il solitario non più solo, non essere riconosciuto come quell’antico contenitore che prima era transitato verso la solitudine tabulando con accorte modulazioni. Incendiare il mondo potrebbe, almeno di questo lo sospettano, ma lui sa bene di guardare oltre le fiamme più alte e torreggianti, c’è una forza segreta che lo stimola e non è un semplice duplicato dell’antica verve interpretativa. Ora sa che è circondato da addormentati. Che vale svegliarli? Porterebbe loro dolore e invece è un altro sentimento che gli si è mosso nel cuore in solitudine, un sentimento difficile da decifrare perché ha la terribile coerenza della passione. Prima dovrebbero sognare un mondo nuovo per poi svegliarsi spaventati dal finto candore del mondo vecchio. Ed è dono a doppia lama, provvisto di una falsa coerenza e di una vera contraddittorietà, quello che mena con sé il solitario. Ecco è quindi più che un dono è una rapina, una copertura e una maschera strappate via, l’interruzione inaspettata di una favola e un risveglio che non cancella il sonno ma lo perpetua con un furore solo apparentemente rarefatto. Nessun gallo canta e nessuna aurora allude nel cielo plumbeo della meraviglia apparente. Ai confini ai quali sono abituato si colloca una ipotetica continuazione, niente è completo nel mondo, la stessa assenza è senza confini. Il senso di asfissia che si prova nel mondo, in carcere in modo particolare, è dovuto all’apparenza dei muri e delle sbarre, apparenza ravvicinata. Considerando questo apparire per quello che è, esso rappresenta un confine rigido e molto visibile, confusione dissuasiva e ortopedica, ma in fondo è solo apparenza, sono sempre io a decidere, posso andare via in qualsiasi momento, sono io a decidere se tagliare o lasciare che l’apparenza faccia il suo lavoro. Spesso guardo in modo inespressivo e malinconico questi ruderi di una mentalità repressiva, le mura di cinta, e il cipiglio d’accatto di chi li percorre, e mi soffermo sulla loro debolezza interiore, sulla infeconda produzione umana diretta a raddrizzare gli altri e la paragono alla possibilità di fare, soltanto di fare altrimenti, non dico di agire, il che sarebbe molto più difficile. È una vaga considerazione malinconica priva di confini precisi. Tutto quello che è garantito come certezza assoluta è incertezza e approssimazione. Il resto è solo miseria umana, obnubilazione dovuta alla foschia in cui si aggirano gli umani relitti che popolano il mondo. È la coscienza diversa che mette in gravi difficoltà e che richiede il massimo dello sforzo, il resto vuole dire soltanto lasciarsi vivere. Difatti, non avrebbe senso la mia vita, per me, se l’avessi tenuta tutto il tempo al riparo delle intemperie. La bramosia di sicurezza l’avrebbe rinsecchita in una maschera di doppiezza. Ne ho viste tante di queste maschere esorcizzare senza risultati la propria paura, e ho visto il terrore della morte nei loro occhi ricchi solo di quella conoscenza che non sorride mai. Che me ne faccio della saggezza se poi devo vivere al riparo e col cuore in tumulto a ogni rumore della notte, gli occhi fissi sulla mia ultima ora.

III

Un po’ di veleno ogni tanto: ciò rende gradevoli i sogni. E molto veleno alla fine per morire gradevolmente”.

Il ladro che cammina nella notte non sveglia i dormienti, li inquieta soltanto, li rende sognatori di follie omicide nell’ambito del pacifico ronfare ininterrotto. È consuetudine vera o finto suonare di diana nelle oscurità insondabili quello che il solitario fa sentire, simile a un miagolio? Chi può dirlo? Oltre c’è un altro uomo, oltre il sonno che non è vita se non apparente, oltre il fare che è labirinto di gesti irriflessi, oltre l’aura delle tediose intenzioni, oltre la pretestuosa alterigia che non arriva a nascondere le proprie vergogne. Un uomo nuovo. E un uomo nuovo è il disorientamento più assoluto del sonno che magnifica le dimensioni familiari della prigione, è la vita non la volontà di vita non il fare che agghinda la morte e la presenta sorridendo al pubblico gradimento. Un uomo nuovo è l’uomo che è oltre l’uomo, non il risvegliato da qualcuno o da qualcosa – sia pure la propria volontà di risvegliarsi – non lo sveglio, non il fantasma che si è vestito con panni nuovi e si aggira con sorrisi allettanti nello stesso boulevard, socievole e accettabile, rimesso in fresco da nuovi accorgimenti cosmetici. Un uomo nuovo è un uomo con i piedi per terra, capace di alzare gli occhi al cielo e ridere come un fanciullo di fronte alle tracce fumanti dei suoi balocchi religiosi di una volta. Ormai per chi è andato al di là dell’oltrepassamento non occorrono spiegazioni, ulteriori avvelenamenti, bastano piccoli cenni, movimenti dell’occhio vispi e allegri, tracce di suoni, trascurabili bande di colori, un uscio che si chiude, una gamba che si accavalla, un fruscio di vestiti. La frase sentenziosa e completa, questo è nuovo sacrilegio, visto che lo stiamo commettendo, parliamone. Il solitario non ne parla, ma io sono ancora un piccolo uomo, i miei tentativi di andare oltre sono stati modesti e l’insondabile azione mi è ancora estranea. Se il solitario mi vedesse riderebbe di me. I piedi e non la testa diventano importanti adesso, le palme radicate in modo deliziosamente confortante. Non rassicurante, non si tratta della solita saldezza dei muscolosi, ma di equilibrio sul filo del rasoio che non viene mostrato come un trono per eccitare spettatori consenzienti, equilibrio che non muove in nessuna direzione né pretende averne una migliore da imporre alle altre, equilibrio che ironizza non giudica o condanna. L’orrida visione delle antiche prigioni del corpo deve scomparire, dice il solitario, come scomparirà il possesso dell’altro. L’uomo nuovo non catturerà né imprigionerà per custodire e difendere. La sua condizione di oltrepassamento potremmo oggi definirla pazzia, ormai perduto è il profondo sguardo della esperienza diversa. Ma il solitario ci dice che altrove lo si ritroverà. Utopia sovversiva che irride ai nostri calcoli rivoluzionari assennati e prudenti? Forse. Un poco di favola entra dappertutto anche nella lama tagliente dell’abitatore della caverna nascosto nella verzura. Della qualità, esperienza durissima e diversa, non ho conoscenza diretta, ho una intuizione che si va intensificando in tutto l’oltrepassamento, pure restando sempre con un fondo di indefinitezza. L’intensificazione la colgo nella sua assolutezza ma solo perché riassume in sé me stesso, non la colgo quindi come altro da me. Questa relazione segreta con l’azione è capace di annullare la consistenza storica dei dettagli che completavano il mondo fino a un attimo prima, distribuiti nello spazio e successivi nel tempo. La segretezza con cui l’azione mi coglie e mi intensifica in sé annulla la mia resistenza e quindi mi pone in una condizione materiale assoluta che mi fa artefice, con il mio coinvolgimento, e compartecipe con la qualità, di una trasformazione diversa da ciò che nel mondo è considerata modificazione. Nell’azione io sono quello che opero, ma opero quello che sono, non ci sono spazi per residui o ridondanze, se non infime sciagurate porzioni trascurabili. Ogni fantasticheria o apparenza è rinviata a un evento secondario, non necessario, che è la rammemorazione, il quale proprio per la sua non necessità potrebbe non esserci o rivelarsi una pia frode.

IV

Per gli uomini sono ancora qualcosa di mezzo tra un pagliaccio e un cadavere”.

Oltre l’uomo c’è l’uomo-mare, l’immensità umana mai sondata di cui nessuno può parlare se non correndo il rischio di farsi sommergere dallo schifo per l’uomo vecchio, il putridume deliziosamente abbigliato che filosofi mefitici hanno affermato necessitante solo di una semplice riverniciatura per tornare all’antica bontà, la bontà del selvaggio teatrale, devoto e bamboleggiante, imprigionato in una didascalia délavé fuori del tempo. Il solitario irride a questa coltivata miopia, non accetta le ragioni e la ragione dei filosofi, ne ride sghignazzando come un fanciullo discolo. Non sa che farsene della virtù conservata in scatola, delle somme fatte da calcolatori ottusi imprigionati nel grigiore dei propri abiti fatti in serie, della giustizia ricomposta all’interno di anni di galera. Questi calcoli sono per lui feccia e miseria, minute mostruosità messe in mostra nei musei fotografici della polizia, pezzi anatomici gonfi di gas e putrefazione. L’uomo imputridisce nella mediocre accontentabilità di tutti i giorni. Tutto il movimento della vita è come fermato in una diapositiva sfocata, si vede qualcosa che non è veramente la vita ma un ricordo remoto, una rarefazione indegnamente spacciata come concretezza pulsante. Ogni senso della forza che dovrebbe spingere il respiro umano verso il suo possibile futuro diverso, è scomparso. Solo l’estraneità di piccoli e innocui punti registrati solo verbalmente sono posti agli angoli delle strade deserte, dove un groviglio di metalli in ebollizione avanza rutilante nella nullità. Il solitario non si limita a sognare l’altro che si profila al suo orizzonte, non lo veste minutamente di parole reboanti, egli ignora l’epica, i piedi si fermano e penetrano nella terra mettendo radici, non sa che farsene delle giustificazioni, è una freccia che sta per essere scoccata ma che ancora non è scoccata. L’arco è teso sul ponte, l’inclinazione è quella che l’intensità del gesto e del desiderio richiede. Eppure tutto ciò non lo esalta, non si innamora del suo destino di preparatore, non codifica virtù nel proprio carnet. Se la sorte gli è favorevole se ne vergogna come di un imbroglio. Che mai potrebbe trovare di vantaggioso nelle miserie dell’uomo vecchio? Come potrebbe accettare per buone le sue provvisorietà, le sue frammentarietà? Dove troverebbe la vibrazione giusta, il suono migliore per quel canto che la musica del presente non conosce e che se ascoltasse non capirebbe? Il solitario guarda con coraggio ciò che lo circonda anche se sa che proprio questo sopravvivere immondo potrebbe ucciderlo senza consentirgli di attraversare il ponte. Ma la morte attuale, tangibile, non lo spaventa, l’inettitudine generalizzata potrebbe travolgerlo fino all’ultima linea d’orizzonte del suo tramonto, ma lui avanza lo stesso. Il tramonto è l’ultimo guizzo di vitalità nell’uomo vecchio e può essere aizzato solo con lo sguardo puntuto e ironico, con il sorriso che cade come rimprovero e condanna sugli uomini che respirano l’aria assonnata e neghittosa carica di moralismi e di accuse, di bilance truccate e falsi valori. Tramonta l’uomo vecchio sorge all’orizzonte l’oltreuomo, l’uomo nuovo. La rottura di ogni barriera è compromissione della vita, dilatazione ed esplosione dei confini e dei contenitori, sconvolgimento del mondo degli equilibri e delle corrispondenze. L’inquietudine che tanto frequentemente nel mondo si produce in collera o in paura, oscillazioni compromissorie, sfrenata ricerca del completamento impossibile o abulia, si sostituisce all’abbandono caricandosi di una nuova vitalità mai conosciuta prima, del coinvolgimento di me stesso. Questo essere dentro quello che continuo a fare, che nel frattempo ha messo criticamente in crisi i propri confini, sorge dalle radici stesse della coscienza immediata, ma non può permanere nel campo senza bruciarsi inutilmente in una esacerbazione dell’impotenza di fronte a quello che sta negando, il suo solo passo in avanti è l’oltrepassamento. Grandeggiare giocando con le parole è una crudele vocazione al martirio tipica del raziocinio, la voluttà infima di chi non sa godere d’altro che di fantasmi fittizi e passeggeri, assolutamente trascurabili.

V

Se un giorno la mia intelligenza mi abbandoneràahimé le piace fuggir via! – possa almeno il mio orgoglio volar via con la mia follia!”

Prima che venga spazzato via nel minimo residuo di potenza e che l’uomo vecchio muoia senza riuscire a tramontare nell’uomo nuovo, occorre che la follia della distruzione venga vista per quello che è, una spinta ad andare oltre il ponte, a fare vibrare la corda che lancia la freccia. Dappertutto dilaga l’aridità di una struttura invecchiata e ingobbita, buia e dura, che come una bara seppellisce e protegge un cadavere per garantirne la putrefazione senza troppo cattivo odore. Dappertutto l’uomo impicciolisce, il solitario lo vede e il cuore piange. Tutto quello che di spregevole poteva essere accumulato e tesaurizzato è stato accumulato e tesaurizzato. I forzieri del fango sono ricolmi, alla periferia della vita vengono accatastati i sarcofaghi, i cadaveri sono pronti per illudersi di vivere ancora tra un tè pomeridiano e l’altro, che cosa possono fare di più le parole? Niente. Il silenzio alla fine risulta impossibile. A lungo corteggiato esplode dall’interno in parole che suonano eccessive, troppo chiare per essere vere, troppo vere per restare chiare e non intorbidarsi nella concitazione. Quello che apparentemente manca sono le reticenze, ma solo se le si ascolta con attenzione distratta. C’è la corruttela evidente di ciò che l’uomo vecchio produce, prima di tutto parole, la macchia rossastra del delitto di acquiescenza che si allarga e copre tutto come una nube velenosa. L’eccesso di veleno potrebbe risolvere la situazione prospettando una fine più veloce, ma tutto spinge a compromessi un uomo stanco dei propri acconsentimenti eppure non sazio di dire di sì. Qualcuno, un povero funambolo, mette a rischio la vita, uno sgambetto ed è fatta. Il solitario percepisce un segno ma non sa bene di cosa, l’oltre è nei pressi dei poveri resti maciullati. Questi però non sono sufficienti, non insegnano, non riferiscono. Il pericolo da solo non basta, il suo risultato è valido per i becchini, questi se la ridono di nascosto e non capiscono le preoccupazioni del solitario. Ma non basta nemmeno la solitudine, ci sono solitari e solitari, la stoltezza abita un po’ a caso dappertutto. Lievi sono le sue reticenze come le sue perversioni, possiede mezzi per non farsi corrompere ma spesso viene corrotto da indiscrezioni devote. Se resiste va avanti, avanza nella notte, persiste, ascolta la maliziosità delle cose che non dormono ma che addormentano e non cade nel sonno. Va avanti fino a cadere quasi morto. Bisogna decidersi a balbettare. Tagliare i ponti, bruciare le navi, liberare gli schiavi, lasciare circolare senza catene le bestie feroci, tacere. Bisogna decidersi a considerare l’assenza, essenzialmente assenza di parole, cioè di fatti vestiti di parole. Fino a quando resto rinchiuso nei panni del beneaccetto facitore di logica non posso che rimpolpare la distratta mescolanza del fare. Tutto il mondo del produrre è inevitabilmente destinato ad abortire la sua perfettibilità, mi lego e lego le mie speranze all’apparenza. Spesso penso di non poterne fare a meno, e mi fermo ad ascoltare Socrate nei crocicchi di quartiere, le sue chiacchiere suadenti, mentitamente consapevoli di sé, mi bloccano nel mio iniziale balbettio, fintamente spavaldo, ma non mi convincono. I sussulti sono altro, e devo andare altrove a cercarli se non voglio inaridire il mio cuore. Gli eufemismi e le indulgenze retoriche da dozzina non mi bastano.

VI

Tre metamorfosi io i nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo”.

Spezzare i valori, non semplicemente mettersi da un altro punto di vista, distruggere millenni di sonno, di fedi ottuse e sconnesse, inclini alla sottomissione, prone alla dissoluzione. Spezzare e distruggere, mettere scompiglio nel nuovo riacquistarsi dell’ordine, ricominciare daccapo e cercare compagni di viaggio desiderosi di andare oltre senza paura della scomparsa innominata, delle feroci ambiguità, delle profferte amorose di chi consoce tutte le arti della corruttela. Compagni taciturni e attivi, intenti ad affilare le armi per prospettive inaudite. Il grande peso da portare con sé è meno visibile di quanto si pensi, non somiglia a una montagna ma a un fuscello, eppure al suo confronto il piombo è piuma. Modelli classici, robusti rovesciatori di valori capaci di provocare immani vibrazioni eroiche? Poco, certamente. Abbassare la cresta della conoscenza che mai oltrepassa la pagina dove sta racchiusa come un tuorlo nell’uovo? Neppure. Forse guardare storto, con occhio acuto e inafferrabile la certezza di essere sulla buona strada, da soli, mentre il mondo, tutto intorno, continua a occuparsi delle sue faccende? Neanche. Diventare sordi alle lusinghe che fanno della propria inesattezza un modello di misurazione? Ancora meno. Meglio guardare negli occhi chi vuole fare paura, cogliendo gli echi privi di senso che si vestono di minaccia e non sono altro che accenni di povertà e di miseria con cui il potere camuffa se stesso e chi lo aiuta nel massacro. Al solitario pesa tutto questo immane carico? Certo, ma non lo ferma, potrebbe trascinarlo con sé e non ci riesce, e non è solo un fatto di robustezza della sua volontà, non c’è solo l’immagine riflessa nello specchio dell’obbligo, questa può deviarla, è un’altra forza che si scopre dentro, il solitario, la zampata del leone e, in conclusione, la semplicità. Ma non una semplicità consapevolmente cercata vuole il solitario, non un regalo con implicita eleganza di stile. La rudezza è segno di confine, lontano dalle convenienze della civiltà essa affiora con la sua ferocia che la distingue dalle buone soffocanti maniere. La semplicità è innominata, taciturna, disadorna, eppure ricca di contenuti e di riferimenti. La qualità non dà la completezza, essa si infrange nell’azione, si coagula nell’istante in cui brilla e poi viene centellinata in residui e rammemorazioni che rappresentano di certo strumenti in base ai quali valutare le possibilità nuove che sono riuscito a trarre dal destino, ma sempre nell’ambito del mondo. Quello che avevo intuito e vissuto nella intensità desolata non c’è più, restano le trasformazioni, per me quasi incomprensibili, perché aliene a qualsiasi tentativo di penetrazione fondato sulla conoscenza, e i residui, tracce di valori che si intorbidano con grande facilità. Mi sono lasciato dietro una scia di sofferenze e di fumo, simboli che non è facile interpretare adesso, che vorrei proporre alla mia e alla altrui attenzione, ma che ai tanti voltagabbana non dicono niente, mentre ai poveri di spirito abbarbicati alla propria coerenza come a una ciambella di salvataggio fanno venire il voltastomaco. Non rimpiango nulla. Non ho bisogno di appellarmi alla repressione gerarchica contro cui mi sono ribellato. Non c’era solo quella, in me agiva uno spirito argomentativamente folle, in grado di sezionare la punta dell’ago e di separarne gli infiniti gradi e le molteplice forme in essa contenuti.

VII

Questo saggio coi suoi quaranta pensieri è per me un pagliaccio: ma io credo che si intenda a fondo di dormire”.

Guarda le gambe storte della potenza, il solitario, e si arrischia a guardare con occhio avverso il sonno ristoratore. Il sonno è figlio di un buon maestro, un maestro di virtù che cerca di sorprendere la tensione del mondo e ci consegna alla incoscienza e all’abbandono. Quando riapparirà la vibrazione vitale, quando il solitario ricomporrà il gioco senza interruzioni della propria solitudine? In fondo, tutto il resto gli è irrilevante. Parlare agli altri? Insegnare? E che cosa insegnare? Con quale accorta astuzia il nemico si insinuerebbe nelle sue parole trasformandolo in pagliaccio? Come farebbe a scrollarsi di dosso il vestito che tutti gli cuciono, nemici e sostenitori, applausi e fischi sono figli della stessa madre. Le parole vibrano nell’aria e il loro significato si svuota a poco a poco, sono errate, sono esatte, convincono, aprono dubbi, che importa? Tutte comportano la volgarità del dire, di cesellare un concetto o di lasciarlo intendere. Amico della retorica, il solitario sa come tenerla a bada, viziando le circonvoluzioni dei suoi movimenti, per cui essa è e, nello stesso tempo, non è. Non ci sono dèi, solo gli uomini li inventano perché hanno paura della libertà. Umiliazione e vergogna, ancora il mondo pullula di dèi e di eroi, e quando qualcuno viene abbattuto, chi lo abbatte subito si candita a sostituirlo o, se non lo fa lui direttamente, lo fanno i suoi entusiastici sostenitori. Liberare, per il solitario, è tagliare, non rammaricare una perduta compagnia che non è mai stata tale. La stessa solidarietà umana è disarticolata se proviene da un mondo di assuefatti e addormentati, se è condizione effimera per camuffare la reale estraneità e conflittualità di miserabili interessi. Siamo maschere civettuole, il solitario lo sa, e le nostre acconciate estrosità nascondono a malapena la vergogna dei massacri e l’assuefazione al disgusto che si trasforma così in buona digestione. Sopravvivere non è vivere e digerire più o meno bene, non è avere i piedi per terra. La salute fisica non è più per l’uomo ma per qualcosa che sta oltre l’uomo, solo là il solitario colloca il senso della terra, la solidità dell’azione. Il sogno di trasformare il fare restando all’asciutto è sogno sanguinario e repressivo. Posso farmi sedurre dalla conoscenza, ma alla lunga devo ammettere i suoi limiti e i richiami alla repressione e al controllo che essa avanza. Questo mondo che ho creato, incompletabile e stupido, chiuso nel suo sogno quantitativo, è degno di sottile scherno, per quanto non possa fare a meno di utilizzarlo. Ma la mia natura eccessiva mi spinge verso altri crocevia, altri sospiri rimescolano il mio sangue, altri desideri di demolizione turbano i miei sogni. Non posso limitarmi a insorgere contro un mondo repressivo e stupido, devo insorgere anche contro di me, perché sono io che rendo possibile, e avallo con la mia responsabilità, quella repressione e quella stupidità. Ma questa insorgenza non può essere un irrisorio monologo, un affare interno di parole, una guerra fra pagliacci, devo mettere a nudo i miei imbrogli e le mie meschinità, non rimbambirmsi nelle raggelanti giustificazioni o nei meriti accortamente conquistati in battaglie del passato che dormono i loro sonni tranquilli solo nella mia fantasia, eleganti esempi d’una vita impossibile da ripetere per la sua comprovata assurdità.

VIII

Credere a questi spettri ora, sarebbe per me sofferenza e una tortura nella guarigione: sofferenza sarebbe ciò, ora, per me e umiliazione”.

Sorride dell’io il solitario, anzi a volte ne ride a gola spiegata. L’impero volontario vacilla e non arriva a tramontare, gli manca la leggerezza del fanciullo, è troppo pesante. Il critico sputa veleno e poi se lo rimangia. Non può il solitario ritagliarsi un angolo di pace, nemmeno nella sua caverna, ecco perché annota fulmineo frecciate più che constatazioni, anche lui deve respirare e l’aria è troppo ammorbata. Più che dire contraddice, cioè enfatizza fuori luogo, una strategia per cogliere in fallo la parola, per metterla sul tavolo anatomico infantilizzandola, scarnificandone i tessuti che pretendono alla sostanza e sono solo decorativi, parassitario esercizio per non vedenti. Ma non sorride della virtù il solitario, è troppo ed è forse il veicolo più pericoloso da condurre a destino. E se poi non è sola ma cresce in buona compagnia della parola la guerra è assicurata, niente può fermarle. Le si può addomesticare ma poi si finisce per annegare nel loro brodo. Molle, appiccicoso, rivoltante, eppure tanto stimato nel mondo dominato dall’inverecondia. Molte virtù molta guerra molto liquame ributtante, meno possibilità di oltrepassare, questo è il triste canto dell’abbandono. Gli usignoli svolazzano sulle tombe e si appisolano sui rami dei cipressi. La solitudine della qualità suggerisce la solitudine della vita e della realtà. L’apparenza affollata e caotica del mondo vi si contrappone in una relazione a posteriori, solo residuale e inadeguata. Quello che sperimento nella qualità è la solitudine dell’uno e l’impossibilità di comparteciparvi nell’azione. Mentre agisco io ho coscienza, sia pure diversa, della mia solitudine, che è intensificata in se stessa e mi racchiude nel mio operare avulso dalle coordinate storiche di tempo e di luogo, ma questa mia solitudine è nella solitudine cosmica del tutto dove è compresa come intensificazione, non come parte di un insieme più grande. La desolazione della cosa, il suo essere priva di riferimenti possibili, mi fanno cosciente intuitivamente, quindi in modo diverso, della desolazione cosmica, della vacuità e della inconsistenza del mondo abitato da fantasmi che mi sono stati coinquilini e amici quando mi arrabattavo a giustificare la mia esistenza facendo e possedendo. È la condizione derelitta della diversità che mi mette in condizione di capire, poi, la glaciale crepuscolarità del mondo dove sono costretto a tornare, dove non posso fare a meno di tornare, perché è il mio mondo, con i miei fantasmi e le mie pochezze familiari e quotidiane, le sue metafore e le sue litoti, dalle quali mi sono allontanato per l’esperienza nella cosa, ma al cui richiamo è impossibile dire di no. Dopo tutto sono sempre figlio di un sistema di menzogne che continua a governare il mondo e di cui sono perfettamente consapevole. Il fuoco, forse quello potrebbe andare. Tenere i piedi per terra è indispensabile per costruire, ma in un mondo dove dominano le catene che c’è da costruire se non altre catene? Rifiutando comincia la peregrinazione critica, la negazione prelude alla distruzione attiva, ma deve prima potersi articolare in quanto tale, cioè come negazione, come ribellione e rifiuto. Ora, questo rifiuto è prima di tutto accettazione dell’assenza, dell’uomo che ancora non è apparso ma che è in me sotto l’aspetto dell’attesa. Non posso distruggere se non distruggendomi come uomo della sovraccarica struttura che mi ha appesantito, struttura o catena, in fondo, non fa differenza. Polverizzando questa specificazione non ricostituisco una situazione precedente all’orientamento, sarei in questo caso, ancora una volta, quello che appaio, ma affermo nel coinvolgimento di volere essere quello che sono, senza più le antiche cancrene della cultura e della conoscenza. Aspiro al balbettio, ma non sono ancora balbuziente, se non fossi capace di andare avanti, nella coscienza diversa, sarei staticamente fermo, negato perfino a perire, la sconfitta mi sfuggirebbe di mano e andrei glorificandomi di una nuova esperienza ridicola e gratuita, accidente del destino. Il fuoco.

IX

Vi sono predicatori di morte: e la terra è piena di gente cui bisogna predicare di abbandonare la vita”.

Chi tocca i valori è un fuorilegge. I giudici su questo sono inflessibili. Ma chi alza la mano per infrangere questi fantasmi è in regola con se stesso? Quasi sempre non lo è, anche lui è un prodotto di quei valori e il gesto, anche estremo, non dice di più. Il solitario non è un fuorilegge, è la legge dell’assenza della legge, del suo oltrepassamento, quindi è la legge di un mondo diverso in cui non c’è legge. Per questo guarda da lontano il fuorilegge, ma chi può veramente guardarlo da vicino? Chi senza tremare può tenere in pugno la vita, anche quella dell’ultimo uomo? Chi può affrontare a polso fermo il delirio del ricordo e gli inutili affanni delle attenuanti e delle giustificazioni? Ornare in un qualsiasi modo l’irreparabile è un medicamento che non funziona per quanto smisurata sia l’abilità del medico. La ferocia non c’entra, meno ancora la sete di sangue, è la propria determinazione a sopravvivere che conta, perfino quando si ha la coscienza profondamente chiara che di una vita ridotta e immiserita si tratta. L’atteggiamento esotico della sciabola sguainata può nascondere un momento di folle aggressività, ma poi sopraggiunge la raffinatezza ragionante del vivere per se stessi, prima di tutto. Per molti aspetti si sacrifica la vita dell’altro con lo stesso impulso con cui si sacrifica la propria nel gesto impulsivo di chi si getta in mare per salvare un annegato. L’inesattezza di questo soppesare è solo apparente, al suo interno c’è tutta l’improbabilità della condizione umana ridotta all’osso, al suo ridicolo ma essenziale lumicino di un pulsare ritmico di un organo fatto di carne e di sangue. Quando questo si ferma il disinganno è tremendo e i soppesamenti da bottegai, colpevole più o meno, lui o qualcun altro, la sua ombra o un gesto irriflesso di ribellione, il caso o una scelta ideologica, spazzatura. Manierismi e tocchi d’artista sono validi dall’esterno, la morte se ne ride neanche sfiorata superficialmente. Certo, il solitario sa bene che non c’è durezza di cuore che non sia, essa stessa, l’altro aspetto artificioso e tecnologico, della mielosa bontà che tutti addormenta, ma il suo atteggiamento non è un errore, è una sovrapposizione di qualcosa che sta oltre, su quale oltre non si sa. Ciò aiuta a nascondere il suo intento, non giustificativo e ha causato – e causa – distorsioni disastrose. Le distanze non sono mai così evidenti come in questo caso. Spezzare i valori è altro, spezzare la vita zappa con vanga arrugginita quella stessa terra su cui si tengono i piedi. Artificio e decorazione, oppure un recondito messaggio? Lo schifo dei buoni è in grado di arrivare tanto lontano? Il solitario conosce questa obiezione e afferma di non volere essere sostegno per nessuno. Incidere parole col sangue prendendolo dal proprio corpo, con tagli profondi in modo che il colore rosso vivo sia non testimonianza di valore ma corrispondenza di corpo ed espressione linguistica. È possibile? Certo che non è possibile, ma è una tensione che viene posta in atto dal solitario, non un metodo che, come qualsiasi altro metodo, getta le sue basi nella stessa mielosa deformante artificiosità della lingua. Parlare parole, ecco il limite del piccolo uomo, ecco il suo destino. Prendere dal proprio sangue il destino non cambia ma esse quasi rifulgono di una luce più intensa, propongono una realtà più dura – forse l’odore ha anche qui il suo ruolo non trascurabile – non si adornano anzi si spogliano e si precipitano una sull’altra ad attenuare il consueto fragore della loro progenie. Arrivano alla lieve carezza di una goccia di rugiada? E come potrebbero? Ad ascoltare non dovrebbero esserci le solite animule scioccherelle ma ben altri destinatari. Contro l’assenza, che percepisco nel riempirmi di possesso, l’attacco diretto non ha effetti. Sono davanti a qualcosa che non c’è, come posso prenderla? Uno scontro diretto sarebbe rovinoso, tornerei a rinchiudermi nella caverna avita. Questa sorta di nemesi deve essere aggirata. Chi agisce si mette a rischio, ma questo mettersi a rischio non è una forzatura di quello che si è, ma un diventarlo fino in fondo, se io sono pusillanime non posso mettermi a rischio. Ne ho visti, tremare e sudare con una bomba tra le mani mentre la miccia accesa riempiva di fumo la stanza, senza riuscire a decidersi se usarla o no, se agire o restare ad almanaccare ancora una volta su scelte sicure e scelte solo probabili. Non c’è atteggiamento istrionico che non si ritorca contro il suo padrone. Il pagliaccio è sempre un uomo triste e il tragico un allegrone da combriccola di gaudenti. Per andare oltre occorre abbandonarsi non resistere, molti elementi di questo abbandono sono di già là, solo che giacevano impolverati in qualche angolo. Non sono doni ma talenti, forse mai utilizzati, forse destinati a sfiorire nell’inazione, ma anche a fiorire improvvisamente e a rendere possibile il coinvolgimento. Non posso essere causa della mia stessa rovina se considero la vera rovina, cioè la vita per il possesso e solo per quello, il contrario della rovina. Se aspiro a distruggere il mondo devo cominciare dal simbolo che io muovo nel mondo, dalla maschera eroica che mi sono messa sul volto per nascondere le mie paure, devo fare qualcosa, anche poco, per diventare quello che sono. Uscire dalla menzogna, è sempre possibile? Non lo so. Fissare in maniera definita i confini, essere qui e non lì, ecco quello che mi sembra, ancora una volta, violenta irruzione dell’ordine, con tutte le conseguenze del caso.

X

Ancora non sei libero, tu cerchi ancora la libertà”.

Ascolta e vede lo sforzo del salire, questo fa il solitario, cerca chi lo precede nella difficile impresa, ma ne coglie anche le contraddizioni. Il disgusto del capire prima e meglio degli altri, e per che fare poi, visto che nell’ambito della natura puzziamo tutti? Salire non è ancora oltrepassare, il prigioniero ne sa più del diavolo, si inventa non solo metodi per sopravvivere ma anche favole, imbroglia e si imbroglia. Chi anela all’oltrepassamento è visto come colui che spezza le tavole della legge, il corruttore della bontà codificata, per cui sono proprio i buoni a trafiggerlo con i loro strali santificati e benedetti dalla coscienza di avere ragione. Accettando ogni compromesso gli aspiranti eroi di ieri sono diventati impiegati al catasto. E sognano le antiche infrazioni vivendo di ricordi, pavoneggiandosi dei gradi acquisiti una volta, in epoche storiche, sul campo e non più spolverati. Passeggiano e sostano ora su lunghi boulevard accennando coscienziosamente col capo a ogni affermazione di dissenso, alzando il pugno chiuso come un annoiato scaccerebbe una mosca impertinente. E delle antiche follie? Niente di più di una favola bella per meglio addormentarsi la notte, raccontarla fino alla noia, una favola che mostra la fodera sdrucita di vecchio giubbotto religiosamente conservato nella naftalina. Piangono per la vita che non li soddisfa e la guatano con rancoroso sospetto, il solitario li osserva e se ne duole, non capisce perché questi negatori non si tolgono di mezzo una volta per tutte. Se tutto è peccato, niente è peccato e non vale la pena di vivere o di sopravvivere, dibattersi in catene non vuole dire spezzarle ma rafforzarle dimostrando l’impossibilità di romperle. Che farsene di questi baciapile, scostarli con la mano, lievemente – tanto sono privi di peso – e andare avanti. Più è greve il proprio modo di essere più si è inconsistenti. Niente è più scopertamente ponderoso del dettaglio, delle impurità ospitate nell’analisi approfondita fino allo spasimo. Niente è più angoscioso del desiderare la morte e di non porsi all’opera, c’è in questa indecisione la crudele certezza del non volere la morte ma il suo contrario e di non sapere dove trovare quest’ultimo in un mondo zeppo di cadaveri. Le desolazioni del piagnoso sono insieme patetiche e ridicole, suscitano compassione e, proprio per questo, muovono al riso il solitario, lo spingono a ridere di se stesso. In ogni estremista antivitale, in ogni condannatore della pienezza, in ogni ipercritico dei piedi per terra, che si voglia ammetterlo e no, c’è sempre una porticina segreta, ben nascosta, da cui fuggire in caso di bisogno. C’è sempre un’alternativa salvifica, un gesto stizzoso e di per sé inconcludente, che sostituisce e azzera, azzerando l’affermatore, tutto quello che è stato detto prima. Il solitario ne ride e se ne duole. Il desolato splendore di certe affermazioni estreme – tutti colpevoli, nessuno escluso – sbiadisce non appena ci si rende conto della distanza che queste petizioni di principio hanno dalla quotidianità dolorosamente uniforme che sopraggiunge improvvisa con la sua coltre di tedio osceno, con le sue intense ambiguità, con l’acre grazia filiforme della sua capacità di comprendere tutto per tutto accettare e giustificare. Nell’abbandono devo arrivare a intuire la fluidità del mio lasciare le resistenze del mondo, devo potermi liquefare per farmi cogliere dall’assenza, non posso opporre resistenza a questa penetrazione inesorabile. Ogni tentativo di imporre i miei tempi mi farebbe tornare alle condizioni del mondo, dove l’abbandono è banale sconfitta e perdita di possesso, dolorosa e degradante, non apertura al regno della diversità. L’abbandono in cui vengo intuito e intuisco, non è un illanguidire nostalgico che fa addormentare la mia volontà per riprendere le antiche forze di controllo, ma è il suo accerchiamento, il suo trasognamento, la sua catastrofe, mentre le mie resistenze alle regole e alle concordanze si elevano a livelli maggiori proprio perché riesco a disorientarle, mi faccio trovare altrove, le estenuo. L’abbandono non è l’accettazione di qualcosa di chimerico, ma la formidabile presentazione della propria intimità al movimento intuitivo della qualità che la coglie, un movimento di frontiera tra la vita e la morte, in cui viene messo in gioco il mondo e la sua dolorosa coscienza immediata. Nell’abbandono ha la meglio una vita diversa, ma attenzione che non diventi una scusa miniaturizzante per fuggire da una porticina secondaria. I patetismi sono sempre in agguato.

XI

Dai nostri migliori nemici non vogliamo essere risparmiati, e nemmeno da coloro che amiamo dal profondo. Perciò lasciate che vi dica la verità!”.

Cercare il nemico, ecco l’essenza di chi lotta, di chi non accetta di essere sottomesso. Senza uniforme e senza uniformarsi, come unico punto di riferimento l’odio per gli adagiati, per coloro che giubilano della propria schiavitù, per i manutengoli, per gli amanti delle sviolinature che ammaliano, della cupezza che appiattisce, della impassibile fissità del potere che acceca con i riflessi di un sole di cartone tra vetrate irreali. Il solitario aspetta silenzioso il nemico, accovacciato nell’ombra, non si unisce a chiacchieroni, non litiga, non accetta accordi o consigli, non accoglie la pace – una società migliore – se non per dare inizio a una nuova lotta. E la causa non giustifica qualsiasi guerra, solo una guerra giusta ha la sua causa giusta, e l’attacco contro il nemico che soffoca e ammorbidisce, che massacra nell’indifferenza generale, è attacco giusto, considerarlo malvagio è cadere nell’equivoco proposto da chi vuole che la morte continui a prevalere sulla vita. Sono i buoni che amano la morte, si commuovono e pensano sia meglio così per tutti. Ma che vale questa bontà violacea, sovraccarica di responsabilità orrende, corrosa dalla debolezza, abbagliata dal benessere e dall’accondiscendenza? Che farsene di questa purezza artificiosa sporca di mille sozzure, distante da ogni sensibilità, impettita come una guardia regia, capace solo di agitare la spada insanguinata della giustizia che pesa gli uomini e la patate con la stessa misura? Il solitario combatte e non cerca quartiere, non prevede accomodamenti, non ondeggia tra offerte diverse, non valuta le opportunità. Colpisce e basta, salta via come una capra e passa oltre per colpire ancora. Che gli importa degli accordi dei violini che distintamente fanno notare la bellezza della pace che si riverbera sui cadaveri ammucchiati degli insorti per la libertà? Va oltre ogni elegante suggerimento di collaborazione. Non accetta, va oltre, si indirizza verso il ponte del difficile valico. Il solitario non è un combattente, non aspetta né da tregua. L’azione non purifica, trasforma. Poi torno alla mia antica attività, al mio desiderio di ordine e di pace, ma il mio destino si è trasformato, anche se non ne ho piena coscienza. È difficile che adesso fugga via in preda al terrore, come facevo prima, i fantasmi dell’apparenza li vedo a distanza di sicurezza, so della loro scarna consistenza e li lascio stramazzare al suolo quando inscenano le loro pantomime per spaventarmi o impietosirmi. Queste mie nuove capacità sono ora da me conosciute, quindi esercitano sull’accumulo una quale influenza modificativa, a causa della rammemorazione, anche se non sono in grado di intaccare la solidità del meccanismo produttivo stesso. Le fiamme dell’azione sono lo sfondo teatrale che permette di riprodurre le battute di una tragedia che una volta fu reale, ma che ora è solo parole. Eppure queste parole, che altrimenti cadrebbero nel vuoto e nel vacuo, trionfo della tautologia, si collegano con la nuova possibilità del destino e quindi si caricano di un senso increato che prima non riuscivano a fare emergere, sono parole che possono appiccare il fuoco ai cuori non completamente inariditi bandendo la mediocrità. Il fare e la sua continua modificazione conducono molti, e nemmeno i peggiori, alla disperazione. Le macchinazioni del mondo, la miseria dei desideri che vengono consentiti, l’indigenza della quantità che non può accedere al proprio completamento, non solo mettono in dubbio se vale la pena di vivere, ma spengono le illusioni del progresso che suggeriscono il viaggio dal selvaggio alla civiltà. Il fare è stanco di giustificare se stesso, di inventare cambiamenti e ideologie che reggono le apparenze, non ha più inventiva, la sua conoscenza è mediocre e non ha più quella forza illuminante che una volta sognava la determinazione del futuro. È una scorza vuota, un automatismo rotto, se mai fu funzionante, agonizza nella forza splendida di chi ha chiamato i migliori saltimbanchi al proprio capezzale. Nulla può stimolare la sua vita grama se non l’illusione di un diverso futuro, ma questo non può arrivare in sorte dal destino, deve essere cercato e messo in gioco, è soltanto una possibilità. Hallali!

XII

Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri”.

Lo Stato è la menzogna che più turba il solitario, una menzogna e una trappola, mille concupiscenze e simboli mentitori in qualsiasi lingua si esprimano. Lo Stato succhia la vita che non possiede e la succhia al povero per conto del ricco, perfino i suoi denti sono falsi, denti falsi di belva. La bontà lo riscalda e lo conforta, lo irrobustisce e lo sollecita all’arruolamento dei volonterosi che splendono per le proprie virtù. Suicidio di tutti è lo Stato, buoni e cattivi, sfruttamento dei saggi e dei pensatori che nitriscono per la loro soddisfatta smania di collaborazione, cavalli da soma e scimmie addestrate. In cima allo Stato sta il fango e l’odore cattivo, più in alto si sale nelle prebende e più si alza lo schifo. Là dove lo Stato finisce comincia l’uomo, comincia il ponte dell’oltreuomo. Solo il solitario conosce l’atto splendidamente temerario, la lontananza dal commercio infimo, dallo scambio degradante, la padronanza di sé, l’empietà che abbatte gli idoli di ogni colore, anche se rossi e neri, anche se estremi nella loro capacità di simboleggiare qualcosa che non può essere digerita dal simbolo. E anche questa è pietà, per gli esclusi e per tutti quelli che non si rendono conto dell’esclusione che incombe su di loro. Né calcolo né intuizione, ancora più oltre, né sentimento né moto dell’animo né evento mistico, più in profondità, più radicato sta questo avere i piedi per terra, più radicato e inconsolabile, più terso di fronte al fango che incalza e suggerisce preghiere, suppliche, disprezzo e perfino ammirazione frustrata. Scambio di idoli nuovi con idoli vecchi, e viceversa. Sta fermo il solitario e ascolta il vento, non si lascia cogliere dalla proposta oscenamente arrogante, alza gli occhi alle nuvole e le descrive, parla con loro, dà orecchio attento alle loro provocazioni che non si curano di lotte e alchimie politiche, non ricamano una delirante organizzazione del nulla. Se gli anarchici avesse vinto da qualche parte una loro rivoluzione sarebbero stati terribili repressori. Li ha salvati la sconfitta in Spagna, in Russia, in Messico, ecc. La vittoria rende arcigni e c’è la necessità di imporre con la forza la propria visione del mondo. Pure essendo anarchico sono convinto che la sconfitta mi rafforza e mi mette in condizioni di riconoscere la mia lotta, anche contro gli stessi anarchici che eventualmente si fossero, nel frattempo, innamorati del potere nuovo.

XIII

La dove la solitudine finisce, comincia il mercato, e dove il mercato comincia, là comincia il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose”.

La solitudine odia il mercato, lo strepito delle grancasse assordanti che coloro i quali si credono grandi uomini fanno suonare ritmicamente e il sibilo sottile dei piccoli insetti servizievoli e striscianti. Orecchie insensibili percepiscono solo rumori, abituati come sono al frastuono, con loro non c’è allusione possibile, tutto deve essere detto ad alta voce, e una volta detto, dimenticato, la parola è l’oggetto volontario dell’imbroglio. Di per sé permane solo bruito o sussurro, urlo o sghignazzo, ognuno cambia convinzione come cambia abito, si colloca nel bene come nel male. Ognuno non fa vedere ma prorompe e così obnubila, e quando fa vedere si tratta spesso di una buffonata. Il solitario sa che non può scegliere in modo netto, tanto meno usando le parole dell’assenso o della negazione. Guarda nel profondo, dove non ci sono parole ma atti, dove ci si avvicina alla fonte dell’oltrepassamento, dove la vita collima col destino. Qui la struttura scompare e viene sostituita dal movimento, non c’è una fatalità dell’evento ma tutto è collegato con tutto. Non c’è un prima e un dopo, l’ora è di già dopo ed è ancora prima. Lontano dai meschini e dai miserabili che si vendono e si fanno comprare, lontano da oggetti e da puzzolenti residui vergognosi di se stessi. Sarebbe una enormità adirarsi contro queste nullità ma la somma delle piccole ferite che riescono a procurare costituisce una piaga. Il vigliacco non sollecita il solitario allo scontro, al contrario, lo circuisce e lo adesca, o almeno cerca di farlo. Eppure egli è capace di un colpo sferrato di nascosto, pericoloso e perfido come la sua vigliaccheria, fulmineo come la sua imprevedibilità. Poco importa quanto il vigliacco si sia ammantato di coraggio e coperto di gloria muscolare, gli manca la saldezza, lo stare diritto di fronte ai propri impegni. Il primo sussurro del nemico lo coglie di sorpresa e nel cadere a capofitto azzanna chi gli era a fianco, amico o sconosciuto, nel tracciato labirintico del proprio minuscolo pensiero non ci sono differenze di questo tipo. Sono stato rinchiuso in buchi dove una luce costante abbagliava gli occhi stanchi e assonnati, in buchi dove solo una finestrella di pochi centimetri dava poca luce e aria all’altezza del soffitto, in buchi dove individui protervi affollavano i sei metri quadri di spazio urlando tutti insieme o tacendo tutti insieme, in buchi dove chirurghi grossolani armati di coltello torturavano la mia carne, in buchi dove non arrivava l’insulso sbigottimento del mondo. Mai la qualità è stata più vicino, mai in questi posti ho sentito fremere il cuore o pensare ad altro che alla puntualità dell’atto che ero lì a compiere, mai sono stato passivo, ero io ad agire, io ad avere scelto quella condizione, potevo morire tranquillo e nessuno avrebbe saputo di quella remota esperienza di tenebra. Penetrando nelle regioni inesplorate della solitudine, la folla delirante degli imbecilli, servitori più o meno in livrea, scompare, e al loro posto c’è solo il sentimento della mia forza, del mio essere qui, totalmente, e non in parte altrove, anche se la notte sta aprendosi ai miei piedi, si tratta di una notte solitaria di cui non ho paura e dove io sono padrone, sono io che getto la spada nella bilancia, non i dominatori, io solo conosco l’immensità della solitudine, gli altri sono lì per caso, dementi orridi e ragionevoli.

XIV

Io amo la foresta”.

Accedere all’innocenza dei sensi è molto tortuoso, né la strada della castità è mezzo e percorso, caso mai indicazione necessaria e accenno. Qual è la differenza tra la libidine e la purezza dei sensi, ambedue pretendono una via traversa e imboccandola non si accorgono di girare intorno al problema, come governare se stessi? Forse a colpi di zappa o di forbice? L’innocenza non è data dall’espediente di Origene, se perseguita a fondo si capovolge nel suo contrario, l’invidia e l’occhio storto che suggerisce identificazioni impossibili. Tutto per il solitario è labile ed elusivo, circondato dalla verzura solo la sfumatura lo accoglie in pieno e lo esalta con un gesto da prestigiatore. I mascheramenti dei piccoli uomini che si tengono stretti i loro miserabili possessi, sono disagevoli da portare a lungo, bisogna di tanto in tanto cambiarli o finiscono logorati dall’uso. Vivere è tutto quello che bisogna fare, non vegetare sordidamente, nemmeno all’ombra di un grande ideale. L’uno è inaccessibile alle parole, eppure queste tornano ancora all’irraggiungibile, vi tornano malgrado la vertigine che procurano nella loro persistente spregevolezza, malgrado i meandri labirintici che lasciano intravedere, ma di cui non sono in grado di iniziare l’esplorazione. Accostarsi alla desolazione dell’uno richiederebbe una leggerezza che non posseggo, una trepidazione e una innocenza infantili che ho dimenticato, mentre mi dibatto in un mondo forsennato e stupido nella sua vertiginosa ansia di possesso cosmico. Nella desolazione della cosa, cominciando ad avvertire i movimenti con i quali la qualità mi coglie, mi sembra di essere di già nella realtà dell’uno, ma la distanza che mi separa da lui adesso è diventata diversa, non maggiore da quando trovo davanti a me solo calcoli quantitativi, ma diversa perché fondata sulla intensificazione della qualità, su una tensione che non misura lontananze spaziali o temporali. Mille e mille volte questa forza intensiva mi ha condotto verso l’uno, mille e mille volte mi sono tratto indietro, spaventato, proponendo la domanda fondamentale, tutto qui? Se questa domanda di salvaguardia fosse stata evitabile, l’avrei evitata, solo che anche sapendola evitabile, ogni volta penso di riuscire ad avvicinarmi di più. La cosa mi sta davanti ma tace, tace le mie parole, fa sentire la voce dell’uno, ma io sono troppo stupido per capirla, e troppo coraggioso per rifiutarla. L’infinita modulazione di questo accettare e rifiutare è per me incomprensibile, come un antico insensato esempio grammaticale, per l’uno è il suo semplice respiro, il pulsare del suo cuore indifferente al mio incerto avvicinarmi, al mio ansioso chiedere. Niente può completare definitivamente, la qualità lo fa ma sulla punta di uno spillo, e la rammemorazione provoca soltanto una vertigine riflessa, un gioco più o meno sapiente di parole, l’indicazione di un itinerario ancora sconosciuto che forse qualcuna, un giorno, vorrà ripercorrere. Per un itinerario del genere non esistono guide, dovrebbero essere più pazze di me. Quello che comincio a intuire, e su cui insisto, sono macchie non luminosità. Se ci fosse veramente una chiarezza dentro di me l’insensatezza del movimento che oltrepassa forse si svelerebbe al mio eccesso e riuscirebbe ad addomesticarlo. Al contrario nessuna voglia viene sconsigliata, nessuna ipotesi scartata a priori, tutto è nella desolazione.

XV

La nostra fede in altri rivela in che cosa noi vorremmo credere di noi stessi. Il nostro anelare a un amico è ciò che ci tradisce”.

È un grande impegno per il solitario l’amicizia, non può accettarla se non completandola col suo esatto capovolgimento, l’inimicizia radicale, l’estremo concetto a cui si può arrivare partendo da quello che nei corridoi ecclesiastici è spacciato per amicizia. Abbassare la maschera è mettere paura all’amico che aveva calcolato di legarsi con un fantoccio non con una nudità. Senza coperture e protezioni è ben difficile trovare amici, il concetto sfuma nell’improbabile, la ruvidezza nella mancanza di vergogna, ecco il punto da cui partire alla scoperta delle coste frastagliate e burrascose dell’affinità, dove soffiano venti implacabili e non c’è compassione per i deboli. Le frivolezze da giornate feriali non sono ammesse, le simpatie e perfino gli amori sfumano sullo sfondo, quelle coste sono inaccessibili viste con l’ottica del concordato amichevole, respingono e basta. Ogni spiegazione è labile, ogni chiarimento, ogni fatto, ogni accordo, elusivi. Non sono gli eventi a logorare l’amicizia è la sua intrinseca nota falsa, il suo deserto, e questo non è mai così vero come in quella tra l’uomo e la donna. Se approfondiamo le amicizia del solitario la cosa è semplice, il nemico è a portata di mano, se guardiamo a quelle degli animali socievoli, il disgusto sale alle stelle. E la povertà e l’amicizia e i limiti e i dubbi delle più intrepide amicizie? L’irruzione della verità getta il panico nel rapporto, il nemico affiora ed è questo che rompe gli indugi e vuole la verità. Come dargliela? Da quale altezza partire? È un gesto compassionevole e comprensivo che il povero umano si aspetta, bisogna allora indossare di nuovo, e velocemente, la maschera, dimenticare tutto dietro un falso sorriso. Non bisogna confondere l’impoverimento del linguaggio con il suo rifiuto, con la balbuzie. Nel primo caso è il fare che produce un eccesso di meschinità, una degradazione di strumenti logici, una povera critica pietosamente negativa, nel secondo caso è la desolazione che impone la rinuncia alla parola, ormai inadeguata. Tornerà l’antico ideale litigioso di perfezione, ma sarà svigorito dallo stesso sforzo di rammemorare, produrrà fare e prodotto, ma le sue plurisecolari intenzioni lodevoli saranno sempre al di sopra degli effetti. I dettagli, anima del di già trasformato, dilagheranno venendo ad allargare le intenzioni, queste ultime ritrose e impaurite dalla parola che torna a dirompere, torneranno ad aspettare nuove occasioni, la banalizzazione trionferà ancora, anche se per molti aspetti arricchita da farneticazioni araldiche prima non prevedibili. Nel tentativo di fare diventare universale l’esperienza altra, questa verrà perduta e solo in parte recuperata. L’attenzione verrà posta sempre più sui dettagli e stornata dalle antiche trasformazioni, per altro queste ultime, violentate dal ricordo e dalla lontananza, avranno sempre meno da comunicare se non le altrui verità, custodite da tempo nelle teche dell’ovvio. L’intuizione è la morte letteraria del dire. L’esaltazione del levare l’ancora ora è sostituita dalla gioia servile di tornare al sicuro nel porto amico, al riparo di imprevedibili mostri. I sussulti del sentirsi custoditi, protetti dal possesso, non si devono confondere con quelli della improvvisa sensazione di vuoto o di una veloce agonia. L’antica trasformazione può anche imbalsamarsi in una attuale reliquia buona per tutti gli usi. I cantastorie hanno i cartelloni pieni di facce di banditi e grassatori, ora in pensione dalla quotidiana codardia, aspirano essi stessi alla pensione.

XVI

Il piacere di essere gregge è più antico del piacere di essere io: e finché la buona coscienza si chiama gregge, solo la cattiva coscienza dice: io”.

Valori? Strame per debolezze che vogliono dormire su giacigli morbidi, rovinose disponibilità, garanzie richieste o date con penose titubanze. Ma valutare è assolutamente altro, valutare è creare, creare è oltrepassare il ponte. Il gregge non valuta, è valutato, gli resta l’astuzia che fa sopravvivere, l’allungamento della catena, la sua multiforme colorazione, tutte utilità d’uso per non soffocare subito, il resto sono zone d’ombra, incertezze quotidiane, mancanza di stile. I valori vengono infranti continuamente e calpestati, poi riaccomodati alla bell’e meglio. Un sistema di riferimenti più o meno presentabile è continuamente sottoposto ad accurata manutenzione. La vita non sfiora nemmeno la teoria, scivola via attenta, cauta, prevedibile e leggera come una carezza, ma la mano che dà questa carezza è quella del boia. Fatui scopi sono i valori, simili a improbabili appuntamenti con personaggi immaginari che sfuggono silenziosi. Quando tutto sembra perfettamente allineato, c’è nell’accadere un tocco di imprevedibilità che lo rende sospetto e ripetitivo, nuovo e di già visto nello stesso tempo. La fedeltà si converte nella mancanza di corrispondenza, nulla di quello che è stato fissato nelle tavole sfugge all’infrazione e quando rimane nella regola è pura apparenza. Gesti vengono ripetuti, accorate parole rivestite col pathos dovuto, luoghi rivisitati e ammodernati, garrote vecchie messe da parte e nuovi sistemi di uccisione studiati con ponderatezza da efferati professionisti. Non c’è mai una porta che si spalanca su abissi insondabili, dietro c’è sempre lo scalino di casa, il solito scalino conosciuto su cui è anche difficile inciampare. L’innocenza con cui tutto questo si ripete è solo superficiale, in fondo non c’è altro che il nulla, nessun non volere e nessun volere, l’appiattimento pacato e socievole del gregge a cui è stata imposta una targhetta di riconoscimento dimidiato, una per ogni singolo capo di bestiame. La calma e la dolcezza sono sensazioni che accompagnano l’appagamento, ma come risultano possibili in un mondo che si basa sulle catene e sulle regole produttive? Sono fantasmi abbastanza comuni e si producono nel mondo quando mi illudo di essere pervenuto a una specie di completamento. La mia attenzione si allenta e i miei nervi si distendono mentre l’agitazione e il turbamento diminuiscono. Queste fantasticherie sono dolci intermezzi che anche il prigioniero si permette per prendere maggiore slancio nella stessa vita delle prigioni. Poi l’assillo riprende per la manica e la calma si rivela inconsistente e la dolcezza un trabocchetto o meglio una fittizia verosimiglianza. Dietro quelle oasi di pace torna a sorgere l’inquietudine e la melanconia, e si riprende con maggiore forza la via verso l’assenza, o almeno la sollecitazione verso un viaggio intuito ma ancora non intrapreso. Mi sento quasi colpevole di questi momenti di dolcezza patetica, quando al contrario essi partecipano pure, come molte altre illusioni del mondo a formare la predisposizione ad andare avanti, a cercare l’oltrepassamento. Nell’agire spesso ho il rimpianto di questi perentori momenti, ma si tratta di lievi ritardi nella intensificazione della qualità, non di vere e proprie soste fraudolente o ritorni al passato, almeno non necessariamente. Anche nella desolazione della cosa ci possono essere vuoti o sbavature salmastre, abbastanza simili ai residui di qualità presenti nel mondo, ai valori.

XVII

Quando volete parlar bene di voi, vi procurate un testimonio; e quando l’avete sedotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi stessi”.

Nascosto sotto il candore supposto di regole invitte c’è il lavoro costante di sentirsi nel giusto perché protetti dalla quantità. Tutti insieme i piccoli uomini vivono al riparo delle regole come sotto una tettoia e non si accorgono del tanfo di morte che li circonda. Complici e vittime sono lucidamente seduti su di una imminente esplosione e non lo sanno, o meglio, si illudono di non saperlo. Commedianti recitano la parte degli innamorati del prossimo. Il solitario li disprezza e li frusta perché guidino piuttosto in avanti, innamorandosi di ciò che è remoto e non di ciò che è vicino, il tanfo di quest’ultimo è pesante. Ma si fa presto ad abituarsi ai cattivi odori, a trovare suggestivo il panorama più vuoto e assente, perché alla meno peggio si deve sopravvivere. Siamo una macchina e anche una bomba a orologeria, affermerebbe il solitario, come contraddirlo? Indicare i punti di rottura, ecco l’essenziale. Tradimento e gelida gioia nel fare del bene, apparenza e maschera, corteggiamento di maldicenze con intenzioni omicide. Si può essere vicini al prossimo? Certamente, se si entra a fare parte dello stesso gregge, fianco a fianco con chironi addomesticati che pretendono correre ancora al galoppo. Si ha così l’impressione di intoccabilità, di essere difesi da forze collettive che quasi sempre permangono altrove e richiedono differenti indicazioni di accesso non un terrore imposto dall’isolamento. Per chi non accetta questa immatricolazione il resto non è difficile, basta il rifiuto delle formule sacramentali e la ricerca di una maggiore concretezza. Qui si colloca di certo una prova dolorosa, ma la pace fisica e meno fisica non sta forse solo nell’artificialità? Addormentiamoci pure in modo decoroso sognando nobili illusioni, rifiuti misurati, indignazioni di routine, insolenze da quadrivio ben educato. Collochiamo punti di riferimento per non scantonare, corsie fittizie che corrono verso la giusta direzione, dove la codificazione morale ci attende con la sua arcinota sentenza di morte. Quando smetteremo di pascerci di falsità e menzogne, risibili litanie? Quando saremo sazi di cadaveri fatti a pezzi? Osservo l’uno dalle remote condizioni della modifica, poi mi approssimo nel coinvolgimento. Nell’abbandono intuisco che non lontano da me c’è qualcosa che non è provvisorio, che mantiene radici più solide della qualità pure restando anch’esso qualità solo estremamente intensificata. Non posso sperimentare questo uno ma posso cogliere il suo particolare fondamento non provvisorio nell’atto che mi coglie come estrema provvisorietà, frutto della volontà di trasformazione. La desolazione non manca di contenuti riottosi, ma questi non sono quantificabili, sono insoliti per l’occhio della produzione modificativa. Per cogliere la qualità devo agire, cioè inserire me stesso nell’atto che implica la qualità, non la tiene a distanza per afferrare la parte conquistabile che è sempre un esorcismo quantitativo. Nel luogo della desolazione agisco solo se ho imparato a fare a meno delle illusioni di completezza, dei transiti mortali verso la rinuncia e i sacrifici. L’ordine è un urlo di orrore di fronte al lezzo di putrefazione che continua ad emanare dalla divinità. La desolazione mi accoglie perché mi capisce, lei mi capisce, sa che voglio agire e che voglio trasformare la vieta realtà, ma non mi suggerisce il modo in cui mettere da parte la volontà e l’abitudine al controllo. Questo esperimento lo devo condurre in porto da solo, mentre il territorio della solitudine si fa sempre più soffocante e aspro.

XVIII

Ma tu vuoi procedere sul sentiero della tua melanconia, che è sentiero verso te stesso? Fammi vedere che ne hai la forza e il diritto!”.

Si chiede il solitario se si è liberi dalle catene non appena spezzato il giogo. Oppure se una volta staccatosi non ci si avvicini a un altro soggiogamento ancora peggiore? La beneamata libertà apporta una forza o una debolezza, una nuova forma di paura? Che farne della libertà? Ecco la domanda cruciale, per avvicinarsi all’oltrepassamento o per modificare leggermente qualcosa, una faccenda di contorno? È veramente ardua la solitudine. Spesso vengono meno il coraggio e le prospettive per un periplo completo dell’ignoto, ma è giusto che sia così, il mondo che ci ospita è tutto artefatto, anche gli ideali di libertà non possono essere veri e propri elementi di libertà, farebbero morire chi li avvicinasse per conoscerli, che senso avrebbe la stessa conoscenza, sarebbe conoscenza per la morte non per la vita, mezzo di nuovo soggiogamento non libertà. Gestirebbero, questi ideali, angosce, terrori, brividi, traumi, osceni titillamenti. Ciò genererebbe confusione proprio nel gregge dove i buoni e i giusti vogliono essere lasciati in pace e non vogliono sempre ingozzarsi di infima agiografia. Chi guarda lontano è spesso catturato e messo al rogo con tutta semplicità e non ci sono spiegazioni complesse, lineare è la condotta della giustizia, il gregge vuole il suo spettacolo, bisogna accontentarlo. Non è faccenda evitabile, o si accede al congegno ben oleato del numero o si resta fuori della sua complessità protettiva, ciò espone a un destino inevitabile. Chi lotta contro tutto questo non può dare né accettare quartiere, è una sorta di estraneità la sua, non ha più rapporti comprensibili con la massiccia compattezza che lo tiene a distanza. Non ci sono ragioni o leggi o convenienze, né temibili prodigi. Non ci sono spiegazioni necessarie e nessuno le presuppone, anzi quando vengono fornite sono prese per una forma di riconferma dell’estraneità, una proterva e verminosa dichiarazione di intenti, definitiva chiusura dell’avello. La coscienza dell’altro è coscienza che ha visto e conosciuto l’altro in termini immediati, quindi sotto un alone fatuo e inconsistente. L’inaudito uno diventa fittiziamente parte del molteplice e l’immaginazione salda il diviso in un indiviso che non è vissuto ma solo sperato o temuto. La parola si impegna nel ridurre la paura e cerca di costruire catene adeguate. Ma la propria identità è povera di fronte all’eterna e incancellabile presenza dell’assenza e la mancata cattura conoscitiva finirà per travolgerla in un carnaio insipido. Ecco la necessità o di continuare nella presenza di spiegazione definitoria, affermando il proprio modo di essere nella dominazione che apparentemente garantisce, o rompere gli indugi e salpare via, spezzare tutte le unità relazionali intermedie e provvisorie e cogliere l’unità e la saldezza della cosa al di là della stessa serpentesca sophia. La legge della cosa non è dicibile, e non essendo conoscibile non è nemmeno ipotizzabile come esistente, la suppongo tale ma potrebbe essere puro caos ammuffito. Solo la sua diretta sperimentazione mi potrebbe dare una risposta precisa, ma essa non è possibile. L’intuizione non vede regole e non fissa corrispondenze, non vuole trionfare e assimilare, vuole solo lasciarsi cogliere per potere proliferare vertiginosamente.

XIX

Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!”.

La donna, anche se fa parte del gregge, ha sempre dalla sua la zampa felina che la salva. Se il solitario va dalla donna non dimentica che il nemico che incontrerà non può arrivargli attraverso l’esperienza amichevole, ne vede solo una parte e a questa si abbandona, inafferrabile riposo rude e violento, non ci sono mezze misure. Soltanto che l’uomo e la donna sono entrambi catturati dalla rete del gregge, quindi niente lotta, o solo una sua parvenza, e niente inimicizia, o solo una schermaglia stucchevole, affiorano convenevoli di civiltà codificati e impersonali, deperibili eventi rispettosi delle convenienze. Il gelido scontro sulle cime nevose è riscaldato in casa, con occulte invenzioni e accorgimenti convenienti e corretti, rispetto, uguaglianza, contraccambio, ricerca del piacere reciproco, mielose querimonie da seminaristi in fregola arretrata. Ma chi lotta ha l’occhio acuto, guarda oltre queste sciocchezze e la loro artificialità lo disgusta. Il suo coraggio solitario non ha paura della zampata di libertà che prima o poi arriva, della profonda respirazione della donna, del suo occhio rapace e ansioso, non ha paura perché conosce tutto ciò e lo accetta essendo qui lo scambio libero tra malvagità e cattiveria, lontane entrambe dai parassitari costumi del gregge. Non so se la riproduzione sia lo scopo vero della zampata della donna, so che è uno dei modi più radicali che io ho visto di agire andando oltre, il maschio è forse un lottatore ma è solo malvagio, non arriva alla cattiveria. Ecco perché a volte la maggiore difficoltà nell’oltrepassamento. Non si tratta di coerenza ma di scarnificazione, quando ci si comporta come movimenti che vanno e non come cose morte che giacciono. Parlare di solitario e non di solitaria non è un caso o un difetto o, ancora meno, una malcreanza, è una emblematica necessità. A questa profondità il senso generale del discorso rischia di dovere essere decodificato, e ognuno può farlo sulla base del suo modo d’essere. Le classificazioni, per quanto ingegnose, non servono. Lo scambio ravvicinato tra uomo e donna, nell’ambito estraneo al gregge, darà vita all’oltrepassamento dove forze ignote si scateneranno in un oltreuomo che non sarà più prigioniero degli schemi dell’uomo e della donna, sarà assolutamente diverso e anche la sessualità sarà una metafora di quello che tristemente viviamo oggi. Ma parlarne oggi ha l’odore dell’apostasia, il taglio di un frettoloso agguato. L’analisi dei segni che si mettono in mostra nel mondo non appena si annunciano gli effetti negativi della critica, accennano alla possibilità di un abbandono. Nei protocolli, nelle misurazioni delle distanze, nei moduli di comportamento si ingessa qualcosa, si corrode dall’interno, si soffocano possibili nuovi esiti. Il ripetersi ieratico degli accadimenti non è quello di prima, ma rimane immobile l’elefantismo modificativo, solo che bisogna aprire le fasce della mummia e, a un certo punto, questo non può avvenire grazie a una nuova dose di negazione critica. Il dominio, distratto per un attimo, torna a farsi attento. L’impotenza non si rivela alla luce del sole, la diffidenza e la circospezione l’impediscono, per cui occorre un ulteriore passo, quello del coraggioso coinvolgimento. Se continuo a scrutare con timore i comportamenti codificati, se il mio cuore di coniglio mi batte in petto a ogni aggrottare di ciglia, lo scavo compiuto è stato una dolce esercitazione letteraria. Ma il mondo potrebbe adottare una maggiore flessibilità. Modularsi in presentazioni meno decrepite e inflessibili, aggiustare il tiro, e questo richiede un coraggio ancora più grande oltre che uno sguardo molto più penetrante. Andare oltre non deve fare pensare a un malinconico lasciarsi alle spalle il mondo.

XX

I buoni e i giusti mi chiamano il distruttore della morale: la mia storia è senza morale.”

Al nemico il solitario promette bene, il bene. Ma di quale bene sta parlando? Non certo di una carezza, smanceria da gregge, ma un ritorno maggiorato dell’aggressione, in caso contrario lo si offenderebbe e lo si costringerebbe a vergognarsi di sé. Ciò significa solo prepararsi a fornirsi dei mezzi per attaccare il nemico, l’unico modo per riconoscerlo come tale, senza cautele e senza perplessità. Darsi torto quando si sa di avere ragione è la cosa più difficile. Non c’è giustizia quando si giudica, occorre un altro tipo di giustizia che colpisca solo i giudici. Sotto la corriva protezione della legge sono i veri fuorilegge, coloro che tagliano e spezzano senza rispondere delle loro azioni, non pastori del gregge ma unicamente macellai a caso, perché quando veramente le pecore cessano di essere tali fuggono via per primi, tornano solo quando i cani urlanti hanno ripristinato l’ordine senza indulgenze se non per i loro crimini. Per il solitario l’identificazione del nemico è un qui e ora, privo di dubbi non ammette sfumature, riprende il destino nelle proprie mani, non lascia che pochissimo spazio al caso che sempre occheggia dalla rete delle sue invenzioni. Nello scontro c’è la concentrazione in se stessa dell’avventura che rende inconcepibili altre avventure, la radicalità mangia e vomita disgustata le tenerezze di altri tempi, le mezze misure e le dichiarazioni di maggiore o minore responsabilità. Odio per il nemico è un giusto riconoscimento del suo essere e del suo fare, pulizia di intenti e quindi maggiore apertura verso il futuro. E questo odio deve essere insensato, senza soppesamenti o bilanciamenti, scambi di cortesia o spaventose torture sono la stessa cosa, non accelerano il provvedimento contro il nemico, né lo decelerano, trattandosi di modulazioni occasionali che nulla hanno a che vedere con l’essenza stessa del suo essere oggetto di odio. Non c’è mai in questa dichiarazione di coerente radicalità un limite da non superare, se non quello dello stile, del non offendere il nemico con un comportamento che lascerebbe supporre la sua debolezza, ecco il motivo per cui non lo si può umiliare, anche quando la ricerca dell’umiliazione è proprio uno dei mezzi del suo modo di attaccare. Anche quando i mezzi e le capacità di attacco sono limitati non si può agire in altro modo. Meglio un piccolo attacco, ma erratico ed estroso, che un mancato riconoscimento della lotta. La condizione virulentemente deforme del gregge spinge spesso a rinviare in attesa di migliori disponibilità, ma è il quotidiano che cerca di fagocitare il fatale, l’inevitabile. Se lo sguardo resta fermo al destino non si può fare altrimenti. Non c’è nulla di emotivo in questo programma, il nemico è il nemico, non è necessario un ricorso a fondamenti giustificativi di natura teratologica. Nessun esercizio ascetico può modificare la sua naturale consistenza, la sua vendetta in caso contrario sarebbe terribile, consistendo appunto in una conversione agiografica ed elogiativa del nostro ruolo di attaccanti addomesticati. La passione dell’uno non richiede un temperamento meditativo, ma un andare oltre, un desiderio eccessivo di oltrepassare le condizioni presenti, di sbarazzarsi di quella intollerabile cordialità che racchiude i confini dell’ovile. Non importa se in questo desiderio la morale corrente identifica la purezza o la degradazione, la passione dell’uno non prende in considerazione fatti marginali come questi. Non è un problema di controllo delle proprie forze e pulsioni, ma un debordare, un rompere gli ormeggi, un afferrare alla radice la vita che pure è coartata in mille guise nella modificazione. Questa passione ha in sospetto la calma e la pacificazione degli animi, tutto quello che si presenta come realizzato lo considera un additivo fastidioso, una superflua fosforescenza. Ogni possesso, perfino la conoscenza indispensabile che rende attuale la critica negativa, è visto con sospetto, oppure come un peso, una zavorra, un ritardo, un buonsenso periferico che spegne l’entusiasmo e la forza dirompente verso la diversità. Per questa passione ogni estremizzazione del fare è una minestra tiepida, un inchiodare alle proprie infermità ogni slancio e ogni bramosia, un continuo ammaestrare e controllare. Tutte la barriere devono crollare, persino quelle che i folli costruiscono con i diacci fantasmi a loro congeniali. Mi devo trovare in questa passione, diventare mille facce e mille abbandoni nello stesso istante, mille sperimentazioni impossibili, per destinarmi all’eccesso, per cancellare ogni residuo di timidezza.

XXI

Al di sopra di te devi costruire. Ma ancor prima tu stesso devi essere costruito tetragono nel corpo e nell’anima”.

Un figlio è il rispetto reciproco di due che vogliono creare qualcosa di più, un avvicinamento all’altro, cordiale e complice. Per questo devono essere forti e non smettere mai di alimentare questo rispetto nella costruzione di una nuova vita che prende tempo ed energia e speranze e delusioni e progetti e molto altro ancora. Racchiuso nell’arcaica asfissia del gregge questo progetto si limita a dare al mondo una nuova pecora per una nuova lana. E poco probabile che il solitario si accontenti e desideri l’inverosimile, accade sempre così, il figlio gli cresce davanti agli occhi come gli cresce la propria vita. Tutto quello che egli sperimenta su se stesso è rivissuto attraverso gli occhi del figlio e questi occhi sono i suoi propri occhi, nuovi, meravigliosamente spalancati sul mondo, incapaci di scorgere le antiche deformità. L’ascendere verso l’altro è prospettiva ardua, non può pensare il solitario di farla assieme al figlio, sarebbe come catturarlo in una gabbia più o meno metodologicamente attrezzata per obbligarlo a salire, su fino al crollo finale, fino alla catastrofe. Nessuna gabbia può salire, essa è costruita sempre per restare quaggiù, è un carcere stereotipato in qualunque modo la si chiami. Se l’ascesa avviene è un accidente di percorso che il figlio prenderà su di sé, nessun modello patetico da proporre. Il processo è caso mai inverso, sono gli occhi del figlio che illuminano la strada del solitario e gli fanno vedere l’avvicinarsi del ponte da oltrepassare, è il suo sguardo aperto all’avvenire, la sua stupefacente perfezione d’animo, priva di intrugli o, per lo meno, ancora non del tutto inquinata da intrugli patibolari, che gli indicano la prospettiva. Il punto d’incontro massimo riunirebbe quindi tre direttrici, improbabile ma non impossibile accadimento. Tratto dai genitori, solitari entrambi ciascuno a suo modo, ma anche dalla propria solitaria impresa vitale, il figlio, tutt’altro che accondiscendente di gesti più o meno carichi di significato e di lontananza dalla corrente disciplina del gregge. Inutile e certamente controproducente l’esortazione o il ricorso al ricatto chiesastico, al simbolo o all’idea, tanto peggio ogni coltivazione eroica più o meno involontaria. Il solitario, a quel che sembra, assiste qui a un evento straordinario ma non lo intende fino in fondo, ne è testimone inconsapevole ed essenziale ma non potrebbe entrare dentro il processo, tanto meno descriverlo. Egli guarda meravigliato gli occhi che gli si spalancano davanti e coltiva tremori e speranze anche quando tutto intorno a lui sembra farsi fatiscente notte oscura e ingloriosa conclusione. È questa l’abbagliante lucentezza del sogno che si muove e che gli muove il cuore in maniera difforme. Io che sono stato immerso nella pece bollente, passeggio solitario in preda a ridicole fantasie di forza, ingenue alternative alla mia condizione tarda e pesante, angosciata da difficoltà maligne. Oppure non è così, forse anche ora riesco a conoscere un tratto nascosto di quella voce affascinante? Le pene e i turbamenti sono condizioni transitorie, non mi catturano appieno, come non mi arruola fra le sue fila una umanità storpia e infelice, perché io possa restare accanto a lei che ripete la storia dell’antico dolore della perdita. Io che vado orgoglioso delle mie perdite non posso fare parte di una congrega di fattivi uomini desiderosi soltanto di possedere qualcosa. Occhi blu è un altro pianeta. Con lui quello che di piagnucoloso che resta dentro di me è diventato attivo, coscienza che respira e sorride, ebbrezza ed eccesso privi di inerzia che avanzano per forza propria verso il loro destino. Occhi blu è il destino, il mio destino.

XXII

Colui che ha una meta e un erede, vuole la morte al momento giusto, per la sua meta, il suo erede. Mosso dal serenante rispetto per la sua meta e il suo erede, egli non appenderà più corone rinsecchite nel santuario della vita”.

Il solitario ha un appuntamento con la morte, la propria morte non solo quella degli altri, e prima di tutto con la morte del nemico. Se la morte è la cancellazione del nemico, una cosa diversa è la propria morte. Quest’ultima è il completamento di quello che il solitario ha costruito e, nello stesso tempo, quindi, uno stimolo ma anche una promessa. Ci sarebbe pertanto da imparare a morire, ma come si fa a imparare a morire? Se c’è qualcosa da imparare è ovvio che si sceglie la trista opulenza di una morte migliore. Ma qual è la morte migliore per chi lotta se non proprio la morte nel corso della lotta stessa? E ciò mentre che il nemico sta per accettare lo scontro come si dice, appunto, a vita e a morte? Certo, c’è in questo desiderio della morte, della libera morte, c’è il desiderio della vita, di una vita libera, di una vita migliore, e quindi c’è anche il dare conto del proprio invecchiare, senza superflue vanterie. Diventiamo vecchi in tanti modi, quando troppo soggiorniamo attorno alle nostre idee, troppo accampiamo le nostre tende attorno a giustificazioni e a preziosità servili, troppo costruiamo metafisiche che si reggono male, troppo pretendiamo di lasciarci mangiare quando siamo diventati grinzosi e privi di sapore, troppo maturi, rallentati, disgustosi, degradati. La vita è certamente destinata a invecchiare, nel caso che non giunga prematuramente la morte a decretarne il fallimento, ma c’è un altro genere di fallimento, che è interno alla vita e che come un verme la rode dal di dentro dissanguandola di sapore, una vita che si basa sul continuo marcire di noi stessi, sul restare attaccati con le unghie e con i denti alle poche chiose che siamo riusciti a mettere insieme, ai nostri possessi, e non ci accorgiamo quando questi possessi cominciano a marcire e a diventare bacati, maceri. Questa morte lenta si adegua perfettamente alla vita nel gregge, è la vita nel gregge. Quanta pazienza bisogna avere per un continuo commercio con le cose terrene, come bisogna abituarsi allo sforzo di essere continuamente accanto ai giusti e ai buoni, al vederli come vivono la loro vita, come la amano e come da questa ne sono a poco a poco uccisi. Il morire non deve essere qualcosa contro la vita, non deve essere qualcosa contro la terra che rende il morire ragionevolmente accettabile perché è il prodotto della terra, ma qualcosa che si costruire nel tempo e che è in relazione a quell’oltre, a quel ponte, a quell’oltrepassamento di cui si ha bisogno perché la vita sia tale e non sia semplicemente un’apparenza di vita, una splendida larva. Questo riflettere sulla vita ha certamente aspetti pericolosi e forse temerari, ma sottolinea un’aderenza specifica a quello che è il pensiero della lotta, il pensiero che si basa sulla lotta. Questo continuo sottolineare la necessità di una morte che sia tale e che non sia semplicemente la triste conclusione di una inevitabile tragedia, di una prestidigitazione miserevole e superflua, questa fedeltà alla vita che si chiama morte è essa stessa un processo della qualità che può raggiungere dimensioni integralmente umane e completarsi, senza per questo risultare una vita abbreviata, deforme, improvvisamente tagliata, a prescindere dalla tristizia di una età anagraficamente riscontrabile nei singoli momenti in cui è stata vissuta. Quello che conta non è la traccia del mostro che siamo stati ma l’ala ustionante del genio, l’elemento principale della lotta, che siamo riusciti a concretizzare, all’interno del quale si inserisce, come momento conclusivo e definitivo, la morte. Il destino non è mai un accadimento provocatorio, non è qualcosa di losco che si nasconde dietro le quinte e che colpisce attraverso le sue ambagie in maniera sordida con un gesto armonicamente coordinato, quasi sacerdotale ma abbagliante e inafferrabile. La morte si avvicina, nel caso di una vita attiva, di una vita dedicata alla lotta, con una docilità che cancella la sua pretesa immonda di sospendere per sempre qualunque progetto, anche quello di trasformazione. È questa docilità capziosa che dobbiamo accettare perché essa contiene qualcosa che corrisponde più o meno con l’ideale, e non è una parodia di ritualità, un non dissacrare qualcosa, è qualcosa essa stessa di irritale e di dissacrato, una tutt’altro che cauta follia. Come affrontare la morte quando questa si avvicina alla conclusione di una vita produttivamente attiva, una vita di lotta e non di semplice sopravvivenza? Come affrontarla quando si è presa l’abitudine di restare fuori del gregge, di vivere lontano dal gregge? In un primo tempo potrebbe essere una contraddizione. Da dove potrebbe venire l’imperturbabile calma che occorre per affrontare un momento del genere, senza ambiguità soccorrevoli? Evidentemente il momento è troppo periglioso per essere considerato in maniera festosa. Come potremo, dementi, alle soglie di quello che assolutamente è il nulla, l’assolutamente non conoscibile, non per nostra limitazione ma per la sua essenza di profonda nientificazione, come potremo gioire spauriti della nostra morte? Come potremo avvicinarci a essa avidamente, come fa il solitario? Come potremo apprestarci a questo scontro finale senza nulla al nostro fianco?, appunto, nella solitudine, quale è certamente la condizione rissosa della morte. Come potremo considerare il momento in cui i nostri piedi per terra cesseranno di essere tali, quando cesseremo di mangiare, di distenderci, di dormire, di pensare all’amore, al futuro, agli scontri, agli odi? E anche, principalmente, come potremo immaginare di non vedere più occhi che ti guardano, e si spalancano un po’ sghembi, e ti comprendono, e ti dicono ti voglio bene? Come potremo davanti a questo, a tutto questo, non cedere per un attimo al rimpianto? Come potremo chiudere quest’ultima pagina del racconto che vorremmo continuare per sempre a causa della nostra scarsa selettività? Ma questo continuare per sempre sarebbe sicuramente uno stolido atteggiamento parodistico in contraddizione con quel distacco, fondato energicamente, che abbiamo da sempre pensato di realizzare. Ecco, occorre a questo punto che la morte diventi una epifania sarcastica, un sussultio radicalmente diverso, che noi giochiamo al mondo di cui ci siamo occupati senza mistificazione e senza pretesa di illuminazione. La morte diventa, in questo modo, il nostro punto più alto e più difficile, la nostra realizzazione, pur sempre artificiale, ma comunque alta, tragicamente alta, la realizzazione di un processo manierato e senza patetismi che resterà in corso d’opera, cioè aperto, anche dopo la nostra morte, e del cui completamento, proprio a causa della morte, non possiamo essere interessati. Non stiamo pensando, insieme al solitario, all’ambizione classica del distacco, o meglio dell’effrazione, alla cognizione letteraria di chi guarda da lontano, con accanimento, qualcosa che gli è estraneo. Non può essere estranea a noi la nostra morte, essa è un momento della nostra lotta per la qualità, un momento afferrato, sia pure controvoglia e contro tutti i nostri progetti, comunque afferrato, mantenuto e portato a deformante completamento. La purezza impervia che sperimento nella qualità può essere vissuta nell’eccesso. Poco ancora so di questa disposizione della coscienza, anche nell’immediatezza l’eccesso appare come espressione della critica negativa, ma è nella diversità che dilaga come un divampare, un allargarsi di fiamme irrefrenabili. Più volte purezza e fiamme sono state accostate, anche nell’amore, con estri alternati, ma solo per distruggere i legami quantitativi, senza accesso alla qualità. Una purezza che si limiti alla perfezione litigiosa e apparente della quantità è destinata a sfiorire in mille contraddizioni dotte. L’eccesso che affronta la qualità incide nella intensificazione, non si sottrae, va avanti, anzi incita alla estremizzazione qualitativa, danza tra le fiamme, non si contorce in una sofferenza estrema. Niente può ridurmi in cenere nell’azione, anche il pericolo concreto, la morte sempre in agguato, so che niente può offendermi perché è là la mia vita reale, e la vita non può essere attaccata dalla morte se non nell’apparenza del mondo da me creato, dove la forza vincolante delle regole la riduce al lumicino, a una imponente biografia da guitto. Io nella qualità sono freneticamente distribuito nella realtà dell’uno che è, sono quello che sono, come l’uno è quello che è.

XXIII

Simboli sono tutti i nomi del bene e male: essi non dichiarano, essi accennano solamente. Un folle, colui che ne vuol avere la scienza!”.

Non c’è mai stata una sovrabbondanza, e questo lo sappiamo, ma, immaginandosela, questa sovrabbondanza, in passato, si è pensato a Dio, oggi si pensa a un avvicinamento, a un limite, estremo, e quindi a un oltrepassamento. Dio era soltanto un’idea, assurda, una supposizione da profanare con arguzia. Il solitario si chiede, perché mai creare Dio? Cosa ne faremmo ancora degli dèi? Andiamo verso l’oltreuomo, questo sì che possiamo crearlo, ma per farlo dobbiamo lavorare su di un materiale infimo, oggi disponibile e, partendo da questo materiale, materiale fondato sulla diversità, non possiamo certamente pensare a un Dio, e non possiamo nemmeno ritenere possibile la continuazione del mondo in cui viviamo. Contro ogni nostra volontà, obbligati anche se non ce ne accorgiamo, in una stupida beatitudine che chiamiamo vita, la quale è sostanzialmente priva di speranza, e che risulta, una volta analizzata a fondo, una incomprensibile ipotiposi. Pertanto non vi possono essere dèi né si può accettare una onirica umanizzazione del concetto di Dio. Non ci sono che uomini, piccoli uomini elusivi, anche coloro che stanno per uscire o sono già usciti dal gregge, cosa sono se non piccoli creatori che guardano in alto nel cielo e si immaginano le lontananze dell’aquila? Ma il loro è soltanto un pensiero rissoso. Quando si realizza nell’azione, questo pensiero tende quasi ad abolire tutto il processo che c’è stato prima verso l’oltrepassamento, e a non vedere il vortice, la voragine che si è lasciata alle spalle, la nausea, il vomito che erano causati dalle condizioni all’interno del gregge, tende a non vedere l’acredine delle ipotesi che avevano dato vita a Dio, il capogiro, la misera utilità quotidiana di quell’idea e l’ottusità losca delle migliori possibilità. La negazione dell’utilità è certamente l’affermazione più alta e più complessa del solitario. Se il paragone con l’oro è di certo fuorviante, non deve impressionare. L’oro oltre ad avere la sua bellezza e il suo splendore luccicante, in fondo non serve a nulla, è un sogno da angiporto, essenzialmente inutile. Serve, e ha una funzione estremamente volgare, bassa, iraconda, per contraddistinguere la ricchezza, ma l’oro in sé non è la ricchezza, è la possibilità di fungere, cioè qualcosa che può essere scambiato per produrre ricchezza, una ellittica scurrilità. In effetti, desiderare di possedere, dovrebbe servire per arricchire se stessi, per allargare la propria possibilità di capire, in quanto come ogni possesso dovrebbe essere elemento di conoscenza, aumento della propria conoscenza. Dovremmo essere pertanto tutti ladri di conoscenza, profanatori di templi, dissacratori di gerarchie. Dovremmo andare alla ricerca in nome del proprio pregnante egoismo, di qualcosa che possa soddisfare la nostra fame di conoscenza. Essere ladri non per diventare ricchi ma per diventare possessori di strumenti che possano servire a trasformare la realtà. Quindi non è una malattia il possesso di questi mezzi, ma lo diventa, quando scantona nella lubricità e nella monotonia. Cioè quando degenera nella imprescindibile e insaziabile lotta per la custodia e la garanzia di quanto posseduto. Questa è la degenerazione del processo possessivo. Il nostro cammino non va più verso l’alto, si interrompe. Tutto allora diventa acconciare attorno a me barriere, mettere filo spinato, circondarmi biecamente di campi di concentramento. Questo significa il possesso. L’oggetto che possediamo, sia persona o cosa, deve essere solo per noi, deve avere un significato solo per noi, deve costruire o partecipare alla costruzione della nostra storia, combattere al nostro posto, costruire e respirare al posto del nostro essere, non essudare ricordi altrui. Se qualcuno combatte al posto nostro, che combattiamo a fare? Non è certo la lode, la condanna, l’esclusione da parte della società che ci possono impedire di afferrare le cose o le persone che costituiscono oggetto del nostro desiderio di possesso attivo. Ma la difficoltà non sta in questo, sta nell’origine della difesa, quando questo processo attivo si cambia in processo passivo, in banale allitterazione. Da gradevole diventa sgradevole, da agile e aggressivo diventa surrogato molle e lento. Quando diventa una sonnolenta nenia per rammolliti che ci viene cantata dalle cose o dalle persone che abbiamo catturato, e che con questo gioco fonico adescano la nostra volontà a essere padrona consapevolmente buona, insomma non troppo cattiva, non un profondo tremito, una nuova sorgente, ma semplicemente un fiumiciattolo di melma catatonica che scorre lentamente, dolorosamente verso il dominio, rinnegando ogni intelligenza, ogni splendore, ogni bellezza della conoscenza. Il possesso di cui parlo non ha da essere nascosto o giustificato al controllo di una dogana, può essere sbandierato, fatto conoscere, perché possiede una grazia in se stesso che è quella di qualunque rapinoso evento, che trasporta altrove, non è mimetico, è imprevedibile, in disaccordo con quelle che sono le squisite ondulazioni intellettuali della convivenza civile, con i suoi moniti antichi. Esso possiede, questo possesso di cui parlo, la qualità dinamica, la purezza di una linea che si slancia nell’impossibile, una fantasia segreta e una profonda, saggia, ilarità. Visto dall’esterno questo possesso sarebbe ottusa pedanteria come tutti i possessi, ma l’assenza del filo spinato dovrebbe fare riflettere, dovrebbe fare riflettere i passanti frettolosi che non vedono fumigare nessun comignolo nei presupponibili campi di concentramento. Non ci sono cose in decomposizione o persone prigioniere, ci sono uccelli di primavera, volano nell’aria e si avventurano verso Nord, verso l’assenza della capacità di farsi incantare, che scorazzano via verso territori ghiacciati che non producono assolutamente nulla per me, che non apportano nessun mezzogiorno solare soddisfacente la mia voglia di cattura. Eppure con i loro voli occhieggiano qua e là, fra la nuvolaglia, e mostrano prospettive inimmaginabili in attesa del vento che li porterà verso la diserzione. Manca in questo possesso il fumo sapiente di chi sa che cosa vuole, perché in effetti il solitario non sa che cosa vuole, mira diritto alla sua caverna e da là non intende costruire in quanto dovrebbe uscire per costruire un casolare o una capanna. Non vuole sopravvivere nella notte, ma vivere nella propria solitudine ustionante, accettare la caligine che scende dall’alto, il buio che gli preclude la visione degli uccelli, l’atmosfera improvvisamente immobile, e poi gelida, sempre più gelida, in attesa della notte pesantissima, inclementissima, notte che conduce a strani eventi. L’intuizione con cui guardo alla desolante condizione che intravedo attraverso l’apertura è un conoscere diverso, non può essere detto o tradotto direttamente a uso e consumo, non può essere nemmeno ridotto in termini di pressioni escrementizie e deiezioni meno dolorose. Mi porta via e non mi favorisce suggerendomi le condizioni della cosa, le sue parti, i suoi elementi distintivi. Il fatto è qui assente, quindi non ci sono distinzioni o punti di riferimento da suggerire. Il nuovo occhio che mi stato apprestato guarda la cosa e vede un deserto assoluto, solo l’interpretazione, il suo lungo lavoro, tradurrà in simboli comprensibili l’antica conoscenza del fare. Solo allora il nuovo occhio avrà un nuovo sapere capace di cogliere la qualità e persino la sua composizione qualitativamente disposta per intensità, non quantitativamente distinta, vera scienza, quest’ultima, incapace di liberarsi dal liquame da cui è mantenuta prigioniera. Questo nuovo sapere, intrasmissibile su due piedi, si impadronisce della mia anima paurosa, la domina e la sollecita all’azione, all’oltrepassamento, alla essenzialità. Non più al dettaglio e l’accumulo ma alla prospettiva dell’uno e della trasformazione. Alle alternative retoriche non resta tirare l’acqua dello scarico.

XXIV

Rimanete fedeli alla terra, fratelli, con la potenza della vostra virtù!”.

Stare con i piedi per terra, ecco che cosa suggerisce, quasi ordina il solitario, con i piedi per terra, attaccato alle cose terrene, in modo che non si sollevino attorno a chi considera la lotta come elemento essenziale della vita, muri eterni, insuperabili, e la propria virtù di lotta, combattiva, finisca per volare via. Questa forza, che fa parte del corpo e della vita, deve restare umana fino in fondo, non può diventare un goffo afflato divino, deve essere un elemento del corpo, deve essere in grado anche di comandare alla volontà, di mettere da parte, a un certo punto, la volontà, di non essere catturato, questo afflato, con la malafede di infimi solecismi. L’uomo in fondo è un tentativo che va oltrepassato, nel tempo, nei millenni. Cosa vuol dire? Lottiamo per una società migliore, per un mondo diverso, migliore, per l’umanità intera. Tutto ciò ha dell’assurdo, oggi è senza senso, soltanto addobbo. Oggi, le virtù che normalmente sono in circolazione, provengono dal cuore torbido del gregge. Come potrebbero avere l’inesauribilità capace di creare qualcosa di diverso? Certo noi ci sforziamo di adeguare il nostro corpo ai processi di conoscenza, collezioniamo tentativi che via via soggiungono uno all’altro, in questo modo, nel fare, l’uomo diventa medico di se stesso, certamente trova mille sentieri non ancora percorsi, isole nascoste di vita, patetici furori, dove si intrufola inesausto, vigila, ascolta e sorprende altri movimenti, segretamente. Questi movimenti non li capisce, spesso difatti sono ribellioni inani. Le sue orecchie sono troppo dure, troppo anguste per comprendere suoni che si accinge forse a capire ma che ancora non capisce, non possedendo fino in fondo una elaborata empietà. Che cos’è questo oltrepassamento che sembra venire incontro e sollevare nuove speranze? Ogni tentativo di penetrare questa condizione di estraneità sospesa sulla nostra testa trova sempre il freddo della notte. Eppure qualche volta c’è come il segno di una fiammella, improvvisamente si drizza nel buio quando tutto attorno il panorama è gelato e inconsapevole, riottoso a qualsiasi tentativo di trasformazione, produce e suggerisce soltanto banali elementi descrittivi, come essere collocati in maniera fissa in una immagine univoca, forse qualcosa di musivo davanti ai nostri occhi, proveniente da lontano, antichi muri che abbiamo visto fuggendo via da luoghi innominabili, oppure quando abbiamo guardato di scorcio le cime dei monti, oppure sentito nel calare della sera gli strilli degli animali dei boschi, oppure i movimenti leggeri e incomprensibili che si sentono di notte nel deserto, capaci, se non si fa bene attenzione, di gelare il sangue nelle vene, come le trame tenebrose di un antico romanzo. In che modo tutto questo può avere un senso chiaroveggente per farci mantenere i piedi per terra? In che modo potremmo trovare fino in fondo il nostro coraggio, quando questa terra è completamente gelata, dove un colpo unghiuto? In misura minima, dal piccolo punto da noi occupato arbitrariamente, su cui quasi quasi avanziamo un diritto di proprietà, pure avendo paura di questa parola, perdiamo di vista il nostro obiettivo, vivere, nella distanza eccessiva che ci preclude la vista lontana, eppure esistente, questo lo sappiamo bene, comunque inaccessibile, si apre un cielo sereno. Improvvisamente sentiamo un senso di amichevole appartenenza, e sentiamo anche come un alito di vento, come un fruscio, qualcosa che si muove con noi, che va avanti, che passa oltre, e non c’è ancora il sole, e non c’è nemmeno il vento, improvvisamente sentiamo caldo e abbiamo l’impressione di essere leggeri, che singolare e straordinaria illusione. Il rancoroso vittimismo di tanti predicatori di sventure è scomparso. Come potremmo leggere un sentimento che vuole possedere e non possedere, garantire e non garantire, avere freddo e caldo, nello stesso tempo? Non possiamo capirlo partendo da una scenografia fissa, in maniera diremmo classica. Non possiamo chiudere tutto questo nell’ambito del portico fiorito inalterabilmente astratto, benedicente ancora oggi nel gesto del retore pontificale, affidando tutto a una lavorazione minuta, costruita palmo per palmo, adatta e idonea a qualsiasi favola. Non possiamo fare questo, occorre andare oltre verso un odio insaziabile. La qualità non può essere radicata in un oggetto preciso, ma la sua radice è l’intensità che riesce a manifestarsi nella presenza desolata ma irta, l’esatto contrario di quell’assenza che si avverte nel mondo. Non essendoci contrassegni l’intuizione è globale e indivisa, si sviluppa in maniera pervicace e ininterrotta. Fissa una comunicazione rara e assoluta, irripetibile. Ogni esperienza è adesso la totalità del possibile, non ha pertanto necessità di estendersi in soddisfacenti possedimenti visibili, in essa non c’è degrado né accrescimento, è tutto e subito. I processi conoscitivi, ingombranti e rumorosi, sono ormai alle spalle e affogano nella burocrazia informativa che in qualsiasi computer è possibile vedere.

XXV

Andate via da me e guardatevi da Zarathustra!”

Basta. Morte sono le idee e morti sono i maestri. Basta con la costruzione di miti, con le litografie anelastiche. Nessun oltrepassamento sarà possibile se continueremo con questa necessità di avere delle guide. Guide che benedicono loro stesse invece di benedire gli altri, guide che aspettano un grande sconvolgimento e che contribuiscono anche a realizzarlo, ma sempre guide, per necessità di cose, fraudolente. Guide che sarebbero dovute diventare da tempo nostre nemiche, e che invece persistiamo nel considerarle amiche, ma guide che ci guardano come una preda, guide che costituiscono una speranza perché capiscono qualcosa più di noi, ma sempre guide paradigmatiche. Se incontrate una guida, uccidetela. Che vi importa, dice il solitario, della guida? Che vi importa del percorso che ci avete fatto insieme? Che vi importa di quello che la guida vi ha dato? Importa che l’abbia dato non che stia ancora a darlo, che continui a commisurare il suo dono, che ve lo faccia giganteggiare davanti agli occhi, che lo centellini in modo che voi restiate sempre in debito. Basta con tutto questo. Chi si avvicina al ponte deve pure passare dall’altro lato, se resta da questo lato, tutto il suo sforzo è stato inutile, e chi, con fare colloquiante, lo ha condotto per mano fino a quel punto gli ha giocato un malfido tiro. Se gli dovessimo consentire di permanere nella sua condizione di guida, senza ucciderlo, faremmo a noi stessi un cattivo servizio. In fondo il solitario non è una guida, egli sta conducendo la sua lotta, la sta conducendo fino in fondo. Quello che ci consegna, che ci indica, sono fatti, processi lucidi e fittizi comunque, pazienze miopi che appartengono sempre all’ordine del fare, che contrassegnano luoghi eminentemente fattivi, non costituiscono certo un ornamento, una condizione particolarmente significativa per il solitario stesso, non costituiscono un suo pio gioco retorico, né tanto meno un dono utile a qualcosa che da lui ci proviene, sono semplicemente distese ellittiche abbaglianti, disegnate in una maniera che annulla qualunque prospettiva, anche se noi ogni volta preferiamo quella prospettiva che ci possa dare precise indicazioni, immagini dettagliate che ritornano ripetutamente, non banali sticomitie, come accade a volte quando si ripetono le stesse parole, reiterazioni che disegnano figure retoriche, invenzioni formali, e che non sono precise indicazioni ma quasi sempre soltanto la descrizione di una condizione d’animo, di uno stato d’animo, all’interno del quale veniamo irretiti artificialmente, anche se non si tratta di una temeraria invenzione retorica, quanto piuttosto di un modo di essere. Così arriviamo in prossimità del ponte, in un luogo che per eccellenza è letale, luogo avventuroso se mai ve ne furono, e in questo limite ci rimane soltanto un gesto, assolutamente unico, squisitamente nostro, un passo di eroica difficoltà che non possiamo fare con la guida, per farlo dobbiamo di già avere commesso un omicidio, e questo omicidio deve restare sulle nostre spalle, e si tratta dell’omicidio della guida, la fine di una feroce collaborazione. Dobbiamo averlo lasciato alle nostre spalle, il solitario, per noi ucciso, per lui ancora vivente, miracolosamente intatto nei suoi gesti, nelle sue ineguagliabili rotazioni attorno al medesimo problema. Cioè assurdi processi ragionativi nei suoi privilegi linguistici. Certo, tutto questo potrebbe essere inteso come un esercizio geometricamente ascetico, come un modo di accostarsi alla morte, di sfiorarla per burla, di familiarizzare con essa, di vederne i processi in corso, per poi aspettare di metterli in atto al momento opportuno, prima di tutto su noi stessi. Certo, potrebbe essere questa una specie di realizzazione dell’estasi finale, del processo ascetico conclusivo. Ma, se fosse soltanto questo sarebbe un modesto risvolto melodrammatico di qualcosa che non ha dimenticato i piedi per terra, cioè la propria appartenenza alla concretezza corporale del singolo che attacca e che è uscito dal gregge, che ha fatto un passo fattivo di natura diversa, anche ancora non ben comprensibile lontano dal groviglio quantitativo, che ha lottato profondamente e a lungo contro la volontà perché non ha accettato la devozione sociale démodée, la prevaricazione, la mistificazione. E tutto ciò non può essere riassunto con poche ciarle, ciniche, meramente linguistiche. L’improvvisazione non mi appartiene, anche entrando in territori sconosciuti ho come la premonizione della solitudine e spesso questa visione preventiva trova riscontro in quello che riesco a intuire. Ciò deriva dalla coincidenza della diversità con la mia condizione genetica, primordiale, insomma è così che sono fatto. Non sono astuto né perspicace, ho però una lunga esperienza di fatti conoscitivi, una dimestichezza affabulatoria. Ma non mi sono mai fatto confinare da loro in luogo chiuso. La mia se è conoscenza è quella di chi, dopo avere soggiornato, ha salutato partendo per terre lontane. Non mi sono mai fermato a raccogliere briciole cadute dalla tavola della conoscenza. Ho banchettato e sono andato via, sia pure con qualche goffaggine. Per questo non mi sono mai sentito un privilegiato, come potevo se ero disposto a perdere tutto? La mia più grande vittoria è la capacità, acquisita duramente, di costruire con pulitezza sconfitte, le mie sconfitte. Sono un perdente che ha continuato a vincere per tutta la vita senza conservare niente, o quasi niente, delle proprie conquiste. Il possesso è una incongrua illusione infantile, il bimbo di cui parla un grande filosofo che voleva svuotare il mare con una conchiglia. L’importante è continuare verso la conquista, ma essere poi disposto a perdere tutto per non modificare anche la fine, la peggiore fine possibile.

XXVI

Oh Zarathustrami ha detto il fanciulloguardati nello specchio!”.

Basta aspettare, non si può aspettare tutta la vita. A un certo punto bisogna mettere da parte l’attesa, la semina, l’acquisizione, il possesso della conoscenza. Neanche lo studio e le tecniche con cui evitare di difendere questa conoscenza, sgrovigliando matasse ponderose, possono aiutare a metterla da parte. L’abbiamo difesa, l’abbiamo tenuta da parte con sofferenze e carcere, sarà molto difficile metterla in libertà, darle via libera, e con questo liberare anche noi, avere via libera anche noi. Vogliamo continuare a fare parte del gregge, noi e lei insieme, non vogliamo svegliarci un mattino con l’aurora e balzare nel nostro letto come fa il solitario. Cerchiamo di guardarci allo specchio, e cosa vedremo? Più o meno la visione suggerita da un fanciullo. Ecco cosa vedremo, il ghigno deforme e istrionico di un accontentato, di un demonio a cui sono state tagliate le unghie, di qualcuno che si sente in pericolo perché le sue tesi sono in pericolo, perché non è stata sviluppata una corretta lettura del suo pensiero. Ma a chi importa di questa policroma cassaforte? Che cosa ce ne facciamo del pensiero, per quanto potente possa essere questo pensiero, e per quanto potenti le deformazioni che su di esso altri hanno costruito? Come non vergognarsi di tutto ciò, come non rendersi conto che è altra la materia del contendere, è altro l’obiettivo verso il quale indirizzarsi. Certo, il solitario balza in piedi ed esce fuori dalla caverna, e chiede ai suoi animali: “come mai sono rimasto tanto tempo fermo, aspettando che cosa, che le mie idee lavorassero al posto mio, che i miei piedi restassero fermi sulla terra attendendo da questa una trasfusione di forze e di energie?”. Certo, tutto questo è giusto, ma appartiene al fare e non può essere banalmente collocato tra parentesi. E l’agire? Come accade? Perché è accaduto che non mi sono trasformato? È semplice la risposta. Perché era indecorosa la mia intenzione di restare fermo e trasformarmi. Non ci si può avvicinare al ponte dell’oltrepassamento senza fare nulla per oltrepassarlo. Qui non si tratta soltanto di progettare una lotta, si tratta di realizzarla. E non si tratta soltanto di spiegare come può essere realizzata, ma si tratta di farla traboccare attraverso innumerevoli canali, attraverso sbocchi terribili che possono sconvolgere le solitudini che tutti accerchiano, che possono essere elemento di forza ma che, nello stesso tempo, sono bocche frementi di terrore per il diverso. Proprio quello che cerchiamo quando chi si avvicina può farci paura, come un mare in tempesta che pur sapendo nuotare abbiamo timore di affrontare. L’oltrepassamento è sempre un indirizzarsi verso nuovi sentieri, verso discorsi nuovi che non possono stancare perché essi sono mantenuti nell’ambito della vecchia lingua, ma appartenenti di già al futuro, a un mondo nuovo. Certo, la parola tradisce, essa è l’essenza più conosciuta e più ragionevolmente accessibile dell’improbabile vanteria, per non dire del tradimento. Ma resta il fatto che sono diversi i sentieri su cui ci si incammina ai margini della foresta, sono diversi i sentieri attraverso i quali si penetra all’interno della foresta. Ecco, il solitario adesso è pronto per entrare in un mare diverso, per nuotare in un mare in tempesta. Lo farà, potrà non farlo, potrà essere colto dal panico? Potrà semplicemente, nella sua sconvolgente sconsideratezza, buttarsi a capofitto fra le onde e alzare alto nell’aria il suo urlo di sfida. Potrà farlo certamente, e in questo probabilmente troverà un certo sollievo, ma gli altri perché dovrebbero considerare tutto ciò un esempio e non qualcosa di frigido, forse di artefatto? Cos’è l’esempio se non la trascrizione, retoricamente circoscritta e ben delineata, di una teoria. Ma la sapienza è eminentemente selvaggia, è la rottura di tutti i limiti, di tutti i vincoli, di tutti i valori, di tutti gli ostacoli, è l’oltrepassamento del ponte, è la rottura e la cancellazione dei limiti e dei contenuti della conoscenza. Il sapiente non conosce, il sapiente sa. Il sapiente non dice, il sapiente sa. E sa, nella sua selvaggia sapienza, che è inutile dire, e che tutto il dire di questo mondo, queste parole che faticosamente sto continuando a dire alla mia avanzata età sono perfettamente superflue, mentre si illudono di sembrare un atto di divinazione. Ma io mi stendo su queste parole come su un morbido prato dove non avverto più le mie stonature, ed è di questo abbandono che voglio dire, più che delle parole in se stesse. Certo, ci sono molti modi per potersi arrampicare sulle giustificazioni cantando favole, ci sono modi taciturni, indifferenti, ci sono modi arcaicamente consolidati, istrionici, ormai sacri, e che riempiono le biblioteche. Ci sono modi che mettono insieme la seduzione mimetica dello scritto e la potenza della teoria, e ci sono altri modi, più insinuanti, trattenuti, oppure insolenti. Ci sono poi anche modi provvisori, legati a un umore e a un sentire che passano, c’è in altre parole la moda che provvede a riesumare o a cancellare, comprese le stravaganze e gli infingimenti. Ci sono modi labili, stolidamente poco significativi, che comunque appartengono al patrimonio, all’armamentario, che viene rimesso in campo per convincere i renitenti, coloro che non amano essere convinti. Io vi esorto a uscire dal gregge, pecorelle, ma una volta che diventate smarrite, non sarò certo io il pastore che verrà a riprendervi. Vi lascerò tranquillamente nella bocca del lupo. Non mi piacere svolgere la funzione del cane. Non sono un pastore e non sono un cane. Non mi occupo di professioni di fede e nemmeno di abiure. Se non avrete l’impetuosità di coloro che affrontano i pericoli e li superano, sarete carne per lupi. Le vostre esperienze saranno davanti agli occhi di coloro che vorranno seguire le vostre fascinose tracce come una pia dissuasione, rivestita comunque di piume sgargianti, della vostra pena, dei vostri guai, di quello che avete sofferto e perfino, perché no, della vostra giovane morte. Tutto questo ha forse dell’arroganza, me ne rendo conto, ma per primo ricade su di me, per primo questa arroganza è ricaduta sulla mia testa, sull’effimera conclusione della mia vita. Che cosa ci faccio, alla mia età in un posto remoto come Buenos Aires? In una tremenda notte di estate, a pochi giorni dal Natale, che cosa ci faccio? Cerco di commisurare generazioni e generazioni, ed errori, e cose ben fatte – attenti all’uso di questo verbo – cose ben fatte, dicevo, oppure bizzarrie, insensibilità, eterne ripetizioni di errori. Che cosa ci faccio? Dov’è il minimo richiesto perché le mie considerazioni abbiano un senso? Perché non sono rimasto in grembo agli archivi? Fossile anch’io insieme ai fossili. Perché non sono rimasto a raccogliere e mettere in bell’ordine ineccepibili informazioni per la storia, magari per la storia della rivoluzione, per carità, per la storia dello sconvolgimento di questa umanità di ebeti e di addormentati, per il risveglio delle età future, solenni convinzioni? Ecco, che cosa ci faccio qui invece di essere all’interno di quegli archivi, a contatto di quei libri, così seriosi, libri che mi affascinavano quando ero giovane? Invece sono uscito sospinto dal desiderio di libertà. Me la sono caricata sulle spalle questa libertà, seguendo, forse senza saperlo, i consigli del solitario. La sapienza deve essere selvaggia non opportunista, non può incanaglirsi e degradarsi in strutture tribali che difendono la corporazione. Avrei dovuto capire prima che non si può essere portatori di libertà. La libertà non si porta. Portando la libertà a qualcuno si rischia di farne dei liberti, non dei liberi. La gente, particolarmente oggi, è smaliziata e vuole restare nel gregge, credendosi protetta dai pericoli della libertà, tale è la dissoluzione che ci avvolge tutti. Santa democrazia, passata di contrabbando dalla parte del dominio, quanti guai hai fatto! I tuoi spregiudicati seguaci accetteranno peggioramenti a non finire sotto il manto delle riforme e li accetteranno con festoso cinismo. La solitudine non è una riduzione ma un allargamento reale, duramente concreto. Sono le apparenze, i fantasmi che sono andati via, la realtà, quella per cui sono pronto a morire, si è rafforzata, nella desolazione si è consolidata, ogni suo piccolo tratto è esaltato e celebrato. Alla larga dalle lamentazioni e dalle invettive. Sono vivo più che mai e sento profondamente che la luttuosa utilità del mondo è il più grande ostacolo originario, l’artificio per cui la morte arriva ed è priva di senso, un ospite non desiderato e inatteso avvolto nelle trame dei tristi che vogliono soltanto la propria insostenibile salvezza. Ho imposto al mondo che ho creato esigenze che lo hanno messo in difficoltà e poi l’ho abbandonato. Chi osserva questa vicenda dall’esterno non può cogliere che l’aspetto parziale della repressione e dello snaturamento, ma è diversa la questione. Non ho mai sopportano agevolmente la torva devozione che mi richiedeva, non ho mai comprato latte per conto altrui o accompagnato mogli alla stazione in attesa della carezza del padrone.

XXVII

L’erba maligna vuol passare per grano!”.

L’uno, il pieno, finiscono per riempire tutto, facendo in modo che tutto si modifichi perché tutto resti immobile. Tutto questo adesso può essere oltrepassato. E oltrepassandolo, il solitario si incammina per un’altra via e affronta dolori di altro genere. Il suo destino è differente, deve combattere con tutto, anche con la sua volontà che, a un certo punto, presa forse dalla paura, lo vorrebbe riattirare verso il fare. La solennità ubriaca e la cordialità sconcia non riescono a nascondere la coda dell’asino. Questa spunta sempre dietro i paludamenti vani che nascondono non solo le deformità fisiche ma anche, e principalmente, quelle culturali. Chi ha sofferto in ceppi e nella solitudine, soffre adesso per avere rotto i ceppi e rotto la solitudine, si illude che semplicemente volendo possa ottenere la libertà, si illude di potere creare semplicemente con la volontà, si illude, ma questa illusione gli deriva da una grande stanchezza, un nuovo impaccio che si potrebbe rivelare ancora più duro del precedente. In che modo egli può generare il divenire e l’oltrepassamento se non alla fine negando la stessa volontà, se non alla fine creando qualcosa che cancelli definitivamente l’iniquo volto degli dèi? Questa certamente può essere vista come un’ardente volontà creatrice ma non lo è, è soltanto un martello che distrugge tutta la parte eccessiva e superflua per fare venire fuori dalla pietra la statua che dorme dentro, lo strumento per il compimento dell’opera. La bellezza dell’avvenire e dell’oltreuomo consiste in questo. Progetto fragile, se ben si considera, impetuoso ma fragile, progetto che sembra appartenere a quei sogni destinati a perire facilmente, a cadere nel dimenticatoio coperti dai sarcasmi. Ma è un progetto diverso che non accetta la parzialità della storia, che non accetta neanche la traccia indicata dal destino, progetto che non può essere consumato in poco tempo, che non ha le caratteristiche della fulmineità rapinosa e aggressiva, ma è un progetto che consacra se stesso al divenire. In fondo costruisce una morte acerba, a breve termine, questione di attimi non calcolabili da un punto di vista temporale, dopo di che dalle ceneri di questo progetto risorge una nuova condizione fattiva, l’arroganza di un nuovo fare inverificabile, l’effimera condizione di una eterna protervia che pretende di ricordare, o se non altro di riprodurre, nel visibile ciò che visibile non può essere. E così, sopravvivendo di generazione in generazione, di fatto in fatto, per quanto bizzarro possa sembrare, riappare nell’improvvisa e fulminea realtà dell’azione, ciò che sta al di là della morte, perché sta all’interno della foresta, oltre i piccoli sentieri che l’attraversano, al di là del ponte di cui abbiamo a lungo parlato, al di là di qualunque informazione più o meno preziosa che possa essere ricavata dal clima determinato dal fare, al di là di ricerche frivole e di archivi complici che possono costituire punti di appoggio, che possono determinare il modo in cui tastare con i piedi il terreno per vedere se si è sufficientemente smaliziati, persone cioè adatte all’azione e non soltanto insolenti brave persone colte, capaci di dare risposte solo apparentemente certe, ricorrendo a concetti di contrabbando che danno vita a un paradiso dove rimanere al sicuro da qualunque traversia, immobili, con un cinismo degno di servitori in livrea. La perdita consegna uno stimma, questo non è visibile ma si avverte sulla pelle. Sto parlando della perdita ottenuta attraverso le conquiste, non del perdente che lacrima e recrimina, della perdita che orgogliosamente si persegue perché nessuno può suggerirmi obiettivo valido da raggiungere. Il perdente si rintana per sonnecchiare sulle proprie sventure, chi ha lottato per la perdita e messo in essa i propri successi non ha dove rintanarsi, è allo scoperto, è venuto fuori con tutto se stesso e anche se fosse incapace di continuare non gli resta altro che accasciarsi e morire. L’altro, il perdente, è un pietoso mimo dei conquistatori, questo, chi persegue la perdita, è un conquistatore smemorato che ha in odio la conquista, la rifiuta e la disprezza, anche se sa che non ne può fare a meno per conseguire quella perdita che è l’ambiente più adeguato all’inutilità attiva di cui va in cerca. L’uomo attivo sprizza energia per tutto quello che non è fare, nel mondo del fare fa la figura del fantastico, come si diceva una volta, cioè di chi insegue mulini a vento. Solo che lui sa perfettamente che sono mulini a vento e non giganti, e Don Chisciotte lo sapeva anche lui che si trattava di fatui mulini a vento, da qualche mago cattivo resi tali, e combatteva perché tornassero giganti, cioè rimettessero in vita la realtà che ora nascondevano nelle proprie entragne. L’uomo attivo non resta pietrificato nelle tetre consuetudini stratiformi della volontà, scava sotto e scopre l’inganno. Da quel momento è solo, fuori del tempo, sconcertato del suo stesso intuire, ma non scoraggiato di fronte alla necessità di salpare le ancore. Il sotterfugio da vegliardi di aggrapparsi alla necessità del fare gli è estraneo, lo rigetta come il compendio di una vita fatta bene, di minuti tasselli e mosaici di pietre preziose per cui non vale la pena né di vivere né di morire. La sua malattia è questa intenzione della vanità dell’apparenza, il mondo è umiliante e sgraziata affermazione di sé ed è quindi bene trattarlo con distacco.

XXVIII

Dio è un pensiero che rende storte tutte le cose diritte”.

Non si tratta più di una favola che con il proprio garbo attiri l’attenzione dell’ascoltatore, ma si tratta di costruire, forse pure fraudolentemente, un concetto di eternità, qualcosa destinata a durare, qualcosa che appartiene a una specie irritabile ma nello stesso tempo seducente di accadimenti, che non sono briciole del fare ma sono qualcosa d’altro, realizzato con furia, in un insieme che guardato dall’esterno, rammemorato, ci si accorge che è gremito di dimenticanze, di straordinari anacronismi, di stranezze da prestigiatore, stupide e sgarbate villanie, un gioco che è estremamente concreto, fonte inesauribile di realtà. Ecco che vuole dire vivere dentro il proprio destino. La rammemorazione cosa ricorda di tutto ciò? Una confusione ineccepibile, prima di tutto, a volere essere generosi una trama ingegnosa, un agevole percorso contraddittorio all’interno della foresta, l’avere scoperto collegamenti tra sentieri che sembravano isolati fra loro e adesso sono itinerari identificati attraverso un’accorta e saggia attenzione fatta di parole, attraverso la riflessione irrecuperabilmente ambigua. Certo, in questo campo, si può fare sfoggio della propria abilità nel raccontare, nel trovare impudenti soluzioni, sovrane capacità esplicative, complicità torvamente insospettabili, in fondo oltraggi nei riguardi dell’azione. Ma, fuori da ogni patetismo, che cosa in effetti il solitario suggerisce, obiettivamente parlando? Nient’altro che un’altera giustificazione del ritrovarsi fuori di ogni logica plausibile, fuori delle antiche e forti barriere che tengono il gregge prigioniero e protetto nello stesso tempo. Che cosa suggerisce il solitario? Un’avventura, ecco cosa suggerisce, non una innocente avventura, non un’avventura divertente, ma un’avventura in cui il gusto del gioco è messo da parte e resta la trasformazione della realtà a qualunque costo, anche a costo di mistificare se stessi, cioè di farci più forti di quello che siamo, di immaginarci più onesti di quello che siamo e guardare con occhi critico, e consapevolmente canagliesco, le proprie regole morali, vigenti nell’ambito del fare, che tanto ci rassicuravano in quella deliziosa e autoironica macchinazione che ci permetteva di dormire la notte e che riuscivamo a scatenare a comando in quelli che ascoltavano, vendendo il nostro prodotto come l’unico in grado di sconvolgere il mondo, mentre sapevamo che erano soltanto parole, sordide parole che costruivano fatti, fatti che avrebbero portato ai limiti della foresta, limiti oltre i quali cominciavano sentieri scoscesi abitati da animali inverosimilmente pericolosi, sentieri dove ci siamo tante volte inoltrati lasciando gli altri spettatori fuori ad applaudire, a volte, a mangiarsi le labbra, altre volte, a maledire, a tessere minacce e imbrogli, a scatenare contro di noi la calunnia, l’unica soluzione in grado di illeggiadrire il loro dispetto. Adesso sappiamo dove ci troviamo, nel mondo dell’abbondanza, dove possiamo soltanto fare, ma noi abbiamo un tesoro nascosto, qualcosa che vogliamo rammemorare ma che non riusciamo ad accostare all’oltrepassamento, questo qualcosa non è l’oltrepassamento, è probabilmente una labile inimicizia, forse una soperchieria, non una dichiarazione di guerra. Non attacchiamo come dovremmo i nostri amici che tutto intorno ci guardano, a volte, con affetto, più spesso ancora con invidia, e pensano alle nostre abilità, alla nostra petulanza rovinosa di ombre che attraversano la realtà con fare sicuro, alle nostre galanterie da vecchi pedagoghi, ai nostri piaceri nell’intrecciare chiacchiere e parole, ai nostri gesti da congeniali affabulatori. Tutto ciò non ci fa certamente difetto ma, nello stesso tempo, non aiuta a fare capire l’azione, caso mai la veste di parole superflue, la immerge in un melodramma che potrebbe essere fuorviante e costituire quindi una ulteriore atrocità, una commedia nella commedia voluta da un’ammaestrata intelligenza. Ma che fare per rendere innocua questa parte? che fare per evitare di cingerci di futili allori? che fare per illuminare la nostra miseria, che è responsabilità di tutti, quindi anche nostra, e non per scaricare sugli altri i nostri difetti, ma per assumere puntigliosamente su di noi i difetti di tutti nella loro ordinata pienezza, solitario compreso, con il suo estro, con la sua libertà, quasi toccata ma mai raggiunta, e l’ironia di tutto ciò, sotterranea, sottile, sottintesa. Quanto deve durare questo percorso perché diventi didascalia plausibilmente visibile, perché lasci le stimmate incise nel corpo di tutti noi, perché ci contrassegni definitivamente e ci indichi le nostre sgualcite esigenze, ci scuota dai resti di una sierosa devozione che ci sta addosso come un gruppo di vermi frettolosi che non vuole staccarsi dal nostro corpo, dotati di grande intensità di penetrazione con i loro piccoli aculei microscopici di una durata di vita al di là di ogni immaginazione. La nostra opera non è certamente un capolavoro d’azione, solo piccoli accenni compendiosi, poveri oltrepassamenti, tentativi, quasi sempre frustrati, di realizzare una condizione qualitativamente diversa, e poi elusi nel ritorno. Muniti certamente di un fascino consistente, a volte più pesante, a volte leggero, ma lasciati lì, indifesi, perché nessuno può difenderli fino all’ultimo gesto, tanto meno chi li ha realizzati ha intenzione di farlo. Fuggire da me stesso è stata una tentazione precoce, entrare negli altri, costruirmi una nicchia di approvazione e benessere, un movimento istintivamente allusivo, accumulare conoscenze, possessi che non deperiscono, beni che deperiscono ma che possono essere usati per la conquista. Che favole mi ero inventato senza riserve, che criteri morali per giudicare, condannare o assolvere gli altri, trovare giustificazioni viscerali per le mie debolezze, nascondere le mie vere tendenze, mantenere legami e vincoli, controllare imperdonabili tentativi di fuga. Alla fine il voltastomaco è prevalso, un modo per schivare la morte immediata. Il mondo mi è caduto addosso con tutte le sue regole ferree e i suoi controlli, le sue insulsaggini e le sue apparenze. Rischiavo di soffocare o di restare decapitato. Prima di tutto la nausea per le parole che non cercassero di venire a capo con ostinazione di questa stessa nausea. Impossibile, ma tutta la critica negativa è questa impossibilità, affronta il fatto e lo capovolge, senza rendersi conto che è sempre il fatto di cui sta parlando. Il boia, cominciato il mestiere, sempre boia rimane. Desideravo che il mondo mettesse luce sulle proprie regole vere e le sostituisse alle apparenti, mi pareva di vedere che l’incertezza e l’indeterminazione si stessero facendo strada verso e contro la certezza apparente e la sfrontatezza dell’ignoranza. Non era vero, ma a questo pingue banchetto io ci credevo. Mi sbagliavo, la matematica mi ha dato il colpo più duro, i suoi trionfi effimeri mi davano una forza che era anch’essa apparente, una specie oscura di cataclisma. Ma restava una zona d’ombra, l’assenza, l’assenza della qualità, ma l’assenza è tale, cioè mancanza, nulla, mi ci sono voluti anni per venire a capo di questo dubbio, non per fare piazza pulita, ma solo per inoltrarmi verso la cosa, fare il primo passo, trovare il coraggio, spostare le quinte teatrali.

XXIX

Il pensiero meschino è come il fungo: striscia e si rannicchia e non vuole essere in alcun postofinché tutto il corpo diventa marcio e floscio di piccoli funghi”.

Dell’uomo c’è soltanto da vergognarsi. Vergogna è la storia dell’uomo. Il fatto che soffra, che abbia sofferto e che continui a soffrire non è una giustificazione per la propria miseria. Coloro che dell’uomo hanno compassione, o non riescono a non averla, non sono certamente amici dell’uomo, sono boia caritatevoli, quindi è per questo che affilano bene la lama. Bisognerebbe fare altro, preparare l’oltrepassamento, capire che cos’è il destino, in fondo imparare a gioire, non dei propri successi ma dei tentativi di andare oltre, i quali non sono altro che tentativi di disimparare a essere miserabili, cioè compromessi e colpevoli. L’oltrepassamento deve essere un momento di gioia non può essere una ulteriore sofferenza, un arbitrato turpe. Dobbiamo fare sparire dalla nostra mente il concetto subdolo di protezione e lasciare intatto il concetto di barriera, del carcere che ci tiene chiusi, questo carcere deve essere spezzato, deve essere aperto, perché la libertà si trova al di fuori del carcere, non può essere nel carcere. Non c’è nessuno che può farsi mallevadore della libertà, non c’è alcuna coerenza in materia. Molti mi sono venuti vicino, hanno discusso con me, perfino senza l’impazienza del moralista, alcuni si sono perfino innamorati di me, e questo è accaduto anche con gli stessi carcerieri, molti si dichiaravano amici, e non vedevano il motivo per cui io non potevo veramente accettare la loro amicizia a causa della mia condizione di carcerato. Non si rendevano conto che si trovavano in carcere, un carcere addirittura peggiore del mio, e il fatto che avessero la chiave in mano non li aiutava, anzi rinvigoriva la loro distretta. Non capivano, non si sollevavano un centimetro al di sopra della miseria, si avvolgevano in secche preclusioni di salvaguardia, solo questo. Ecco perché la loro condizione era forse peggiore della mia, perché non avevano coscienza di quello che stavano facendo, e il discutere con me non faceva altro che scalfire questa loro corazza, e quindi li rendeva più deboli o più riottosi a qualunque capacità di riflessione, fervori provvisori compresi. Si chiudevano, pertanto, e negavano bruscamente se stessi, perfino la loro condizione di precaria umanità dolorante. La loro era una puritana malattia segreta che rode e rende il corpo marcio e lo consegna ai vermi prima del tempo. E quello che ispirava maggiormente ripugnanza era appunto questa cattiva coscienza denegante il mondo. Bisogna avere fermo il proprio cuore, in uno con la propria disciplina intellettuale, e non accettare gli stimoli della compassione verso queste condizioni disperate ma volute, accettate, fatte proprie fino in fondo, giustificate se non esaltate. Dio è morto ma il canone della compassione no, stenta a morire. In che modo si può non avere compassione degli uomini? Indurendosi nella lotta. Se non si spazza via questo sentimento, se pensiamo di andare oltre la condizione del fare soltanto perché vogliamo alleviare la sofferenza di coloro che sono in catene, perché abbiamo pena per loro, non riusciremo a creare un mondo migliore, non riusciremo a creare un uomo migliore, soltanto ulteriori commessure di protezione. Per fare questo occorre una considerevole purezza, non un ulteriore pattern. Occorre tornare su questo problema, che qui forse ho affrontato con eccessiva petulanza ordinativa. Si tratta di un problema per me importante, non riesco a togliermelo davanti agli occhi, mi suggerisce riflessioni che non mi sono abituali, se non altro come frammentarietà. La mia attenzione non è mai frustrata da queste aspre riflessioni, perché non ne esco mai deluso, ho sempre qualcosa con me, che mi porto dietro, qualcosa di nuovo, di impensato, di sconvolgente. Le mie capacità interpretative, e quindi difensive, vengono spesso messe da parte, non amo i fanatismi, resto così aperto a qualsiasi bufera si profili all’orizzonte, e laggiù è sempre tutto corrusco, inaccettabile, confuso e apparentemente pericoloso, mortale. Non posso con una leggera passata, con un’accelerazione intellettiva strappare alla realtà un emendamento al suo significato. Ecco perché sono spesso commosso, con la parola vibrante ferma in gola, senza riuscire ad articolare bene il suono. Tutto ciò mi coinvolge e mi eccita, e nello stesso tempo tende a escludermi, a mettermi da parte, una condizione che ha qualcosa di arcaico e di pauroso, che mi spinge spesso a togliere dalla punta della mia pelle gli artifici deliranti della recitazione, del lavoro ben fatto, dell’ottuso perfezionamento all’infinito. Quando finirà questa sofferenza? Non sarebbe stato meglio andare al di là di quell’oltre che pure ho visto e vissuto, e precipitare impassibile nel non ritorno? Vivo o morto. È questo che consiglia il solitario. Brutalità e demenza. Non sono riuscito a prendere in maniera netta questa decisione. Riorganizzare la paura non vuol dire farla scomparire. E quelli con cui ho parlato di questo argomento non mi hanno dato risposta convincente. Anzi ho avuto la immediata sensazione che qualcosa nel corso della stessa conversazione venisse a corrompersi, quasi a disfarsi, come se questo qualcosa volesse convincermi, e fosse quasi sul punto di riuscirci, che la vera vita consiste proprio nell’andare al di là del punto di non ritorno, senza preoccuparsi degli altri, senza compassione e senza giustificazione, nessun rimpianto, nessun percorso da rimettere insieme, nessun futuro. Tutto molto vicino, troppo vicino, a coloro che ne hanno fatto esperienza personale, sulla propria pelle, vicino, troppo vicino, all’esperienza della morte, la sola esperienza impossibile se non vera. Lungi dalla legge e dalla misura. Intuendola, personalmente riflettendoci sopra, dolorosamente, non essendo mai stato possibile descrivere, in un modo o nell’altro, la mia morte. Inintelligibile. Non c’è in effetti una geometria della condizione del non ritorno, ma esiste probabilmente qualche sprazzo qua e là, tra le righe, quando si vive l’azione, qualcosa di clandestino, che deve essere indovinato ma che non è certamente là, visibile, da qualche parte, asseribile con tranquilla coscienza perbenista. Ogni tentativo di dare giustificazione a questo passaggio dall’azione al non ritorno, rende indispensabile un irrigidimento, un irrobustimento del rapporto che ho con gli altri, mi devo rendere conto che di questo non ho mai parlato, non posso tradurlo in parole. La sollecitazione irrazionale ripugna al dire per quanto rissoso e plebeo questo riesca ad atteggiarsi, difatti non ne sto parlando neanche adesso. E se un lettore cercasse, un lettore sprovveduto, tracce di questo disegno, soltanto polvere troverebbe, polvere e tracotante ortodossia. Oppure troverebbe l’ingresso di un labirinto, inventato una volta e poi, di nuovo, continuamente, tornato a inventare, senza fine, continuamente spostato nelle sue componenti incongrue e prive di spiegazione plausibile se non mutilata e deviata. Qui certamente ci sono le tracce di un gioco, una condizione antica, forse privilegiata, ma essenziale se si vuole guardare direttamente in faccia l’azione, una faccia non plausibile, forse tralignante al self-control, di certo non quotidianamente condivisibile con le moine compassionevoli della correttezza politica in cui viviamo tutti a bagnomaria. In questo non c’è l’artificio della composizione di una figura, ma invece emergono le linee di una impossibilità e di una segretezza che nessuno può svelare, qualcosa di innocente e di solenne. Un qualcosa che riassume in sé tutte le vendette possibili e tutti gli umori cattivi, tutti gli odi e tutti i mali che sono stati commessi nel mondo. Un incantesimo pieno di ragnatele. Ecco, questo immenso territorio incandescente, improvvisamente si coagula davanti ai miei occhi e la mano si alza lentamente per colpire. E questo non è un avvenimento nel senso usuale, è una condizione assolutamente estranea alla vita che mi imprigiona quotidianamente, è una carenza capace di fare nascere una nuova insidia mortale, una sottile insidia non controllabile né fronteggiabile nei suoi tanti dettagli, una salda mancanza di protezione, una concretezza astratta, un messaggio sotterraneo di amore e di odio nello stesso tempo, una gagliarda passionalità di cui non ci sono significati aggiuntivi, non c’è nulla di posticcio, come non c’è nulla di tranquillamente opinabile. Nessuna lettura è possibile per spiegare l’atteggiamento vitale dell’azione. Né la rammemorazione vi oppone un elemento risolutivo, la sua è lettura e ribalderia passionale che minaccia l’instabilità stessa del dire ma non arriva comunque a dare una indicazione riguardo la particolare condizione eccezionale imposta dal fascino dell’azione. Guida il lettore, e anche forse ne frustra le attese emotive, che farne delle parole? Morte? Ritorno indietro? Malvagità? Cattiveria? Amore? Odio? Tutti segni del fare. Tutti insieme a comporre una trama consapevole che non diverte nessuno e che contiene in sé le tracce mortali della divinità. Il cadavere di Dio è là, davanti al lettore. Quando parlo – e il solitario può darmene conferma – parlo di che cosa il fare è capace di preparare per l’agire. Nessun residuo, tutto è elusivo, nella rammemorazione c’è solo un indizio di perigliosa ostinazione, una traccia di fragile grandezza. Tutto qua. L’inferno interiore adesso è abbandono, apertura mia e altrui, accettazione dell’assenza, attesa, fioritura, forza mentale e fisica, rifiuto del successo e dell’acquisizione. L’esperienza diversa mi coglie nell’ambito dell’intensità, momento completamente totale che non accetta ulteriori dimensioni o precorsi residui. L’uno è là e manifesta la sua voce, anche se non ne colgo possibili significati o suggestioni. Qui non vige più la parola, ma una eccellenza intensiva di qualità, una precipitazione avventurosa. Il mondo è in agonia, ma non me ne importa, io sto adesso operando una barbarica trasformazione del mio destino, e quindi del mondo. Sono dentro le ultime radici della realtà, ma non ne faccio esperienza, solo non le capisco, sono esse a cogliermi e non mi forniscono dati comprensibili. Forse un nucleo emotivo? Non lo so. Sono pervenuto alla verità che non è esplicita, la guardo ma i miei occhi sono ciechi per i dettagli estranei all’azione, non scorgo limiti e ostacoli, nulla mi può fermare, né l’antica miseria né l’attuale incertezza di logica. Nell’azione, nel corso dell’azione, si incarna un varco nel nucleo stesso della realtà, proprio nella qualità insondabile che era stata allontanata per rendere possibile la costruzione del mondo. Il coinvolgimento non è partecipazione coatta, cioè un volere fare, magari sacrificandosi, ma è un abbandono che evita l’infiacchimento derivante dalla delega alla volontà. Con questo non volere mi metto nella condizione di cogliere la qualità come eccesso, come sovrabbondanza che non ammette limiti. Mi trovo al centro di un territorio di cui non posseggo mappe, tutto è solitudine e invisibilità che non accettano la logica della misura.

XXX

I pretisono nemici malvagi: nulla è più vendicativo della loro umiltà. E colui che li attacca finisce facilmente per contaminarsi.

Segni di sangue essi hanno scritto sul cammino percorso, e la loro stoltezza ha insegnato che col sangue si dimostrerebbe la verità. Ma il sangue è il testimone peggiore della verità; il sangue avvelena anche la dottrina più pura e la trasforma in delirio e odio dei cuori”.

I preti sono sicuramente dei nemici, e dei nemici vendicativi, forse a causa della loro umiltà fuori della vita reale. Sono uomini che soffrono e che hanno fatto del proprio dolore una condizione della loro esistenza, quindi cercano di imporre in modo oscuro questo dolore agli altri. Il dolore per loro non è un segno di redenzione quanto un segno di dominio, una fuga e una evasione dal grigiore della loro vita quotidiana. Sono prigionieri essi stessi, fra prigionieri, e sono fra coloro che tengono ben fisse le catene dei prigionieri, sigillando inesorabilmente sia le catene proprie che quelle degli altri. Sono le catene forgiate con parole false, tante parole che contribuiscono a mantenere e ribattere i ceppi. I preti seggono accanto al mostro che è lo Stato e hanno costruito luoghi fisici dove anche loro ricevono da quel mostro un beneficio, e la sciagura dilaga dappertutto, sulle loro capanne, che chiamano chiese, e sui macchinosi palazzi del dominio. Non sempre stanno ginocchioni, a volte si alzano in piedi e levano la mano nel segno irritante della benedizione. Ma che cosa benedicono? La penitenza, la più antiquata subordinazione al cielo, ecco che cosa benedicono. Il Dio che adorano siede su un immane cumulo di cadaveri, sono essi stessi cadaveri ambulanti e vestono i panni neri dei cadaveri. Non sanno cosa sia la bellezza, anzi dalla bellezza fuggono lontano e vivono in una solipsistica malinconia mascherata, mascherata appunto da compassione, e sono gonfi e traboccano di questa compassione rovinosa, che galleggia tutta intorno a loro insieme alla loro stoltezza. Sono pecore, fanno parte del gregge, ma si atteggiano a pastori, non sono altro che custodi della malattia di cui alimentano la virulenza. Il fulcro della loro dottrina si basa sul sangue, ma il sangue non è mai un testimone della verità. Cosa può testimoniare? solo il delirio e l’odio, il collasso dell’amore e della passione. Ma basta il gesto di un uomo impetuoso, appena appena un’aria un poco più mossa, un leggero avvicinarsi ai sentieri che sono aperti nella foresta, e tutta questa gente scompare, abbattuta, distrutta, spazzata via. Ma nel gregge non si vedono per il momento che uomini, meschini uomini, sempre uomini se vogliamo, ma soltanto uomini, nessun segno euforizzante, per il momento, dell’oltreuomo. Il ponte resta ancora lontano, avvolto in nebbie che non dovrebbero assillarlo, in mitologie che dovrebbero essergli estranee. Tutto ciò, va ricordato, attentamente, cioè il danno che ha fatto la divinità, costruita da mortali per la loro morte, per meglio ribadire e ribattere la loro morte, per mantenere in piedi un serio disegno segreto di dominio su ogni istinto creativo, su ogni diversità. La Chiesa, non dimentichiamo, in particolare la Chiesa cristiana, ma in ogni caso qualunque Chiesa, è sempre un sostegno del regno, un residuo impuro e un indizio di ostinazione aristocratica nella tragedia del dominio. A parte il desiderio del dominio, e del sacrificio, in quanto nessun dominio in fondo è realizzabile senza impegno e senza sacrifico, nel prete non resta altro che una certa indolenza, un’attesa mai conclusa, mai soddisfatta, in lui tutto si mescola in qualcosa che ricorda un odore dolciastro e amaro, un colorito sbiadito, a volte perfino un gesto disinvolto che ribadisce le antiche abitudini del gregge, la cultura di un arcaismo più o meno orecchiato, più o meno di seconda mano, stanco, assuefatto, pedante. E da loro stilla questa cultura in maniera melodrammatica, non sostanziale, apparente, in quanto sanno benissimo di non essere più i depositari di una eredità che una volta era ricchezza ma che oggi è soltanto un ricordo sbiadito, una infondata ambizione residua. E che cosa se ne farebbero oggi della cultura? bastano pochi ipnotismi collettivi. Il potere ha bisogno certamente della cultura per potersi perpetuare, ma non per fornirla ai suoi servi, che sarebbe un terribile abbaglio. Questo livello di servitù necessita di una cultura abbassata anch’essa, immiserita, come quella della stirpe impeccabile delle pecore. Ribadiamo il concetto che i preti non sono pastori, sono pecore anche essi, senza gusto né immaginazione. La loro miscela di arroganza e balbuzie non arriva a coprire questa deplorevole sfrontatezza di fondo. Il loro desiderio di dominare, di convincere dominando, è un volgare desiderio avaro, troppo penitente. Vogliono costruirsi una vita rozza che sia comunque distante da quell’ambiente canagliesco e meticolosamente bottegaio dal quale essi provengono, anche nel migliore dei casi. Anche coloro che credono veramente in una missione, e sopportano sacrifici, disagi, perfino la morte, anche in costoro c’è una sorta di inconsapevolezza incolta e sanguinosa che spesso si rivolge contro il proprio stesso corpo, contro i propri desideri. Vogliono e ristanno, avanzano di un semplice passo e si fermano. Aborrono il concetto che la gente normalmente ha di loro, di uomini dediti a eleganti passatempi, eleganti pensieri, almanaccamenti illusori da confessionale secentesco, sottotono, non più baritonali ma da mezzosoprano sfiatato. Non più paladini della miseria, che deve essere comunque accudita se non si vogliono guai seri per il potere, non più accetti ai grandi signori che non hanno in effetti molto bisogno di loro, giustizieri in proprio nel chiuso di poche parole, per altro ormai incomprensibili ai più, dove il concetto di giustizia si mescola con quello di condanna, mentre nessuno dei due, giudice e condannato, crede al proprio rispettivo ruolo. I preti sono servitori di una religione arcaica, la cui tradizione è più che discutibile, servitori goffi, non più devoti, solo semplicemente astuti e ottusi, e neanche leali. La loro vita è una collezione di aneddoti, spesso perfino gradevoli a sentirsi raccontare, aneddoti irrilevanti che producono un sorriso nella gente. La vecchia condanna radicale non illumina più contrasti, sono uniformemente plebei fra plebei, pecore fra pecore, e non sfuggono nemmeno loro ai morsi del cane. Alzano la mano nel segno benedicente o nel segno della condanna, propinano lievi punizioni che vengono accettate con molta grazia, ma sostanzialmente sollevano dal peccato e lo fanno in maniera oggettiva, l’antica drammaticità è scomparsa da tempo. Sono alleati della mancanza di morale, sono i gestori dell’assenza della morale, in loro non c’è traccia di una custodia di qualcosa di valido, sono soltanto macabri spettri, atroci commedianti di secondo piano. Se qualche volta in una loro parola, in un loro gesto, c’è una sorta di rustica cordialità, ci si accorge subito che è su di un tono sbagliato, qualcosa di acerbo e di agevolmente presupponibile. Essi non hanno più necessità di nascondere, a destra o a manca, sotto la propria coperta, o sotto il proprio letto, un’amante picaresca, e tranne casi che suscitano giustamente l’indignazione popolare, non sono nemmeno quegli aggressori violenti di bambini che la maggior parte delle persone immagina che siano. La loro lubrica scaltrezza confluisce verso altri danni, non dico necessariamente più gravi, ma di altra natura. Collocarli in un’ottica così ridotta e, in fondo, facilmente spiegabile come una distorsione dell’umana natura, o comunque come prodotto di una educazione distorta essa stessa, fa chiudere gli occhi davanti alla funzione essenziale che i preti svolgono, funzione subordinata ma indispensabile. Essi sono una parte consistente del gregge che viene da loro sollecitato ad attutire i propri batticuori, a vivere con minore angoscia, a sopportare con pazienza le condizioni di infermità, di miseria. E per questo le loro didascalie sommarie, le loro irrilevanti casualità, sono chiose immorali, assolutamente insostituibili per il potere. E in questo si trova certamente la grandezza, l’irascibile estro teatrante, in particolare, della religione cattolica. C’è uno stile, nel cattolicesimo, c’è una forma di indugiare, in modo indiretto e, nello stesso tempo, penetrante, di usare la lingua in una maniera quasi ininterrottamente esangue, una sorta di rapida e amichevole conversazione, senza più le eleganze cavillose di un tempo, senza più le antiche mollezze insinuanti. C’è una sorta di zelo ben distribuito che contribuisce a rendere ancora più cupo il cielo che sovrasta i luoghi dove il gregge vive brancicato ai propri amuleti. C’è nella loro attività una febbrile caratteristica, una intensa e mostruosa capacità di occupare tutti gli anfratti coattivi che sono lasciati liberi dal potere o che, comunque, non possono essere coperti dal potere fino in fondo. Periodi interi della nostra vita sono ripieni dalla loro torva presenza, e molto spesso il risultato non è tanto l’esplosione di una risposta violenta, quanto l’accettazione tetra, la cupa rassegnazione. In mancanza di eccesso, la frustrazione della sterilità ordinata e fertile di morte. Ogni espressione accortamente edulcorata puzza di cadavere, ogni presa di distanza è tolleranza pelosa. Il potente oggi tende la mano al misero, non lo schiaccia visibilmente, tranne casi marginali, e ciò non per impotenza ma per meglio controllarlo e, se del caso, per meglio schiacciarlo. Gridare non è balbettare, ma strozzandosi nel grido ci si va vicino. La voce esce a stento e non accetta più la logica delimitante delle parole e dei modelli oscuramente civilizzati. Alla fine ogni grido ricade sotto la tetraggine del dire che ne raccoglie il messaggio di gioia o di paura e lo cataloga. I preti lavorano con le parole, e tutti coloro che lavorano con le parole sono preti rancorosi. Lo stesso lavoro fanno i medici, guariscono, o cercano di guarire, la malattia ma lasciano al suo destino il malato. Fra i peggiori i medici dell’animo, gli psicologi si limitano a drammatizzare il mondo, uccidono ogni vitalità che definiscono follia, pretendono imporre una deforme normalità. Per loro l’abbandono e il coinvolgimento sono tentativi di negare l’unica realtà esistente, cioè cenni consistenti di follia che vanno stroncati. La chimica. Chi cerca lo squilibrio non come protesi è un debole come il torvo medico che lo cura, mentre è considerato un folle se lo cerca come esperienza diversa, come rafforzamento del proprio fare per andare oltre, verso l’azione. Sulle soglie dell’apertura è abbattuto come un animale selvatico. Nessuna pietà. Chi vuole andare nel deserto è un folle, tutti gli anacoreti e i visitatori del nulla sono folli e ripugnanti, guai a chi ospita deserti, e chi ha scritto queste parole era un folle. Nessuna logica è più ferrea di questa. L’eccesso è la richiesta continua e pressante di vivere due vite, ciò vuole dire che il mondo non è sufficiente e che si desidera ardentemente di andare oltre, verso la vita della qualità. Il resto è ancora da scoprire.

XXXI

Bensì perché voi, amici, prendiate a tedio le parole trite che avete imparato dai buffoni e dai bugiardi: Prendiate a tedio le parolericompensa’, ‘rivalsa’, ‘punizione’, ‘vendetta nella giustizia’, prendiate a tedio dire: ‘un’azione è buona se è altruistica’”.

Non siate chiusi, dice il solitario, in una campana di vetro. Spesso i virtuosi sono rassegnati, sono fiacchi, insonnoliti, occulti si sentono al sicuro, anzi pensano di avere fatto lo sforzo maggiore della loro vita, hanno avvertito nel loro cuore il fremito sacro della bellezza e ne sono contenti. Come fare, dice il solitario, per aprire il loro cuore a una diversa tensione? Come si apre una zolla di terra e la si capovolge in modo che possa prendere al sole un’aria nuova, dissodata, finalmente eterogenea, questa zolla, con la propria menzogna messa a nudo. I virtuosi sono troppo puliti e non conoscono il significato vero e proprio di parole come: vendetta, punizione, vogliono essere pagati per la propria virtù di giudici conclusivi. Ma che cos’è questa virtù? Non certo la solita solfa. La si deve intendere invece come qualcosa che non è stato ancora compiuto, che deve essere compiuto, e che quindi è soltanto in cammino verso l’imprevedibilità. Che cos’è il loro intimo sé? se non qualcosa di estraneo, una sorta di pelle che si sono tessuta addosso, e che a un certo punto avvertono come una cosa impigrita, all’interno della quale si sentono quasi soffocare, quindi hanno una bramosia di vedere la luce, di dire: siamo noi, proprio noi, i virtuosi, che vogliamo il nostro Dio, colui che possa veramente riconoscere la nostra virtù. Ma chi sono questi virtuosi se non dei pagliacci maneggevoli che devono essere ricaricati come orologi, per il divertimento di bambini che amano ascoltare il loro ticchettio. Come suona intollerabile la parola virtù. Come parla male qualcuno che dice: “io sono giusto”. Come è male pensare di avere fatto tutto quello che si poteva fare per avvicinarsi al ponte per l’oltreuomo. Fino a quando le proprie ginocchia rimangono sempre in adorazione, tutto ciò che cosa comporta se non il canto di nuovi inni di lode, questa volta alla virtù? Ma il cuore, il cuore, che cosa risponde, non anela forse al caos? In fondo, molti di questi virtuosi che cosa pensano se non alla necessità della polizia perché possa garantire l’ordine, perché il gregge resti all’interno del recinto, perché il cane possa abbaiare all’esterno e non sia costretto a mordere più del necessario, perché non ci sia un orco malvagio, un orco maligno che dall’esterno cerchi di portare via qualche pecora. Ma il solitario considera questi virtuosi come dei buffoni, come buffoni e bugiardi, inidonei a esistere. Un’azione non è buona per le sue caratteristiche altruiste ma è buona quando prepara l’oltrepassamento. Le condizioni in cui si intuiscono le realtà presenti nell’oltrepassamento, realtà materiali nel pieno senso del termine, non solo quelle della luce. L’equivoco dell’illuminazione deriva quasi del tutto dalla nauseabonda paura delle tenebre, della notte, che porta con sé pericoli per l’uomo indifeso. Ma l’apparenza del fare avviene alla luce, la ragione illumina i misfatti produttivi e rende tangibile l’apparenza del possesso, indulge nel causare l’illusione della completezza. Prigionieri della desolazione non lo si è mai come si è prigionieri della modificazione. L’ossessione dell’eccesso spinge all’azione e non si ha modo di quantificare, di specificare. Può fare paura il repentino capovolgimento dell’assenza, ma questa paura è ricondotta all’interno del coinvolgimento. La mia totale esistenza è racchiusa in quello che opero, non ci sono parti che ne restano lontane, quindi anche la mia torbida paura. Io danzo nell’oscurità dove l’intensificazione qualitativa mi fornisce solo una visione nitida della mia azione, ogni aspetto della cosa è solo una reinvenzione rammemorativa. Sono troppo eccessivo per essere in grado di dare un codice al vento del deserto o alla voce dell’uno. L’azione altruista è un semplice fare, e un semplice raccontare è la rammemorazione dell’azione, tutto ciò sono parole, quindi sono giochi, baloccamenti che ora fanno ridere e ora fanno piangere i fanciulli. Una lettura come questa ha qualcosa di mostruoso, è geometricamente inimmaginabile, eppure viene continuamente posta sotto la nostra attenzione, costituisce la base strutturale di qualunque comportamento pecorile, la base per cui viene integrato il colpevole, messo fuori legge e sottoposto a un processo di condanna, di valutazione del suo radicale disordine, dal sistema che intende sostanzialmente emarginarlo ma, a parole, redimerlo, razionalizzarlo. Che cosa ha a che fare il nostro destino con questo tipo di bontà? Come può questa bontà entrare a fare parte del difficile e incomprensibile edificio che ci siamo venuti costruendo nei secoli. Che cos’è questa bontà? Una nobile cariatide che abbellisce la costruzione con le proprie dimensioni mostruose, con le proprie forme disumane, oppure un tendaggio enorme, un sottofondo da palcoscenico che nasconde le deformità, un coprivergogne? Ma la malvagità dell’uomo, la cattiveria della donna, questi comportamenti così naturali, così con i piedi per terra, come fanno a entrare in rapporto col pesante fardello interno a questo concetto di bontà. Si resta sempre perplessi di fronte a un tale problema. In che modo la dedizione atroce all’oltrepassamento può mettere da parte il concetto di bontà e sottrargli quella dignità surrettizia alla quale esso non ha per niente diritto, mettendo a nudo la sua impudicizia reale, la sua mancanza di effettiva concretezza buona, altrimenti invisibili dietro lenti troppo spesse? Abbiamo bisogno di una bontà che si caratterizzi e si manifesti nell’attacco, e questa è una specie rarissima ed estremamente privilegiata di nequizia, cioè di angelico comportamento negativo. È qualcosa di profondamente altero e ignobile, nello stesso tempo, perché tale è vista da tutti quanti, anche da chi, nel momento di metterla in atto, è costretto a voltarsi indietro e a corrompere tutte le coordinate che l’avevano sorretto fino a quel momento, a mettere fine con una arroganza da gran signore alle antiche, classiche e accomodanti, prospettive da subordinato. Questo colpo di zampa, di cui per il momento il solitario non ha esatta cognizione ma che l’avrà soltanto alla fine del libro, è dotato di una lussuria così connaturata all’attacco, che non calcola le conseguenze dell’atto ma soltanto il processo dell’azione stessa. Nessun sottofondo pedagogico o giacobino. Non si fa questo colpo di zampa sedurre, non cerca un sostegno esterno, non cerca e non produce bizzarre giustificazioni più o meno contorte, esso è l’estrema immaginazione umana dell’inferno, l’assoluta mancanza di utilità. L’azione non è assolutamente dedicata a ottenere un effetto positivo sia pure sobrio. Certamente, per quel che riguarda l’uomo e la donna che la compiono, essa è un processo di trasformazione della realtà. Ma non si tratta di stabilire una implicita complicità con nessuno. Chi vede compiere quell’azione non necessariamente può capirla e sentirti suo complice e compartecipe. Per fare questo ha bisogno di non essere un isolato, ha bisogno di parlare, ha bisogno della parola, ha bisogno di rapidi e spesso violentissimi desideri, non ha bisogno di dolcezze amorose, ma ha bisogno di convincimenti retoricamente ben modulati e alteri, ha bisogno di una naturale, rovinosa e, spesse volte, deforme sollecitazione. Qualcosa che semini lungo il percorso disperazione e morte, non una sorvegliata iracondia. Il processo dell’oltrepassamento è quindi irreparabile, segna per sempre l’individuo che lo compie, anche se torna indietro prima del punto di non ritorno, e si salva a costo di disprezzare la propria scelta conservativa. Dai suoi delitti, che tali essi vengono considerati, verranno altri delitti, dalla sua parola, anche se rammemorata con tutte le precauzioni possibili, di cui abbiamo tanto parlato, verranno altri delitti, altro odio. È questo che con gaudio pavimenta l’inferno. Che accanto a questo processo ci sia una sorta di enigmatica sopravvivenza del fare è spiegabilissimo, non si tratta di una giustizia capitale. I gesti, le speranze, la cultura, la conoscenza, tornano a prendere il sopravvento, la testa riappiccicata al collo. L’abbandono non è abulia, incide profondamente nello smaltimento delle scorie del fare, affronta i preliminari dell’apertura alla cosa, sa dove si trova la soglia da oltrepassare, ma non se ne cura, non costituisce per lui un obiettivo da conquistare, non prende iniziative e non fa progetti. Non gli riguarda nulla di ciò che accade nel fare modificativo e critico, ma non si accascia davanti alla sconfitta, è preparato e la attende da sempre, forse l’auspica, ma non la fa, vive nella vittoria del fare come il verme nella mela, non ha particolari doti attive e scompare nel momento in cui il coinvolgimento fazioso cancella il mondo. L’abbandono non attacca, non gli riguardano i comportamenti del nemico e non se ne cura, non costruisce ambiziose illusioni né apparenze, le vittorie sa dove andranno a finire e non piange sulle sconfitte. Non ha la curiosità di sapere, non si documenta perché non deve fare, è un humus che facilita, non una rabbia che esacerba o esorta ai maneggiamenti della vendetta. È esso stesso una preparazione alla rinuncia al possesso, al mondo e all’apparenza, ma non è una critica, è l’elemento che rende possibile la negazione, non quello che la costituisce. Non attacca, che sarebbe ancora un fare, ma aspetta il coinvolgimento. L’attacco viene dopo.

XXXII

È necessaria per la vita anche la canaglia?”.

Il solitario è per la pulizia, ma è costretto ad accettare il fondo della palude, così avverte l’esistenza di esseri scaltri e ributtanti. Questi hanno avvelenato l’esistenza di tutti, anche la loro. E l’hanno avvelenata con la libidine, con la sete di piccoli piaceri, con il ricorso a parole povere, segno di una cultura ridotta, miserabile anch’essa, che appiattisce tutti in un umile gozzovigliare infruttifero. Molti sono tentati, come il solitario, di allontanarsi dalla canaglia, che però fa parte della realtà, della vita. Il fatto è che la vita è inquinata da questa gente e non si può andare nel deserto per sfuggirla. Certo c’è da chiedersi se per l’esistenza della vita è necessaria la loro esistenza. La domanda non è essenziale, ma va posta comunque. È necessaria l’esistenza del potere? È il potere che produce la canaglia. Non vale molto turarsi il naso e vincere il disgusto, non c’è dove trovare tregua, dove riposare, dove riprendere forza, la scaltra canaglia inquina il mondo. Così non è facile trovare qualcosa di pulito, come avvicinarsi con irruenza a una realtà migliore, quando tutto è appiattito, pedante, ottusamente umile. Dove possono posarsi gli occhi per riposare? Quanta melma bisogna ancora trangugiare. Il solitario pensa di soffiare come un vento capace di spazzare via tutta la marmaglia raziocinante, tutta la canaglia. Ma non può farlo, in quanto egli, come si accorge da se stesso, per quanto caustico e sottile, spunta contro il vento. C’è nella canaglia una sorta di fervore patologico, ci sono gesti convulsi, aspirazioni, aggressive ma stupide, accelerazioni di possesso che caratterizzano un ambiente coagulante una materia afosa e variegata, al limite tra l’incubo e il mortificante delirio da ubriaco. Tutto attorno a loro c’è una radicata condizione servile che non manca mai di venire alla luce, anche quando contrastano, in quanto canaglia, per cercare un loro spazio sulla terra, per sopravvivere, alla fine anche per sopraffarsi, avvertendo continuamente una sorta di terrore, quello di perdere terreno, di essere messi da parte, di non essere capaci di realizzare la loro spettacolare impresa, che è quella di respirare. Non sono demoni, sono semplicemente poveracci. Ma il mondo è fatto di giudiziosi poveracci, la merda che lo costituisce è prodotta da loro. Non c’è nulla di demoniaco nel mondo, nel senso vero e proprio del termine, ma c’è qualcosa di profondamente guittesco, che ruggisce in modo falso, come un leone di cartapesta, qualcosa che manca di coerenza perfino nel fare il male, perfino nel realizzare la morte violenta che è sempre, o quasi sempre, appannaggio di certi manigoldi che si aggirano in una sorta di sottomondo e uccidono, spesso inutilmente, semplicemente perché si trovano ad avere un’arma in mano. Non c’è nulla di geniale nel comportamento della canaglia, e non c’è modo di potere elevare quest’ultima alla sublime condizione di cui molti anarchici l’hanno accreditata, ammiccando soddisfatti della loro analisi. La canaglia resta tale, una canaglia, e come tale, come ne ho fatto a lungo esperienza in carcere, non può essere redenta né dal buono esempio né dalla forza, non può essere modificata da una prospettiva di lotta incapace di aggregarla e di farla uscire dalla propria innata frivolezza, capace di sostituire un atteggiamento misero e accomodante con qualcosa di veramente attivo, comunque diverso, certamente accorto, viste le condizioni in cui la canaglia è costretta a vivere, ma in ogni caso attivo. No, non riesce. Un catalogo degli orrori. Nel tuo lavoro, per quanto tu possa fare sforzi, eccoli questi individui canaglieschi, eccoli immersi nel loro percorso, perfettamente congruo, intenti a realizzare uggiosi ostacoli al progetto del quale essi stessi erano consapevolmente e lucidamente con astuzia concordi. In loro non c’è una visione di nessun genere, né geometricamente valida né qualcosa di fulmineo capace in velocità di battere il nemico. Tutto in loro è sostituibile, fungibile. Nella canaglia non c’è stile se non quello di una massa chiusa, spregevole, intenta soltanto a cogliere l’occasione migliore di muoversi in un labirinto di opportunità misere, intricate come arabeschi che solo lei riesce a decifrare, opportunità talora grottesche che agilmente percorre fino in fondo per poi ritrovarsi esattamente al punto di partenza, dietro le sbarre, mendicante che chiede l’indulgenza di un altro poco di minestra. Non essendoci tagli netti, chi sta al sicuro può in buona coscienza immaginarsi in pericolo. È una questione di fantasia. La fortuna del cinematografo e della letteratura romanzesca non ci sarebbe senza questa simbolica possibilità. C’è un particolare, ristretto, numero di libri che per non so quale alchimia vengono chiamati rivoluzionari, che alimenta una esoterica porta di sicurezza, spesso non facile da vedere, quindi più subdola. In teoria, e restando nell’ambito delle parole, questi libri, che nella maggiore estensione quantitativa del loro contenuto sono agiografie di personaggi o di teorie, sono strumenti per allenarsi all’abbandono, non possono fare parte del bagaglio di un’azione, lo appesantirebbero troppo, in quanto essendo semplici fatti, tirano comunque dal lato della sicurezza se non proprio della catalogazione conservativa. La rammemorazione è un altro genere di letteratura, se voglio usare a ogni costo questa svilente etichetta. Essa impoverisce l’azione ma la salva da quella punta di spillo su cui l’esperienza della qualità ha danzato per una volta soltanto. Certo, anche questo salvataggio è sempre un po’ di bambagia, un tentativo di mettersi al sicuro, ma se si mettono in conto le miserie di cui tutti soffriamo, penso che con un po’ di nausea trattenuta, essa si possa tollerare. C’è molta spudoratezza in quello che dico, ma ogni tentativo di dire ciò che non può essere detto, se in buona fede, è ovviamente sfacciato, si salva da una sterilità di fondo, per quel poco di leggerezza e di ironia che lo sorregge. È sempre meglio tenere da conto i propri segreti, ma si posso collocare in fondo a un labirinto e non fornire mappe per il ritrovamento né inviare messaggi esplicativi. I cacciatori di segreti vengono così irretiti ma non del tutto, da spettatori possono trasformarsi in attori, il passo non è breve, me ne rendo conto, ma non improbabile, e così trovarsi loro stessi costruttori di labirinti e quindi in grado di ritrovare percorsi negli altri labirinti che agli amanti della garanzia restano preclusi. Ciò significa mettersi a rischio, non avere paura di se stessi, delle proprie maligne limitazioni, di quello che si possiede o di quello che si vorrebbe possedere ma non si ha, mettere tutto a rischio senza portare con sé medicinali di riserva o imposture da manuali di sopravvivenza. La lotta si prospetta a vita o a morte. Nella modificazione i mille aspetti immediati sono riassumibili in un’unica preoccupazione, possedere e così allontanarsi dalla morte. Questa concezione è ridicola perché non ci si può allontanare da qualcosa che non si conosce e che ci è estranea. Alla fine il mio possesso diventa il mio terrore, se lo perdo e non sono capace di acquisirlo sono più esposto al pericolo della morte, perdo l’illusione della mia sovranità su di essa. Nei momenti estremi, sempre restando nell’ambito del fare, mi circondo di impiccati per meglio rafforzare il mio dominio. Poi tutto questo scompare, la malia dell’apparenza cessa e il ridicolo di ogni sovranità prende il sopravvento. Non devo reagire contro questi fantasmi che per la circoscritta operazione critica, per impadronirmi degli strumenti della conoscenza e per farli miei criticamente, il resto è la lotta, altrove, l’azione è la lotta, la vera lotta. L’ebbrezza dell’uno mi porta via e mi ritrovo nella desolazione della cosa senza alcuna intenzione di rideterminare un nuovo ordine nel caos. Qui l’inadeguatezza dei sensi, che optano sempre per la quantità, non si fa sentire, intuisco l’altra parte della percezione, quella qualitativa, mi risveglio a nuova vita senza memoria di nulla, la mia stessa lucidità intuitiva, del tutto alogica, mi viene in sospetto, cerco di evitarla, mi abbandono a ciò che l’esperienza diversa mi dà liberamente. I nuovi sentimenti mi commuovono perché ci sono anch’io, non sto assistendo a uno spettacolo, ma alla vita dove c’è un solo attore e un solo spettatore. Non posso che andare avanti, verso una maggiore intensità, mentre tutto intorno i miraggi residui della desolazione si dissolvono nell’aria tersa del deserto.

XXXIII

Che l’uomo sia redento dalla vendettaquesto è per me il ponte verso la speranza suprema e un arcobaleno dopo lunghe tempeste”.

Il solitario parla contro l’uguaglianza. Qua bisogna intendersi sull’efficacia provocatoria. Un morso di tarantola può essere fuorviante. Si tratta di uguaglianza al ribasso, da campo di lavoro, una uguaglianza di cui noi abbiamo triste esperienza, conclusasi qualche decennio fa. Non è quindi con la vendetta che si ottiene l’uguaglianza, ma con la vendetta si possono mettere in difficoltà i dominatori. Non possiamo rendere il mondo tutto uguale accorciando teste, non possiamo ridurre a un problema di giustizia i palpiti del nostro cuore. Non è un problema da risolvere col taglio di qualche testa. Ecco quindi che il senso della vendetta si coagula nel sapere diventare più fini e più freddi, non convenzionali, essere capaci di esercitare il nostro spirito di vendetta. Non è una questione di punire qualcuno. Bisogna sempre diffidare da coloro che vogliono esercitare la giustizia in nome di un principio di assoluta bontà e di perfetta verità. Tenere i piedi per terra e, nello stesso tempo, non sentirsi obbligati a svolgere il ruolo di carnefice o di segugio. La vita non può essere cercata attraverso un azzeramento della vita. Lontani dalle bilance. La vita ha bisogno di elevarsi, quindi di cercare soluzioni migliori, costellazioni di maggiore respiro. E queste soluzioni non possono essere fondate sull’uguaglianza, a meno che non si tratti di un’uguaglianza verso l’alto, le differenze saranno soltanto nella capacità individuale di pensare, di sognare, di essere diversi uno dall’altro. Ecco perché se una punizione ci deve essere, certamente non deve essere questa la soluzione del problema sociale, sarebbe un autoepitaffio. Non è con la bilancia ma con l’eccesso che si affronta questo altrimenti insormontabile dilemma. La danza di cui parla il solitario è una danza di gioia, e quando si è portato a compimento un calcolo o una sommatoria, non si può essere felici al punto da volere danzare né appagati al punto da sbadigliare. La vendetta deve essere una provocazione, un attacco esasperato ed eccessivo, deve andare al di là, non può essere un calcolo che riporta il conteggio in parità, non può essere una felicità che ha dei dubbi, non può essere la ferocia di un rendiconto, il gesto freddo di chi tira fuori il pugnale al momento opportuno, la pedante concentrazione vedovile di un insegnamento portato alle sue conseguenze demenziali. La vendetta non può essere una gelida astrazione, ma deve essere inquietante, deve fare affluire brividi e spasimi fulminei, ammiccamenti che trasformano il proprio agire in illusioni e contrasti irrisolvibili. Nella vendetta non può esserci un terrorismo pedagogico, non è una questione matematica, ed è inesauribile, non riesce a colmare lo spazio tra danno subito e danno arrecato. Non è un epicedio. Dappertutto il mondo è abitato da mostri tremendi che nuotano a pelo d’acqua, anche il vendicatore avanza a pelo d’acqua e deve nuotare bene. E quando si avvicina per realizzare la sua macchinazione, che di macchinazione si tratta, non sono funzionali le motivazioni e le inventive sincretiste, il mondo che lo circonda è abitato, come sempre, dalle solite faziose persone. Dappertutto c’è un senso di rigorosa nullità, la scoperta di una delimitazione spaziale e personale che non finisce mai, ma continua nelle inflessioni di un linguaggio esplicativo denso di ira intellettuale. Non c’è un luogo dove fermarsi e dare conto di se stessi. Non c’è un luogo dove esistono regole che si possono portare alla luce, mettere sul tavolo e dire ecco: questo è arbitrario, questo è deducibile, quello è giusto e quindi si deve portare a compimento con equità. Ecco, tutto questo non c’è. In qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo, la vendetta è sempre un eccesso imprevedibile. Il vendicatore agisce, sa ispirarsi alla cenere che altri spargono sui capelli, e non saranno le folgori della vendetta a fermarlo. L’orientamento che cerca è tutto dalla parte della ragione, lo sostiene una fantasia di schiavo in rivolta. Se ha coraggio, e mette a frutto le sue conoscenze, cioè il lungo tempo passato nelle biblioteche, il massacro di cui resta sempre portatore non è più qualcosa di malsano, non regola conti, non calcola, ma, al contrario, vede e coglie quanto profondamente indecisa e imprecisa sia l’azione, va oltre. Il suo agire non ha nulla a che vedere con le antiche isterie del massacro, non è spasmo e nemmeno convulsione, è una lama diritta che non cerca di dilungarsi. Il silenzio l’ha resa tagliente e con essa recide ogni legame con la conoscenza.

XXXIV

Voi saggi illustri avete servito il popolo e la superstizione del popolo!”.

Basta con i saggi illustri. Basta con coloro che hanno la verità nelle mani e la elargiscono come vogliono per conto altrui. Basta con i cuori spenti. Basta con le grandi intelligenze che affamano il popolo. Basta con le chiose possibiliste. La belva è dotata di zampe. Le zampe sono armi terribili. Invece voi saggi illustri avete sempre fatto vedere che la vostra misera virtù poteva da sola salvare il mondo, beneficiare della tabe burocratica. Occorre qualcosa in più, non basta la semplice virtù conservativa alla quale si abbeverano le divinità. La volontà del padrone deve a un certo punto essere interrotta. Altre volontà devono farsi largo. È ciò che non può fare il saggio. Occorre la cecità del cieco che colpisce sveltamente senza vedere bene, senza riflettere a lungo. Voi, grandi scienziati, non conoscete l’orgoglio dello spirito, siete abili, siete tiepidi, siete disprezzabili, brulicate come vermi. Come potreste andare con il solitario? Eppure l’attività di questi saggi è fondamentale per tenere allacciato il gregge, per evitare che le contraddizioni che lo compongono diventino sempre più acute, per fare in modo che tutto resti imparentato con il tutto, che l’ambiguità permanga e non si riveli come frivolo cerimoniale, come sempre è stato questo gioco per sopravvivere. La loro funzione non è quindi una scelta arbitraria, non è una rigida deduzione, è una scelta imposta, essi reggono le redini del discorso. Fanno. Gestiscono la macabra cultura, gestiscono le cerimonie. Gestiscono un gigantesco, enorme, colossale, fastidioso come se. Qualcosa che sostanzialmente non esiste ma che apparentemente si dimostra essere una aggressiva legislazione in piena regola. Una serie di luoghi e comportamenti arbitrari che fissano valori in dieci righe. Il tutto perché il mondo rimanga nell’ambito asciutto del rito. Che importa se il tutto è piatto, illuminato da una luce fittizia e non nasconde per niente la coerenza delle mosse che reggono la scacchiera delle iniziative, gelide iniziative fondate su di un meditativo rigore intellettuale da inquisitori. Non ci sono rilievi veri e propri da fare, solo ammonizioni. Il perimetro entro cui tutto si muove rimane contrassegnato dall’esterno, dall’interno esso resta misteriosamente inesauribile, come se fosse possibile allargarlo all’infinito, sempre più pecore dentro il gregge, sempre meno tentativi di uscire fuori, sempre più iniziative squisitamente artistiche perché tutto possa sembrare possibile e nulla effettivamente realizzabile. Una coniugazione di verbi regolari. Che farsene dei pochi sciagurati che riescono a rendersi conto del problema e cercano con nobile dedizione di spezzare queste articolazioni e i loro limiti? Che farsene? Non c’è assolutamente nulla da fare, essi contribuiscono in modo diverso ma ugualmente aguzzo a rendere il pugnale sempre più penetrante. Nessuna grammatica regolativa. L’intensità non permette aggiunte, non ci sono parole che possano spiegarla, né quelle dello scetticismo né quelle del misticismo. A volte l’ho percorsa convulsamente questa straordinaria strada dell’abbandono, lacerato dalla mia fede nella certezza della conoscenza, a volte la rabbia mi ha impedito di guardare bene dove mettevo i piedi, ma non mi sono mai fermato da qualche parte a vegetare, a sbrigare affari mondani. Non ho mai professato il mestiere di eretico che ha causato le fortune di tanti conservatori, mi viene il vomito se penso alle tante giustificazioni che molti mi hanno propinato, ricevute per condiscendenza e disinteresse con i miei arcaici acconsentimenti. Avrei dovuto fare ricorso ai fasti di una buona poco metaforica legnata, ma non ne valeva la pena. Erano loro i saggi, i conoscitori della dottrina, i sacerdoti della verità, io ero un negro che lavorava a cottimo e poi scappava via per respirare dopo l’apnea. Loro innovavano il fare e venivano remunerati con larga munificenza, a me buttavano qualche briciola e molti complimenti, mi andava bene così, perché ero io a volare, mentre loro, i sapienti ufficiali, strisciavano come lumache lasciandosi dietro una striscia di bava, unico usbergo contro la più assoluta dimenticanza. Alla diversità erano ostili perché troppo disingannati, troppo pragmatici, troppo realisti. Mancavano di vigore e non erano se stessi ma banali apparizioni destinate a scomparire.

XXXV

Il pericolo di colui che sempre dona è di perdere il pudore; chi sempre distribuisce, la sua mano e il suo cuore si incalliscono a forza di donare”.

L’assenza rende la vita inquieta e parziale, buona a essere vissuta secondo le regole, ma brulicante di contrazioni dolorose e inappagate. L’eccesso, nel mondo, non coglie l’assenza, ma ne alimenta il sospetto, rinuncia allo stato fittizio di appagamento e allontana gli accattivanti fantasmi dell’apparenza intellettuale. L’eccesso è un acutizzarsi dell’abbandono non una resurrezione fattiva. Mano a mano che le regole vengono invalidate dalla critica negativa, si profila con maggiori dettagli la capacità di abbandono dell’eccesso. Anche il corpo vero e proprio, la fisicità, viene educato a manifestare diversamente il proprio allenamento al mondo. L’amore sessuale è uno degli aspetti dell’abbandono, non si libera mai dalle regole, ma può essere un movimento contro le regole, nel suo processo di sviluppo, se non si chiude nella semplice e ripetitiva autoreferenzialità. Solo così può aprirsi all’assenza e quindi tenere da parte la volontà come il clandestino della fiaba. Mi innamoro di qualcuno, meno facilmente mi voglio innamorare di qualcuno, la volontà è un ostacolo molto grosso all’amore, e finisce per imporre agli altri la propria visione, più o meno critica o singolare, delle regole dominanti. L’abbandono è la via migliore, l’azione è ancora più oltre. La desolazione mi costringe bizzarramente a intuizioni che sono l’esatta corrispondenza delle sue intuizioni nei miei confronti, l’abbandono mi fa aderire senza residui mitologici a un contesto incompatibile che mi domina senza possedermi e che io non conosco ma che colgo nell’esaltazione dell’eccesso. L’oscurità della desolazione è una conseguenza della mancanza di riferimenti, la luce non può illuminare l’intensità e due intensità diverse non sono due oggetti diversi, possono essere colte diversamente, come appunto mi accade con la mia esperienza materiale della qualità. Questa oscurità penetra dentro la mia intuizione e la porta con sé mettendo in mostra la profonda diversità che la caratterizza. Nell’azione non ho più la preoccupazione dell’apparire, tutto quello che colpisce la mia esistenza è la trasformazione in corso. Sono io che agisco mentre a fare era un altro da me, mai in grado di diventare tale, un conato penoso che non riusciva a realizzare questa modificazione fino in fondo perché prigioniero di un macabro gioco di specchi e labirinti. L’intuizione non viene consegnata direttamente a casa, occorre una sorta di iniziazione alla diversità, alla vertigine della desolazione. La mia disponibilità astratta non basta, necessita di una inconsistenza di fondo, di una sorta di svagato sognare che riprende i tempi fondamentali della logica del campo per capovolgerli nel lavoro critico di già realizzato che di per sé non lasciava presagire nel secondo che lacrime e sangue. L’andare oltre è cammino lungo e nessuno fa regali collocandosi sul ciglio del burrone. La stanchezza favorisce il senso della lontananza, il ricordo dell’infanzia, lo slancio giovane del mare, le false colonne di legno dell’ingresso ai bagni, le ansie notturne, i lunghi silenzi con la mente attenta a memorizzare collane di pensieri, rime e frasi impresse, scalpellate. Ora l’acqua stenta a fiorire, il mare a muovere le onde, le montagne a bagnarsi nelle nuvole. I miei piedi non accettano allegramente il sangue che vi circola dentro, formicolano la loro incertezza, le mie spalle rotte e bucate si turbano non sapendo come sostenere bene la testa di vecchio che ha vissuto tante speranze. Pensieri nuovi si affacciano con vergogna come teneri germogli su un ramo rinsecchito, hanno paura di bruciarsi prima di essere maturi, pensieri compiuti, pregni di contenuto. Di quale linfa potrebbero nutrirsi? Tutto quello che poteva dirsi è stato detto, farsi è stato fatto. Le navi sono partite per i loro logori viaggi e io sono rimasto sul molo, senza testimoni. Nuovi pensieri torneranno e mi troveranno sempre più stanco, e torneranno per germogliare nuovamente, soavemente desiderosi di vita e adocchieranno la secchezza delle mie squame di albero inciso dalle intemperie, e resteranno muti, racchiusi nella loro tenera adolescenza. La nuova esperienza nella desolazione della cosa mi trasforma, anche a costo di ossessioni e vertigini, ma mi obbliga a essere me stesso senza residui.

XXXVI

Il diavoloè lo spirito di gravità”.

C’è un abisso, una differenza enorme tra il dare e il prendere. Chi dona conosce bene il limite del dono, non può riuscire a soddisfare il bisogno. Tende la mano, non si limita a contemplare. Certo, c’è una soddisfazione nel donare. Ma altra è la soddisfazione della vendetta. Alla lunga, nel donatore, la sua mano e il suo cuore si induriscono, frugano a vuoto. La notte è dappertutto nella monodimensionalità del dare. Un sermone patetico non risolve nulla, rimane una bizzarria perbenista. Nessuna apertura, nessun altro universo. Semplicemente un transito, coerente, misero, contabile, assommativo. La danza è un dileggio contro lo spirito di gravità, l’acuirsi di un appetito inappagabile. Il solitario ama la vita, ed è per questo che ama la danza, e ama anche la donna selvaggia e tutt’altro che virtuosa. L’essenza della vita è la donna. È lei che si libra nella danza, che è nata per la danza, anche se non si muove, anche se resta immobile pur avendo rotto gli argini che la costringevano alla primordiale schiavitù del ruolo. È lei che muove la cattiveria essenziale della danza, che si alza nell’aria e torna sulla terra, capace di libertà inconcepibili per il maschio che bilancia e misura prima di muovere un passo. È lei il senso della libertà, la depositaria della dignità umana come movimento libero che sa dirigersi verso l’oltrepassamento. La donna e il suo dio non hanno nulla di divino. L’imbroglio divinizzante, per la prima e il secondo, è stato appunto un modo come un altro per foggiare catene da parte di fabbri impauriti. L’essenza della danza, come linguaggio, e del linguaggio come danza, è qualcosa di assolutamente estraneo alle codificazioni scansite in ciò che di solito chiamiamo danza con l’ausilio del linguaggio. Dal mondo alla vertigine delle regole il passo non è semplice, è costituito da un salto da predone. La donna è questo predone. Nella servitù tutto si appiattisce e muore e non c’è da meravigliarsi, visto che anche la donna è mortale. Ma quando si rompono le catene? Solo da quel punto, al margine della foresta, il discorso può iniziare a essere diverso. Pervenire a difficoltà che impediscono di comprendere e di conoscere, è come abdicare al controllo di ciò che mi sta attorno. Questo complesso sistema modificativo prende il sopravvento e cerca di catturarmi in maniera astratta e rigorosa. Devo prendere il largo nella confusione di elementi che non sono più legati fra loro e che adesso assumono ai miei occhi costruzioni bizzarre e caotiche. L’inquietudine attacca l’abbandono in un ultimo parossistico tentativo, è l’irrisione dell’autorità. È allora che ho bisogno dell’ingenuità del coinvolgimento, del suo coraggio paradossale, della disperata follia che mi slancia verso l’assenza. Nessuno uscirà vivo da qui. La desolazione non avverte queste lacerazioni, giace placida e coglie soltanto l’abbandono, il disporsi all’apertura verso la cosa. Il mio deve essere uno slancio disinteressato, e l’abbandono qualifica la sua inutilità, non scelgo ma vengo scelto ed è per questo che il mio salpare ha sempre in faccia l’aria fresca del mattino. La donna sa tutto questo, non occorrono lunghe spiegazioni. Le apparenze e le fantasticherie della notte rutilante del mondo non ci sono più. I primi contatti con la qualità sono colti nella leggerezza, non c’è più il peso della zavorra, la catena dell’ancora, gli ormeggi rugosi e puzzolenti che mi legavano alla riva, ora sono delicatamente preso per le mie ali di farfalla e posto in piena assenza. Il passo di danza è quello che mi viene in mente, la follia del solitario, la pura vitalità, l’eccesso che coglie l’armonia e la disintegra oltrepassandola. Il capovolgimento è un mettersi a rischio totale, un trasognamento dell’abbandono, un insistere eccessivo sulla propria rinuncia al possesso di se stesso, un consentire un ripiegamento interiore mai attuato e da cui viene un senso di inquietudine molto diverso da quello che provavo per la mai ottenuta circumnavigazione di me stesso. Mi coinvolgo perché intuisco che l’estrema estraneità dell’assenza mi sta coinvolgendo, cogliendomi come disponibile all’essere colto da lei. Questa nuova condizione di apertura mi prepara a salpare, ma come in tutti i momenti in cui si parte, in particolare quando mi indirizzo verso terre sconosciute, c’è una forte malinconia dentro di me, mi sento attirato come mai per le piccole abitudini quotidiane, i gesti di tutti i giorni, le piccole manie ripetitive. Se non dovessero verificarsi le condizioni indispensabili all’oltrepassamento, la vita nel mondo mi diventerebbe intollerabile, le fondamenta delle regole si scuoterebbero lasciandomi incapace di fare e di agire, mi spegnerei preparandomi a morire pure continuando a vivere in maniera brutale e ottusa. Ogni manifestazione di eccesso, come una ubriacatura o fare l’amore con piena soddisfazione, che non fa altro che restare nell’ambito fattuale, mi intristisce, mi carica di una energia che non potendo trovare sbocchi si accartoccia su se stessa, perché fa intravedere, questo eccesso privo di sbocchi, la perdita che lo caratterizzerebbe nell’azione, ma lo fa in un orizzonte individuale di accumulo e di conquista. Così, nel mondo, l’eccesso è visto come sperpero e dissipazione e chi vi è portato cerca di opporre le proprie resistenze causando la sua mortificazione e la propria frustrazione. L’eccesso nel mondo o si indirizza verso il territorio desolato della cosa, ma allora da solo non basta, o è mortale segno di resa, collaborazione repressiva. Nel mondo, l’eccesso può ispirare ammirazione, ma gli ammiratori non possono mai sapere se si è soffocato da se stesso o si è indirizzato altrove, verso la cosa. Questa impossibilità conoscitiva lo colloca nell’apparenza e lo caratterizza con una condanna.

XXXVII

Quando compii la mia impresa più difficile, e festeggiai la vittoria dei miei oltrepassamenti…”.

L’eccesso è tanto più eccessivo quanto più è legato a un fare preciso, non astratto ma concreto. Comincia con l’intimo decoro delle piccole scelte della vita di tutti i giorni e si sviluppa in ogni cosa che si fa, arrivando alla consapevolezza critica del mondo, alla sua analisi in negativo, all’assenza, all’oltrepassamento, e tutto il resto. L’eccesso non è una crescita quantitativa del fare, che sarebbe una fatuità dimostrativa, ma un suo continuo rilancio, nel mettere quanto più possibile, nella quantità del fatto che caratterizza il fare, me stesso. Ciò assume le vesti di un aumento, non può essere altrimenti. Qualsiasi intensificazione della quantità è un aumento quantitativo, ma procedendo oltre, verso l’apertura, l’aumento eccessivo diventa intensificazione, distorsione quantitativa. L’eccesso è un ottimo recettore di intensità, permette all’abbandono di non cristallizzarsi in una forma determinata, molto comune per esempio quella del rifiuto della forza, e allargarsi invece a tutti gli aspetti di estraniazione della volontà al di là dei meccanismi di controllo. L’eccesso accoglie e coglie, riceve tutto, quindi anche l’assenza, e mi facilita il passaggio dell’oltrepassamento, distrugge via via ogni criterio, ogni calcolo, ogni limite, e mi conduce all’azione senza sublimare nessuna delle prerogative dell’efficienza. Oltre l’inconcepibile, ancora più oltre, nella desolata distesa della cosa, non riduzione dell’esperienza ma allargamento indicibile, azzeramento della durata temporale, quindi sua estensione all’infinito, pienezza e completamento, irriconoscibili corsari. Tutti tentativi di scendere nella follia. Ma l’energia e il coraggio che questi itinerari desertici richiedono sono tutt’altro che espressione di follia, l’azione che ne consegue trasforma il mondo, rompe l’abitudine della coscienza a giustificare il fare e a renderlo accettabile, quindi modificabile, allontana la dottrina pelosa del calcolo e della riflessione rendendo possibile ciò che prima era impossibile. La fuga dal di già visto, dall’evidenza e dai vicoli ciechi, è stata sempre considerata follia, la qualità deve essere solo una questione di corrispondenze.

XXXVIII

Voi volete ancora creare il mondo, davanti al quale possiate inginocchiarvi: questa è la vostra suprema speranza ed ebbrezza”.

La superstizione del possesso mi spinge a credere nello scopo indubitabile, nel possibile completamento. Ciò mi conduce a una malattia che non ha nome, la fede in quello che faccio, mentre quello che faccio non merita questa dedizione in quanto lo devo abbandonare, e a volte perfino calpestare, se desidero cogliere l’assenza che sta torturando le mie budella. Sono così indulgente verso le catene che rappresentano una caratteristica comune a tutti i galeotti, un legame ombelicale col loro remo. Insisto e rimando, abbagliato dai risultati, ma non sono chiaroveggente e quindi non vedo che sono solo apparenza non realtà, se dovessero produrre realtà dovrebbero produrre completezza, e invece non possono, sono abili ma cialtroni come bari. Smantellare tutto, ma l’anarchico che sono mi dice che molto di questo tutto lo posso portare con me, mi accingo a partire quindi devo avere bagagli. La stoltezza è dura a morire. Lotto con questo aspetto positivo, garanzia di una critica che vuole essere negativa, ma che teme di arrivare fino in fondo e qui trovare soltanto una marionetta. La libertà non è nel mondo che creo, mi illude con mille sfaccettature, piccoli residui di liberazione, ma la conseguenza se blocco la ricerca e accetto, è la secca impotenza. Il coinvolgimento mi distingue dal falsario che si tiene una parte della posta in cassaforte. Lui è troppo lucido per esserci tutto e senza remore, è troppo attento a evitare le dismisure, il suo atteggiamento è un rischio succedaneo. Io accetto senza vedere le carte, accetto e rilancio. Non ho bisogno di una giustificazione per agire, basto a me stesso. Non ho nemmeno bisogno che da qualche parte si affermi o sia scritto da sottili legulei che agire è meglio di fare, è più onorevole, più degno di considerazione. Sono io che rischio e la totalità di quello che rischio è tutto me stesso, brucio ogni volta le navi alle mie spalle, l’eterogeneità del mondo non può capirmi, non può concepire l’avvento di un’azione che non sia stata prima catturata e vagliata dalla volontà. Ma io rifiuto di consegnare me stesso alla frantumazione dell’assoluto uno che è, non mi accontento di esistenze circoscritte e di pluralità che promettono di mangiarsi il mondo e non sanno poi riassumersi sarcasticamente nella punta di spillo in cui si distrugge l’illusione del tempo che scorre. L’intensità qualitativa esplode nel mio cuore e non mi lascia stare in quiete. Mia è la disarmonia. Nella strada della qualità ci sono molti luoghi in cui si fermano riferimenti logici divenuti inattendibili. La logica non cade di colpo, si smembra a pezzi e dimostra la sua inconsistenza qualitativa e il suo limite quantitativo. Nella desolazione non c’è armonia di equivalenze e nemmeno disarmonia di scompensi, i due aspetti sono solo apparentemente contrastanti e appartengono al mondo. L’uno che è non può essere detto completo, perché il concetto di completezza non esiste, è una delle apparizioni della quantità, una illusione. Lo stesso dicasi per qualunque altro segno. L’infinito è lo stesso, è un concetto del mondo che deriva dalla possibilità di fare continue e incompletabili aggiunzioni alla quantità. Anche il presente, che è, e che pare escludere altre forme temporali, è illusione del mondo di natura quantitativa, la qualità non è presente nel mondo e quando è presente, la desolazione impedisce di collocare la sua presenza temporalmente. Anche la necessità che tiene fermo l’uno che è, è un altro segno riflesso dal mondo del quantitativo, non c’è niente che possa rendere necessaria la qualità. Le grandi catene sono qui, e sono le parole che mi legano alla piccola porzione di conoscenza che vado ricavando indefessamente, ma non bloccano l’uno che è, non c’è qui alcuna implicazione da spiegare e la sua voce è priva di parola.

XXXIX

Oggi ho visto un sublime, un solenne, un penitente dello spirito: oh, come la mia anima ha riso della sua bruttezza!”.

Ricercatore del mistero ho in odio la tirannica evidenza. Messo di fronte a una luce troppo viva mi sento sotto interrogatorio, e sono stato troppe volte torturato per trovare gradito un servizio del genere, sia pure raggentilito dalla condiscendenza. L’evidenza può essere detta, è stato detto, e per il semplice fatto che ciò è stato detto si è modificato in maschera arrogante. Non ha importanza dire quello che può essere detto, chiunque può con poco sforzo. Eppure qualcosa che non può essere detto può dirsi senza dire, senza usare le parole nel loro tradizionale modo dimostrativo da carriera politica. Rimango avvinto da quello che resta oblato, tagliato fuori dalla parola, buttato via, messo da parte perché non importante, inaccettabile dalla puntigliosa acribia. Il centro è ingannevole, il regno della primaria importanza è un’apparenza fatale o una stupida messa in scena, una capriola. La conoscenza accumulata sviluppa il mio cervello ma ottenebra il mio cuore, lo rende sordo alla voce dell’uno, che pure circola nella realtà e paralizza ai confini del mondo la modificazione stupidamente condannata a ripresentarsi e fare nido nei progetti degli uomini dabbene. La conoscenza rende più forte il cauto, ma lo inchiavarda alla sua conservazione, mentre rende più debole l’eccessivo che vi confida, disarmandolo illogicamente davanti ai suoi stessi eccessi. La prigionia gretta del fare avvinghia nella determinazione delle regole, eppure non basta un rifiuto massimalista di queste per ritrovarsi oltre. Occorre aprirsi a una tensione sconosciuta, tenera fanciulla. Devo tendere al massimo il rifiuto critico negativo evitando che svanisca in una giaculatoria laica, in una litania rovesciata. L’eco di questo lavorio deve accompagnarmi nell’assenza, non come archeologia che scava, ma come complice mascherata che distrae e sconcerta. La lunga attesa esplode alla fine nella tensione apparentemente priva di scopo che mi alimenta verso la desolazione della cosa, dove non c’è né appoggio né desolazione. Le antiche manie sono ora incomprensibili. La qualità mi attira e mi spinge a coinvolgermi e a fondermi con essa. Le mie notti sono remote, lontane da ogni possibile colpo di mano, sono io la notte adesso, la notte più penosa che devo affrontare, sono io l’oscuro pericolo e l’incomprensibile salvezza. Sono nella desolazione e sono libero da ogni antica simulazione. Danza e movimento tutto ora è intensificato in un singolo battito, ogni altra direzione mi è preclusa e non posso confermare nessun fatto o condizione precedente, non sono che un punto nell’universo, ma sono libero. La desolazione necessita di una demenza balbettante, una passione che arriva alla tortura di sé e una fierezza che impedisce di retrocedere. Andare avanti nel deserto non è facile e non ha sostegni. Se rifletto sulla mia condizione da vecchio, concludo di avere scelto una vita stravagante, un amore per l’avventura e per l’inconsueto. Eppure non pensavo a niente di tutto ciò, ero prigioniero delle parole, quindi della normalità. Se devo essere preciso, per quel che vale esserlo, credo che la mia vita sia stata una continua battaglia perduta con le parole. Non ho mai imparato a balbettare, ma ci riuscirò. Il coinvolgimento è di già un balbettio, ma indescrivibile, ancora uno scontro con le parole. Essendo un processo verticale, di approfondimento, non è che intensificazione, quindi le parole lo frenano, se non lo uccidono. Non sono venuto, con tutto me stesso, per mettere ordine, ma per portare il marasma, la confusione. La caccia ai delicati e ai delusi è solo cominciata e non mi aspetto risultati o trofei, solo uno è l’animale da abbattere, me stesso. Nel deserto mi rispecchio in ogni riflesso del sole sul terreno arido, in ogni miraggio banale e inconsistente.

XL

Indegni di fede: così io vi chiamo, o reali!”

L’azione coglie me stesso nel momento in cui io colgo la condizione diversa dove posso agire, non una condizione superiore, ma diversa, dove qualcosa nella desolazione sta per prendere vita, la vita della qualità. Io colgo questa straordinaria imminenza e lo faccio fra l’assenza di tutto quello che nel mondo significava stabilità e conforto istrionico. Nego questi alibi e cerco proprio l’incommensurabile che non chiede di ormeggiarmi a una sua misura. Il mio essere nell’azione è una conseguenza del coinvolgimento, ma questo coinvolgermi è stato possibile perché nel fare, da sempre, e con tutto me stesso, cercavo le tracce di questa possibilità vitale. Cercavo di ascoltare gli scricchiolii di un mondo che all’apparenza sembrava eterno e indistruttibile, vedevo, dopo lunga pratica, gli interstizi dove ficcare i cunei che avrebbero criticamente irriso a quella solidità. Se mi soffermo nel fare, questa catastrofe non mi sfiora, il destino gioca a dadi con me, se cerco di capire, soltanto capire, il senso dell’assenza, ecco che il destino si allontana e con lui il mondo che mi sembrava precostituito come un regalo di Natale. Ho paura soltanto nel fare, e ho paura di me stesso, perché non voglio confrontarmi con un meccanismo che mi impone di volere il confronto tentando di ribaltarmi. Un cerchio chiuso che mi garrota. Se spezzo questo cerchio la terribile condizione desolata della qualità mi appare come una terra promessa, una diavolezza, perché a causa del mio coinvolgimento, comunque vadano le cose, sono privo di quella paura o inquietudine che mi rendeva infelice e approssimativo il fare. Il mondo nella sua apparenza non è la qualità e non è la pienezza della quantità. La dialettica è uno scherzo sanguinoso. Sono due i limiti di quello che insisto a creare. Che la qualità sia lontana è questione evidente solo a chi ha sperimentato la consistenza dell’assenza, in caso contrario il surrogato dei residui basta e avanza per la mia elusione emotiva. E lo stesso per la quantità, la lunga coda delle chiacchiere che accompagna ogni sogno di completezza, non basta a fare capire l’insoddisfazione che deriva dall’incompletezza. Ogni volta sono pronto a illudermi. Sono io la falsità del mondo, non il mondo stesso e la sua apparenza, e questa falsità la constato nel mio mantenermi a distanza, nel mio salvaguardare me stesso prima di tutto. Il mondo non è falso perché non corrisponde al mondo vero, poniamo quello della qualità, mondo che non esiste, essendo pura desolazione, è falso perché mi sono estraniato da esso e ho preteso oggettivarlo in una operazione conoscitiva ideologicamente senza fine. Per quanto possa velare questa intenzione, essa emerge continuamente e in ultimo fonda il processo modificativo stesso. L’apparenza del mondo non aggira o raggira, essa è messa avanti come un paravento da me nel momento stesso che lo produco, questo mondo, e l’impiego come movimento conoscitivo di cui non riuscirò mai a vedere la triste conclusione. Ho accumulato conoscenza per tutta la vita e continuo a farlo, in maniera ridotta, è vero, anche adesso. Ma non saprei dire in che modo questa conoscenza è venuta a trovarmi nell’azione. Io non ho avvertito mai la presenza dello scudo di Minerva. Prima, quando mille remi cercavano di fare andare indietro la barca per non coinvolgermi, forse la conoscenza ha avuto un ruolo, ma non è stato un ruolo determinato e conoscibile nei dettagli. Poiché essa stessa, in quel preciso momento, veniva respinta dalla forza preponderante della intuizione, non so valutarne la compresenza. L’accumulo ha la tendenza a conservarsi, quindi vede come una minaccia ogni movimento che tende ad allontanarlo. Contenesse pure tutto il sapere del mondo, fatto tutto da dimostrare, non riuscirebbe a frenare il volo di una farfalla. Questa inanità è amara e propone una forza bestiale e contrastante con la diffusa ragionevolezza del mondo. Quando allontano da me la ragione e i suoi corteggiamenti, e mi avvicino all’assenza, ecco che improvvisamente mi sento più leggero, libero da ogni esigenza di natura teorica. Eppure questo mondo continua a essere là, ad esercitare la sua influenza, a rimproverarmi per le mie inusitate intenzioni di andarmene lontano verso lidi sconosciuti. Al momento di salpare non credo necessarie le conoscenze che ho messo accuratamente da parte per millenni, eppure, senza saperlo, un altro me stesso ha zavorrato la stiva con le loro pesanti giustificazioni, con i loro sillogismi. Nel momento della disperazione tornerebbero sulla tolda a suggerirmi la vanità dell’intrapresa. Se non ho più polso per la perdita verso cui ho indirizzato la prua, ecco subito disponibile un giro nel museo degli orrori dell’apparenza, orrori familiari, che subito mi fanno venire in mente le comode biblioteche da cui sono uscito.

XLI

Vi siete camuffati con la maschera di un dio, voipuri’: il vostro schifoso verme si è acciambellato dietro la maschera di un dio”.

Mi sono sentito solo nella desolazione e ho ascoltato quello che c’era in me, la forza dell’uomo che cerca e che non si arrende, che non vuole restare esiliato nella ottusità del modificare continuo, del produrre e dell’accumulare con ritmo matematico. Ho imparato così a popolare la desolazione, ma non erano altro che riflessi del mio bisogno di parole, di affabulare la mia inquietudine. Fino a quando ho capito che quella non era la vera desolazione, vi mancava il gelido vento del deserto, la fonte disseccata fra il pie-trisco, la purezza del sogno privo di spiegazioni razionaliste. Vi mancava la carne dell’azione. L’eccesso, che mi guida sicuro nell’oltrepassamento, e mi fa insistere nella desolazione, non è solo violenza cieca contro ogni tentativo di ripristino del controllo, ma è anche meraviglioso appagamento di pienezza, passione. Certo, si tratta di un’apparenza che nella immediatezza sperimento come soddisfazione e calma, sicurezza di me stesso, ma che persiste, sotto forma di eccesso, di tracotanza, di hýbris, proprio nella desolazione della cosa. Quella che era una pienezza dei sensi, sublimata nella fantasticheria, ora è un eccesso sostanziale, concretezza di materiale trasformazione attiva priva di ogni assurda consequenzialità. L’eccesso non accelera l’intensificazione chiassosa della qualità, non può, ma non si trae indietro e nemmeno aspetta o si limita, va avanti senza paura, si propone come multipolarità di fronte all’uno, come diretto ricettore dei segnali desolati della cosa. Pure restando indefinito, non potendosi oggettivare in specificazioni, la sua spinta collabora con il coinvolgimento totale di me stesso, raggiungendo nei primi istanti dell’azione, quelli che ancora sono in bilico sulla soglia dell’apertura e si volgono indietro a salutare il vecchio mondo delle apparenze, a intensificare la drammaticità del passaggio dalla regola al dérèglement. In questa fase, ricca di ombre e di luci, in cui è forte la melanconia del viaggio appena intrapreso, la visione desolante del territorio della cosa appare meno traumatica a prima vista. L’infinito vero, che si può finalmente sentire e che mi riempie di colpo fino in fondo col suo carattere di atemporalità non ammette incertezze e non concede indulgenze, è da qui che l’eccesso mio manifesta tutti i suoi caratteri attivi. Nessuna analisi al microscopio. L’uno è totalità del movimento, ma il movimento che l’uno comprende, essendo l’insieme totale e infinito del movimento stesso non è l’uno, il quale è e non è movimento. La stasi, essendo una forma particolarmente affievolita di movimento, non si può esemplificare con l’uno, sarebbe infantile. L’estrema concentrazione è un tendere verso se stesso, fino alla punta di uno spillo e oltre, fino ai livelli microscopici delle particelle, dove una concentrazione è sempre ulteriormente immaginabile. Ciò vale per l’estrema rarefazione. L’affievolimento estremo del movimento equivale all’estrema concentrazione. Cioè non si può più parlare di movimento nell’uno che è, ma questo sempre dal punto di vista del mondo che procede e si modifica. L’omogeneità riassume se stessa nella riconferma. L’intensità dell’intuizione è inviolabile, cioè non può essere conosciuta. La tensione qualitativa mi porta via e mi conosce a modo suo, modo che è antitetico al mio. Differenze di tensione mi pongono di fronte a intuizioni della qualità che differiscono in funzione della mia presenza totale, del mio coinvolgimento. Sono io che vengo colto diversamente e diversamente colgo. La voce dell’uno si diffonde con tonalità diverse, tutto è voce dell’uno, e la desolazione in cui la qualità affiora è il territorio dove questa voce si diffonde meglio. L’uno che è è voce che è l’uno che è.

XLII

Simili a quelli che in mezzo alla strada guardano a bocca spalancata i passanti, essi pure aspettano e guardano a bocca spalancata pensieri, che altri hanno pensato”.

Anche la sapienza si piega a queste necessità ordinative. Non so se lo faccia di tutta buona volontà, o di contropelo, ma i sapienti sarebbero ben poco sapienti se mettessero a repentaglio le loro preziose teste. Gli altri si sono addormentati sulla garanzia che il meccanismo modificativo continuerà a funzionare e che il loro stesso sonno contribuirà a non disturbare questa condizione sacra in cui avvertono la presenza del dio nelle loro umili dimore. Non importa se quell’ordine su cui giurano, proprio per mantenersi in piedi, di tanto in tanto conduce al macello una parte di loro, mentre un’altra grande parte è sottoposta a giuramenti di fedeltà e a sacrifici in sequenza del rispetto di se stessa. L’assenza guarda col suo occhio vitreo tutto questo vai e vieni e non se ne fa carico, non le importa nulla della dimora traballante e nevrastenica in cui si concretizza il mondo, la specificazione e la conquista sono alla base della spartizione non la sfiorano. Avanzo con tutto l’azzardo della dissennatezza, spesso è la scelta migliore, niente era sicuro nella vasta distesa dei campi avvolta nelle tenebre. Silenzioso, nemmeno il minimo rumore o disturbo. La rinuncia e l’acquietamento riducono la tensione e l’inquietudine, e il mondo insegna a gestire questo controllo proponendo maschere via via più complesse e organizzate, una specie di vessazione della coscienza. La morte fa cadere queste maschere e nel volto del moribondo si disegna la reale consistenza della sua vita, la solitudine che ha accompagnato le sue campagne di acquisto, la tristezza del fare senza speranza di trasformazione, la malinconia di scoprire che si è faticato tanto per arrivare a essere semplicemente un pezzo di carne da buttare ai vermi. Quest’ultima maschera, la bête noir priva degli orpelli dell’apparenza grottesca, fa emergere un sentimento profondo di ingiustizia, il moribondo vorrebbe ancora una volta fare appello a un rinvio, ma sa che è impossibile. L’assenza, di cui ho cognizione imprecisa ma costante nel mondo, mi provoca una risposta repulsiva, anche quando ne subisco il fascino, in fondo, ne ho paura. All’apparenza del mondo aggiungo altre apparenze che si espandono fino a costruire un mondo di fantasmi in aggiunta a quello apparente dentro cui mantengo e acconcio le mie catene. Spesso rinuncio per stanchezza, rinuncio per scoraggiamento e smetto di considerare presente l’assenza, ma si tratta di una conquista, non di una perdita, e come tale è indirizzata a meglio colorare le mie catene. La conoscenza non mi salva da questa nostalgia della perdita, che è poi nostalgia dell’assenza. Non sapere mi lascia sempre stupefatto, come se innumerevoli innesti eseguiti con cura non siano riusciti a fiorire, malgrado le mie cure paterne, il mio eccessivo delirare, il restare chino sui libri per anni e anni. Un libro è sempre un naufragio, corri il rischio di morire, dipende come stai e dove ti trovi. Se sopravvivi continui fino al prossimo libro, come un vecchio marinaio che ama il mare e le grandi distese che si aprono di incantesimo sotto i suoi occhi. Un libro è un oggetto posato sul tavolo, ma contiene la vita, una miriade di vite che posso sgomitolare se non ho paura. Mi fermo a volte a guardarne uno, in libreria, o nella mia biblioteca. A volte non so quello che contiene a volte ho solo una vaga idea, a volte lo so quasi a memoria. Eppure ogni volta resto stupefatto per il non sapere che mi circonda e per la pochezza delle mie forze.

XLIII

Ah, quanto sono stufo dei poeti!

Mi sono stancato dei poeti, vecchi e nuovi; per me, restano tutti in superficie e sono mari poco profondi”.

Le analisi filosofiche e le poesie hanno molto in comune, esulano fra l’altro da una sollecitazione immediata, da un fare che si indirizzi subito al risultato. Molti filosofi sono poeti e non lo sanno, e molti poeti non sono nulla e lo sanno, ma cercano di nasconderlo giocando impettiti con le parole. Questo ai filosofi risulta più difficile. Voglio tenere la solitudine dov’è, lasciarla com’è, desolata e mancante di tutto, deliberatamente singolare. Non portarla alla luce del giorno, tradurla in madamigella parola. La rammemorazione è traduzione della mia esperienza diversa, ma di una piccola parte, frammentaria recuperazione di un cenno, un saluto, un gesto, una voce avvertita e poi scomparsa, un’azione nella notte del cuore, assente da ogni protocollo di decoro. Non è il tentativo goffo e superficiale di descrivere la desolazione della cosa. Non c’è un linguaggio della desolazione, sarebbe la voce dell’uno, ma questa non può essere vestita di parole. Quello che intuisco è indistruttibile, se cerco di intaccarlo e di farlo mio, mi distrugge in un battibaleno. Il silenzio stesso è un’arte difficile che può continuamente incappare in un fallimento. Una domanda è sempre in agguato e, alla fine, può fare crollare qualunque processo, anche quello dell’intensificazione, se non si colloca nella libertà assoluta e cerca di permanere all’apice dell’intensità, in un accessibile e iniziale movimento di apertura.

XLIV

Lo Stato è un cane ipocrita.

Vuole essere a ogni costo la bestia più importante sulla terra, lo Stato; e in ciò viene anche creduto”.

Il fare è il mondo, i sogni utopistici di trasformarlo radicalmente non sono legati a nessuna apparecchiatura meccanica che funziona automaticamente, non esiste nessuna contraddizione o più o meno confessata tenerezza che possa lavorare al posto mio. Sarebbe bello se tutti coloro che fanno, l’umanità intera, sciogliessero il proprio obbligo e rinunciassero alle catene, sarebbe bello che un attacco attivo in un punto qualsiasi scatenasse l’apocalisse di un nuovo giorno di liberazione, ma la modificazione riprende sempre il sopravvento e i segni, segni sono. Corda per impiccagioni. Che spreco è l’umanità, che impressionante spreco, il meccanismo modificativo non conduce alla sua distruzione, ma al recupero e all’aggiustamento effimero. Chi lo rende possibile è convinto che il proprio sacrificio quotidiano lo renderà felice, ma quel meccanismo non porta alla felicità, ma alla morte come ogni giusto ragionare. E non c’è parola che possa persuadere questi condannati a morte a insorgere in massa per spezzare le catene, non è più, se mai lo è stata, questione di parole, la retorica ai maiali. La catastrofe può arrivare dall’assenza e dalla qualità, ma queste esperienze sono per pochi coraggiosi, i quali parlando nella particolare condizione rammemorativa non possono essere né capiti né ascoltati. Quando ciò accade, per caso, le deflorazioni fattive coprono il senso nuovo che si è depositato e le parole cadono sfinite, ormai guaste. Immedesimarsi nella desolazione della qualità è calare in essa, sciogliere le mie disoneste rigidità, farmi creare un mondo a sé, ispirazione nuova senza limiti o confini, vita che non conosce e che non vuole essere conosciuta. Una fusione con la qualità è splendore della cosa che riflette le condizioni totali dell’uno, anche se non è se non ciò di cui io ho esperienza sia pure diversa. Nulla del deserto in cui sono qualitativamente immerso mi è noto, ogni elemento è nuovo, ma non ci sono in esso elementi distinguibili o specificabili, nulla che possa essere identificato con certezza. La novità di cui parlo e le trasformazioni sono in me, albergano nel mio corpo che si tende e si slancia verso l’uno in una specie di agonia che nella sua tensione annulla il mondo. Nessun imperativo morale. Non sono più triste, ma la mia coscienza diversa non può facilmente definirsi, quando ci provo, magari urlando di gioia, è tutto finito, sono nella rammemorazione e discuto di fatti non di fremiti estatici. La follia dell’intensificazione, fino a quando la vivo, mi sfugge, non è mai un mio possesso, sono io che vengo colto, confuso con una realtà che è estranea al mondo da me creato in uno spazio insufficiente per i miei sogni. Il coinvolgimento è un ritorno a se stesso. La dispersione modificativa viene annullata e mi metto a disposizione di me stesso. Non raccolgo soltanto le mie forze, ma tutto me stesso, anche le debolezze. Senza con tutto ciò cadere nell’equivoco dell’uomo forte che si alza al di sopra degli altri, dimostrando la superiorità sua con i trofei dei possessi ottenuti. Il me stesso che si erge diritto nel coinvolgimento è un lasciarmi dietro niente che non sia la pura apparenza. Io sono così agli albori della mia esistenza. Ciò risulta evidente se penso all’affievolimento del percepire conoscitivo e all’intensificarsi dell’intuire che coglie ma non conosce nel senso logico della ragione. Ma l’abbandono, che azzera la volontà, trasforma questo cogliere in essere colto, nel pormi di fronte alla diversità del territorio della cosa nell’unico modo possibile, lasciando che la qualità mi colga e cogliendomi colga anche la possibilità mia di vivere realmente la mia vita attraverso il prendere corpo concreto del mio destino.

XLV

Simile alla risata infantile dalle mille forme, penetrain tutte le camere di morte, irridendo i guardiani notturni dei sepolcri e tutti quelli che sferragliano con chiavi tenebrose”.

La risposta che il destino prontamente mi rivolge nel fare è possibilità nuova che si riconnette col mio operare nella qualità. Nessuna piaggeria. Sono immediata coscienza di produrre me stesso, ma anche rammemorazione dell’agire, e questo secondo aspetto ha conseguenza fattiva sul primo attraverso il dilagare del destino che io stesso ho costruito. Ridere è cosa seria non racconto di frottole per infanti. Quello che mi viene incontro, la sorpresa e il caos, è quello che io sono diventato, cioè me stesso, non un frammento modificato e aggiunto con le tipiche giustapposizioni del produrre destinate a proteggermi e giustificarmi. Lo capisco negli attimi più significativi, l’agire non è una interpretazione della realtà, è la realtà stessa, come la morte non è mai quella degli altri, ma nell’agire è la mia morte. Ecco perché nel mondo non ho esperienza se non della morte altrui, da cui l’inquietudine e la paura di sporcarmi le mani. L’azione è puntuale nell’agire, coincide perfettamente con l’intenzione della qualità che si intensifica e non necessita di contegnosi punti di riferimento che nella desolazione non esistono. Nell’azione non colgo nemmeno la possibilità del destino, del mio destino, che pure è lì davanti ai miei occhi, ma questa cecità si spiega, a posteriori, col fatto che se cogliessi il mio destino me ne impadronirei e trasformerei la possibilità in atto, cioè in certezza apparente, movimento impossibile nella trasformazione. Il segreto traffica con me, è un gioco al rialzo che respinge la luce, i guardiani del segreto non lo capiscono. È un fare della luce che cerca la via del labirinto e delle piccole sfumature. Se arrivo nel regno del silenzio devo dimenticare, travasare la mia vita in un pugno di dati, riferimenti anagrafici sconosciuti, nessuna nostalgia, solo barbarie.

XLVI

Volontàè il nome di ciò che libera e procura la gioia: così io vi ho insegnato, amici miei! Ma adesso imparate ancor questo: la volontà, di per sé, è ancora come imprigionata”.

La qualità è un sottrarsi all’esperienza ossessionante della quantità, una emancipazione violenta e gratuita dal vincolo del controllo, una forte pressione dell’abbandono senza scopo esercitata sulla volontà, una evasione dalla bestiale apparenza del mondo che suggerisce completezze inesistenti e trasfigura l’ansimante meccanismo modificativo in modo da non potere mai pervenire ai recessi dei suoi bene architettati labirinti. L’armonia mistificata della quantità, la sovranità dei fatti, le sue fittizie corrispondenze causano paure e tormenti che possono anche essere sottoposti alle parole della conoscenza, ma mai spiegati in maniera da costituire ostacoli evitabili. Nemmeno la rammemorazione lo può in modo efficace, io sono condannato a creare il mondo percependolo, cioè orientandolo, quindi separando qualità e quantità. Questo delitto contro l’umanità mi è necessario come il respiro, mentre l’azione è uno stato di apnea dove sperimento condizioni estreme che si intensificano senza limiti portandomi ai confini della follia. Io sono fatto per essere legato alla catena, ma ho una forte aspirazione verso l’abbattimento delle superstizioni, qui sta il mio dramma. Nella qualità, l’estrema intensificazione rende assurdo il tempo e lo spazio. La libertà o è o non è, non può avere una durata reale se non nel mondo, dove si acconcia nei tanti modi del residuo sotto le cui spoglie può essere vissuta, ma nella cosa, nell’esperienza reale, ciò non accade. Lontano, in condizioni senza spazio di intensità immaginabile, sopraggiunge sulle mie ultime capacità di capire, la notte del deserto, ed è una unità infinita che prende il posto della dualità e della specificazione senza sdilinquimenti. Nell’esperienza desolata della qualità il tempo non contiene più lo spazio e questo non contiene più quello, tutto si intensifica fino al parossismo sregolato senza limiti e senza scopi. Solo la voce dell’uno rompe il silenzio, ma è un vento che ritma l’azione puntuale, la danza sulla punta di uno spillo. Nel mondo la stessa voce è spenta dal frastuono produttivo, di tanto in tanto se ne ode una traccia nella campana che affranta annuncia la morte. Ma nessuno può porvi attenzione, perché è subito spazzato via. La qualità non salva l’uomo, non è l’azione che mi salva dalla crudeltà perfettibile del mondo, anzi quest’ultimo mi tratta come tratta tutti i fatti, allontanandomi, rinchiudendomi, ma non è questo che mi può dissuadere. La vita prevale alla fine sulla morte, per quanto possa sembrare tutto il contrario. L’agire è una materia assolutamente unica, non può scomporsi in parti se non a posteriori, e queste parti saranno fatti. Nei fatti della rammemorazione, cioè nelle sue parole principalmente non sull’azione vera e propria rammemorata, si porta l’attenzione della volontà alla quale sfugge una volta per tutte l’elemento primitivo dell’azione. Il mondo privo della qualità è immerso nella volontà quantitativa, nel tentativo di riempire l’assenza. Ciò comporta una frenetica fattività sostitutiva che delinea il suo destino nell’ambito dell’incompiutezza. Le condizioni che fanno da contorno rigido a questo melanconico quadro sono necessariamente fluttuanti, non possono cioè fornire punti di riferimento fissi, perché a loro volta immerse in un processo di completamento mai realizzabile fino in fondo. Le difese più disperate di quest’ordine non sono quelle conservatrici, ma le progressiste, proprio quelle che guardano avanti, rinviando a un futuro incerto una certezza che sfugge al presente altrettanto incerto. La forza modificatrice è messa a poco a poco sotto la luce negativa della critica, senza scalfire la fede nel fatto, tutt’altro che evidente, che la quantità finirà per arrivare da qualche parte.

XLVII

Voi che vi chiamata buoni e giusti! Molte cose sono ridicole in voi, e soprattutto la vostra paura per tutto quanto fino a oggi si è chiamatodemonio’!

Nell’anima vostra siete così estranei alla grandezza, che il superuomo sarebbe spaventoso per voi nella sua bontà!”.

Non si può cogliere quello che è nascosto nell’assenza evitando di mettersi a rischio, si tratta di uno scenario ogni volta imprevisto per cui bisogna non imporre i propri ghirigori conoscitivi di catalogazione, ma al contrario imparare a balbettare. È ovvio che nessuno ragionevolmente rinuncia al proprio patrimonio, nessuno va incontro al deserto a cuor leggero, ci vogliono convincimenti profondi, idee critiche che si radicano nell’a poco a poco e che qui possono poi morire tranquillamente in compagnia dell’ordine e del controllo, o fiorire improvvisamente, germinando molteplici movimenti esterni che si riassumono nell’iniziale concetto, ancora inadeguato, di coinvolgimento. Nella straordinaria forza dell’azione viene alla luce una creatura sconosciuta, la qualità, che non ha aspetto ma intensità proteiforme, io stesso sono quell’aspetto nella qualità, lo sono sempre stato, ma mille ostacoli mi hanno impedito di diventarlo. La qualità è mio fratello e qualche cosa di più, l’intensità manifesta una tensione che mi può anche sommergere ma che non è mai estranea a me, sono io la verità, finalmente ritrovata e questa verità riflette il mio fondo più intimo come in uno specchio disposto a collaborare. La libertà, tensione altissima e desolazione assoluta, sono io che emergo dal fondo del mio essere apparenza conoscente e divento liberamente me stesso senza alcuna aureola capziosa di martirio. Semplicemente il piccolo individuo pieno di paure e di pelose incertezze, è diventato se stesso, e agisce abbandonandosi all’operare che gli si apre davanti dove ogni strumento non è una giustapposizione sgargiante impiegata per meglio apparire, ma la continuazione del balbettio, come la voce dell’uno non è un canto spiegato e comunicante, ma un urlo strozzato o una nenia incomprensibile. Questa genuinità non è mai frutto di una potatura delle superfetazioni, ma è, al contrario, conseguenza ed estremizzazione dell’eccesso, suprema indiscrezione. La vita è un sogno e questa danza nella cosa è un sogno della vita, cioè la qualità che nell’ottuso mondo che condanna i sogni all’ostracismo a causa della propria incapacità di realizzarli, non esiste. Sono vivo e forte e capace di vedere la voce dell’uno, sono in grado di modulare, in eccesso continuo, quella voce ammaliante che mi arriva dall’uno, anche se non posso capirla, ma niente di tutto quello che sto agendo posso capire, né lo voglio, sono esattamente quello che sono e ciò mi basta, mi completa. Mi giro attorno e colgo la pienezza della vita, anche se so che questo slancio mi conduce con sé e non mi può garantire nulla. Ma non ho preoccupazioni di questo genere, non aspetto seduzioni o inviti, né paesaggi pittoreschi. Non aspetto contraddizioni definitorie o specificazioni acculturanti. Tutto qui è in tutto, l’azione è irreparabile, non può essere aggiustata, non ha la possibilità di aggiungere o togliere, essa è quella che è. Niente è come lo voglio io e niente si discosta da quello che io sono, il mondo in cui volevo sempre qualcosa d’altro da quello che ero, è solo polvere, la vecchia assenza ora è presenza eterea, purezza qualitativa, voce che mi accompagna come da bambino la voce di mia madre filtrata dal suo seno, punto di demarcazione tra l’annientamento nella assoluta follia e la domanda fondamentale, tutto qui?

XLVIII

Le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta”.

Il silenzio non è una negazione critica, ma una consapevolezza di maggiore intensità, assurda e perentoria. Nel mondo non esiste, troppo frastuono lo copre e lo imbarazza, anche quando sembra che tutto taccia c’è, se non altro, il mio cuore che batte tremando di paura. Anche scegliendo i margini del mondo si accettano le sue regole, principalmente il vello della parola, da cui deriva il fiato che gonfia l’apparenza. Mi sembra di avere fatto grandi sforzi di rinuncia, e invece sono assiso al centro del mondo su un trono di spazzatura. La stessa critica negativa, anche se assolve a un compito, alla fine risulta congeniale all’amministrazione dell’ordine, riformandolo e rendendolo più adatto all’evolversi tollerante della modificazione. Il coinvolgimento usa la critica per farsi strada verso l’assenza e l’apertura della cosa, ma poi la deve abbandonare, ogni persistere del fragore critico e parolaio è un rimbalzare indietro alla disperata ricerca di una protesi pieghevole. Con l’abbandono è il silenzio che dà inizio all’intuizione, aprendo la piaga. Io mi lascio cogliere restando silenzioso, l’assenza che mi coglie non parla, anche se i resti dell’antica paura continuano a martellarmi nelle orecchie con arcaiche vibrazioni esasperate. Ma anche queste si apriranno, i concetti portatori della conoscenza sapiente si allenteranno, si stempereranno, tutto l’apparato cinico di controllo si attenuerà rifiutando il possesso, fino alla disgustante sterilità. Nell’assenza non c’è che il mio sorprendente balbettio, manca l’antica consistenza che sembrava sfidare il tempo, ora non ci sono più sfide, non c’è più tempo né spazio, il deserto è remoto e monocorde, la sua tonalità è appiattita al massimo, ogni sfumatura di intensità qualitativa non produce né parole né rumore, non fornisce spiegazione ma solo insolenza. Non ci sono pareri o scopi, il silenzio è il deserto e il deserto è me stesso. Sono solo un campanaro che puntualmente si attacca alla corda per suonare a distesa, a stormo, per avvertire, ma l’avvertimento si diffonde fiocamente nel cielo autunnale, dove sono i miei avvertiti ascoltatori? Dovrebbero uscire dalle biblioteche, mettere i loro libri da canto per un attimo, e guardare il cielo al posto delle Madri. Ma allora sarebbero massacratori anche loro, forse imitatori di massacratori, genia se possibile ancora peggiore. Conoscere mi ha portato lontano, mi ha preso per mano e mi ha portato lontano, non lontano come i miei sogni avrebbero voluto, ma lontano abbandonandomi di fronte alla impossibilità materiale di completamento. Perfino i miei scampanii mi hanno illuso di andare ancora più lontano, di farmi sentire da chi aveva bisogno di me. Molte le risposte, non tutte adeguate alle attese. Avrei voluto addormentarmi, non mi si è stato possibile. La libertà non mi consentiva di riposare, è un’amante aggressiva, crudele, non ammette tradimenti o menzogne, non accetta apparenze e lustrini, non si contenta di riconoscimenti, vuole il coraggio, la totalità della vita, e li vuole fino all’ultima goccia. L’ho sentita ruggire nel vento del deserto minacciando di soffocarmi e l’ho vista guardarmi diritto negli occhi con le sue pupille vuote. Tutta la mia abilità retorita è andata a vuoto.

XLIX

È necessario imparare e distogliere lo sguardo da se stessi, per vedere molto: anche di questa durezza hanno bisogno tutti coloro che salgono le montagne”.

Ho lasciato il mondo perché non sono fatto per l’apparenza, ed è grave disillusione ritrovarlo come l’avevo lasciato, una purulenta metafora. Rammemoro la mia esperienza qualitativa, ma il mondo non può coglierla, forse in rari casi, da contarsi sulle dita di una mano, può capirla, ma che vuol dire capirla? Una iperbole. La vive attraverso la mistificazione dell’apparenza, cioè la veste di parole che si sovrappongono a quelle da me usate, ogni lettura è in parte una riscrittura che scuce e ricuce, e così attutisce l’assoluta assurdità di fondo, l’orgoglioso messaggio, il percorso deserto e individuale che mai potrà diventare condivisibile, e tutto così è prodotto e riprodotto nell’ambito di una banalità molliccia e idonea per tutti i palati. Le fiamme. L’irrompere dell’azione squilibra il mondo, che ingenuo e soddisfatto delle proprie apparenze non se ne avvede, attende una prossima giustapposizione, forse. Qui sono davanti a un dinamismo indiretto che si fa luce attraverso la possibilità iperbolica del destino. Non c’è un’esperienza immediata del destino se non quella del di già vissuto, il futuro è sempre un caos percentualmente prevedibile in maniera grossolana. Non parlo poi dell’agire su questo destino. Molti pensano che si possa fare qualcosa perché esso sia meno crudele di come tanti esempi insegnano, tenere un gruzzolo in banca è uno di questi modi di fare, non è un’arguzia e non merita neanche un accenno critico. Altri si sfiancano inseguendo un’adeguata manutenzione fisica del corpo, ma si tratta solo di apparenze per modulare un’illusione. La sostanziale trasformazione del destino risiede nell’azione e questa non può essere attinta che nella ingenuità dell’abbandono, nel coinvolgimento irreparabile. Per quanto possa essere tortuoso e complicato il percorso del destino, la trasformazione attiva mi mette davanti a possibilità altrimenti insospettabili. È qui la sconcertante esperienza della diversità, dove la traboccante violenza della vita, affrontata nella realtà dell’eccesso, diventa la mia vita realizzata attraverso il destino, il mio destino. Perché l’assillo del fare? Perché la rincorsa a una illusione che non può essere vestita di completezza? Eppure io sono questa illusione, solo che il pensarlo mi dà i brividi, sono quello che percepisco, quindi sono il prodotto dell’orientamento, cioè sono quantità, non qualità. Eppure sento la mancanza della qualità, quindi sono non solo apparenza ma anche assenza. Questo immane vuoto è presente nel mondo e contrassegna i limiti della mia vita, partecipa, come territorio da cui stare lontano, dei miei confini, caratterizza le mie corrispondenze e assegna al mio destino quella imprevedibilità del fare che lo ha fatto definire fato. Eppure c’è altro al di là di tutto questo, più mi incaponisco nell’acquisizione, nel possesso, nella garanzia e più sento l’aroma, il profumo del deserto, il silenzio della desolazione, il sapore della cosa. I miei occhi sono ciechi perché vedono solo i fantasmi che si agitano nel mondo, ma la mia carica vitale, che mi pulsa dentro, ditta altri orizzonti, alle sperimentazioni disperate, altri eccessi. Intuisco di vivere alla catena della quotidianità e arrivo perfino a cogliere il modo per spezzarla. Solo che questo modo non può essere un sacrificio o una rinuncia, perché porterei con me i vecchi fantasmi rifiutati, sempre pronti a bussare alla mia porta, ma deve essere un oltrepassamento, cioè un eccesso di assenza, un abbandono non del mondo, che sarebbe la morte o qualcosa di simile, ma un abbandono al mondo. La desolazione della cosa mi conduce nella qualità ma non ho più gli strumenti logici per comprendere questa nuova materialità, mi lascio cogliere e questo basta.

L

Il coraggio ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l’uomo non si trova vicino ad abissi! Non è la vista già di per sé unvedere abissi?”.

Attaccarsi alla vita è normale, ma conduce alla morte penetrando a poco a poco il senso protettivo che irreparabilmente alimenta nei miei riguardi. Andarsene per campi seguendo la propria inclinazione o sovvertendola nell’ortopedia educativa. Vagare nel cielo senza interrompere l’incanto e precipitare a piombo senza un sorriso. Nuotare in un lago alpino freddo e remoto come l’inferno. Marcare la terra dove sono nato, forse con un ricordo o un desiderio, un furore sdegnoso. Andarsene nomade per il mondo e svegliarsi sotto le lascive nuvole della sera, solo, parlando di lucciole. Bisbigliare sommesso al mio cuore, raccontare favole una uguale all’altra come tante margherite o come i fiorellini minuscoli che coglievo per mia madre. Sgomentare di fronte all’immane compito della conoscenza e cercare i tempi e i luoghi adatti dove accatastarla per non farne niente che le si addica. Camminare fino al pozzo nella notte, tentando di ritrovare la strada della vecchia casa abbandonata. Rivedere la piccola terrazza a semicerchio con la balaustra coperta di gelsomini. Andarsene una sera e non tornare più respirando altrove un’aria torbida con odio più o meno uguale a quello di una volta. Abbracciare la leggerezza, la lievità, solo, senza speranza di soluzione, non ci sono soluzioni. La grossolanità delle risposte che ricevono le mie domande denuncia l’incapacità del mondo di dare un senso ai desideri e alla follia. Un perbenismo di facciata nasconde la dispersione del caso per caso e l’omologazione forzata, eserciti marcianti. Ogni deviazione è bizzarria da compatire o da reprimere, mai da conoscere. La suprema legge della logica non ammette sregolatezze. Il fare non l’agire, si limiti, quando si trova davanti ai sudori di quest’ultimo, a farne la storia.

LI

Oh, pomeriggio della vita mia!”

La sottomissione e l’ordine sono prodotti che nel mondo non si esauriscono mai, loro risultato è la miseria e l’imbecillità luminosa e mutevole, sorprendente. I fanatici restano legati all’ordine, sia pure astratto e non ancora realizzato, del mondo, ma sono fra i sostenitori più estremi della necessità di corrispondenze e specificazioni favolose. Nessuno può criticare negativamente, nessuno guardare altrove, sono fra i peggiori aguzzini perché privi assolutamente di ironia. La predica delle loro idee, alle quali frequentemente indulgono, è sermone pedagogico e stesura di nuovi codici penali. Quando esprimono un dubbio è solo una figura retorica. Se aspirassero alla qualità, come incidentalmente affermano di quando in quando, verrebbero annientati dall’assenza e dal suo silenzio di cui non saprebbero che scandalizzarsi. Loro nemico mortale non è un altro tipo di ordine, ma l’indifferenza, la desolazione. Anche se si avventurassero nel deserto, è per meglio affilare le armi e quindi si porterebbero dietro i grandi bagagli con armi da affilare, non lasciando mai quel diabolico loro compagno che è la fede cieca nel proprio modello di ordine lanciatore di fulmini. Sono ciechi e non abbandonano il proprio bastone bianco, ma si ritengono i soli ad avere occhi per vedere il mondo. Chiudono gli occhi per non vedere dove lanciare i propri fulmini. La conoscenza per me è un battello di superficie, forse un rimorchiatore. Vecchio, continuo a non sapere dove vado, verso quali lidi indirizzo la nave che ho fatto salpare. Non sono di quelli che si portano dietro carte nautiche e sestante. In mare aperto perdo la rotta e non sarà la feroce rigidità della sintassi a farmela ritrovare. Non posso correggere perché non so che correggere, tutto può essere errato o esatto, non ne conosco la differenza. Non ho modelli di riferimento se non qualcosa intravista in lontananza. Solo la paura non fa tornare indietro, e allora i modelli tornano a farsi vivi, abbondantemente, ma sono epifanie che mi danno fastidio e scempio. Non li accolgo come vecchi amici, ma come sconosciuti incontrati per caso, eppure so che vogliono da me, e saprei tornare a interrogarli, ma sono stanco dei vecchi giochi. Altri giochi riesco a vedere da lontano, non appena vado via da queste affastellate pretese, e sono i giochi del dio dell’eccesso. La lucidità, figlia della conoscenza e della logica, mi accompagna con le manette dei carabinieri. Nel mio intimo gli riconosco spazi di accettabilità, so che mi è utile contrassegnare i confini del mio territorio, come fanno i fatti, ma del suo equilibrio so anche che sono piene le fosse alle mie spalle. Mi sembra superfluo, arrivati a questo punto della vita, rammentare a me stesso i suoi errori. L’eccesso che mi sollecita mi aiuta a soccombere, la lucidità mi indicherebbe i mille motivi che ci sono per tirarmi indietro, per troncare le mie incertezze, per dare accesso all’arte sopraffina del boia. Ho rinvenuto mille e mille risposte al non coinvolgimento, e se mi coinvolgo è perché alla fine riesco a mettere tutte quelle risposte in un sacco e a buttarle via voltando loro le spalle. Senza più risposte sono ora pronto a tutto, i surrogati non mi fanno più velo. Ancora più avanti.

LII

Su tutte quante le cose sta il cielo caso, il cielo innocenza, il cielo accidente, il cielo tracotanza”.

La lotta per la qualità, l’essenza della vita, la lotta per andare oltre l’apparenza richiede una ribellione senza fine. Non si può rimandare tutto al gesto bello di un attimo, deve riproporsi continuamente nel campo, e qui proliferare nel suo aspetto negativo e critico. Molti che strillano altamente la propria ribellione, molti giovani che sono ribelli solo perché giovani, non hanno mai avuto l’intenzione di andare oltre la propria menzogna. Sono solo impazienti di giungere a uno scontro, quale che sia, e quindi strisciano dietro le convenzioni per accaparrarsi quel piccolo territorio di autonomia, gentilmente concesso loro e regolarmente recintato, dove si abbandonano a lotte apparenti forse più dello stesso mondo che vorrebbero trasformare, animali feroci e docili nello stesso tempo. Ingozzati di ideologia sono zavorrati troppo pesantemente per andare oltre, prostrati dalla necessità della coerenza, sonnolenti nei desideri, regolati nel loro misero eccesso, hanno fretta di essere distinti, non di distinguersi. Vogliono così diventare altro da quello che sono e per questo restano condannati a marcire in quello che sono, mummie dell’impazienza e della comica alternativa in base alla quale pensano possibile agire senza avere fatto niente. L’empietà sconvolgente della barbarie li metterebbe al tappeto in pochi secondi. Così facendo, mancando di coraggio, di vero coraggio, si scavano una nicchia nel mondo, senza nemmeno degnarsi di approfittare dei vantaggi apparenti che questo concede ai suoi approfittatori, e qui ci vivono corrotti come in una tomba. Ripiegando sulle intemperanze del linguaggio rendo anemica la mia analisi critica, l’abbasso al livello della rima fuori luogo, mentre al momento in cui la rima è necessaria ritorno a genuflettermi di fronte alla parola e ai suoi limiti. Niente è riconducibile assolutamente alla ragione e alla sua consorella aristocratica, la logica. La mia fame di assoluto mi ha portato a costruire una logica del tutto e subito, ma questa è pure una logica, anche se diversamente di quella dell’a poco a poco, regna sulla rammemorazione che è una parte anomala del fare, dove si acconciano due indirizzi, quello verso il destino, da interpretare, e quello verso la cosa, da quantificare. Nessuna ambivalenza, sono ambedue affette dalla ragione, ma questa è solo una delle produzioni della modificazione, cioè una delle tante apparenze. In qualunque modo approfondisco questo problema della logica, mi trovo sempre fra le mani un fondamento irrazionale, una logica che tale non è. Anche il tutto e subito è interessante, dal punto di vista dell’azione, solo quando, recepito l’eccesso, espelle anche le regole che pretenderebbero ascoltare l’infinito o dire le parole che si presumono all’interno della voce dell’uno. Niente nella ragione giustifica i massacri che in suo nome sono stati fatti. L’assenza della ragione non genera mostri, ma li combatte cercando di sconfiggere queste forze distruttive e, alla fine, accettandole come elemento dell’azione, ineluttabile mezzo dell’oltrepassamento. Ho sempre scosso nella mia vita le esistenza tranquille che ho incontrato. Non ho detto loro di venire con me, sono sempre andato per conto mio, avanti, sempre avanti, ma questo non è stato senza conseguenze per quelle esistenze. Il loro turbamento è stato più o meno lieve o pesante, non so dirlo e non spetta a me registrarlo, ognuno sperimenta i suoi turbamenti come può, ma l’incoscienza che è alla base della passività, spesso è rimasta scalfita se non sconfitta. Non ho mai suonato la diana, né salito sul campanile più alto delle chiese, anche se a volte ho recitato parti di pagliaccio secondo il lodevole insegnamento bakuninista, comunque non ho mai esportato tragedie.

LIII

Tutto è diventato più piccolo!”.

Pensavo di essere capace di dare un nome a tutte le onde del mare, mi ponevo di fronte alla risacca e le chiamavo una per una, ma la loro carica mutevole continuamente le annientava e azzerava ogni volta il mio sforzo di memoria. Ho pensato allora di prendere il largo e di cominciare daccapo, da lontano, senza scoraggiarmi. Mi sono dotato di tanti strumenti culturali, ognuno dei quali capace di suggerirmi mille nomi, ma ciò non è stato sufficiente. So che si tratta di una intenzione stravagante, ma il mondo non è diverso da questo rumoreggiare di risacca, volerlo nominare è illusione e follia. Da da qui comincia la mia possibilità di azione, l’inizio di una inconfessabile epifania. L’intuizione dell’assolutamente altro apre a una visione più dettagliata e ricca di possibilità e sviluppo modificativo, forse più rissoso ma comunque più attento alle proprie incongruenze. Chiarisce che questa apparenza produttiva è primariamente diretta a sostenere se stessa come meccanismo e processo, e che si basa su una scissione mirabile e immonda tra quantità e qualità. La vita nel mondo è costituita da mille compromessi che cercano un impossibile equilibrio che nessuno potrà mai concedere. A poco a poco, la logica che impiega queste caratteristiche di approssimazione, si rende conto dell’esistenza di altri percorsi percorribili verso una completezza onnivora. Ciò fa capire la difficoltà non solo di produrre un’apparenza di completezza, ma anche quella di conoscere se stessi e di riuscire a diventare se stessi senza commenti e senza didascalie. La riduzione del ruolo centrale del logos porta ad allargare le capacità intuitive, all’abbandono, al demone che non dorme e che respira col proprio respiro, alita sui possessi e li dissecca riducendoli alla loro essenza fittizia. Ogni corrispondenza o presunto equilibrio ha un equilibratore o misuratore che risveglia attacchi di profonda inquietudine. La lotta è alle porte e non può essere rimandata, a meno che non si voglia avere schifo per la propria vita, chiudersi nel bozzolo delle apparenze e sognare parole decisive, del tutto impossibili. Lo scopo essenziale della lotta, prima di tutto con se stessi, non può essere la vittoria, nemmeno la conquista di un nuovo equilibrio, ma deve essere la sconfitta, la perdita. Certo, la conquista e il dominio della conoscenza, quindi di quello che mi sfugge e che non capisco, può essere una parte di questa lotta, una fase intermedia, ma non il suo scopo essenziale. Se eleggo a scopo questa intermediarietà essa mi risponde con il semplice ripresentarsi della necessità di conquista, di possesso. Posso gestire al meglio questo possesso e inglobarlo, farlo diventare me stesso, ma questa crescita mi porrà sempre davanti al problema della fuga. Continuo, alla lunga, a fuggire, a non essere quello che sono. Non c’è nulla in me che deve nascere in me se non me stesso, ma ciò non può avvenire in un deserto, occorre un tessuto connettivo che lo accolga, e questo deve essere posseduto grazie alla conoscenza. Diventata me stesso, questa conoscenza continua a chiedere ancora altra quantità, in un giro che si autoannulla se non viene interrotto con un progetto che suona diversamente.

LIV

E forse non devo io nascondermi, come uno che ha inghiottito dell’oro, – affinché non cerchino di fendermi l’anima?”.

L’azione, essendo stata sempre confusa col fare, capovolgendo il mondo in una confusione utile soltanto al dominio, non ha mai potuto affermare la sua intima libertà di condizionamento. Si è pensato che per agire si dovesse possedere il dominio diretto dei territori su cui agire, fisici e psicologici, liquami compresi. Invece l’unico elemento necessario è il coinvolgimento, e questo ha un significato attivo e non semplicemente fattivo, come il coraggio delle barricate, solo quando sono in grado di mostrare me stesso per quello che sono, ineducato e parziale. L’azione riguardo la lotta, un genere di lotta che non ha per oggetto la conquista dell’altro, servizievole e comoda, ma la libera circolazione della qualità. Naturalmente l’antico fare non viene distrutto per sempre, il mondo viene da me creato continuamente, solo che l’avventura nella cosa, attraverso la rammemorazione, lo rigenera grazie a una schietta riconsiderazione del destino, del mio destino. Il ripristino riqualificato è sempre condizionato dalle regole del fare, vive una vita che solo io vedo diversa, ma il mondo non ha che in minima parte un volto migliore, indaffarato ed elegante, a seguito della mia azione. Molti gli avvenimenti, poche le tracce, nessuna conclusione. Anche la critica negativa viene riassorbita, ma nulla è in fondo come prima. La coscienza diversa non può mai essere intesa in termini di coscienza immediata, la distanza è una predilezione per la morte. Io sono lo stesso uomo, ma nell’azione sono un altro uomo, sono appunto fuori di me, fuori di quelle osservanze di sicurezza che mi illudo mi garantiscano, mi guardo discreto e silenzioso e interagisco con la trasformazione in corso, mentre la qualità comincia a profilarsi all’orizzonte della cosa, cortigiana e corteggiatrice. In questo momento colgo intuitivamente che sotto l’immenso lavoro apparentemente provvisto di senso che caratterizza il fare, si muove qualcosa che non appartiene al fare stesso, che il fare respinge nelle tenebre e che la critica negativa ributta all’aria, è uno scandalo senza fine. Questo qualcosa è il fare che mi costituisce, il mondo che creo è l’escogitazione di un mondo sotterraneo e inospitale che richiama alla precarietà e all’assurdo di una vita senza conclusione, per cui lo copro e mi appago dell’apparenza. Nel momento in cui indirizzo verso la diversità, profondo contesto è quello su cui poggio i piedi, l’irreparabilità della terra. L’essenza dell’apparenza non appare, è, ma io non posso ammetterlo se non come torto e ingiustizia. Mi costituisce e quindi sottoponendola a critica negativa metto a nudo me stesso e mi rendo disponibile al coinvolgimento. Disertore sotto tutti i riguardi. Coinvolgendomi nell’azione, perdendo di vista il mondo, non corro il rischio di considerare gli altri non degni del mio eccesso? Non è anche questo procedere per via diretta nell’assenza, una manifestazione di orgogliosa apparenza? Queste domande avrebbero di certo una risposta positiva se io pretendessi di portare con me la conoscenza, di acquisire qualcosa d’altro, di aumentare l’accumulo mischiando qualità alla quantità. Ma io mi spoglio di tutto questo, la condizione diversa è prima di tutto condizione di abbandono, di ignoranza, quello che realizzo nell’azione è nel mio coinvolgimento, in tutto me stesso, come unità fisica e psichica, quindi anche culturale, ma non posso specificarlo, non posso dividere e considerare diversamente, come parte privilegiata, la cultura, la conoscenza, la ragione.

LV

Sputa su questa città di mercanti e torna indietro!”.

La grandiosità di un progetto del fare finisce, nella sua stessa miseria, per avere conseguenze nell’agire. Strumenti poveri aiutano un oltrepassamento troppo timoroso per essere convincente fino in fondo, per non indulgere a una velate ubbidienza solidale. La grandiosità, a dire la questione com’è, non alberga molto nel fare ma può anche accadere a un sognatore impenitente di produrla, l’irriflessa condizione dell’agire la favorisce, ma spesso c’è una preclusione a priori, un ostacolo originario, mancano i mezzi culturali e la forza del cuore. Ci sono molte varianti del ruolo di buffone. Sono sempre io che agisco, ma non sono sempre lo stesso individuo, vivo nel mondo e questa condizione caratterizzata dall’assenza, finisce per avere la sua influenza anche sulla diversità. Nel mondo confido il mio coraggio ad atteggiamenti a volte puerili, ricorro a bardature che sarebbero rifiutate da un asino, ma mi esercito all’animo puro, remoto al potere-massacro. Poi questa condizione del coinvolgimento, primaria condizione per accedere a una coscienza diversa, può anche non verificarsi, ma questo è un altro discorso. Non posso essere intenditore di me stesso fino al punto di conoscermi, questa è una tensione allentata sempre dal desiderio ottuso di diventare diverso da quello che sono. Una beffa. Il coinvolgimento non può essere coltivato a lungo nelle condizioni coattive della modificazione. Qui c’è una incapacità congenita a distinguere il coraggio vero da quello pomposamente apparente, alla fine è quest’ultimo che prevale, tragico ed esatto, non significativo per il coinvolgimento. Nel tentativo di afferrarlo per il collo, spesso mi aggiro nei meandri psicologici dell’immediatezza, dove ogni perturbamento è solo una burrasca in un bicchiere d’acqua, una codardia in tralice. Tutto quello che nel mondo apro è vuoto, si rivela apparente, meccanismi, misure, sensazioni che si proiettano in un mirabolante modificarsi asfittico, senza qualità. A parte il ritmo del processo, quindi lo spazio psicologico della tecnica fatta, non c’è altro se non la mia deliquescenza che annaspa ansiosa in una pozzanghera. La preparazione al coinvolgimento, anche nell’aspetto fondamentale della critica negativa non è mai del tutto soddisfacente, anche se instancabile. Gli uomini non riescono a riempire se stessi se non col fumo delle proprie illusioni. Spesso la meditazione procura l’abbandono, ma il più delle volte è adatta a fare gonfiare come una rana rumorosa. Dentro me stesso sta nascosto il bottegaio con il suo registratore di cassa, e lui non vuole andare mai fino in fondo, morirebbe di paura. La voglia di possesso, che caratterizza la modificazione produttiva, è un risvolto dell’abulia, cioè del disinteresse o della paura nei riguardi di un impegno vero e proprio che produrrebbe non tanto la rinuncia netta al possesso ma una sua messa in questione. Questi bilanciamenti richiedono un lungo peregrinare. Cerco da sempre un luogo innocente con tutto a posto, con le foglie sugli alberi, senza timorati di Dio e senza fanatici. Invece scopro che il paese che mi sono scelto ha gettato lontano la speranza. Non rimane nulla da profanare qui, tutto il veleno è stato sparso fino all’ultima goccia e nessuno più si cura della vita. Parlare di libertà qui è come fare l’amore a pagamento, una panacea utile contro la morte maligna, una modificazione fatta male, una paura confortata con un buffetto sulla guancia. Adoro l’ombra che è già scomparsa nella chiarezza della luna.

LVI

È già molto tempo che gli dèi finirono”.

Il sogno sta morendo, mi giro attorno e vedo solo funerali che ovunque si apprestano alla rinfusa. Si sono diffusi surrogati e fantocci usati per guarire la gente dalle malattie. A queste condizioni dove indirizzo lo sguardo?, ammesso che i miei occhi stanchi e la mia coscienza ottenebrata ci vedano ancora. Il buonsenso, cacciatore di cacciatori, ha spento i fuochi dei bivacchi e cancellato le tracce. Sono stato a rivedere luoghi del passato, con la memoria aperta indefinitamente, non è tornato che il senso di oppressione, ecco che è rimasto, proprio quello per cui ero venuto e che avevo intenzione di spazzare via. Qui si aggirano fantasmi di progresso e giustizia, hanno una brutta faccia. Nuovi luoghi nasceranno, ma occorreranno nuovi occhi per vederli e nuovi cuori per coglierli questi luoghi, a volte nascosti dietro velami e geroglifici di sgargiante bellezza, troppo vivace per non insospettire la mia multiforme esperienza. La collocazione del male si è usurata e al suo posto, ai confini della qualità, avanza l’inesausta orda dei benpensanti che fissano paletti con simboli di pace adatti solo a indebolire la vista, a rendermi vigliacco e cauto. Logicamente senza incidere nelle cause che avevano una volta prodotto le medesime distorsioni, sia pure in formato ridotto. È più difficile l’oltrepassamento, più difficile mano a mano che la monotonia e la vacuità del mondo si perfezionano e si estendono? Penso di sì. Questi sono gli effetti della decomposizione, queste sono le sue piaghe esplosive. La modificazione produce strutture sempre nuove e vecchie nello stesso tempo, ma i meccanismi di funzionamento sono sempre più complessi e interiorizzati. Non voglio dire che l’assenza abbia conquistato il mondo, non è vero, l’apparenza non è assenza e ha una corposità sua che si rafforza nella perfezione sempre crescente del meccanismo che la regge, difficilmente perfettibile. È l’aspirazione a mettersi a rischio che si sta impoverendo, incapace di sostenere il medesimo peso di prima abita adesso in cubicoli senz’aria. L’oltrepassamento richiede lo stesso sforzo, ma i mezzi che possiedo sono diventati più avari e impervi. Mi può accadere di andare incontro a meditazioni senza abbandono, la multiforme capacità del prodotto attira la mia ansia del possesso e forse mi blocca più di una volta nell’anticamera del coinvolgimento, soglia eversiva, blasfema, ma non ancora sufficientemente altra. Mi aggrappo alle cose nel naufragio globale e in questo non c’è azione, non c’è meditazione, solo sterilità e tolleranza. La qualità posso perfino albergarla, nel pensiero, e la desolazione arricchirla di arredamenti barocchi, un modo per soffocarla prima e meglio. Ora la tristezza ha preso alloggio clandestino nel mio cuore e vi rimane. L’intimità dell’uno che è mi continua a sfuggire, ma questa incapacità mi pare stia assumendo connotazioni infette. Non solo tendo verso qualcosa che non raggiungo, ma questo qualcosa si fa beffe del mio tentativo, lo considera puerile e interessato, una banale proiezione del fare, un corridoio in discesa verso gli inferi. Il destino stesso mi valuta come incompiuto, le mie azioni sono nei libri di storia dove stabiliscono un falso rapporto con me, non lo riconosco, mi sono estranee. Non voglio essere raccontato, quello di cui parlano di me non mi dice nulla, non mi appartiene, mi è estraneo come il vestibolo di una sacrestia. Il mio sforzo di rammemorazione langue, è solo un pretesto per lacerarmi le carni, per respingere l’eventuale pericolo, non per accettarlo abbandonandomi a esso. Sono un epilettico senza le sue medicine e ho orrore di quello che potrei avvertire e intuire senza vedere, di quello che sta ancora nascosto dietro l’angolo.

LVII

La scempiaggine dei buoni, infatti, è senza fondo”.

Il mio ambiente naturale è l’assolutamente altro, dove fiorisce l’esperienza originaria, la balbettante e incerta qualificazione perfezionista che si avvicina, corpo lirico, estraneo e impalpabile, che mi giudica se sono in grado di andare avanti. È la mia intuizione che la sollecita, non le mie sapute chiacchiere, la simmetria e la coordinazione non fanno parte della desolata configurazione della cosa, l’uno non le guarda nemmeno, le alchimie verbali lo lasciano indifferente o sospettoso. Qui sono agli antipodi dell’esperienza immediata, il possesso si coagula come estraneo. L’assenza della chiacchiera, tipica della desolazione, non impedisce che l’esperienza diversa abbia l’incendio di una sua lussureggiante diversità. La qualità si metamorfosizza davanti a me, pressante nel suo farsi, larga e irriducibile nel chiedere la partecipazione di tutto me stesso, senza remore o centellinamenti. Questi ritrovati laconici sono anche ricchi e perfettamente articolari in labirinti senza fine, mi attirano per le sensazioni che procurano, per gli sforzi e le ossessioni che sollecitano. Non avendo più l’ansia e la smania del possesso, sono ora in grado di cogliere la loro cadenza diversa, la solidità che non è più un oggetto fasullo che si sbriciola non appena lo si approccia criticamente, gli argini superabili del cogliere che sono diversi da quelli che mi avevano mantenuto nella schiavitù del semplice conoscere, ridendo o piangendo fuori tempo. Ogni momento di questa esperienza qualitativa scava dentro di me e mi avvicina a quello che sono veramente, per cui rimango goffamente restio a concluderla. Non posso irritarla o sollecitarla, è essa che mi viene addosso e mi pone domande, irritandosi di fronte alle mie risposte anodine, ancora troppo legate alla modificazione. La follia bisogna fare attenzione a non pressarla.

LVIII

Odioso e schifoso è colui che mai si vuole difendere, chi inghiotte sputi velenosi e sguardi cattivi, essendo troppo paziente, uno che tollera tutto e di tutto si appaga: questa infatti è la specie servile”.

L’eccesso accoglie anche le superficialità e le frivolezze, non seleziona, va oltre, cattura per fare proprio e, alla fine, per andare talmente oltre da restare senza niente in mano, solo un canto del sangue. Nessuno resiste all’eccesso tenendo stretto il proprio volere di possesso, prima o poi il vento del deserto lo strappa via, ed è solitudine. Tenere a freno l’eccesso con i luoghi comuni della cultura è procedura inconsistente e perversa. Usurpatore per vocazione, l’eccesso è, oltre ogni limite, impuro, saccheggia e non lascia tracce, non si adatta, supera le condizioni fissate dalla morale corrente e rovista senza remore dove altri si allontanano schifati dalla puzza. Ha in odio le misure e i calcoli, e anche l’abbassarsi a livelli minimi per compatire e comprendere, non è curioso, quindi non ammette l’altrui prolissità dedicata di solito a nascondere la vuotaggine delle proprie orbite letterarie. Può anche arrivare alla banalità ma non all’inessenziale, per lui tutto è nel tutto della sua pretesa desiderante. Non ha l’aberrante abitudine di mettere da parte le inezie, al contrario cerca negli interstizi e le ingloba, ne è ghiotto, si lascia ustionare dalle contraddizioni. Mi sono scoperto pastore degli altopiani e mi sono convinto ad accettare la vita dei vagabondi dei Pirenei. Una sensazione di verità nel fremito dell’aria solitaria, non disturbata dai minimi incidenti ai quali bisogna fare fronte nella civile convivenza dell’esistere. Ma sono entrato in questi labirinti modificativi con la forza di quella solitudine, senza paure e senza complessi psicologici carichi di simboli e di doppie e triple intrinsecità. Non è virtù il rifiuto dello snobismo culturale fatto per necessità di salvarsi la vita, non c’è niente da ingrandire in questi casi, né qualcuno da abbagliare.

LIX

Io sono nemico dello spirito di gravità”.

A quanti voli errabondi non si è abbandonata la mia inimicizia!”.

Intraprendo la strada della diversità, mi affido all’eccesso, scavo con qualunque mezzo, con le unghie e con le mani, per scalzare l’equivoco e le arguzie a cui sono stato allevato. Mentre opero questa inesauribile critica negativa, trovo sempre meno parole a disposizione, mi accorgo con terrore che la strada intrapresa mi mette in pericolo totalmente, non costituisce una terapia o un’ascesi, non guarisce dal passato, ma mi avvicina di più a quello che sono, prima di tutto alle mie debolezze da fantasma. Nella solitudine opero per me stesso, sono i miei occhi che colgono e non hanno alcuna idea precisa di quello che per gli altri potrebbe significare ciò che vedono obbligatoriamente. La qualità non ha tratti che possono essere comunemente validi anche per chi è rimasto a casa a riposare. Nel rivolgermi a me stesso, con la mia azione non voglio raffigurare un discorso ma solo agire in armonia con la propria discontinuità. La trasformazione resta incomprensibile fino a quando non sarò io a riproporla rammemorata, e anche allora con tutti i limiti della parola. Opero io nei miei confronti, proprio partendo dall’eccesso, una censura che gli altri non si sognerebbero nemmeno, dopo tutto sto operando miniature e non progetti che nel fare grandioso sommuovono le sole apparenze, ma un coacervo di miniature reali. Certo verrà il momento della rammemorazione e delle metafore più o meno azzoppate dal ricordo, ma questo verrà fatto più per me che per gli altri, che l’accademia si faccia pure avanti, la porta è aperta, ma non troverà poltrone dove sdraiarsi a riflettere né scanni cortigiani pronti ad aderire ai sederi dei visitatori. La distanza che mi ha sempre separato da questi ospiti indesiderati più o meno sarà sempre la stessa e la loro antica superstizione quantitativa continuerà anche in futuro a farmi ridere. Quale volgarità, il gusto cosiddetto raffinato di farsi una ragione di tutto, ci sono fatti di cui non c’è modo di farsene una ragione, la loro atrocità è tutta nella ragione e li si è di già accettati ancora prima di scandalizzarsene. La critica negativa è ancora un trionfo della ragione, e fa passi favorevoli allo sviluppo degli strumenti di indagine. Rivoltata la pietra si trovano i vermi. La disillusione è grande, specie per chi aveva pensato di trovare l’altra faccia delle questioni che assillano il mondo. Disperare di pervenire così alle completezze, anche mettendo in dubbio le certezze distribuite a piene mani dalla modificazione, è disperante, ancora di più, se c’è un approfondimento di motivi che senza la critica negativa sarebbero rimasti nascosti. Il problema è straordinariamente ricco di conseguenze. Nel pieno del successo critico mi sento un reietto, un disprezzato da me stesso. Gli altri si accontentano dei propri convincimenti, anzi ne vanno fieri, io più avanzo nella critica e più mi accorgo del fatto che sono solo dei codini, e che stanno osservando con sospetto la mia disperazione. Sono loro, nell’ambito della loro apparenza, a risolvere i problemi, io, nell’ambito della mia critica, li apro soltanto, li metto sul tappeto e questi mi indicano una nuova strada, mi indirizzano verso qualcosa che aumenta la mia inquietudine e il sospetto dei benpensanti. La mia disperazione adesso è più cosciente di sé, non ha più un oggetto vago, sa perfettamente perché esiste e si rafforza.

LX

L’uomo è un ponte, non è uno scopo”.

L’oltrepassamento butta in aria i moduli che regolano il mondo da me creato, e ciò è visto come follia irreversibile, ostile, non recuperabile. I benpensanti si chiedono il perché di un comportamento che appare loro allucinato, difatti è dettato dalla visione dell’assenza, cioè da quello che loro vedono come mancanza senza avvertirne il peso vessatorio sulla propria carne. La ragione di ogni nuovo atto compito nell’oltrepassamento, qualora dovesse essere cercata, e il più delle volte non lo è, non esiste come ragione in sé, come logica dell’accumulo, in quanto parte dalla logica della totalità, del tutto e subito, che prende in considerazione, intuendola, solo l’intensificazione qualitativa. Quando la tensione mi respinge, nel momento della domanda fondamentale, tutto qui?, solo seguendo la logica dell’a poco a poco, ciò è del tutto paradossale. Il folle ha da essere folle per sempre. Invece, anche se nella disperazione, il ritorno al mondo e alle sue regole, è possibile, mentre nel destino mi arriva la risposta all’azione, sotto la specie di nuova possibilità trasformativa. Finita l’intensità che mi aveva trascinato in un vortice incomprensibile ma intuibile, ciò che sopravvive è, se si vuole, per l’occhio miope e saccente o per l’acume critico che fa lavorare a vuoto la propria ricerca negativa, banalità, ma non lo è per me che vedo attraverso quello che di nuovo mi va proponendo il destino. Né giochi né cerimonie recuperative. Non pretendo di essermi garantita una spietata lucidità, ma solo di potere lavorare nel mondo a una rammemorazione che può, sia pure in minima parte, dare conto della mia straordinaria esperienza. Venute meno le distinzioni, nella desolazione desertica della cosa, non posso voltarmi indietro per cercare una guida. Ormai la nave è salpata e ogni guasto va riparato con i mezzi di bordo. L’immediatezza è remota e la coscienza diversa non ne rappresenta l’icona immobile, anzi essa è l’azione in atto, ciò che sta trasformando prima di tutto me stesso, poi il mondo. Questa trasformazione mi mette in grado di cogliere il segreto che sta dietro l’apparenza, non ci sono modificazioni né contraddizioni, ma un turbinio di fantasmi per nulla armonizzabili in una qualche completezza. Ciò lo sperimenta la mia coscienza diversa in un modo diverso dalla sperimentazione che la coscienza immediata fa nel mondo. Io vengo colto dalle intensificazioni qualitative ma non le distinguo o le specifico, sono le loro tensioni che mi fanno riflettere nell’azione, nel momento puntuale in cui agisco, e questa riflessione riguarda il mio destino, le nuove possibilità che lo schiuderanno, mai l’intensificazione qualitativa che è me stesso o la trasformazione che è ancora quello che sono e basta. Al di là del ponte, solo un saluto, il resto non ha senso, bisogna portarlo con sé, gli altri non lo comprendono. Ogni aspirazione alla diversità comporta una rivendicazione singola, individuale, che sovverte le pretese regolatrici del mondo. Non posso armonizzare questa aspirazione nella parzialità, sommandola fino a un equilibrio che la renda soddisfatta. Posso soltanto anestetizzarla, illuderla, ma poi si ripresenta ed esprime pulsioni ancora più forti.

LXI

Tutto si diparte, tutto torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere”.

Rammentare è uno strumento del rammemorare, un tentativo di aggredire l’equilibrato mondo del fare e anche una indicazione dei punti deboli della feroce costruzione modificativa. Non è un catalogo delle eccezionalità, piuttosto una profanazione portata in maniera accessibile, una intimità e qualche volta perfino una sconcezza. È ovvio che è solo il riflesso, a volte molto pallido, dell’avventura nell’azione. Le parole sono i sostegni dell’apparenza, occorre fare attenzione a non prestare loro eccessiva fiducia. Menzogne e illusionismi. Ciò non toglie che questo ritorno può anche scatenare un disgusto per le miserie del mondo e per tutto ciò che in fondo li alimenta edulcorandole. Un violento disinganno in questo senso è sempre possibile, non posso escluderlo, ma posso anche continuare oltre, aggrapparmi alle parole come a una boa di salvataggio, e poi andare sempre più oltre per chiudermi un’altra volta nel silenzio, per installarmi ancora nella desolazione più ostinata. Tornare all’eccesso dopo essermi fatto prendere dalla paura, espandermi ancora lasciando che la parola precipiti in fondo al magma della prolissità che l’uccide. La tutela e la conservazione, condizioni della sicurezza, impediscono la cognizione, sia pure indiretta, dell’assenza. Accompagnano sempre nella vita e perfezionano il mondo chiudendo ogni sconnessura e ogni disarticolazione aggressiva. La sicurezza dà così l’impressione che l’apparenza sia sempre quello che non è, cioè realtà fino in fondo, essenza e non maschera. Copre la facciata con una parvenza di serietà e la chiacchiera aggiunge il resto in buona dose di ambiguità. Pupazzi allucinati popolano la periferia dell’impero, non sanno acconciarsi alla conservazione, ma hanno troppo da tutelare per mettersi a rischio fino in fondo. Questi benpensanti resisi rivoluzionari per accadimenti incomprensibili a loro, ma visibili agli altri, accumulano concetti sparsi e ideologie frantumate degradando lentamente verso la sparizione fisica senza che un brandello di dinamica vitalità sia mai intervenuto a scuoterli. I loro sensatissimi progetti sono insensati e hanno i piedi a terra proprio per essere disgregati alla prima novità, alla prima iattura. Se avvertono un senso di diversità non hanno nemmeno il tempo di goderne che la loro volontà li uccide senza la minima consolazione. Sono torturati da ciò che potrebbe accadere se levassero l’ancora, ma non lasciano mai il molo, sono nel presente e non si accorgono di essere morti senza nemmeno avere esalato l’ultimo respiro. L’enigma della perdita non può essere risolto a poco a poco, equivale a quello della vita, si vive perdendo la vita, avvicinandosi alla morte. Il fruscio delle novità modificative non riesce a stornare da questo radicale obiettivo, non è possibile un risveglio di bambino quando sono vecchio e stanco, ma questa è una particolare astuzia per evitare che tutto si sgonfi impastandosi con l’apparenza che appanna e sgualcisce questa realtà di fondo, proveniente direttamente dal mio destino. Mi immergo in ricordi e rimorsi, ma è un bagno nel fiume dell’oblio. Il destino nasce da queste regioni lontane, ma non lo posso osservare come un’ombra vuota che nasconde una parte del cielo, si produce perché io l’ho reso possibile e la vita nel mondo da me creato, dove posso sempre ripartire per riprendere il viaggio verso la verità, è la possibilità che viene offerta dal mio destino, un disaccordo fra colombi e un patto fra rapaci. Il mio destino è il mio contrassegno con cui identifico la mia presenza nella quantità, ma anche la base su cui poggio per mettere da parte l’apparenza di completezza che continua a bloccare ogni assalto alla desolazione qualitativa.

LXII

Se non vuoi piangere, se non vuoi sfogare nelle lacrime la tua melanconia purpurea, allora dovrai cantarecantare un canto mugghiante, finché tutti i mari ammutoliscano, per ascoltare il tuo anelito”.

La desolazione della qualità è stata qualche volta spinta da me fino a una venatura positiva. Ciò è dovuto a un residuo di oggettualità, a un riflesso dei passati possessi multicolori. Non si può accennare a qualcosa di positivo senza avere l’idea di un impadronimento. Per converso la critica negativa comporta, come si è visto, un rifiuto sempre inadeguato ma non fanatico. Forse anche in quest’ultimo caso c’è un riflesso di possesso, per altro necessario, ma nella desolazione la sua eventuale presenza procura impervie distorsioni intuitive. L’attesa dell’eccesso non è mai luminosa visione. Nella qualità non c’è la visione degli occhi, ma quella del cuore, se si accetta questa analogia organica, dentro molti aspetti anch’essa fuorviante. La vita della qualità è materiale, non è una visione paradisiaca, è la materia non modificata, la condizione della cosa non ancora sottoposta alla produzione oggettuale, non ancora ridotta a ordigno. Non è un incubo, ma l’incubo è il mondo per come lo creo, con i suoi oggetti e le sue modificazioni produttive e le sue apparenze. La qualità mi coglie come verità, essa è la verità, ma nel momento in cui vengo colto, anche io sono la verità, lascio cadere la maschera che mi rendeva fantasma nel mondo, non recito più una parte, che mi sono scelto o che mi è stata imposta, e nell’azione sono me stesso o non sono nulla. Le Madri dormono sonni poco tranquilli, ma dormono altrove. L’agonia modificativa è interrotta, ora quello che opero sta davanti a me come azione agita, come opera che trasforma e mi trasforma, e ha bisogno del mio coinvolgimento totale, altrimenti si spegne improvvisamente a causa della mia paura. L’incontro dell’intuizione con l’essere intuito è l’accesso alla desolazione. La sollecitazione all’avventura diversa mi viene incontro nei meandri più ortodossi del fare, senza che sia io a volerla o a provocarla. Deriva dall’incompletezza del mio fare inesausto, ma è anche la risposta ai miei tentativi critici, alla negatività che sconvolge l’assetto interpretativo di quello che sto facendo. Le mie percezioni si affinano, anche se restano sempre prigioniere dell’orientamento, le mie speranze si moltiplicano. La cultura e la conoscenza sono intolleranti nelle loro pretese di accesso alla qualità, ma si ammantano della modestia tollerante per accrescere il proprio potere. La smania di possesso è alimentata dal proprio stesso soddisfacimento, senza una rottura radicale è un serpente che ingoia la propria coda. Pure racchiuso nella mia prigione avverto sentimenti e pulsioni nuovi, intuizioni ancora non definite bene, insufficienti, ma comunque in grado di sollevare domande alle quali non so dare una risposta. È il momento di dichiarare guerra a me stesso non solo ai fantasmi dell’apparenza che popolano il mondo, e io sono reale, sono effettivamente là, non rifletto che indirettamente condizioni afflittive e vincolanti esterne, io sono me stesso ma non so come posso veramente diventarlo. Scavo e rispondo come posso alle mie inclinazioni riserviste, vedo gli orrori del mondo ma i miei occhi minimizzano, non possono accettare che quegli orrori siano ormai entrati nel mio sangue e mi abbiano infettato. Per diventare me stesso devo lacerarmi con le unghie che mi sono cresciute senza saperlo.

LXIII

Vuoi essere il mio cane o il mio camoscio?”.

La tensione qualitativa è percepita nell’intuizione come un allargarsi della totalità delle mie sensazioni, un penetrare diverso nella realtà, un movimento dei desideri sempre più intenso, più veloce, lontano dall’anodino ordine del fare. Il tintinnio di una goccia d’acqua racchiude nell’attimo la voce dell’uno, ma per udirla devo dilatarmi in cerchi ampi, sempre più ampi, magari trattenendo debolmente il respiro. A volte, in queste condizioni della desolazione, un risuonare sordo di metallo svela le grandi marce della storia, i lampi cruenti del dolore e della morte di milioni di uomini, il sacrificio di poveri cafoni portati a forza al macello, la vanità assassina di aristocratici dissennati, maniaci di un onore che continua a puzzare di cadavere. Mi posso confondere a volte nell’orizzonte lineare di un campo o fra i capelli svolazzanti di una donna. Un profumo o una bella grafia, ritmi musicali e trame taciturne, sapori di verità nascosti da secoli in un libro aperto da me dopo che per tanto tempo era rimasto chiuso. C’è una scaltrezza dell’intuito e bisogna coglierla, metterla in atto insieme alle pieghe casuali, impiegarla dove le occhiate familiari non bastano più. Mi allargo nell’eccesso disingannando l’esistenza per condurla a qualcosa di poco ovvio, non per commuoverla banalmente. L’estrema rinuncia è quella della conoscenza, l’ambiguità la rende alla fine inadeguata. Arriva il momento in cui l’azione mi chiede di tacere e di ascoltare in un’attesa nuda di apparenze, incarnare nella sostanza unica della qualità un’altera, allucinata ma controllata, voce dell’uno che è. Il lampeggiare di una folgore è solo tremula fiammella nella notte.

LXIV

Ecco, non c’è sopra né sotto! Slanciati e vola”.

L’agire non produce modificazioni, esso si collega con l’essere agito senza ostacoli, non dice nulla, si tratta di una scioltezza interiore. Le condizioni del deserto non possono costituire un filtro, neanche un appoggio, proiettano solo un alone. Volare è un desiderio, raffinato e controverso come amare. L’intuizione reciproca converge nell’operare che azzera il divenire e propone l’eterno iracondo presente del divenuto in atto. Un traboccare di forze mi circonda, mi attira e mi qualifica, mi trasforma in quello che sono veramente e liberamente, senza falsi equilibri o continuità forzate, slanci prima di tutto. Non ci sono sconti o apprezzamenti diretti a ottenere uno scopo, non c’è riduzione di intensità ma solo eccesso, continua e insormontabile presenza dell’assenza. In questo contesto, il coinvolgimento deve fare da chiave di volta, l’abbandono è il terreno di coltura del farsi coinvolgere senza residui, totalmente, insolentemente. Ogni ricordo dell’apparenza scompare nella realtà della qualità. Nell’azione la vita mostra il suo aspetto materiale, concreto, completo. La separazione tra qualità e qualità, necessaria alla percezione, è oltrepassata nel movimento intuitivo. La progressione dell’intensità mi fornisce una qualche traccia specificativa e nemmeno un ordine gerarchico, le qualità non sono la cosa nella sua materialità, se vengo colto e colgo delle intensità diverse, queste non sono differenze vere e proprie, la qualità la posso vivere nella sua estrema potenzialità solo smarrendomi nella cosa, cioè oltrepassando la linea del non ritorno, nella follia, ma posso viverla lo stesso nell’eccesso, nell’essere quello che sono, che è sempre il mio eccesso e non l’eccesso dell’uno di cui non so niente. Il mio eccesso non comprende la totalità dell’eccesso, non attinge le intensificazioni, ma ne realizza una parte che per me è il tutto, prima dell’inesorabile interruzione, prima della mia domanda fondamentale, tutto qui? Domanda metallicamente ingegnosa, fatta su misura per salvarsi la vita. Essa chiede a me stesso se la mia manifestazione eccessiva può andare oltre la libertà che sto e che mi sta sperimentando. Non so se una parte di questo eccesso resta di riserva, portatrice ritardataria d’acqua, mi nasconderei ancora e sempre un fantasma dentro lo zaino? Non credo. Penso al contrario che la domanda viene su spontaneamente di fronte all’esaurirsi della mia forza che si chiede se sono infine diventato me stesso fino in fondo nell’azione. E questa realizzazione è la mia non quella di un altro, è la mia individualità che agendo si è conchiusa in se stessa completando l’assenza con la presenza, sostituendo la modificazione con la trasformazione. Il ritorno all’agonia del fare non è una conquista ma una perdita, ed è la migliore conclusione possibile della mia avventura. La perdita così acquisita rompe la catena dell’accumulo, mi sottrae alla disperazione della conquista inadeguata, all’agonia di un’apparenza che nella produzione di oggetti non raggiunge mai l’oggettività ma resta sempre oggettuale. Sento che devo ricominciare ogni volta daccapo, alla lunga mi sono convinto che non posso raggiungere la perdita se non coltivando ciò che è destinato al fallimento accanto al possesso dei migliori livelli strumentali possibili.

LXV

Il mio destino mi lascia tempo: forse mi ha dimenticato? O sta seduto all’ombra di un grosso macigno ad acchiappare le mosche?”.

La rinuncia all’apparente armonia delle concordanze modificative non è ripagata da una conoscenza superiore, l’impresa conoscitiva prosegue nella sua strada, quella dell’accumulo, la sola che conosce, dove ogni ribellione è attutita e, alla fine, uccisa. Ma il mare delle sensazioni, l’universo colorito e impreciso delle intuizioni mi si presenta come una terra nuova, una estensione desolata ma diversa, dove i frutti che posso raccogliere non hanno consistenza che avvizzisce, ma ribollimenti e intensità senza limiti. Sono io il limitato e il circoscritto, ma l’eterna estensione della qualità mi si presenta come la mia possibilità vera di vita, quella che mi perverrà, in un modo non conosciuto nei dettagli, effervescente attraverso il destino. La mia presenza, totalmente coinvolta, è il disgelarsi di una qualità che posso cogliere ma non conoscere fino in fondo, fino al disgelarsi parossistico delle mie potenzialità, senza remore e senza precauzioni. Dolore e fragilità sono statue antiche, ora riesco a saggiare la desolazione e questa mi comunica qualità di colpo, non a gocce o a bocconi. Non c’è più colpa tormentosa per le mie insufficienze, né peccato per le mie costruzioni fantasticamente apparenti, per il mondo che ho creato. Una nuova invenzione mi attende, ma sono io il riferimento che riceve, non il fantoccio che produce.

LXVI

Orsù! Coraggio! Vecchio orso!”.

Una corsa vana, dopo avere ondeggiato per una intera mattinata, indeciso se scegliere di andare avanti o fuggire, come si fa coerentemente davanti ai barbari incomprensibili per ogni persona dabbene. Vado avanti con la solita fiducia nei miei mezzi, accendo il mio entusiasmo, la mia impazienza e non resto mai deluso anche se a volte non ho una meta da raggiungere e mi prendo in giro da solo. Chi illuminerà il mio destino? L’eccesso dilaga non seleziona, può diventare eccesso nella rinuncia o nell’accettazione, va avanti, non specifica, non gliene importa di leggere in profondità nella mia anima A volte il coraggio è più difficile da trovare della rinuncia, mai nel tornare indietro attutendo i clamori per la vergogna. Un individuo linfatico, risparmiatore, attento, rinuncia, spesso anche alla vita, ma lo fa da miserabile, non sradica, elimina per anemia lo scontro, lo teme e se lo trova ne visita gli aspetti esteriori, combatte pure, ma restando estraneo, non facendosi coinvolgere, è in fondo un mercenario di se stesso. Non si balocca con i propri simulacri di certezza, ci crede veramente e li sostituisce in un’arte che somiglia a un’agonia ma ha anche della cabala e dell’imbroglio. Rischiare le ambiguità delle certezze non promuovendo certezze sostitutive, ma altre ambiguità. Una sorta di sospensione armonica. Nulla appare sicuro per come appare perché manca l’equilibrio, che mancava anche nel fare ma che mi illudevo di possedere.

LXVII

Avvenne che anche l’asino prendesse la parola: esso però disse distintamente e malevolmente: I-A”.

Enumerare i limiti e i difetti dell’eccesso è fuori luogo. Questo o c’è o non c’è. Se c’è non posso correggerlo, posso solo correggermi io, ridurmi a un morigerato benpensante, ma la vita, a sua volta, la mia vita, diventa una commiserevole allegoria, un principio di morte. Dell’asprezza dell’eccesso potrei anche ricavare che è tutta un’apparenza, che io sono tutt’altro che aspro ed eccessivo, allora tutto il mio coraggio non basterebbe per farmi diventare quello che sono, l’apparenza è un miraggio esasperante che inghiotte come sabbia mobile. Non posso spogliarmi della mia reale pusillanimità neanche facendo il gradasso mille volte, sempre, in un gesto, in un rifiuto, in una piccola e trascurabile reazione emergerebbe la coda dell’asino, si udirebbe il suo raglio confermativo. La scelta di un futuro commendevole è sempre prodotta da un animo servo, non aspira che al riconoscimento, questo fantasma, anche se ama agghindare gli artigli fasulli col ciuffo rivoluzionario. Le intuizioni mi colgono più nettamente delle conoscenze su cui penso di poggiare i piedi e con le quali pretendo soddisfare le esigenze disperanti del mercato. Esse mi denudano e mi espongono, orfano, a fremiti che non sono mai gli stessi, dilatazioni da pallone gonfiato. Anche con tutta la mia volontà ridesta non posso ricostruire una sola intuizione, dovrebbe ricostruire in laboratorio quel turbine selvaggio che è venuto a mancare. Giro attorno all’esperienza diversa come un’ape sul fiore e ne traggo qualche goccia di nettare. Sono troppo colto per essere colto, troppo carico di sapienza supponente per lasciarmi cogliere dall’intuizione con la facilità e l’esuberanza delle anime semplici. Metto in campo troppe immagini, e troppo velocemente, perché possano dire qualcosa al mio cuore assetato di vertigini. Il fermento che vivo si attenua nella logica e solo se diventa troppo forte sono costretto a dichiarare sconfitto il sillogismo, ad abbandonarmi all’eccesso. Solo così non taglio di netto la ricerca di me stesso, il paradosso culturale che mi permette e mi impedisce di diventare quello che sono. La realtà mi sale sul collo, sperimento contesti atroci per la loro profonda stupidità, eppure questi orrori non possono fermare la mia forza, non possono quietare la mia individualità. Solo che se ne parlo snaturo ciò che si agita dentro di me, una sorta di consunzione inesplicabile. Un fare perfettamente coerente, nei limiti del concetto di perfezione, quindi un fare che non manifesti eccessive inquietudini e che vada diritto senza porsi il problema della completezza è di una povertà mortificante, si tratta di una onesta e pacifica vita trascorsa senza vivere. Vi possono affiorare povere contraddizioni o incertezze, perfino qualche dubbio, ma tutto è quietato dalla certezza di essere nel giusto, di andare verso una completezza riassuntiva, non feconda di risultati imprevisti, ma apportatrice di una sorta di coronamento di tutto quello che è stato fatto finora. Qui il regno e la danza delle apparenze raggiungono il loro massimo apogeo, si ingigantiscono e sovrastano la volontà consumandola perfettamente all’interno delle regole, morendo a poco a poco in una cristallizzazione che ha molti scopi perché non ne ha nessuno.

LXVIII

Tutti i mezzi-e-mezzi dello spirito, tutti i nebulosi, i fluttuanti, i sognatori eccitano la mia nausea”.

Affrontare la diversità è andare nell’assenza, pensare ogni momento della mia vita come assenza, gli oggetti che posseggo, le relazioni, il mondo, come assenza e come rischio. Tutto ciò procede parallelo alla modificazione pur rimanendo frammentario, alla mia paura corrisponde un nuovo e diverso coraggio, subito può tornare l’ortodossia del fare e cacciare via l’animosità coraggiosa che stavo intravedendo. Nella diversità che la qualità desertifica, l’estensione e la durata si contraggono nel grido strozzato nella gola dell’impiccato, del condannato al rogo che si contorce bruciando senza più pensiero e ricordi, un ceppo pieno d’acqua e fango. Avanzare vuole dire affrontare, lottare, bloccare i dubbi sulla linea di pericolosità estrema che è quella iniziale, essere eccessivo, assurdo, estremo, senza incertezze. Non un passo indietro di fronte allo splendore del deserto né di fronte alla paura dei fantasmi illuminati dalle stelle, niente melanconia, il fare non esiste più, ho adesso orrore profondo per quello che sono in apparenza, ogni cellula del mio corpo si ribella, cerca di uscire dai suoi confini, di aggregarsi diversamente, modellarsi in frattali dalle forme cangianti, in promesse e non risultati, nella pestilenza della sconfitta, dove, scavando fino in fondo, c’è quella qualità che cerco, quello che continua a sfuggirmi, l’inutilità.

LXIX

Il giorno d’oggi è della plebe: chi, tra la plebe, può mai sapere che cosa è grande e che cosa è piccolo! Chi potrebbe cercare con successo la grandezza! Soltanto un folle: i folli ci riescono”.

L’oltrepassamento non è forzato da nessuna pulsione, è un movimento che opera un salto o, comunque, una riflessione tanto diversa da essere definita una volta per tutte estranea alla ragione e da quest’ultima messa al bando. Il buonsenso uccide sistematicamente. L’intuizione è un movimento che coglie un grido di disperazione, una trasfigurazione spaventevole, che nello stesso tempo si lascia cogliere, si abbandona, non si ritrae scappando a nascondersi. L’eccesso che la guida è fiamma che divora, torturata da un interrotto e continuo fare, non aristocraticamente accidiosa nel suo distacco, capace di evitare tutte le preoccupazioni della cantilenante misericordia. Corre il rischio di bruciare e di portare indietro il livello di coinvolgimento sostituendolo con la pelosa riflessione, ma ha la forza di andare avanti, fino alla putrilagine. È persino appassionante, ma è anche lasciare che l’assenza si apra verso di me, manipoli la sua presenza venefica e mi indichi la strada dell’apertura. È tormento e passione, follia e desiderio, niente in questa condizione di sofferenza inquieta nel mondo può più appagarmi, i dubbi astratti chiamano a grande raccolta le piccole realizzazioni concrete, tutto si riassume e si consolida nella soluzione di massimo rischio, nel coinvolgimento. Al di là l’annientamento, il ghigno dell’ultima espressione. La qualità affonda la propria intensificazione nel vasto territorio di se stessa, non si scioglie eliminando eventuali strati più vicini alla quantità, c’è stata una separazione netta, ma si intensifica nella sua stessa esistenza che non diventa più pura di quanto non fosse o più piccola dal punto di vista della dimensione. L’eccesso che mi porta all’interno di queste radici della qualità mi sconvolge, ma non sconvolge l’assetto qualitativo perché questo non esiste, la qualità è semplice e desolata, non ha punti estremi se non di intensificazione. La libertà, che rappresenta una figura della mia rammemorazione, è qualità che si intensifica, come l’uguaglianza, l’affinità o la verità, sono io che ponendo la domanda fondamentale e venendo espulso dalla esperienza diversa, mi trovo a viverla, nel mondo, come libertà attraverso la possibilità impensabile che mi offre il destino, circoscritta, questa, ma viva. L’agire è condizione viva, non una scialba conseguenza dell’abbandono, protesta per la vita, la qualità è vita, e protesta per trasformare la separazione in unità, totale unità dell’uno che è. L’agire è fuoco che divampa e che non voglio spegnere, è un dilagare di lava incandescente che mi sconvolge e poi mi coinvolge in un imprevedibile destino, adesso chiaro. Se ho paura sono finito, l’agire scompare ma non la mia paura. Non ho più una sottile, e mai bene avvertita paura dell’eccesso, ma l’agghiacciante e miserabile paura del potere perdere, prima di tutto la vita. Rimettendo i piedi per terra non presto più attenzione all’assenza, torno a contare i miei possessi e riprendo a imprecare contro le avversità del destino. In una punta di spillo danzano gli angeli della qualità, ma la vita è anche nel mondo, mortificata e crudelizzata, ma è, quindi è qui la mia ridicola condizione immediata, il mio limite, e anche il molo da cui salpare. Il punto di partenza è importante, purché lasci sulla darsena tutti i miei bagagli e non mi ostini ad aderire ai suggerimenti di salvaguardia che richiamano la mia paura alla loro possibile utilità.

LXX

Quando gli dèi muoiono, muoiono sempre di morti di molte specie”.

Conoscendo e approfondendo la parzialità del mondo si introduce un principio che la scienza stessa utilizza appieno, sia pure in modo diverso, quello dell’incertezza o della indeterminazione. La causa di questa svolta conoscitiva è un elemento di disillusione che ha fatto abbassare le pretese di gerarchizzazione del vecchio determinismo. Il concetto, del tutto quantitativo, di nulla è venuto a fare visita al complesso di idee che reggevano meccanismi relazionali rigidi e li ha cruentamente ammorbiditi. La diffusione del terrore di massa negli eventi di tutto il secolo scorso, ha rafforzato e reso palpabili questi elementi teorici e ha fatto convivere milioni di uomini con quello che ho definito la morte a cielo aperto. La morte adesso la vedo come elemento costitutivo e quotidiano della vita, non è più relegata alla fine, quando le ombre della vecchiaia la rendevano se non accettabile almeno plausibile. La sua generalizzazione non è difatti mai stata un conforto per nessuno. Ora è qua, la morte, palpabile dappertutto, non solo nei cimiteri. Ma questa modificazione, come tutte le produzioni del mondo, è apparenza. La morte ha sempre fatto parte della vita e non c’è mai stato nella storia un suo momento privato. Si tratta solo di considerazioni quantitative e le vecchie pestilenze non hanno nulla da invidiare ai massacri che ho visto sotto i miei occhi qualche decennio fa. L’altra considerazione che ne ricavo è l’assenza della qualità, quindi l’incompletezza congenita e rassegnata di ogni produzione quantitativa, una piaga sempre aperta. La paura che mi stringe il cuore, e che rende tetro e necessitato a produrre il mondo nel suo insieme, è l’incompletezza. Tutto quello che faccio, me stesso in primo luogo, è destinato a restare parziale, a essere artificiosamente, cioè con un ultimo gesto del fare, a restare tronco. Non posso nemmeno sognare la qualità come un mondo diverso, dove trovare la quantità che manca. L’esperienza dell’assenza nella desolazione qualitativa sarà rammemorata, ma questa rammemorazione sarà sempre parziale. L’intuizione prende avvio in un momento determinato del pensare, ma non è possibile questo momento pensato fuori dal suo accadere come qualcosa inserito nel fare. Nei fatti del mondo da me creato non ce ne può essere uno avente le caratteristiche dell’intuizione, è l’insieme stesso del fare che getta fuori di sé un pensiero che non è più tale, che una volta estromesso dalla sequenza fattuale cerca dimora altrove. L’inizio dell’intuizione è dato da un insieme di fatti che ancora non contengono il fatto contrassegnante il punto essenziale, cioè il coinvolgimento. Mi riconosco come differente da quello che faccio e capisco, cioè conosco, che quel fare sembra destinato a ripetersi all’infinito, e così intuisco in maniera inquieta che non potrà mai completarsi. L’insieme del fare mi sollecita a questa nuova presa di coscienza che diventa completa come intenzione nel momento in cui entro io stesso come coinvolgimento, nella riflessione. Ho così pensato la completezza e l’ho riconosciuto assente, ma questo pensiero è colto nella sua veste intuitiva, cioè come coscienza diversa di una essenza di cui prima avevo solo il possesso di un pensiero non pensato.

LXXI

Come è misero l’uomo! pensava nel suo cuore, come è brutto, rantolante, pieno di nascosta vergogna”.

Mi sono sentito per anni responsabile della stupidità degli altri, e ho cercato di porvi rimedio, come per la loro miseria, in fondo una scelta grottesca e costosa. Poi, col passare del tempo, mi sono accorto che quello che facevo era una iniziazione a me stesso, cercavo di entrare timidamente nel tempo del dio ignoto, il ladro di luce, dove regnano l’oscurità e la desolazione, dove si trova l’accesso alla bocca del vulcano. Forte del mio bagaglio, pensavo che la mia compassione mi avrebbe illuminato. Illusione inaccessibile alla critica standardizzata dell’accumulo. Poi mi sono accorto che niente in quel bagaglio faceva al caso mio e che l’unico strumento che mi serviva era il coraggio, un coraggio di nuovo conio, capace di guardare in faccia la bruttezza dell’uomo, certo un coraggio in parte costruito dagli strumenti della conoscenza, ma solo in piccola parte, il resto dato dal non tirarmi mai indietro, dal mantenermi sempre in prima linea, all’offensiva. Le mie scoperte le ho fatte sul campo, vivendo l’azione fino in fondo, inghiottendo il veleno senza troppe smorfie di disgusto. Nessuno può insegnare a un altro cosa vuole dire usare un coltello. La lama è la concretizzazione estrema della sofferenza. Inaccettabile ferita della vita. Nell’azione l’assenza mi coglie e non mi abbandona più, io sono la sua inseparabilità, il coesistere vitale, la qualità che sconoscevo. Sono io la verità allo stesso modo in cui sono la giustizia e anche la libertà. Non sono ospite di un vento caldo e opprimente, ma sono quel vento, il vento del deserto sono io, sono io, il me stesso che sconoscevo o l’essere, l’insopportabile presenza dell’agire. Non ho più equilibrio di quanto ne avessi nel fare, non c’è bisogno di equilibrio o di armonia, ogni stridore non stride nell’azione, ma si colloca al suo posto in me, dove era da quando sono nato, un fuoco interiore. Non ci sono contraddizioni o ripensamenti, solo l’eccesso, nessuna antinomia dolorosa. Non c’è nemmeno un superamento di accordi nuovi che si sono venuti a sostituire ai vecchi opposti. Nulla di ciò. La semplicità dell’azione fugge lontano dalla complessità delle regole e delle connessioni. Nell’intensificarsi c’è la medesimezza che aspira alla totalità perché è essa stessa di già totalità. La mia azione aspira alla completezza dell’operare perché è essa stessa di già completa, è inamovibile perché è eccesso in atto, non giacere in potenza di una forza non ancora venuta alla luce. Nel deserto non c’è nulla di più pietoso di chi si lamenta della propria condizione, della nuova coscienza diversa. È un plagiario della diversità e dell’eccesso. Qualcuno riesce perfino a coinvolgersi trovando un coraggio d’accatto e fasullo, tanto è connaturata in lui l’abitudine all’apparenza. Ma l’avventura è breve. Se il deserto può lasciarsi ingannare, le condizioni della solitudine non hanno pietà, non accettano compromessi, piegano e spezzano qualunque imbroglio abitudinario. Nel deserto i luoghi forti del fare e quelli non meno forti dell’intuizione, si sgretolano sotto i colpi della atemporalità, tutto è troppo intenso e tende a concentrarsi sempre di più. Se non mi prodigo totalmente, se mantengo riserve e giochi doppi, alla fine vengo scoperto e non sostengo più i colpi dell’accusa. Vengo espulso.

LXXII

Vavia, vavia! Razza di adulatore!”.

Ognuno pensa e valuta secondo le proprie corrispondenze e i propri limiti, che ritiene ovviamente assoluti e sconfinati. Se soffre o gioisce è il massimo, per lui, della sofferenza o della gioia. Considerandomi il massimo livello di fattività, vivo la mia vita prigioniera come se fosse la massima agonia possibile, il che non è vero, o la massima gioia, visto che non sono ancora morto, il che è parimenti non vero. Cercare qui, nel mondo, la qualità è imporre a un cieco di disegnare una mappa. Nessuno può oltrepassare quel ponte in questo modo, occorre una ulteriore sofferenza. Il coinvolgimento mette fine a questo vicolo cieco e indica l’ostacolo principale nella volontà di possesso, che mi obbliga ad accettare la logica delle regole e un vivere ansioso. L’ordine è la realizzazione fallace della perfezione nel mondo, davanti all’importanza dimostrata dalla incapacità di completamento, mi rifugio nella casa degli dèi, la fabbrica logica delle corrispondenze, e resisto alla tentazione di dichiarare la mia limitatezza logica. Nel caso in cui devo dichiararmi per forza fallibile ripiego sulla riprova e sulla congettura, ridicole zattere di salvataggio. Sono diventato scientifico e non guardo più gli uccelli nel cielo e non traggo più programmi e progetti dal loro modo di volare. Ora guardo ammaliato dentro la materia per compiacere la forza mortale della mia capacità di apparire. Mai quella di essere, mai la spontanea distruzione di ogni limite. Se guardo altrove, verso l’assenza, vengo posto subito ai margini, sono un trasgressore dell’obbligo imposto dalla necessaria coesione delle regole, dichiarato pericoloso, carcerato, non appena possibile, ucciso. Non devo permettermi di dubitare gettando uno sguardo nell’abisso, solo gli squilibrati lo fanno, e ci sono cure mediche studiate apposta per loro. Guai a chi fronteggia la nemesi della necessità, viene dichiarato l’ostracismo contro di lui, a volte considerandolo si tentenna benevolmente la testa, e questo lo fanno nemici e amici, come i denti canini fanno la loro comparsa prima di addentare la carne. L’ordine deve essere preservato a qualunque costo, ed è qui il supremo compito della coesione che il mondo vuole raggiungere per non crollare. Nominare l’ordine significa crearlo nel mondo insieme alla sua creazione, fondamento e scopo di una esperienza immediata che ingannevolmente garantisce e conforta. Nell’uno non c’è agire, quindi nella desolazione dell’azione il segnale che persiste a pervenire dalle ormai remote condizioni critiche negative, è un ultimo tentativo della volontà, un tentativo di ripristinare ordine e controllo. L’abbandono è rinuncia alla volontà, ma solo una dichiarazione di intenti, non è mai un taglio netto, un riflesso si fa sempre sentire. Ciò spiega le difficoltà nell’intendere la voce dell’uno, la solida e univoca dichiarazione desolata dell’azione. Intuire e pensare si contendono il predominio sull’abbandono, alla fine dovrebbe prevalere l’intuizione, in caso contrario tutto ritorna a funzionare in vista dell’accumulo e del controllo. Poiché l’esperienza diversa non è mai definitiva io vivo la qualità mentre sto continuando, sia pure a volte in maniera riflessa, l’esperienza immediata. Ciò comporta che quello che colgo mi può sfuggire nella nebbia del possesso in breve tempo. Lo spartiacque è sempre la critica negativa, più essa è radicata nei meandri della produttività e più posso resistere alle incertezze e alle nebulosità dell’abbandono e della stessa avventura nell’azione.

LXXIII

Voglio andare da solo, finché attorno a me torni chiaro”.

Il mondo abita nell’apparenza e la riproduce, elabora le proprie coordinazioni ma ne sconosce le radici, non va a fondo, gli basta osservare la superficialità del meccanismo produttivo e a questo legarsi, per continuare nella propria bestiale garanzia. I suoi scopi sono tutti a breve termine, il possesso li regola e li tradisce mostrandone la stralunata miseria e la paradossale incompetenza. Il mondo dell’immediatezza si addormenta ogni sera come se non dovesse mai più svegliarsi, non ama le alte temperature. Ogni manifestazione del fare cozza e contraddice con l’altra, ma non importa purché tutto resti nel cerchio sacro della tollerante imbecillità reciproca. Guai se all’orizzonte si scorgessero due occhi in grado di vedere in lontananza o intenti a scrutare nel fondo dell’assenza, potrebbero scoprire che il re è nudo, e quindi bisogna o distogliere il loro dinamismo con particolari prebende, o accecarli. Un mondo ordinato è preda del caso e dello sconvolgente metodo organizzativo dalla morte e dalla sofferenza, non ci sono parti da salvare, ogni privilegio modificativo piomba nel cerchio dell’utilità e accetta le regole della sicurezza e dell’apparenza. Nemmeno astenersi è possibile, ne va della propria dignità. Non ci sono ordini di salvazione accettabili, indubitabilmente diretti a mettere a posto la completezza. Chi si avventura nella diversità, a titolo individuale, coinvolgendosi totalmente nell’azione con agghiacciante lucidità, non lo fa perché portatore di un ordine nuovo, non ci sono ordini nuovi, ma vecchie puttane verniciate di fresco. L’enfasi che può reperirsi nelle rammemorazione riguarda il proprio rapporto con l’assenza, rapporto ormai tramontato, e può costituire un racconto edificante, tanto grande è la fame di qualità, ma non può mai essere un modello ordinativo nuovo. Dal mio percorso attivo non posso enucleare regole o idee chiare per completare il mondo.

LXXIV

In piedi, dormiglione! Tu dormiente nel meriggio! Forza, coraggio, vecchie gambe!”.

L’ansia che mi porta a diffidare della quantità è come una pietosa e feconda avversione per la meccanicità del fare, per l’apparenza di ogni cambiamento che non sia capace di distruggere le catene. La paura è quella di morire soffocato, di continuare nella seduzione di una morte che non si risolve mai. La conoscenza fornisce soddisfazioni estemporanee che si impastano con un miscuglio di occasioni estraniate, gioie maledette da una scopo da concretizzare e tristezze irreali. Niente indica l’imminenza di un crollo, eppure ogni passo accenna a una prossima caduta. Nella percezione che distingue e separa non c’è un vero e proprio contrasto. La qualità va via, non si ferma a contrastare l’apologia della quantità. La contraddizione non è tra loro, ma resta interna alla quantità ed è relativa alla impossibile conclusione pacificatoria dell’accumulo. Niente riesce a domare l’ingordigia del possesso, meno che mai il possesso stesso che si aggiunge monotono come una calamità senza spegnere il desiderio, acqua che non può dissetare. L’antagonismo vero e proprio non si vede, non soffro per una condizione che mi vede combattente glorioso e vittorioso o perdente, ma soffoco nella melma dell’utilità che mi riempie la gola di fango. La qualità rifiuta la connessione che circonda, lega e ammorbidisce nella bestialità della ripetizione, essa contrasta con ogni tentativo di riportarla a una ragionevole connessione conoscitiva, in lei è l’uno che estende all’infinito ogni limite cancellandolo, sovrastandolo con la sua voce che non ha parole. Non è disponibile al confronto ma solo all’eccesso, e nemmeno questo può conoscerla ma solo intuirla nel dinamismo interiore.

LXXV

Più di un nano perverso è annidato nelle vostre latebre. Anche dentro di voi si cela plebe”.

La qualità mi consente di intuire l’illimitato, il confuso, il caotico, l’informe che è forma a se stesso e non si adagia come involucro sul confine di un oggetto. Non conosce queste regioni lontane, dove spira il vento del deserto, ma sono in grado, grazie alla loro induzione, di farne una esperienza che non è conoscitiva proprio perché non è cumulabile, è l’esperienza diversa dell’illimite. Qui l’unica conclusione possibile è il destino che porta la mia perdita come possibilità di vita, di vita diversa, radicale e irriconoscente. Il mondo che ho creato deve essere così modificato e rammemorato in una nuova dimensione che è insegnamento nuovo, indirizzo verso la perdita, nuova critica negativa, ancora più estrema, irrisolvibile nel suo malvagio rifiuto del limite. La pluralità delle regole e delle commissioni continua a crescere e a produrre possesso e modificazioni, ma il mondo non è più lo stesso, la melma lo ha quasi soffocato del tutto. Io vi racconto, facendo ricorso alle parole, di un sogno di inutilità, di un territorio desolato senza confini, un infinito coinvolgente che mi coglie e sbriciola i residui delle mie ipocrite velleità di possesso. Ogni rammemorazione non è tutto questo, ma testimonia indirettamente a chi sa leggerla, l’esistenza agonizzante di tutto questo. Mi devo svegliare alla dimensione diversa, qui, nel mondo immediato che mi circonda e mi custodisce chiuso a chiave. So che quella dimensione ignota mi costituisce, garantisce qualcosa che la garanzia per eccellenza, la custodia armata di tutto punto, non può garantire, mi garantisce la completezza. Ma per provare ad accedervi, e quindi afferrare questo possesso conclusivo, devo rifiutare qualunque possesso, purificarmi mettendomi a rischio, venire allo scoperto, pertanto rinunciare a quella completezza che la diversità, vista dalla percezione, sembrerebbe garantirmi. Per avere la qualità devo insinuare la rinuncia nelle mie prospettive. In effetti, l’esperienza diversa è priva di connessione ed equilibrio, quindi non può essere conosciuta, ed è a questo possesso che devo rinunciare, al possesso conoscitivo. Ora, non essendoci altro genere di possesso, cogliere intuitivamente l’assenza non è possederla. A questo sveglio me stesso, a questo mi chiamo a raccolta, a questo mi lascio cogliere nel coinvolgimento. Smetto di sottostare al grande sonno del mondo e divento autonomo, salgo verso lidi non conosciuti e che non potrò né conoscere né utilizzare. L’illimite mi resterà ignoto, ma io comincerò a diventare quello che sono. L’intensificarsi dell’intensità è un divenire che non ha nulla a che vedere col produrre del fare. Non posso misurare una parte di questa intensità, non posso cioè dire che la verità è meno intensa della libertà. Ogni intensità è diversa per chi la vive nell’azione ma è parimenti assente per chi ci almanacca sopra nel fare, dove appunto esistono gli strumenti della misurazione. Il limite e l’assenza del limite non sono ricomposti tramite una connessione che li unisce nell’azione, essi sono lo stesso movimento attivo, lo stesso attimo che danza e non c’è spazio e tempo che possa distanziarli. Nella voce dell’uno, l’acuto e il grave non hanno distanza, per questo mi sono incomprensibili. Se spengo, per paura, questo movimento totale di intensificazione, mi resta una differenza fattiva che, nel caso in specie, è il ritmo della musica, uno slargo che posso misurare, un percorso che rimane ancora qualcosa di intuibile per le mille ridondanze che apre nella mia capacità di rammemorazione, ma che è di già semplice fare, corrispondenza di opposti.

LXXVI

Allegro alle guerre e alle feste, non un afflitto dalla tetraggine o un balordo trasognato”.

L’avventura nella cosa mi chiama sollecitandomi all’azione, i legami crollano dentro di me, li inghiotto, cadono vittime del mio pungolo eccessivo. Precipito nell’assenza, la faccio mia abbandonandomi a essa, ma questo essere portato via equivale a un portare via dentro di me, precipitare nel vuoto, fare ancora fare, e di là abbandonarmi alle avvisaglie dell’apertura. Crollano i legami e crollano le distanze, le separazioni, l’uno si affaccia all’orizzonte e mi saluta con la sua inaccessibile voce. Vivo adesso dentro di me lo spettacolo eccessivo dell’intensificazione qualitativa. Ci sono quelli che costruiscono e quelli che distruggono, io appartengo a questa seconda specie. Per me non è necessario il rullo di un tamburo, sono sempre pronto, non mi servono ordini, e non aspetto il rombo di una cannonata, mi basta il tempo che ho trascorso a riflettere nelle biblioteche e non ho orecchie per i lievi ammonimenti, per i terreni perfettamente coltivati, per gli aggiustamenti e le riparazioni, per i ricettacoli di mediocrità. Ho vissuto il tempo della tortura, ora sono qua senza una storia da raccontare, per parlare di un sogno, della qualità di un sogno. Non posso dissotterrare il tesoro perché ho smarrito la mappa e ho dimenticato il posto dove l’ho sepolto. Che importa? Basta aguzzare la vista e vedere un poco più lontano, appena un poco, per scorgere il colore delle catene lucidate. Anche l’epoca del sottosuolo si è estenuata. Nell’agonia del differenziare che importanza può avere cogliere l’intensità? Questa si avvia verso se stessa, si comprime in se stessa negando ogni intervento esterno che possa collegarla con altri accadimenti in corso. Non accetta la liquefazione degli stati ma la compendia in un aumento della propria intensità. Nell’azione vedo rispecchiarsi in me questa singolarità che diviene se stessa, che non produce modificazioni. La qualità è l’azione e viceversa, non è qualcosa che qualifica l’azione e questa non è un altro che agisce sulla prima. L’intensificazione perfettamente compiuta in ogni sua fase nella quale la colgo è singolarità assoluta perché è nello stesso tempo spossante totalità assoluta. Non è mai una possibile allucinazione, un altro da sé. Questa avventura mi era appartenuta, ora non più, l’assenza ora è presenza, soltanto presenza, essa si intuisce nell’unità dell’azione, nell’occhio dell’azione che considera se stessa nell’agire. Non essendoci luoghi di riferimento esterni, ma desolazione, non c’è un differire altrove, un significato incompleto che diventa completo più tardi, a seguito di altri fatti. Solo una gelida tenebra. Qui tutto è completo, non ci sono parti separate. La qualità afferma solo la propria completezza pure continuando a estendersi non nello spazio o nel tempo ma nella intensificazione. Il mondo non può essere oggetto di lotta, lo creo a mia somiglianza e lo posso contrastare fino a un certo punto. È quando scopro il suo inganno, la sua incompletezza congenita spacciata per finitudine certa, che la mia ferocia si scatena. Sono stanco di approssimazioni e divento eccessivo di vita, la qualità è la vita che nel mondo è rinsecchita e vile, un relitto dell’avvenuto orientamento percettivo. Chi finisce per accettare il mondo per come è stato capace di crearlo si nasconde dietro una paura che scambia per orgoglio. L’alimento per andare oltre, il combustibile, è il dubbio critico, la negatività prodotta dalla conoscenza stessa. Il nemico mi alimenta, mi rafforza, è su di esso che devo puntare i piedi per balzare oltre. Solo in questo modo penetro in profondità.

LXXVII

La mia saggezza si raccoglie già da lungo tempo come una nuvola, essa diventa più silenziosa ed oscura. Così fa ogni saggezza, che un giorno partorirà fulmini”.

Il contatto che consente l’intuizione della cosa è diretto, non gerarchizzato, intenso lavoro di perfezione sul fare, ma frutto di qualcosa che dal fare va via con le famose suole di vento e prende la forma di un andare avanti, non di una chimerica fuga. Allontanarmi dai luoghi comuni della saggezza, dall’ossessione che riconferma le paure di chi possiede e non vuole mollare. Andare avanti è produrre ancora ma in modo distorno, vedendo ciò che prima sfuggiva e nascondendo quello che era visibile ma ammuffito sotto l’ovvietà dell’accumulo. Ciò comporta l’abbandono e la leggerezza, il rifiuto di questa intelligenza della rinuncia che sosta sulla soglia per paura o per conformismo. Rinuncia alle fasciature che ci costringono dentro comportamenti obbligati, prima di tutto linguistici. Nella notte ho sentito la voce segreta del mio cuore, mentre andavo avanti come verso una festa. Mi sono ricordato di quando volevo e ancora volevo, e mi sono lasciato prendere dalla paura. I passanti non se ne sono accorti, ubriachi di società andavano veloci verso i loro affari cumulativi, io rimessomi in sesto sono tornato nello stagno dove abito. Una smorfia bestiale. L’eccesso sta nella intensificazione qualitativa e la governa sottolineando l’irriducibile singolarità di questo inserimento interno che non ha bisogno di manifestarsi in apparenza o punto di riferimento. È l’eccesso che indirizza l’intensificazione verso se stessa spingendola tra luci e ombre a proporre nuove intensità e nuove intuizioni qualitative, fino al completo risvegliarsi della propria identità che è esattamente quella di cui si era avuta l’intensificazione iniziale. Così come l’azione, l’esperienza diversa della qualità comincia e finisce allo stesso modo. La stessa condizione eccessiva che le spinge alla identificazione con se stesse le fa diventare esattamente se stesse. Il separato torna al contrario a distinguersi e a differenziarsi nel fare dove il mito si atrofizza in apparizioni che servono solo a inghiottire nella conoscenza accadimenti eterogenei in movimenti unitari apparenti. La totalità dell’intensificarsi non può essere conosciuta in termini di armonia di opposti, non c’è in essa il risolversi di contrasti e guerre nella virtù mediana, non ci sono ponti che collegano distanze separate e, per lo stesso motivo, non ci sono pontefici. Tutto nella qualità è inseparabile da tutto, per questo motivo non può essere conosciuto nell’apparire. Nel campo il molteplice è retto dall’idea del contrasto che può essere superato con la supremazia di una delle parti. Il fatto che questo contrasto assuma livelli tecnici diversi nella modificazione è poco importante. Al fondo c’è la guerra e non l’armonia o la pace. L’equilibrio è condizione apparente, per altro come apparente è pure la guerra perché producono sia l’uno che l’altra solo condizioni parziali, mai completezze definitive. È sempre la decisione arbitraria che domina sulle condizioni oggettuali e sulle regole che le giustificano. Si cerca un’aggiunta tale che possa giustificare un fatto in grado di scongiurare l’inquietudine e l’incertezza del futuro, ma nessun oggetto connette un processo che è solo apparente, che ripropone sempre la medesima contraddizione.

LXXVIII

A voi tutti, che soffrite per la grande nausea”.

Il massimo livello di intensità è nell’uno che è, semplicemente abisso. Non posso raggiungerlo né come livello né come uno puro e semplice, ma posso esercitare la mia abilità, posso avvicinarmi nella desolazione e nella notte, non come vittima sacrificale, ma come cercatore di fuoco. Cadrò prima di arrivare perché non c’è un luogo dove arrivare, il luogo dell’uno non esiste, è una mia stortura, e non c’è un tempo dell’arrivo, che sarebbe un tempo della conquista, la conquista dell’uno non è pensabile. Ma questa caduta non permette né mi suggerisce un limite al parossismo della mia incredibile impresa. Nessuno che possa impormi di arretrare, rifiuto qualsiasi accomodamento, quale che sia misericordia o mediocrità di cui vergognarmi. Lo spazio di un lampo. Non domino l’eccesso ma non mi faccio nemmeno trattare come un giocattolo, per me non è un esercizio di forza ma di abbandono, quindi molto più difficile, il primo può sottoporsi alla volontà, il secondo no. L’eccesso non ha parentesi, è una corda tesa che resta tale fino a quando si rompe, non accetta tentazioni e piaceri diversivi. Punta decisamente al culmine e non cerca di smussare, di concordare. È quindi ospite non gradito in un mondo di calcoli e ambizioni apparenti, che si affievoliscono come cala la notte. L’eccesso non abbandona se stesso ma stimola il mio abbandono, è quindi nell’eccesso che ritrovo anche quello che ero, il me stesso che ho abbandonato per ritrovarlo alla massima capacità di oltrepassamento, nella tensione della cosa, nell’intensificazione della qualità. Il veicolo di questo eccesso è il coinvolgimento di me stesso, corporale e totale, niente potrà essere messo da parte, salvaguardato. Esaltando la vitalità, una improvvisa paura non potrà di colpo reprimerla, rischierebbe un’esplosione senza precedenti. Diventa quello che si è resta un percorso accidentato, non facilmente scalabile. Il segreto dell’uno che è rimane identico a quello che sono, ma non è facile persuadermi di questa straordinaria uguaglianza, devo difatti viverla attraverso le possibilità sperimentate nel mio destino, l’usurpatore primario della mia vita, la volontà, pattuglia indefessamente i dintorni. La pace e la libertà non si sposano insieme, una delle due finisce per chiedere sacrifici all’altra. La garanzia che non venga messo in pericolo limita la libertà mia e aumenta la pace, l’assunzione di un rischio aumenta la libertà ma mette in pericolo la pace. Ciò, a mio avviso, fa vedere come il mondo giochi con questi fantasmi che non sono reali, ma soltanto riflessi dei desideri e delle paure che popolano la mia coscienza immediata. Lo stesso è facile capire per la solidarietà e l’uguaglianza, la verità e la giustizia. Nel mondo da me creato la libertà si è ridotta a corrispondenza di regole e connessioni. Modifico questi rapporti ma la sostanza resta la stessa. La generale regola delle regole è la garanzia che queste regole corrispondano a loro volta ad altre regole, più astratte, quindi più ampie e generalizzanti, che appartengono alla logica. Il cemento del mondo è la parzialità e l’accontentarsi, tutto in vista di un futuro completamento e di una migliore soddisfazione. L’eccesso spezza tutto quanto e getta il mondo in confusione. I contrasti si fanno più estremi e più assordanti, un’altra guerra si fa luce all’orizzonte, non più quella delle specificazioni, ma quella dell’unità, la guerra dell’oltrepassamento.

LXXIX

Guai a tutti gli spiriti liberi, che non stanno in guardia contro questi maghi! La loro libertà è perduta: tu con le tue dottrine attiri dentro prigioni”.

Mi ribello contro le influenze dirette e indirette, le prime, alla fine, posso anche subirle, mai accettarle, le seconde sono per una insolenza verso la mia forza e la mia debolezza, verso la mia sensibilità esuberante, gli estremi dentro cui mi dibatto, estremi che non posso evitare di fare miei, anche se sono modificabili. Non è una questione di frivola superiorità, è che non posso staccare gli ormeggi e salpare, non posso veleggiare verso il mare aperto e andare oltre le mie esperienze che costituendomi mi catturano e mi imprigionano. La mia rabbia esplode contro gli ostacoli che incanalano il mio desiderio ossessivo, la mia idea di segregazione di qualsiasi ordine, anche quello da me voluto, che poi a volerlo è sempre la mia volontà che mi condiziona a essere quello che non sono. Non ho rimpianti per la gravità superficiale di questa scelta di fondo. Il coinvolgimento segna il punto massimo della critica negativa, la sua squilibrata conclusione. Fa apparire la fine del dire e l’inizio della parola che scava e non enuncia corrispondenze ma rivelazioni, sottili segreti infranti. La mia messa a rischio, il mio uscire dal recinto della sicurezza, annunciano che una condizione si è interrotta, non conclusa, che concludersi non poteva, ma interrotta. Adesso sto eretto a indicare non tanto il mio coraggio quanto la mia coerenza, l’intenzione radicale di non estraniarmi da ciò che faccio, combatto contro la mia volontà che suggerisce di tornare al riparo, di cercare scuse e acconsentimenti, di non ammettere come unico comportamento corretto quello che comprende me stesso nell’occhio del ciclone. Non ho ancora nelle mani la qualità e so che non potrò mai averla, ma non voglio più occultare i limiti e le convenzioni della quantità. Mostro in questo modo che sulle basi di quello che ho separato voglio prepararmi alla riunificazione, essa è una intenzione ancora troppo sommessa nella volizione, è solo l’inizio di una vertigine.

LXXX

Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé!”.

Non basta minare la ragione, sarebbe un lavoro impossibile e sconnesso, come chi volesse salire sulle proprie spalle. La si può mettere in dubbio, ma questa è povera iniziativa metafisica. Si può triturare il possesso in polvere invisibile e farlo passare per un viaggio nel deserto, ma prima o poi si scoprono la guida, i bagagli e perfino il biglietto di ritorno. Lo slancio verso la dissoluzione del fare si arena sulle sabbie della spiaggia dove andavo da bambino per costruire i miei fantastici castelli. Nulla di questi rimane in quel medesimo posto, anche se è là che vorrei fossero disperse in quel mare le mie ceneri. Una non lontana porta, in una misera casa, segna ancora in verticale il punto esatto dove ricomincerò la mia ricerca del diamante perduto. Considerando dall’interno una rammemorazione, essa è l’itinerario di un tracollo. La smisuratezza del suo progetto, vista dal resoconto, è sgangherata e vacillante, i risultati non ci sono e se ci sono appaiono mediocri a paragone delle grandi realizzazioni fattuali. C’è un brulichio di riferimenti che solo lo sperimentatore può capire ma non conoscere, capire come comprende un tipo di demenza sconosciuta, inaudita. Quell’ormai remoto balbettio dell’azione, qui dovrebbe essere mutismo, ma verrebbe meno al suo compito che, se non è un doloroso tormento didascalico, poco ci manca. Ecco perché la rammemorazione, chiamata a collegare e ricucire, alla fine è meglio che disfi fino in fondo, senza avere cura di garantire o mantenere perfezioni impossibili a ripresentare perché ormai definitivamente estinte. Ma la rammemorazione lotta contro questo velame, contro questo sostrato opaco, costruendo un progetto mirifico che, evidentemente, è solo apparente, e non abbisogna di dettagli empirici, ma non segue nemmeno le smorfie e gli atteggiamenti possessivi del fare. Qui non è questione di rimpianto, ma di ricominciare daccapo.

LXXXI

L’asino a sua volta ragliò: I-A”.

La qualità, e l’esperienza diversa che ne faccio, mi rendono sempre meno adatto alle continue traversie del mondo. Devo fare uno sforzo, qui, per affrontare le ridicole furbizie che contraddistinguono questa pantomima del vivere quotidiano. La mia condizione è stata a volte giudicata come estraneità ingenua, come presunta superiorità o come freddezza superbiosa. Penso che questi giudizi siano superficiali. Non c’è dubbio che il ritorno nella nebbia della quantità azzeri l’ingenua fruizione diretta della qualità e con ciò distrugga il meraviglioso senso di pienezza che si prova agendo nella trasformazione, ma non sono gli aspetti pittoreschi dell’azione che trasmettono stille di ingenuità nel momento in cui sporadicamente li rammemoro. Il deserto è certamente un simbolo della desolazione, ma è solo un simbolo non è la desolazione, e per fare valere questo simbolo come qualcosa di più profondo della sua semplice rappresentazione ossessivamente onnicomprensiva, occorre un residuo di ingenuità, come accade in tutta la rammemorazione. Il fascino dell’uno che è permane, ma non riesce a fare persistere, nella modificazione, la purezza vitale del mio sforzo di essere io stesso quello che sono. Tracce ne rinvengo sia nella nuova gioia di esistere, sia nella forza di nuove inquietudini che non hanno a che vedere con la semplice inquietudine derivante dalla mancata completezza della quantità e dell’accumulo. Ora sono nel mondo, ne sperimento nuovamente il carattere grottesco e tragico, la impenetrabile apparenza che lo abita, eppure sono anche in grado di udire meglio, grazie al destino la disgregazione in atto di questo spaventevole apparato che sembra un’agonia inamovibile. La mia ingenuità sopravvive alle fiamme che sono scomparse, sopravvive alle notti calme e irreali della quotidianità, e il mio sogno di perdita sopravvive a questa condizione di prigioniero dove ogni piccolo spazio conquistato sembra per tutti, anche per me, un successo e perfino uno slancio di gioia. Malgrado tutto ciò sono attaccato a salvare, come su uno scoglio, la mia ingenuità capace di perdere e di gridare vittoria proprio a causa della perdita. Questo è il mio trionfo sul destino, se si vuole essere esatti qui sta tutto il mio eroismo e la mia forza al di là di ogni illusione ideologica. L’azione che danza sulla punta di uno spillo è atemporale e priva di spazio, nel momento che si realizza trasformando la realtà, essa è quindi eterna, è una esperienza diversa, una illimitatezza che risuona nella voce dell’uno che mai cessa di ridondare pure restando incomprensibile. Oltre il miraggio dell’accumulo si scatena la forza dell’intensità, una forza qualitativa che mette da parte l’apparenza oggettuale e progressiva. Io vivo l’attimo dell’azione come un tutto continuo in sé, dove un prima e un dopo sono riferimenti estranei che possono solo successivamente essere evocati nella rammemorazione. La mancanza di ogni connessione taglia la possibilità di collocare nel tempo e nello spazio quella punta di spillo. Ciò è possibile se si è verificato un salto nella follia, la via più breve, o se si è oltrepassata, nel coinvolgimento e nel territorio della desolazione, l’apertura dell’assenza e della diversità. L’azione è trasformazione in corso, emersione della qualità nella tensione e sua intensificazione. La mia massima esperienza della libertà è il mio orizzonte individuale che può anche andare oltre, equivalente al salto nella follia, ma può anche fermarsi e ripiombare nel mondo a seguito della domanda fondamentale, tutto qui?

LXXXII

Chi vuole veramente uccidere, ride”.

La desolazione ospita la qualità, cioè la qualità non è un oggetto che riempie lo spazio, resta occultata al mio occhio che insiste nello spavento di fronte alla solitudine. È la notte del mondo, il sotterraneo che ho fatto venire alla luce ha avuto il suo effetto critico negativo e sovversivo, ma non basta perché il mondo ha fatto presto a catalogarlo, degradandolo in qualcosa di ovvio come accade in un ballo in maschera. Devo andare avanti. Colgo l’ultimo velame proprio nella desolazione, nel momento in cui mi accorgo di essere ormai privo di parola, svuotato di ogni fascino retorico. L’esperienza che faccio della qualità è puntuale, quindi non può essere detta, l’apparire della parola la cancella e mi resta solo la possibilità rammemorativa. Nell’azione c’è la condizione felice che a un certo punto schiude la trasformazione sanando il guasto di una civiltà ottusa e immanente alla propria ottusità. La conoscenza inquadrata prigioniera nelle regole del mondo, non è quasi in grado di immaginare il flusso di sangue di questo dischiudersi. Il tessuto della qualità è sorretto dalla solitudine dell’azione, si apre non alle parole ma alla sensazione. Mi fermo ad ascoltare il mio agire mentre agisco, non è predominante il movimento nell’azione, come accade per il fare. Nell’azione il disegno trasformativo è di tipo qualitativo per cui resta occultato ai resti del fare che assediano ancora i miei tentativi di essere presente con tutto me stesso. Mi perdo dentro l’agire e mi faccio circondare da una ebbrezza luminosa, mi lascio all’abbandono che consente l’oblio di ciò che persiste nel fare. L’antica voce dell’uno risuona adesso limpida, sempre più nitida nel suo tacere di fronte alla parola che vuole sciogliere la maschera della sua ridondanza. Mi sforzo di non intervenire con la pesantezza del sapere, lascio che l’effetto di questa voce non rappresenti nulla dell’ambiguità del mondo e così non alimento la necessità modificativa, mi astengo dal produrre e dal possedere, aspetto che l’azione mi porti via e mi faccia tacere. Un altro me stesso rammemorerà con accanimento. Nella qualità mi trovo di fronte a qualcosa di diverso, fortemente intensificato e purificato, la vecchia inquietudine, mantenuta sul fondo con la vecchia angoscia esistenziale, adesso insorge nella complessità delle sue forme, mi soffoca, mi fa mancare il respiro, ma io sono in grado di fare esplodere tutto me stesso nel coinvolgimento, esplodere come intensificazione di cogliere e quindi di essere colto, non di percepire o di essere percepito nel condizionamento. L’azione è una sorta di effervescenza che mi ingravida dell’impossibile. Nel rammemorare mi rendo conto che quella persona che agiva è una persona diversa, che di certo fa parte della persona che rammemora, ma che può essere solo in parte portata alla luce, e ciò può avvenire proprio andando incontro alle nuove possibilità del destino che completano il mio sforzo di diventare quello che sono, qui, proprio qui, nel mondo delle apparenze e della parola. Fossi voluto rimanere realtà viva e vibrante, fuoco eterno, sarei andato oltre, nella follia senza ritorno. Dopo tutto, sono un vecchio conservatore. Attenti a voi.

LXXXIII

Finita! Finita! Oh giovinezza! Oh meriggio! Oh pomeriggio! E ora è venuta la sera e la notte e la mezzanotte”.

La voce dell’uno che è non delucida e non aiuta, è voce desolata, voce che si alza nella notte dell’assenza e che scompare attenuandosi nel petulante chiacchiericcio del mondo della modificazione. Il suo non è un intento di nascondere, e non è nemmeno un intento di comunicare, è semplicemente l’essenza della cosa per come la colgo nella desolazione nel momento in cui vengo colto. È essa stessa, in quanto voce, il luogo desolato che mostra quello che sono, riflettendo il mio mostrare me stesso, non accettandomi né rifiutandomi, ma restando quella che è la voce dell’uno che è tutt’uno con l’uno che è. Un traboccare frenetico. Ora sono nella voce dell’uno e vedo che la qualità prende la sua forma, varia nella sua forma, restando sempre un non accumulabile riflesso della mia disponibilità, nessun confronto o misurazione. Non subisco una sottrazione né guadagno un’aggiunta. Non posso allungare le mani e possedere la qualità, sono da essa posseduto e aspetto che questa penetrazione colga fino in fondo la mia disponibilità di abbandono. Una resistenza creerebbe subito un’opposizione facendomi saltare via dalle condizioni intuitive in cui mi trovo. In genere questo fenomeno è una banale conseguenza della paura, voglio tornare al sicuro. Diventare quello che sono è un fare cadere e un agire, criticare l’apparenza e distruggere la realtà della repressione dominante, farla morire per mancanza di fatti in grado di sostenerla. Nessuno si salverà. C’è qui, in questa perdita che comincia a intravedersi una inesauribile ricchezza di rifiuto, una grandissima perdita. Qui la preparazione ha il suo ruolo, ma può costituire un pericoloso e inutile avvitamento se non lo interrompo facendo intervenire qualcosa di assolutamente diverso dal processo modificativo, facendo entrare in gioco me stesso, totalmente, senza remore. Le amarezze dell’apparenza mi hanno educato parallelamente alla conoscenza, sono sotterraneamente arrivato a scalzare le certezze della cultura e a metterne a nudo la pericolosa veste repressiva. Ma quelle amarezze le devo adesso pagare con l’insuccesso, non posso accedere alla qualità con intatta la vecchia malattia possessiva. Delicatamente devo smussare il muro duro di una volta, devo costruirmi un abbandono che può anche sembrare infingardaggine, ma è solo attesa dell’intuizione, espediente del rifiuto e della conquista per la perdita, manuale dei rovesci e dei fallimenti, prospettiva aurea delle sconfitte. La qualità si realizza e muore nell’azione. L’azione più cauta è di già un momento di gioia, se ha titolo per essere definita tale. Non si sviluppa nel segno del dolore e della mancanza, ma in quello dell’eccesso. Forse, in alcuni individui, questo eccesso è povera espettorazione sanguigna, effetto di malattia oltre che di coraggio e forza d’animo, colossale concezione dell’abbandono che è bene sia chiaro non è stanchezza o disgusto del mondo, non è una visione mistica della vita, ma azione trasformativa. Forse il ritmo non sarà visibile all’esterno e non segnerà grandi trasformazioni, ma farà esplodere il proprio vulcano interno nel silenzio del deserto dove non ci sono conigli nascosti da qualche parte.

LXXXIV

Questo è il mio mattino, la mia giornata comincia: su, vieni su, grande meriggio!”.

L’esperienza della qualità non può accedere a una pretesa di completezza, sarebbe una degenerazione libresca. Ma, a differenza della immediatezza che se ne cruccia, essa non se ne cura, anzi va avanti come se ogni istante si introducesse in se stesso, intensificandosi, e fosse quindi completo fino dall’oltrepassamento. Nell’azione non ho bisogno di schemi e modelli se non attraverso la loro concreta e materiale realizzazione in atto. Io sono quello che agisco, quindi il mio operare rende totale la mia azione che comprende in sé l’intuizione della qualità da cui sono colto. La vita è, non può essere confermata da qualcosa che si apparenta con la morte. Non essendoci territorio praticabile dove fissare i miei riferimenti, non so a che punto sono nella mia nuova relazione con l’assenza, ma sono esattamente me stesso, la totalità di quello che sono, e la voce remota dell’uno me lo conferma in quanto non aggiunge nulla a quello che sono, non rompendosi in specificazioni o indicazioni di rotta. Il mio nuovo viaggio è interno all’azione, la sua incidenza trasformativa sulla realtà è corrispondente all’esatta trasformazione che si verifica dentro di me, in quanto sono io a diventare finalmente quello che sono. La domanda fondamentale, tutto qui?, irrompe come un grido nel silenzio perché l’intensificazione del mio essere quello che sono è arrivata a una forza talmente eccessiva che salterei nella pura follia, l’unica condizione da cui tutte le fibre del mio essere si mantengono lontano. Questa interruzione la conosco, proprio nel senso della logica dell’a poco a poco, perché la verifico nel mondo, l’altra, da cui mi ritraggo, la follia, ne parlo per sentito dire. Se non avessi posto quella domanda non mi parlerei nella rammemorazione perché non avrei nulla da rammemorare. L’irrimediabile viaggio continuerebbe all’infinito nella sua serenità desolata. Ma non sarei allora nell’immensa tragedia del mio mattino.

 

Montevideo, Buenos Aires: 8 novembre – 28 dicembre 2013

 
 

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