Titolo: La peste religiosa
Autore: Most, Johann
Note: Opuscoli provvisori N. 83
Titolo originale: Die Gottespest, 1887
Prima edizione: La Fiaccola, Ragusa 1977
Seconda edizione: settembre 2015
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Nota introduttiva

L’intramontabile libretto di Most merita una rilettura. Nel carcere di Amfissa, luogo infame di detenzione come pochi altri, ho riflettuto non tanto sul lavoro che adesso ristampo, quanto sull’anticlericalismo in genere, e mi sembra importante riportare qui, ancora una volta, le conclusioni alle quali sono giunto.

Mutando le condizioni d’insieme, tenendo presente la larga diffusione del cosiddetto “pensiero laico”, vedendo le ridicole capriole che le religioni di ogni tipo fanno per reggersi in piedi, in particolare una delle più bieche, cioè quella cattolica, bieca e torva per il suo oggettivismo difficile da controbattere – le cose sono così perché l’unto dal Signore dice che così devono essere e niente le può cambiare – in fondo tutto resta come prima: il prete è il servo essenziale e insostituibile del potere. Dominio e religione sono legati insieme, quando cadranno faranno un tonfo comune, non è possibile ipotizzare una lotta contro la religione senza una contemporanea, e particolarmente efficace, lotta contro il potere così come storicamente si è coagulato nello Stato.

Ecco perché, ripeto ancora una volta senza stancarmi mai, indicare cosa sia la “peste religiosa” è compito insostituibile degli anarchici, perché solo loro, senza se e senza ma, sono anche contro il potere. Per gli altri, per tutti gli altri anticlericali, si tratta soltanto di una banale e contraddittoria esercitazione retorica.

Se in Spagna, l’insurrezione del 1936, bruciava le chiese non era soltanto perché molti preti combattevano a fianco dei franchisti o svolgevano il compito di delatori, ma anche perché la coscienza rivoluzionaria anarchica non poteva – né doveva – distinguere tra Chiesa e potere. Il sentimento religioso, individuale e personale, la fede o la credenza, la paura e tutti i sentimenti che le fanno da corredo, sono altro, e questi vanno rispettati, ma l’istituzione Chiesa e l’esercito spietato che la personifica e la fa agire, sono un’altra cosa.

Anticlericali e anarchici, sempre.


Trieste, 17 maggio 2014

Alfredo M. Bonanno

Nota introduttiva all’edizione “La Fiaccola”, 1977

La polemica e la lotta contro la religione sono ancora un punto essenziale dell’attività che gli anarchici svolgono contro ogni forma di potere e ogni forma di sfruttamento. La religione è la forma più sottile del potere, quella che avvolge le paure e le superstizioni, che, dopo averci fatto credere in Dio, domani ci potrebbe spingere a credere nel partito o nell’autorità dello Stato. Bisogna spazzare tutto questo, evitando di cadere nell’equivoco di una polemica antireligiosa che si limiti solo a indicare le contraddizioni teologiche o le assurdità della fede. Bisogna spingere più profondamente la critica contro la religione, dimostrando che la credenza in Dio può trasferirsi in una credenza nel partito, nel capo, nello Stato e in ogni altro tipo di “sacralità”, se non si vigila criticamente distruggendo, di volta in volta, questi stimoli irrazionali, arrivando, progressivamente, alla costruzione dell’uomo nuovo, dell’uomo che non avrà più bisogno del sacro perché non sarà più sottoposto allo sfruttamento.

Alfredo M. Bonanno

Annotazioni sull’anticlericalismo

Il prete odioso e bolso, grasso e maleodorante, appartiene all’iconografia del passato. Oggi il personaggio è diverso. Dopo i preti operai e i preti nei quartieri e nelle comunità di base, gli aspetti esteriori del problema, che tanto avevano affascinato gli anticlericali di una volta, sono stati sconvolti. Oggi il prete è vario, pulito, mutevole, sa stare al mondo, centrifuga molti interessi, ma alla fin fine svolge sempre lo stesso lavoro, è un intermediario tra l’uomo e la divinità.

Ora, ogni intermediario è un essere dimidiato. Volendo servire due padroni, nel migliore dei casi non ne serve nessuno. È a questo livello che bisogna cogliere la sua persistente filigrana. A tradire l’intermediario tartufesco c’è la sua costante mancanza di semplicità. Il prete è complicato. Il suo mondo, le sue prediche, le sue convinzioni, i suoi contorcimenti e perfino – quando è presente – la sua fede, sono elementi mutevoli di questa sua complicatezza.

La fede è cieca delega nella sofferenza a una forza ignota alla quale ci si rivolge sperando in un sollievo. Essa è umana, umana come il dolore e la gioia, l’amore o l’indifferenza, l’infamia della spia e il sublime coraggio dell’eccesso che supera ogni limite. Tutto questo è umano. Pensare la fede come un prodotto dell’imbroglio dei preti, o dei loro corrispondenti nelle religioni diverse dal cristianesimo, è grave ottusità illuminista. L’abbiamo vista accettata in tutte le salse, è ora di cambiare registro.

Tra il vociferare che attornia e affumica il fenomeno religioso, il prete è l’elemento di raccordo delle tante favole che si sono intrecciate nella storia con la melma politica di tutti i tipi. La funzione di raccordo è l’essenza intermediaria stessa, diretta ad eliminare ogni spinta eversiva, per attuare comunque una sorta di accomodamento. Questa funzione freme nell’ombra, aspira a giocare un ruolo più importante, a farsi essa stessa obiettivo dell’ossequio, maneggiando divinità ci si immedesima, è inevitabile. Il prete è rappresentante di Dio. Questa stessa affermazione si rivela oscenamente stupida, eppure rivela l’orrore e la vacuità di questo ruolo che continua a ostacolare invece di rincuorare, a opprimere invece di compatire. Questi aspetti inguaribilmente anticlericali sono ancora validi. Quindi cloro al clero.

Ma c’è un elemento decisivo che questi orribili animali non possono mordere, ed è la fede che nasce dal dolore. C’è un’altissima consonanza tra sofferenza e fede. Se il prete si inserisce in questo binomio lo spezza e accentua la prima parte azzerando la seconda. Il demone del prete è ancora una volta anticlericalmente individuabile nell’ufficio che fa aggio sull’uomo e sulle sue eventuali buone qualità. Se di qualcosa ha nostalgia il prete, nel suo eventuale disorientamento, è del proprio sacrosanto negozio, dove vende al minuto un dio fatto in briciole. La fede gli è estranea, è materia scottante per lui, per questo funzionario del governo – riconosciuto o no – che gioca sempre un ruolo di recupero.

In fondo il personaggio è un pover’uomo, come qualsiasi impiegato al catasto. Vive nella continua umiliazione del proprio ruolo, ancora importante come strumento del potere, ma non come una volta. Ha spesso una vita comoda, con uno stipendio di sopravvivenza, ma anche travagliata, come il caso dei preti rivoluzionari di qualche decennio fa. Tutto ciò non lo rende contento di sé, gli dà solo una coscienza adeguata al proprio misero ruolo e con ciò, una volta che egli stesso finisce per svalutare questa funzione, sostanzialmente di raccordo, non potrebbe avere che disprezzo di sé. Inseguito dall’ombra di quello che avrebbe voluto essere, non può respirare da nessuna parte, salvo che negli strati alti della società e fra i politici più reazionari, due componenti in grave disagio attualmente, che forse lo considerano ancora guardiano e domatore di belve feroci.

La struttura esterna del prete lo protegge dalle intemperie della vita come un potente carapace, ma bisogna conformarsi a questa corazza, e il fatto comporta sacrifici del proprio essere più intimo per cui alla lunga l’uomo si deforma e diventa immondo a se stesso, fingitore e finto. Solo a queste condizioni la sua esistenza rimane nell’ordine prestabilito e concorre a mantenerlo, altrimenti lui viene messo fuori gioco, segnato a dito. Se possedesse la fede morirebbe soffocato. Ma come potrebbe possedere la fede un uomo al sicuro? Certo, può illudersi di possederla, o di ragionarci sopra in nome dell’affermata razionalità sua, oppure potrebbe masticare il suo corpo per umiliarsi fino a sperare d’incontrarla, ma sarebbero pratiche illusorie. La fede fugge da tutto questo. Il prete è senza fede e serve un dio di cui si sente intermediario e rappresentante, un dio superbo e onnipotente che lo fa sentire un poco anche lui superbo e onnipotente, come gli stemmi sulla livrea fanno sentire importanti cocchieri e palafrenieri. La fede fugge dall’abiezione.

Il mondo è immerso nell’abiezione, per questo può essere religiosamente privo di fede. Suppone l’esistenza di alcuni benefici a portata di mano, riconoscimenti sociali e possessi personali, poi come ogni uomo che in questo mondo è vissuto si accorge che di questo mondo sta per morire. Un alito venefico lo sta azzerando ed è troppo tardi, la vita non può essere ripercorsa a ritroso.

Il prete è odioso perché come ogni imbroglione vende a buon prezzo quello che non ha. Pretende spacciare la fede, come qualsiasi altra droga, ma la fede non è una merce che si compra o si vende, è una potente spinta verso l’inverosimile futuro, verso una vita diversa, verso la libertà e il sogno e tutto questo ha a che fare con dio solo a causa della intermediaria funzione della religione, quindi del prete.

La fede implica una potente coscienza di sé, dei propri limiti ma anche delle proprie possibilità di agire. Questa grande forza è nell’uomo, anche nell’uomo che ha conosciuto il proprio fondamento bestiale, che ha conosciuto la caverna delle orribili cose melmose della politica. Solo che in quest’ultima, come nel prete, la convenienza e la contrattazione hanno il sopravvento. Da parte sua la fede si contraddice e, posta una speranza, subito la sostituisce con un’altra. Il dolore l’alimenta, nello stesso tempo la soffoca. Ha bisogno di un sogno concretamente dettagliato su cui puntare, ma questo sogno che l’alimenta finisce per annientarla.

Il prete sa tutto questo, difatti non si rivolge alla fede, non la sollecita, ma propone la vendita di altre cianfrusaglie attraverso le quali quella dovrebbe venire avanti da sola. Questo accordo pubblicitario riempie nei vari dettagli le religioni, ma la fede da esso si mantiene lontana. La teologia, triste disciplina di sostegno, sigilla la chiusura trasformando il rituale in un romanzo a puntate con la trama sempre identica a se stessa. Tutto questo agitarsi pretesco utilizza il dolore come materia prima per tenere a bada, per rabbonire e simultaneamente rivendicare la propria funzione di raccordo.

Le chiacchiere del prete e la sua funzione dilagano dappertutto, la fede si rintana davanti al loro avanzare sempre più nello spazio risibile e goffo delle paure che ognuno di noi alimenta da bambino. A occhi chiusi essa non sta ad ascoltare che il proprio battere del cuore, le pulsazioni del polso, il ritmo del respiro. Abita come un sogno o un’idea confusa e contraddittoria, un corpo di cui ascolta il pulsare della vita. È questo che la spinge ad andare avanti, violentemente capace di farsi largo anche in un corpo quasi morente, e la vita la chiama a venire fuori, a uscire da quel risibile buco, a chiedere che l’inferno intravisto chiuda la sua bocca mentitrice. Sogni e allucinazioni. Il dolore è un’appendice della vita ma riesce a invertire il rapporto, diventa esso stesso vita. Sono io il dolore, quindi vivo. Se questo dolore che mi spezza le braccia è vero, vuol dire che non mi avete ancora ucciso, che respiro, che non sono morto. Allucinazioni dovute al dolore o alla vita che minaccia di concludersi? Chi può dirlo, e chi può dire quanta intensità di dolore avrebbe la meglio, fisico, emotivo? Non lo so. Le immagini del cedimento fisico debordano in quelle della ripresa dell’autocontrollo, queste poi capovolgono la relazione. Ciò non ha mai fine, la sua incessante mutevolezza non può essere fermata.

Dal dolore la vita e dalla vita il dolore. Un progetto spezzato irrimediabilmente fa più male di un braccio spezzato, ascoltare nelle due condizioni il pulsare del sangue nelle arterie è un mettere ostacoli davanti all’inquietudine irrinunciabile della vita stessa. La fede sta qua, in questo rapporto col mio corpo spezzato, annientato, sottoposto a tortura, un rapporto che risorge continuamente a fronte dell’azzerarsi del progetto e dello spezzarsi del mio braccio. Devo cancellare il mondo se sono in queste condizioni di sofferenza, se continuassi a tenerlo dentro di me, non ce la farei ad affrontare il dolore. Ho bisogno di sentire una superficie liscia e levigata per smarrire il senso dell’esistenza fuori di me, per restare dentro di me e quindi amare la fede costringendola ad uscire dal suo buco e venire alla ribalta, a dire la sua su di me, su che uomo sono io, un uomo concreto, attivo, capace di agire anche adesso che sono (quasi) sul punto di morire. E la fede mi parla, e io le parlo. È un sottile battito che elimina tutti i simulacri del convincimento. Ora sono sicuro di farcela, anche se con un filo del pensiero qualcosa continua a incidere sul mio braccio spezzato. La fede è uno scudo incompleto, ma è uno scudo e come tale assolve alla sua funzione protettrice.

Ho sempre la possibilità di andarmene – una qualsiasi bottiglietta dimenticata in un angolo del pagliericcio, strumento e destino – ma sono un lottatore e stento ad andarmene. La scena della vita mi attira ancora o il colpo ricevuto non è bastevole, non lo so. La decisione estrema è sempre possibile, per questo è sempre rinviabile. La fede muove i suoi passi decisivi da queste parti, non mi tradisce, non mi incita, non pretende da me se non quello che le posso dare. La cartilagine del pensiero vuole la sua preminenza, alla quale è abituata, gliela sottraggo e devo sostenere una lotta feroce per svuotarla e riempirla del mio corpo, sangue, nervi, bile, secrezioni, sudori freddi. Smetto di mangiare per facilitare questo travaso, ci riesco a stento. Mi sento debole e la fede mi alita attorno come una farfalla, non la seguo col pensiero ma la vedo e la sento, mi sfiora, ora qua, dal lato del cuore, ora di là, dal lato della spalla rotta. Non è ingombrante, al contrario, devo fare uno sforzo perché la sua presenza sia percepibile. Certo, non posso abbandonarmi per sempre a questo dialogo ultrasottile, sono un uomo grossolano e gli umori fluiscono incontrollati, alla fine potrebbero prendere direttamente il posto dei pensieri e trasformarmi in un cadavere vivente.

Tutti questi movimenti sono esperienze di fede, concrete non trasportate e trasformate in assegnati del governo divino, non c’entra dio, c’entra la fisicità estrema e la fede nel mio essere qui, di fronte alla mia sconfitta, e non altrove. Sono capace di entrare dentro questo “qui”, e lo faccio liberamente, mentre attorno a me fantasmi della caverna degli orrori umani si affannano a recitare la loro parte di torturatori. Ma non hanno superficie, sono sfumature orribili della vita, si presentano, si sostituiscono gli uni con gli altri, eppure hanno sempre la medesima faccia.

A un certo punto lo scontro non è tra me e i miei malmenatori, ma tra me che continuo impavidamente a pensare alla mia vita e il mio corpo che vuole prendere il posto del mio pensiero, appiattirlo alle sue necessità essenziali, primarie, il respiro, il battere del cuore, le pulsazioni, il dolore di ciò che è stato rotto. Alla fine sono solo un movimento fisico, la mia vita è cancellata, appaio a me stesso come una massa di carne coricata sul fianco in attesa della prossima seduta. Adesso la fede è il mio corpo e le superfici che mi attorniano hanno il loro daffare senza risultati, sono in salvo, mi sembrano ombre fuggevoli, maleodoranti, questo sì, sanno di paura e di sadismo, due odori della caverna umana, la bestia tarda ad andare a dormire per compiere fino in fondo il suo sporco lavoro.

C’è un crudele congegno nel sadico e viene fuori con banale accuratezza nello scontro con la fisicità. In fondo egli vorrebbe caricare con un sovrappiù di immaginazione la semplice rottura di un braccio, ma non ne è capace, quindi si accanisce inutilmente e incrudelisce, appunto non lo assiste la fede. È un disadattato che rischia continuamente di perdere il posto. Ne ho davanti uno di pelo biondo. Guardo le sue braccia mentre mi colpisce con metodo e ho il cervello vuoto, credo anche di sorridere perché sto contando i battiti del mio sangue nelle tempie, lui non lo sa e prende la cosa per il verso sbagliato. Non sa che attorno a me c’è la mia fede, che il mio corpo è questa medesima fede, anche a volerglielo dire non lo capirebbe.

Il biondo che ho davanti è un prostituto del sadismo che lo soffoca come mestiere, io sono un uomo libero anche se ammanettato al termosifone. Poi, nel sotterraneo, torno a parlare col mio corpo e i conti tornano perfettamente. Non mi proteggo con un equivoco, sono invulnerabile in un nucleo difeso dalla mia fede, ma non sono io, sono una massa di carne che si ascolta respirare. Eppure la mia condizione è ancora scintillante, considerandola dal punto di vista dell’esperienza che sto facendo, la mia fede me lo conferma.

Ora, c’è da chiedersi, in che cosa consiste questa fede? Ha essa un contenuto positivo o è data dal semplice svuotamento che ho descritto? Il discorso qui si fa delicato e corre il rischio di un disastroso capovolgimento. Non ammetto l’alternativa di una dimensione altra, un collocare altrove, fuori del sotterraneo dove mi trovavo, la mia fede, essa era con me, ed è ancora qui, nell’inferno dove scrivo queste righe.

Tutta questa lunga digressione non vuole dimostrare nulla. La fede non è un contatto diretto con una qualsiasi diversità, al contrario è l’estrema fisicità umana a cui posso fare ricorso nel momento del bisogno, del dolore, forse della morte. Ma non può essere un toccasana compiacente gestito da un intermediario a pagamento. Questa eventualità è ridicola ed è stata discussa a lungo dai miei amici anticlericali solo perché, molto spesso, non sono particolarmente acuti per non dire che sono stupidi. Simpatici, ma stupidi.

Segno della mia indipendenza, la mia fede mi viene incontro nei momenti di difficoltà, quando ho paura e batto i denti, ma devo accoglierla nel mio corpo, se cercassi di razionalizzarla fuggirebbe lontano. Io sono un uomo di fede senza interruzione, lo sono sempre in tutto quello che faccio, eppure nel punto estremo del bisogno ho accanto a me una tensione di fede diversa, più intensa fisicamente, più palpabile, si colloca all’interno di me stesso e qui trova la propria esistenza cosciente che entra in simbiosi con la coscienza che il mio corpo ha di sé. La sequenza dei battiti del mio cuore diventa cosciente di sé coordinandosi con le pulsazioni, le secrezioni, il flusso del sangue, il funzionamento dei reni, ecc., insomma tutto quello che io sono, e per facilitare questo smetto di prendere farmaci e di mangiare e bere. Mi sigillo in me stesso e divento io stesso la mia fede. Scandisco gli istanti che passano e li raggruppo per centinaia, ogni gruppo è reale, un piccolo pezzo della mia vita privo di apparenze, un piccolo pezzo che vive e semplicemente è, cosciente di sé. La fede è questa concretezza ben riposta, salda, inamovibile. Il dolore diventa allora un accidente esterno che può essere avvertito come in lontananza, come un rimbombo, un effetto molesto della stupidità dell’uomo. Il muro protettivo della fede è così costruito, pietra su pietra, da questi gruppi di istanti, isolati e rigidi, forti e incontrovertibili. La fede è questo muro e insieme è la coesione e la forza, elementi esclusivamente fisici, che rendono coeso il muro stesso.

Insistendo nel ritmo del mio corpo, scopro altre correlazioni che posso isolare e collegare con i battiti del cuore. La fede esalta queste correlazioni e le rende fisicamente individuabili. Questa osservazione è solo apparentemente distaccata, essa invece sta sostituendosi a poco a poco all’abitudine del pensiero che discute con se stesso e giudicando valuta, seleziona, ricorda, sentimentalizza il mondo e accetta la paura e la debolezza. Il corpo avvolto nella fede, istante per istante, non ha paura. Ma tutto ciò può non essere possibile. Le debolezze umane sono immense e cercano sostegni impensabili.

Bisogna anche svuotare del possibile equivoco liturgico questo rapporto con la fede. Non c’entra qui né l’ascetismo dei mistici né l’ebbrezza delle baccanti. La fede è il peso del proprio corpo anche accucciato in se stesso, o disteso, o all’impiedi, in modo che ogni piccola porzione avverta il contatto con la porzione vicina. Tutto il resto non importa, quello che sta accadendo non ha sentimenti ma solo brutalità e oscenità, a esse non posso opporre che il mio corpo, la forza della mia fede fisica, non un qualsiasi momento razionalizzante del mio essere animale pensante.

Ma il dolore, anche il più acuto e persistente – come la torsione di un braccio rotto – non è isolabile, si alimenta dello sfinimento e di quell’altro dolore, ancora più acuto, del progetto distrutto. L’unica questione qui è come fronteggiare queste due fonti, riconducendo lo scontro nell’ambito fisico, interno, nelle pulsazioni che conosco e che mi sono ora più familiari che mai. Quello che mi precipita addosso dall’esterno tende a catturarmi e a portarmi via, verso la disperazione. Ma la fede non geme, mi parla e mi trattiene sull’orlo dell’abisso. Questo straordinario equilibrio è una condizione eccezionale che posso perdere in qualsiasi momento, uno scarto improvviso della paura che rimane acquattata dentro di me ed è tutto compromesso. Resisto e controbatto in modo labile e precario, eppure questa resistenza mi pare un’impresa gigantesca, non lo è, lo so, ma mi comporto come se lo fosse. Non c’è descrizione possibile di questo accadere, le parole non mi soccorrono, intervengono e corrono via, non posso trattenerle neanche ora che affronto un altro genere di tortura, rimango comunque in una condizione incerta che può precipitare in ogni momento.

Per quanto vigili sulla mia fede fisica mi rendo conto che c’è qualcosa ancora più sotto, al di là di ogni separazione o prudenza di antipolitico. C’è un buco nero, in fondo, ma proprio in fondo, dove non dovrebbe esserci altro che la morte, ma non è la morte. In questo buco si agita qualcosa senza tregua, non smette mai di chiamarmi col mio nome, Alfredo. Non ha senso e non è una fantasticheria, sono troppo occupato col mio corpo per fantasticare, ha una voce che mi ricorda qualcuno, ma non voglio ammetterlo, qualcuno che mi dice, come mi diceva una volta, di non avere paura, è la voce di mio padre.

Ma il tono è diverso, insiste e io non le presto orecchio. Il buco nero, laggiù, non so dove, dentro di me, in regioni sconosciute, mi dice di non aver paura e di abbandonarmi con fiducia, ma a che cosa? Io sto facendo di tutto per alimentare con porzioni di istanti la mia fede fisica e da quel profondo buco nero una voce che sembra quella di mio padre, ma che non lo è, mi dice di sperare. In che cosa devo sperare? E perché mio padre mi sta dicendo questo, dal di dentro di me stesso, mio padre che è morto più di vent’anni fa? E perché quella voce mi chiama alla speranza?

Non intendo autoasservirmi a questa apertura, non voglio che dal passato, che per me qui non esiste, qualcosa mi dica un evento che accadrà in futuro. Forse la fine di tutto questo? Non è possibile. La mia fede è forte e posso combattere con questi orribili automi solo se mi colloco esclusivamente nel presente. Ma in quel buco nero c’è qualcosa di troppo allettante per non cedere al suo richiamo, non mio padre, o un suo ricordo – che non ho ricordi adesso – ma la speranza che tutto questo finisca, non solo finisca il dolore ma anche la mia forza per sopportarlo, perfino la mia fede, e che torni il futuro e con esso il passato, e occhi blu, e tutto il resto.

Quella speranza, e quella voce, mi indeboliscono, lo so. So anche che sono del padre, non di mio padre, cioè dell’idea di padre che ho in mente, la fonte dell’aiuto e del sostegno, ma che non mi concede nulla liberamente, vuole qualcosa in cambio della speranza che mi offre, vuole la rottura del muro che mi sono costruito con la mia fede fisica, vuole l’interruzione irreparabile del mio modo di annullare il tempo, vuole che creda in lui non in me stesso, vuole che gli chieda di salvarmi, lui, con la sua forza di padre, con il suo amore di padre.

Adesso che sono tornato a respirare, sia pure nell’inferno spaventoso in cui mi hanno rinchiuso, mi rendo conto di quanto sono andato vicino a quel buco nero, mentre l’idea di una refrattarietà assoluta mi aveva allietato per tutta la vita. E non posso portare a mia parziale giustificazione di avere avuto un velo oscuro davanti a me, di non essere stato capace di vedere bene quanto sono andato vicino a pregare mio padre, o meglio il padre nostro, di aiutarmi. Non ho vergogna né mi rigiro in petto il pugnale del pentimento, mi rendo conto che la fede fisica in me stesso è solo l’anticamera di altre condizioni umane, soltanto umane, che non è possibile sottovalutare seguendo le orme ragionevoli dell’anticlericalismo o dell’ateismo che ho sempre seguito e che non rinnego nemmeno ora, dopo questa tremenda esperienza.

Aggiungo a questa dichiarazione di principio che la vita è molto più complessa di quanto la mente umana possa conoscere e controllare, dietro l’angolo della paura si annida sempre la fine della certezza. E mi sorprendo adesso, a distanza di tre mesi, a pensare – e forse riesco anche a distinguerla – alla voce di mio padre, ma ora posso rivedermi bambino, parlare con lui, leggergli le mie carte incerte, sentire la mia mano stretta nella sua, ed è come pensare a occhi blu, cerco di evitarlo ma non è possibile, accetto che la debolezza entri nelle mie vene. Forse sto ricominciando a mangiare un poco di più e il mio corpo recalcitra come un cavallo matto.

Non ho perso il filo del discorso, sto dicendo esattamente quello che voglio dire. Non sono pentito di questa esperienza col padre nostro, non la ritengo indecorosa. Ho riflettuto a lungo su quanto vasto e spoglio è stato il mio anticlericalismo, adesso lo arricchisco di un elemento che, in altra sede, forse meno violenta, si aggirava da sempre nel mio ateismo. La negazione di una obiettiva condizione di potere, diretto o indiretto, non può essere messa in dubbio, la mia stessa fede fisica la riconferma, essa nega con tutto me stesso, eppure questa negazione si accalca con tante altre, forse troppe, e quando arriva il momento del dolore non c’è speranza nella negazione. Si può tranquillamente accettare lo stoicismo e disconoscere il dolore come condizione oggettiva, pregnante, opprimente, ma si può contare soltanto sulla propria fede fisica? Non lo so. A me si è aperto improvvisamente questo buco nero e il suggerimento incongruo della speranza.

Non posso ostentare qui la mia superiorità. È certo che la voce di mio padre segnava in quel momento il punto più alto della mia sconfitta, l’atterramento fisico totale, la cancellazione del passato e del futuro, eppure era voce di speranza ed era dentro di me, sotto strati di cultura e di testardaggine, forse di superba affermazione delle mie conquiste, forse stupida ostentazione di una forza non posseduta veramente. Ma chi è forte veramente? Chi è un uomo di fede?

Ho sempre pensato di non avere la verità in pugno, adesso ne sono certo. Sapere di non essere nel vero assoluto è confortante e mi dà un senso di appagamento. Ritrovo qui la speranza del padre nostro? Sarebbe una sorta di civetteria e un gioco di parole, in effetti non ritrovo quella voce e, fortunatamente, nemmeno quei momenti. Indecorosamente devo ammettere di avere immaginato qualcosa dentro e oltre quel buco nero, qualcosa di imprecisato, ben al di là della tenue voce di mio padre, forse un gioco di specchi che riflettono una sequenza infinita nel nero più assoluto, privo di luce. Potrei cancellare queste allusioni a qualcosa di concreto, non lo voglio. Sono in un terreno incognito dove nessuno mi può seguire, né lo accetterei come fantasma non richiesto che annuisce con aria sospettosa. Voglio qui ostentare l’estraneità della mia esperienza a ogni negazione del divino che posso avere studiato e capito. Non sospetto il segno di qualcosa di occulto, tutti i segni della profondità che descrivo, e la stessa esperienza sonora, sono stati, e in parte sono, dentro di me. Quello che ha scatenato questa esperienza ora è sepolto col ricordo del dolore per ciò che è andato infranto, prima di tutto il mio progetto, poi il mio braccio. Eppure questo allontanamento da quel buco nero non può essere totale, non potrà mai più esserlo.

Gli artefici automatici di questa esperienza, in altre parole i torturatori e gli spettatori, si stagliano su di un fondale anonimo di miseria. A tenere la scena sono io, massa dolorante di carne vecchia, e la mia fede fisica. Il terzo incomodo è quel buco e quel che la sua presenza consente di immaginare. Non un arconte intento a elargirmi munificamente la speranza, ma mio padre, anzi il padre nostro. Affermazione priva di risonanze religiose, fino a un certo punto, altrimenti perché ne parlerei qui? Non voglio restare nella mia nicchia anticlericale a leccarmi le ferite, voglio andare oltre, a costo di cercare un’altra strada per ribadire il mio ateismo. Parliamoci chiaramente, in quel buco nero non ho trovato dio, ho trovato un fondo di speranza quando ogni speranza sembrava ormai spenta, quando il mio corpo per sopravvivere si stava rintanando nella sua assoluta fisicità, nella sua fede fisica. Ma la speranza non è qualcosa di fisico, entra nella fisicità e lenisce il dolore, può quindi essere madre di pericolose illusioni.

Non ho mai potuto accettare lo statuto definitivo di qualcosa, di qualsiasi cosa, ecco perché sono anarchico. Ho chiarito a lungo il mio ateismo, qui parlo di un’esperienza recente e durissima, almeno alla mia età. Un giovane, forse, e io stesso da giovane l’ho fatto, avrebbe affrontato questa esperienza senza bisogno di scavare dentro di sé, escludendo il mondo esterno, tutto e tutti, occhi blu in primo luogo. In questo straordinario percorso non ho trovato che un buco nero e la voce di mio padre. Erano queste due cose la speranza, l’inarrestabile speranza? Non lo so. Avrei dovuto armare la mia fede fisica e alzare ancora più in alto il muro, avrei dovuto irrigidirmi eroicamente, tanto la distruzione di me stesso e del mio progetto era messa nel conto? Non lo so. Sono domande facili da fare per chi non si è mai trovato nel sotterraneo di una stazione di polizia, dove automi impazziti hanno sentito odore di sangue e si sono vicendevolmente aizzati.

Invece sono entrato in quel buco nero ed ho ascoltato la voce di mio padre. Questo fatto può essere considerato un cedimento? Forse. Io, per quel che mi concerne, non lo ritengo tale. Quella voce, così nota alle mie capacità immaginative, era lì e non ho voluto, o saputo, farla tacere. Era dentro di me, mi avvolgeva, mi accarezzava mentre il mio corpo dolorante cercava di combattere contro il tempo. Solo una curiosità puerile e stupida potrebbe farsi la domanda, che per alcuni potrebbe essere radicale, come mai da mio padre al padre nostro? Soddisfare questa domanda non è mia intenzione, però devo riconoscere che non sono proprio certo che quella fosse la voce di mio padre, piuttosto la voce che mio padre avrebbe avuto vedendomi in quelle ambasce, le sue parole, in fondo, sono state quelle della speranza e qualsiasi padre potrebbe pronunciarle.

Dal buco nero non mi veniva una voce adirata o scandalizzata, non c’era traccia di rimprovero, non tergiversava, non interrogava, non sospettava, era puntuale e immediata offerta di speranza. Ora, è evidente che quel buco nero sono io stesso e che in qualche profondità sconosciuta dentro di me si annida una parte estremamente irriducibile di speranza nella vita. Ma com’è possibile che composizioni diverse di me stesso possano presentarsi contemporaneamente e in contrasto tra loro? Come possono scatenare un combattimento dentro di me, e ciò mentre affronto lo scontro risolutivo della mia vita, forse quello finale? E la morte, mi verrà da quel buco nero? Negazione di speranza invece di affermazione. Quel buco funziona in due sensi, uno contrario all’altro? Non lo so.

L’accidente esterno, la tortura, mi consente di agire in due direzioni contrastanti all’interno del mio corpo. Ma sono io che sto agendo tramite la fede fisica che mi appartiene, le scansioni ritmiche dei miei fluidi, le mie secrezioni, oppure sono agito da un livello diverso? Sono l’ascoltatore di una voce che riesce a vincere sulla mia fede difensiva e riduttiva, fino ad arrivare a farmi sperare nel futuro? D’improvviso questo secondo movimento si è intrufolato nel primo e ne ha scoperto i ritmi. Un universo aperto al futuro è venuto fuori da quel buco nero, suggerendomi qualcosa che sta al di là del buco, in una regione di me stesso che sconoscevo, e così per sopravvivere ho accettato di dipendere da questa regione, di ascoltare il messaggio della speranza, regione che altrimenti mi sarebbe restata inaccessibile. Alla fine, i miei accorgimenti difensivi sono stati ridimensionati, la mia fede fisica ridotta a meccanismo povero di sopravvivenza, e ho affrontato lo scontro munito della speranza nel futuro, armatura troppo sottile per una lotta a vita e a morte. Così, di colpo, il mio piccolo mondo è cambiato. Il mio corpo ha iniziato a respirare diversamente, il dolore a farsi sentire con vampate meno violente. Continuando mi sono sentito meno forte e più sicuro di me. Il futuro si è precipitato nel presente facendomi fremere di vita nuova e mettendo in discussione la mia capacità di resistenza.

A questo punto potevo aprirmi definitivamente al buco nero, accettando la speranza e la razionalità che governa ogni accostamento al futuro, non l’ho fatto. Ho ripreso le mie pratiche di fede fisica, individuando dei limiti nella costruzione del muro difensivo che prima non avevo visto. La speranza mi è stata di aiuto o di ostacolo, la voce di mio padre è venuta in soccorso o ha indebolito? Non lo so.

L’avere intravisto questa profondità nera dentro di me non ha bloccato la mia fede fisica, solo mi ha dato da pensare, e questo è certo un indebolimento dovendo regolare i conti col tempo in maniera diversa. Non posso dire di avere fatto grandi passi in questa direzione, mi sono soltanto limitato ad ascoltare la voce che mi chiamava. È stata la mia prudenza, figlia del sospetto, a bloccarmi per paura di una sorta di perversione illusionista. Mi esasperava il fatto di non riuscire a restare solo con me stesso, che questo messaggio mi si precipitasse dentro senza avvertire, come un intruso o un nemico. La voce sembrava quella di mio padre, e sembrava dirmi le cose di sempre, quelle che mi diceva spesso tacendo e ascoltando, volendo trasmettermi la sua forza, e questa forza era una speranza, perfino l’enormità di riuscire a pensare a occhi blu senza farmi scoppiare il cuore.

Intento ai miei esercizi fideisti non ero preparato a incontrare, fra i tanti flussi e ritmi del mio corpo – privo di cibo e di medicine (per mia decisione) – quella voce. Per un momento non sono riuscito a respirare, quello che sentivo mi sconvolgeva. Non voglio darmi l’atteggiamento di chi ha scelto la strada giusta, il fatto è che mi sono messo ad ascoltarla, ad accogliere la speranza, a parlare con lei – oppure con lui, non lo so – ad accettare la sua fascinosa apparizione.

È da molte settimane che penso a quello che sta dentro di me, a questo buco nero e oltre, ma non ho più sentito quella voce e la sua mancanza, in queste condizioni, pure non corrispondendo alla semplice mancanza di speranza – che questa è tornata – mi opprime. Ho troppo rispetto per me stesso per rendermi conto dei miei limiti e ho troppi anni sulle spalle per poterli giustificare come farebbe un giovane (farò meglio un’altra volta), eppure quell’esperienza che cerco di risvegliare senza esito, è un altro territorio. Forse un territorio innocuo, forse sinistramente pericoloso, non lo so.

Nella notte tarda, quando questa bolgia infernale dove mi trovo si calma un poco, cerco di sentire la voce del padre nostro, ma essa tace. Chiedo a me stesso ma è un incoerente balbettio, il mio, ovviamente. Non mi arriva più un messaggio di speranza, e il perché lo so. La speranza, merce assai comune, anche qui, in questo inferno, la maneggio tutti i giorni. Ma è la stessa di cui mi parlava mio padre? Non credo.

Queste sono le ultime righe sull’argomento. Saluti da un vecchio ateo e anticlericale.


[Finito nel carcere di Amfissa (Grecia) il 23 dicembre 2009. Pubblicato in Alfredo M. Bonanno, Cloro al clero. Apologia dell’anticlericalismo, Trieste 2013, pp. 321-339]

La peste religiosa

Fra tutte le malattie mentali che l’uomo si è posto sistematicamente nel cervello, la peste religiosa è certamente la più orribile. Come ogni cosa ha la sua storia, quest’epidemia ha essa pure la sua; soltanto è peccato che lo sviluppo di questa storia non sia tuttociò che havvi di più grazioso. Il vecchio Zeus e Giove erano individui veramente dabbene se li si paragonano ai “rami trinitari” dell’albero genealogico del buon Dio, i quali non la cedono per nulla ai primi in crudeltà e in brutalità.

D’altronde non vogliamo perdere il nostro tempo con dèi pensionati o decaduti, poiché non fanno più nessun danno; criticheremo al contrario senza riguardi i fabbricanti di pioggia e di bel tempo ancora in attività di servizio e i terroristi dell’inferno.

I cristiani hanno una trinità; gli ebrei, loro antenati, s’accontentavano d’una deità sola; a parte ciò i due popoli formano una società molto divertente. L’antico e il nuovo testamento sono per essi la sorgente d’ogni saggezza, ed è perciò che bisogna leggere, di buona o di mala voglia, queste sacre scritture se le si vogliono conoscere onde poterne rilevare il ridicolo.

Esaminiamo semplicemente la storia di queste divinità e vedremo che ciò basterà ampiamente a caratterizzare il tutto. Ecco brevemente come si passarono le cose.

In principio Dio creò il cielo e la terra; prima egli si trovava nel nulla, la qual cosa doveva essere infatti abbastanza triste, perché un Dio stesso vi si annoiasse. E siccome è una bagatella per un Dio il far dei mondi col nulla, creò il cielo e la terra come un ciarlatano scuote la manica per farne uscire uova e scudi. Più tardi fabbricò il sole, la luna e le stelle. Certi eretici, chiamati astronomi, hanno da lungo tempo dimostrato che la terra non è e non è mai stata il centro dell’universo, che essa non ha potuto esistere prima del sole, attorno al quale gira. Essi hanno provato che è una vera bestialità il parlare del sole, della luna, delle stelle dopo la terra, come se questa comparata a quelli sia qualche cosa di speciale, di straordinario. È molto tempo che ogni scolaro sa che il sole non è che un astro, che la terra è uno dei suoi satelliti, e la luna, per così dire, un sotto-satellite; ognuno sa egualmente che la terra in paragone dell’universo è lungi dal rappresentare una parte superiore e che al contrario è un grano di sabbia nello spazio. Ma che forse Dio s’occupa d’astronomia? Egli fa quel che vuole e se ne infischia della scienza e della logica. È per tal motivo che, dopo la fabbricazione della terra, fece prima la luce e poi il sole.

Un ottentotto saprebbe perfettamente che senza il sole la luce non può esistere; ma Dio... eh! non è un ottentotto, lui!

Vediamo più lungi. La creazione era perfettamente riuscita fin là, ma non c’era ancora vita nella baracca; e siccome il creatore voleva divertirsi, fece l’uomo. Solamente, nel farlo, abbandonò in guisa particolare il suo precedente modo di procedere. Invece d’effettuare questa creazione mediante un semplice comando, egli si diede una gran pena: prese un prosaico pezzo d’argilla, modellò un uomo a sua immagine e vi soffiò un’anima. E siccome Dio è onnipotente, giusto, buono, in una parola l’amabilità in persona, vide subito che Adamo (così aveva chiamato l’oggetto fabbricato), solo, si sarebbe annoiato terribilmente (forse si rammentava la propria esistenza tanto noiosa nel nulla), e allora fabbricò una piccola, seducente Eva.

Senza dubbio l’esperienza gli aveva provato che è un lavoro molto inadatto per un Dio, quello di lavorare l’argilla, poiché impiegò un altro metodo. Fors’anche fece altri tentativi per formarla, ma a tal proposito la Bibbia è muta; fatto sta che finì col riuscirvi. Tolse una costola ad Adamo e la cambiò istantaneamente in una graziosa donnetta; istantaneamente, dico, poiché l’istantaneità non è una stregoneria per un Dio. La storia non ci dice se la costola d’Adamo fu sostituita più tardi, o se costui si dovette accontentare di quelle che gli restavano.

Le scienze moderne hanno stabilito che gli animali e le piante, dapprincipio composti di semplici cellule, acquistarono, a poco a poco nel corso di milioni d’anni, le loro forme attuali. Esse hanno stabilito inoltre che l’uomo non è che il prodotto più perfetto di questo lungo e continuo sviluppo e che non soltanto qualche migliaio d’anni or sono non parlava ed era molto simile agli animali, nel senso abituale della parola, ma che egli deve discendere dai più inferiori d’essi, dovendo scartarsi ogni altra supposizione.

Partendo da ciò, la storia naturale ci fa considerar Dio nella sua fabbricazione d’uomini come un ciarlone ridicolo; ma a che cosa serve tutto ciò? Con Dio non si scherza.

Abbiano le sue storie un’impronta scientifica o no, egli ordina che ci si creda, altrimenti vi manderà a prendere dal diavolo (suo concorrente), la qual cosa dev’essere davvero spiacevole; poiché nell’inferno regnano non soltanto i pianti e i continui digrignar di denti, ma vi arde un eterno fuoco, un verme infaticabile vi rode, e la puzza di zolfo e di pece ammorba l’atmosfera.

Or dunque, un uomo senza corpo, cioè un’anima, sarà bruciato; la carne, che più non ha, arrostirà; i denti che non avrà più digrigneranno ancora; piangerà senz’occhi e senza polmoni, il verme roderà le sue ossa ridotte da gran tempo in polvere, aspirerà senza naso l’odore di zolfo, e tutto ciò eternamente!... Che razza di storia!!!

D’altronde, Dio, come lo dice egli stesso nella sua cronaca, la Bibbia, specie di autobiografia, è eccessivamente capriccioso e avido di vendetta, in una parola un despota di prim’ordine.

Appena Adamo ed Eva furono creati, sentì il bisogno di governarli, per cui emise un codice di cui ecco il tenore categorico: “Voi non mangerete il frutto dell’albero della scienza”. D’allora in poi, non esistè mai nessun tiranno, fosse o no coronato, che non abbia gettato egli pure questo divieto in faccia ai popoli.

Ma Adamo ed Eva non obbedirono a tale ingiunzione; furono pertanto immediatamente espulsi (come volgari socialisti) e condannati essi e i loro discendenti, per sempre, alle più rudi fatiche. Per di più tolse a Eva i suoi diritti e la dichiarò serva di Adamo, al quale dovette obbedienza.

In ogni caso, essi erano già sotto la sorveglianza dell’alta polizia divina.

Senza dubbio Lehmann stesso non si spinse così nel suo despotismo; ma Dio non è forse suo superiore? [Il traduttore italiano, seguendo in questo caso l’edizione ginevrina in francese dell’opuscolo del 1888, riporta la nota seguente: “L’imperatore Guglielmo I fu cosi chiamato da una gran parte del popolo tedesco per ricordare la sua fuga nel 1848, sotto il nome di Lehmann, cocchiere di posta”. Si tratta di Guglielmo I (1797-1888), nel 1848 erede al trono di Prussia in quanto fratello di Federico Guglielmo III].

La severità di Dio verso gli uomini non servì a nulla: al contrario, più questi aumentavano e più lo stancavano. Ci si può fare un’idea della velocità della loro propagazione nel leggere la storia di Caino e Abele; quando quest’ultimo fu ucciso dal fratello, Caino fuggì in un paese... straniero, e vi si ammogliò. Il buon Dio non ci dice di dove sortissero questo “paese straniero” e le donne che lo abitavano, ciò che d’altronde non può meravigliare: può darsi benissimo che l’abbia dimenticato quand’era sopraccarico di lavori d’ogni sorta.

Infine la misura era colma: Dio risolse di sterminare coll’acqua il genere umano.

Ma prima scelse una coppia per fare un’ultima prova; però, malgrado la sua saggezza, non fu tanto felice nella scelta, poiché Noè, il capo dei superstiti, si rivelò bentosto come un gran gaudente, divertentesi coi figli e colle figlie; che cosa poteva sortir di buono da una famiglia simile?

Il genere umano si sparse di nuovo e produsse dei “poveri peccatori”. Il buon Dio sarà schiattato di collera nel vedere che, qualunque sua punizione esemplare, come per esempio la distruzione di città intere mediante il fuoco e lo zolfo, non serviva assolutamente a nulla.

Allora risolse di sterminare tutta questa canaglia, ma poscia uno dei più straordinari avvenimenti gli fece mutar d’avviso: senza ciò era finita per l’umanità.

Un bel giorno capitò un certo “spirito santo”, e nessuno sapeva di dove venisse; l’autore della Bibbia, cioè Dio, dice soltanto che egli stesso è lo spirito santo, per cui ora abbiamo da fare con un Dio in due unità. Questo spirito santo prese forma di un piccione e fece conoscenza di una donna oscura chiamata Maria. In un momento di dolce espansione, esso “la coprì colla sua ombra”, ed eccoti, essa mise al mondo un figlio, senza che tal cosa, secondo quanto dice la Bibbia, intaccasse menomamente la sua verginità.

Allora Dio si chiamò Dio padre, affermando che egli non era che una sola persona non solo collo spirito santo ma anche col Figlio. Considerate bene tal cosa! Il padre è figlio di se stesso, il figlio è proprio padre nello stesso tempo, e tutti e due assieme formano lo spirito santo. In tal modo si formò la trinità.

E ora, povero cervello umano, tienti ben fermo, poiché quello che segue te lo potrebbe mandare a rotoli. Noi sappiamo che Dio padre aveva deciso di sterminare il genere umano, la qual cosa angosciava enormemente Dio figlio. Allora Dio figlio (che, come sappiamo, era nello stesso tempo il padre) prese tutto su di sé e per placare suo padre (che era nello stesso tempo il figlio) si fece crocifiggere dai medesimi che voleva salvare dallo sterminio.

Questo sacrificio del figlio (che è uno col padre) piacque talmente al padre (che è uno col figlio) da indurlo a pubblicare un’amnistia generale che in parte è ancora in vigore oggidì.

Ecco adunque la “parte storica” delle “sacre scritture”. Da ciò si vede che la bestialità vi è sì grossa perché colui, che è già cotanto debole di spirito per digerirla, sia suscettibile d’ammettere qualunque altro sragionamento; in prima linea il dogma della ricompensa e della punizione dell’uomo nell’“altro mondo”.

È da gran tempo che è stato scientificamente provato che non esiste altra vita indipendente da quella del corpo e che l’anima – ciò che i ciarlatani religiosi chiamano anima – non è altro che l’organo del pensiero (cervello), il quale riceve le impressioni mediante gli organi dei sensi e pertanto il suo movimento deve necessariamente cessare con la morte corporale. Ma i nemici giurati dell’intelligenza umana non s’occupano dei risultati delle esperienze scientifiche che quel tanto necessario ad impedirne la penetrazione fra il popolo.

Ed è così che essi predicano la “vita eterna dell’anima”. Disgraziata essa nell’altro mondo se il corpo nel quale abitava su questa terra non ha puntualmente seguito le leggi di Dio! Poiché – costoro ce lo assicurano – Dio tutto buono, tutto giusto, s’occupa del menomo peccatuccio d’ognuno e lo registra nei suoi atti universali (quale controllo e quale contabilità!). Accanto a ciò, è talvolta ben comico nelle sue esigenze. Sentite infatti!

Mentre desidera che i neonati siano innaffiati d’acqua fredda (battezzati) in suo onore, a costo di farli costipare, mentre prova un piacere indescrivibile quando numerose pecore credenti gli belano le loro litanie e i più zelanti del suo partito gli cantano senza interruzione i loro inni sacri, sollecitandolo per ogni sorta di cose possibili e impossibili; mentre s’immischia nelle guerre sanguinose facendosi incensare e adorare come “Dio delle battaglie”, va sulle furie se un cattolico mangia carne al venerdì o se non va regolarmente a confessarsi. S’irrita inoltre se un protestante disprezza le ossa dei santi, le immagini e le altre reliquie della vergine raccomandate dalla Chiesa cattolica; o se un fedele qualsiasi non fa il suo pellegrinaggio annuale, il dorso curvo, le mani giunte e gli occhi volti al cielo. Quando un individuo muore “peccatore impenitente” il “buon Dio” gli infligge una punizione in confronto alla quale tutti i colpi di bastone e di staffile, tutti i tormenti delle prigioni e del bagno, tutte le sensazioni dei condannati al patibolo, tutti i supplizi inventati dai tiranni sembrano piacevoli passatempi. Questo buon Dio supera in crudeltà bestiale tutto quanto vi ha di peggiore sulla terra. La sua casa di detenzione si chiama inferno, il suo carnefice è il diavolo, le sue punizioni durano eternamente. Ma per colpe leggere, a patto che il delinquente sia morto cattolico, egli concede la grazia dopo un soggiorno più o meno lungo nel purgatorio, che si distingue dall’inferno come l’ergastolo dalla detenzione.

Benché un buon fuoco sia mantenuto in detto purgatorio, esso non è regolato che in vista d’un soggiorno relativamente breve e la sua disciplina non è tanto ferrea. I così detti “peccati mortali” non sono puniti col purgatorio, bensì coll’inferno. E fra questi ultimi bisogna contare la bestemmia in parola, in pensiero e in iscritto. Dio non tollera non soltanto la libertà di stampa e della parola, ma vieta e proscrive i pensieri non ancora articolati che gli potrebbero dispiacere. Sono superati i despoti di ogni tempo e di ogni paese, sia per la scelta come per la durata delle punizioni; Dio è dunque il più spaventevole mostro che si possa immaginare. La sua condotta è tanto più infame inquantoché vuol far credere che il mondo intero, che l’umanità è regolata in ogni sua azione dalla sua divina provvidenza. Egli maltratta per conseguenza gli uomini per azioni di cui egli stesso è l’ispiratore! Quanto sono amabili i tiranni della terra passati e presenti, di fronte a un mostro simile!

Ma, se piace a Dio che un uomo viva o muoia da uomo giusto, allora lo maltratta maggiormente dopo morto, poiché il paradiso promesso è ancor più infernale dell’inferno. Lassù non si prova alcun bisogno, al contrario si è sempre soddisfatti senza che desiderio alcuno preceda la soddisfazione di questo desiderio. Ma, siccome non ci si può immaginare nessun piacere senza desiderio seguito dal suo soddisfacimento, il soggiorno in cielo sarà dunque oltremodo insipido. Eternamente si è occupati a contemplare Dio; vi si suonano sempre le stesse melodie sulle stesse arpe, vi si cantano continuamente gli stessi cantici noiosi come le cantilene. È la noia spinta al massimo grado; il soggiorno in una cella isolata sarebbe senza dubbio preferibile.

Non è pertanto da farsene meraviglia se i ricchi e i potenti, che si possono procurare il paradiso in terra, gridano ridendo, col poeta Heine:

Noi lasciamo il paradiso

agli angeli e ai passeri.

E nondimeno sono appunto i ricchi e i potenti che mantengono “la religione”. Senza dubbio ciò fa parte del loro mestiere. È pure una questione di vita per la classe sfruttatrice, la borghesia, che il popolo venga abbrutito mediante la religione; la sua potenza sale o scende con la pazzia religiosa.

Più l’uomo ci tiene alla religione e più vi crede; più vi crede, meno sa; meno sa, più bestia è; più esso è bestia e più facilmente si lascia governare.

Questa logica fu conosciuta dai tiranni d’ogni tempo, ed è perciò che essi s’allearono sempre coi preti. Se qualche disputa scoppiava fra questi due nemici dell’uomo, non era, per così dire, che un futile diverbio di famiglia per sapere chi la farebbe da padrone. Ogni prete sa benissimo che la sua parte è finita quando non sia più sostenuto dai milioni. I ricchi e i potenti non ignorano del pari che l’uomo non si lascia governare e sfruttare che quando i corvi, appartengano essi a questa o a quella chiesa, siano riusciti a convincere le masse che questa terra è una valle di lacrime, a infiltrar loro questa sentenza: rispettate l’autorità, e ad allettarli colla promessa d’una vita più felice nell’altro mondo.

[Ludwig] Windthorst, il gesuita per eccellenza, fece intendere un giorno abbastanza chiaramente, nel calore d’una discussione parlamentare, ciò che i truffatori e i ciarlatani nel mondo pensano a tal proposito.

“Quando la fede si spegne nel popolo”, disse, “esso non può sopportare la propria miseria e si rivolta!”.

Questa frase è chiara ed avrebbe dovuto far riflettere molti operai. Ma ahimè! Gran numero d’essi sono così accecati dalla religione che sentono le cose più semplici senza comprenderle.

Non è invano che i preti – cioè i gendarmi neri del dispotismo – si sono sforzati d’impedire con tutte le loro forze la decadenza religiosa, benché, come si sa, scoppino dal ridere fra loro pensando alle cretinerie che predicano ricavandone lauti compensi.

Durante secoli e secoli, questi atrofizzatori di cervelli hanno governato le masse col terrore, poiché senza ciò da gran tempo la pazzia religiosa sarebbe finita. La cella e le catene, il veleno e il pugnale, il patibolo e la spada, gli agguati e l’assassinio, in nome del loro Dio e della giustizia, furono i mezzi impiegati pel mantenimento di questa pazzia che sarà una macchia nella storia dell’umanità. Migliaia d’individui vennero arsi a lento fuoco sul rogo “in nome di Dio” per aver osato mettere in dubbio il contenuto della Bibbia. Milioni d’uomini furono costretti, durante lunghe guerre, a scannarsi a vicenda, a devastare paesi interi lasciandoli in seguito alle prese colla peste, dopo averli saccheggiati e incendiati onde mantener la religione. I più raffinati supplizi furono inventati dai preti e dai loro accoliti, quando si trattava di ricondurre alla religione coloro che avevano perduto il timor di Dio.

Viene chiamato delinquente un individuo che storpi i piedi o le gambe al proprio simile. Come si potrà chiamare colui che atrofizza il cervello d’un altro e che, allorquando ciò non lo porta allo scopo desiderato, fa perire il corpo a lento fuoco e con raffinata crudeltà?

È vero che questi esseri non possono più oggidì abbandonarsi come pel passato al loro mestiere di banditi, benché i processi per bestemmie abbondino ancora; al contrario però ora procurano d’introdursi nelle famiglie, influenzarvi le donne, accaparrarsi i bambini e abusar dell’insegnamento impartito nelle scuole. La loro ipocrisia è piuttosto aumentata che diminuita. S’impadronirono della stampa quando s’avvidero che era impossibile sopprimerla.

Un antico proverbio dice: dove è passato un prete, l’erba non cresce più per dieci anni; il che significa che, quando un uomo si trova sotto le unghie d’un prete, il suo cervello perde la facoltà di pensare, i suoi meccanismi s’arrestano e i ragni vi tessono sopra le loro tele; egli somiglia a un montone colpito da vertigini. Questi disgraziati hanno perduto lo scopo della vita, e, quel che è peggio, formano la più gran parte degli antagonisti della scienza e della luce, della rivoluzione e della libertà. Si trovano sempre pronti, nella loro imbecillità ottusa, ad aiutare coloro che vogliono fabbricare nuove catene per l’umanità o mettere bastoni fra le ruote del progresso sempre crescente.

Or dunque, col tentare di guarire questi malati, non soltanto si compie un’opera buona di fronte a essi stessi, ma si è inoltre in via di strappare un cancro che rode il popolo e che deve essere totalmente distrutto, se la terra ha da diventare soggiorno di “uomini” e non un campo di gioco per Dio e pel diavolo, come essa finora è stata.

In conseguenza strappiamo dal cervello le idee religiose, e abbasso i preti! Costoro hanno l’abitudine di dire che il fine giustifica i mezzi, dunque! Impieghiamo noi pure questo assioma contro essi! Nostro scopo è la liberazione dell’umanità da ogni schiavitù, dal giogo del servilismo sociale e dai ferri della tirannide politica, nonché dalle tenebre religiose. Ogni mezzo pel compimento di questo alto scopo deve essere riconosciuto come giusto da tutti i veri amici dell’umanità e messo in pratica a ogni occasione propizia.

Ogni uomo antireligioso commette dunque una negligenza ai suoi doveri, quando non fa quotidianamente e ad ogni ora quanto può per annientare la religione. Chiunque, emancipato dalla “fede”, omette di combattere la pretaglia dove e quando può, è un traditore del proprio partito. Ovunque guerra, guerra a oltranza a questa nera accozzaglia.

Eccitiamo le masse contro i corruttori e illuminiamo gli accecati. Che ogni arma ci sia buona per la nostra causa, tanto l’acerbo dileggio quanto la fiaccola della scienza, e dove queste armi restano senza effetto, adoperiamo argomenti più sensibili.

Non si lasci più passare, senza rilevarla, allusione alcuna a Dio e alla religione nelle assemblee in cui si discutono gli interessi del popolo. Nello stesso modo che il principio della proprietà e la sua sanzione armata – lo Stato – non possono trovar grazia nel campo della rivoluzione sociale – ciò che è fuori di questo campo è naturalmente reazionario – così la religione e ciò che vi ha relazione. E si sappia bene che coloro i quali maggiormente vogliono mischiar le loro ciarle religiose alle aspirazioni dei lavoratori, anche avendo l’aspetto rispettabile e una buona reputazione, sono più pericolosi. Chiunque predica la religione, non importa sotto qual forma, non può essere che uno stupido o un birbante. Queste due specie di persone non valgono nulla pel progredire d’una cosa che non può raggiungere il suo scopo, se non quando è certa della sincerità di tutti i suoi combattenti.

La politica opportunista è, in tal caso, non soltanto un male, ma un delitto. Se gli operai permettono a qualche prete d’immischiarsi nei loro affari, non soltanto verranno ingannati, ma anche traditi e venduti.

Quanto è logico che il proletario combatta principalmente il capitalismo mirando intanto così alla distruzione del suo meccanismo forzato, lo Stato, tanto è naturale che la Chiesa riceva la sua parte in questa lotta, che la religione sia distrutta sistematicamente nel popolo, se si vuole che questo popolo ritorni alla ragione, senza la quale non potrà conquistare la sua libertà.

Proponiamo alcune questioni per gli stupidi, o per dirla altrimenti, per gli abbrutiti dalla religione, per quanto sembrano ancora correggibili. Per esempio:

Se Dio vuole che lo si conosca, che lo si ami, che lo si tema, “perché non si mostra?”

Se è così buono, come lo dipingono i preti, che motivo si deve avere per temerlo?

Se sa tutto, perché annoiarlo colle nostre confessioni e colle nostre preghiere?

Se è dappertutto, perché costruirgli delle chiese?

Se è giusto, perché pensare che punirà gli uomini creati da lui pieni di debolezze?

Se gli uomini non fanno il bene che per una grazia particolare di Dio, perché questi li dovrebbe ricompensare?

Se fosse onnipotente, come potrebbe permettere che lo si bestemmiasse?

Se è inconcepibile, perché occuparci di lui?

Se la conoscenza di Dio è necessaria, perché si tiene nell’ombra? ecc., ecc.

Davanti a tali questioni il credente resta a bocca spalancata; ma ogni uomo pensante deve ammettere che non esiste “una sola prova” dell’esistenza d’un Dio. Di più, non c’è necessità alcuna d’una divinità. Un Dio di dentro o di fuori della natura non è d’utilità alcuna, quando si conoscono le proprietà e le regole di quest’ultima. Il suo scopo morale è altrettanto nullo.

Esiste un gran regno governato da un sovrano, il modo d’agire del quale apporta il disordine nello spirito dei suoi sudditi. Egli vuole esser conosciuto, amato, onorato, e tutto contribuisce a confondere le idee che si possono concepire di lui. I popoli sottomessi alla sua dipendenza non hanno sul carattere e sulle leggi del loro sovrano invisibile che le idee di cui i suoi ministri loro fanno parte; per contro, costoro ammettono ch’essi non possono farsi idea alcuna del loro sovrano, che la sua volontà è impenetrabile; le sue vedute e le sue idee inafferrabili; i suoi servitori non sono mai d’accordo sulle leggi da impartire in suo nome; le promulgano in ogni provincia del regno in differenti modi; s’insultano a vicenda e s’accusano l’un l’altro di frode. Gli editti e le leggi che impongono sono arruffati; essi sono rebus che non possono essere né compresi né indovinati dai sudditi ai quali dovrebbero servire d’insegnamento. Le leggi del monarca nascosto hanno bisogno di schiarimenti e tuttavia coloro stessi che le spiegano non sono mai d’accordo fra loro; tutto quello che sanno raccontare del loro sovrano nascosto è un caos di contraddizioni; non dicono mai una parola che non possa essere bentosto contraddetta e tassata di menzogna. Si dice che sia estremamente buono, e nondimeno non c’è un solo uomo che non abbia a lagnarsi dei suoi decreti; che sia estremamente saggio, e nella sua amministrazione sembra che tutto sia al rovescio della ragione e del buon senso. Si glorifica la sua giustizia e i migliori suoi sudditi sono ordinariamente i meno favoriti. Si afferma che vede tutto, e la sua presenza non mette nulla in ordine. È, si dice, amico dell’ordine, e nei suoi Stati regnano la confusione e il disordine. Fa tutto da sé, ma gli avvenimenti raramente rispondono ai suoi piani. Vede tutto prima, ma non sa quello che succederà. Non si lascia offendere invano, eppure tollera qualunque offesa. Si ammira il suo sapere, la perfezione delle sue opere, e queste sono imperfette e di breve durata. Crea, distrugge, corregge quanto ha fatto senza essere mai contento della sua opera. Non cerca nelle sue imprese che la propria gloria, senza però mai raggiungere lo scopo d’esser lodato in tutto e per tutto. Non lavora che per il benessere dei suoi sudditi..., eppure alla gran maggioranza di costoro manca il necessario. Quelli che sembrano favoriti da lui, sono generalmente i meno contenti della loro sorte e li si vedono sollevarsi tutti contro un padrone di cui ammirano la grandezza, onorano la bontà, temono la giustizia e santificano i comandamenti che non seguono mai.

Questo regno è il mondo; questo sovrano è Dio; i suoi servitori sono i preti; i suoi sudditi gli uomini... Che bel paese!

Il Dio dei cristiani specialmente è un Dio che, come abbiamo visto, fa delle promesse per romperle, spande la peste e altre malattie sugli uomini per guarirli; è un Dio che uccide gli uomini per correggerli; un Dio che crea gli uomini a propria immagine senza prendere la responsabilità del male; un Dio che vide buone tutte le sue opere e s’avvide bentosto che non valevano niente; che sapeva che i due primi esseri umani avrebbero mangiato il frutto proibito e nondimeno punì per tal motivo tutto il genere umano. Un Dio tanto debole da lasciarsi vincere dal diavolo, tanto crudele che nessun tiranno della terra gli può stare al paragone. Tale è il Dio della mitologia ebraico-cristiana.

Colui che creò gli uomini perfetti, senza badare a che si mantenessero tali; colui che creò il diavolo, senza poter pervenire a dominarlo, è un imbecille che la religione qualifica sovranamente saggio; per essa, onnipotente è colui che condannò milioni d’innocenti per la colpa d’un solo, che sterminò mediante il diluvio tutti gli uomini, eccetto i pochi che costituirono una razza malvagia come la precedente; che fece un cielo pei pazzi che credono al Vangelo, e un inferno pei saggi che lo negano.

Colui che creò se stesso per mezzo dello spirito santo; che s’inviò come mediatore fra lui e gli altri; che, disprezzato e beffato dai suoi nemici, si lasciò inchiodare a una croce come un pipistrello alla porta d’una caverna; che si lasciò seppellire, che risuscitò, discese agli inferni, risalì vivente al cielo ove s’assise alla sua propria destra per giudicare i vivi e i morti, colui che ha fatto tutto ciò è un ciarlatano divino. È uno spaventevole tiranno, la storia del quale dovrebbe essere scritta a caratteri di sangue, poiché essa è la religione del terrore. Lungi da noi dunque la mitologia cristiana. Lungi da noi un Dio inventato dai preti dalla fede sanguinaria che, senza il loro nulla importante col quale essi spiegano tutto, non guazzerebbero più a lungo nell’abbondanza, non predicherebbero più a lungo l’umiltà, pur vivendo essi nell’orgoglio; al contrario sarebbero precipitati nell’abisso dell’oblio. Lungi da noi questa crudele trinità, il padre omicida, il figlio contro natura e lo spirito santo voluttuoso! Lungi da noi tutti questi fantasmi disonoranti in nome dei quali si abbassano gli uomini al livello dei miseri schiavi e li si inviano mediante l’onnipotenza della menzogna dalle pene di questa terra alle gioie del paradiso. Lungi da noi tutti coloro che, colla loro santa demenza, formano gli ostacoli del benessere e della libertà.

Dio è uno spettro inventato da ciarlatani raffinati per mezzo del quale si sono finora spaventati e tiranneggiati gli uomini; ma tale spettro svanisce quando venga esaminato dalla sana ragione; le masse ingannate s’indigneranno d’aver così a lungo creduto e getteranno in viso ai preti queste parole del poeta Heine:

Maledetto il buon Dio! Noi lo pregammo

ne le misere fami, nei freddi inverni;

lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:

egli, il buon Dio, ci saziò di scherni.

Speriamo che le masse non si lasceranno più a lungo ingannare e deridere, ma che verrà presto il giorno in cui immagini e crocifissi saranno dati alle fiamme, i calici e gli ostensori convertiti in arnesi utili, le chiese trasformate in sale da concerto, da teatro o da assemblee, e nel caso non servissero a tal uso, in granai e scuderie. Speriamo che verrà il giorno in cui il popolo, finalmente reso cosciente, si meravigli che tale trasformazione abbia potuto tardare tanto a compiersi. Questa maniera di agire corta e concisa si praticherà naturalmente solo quando la rivoluzione sociale che si avvicina scoppierà, e cioè quando sarà fatta tabula rasa dei complici della pretaglia: prìncipi, burocrati e capitalisti, quando lo Stato e la Chiesa saranno radicalmente soppressi.

I tessitori

Non han ne gli sbarrati occhi una lacrima,
Ma digrignano i denti e a’ telai stanno.
– Tessiam, Germania, il tuo lenzuolo funebre,
E tre maledizion l’ordito fanno.
Tessiam, tessiam, tessiamo!
Maledetto il buon Dio! Noi lo pregammo
Ne le misere fami, nei freddi inverni:
Lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:
Egli, il buon dio, ci sazïò di scherni.
Tessiam, tessiam, tessiamo!
E maledetto il re! de i gentiluomini,
De i ricchi il re, che viscere non ha!
Ei ci ha spremuto infin l’ultimo picciolo,
Or come cani mitragliar ci fa.
Tessiam, tessiam, tessiamo!
Maledetta la patria, ove alta solo
Cresce l’infamia e l’abominazione!
Ove ogni gentil fiore è pesto al suolo,
E i vermi ingrassa la corruzïone!
Tessiam, tessiam, tessiamo!
Vola la spola ed il telaio scricchiola,
Noi tessiamo affannosi e notte e dí:
Tessiam, vecchia Germania, il lenzuol funebre
Tuo, che di tre maledizion s’ordí.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

[Heinrich Heine, Die Weber, ballata pubblicata per la prima volta nel “Vorwarts!” di Parigi nel 1844, traduzione di Giosuè Carducci]

L’universo non ha una causa fuori di sé

Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab aeterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all’ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab aeterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna. E certamente in niun modo si potrebbe provare che delle due argomentazioni, se questa fosse falsa, quella fosse pur vera. Ma poiché noi siamo certi quella esser vera, il medesimo abbiamo a concedere anco dell’altra. Ora noi veggiamo che la materia non si accresce mai di una eziandio menoma quantità, niuna anco menoma parte della materia si perde, in guisa che essa materia non è sottoposta a perire. Per tanto i diversi modi di essere della materia, i quali si veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità né di mortalità si scuopre nella materia universalmente, e però niun segno che ella sia cominciata, né che ad essere le bisognasse o pur le bisogni alcuna causa o forza fuori di sé. Il mondo, cioè l’essere della materia in un cotal modo, è cosa incominciata, e caduca. Ora diremo della origine del mondo.

La materia in universale, siccome in particolare le piante e le creature animate, ha in sé per natura una o più forze sue proprie, che l’agitano e muovono in diversissime guise continuamente. Le quali forze noi possiamo congetturare ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in sé, né scoprir la natura loro. Né anche possiamo sapere se quegli effetti che da noi si riferiscono a una stessa forza, procedano veramente da uno o da più, e se per contrario quelle forze che noi significhiamo con diversi nomi, siano veramente diverse forze, o pure una stessa. Siccome tutto di l’uomo con diversi vocaboli si dinota una sola passione o forza: per modo di esempio, l’ambizione, l’amor del piacere e simili, da ciascuna delle quali fonti derivano effetti talora semplicemente diversi, talora eziandio contrari a quei delle altre, sono in fatti una medesima passione, cioè l’amor di se stesso, il quale opera in diversi casi diversamente. Queste forze adunque o si debba dire questa forza della materia, movendola, come abbiamo detto, ed agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili creature, cioè la modifica in variatissime guise. Le quali creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole siccome distribuite in certi generi e specie, e congiunte tra sé con certi tali ordini e certe tali relazioni che provengono dalla loro natura, si chiamano mondo. Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e modificar la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresì le distrugge, formando della materia loro nuove creature. Insino a tanto che distruggendosi le creature individue, i generi nondimeno e le specie delle medesime si mantengono, o tutte o le più, e che gli ordini o le relazioni naturali delle cose non si cangiano o in tutto o nella più parte, si dice durare ancora quel cotal mondo. Ma infiniti mondi nello spazio infinito della eternità, essendo durati più o men tempo, finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano.


[Giacomo Leopardi, Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, 1825].

Documenti relativi ai processi per la pubblicazione de La peste religiosa

Basta con la repressione. Attaccare lo Stato e i suoi servitori in ogni momento con qualsiasi mezzo

In Italia, come in tutto il mondo, il potere continua a reprimere le più elementari libertà collettive ed individuali con azioni coercitive, aggravate anzi dalla collaborazione di chi, come il PCI ed i sindacati, ha barattato la lotta di classe con poltrone del covo centrale statale.

Dal confino politico, di mussoliniana memoria, a cui sono stati condannati i compagni dell’autonomia romana, all’aumentare della repressione nelle carceri, si è giunti all’incriminazione delle opinioni: il 29 dicembre si è svolta a Catania la prima udienza del processo al compagno Alfredo Bonanno, della redazione della rivista “Anarchismo”, accusato di “istigazione a delinquere e apologia di reato” per aver scritto il libro, successivamente sequestrato, La gioia armata.

Il processo si è svolto, come ormai consuetudine, in un clima di forte intimidazione. La difesa del processo è stata immediatamente portata su un piano politico di attacco allo Stato, alle sue istituzioni e ai suoi paladini, dando un contributo chiarificatore del concetto anarchico di lotta armata.

La seconda udienza è stata fissata per il 28/1/77 sempre a Catania.

Nel frattempo la sbirraglia statale ha proceduto al sequestro di un secondo libro, La peste religiosa di Most, naturalmente preceduto da “normale” perquisizione, magnum 45 in mano.

Da notare che questo ultimo volume è la riedizione di uno scritto del 1880, già pubblicato dall’UTET, nella collana “Classici politici”.

Inoltre altri compagni hanno ricevuto un’ulteriore denuncia per la diffusione di un volantino, nel quale il processo era giustamente definito una farsa. Un’altra denuncia è stata fatta per un manifesto.

È chiaro che questo non avviene a caso: tutto ciò è infatti frutto di un disegno preordinato tendente a colpire non solo l’anarchico Bonanno in quanto tale, ma, tramite lui, quegli strumenti a cui egli collabora, quali la rivista “Anarchismo” e tutte le altre pubblicazioni ad essa affiliate, che cercano di portare un contributo anarchico allo scontro di classe esistente oggi in Italia.

I fatti fin qui enunciati, e molti altri ancora, sono indicativi del tentativo di germanizzazione oggi in atto nel nostro paese: la proprietà privata viene difesa col piombo e con le carceri, chi si ribella viene eliminato, la circolazione delle idee viene bloccata da sequestri e minacce di arresto.

Tutto parte da un unico covo terroristico: lo Stato.

Perché non chiuderlo?

Redazione palermitana di “Anarchismo”

Gruppo “E. Malatesta” FAI Palermo – 20/1/77

Repressione

Repressione significa carceri, manicomi, lager speciali, quartieri ghetto, polizia, magistratura, carabinieri ecc.

Repressione significa un morto ogni tre quarti d’ora e un ferito ogni quattro minuti sul lavoro.

Repressione significa crirninalizzazione del dissenso.

Repressione è il lavoro, il matrimonio, la famiglia.

Repressione significa anche aspettare che i “tempi siano maturi”, avere fiducia nelle istituzioni. Significa politica riformista del PCI, collaborazionismo dei sindacati.

Per arrestare la repressione bisogna attaccare lo Stato nelle sue componenti: polizia, magistratura, carceri, partiti politici (anche il PCI), sindacati, burocrazia, ecc.

Bisogna attaccare il capitalismo nelle sue componenti: fabbriche, banche, supermercati, centrali nucleari, ecc.

Bisogna attaccare l’ideologia nelle sue realizzazioni: giornali, televisione, musei, biblioteche, chiese, scuole, ecc.

La lotta contro la repressione non è un fatto di specialisti o di partito militare, ma è alla portata di tutti.

Fallo da te.

In meno di un mese, magistratura e squadra politica catanese hanno operato due perquisizioni per sequestrare il libro La gioia armata scritto dal compagno Alfredo Bonanno e La peste religiosa di J. Most, scritto nel 1880. Sono stati incriminati quattro compagni, è stato sequestrato un volantino e incriminato un manifesto.

Il compagno Bonanno è stato imputato di “istigazione a delinquere” e “apologia di reato”. La seconda udienza del processo sarà al tribunale di Catania, II sezione penale, alle ore 9 di sabato 28 gennaio 1978.

Redazione della Rivista “Anarchismo”

Catania, 23/1/78

Veglionissìmo di carnevale 1978

Oggi, al tribunale di Catania grande matinée precarnevalizia organizzata dalla magistratura cittadina con la collaborazione del PCI e delle organizzazioni sindacali e partiti dell’arco costituzionale. Il tutto in spirito cameratesco.

La mattinata sarà allietata dalla involontaria partecipazione del famoso terrorista anarchico Alfredo Bonanno, oggetto, per l’occasione, di un celioso processo in cui emergeranno conflitti di coscienza tra magistrati di vario grado già provati per aver dovuto assolvere 191 fascisti di “ordine nuovo” ed adesso costretti dal padronato a condannare un anarchico.

I finti capi d’accusa sono ormai noti: istigazione a delinquere e apologia di reato. Capita...

La giornata sarà allietata dalla partecipazione di polizia e carabinieri con i loro rispettivi costumi.

Verso fine mattinata sono previsti colpi di scena che non ci è consentito rivelare: possiamo solamente anticipare un assaggio gratuito dei famosi bignè alla PS e una coppa di champagne senza coloranti della rinomata marca “andreotti-berlinguer-lama”.

Tra i presenti verranno sorteggiati due premi:

Il primo premio è costituito da una ormai rara copia dell’opuscolo La gioia armata, scritto da Bonanno (rara in quanto sotto sequestro e corpo del reato).

Al secondo sorteggiato toccherà un altrettanto raro testo: La peste religiosa di Most, risalente al 1880 e che, ristampato, ha subito la stessa sorte del primo.

Venite tutti alla II sezione del tribunale di Catania alle ore nove di oggi 28 gennaio.

Buon divertimento...

Comitato meridionale
per la politicizzazione del Carnevale

Padre nostro... dacci oggi il nostro processo quotidiano

Il processo non ci è stato dato in modo proprio quotidiano perché polizia e magistratura catanese ci hanno lasciati a digiuno di processi per 44 lunghissimi giorni facendoci rischiare la morte per inedia.

Infatti l’ultimo processo che abbiamo subito è stato per il libro La gioia armata per il quale è stato processato il compagno Alfredo Bonanno già nel lontanissimo 28 gennaio scorso.

Comunque non ci si può lamentare della solerzia degli sbirri e della magistratura perché, nonostante tutto, sono abbastanza dinamici.

Per cosa vengono incriminati ora i compagni Franco Leggio e Alfredo Bonanno? Per avere pubblicamente vilipeso la religione cattolica, la divinità, i ministri del culto (alias gli avvoltoi neri che fino a ieri benedicevano le armi naziste e oggi si sbaciucchiano con Pinochet).

Il reato di questi compagni è di avere pubblicato in edizione economica (al prezzo di L. 700) un libretto scritto da Johann Most nel... 1880.

Lo stesso scritto, pubblicato dalla UTET nel volume dedicato agli anarchici della collana “Classici politici” non è stato perseguito perché “il volume è accessibile a pochi dato che costa 18.000 lire”.

Come a dire che quelli che hanno i soldi (i porci) possono leggerlo, quelli che soldi non ne hanno devono leggere solo “La Sicilia”.

Il disegno del potere è chiaro: per i borghesi, che hanno interesse a sostenere l’azione repressiva della religione, il libro di 18.000 lire è legale; ma se lo stesso testo, data la sua economicità, può raggiungere le classi più emarginate, i disoccupati, i sottoccupati, ecc., diventa illegale.

Ciò perché per questi ultimi, una demistificazione della religione e dei preti, braccio destro dei boia Andreotti-Berlinguer, può diventare un’arma di lotta contro i vari apparati repressivi.

È inutile dire basta alla repressione, se lo Stato si arma contro di noi armiamoci contro lo Stato.

Il processo ai compagni Leggio e Bonanno si terrà al tribunale di Catania il 13 marzo 1978 alle ore 9

Redazione rivista “Anarchismo” – Catania

7 marzo 1978

La polizia e la magistratura del compromesso storico incriminano e processano per vilipendio alla religione cattolica: un classico dell’Ottocento

Mentre i criminali responsabili della distruzione di Seveso continuano liberamente a distruggere la vita di migliaia di proletari.

Mentre i responsabili dello scandalo Loockeed continuano tranquillamente a governare e ad organizzare truffe.

Mentre il governo Andreotti-Belinguer taglieggia i bassi salari e costringe milioni alla disoccupazione e all’emarginazione.

Mentre i grossi capitalisti (molti di loro strettamente legati alla santa-chiesa-cattolica-apostolica-romana) continuano ad esportare i soldi, truffati ai lavorati, in Svizzera.

I nostri solerti magistrati e gli sbirri si danno da fare per mandare in galera chi lotta contro tutte queste porcate.

La magistratura catanese, coadiuvata dai suoi sbirri, ha incriminato i compagni Franco Leggio e Alfredo Bonanno per avere ristampato un classico anticlericale dal titolo La peste religione scritto da J. Most nel lontano 1880.

Ma più che per il libro in sé, gli sbirri incriminano i compagni perché hanno avuto la spudoratezza di realizzare un’edizione che per il basso costo (700 lire) risulta accessibile anche alle classi più emarginate, mentre la UTET – grossa editrice borghese – che ha pubblicato la stessa opera inserendola in un lussuoso volume della collana “Classici politici”, non viene incriminata in quanto fa pagare il librone 18.000 lire.

La magistratura, fedele espressione dello Stato socialdemocratico, si rende infatti conto che coloro i quali possono spendere 18.000 lire per comprare il libro (i porci borghesi) sono alleati dell’apparato repressivo religioso.

La preoccupazione della magistratura sta nel fatto che gli scritti di dissenso vadano nelle mani degli emarginati, dei sottoccupati e dei disoccupati, poiché possono aiutarli a riflettere sulla funzione repressiva della religione, della Chiesa e degli organi istituzionali in generale.

I compagni Leggio e Bonanno, dunque sarebbero solo colpevoli di avere realizzato un libello di militanza rivoluzionaria e di... avere stampato in copertina tre preti che cacano!

Il processo ai compagni anarchici Leggio e Bonanno si terrà al tribunale di Catania, prima sezione penale lunedì 13 marzo alle ore 9.

Edizioni La fiaccola – Ragusa

Rivista “Anarchismo” – Redazione di Catania