Titolo: “Negazine” n. 3 / 2019
Note: Questo foglio è stato redatto da anarchici
Contributo finanziario di Paolo Curri e Gennaro Campana
Redazione di Alfredo, Annalisa, Fabio, Jean, Mariangela e Nico
L’edizione inglese del primo e secondo numero è stata realizzata da Jean in collaborazione con Marco e altri compagni
L’edizione tedesca del primo e secondo numero è stata realizzata da Cyrill e da altri compagni di lingua tedesca
L’edizione croata del primo numero è stata realizzata da Marco
Disegni di Ugo Pierri
Copertina di Marco Formaioni
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Editoriale

Molto rumore per nulla. Questo rumore ci sembra sia, quasi sempre, diretto a cercare un semplificatore, da qualche parte e a qualsiasi costo. Per carità, metteteci davanti agli occhi un testo in grado di essere colto nei suoi più reconditi significati senza sforzo alcuno oppure, se proprio vogliamo darla giù dura, con sforzi piccoli, dosati e progressivi. Insomma, qualcosa da leggersi mentre si mangia a tavola, accanto a un piatto di minestra.

Niente che richieda una prima e una seconda lettura, nulla che costringa a riflettere per più di qualche secondo, giustappunto come prevede il codice dell’attuale alfabetizzazione.

Avendo affermato in molte parti dei due precedenti numeri di questo sforzo iniziato collettivo e arrancante su insostituibili punti di riferimento, che c’erano parecchi dubbi da chiarire e che non ci riusciva di farlo se non sollevando il ginepraio di altri dubbi altrettanto gravidi di future complicazioni, la cosa finiva per azzerare ogni speranza esplicativa in senso tradizionale.

Cari avventurati lettori, non è il caso di attendersi omogeneizzati di facile digestione e neppure pappine per denti deboli. Allo stesso modo non ci pare il caso che qualcuno, certo della robustezza dei propri denti, continui a masticare fuori tempo, finendo per mostrare il pelo sotto la cocolla.

Eppure continuiamo, se non proprio imperterriti, almeno con quel poco di coraggio che ancora nascondiamo in cuore, convinti che il cammino è lungo e gli ostacoli molti, in maggior parte indigeribili da stomaci deboli.

Conforto ai moribondi.

 

La Redazione
Agosto 2019

Il silenzio incombe

L’ostacolo davanti a noi, non ci dice nulla, siamo noi a coglierlo intuendone i contorni oltre i processi penetrativi e critici del possesso conoscitivo. L’insieme di questi ultimi non avrebbe mai prodotto una somma talmente alta da essere sufficiente a quello che la realtà ci mette dav anti, è intervenuto il silenzio, ciò che non può essere giustificato e che tanti cercano di capire, che noi stessi cerchiamo di dire con fatica inutile. Le parole non funzionano, non rispondono, scompaiono come gli oggetti comuni attorno ai quali ruota la vita di tutti i giorni. Il mondo non si individua più, oppure tarda a farsi avanti, a venire alla ribalta. Rimane sullo sfondo una sorta di proiezione di ombre e di luci che porta via l’antica freddezza oggettiva della conoscenza e la sostituisce con una specie di purificazione dove anneghiamo la nostra volontà di dominio per vederla rinascere sotto forme curiose di abbandono, di ossessionanti dimenticanze, di incomprensibili immaterialità. Non siamo più i custodi del tempio della conoscenza. Il silenzio avvolge in modo definitivo la parola. I fatti concorrono alla fissazione rammemorativa anche se non sono direttamente considerati da quest’ultima come punti di riferimento. Essi trapassano e decadono dall’attenzione modificativa, ma lo sforzo rammemorativo li colleziona in liturgie, in ripetizioni, in atteggiamenti periodici, che aiutano le parole a trovare un ordine estraneo al semplice rapporto che instauriamo tra la parola e l’impronta dell’azione. Spesso questo corteggio di fatti ha una tale pesantezza da condizionare la rammemorazione portandola lontano, verso ciò che non è degno di essere rammemorato, ma soltanto commemorato. Viceversa il riflettere sull’agire ha una sua solennizzazione nel riconoscimento delle condizioni specifiche in cui l’azione si è svolta, anche se interrotte, si trovano ora riassunte indelebilmente in un riquadro di tracce che non possono essere direttamente attinte e che la parola inutilmente cerca di raggiungere. La commemorazione lega insieme fatti non azioni e li modifica in procedure simboliche, le quali ripresentano la capacità di dare senso attuale, o percezione se si preferisce, a fatti del passato che oggi sono sostanzialmente mitologici. La rammemorazione, pure essa catturata nel ciclo temporale e spaziale, lo rifiuta in un punto zero che rende inutile la sua ricerca oggettuale dell’impronta e inutile il suo stesso esistere dal punto di vista della logica dell’a poco a poco. La perennizzazione che viene fuori è leggibile solo come modello logico del tutto e subito. Un tentativo disperato di dare vita con la parola, altrove, nel tempo e nello spazio dispiegati, a quello che non fu né tempo né spazio né parola.

Come può la vita sussistere, dimidiata e residuale, nel mondo derealizzato? A seguito dei nostri tentativi siamo noi a trasformare il mondo e a dialogare con il destino. Non finiamo di accettare la modificazione immediata, ma reagiamo nello stesso contesto inalberando il vessillo della perdita, la bandiera nera della rinuncia al possesso, al dialogo concessivo e interlocutorio, e quindi alla parola. Il comprendere, da questo momento, dal momento che inalberiamo la bandiera del vascello pirata, non è più estraneo al mondo, nuove possibilità si affacciano all’orizzonte, la paura cessa di farci tremare il cuore. Riconduciamo così la scomparsa della realtà alla misurazione e al terrore limitativo dei confini, ma non per questo possiamo non dirla esistente, anche se non direttamente esperibile nel mondo. I suoi simulacri sono ricavabili sempre sotto l’aspetto simbolico e analogico, perciò con tutte le stimme del possesso, sia nella rammemorazione che nello stesso destino. L’antica modulazione della realtà è perduta nel residuo così trasformato e in grado di trasformare il mondo, e questa è certamente una perdita, ma non è forse di spoliazione che stiamo parlando? La rinuncia all’intensificazione qualitativa, il dubbio contenuto nella domanda fondamentale, tutto qui?, non è una rinuncia all’azione, non è il segno dell’impossibilità ad andare avanti. Anche questo livello di interruzione va rammemorato perché divenga accessibile adesso, in termini fattibili, in quello che diciamo, per quanto si possa essere consci del rischio di un declino verso la pena, verso la difficoltà della melanconia. La parola cerca di insinuarsi nella perdita, ma non propone solo l’estrazione di una rinuncia al possesso, ribadisce anche l’aspetto produttivo della perdita, la sua apertura alla possibilità che il destino propone. Non sappiamo considerare quella tagliente domanda se non come la sola conclusione possibile dell’avventura diversa, non sappiamo farlo direttamente, per convincerci e garantirci nella forza in grado di affrontare la perdita, dobbiamo rammemorare l’avventura, non riflettere come se fossimo di fronte a un accadimento estraneo che turba fino a un certo punto. L’impronta stessa è simbolo e sostanza della perdita, sanguina perché è dolore e ferita, oltre a essere segno della forza. Se avessimo voluto conquistare il territorio della desolazione, strapparlo al deserto e portarlo come un vecchio trofeo nel mondo, avremmo dato vita a un ulteriore terribile fantasma. Non è coglibile direttamente questa nuova trasparenza derealizzata del mondo, se non con le parole. È condizione riduttiva certamente, eppure è la sola via possibile. Le parole cercheranno di coprire il fallimento di una presenza attiva, e diranno del nostro sforzo, del nostro coraggio e forse anche della nostra pazzia, e lo faranno nella rammemorazione, diranno cioè quello che la derealizzazione non è riuscita a cancellare. L’assoluta immobilità dell’uno che è non può essere detta a parole, come qualsiasi cancellazione della conoscenza, e mentre qui proviamo a dirla, siamo coscienti, forse meglio del migliore lettore critico, che quello che stiamo dicendo non arriva nemmeno alla dignità di tentativo. Ma si deve tenere presente che le parole risuonano in un labirinto e richiamano l’urlo straziante della perdita, esse sono così indegnamente in grado di cogliere solo una piccola parte della voce dell’uno agonizzante. Non è quindi la realtà che questo sforzo riporta nel mondo, ma un suo fantasma che può essere detto. Se fosse possibile portare la realtà all’antica trasparenza, questa verrebbe a essere modificata dal fantasma produttivo e inserita nella quantità, rendendo per altra via del tutto inintelligibile il mondo, ripristino della condizione precedente alla percezione.

Perché non rispondete? Gridiamo spaventati alle parole mentre il vento del deserto ci colpisce in pieno. Perché le nostre vecchie amiche non ci parlano più? Perché i nostri affetti tacciono? Perché i nostri amori più forti si sono improvvisamente allontanati? Nella desolazione, i loro richiami, i loro suoni portati dall’eco, i loro feroci rammarichi, ci sono, eccome, ma non possono essere intesi. La desolazione è solitudine, l’intensificazione è movimento di essenzializzazione. L’agire nel mondo, al di là della sua derealizzazione, ha bisogno di noi, di quello che veramente siamo, e finalmente non abbiamo più remore a diventare quello di cui la comprensione ha bisogno. La voce dell’uno che è, anche questa quasi inudibile, e di certo incomprensibile, ci arriva sforzata. L’essere che voleva il possesso, perfino dell’assenza, non è più. Non lo ritroveremo certo in una nostalgia utilmente vestita di parole. Nell’orrore stupito del mondo, la risalita contro la derealizzazione apre a una penetrazione diversa nelle tenebre. L’orrore è nella luce, ed è per questo che l’abbaglio luminoso lo rende incomprensibile ai più, ricoperto dall’apparenza, ma lo scavo va nel profondo, dove c’è solo desolazione e così splende di una luce nera, di un’opaca indicazione altra, riproduce l’assenza che avevamo intuito, solo intuito, nel mondo, ma la riproduce attuandola, e così, senza parole e senza occhi, accecati nel buio del deserto, con la faccia coperta dalla sabbia della desolazione, cogliamo il segreto dell’unità, udiamo una piccolissima eco della voce dell’uno che è, e ci troviamo di fronte al tremendo che era stato mandato via dal mondo, e questo tremendo è la comprensione che si intensifica.

Chi non avrebbe paura delle mostruosità umane che regolarmente si compiono, coperte appena dal velo trasparente di un pluralismo ragionevole? Inoltre, queste oscenità sono tutte compresenti oggi, come duemila anni fa, sul tavolo degli umani accadimenti, sono continuamente spiattellate, oggi più che mai, vista l’efficienza divulgativa raggiunta, e tutti se ne sono fatti una ragione, per l’appunto una ragione pluralista e benpensante, una ragione che, alimentata da teorie simili a quella che qui viene appena accennata, consentono di dormire la notte sogni non molto agitati. Tanto lavoro per nulla, è questo il pensiero che viene in mente ai poveri di spirito, a tutti coloro che vedono, appunto, nella melanconia, la perdita, semplicemente la perdita. I mostri che vengono prodotti nella modificazione si riconoscono come tali soltanto a posteriori. Sulle prime hanno tutti l’apparenza di difensori delle regole e della convivenza civile. La pace è una costruzione apparente, fragile quanto l’equilibrio che non sana la malattia fondamentale di qualunque conquista, l’incompletezza. Non ci sono fatti, anche fra persone, non solo fra Stati, che non contengono un fondo di falsità cementato altrove, ma questo altrove concerne l’assenza che può essere esperita solo dai singoli, mai dalla collettività. Una esperienza collettiva può ricevere qualcosa dalla trasformazione attiva operata dai singoli, ma solo a posteriori e nell’ambito ristretto di una rinnovata percezione delle regole e della nuova sicurezza. Il dominio, anche se pattuito, è sempre dominio, sia pure di delegati, sia pure di delegati revocabili, e va sempre combattuto.

Il silenzio desolato del territorio della realtà è semplicemente totale, cioè assoluto, assolto da qualsiasi contatto che lo obblighi ad ammirare un qualcosa più potente di sé. Ma questa condizione non crea un mondo, non realizza una percezione da parte nostra, non si lascia circoscrivere ad arbitrio come semplice causa degli oggetti. Lo spazio e il tempo sono produzioni decise, cioè percepite, fissate come coordinate logiche che danno vita al cono percettivo in cui facciamo la separazione tra qualità e quantità, creando un mondo nostro che, a sua volta, condiziona alla quantità e condanna all’abbandono della qualità. Questo mondo fondato sul limite, può essere ammirato quanto si vuole per le garanzie che produce, ma è sempre un mondo di apparenze e di finzioni che obbliga l’uomo a seguire la propria volontà in imperfezione e doppiezza. L’assenza, nel mondo invisibile, come contropartita di queste imperfezioni e di queste falsità, è una specie di enigma insondabile per la ragione che ipotizza solo, e tristemente, il suo illimitato sviluppo di potenza, per condurre il fantasma sotto il dominio della percezione specificante. Ma per quanto si possa allargare la percezione a un mondo sconfinatamente grande o piccolo, resta sempre un’assenza che possiede un significato privo di senso, un significato che sfugge, che sfugge alla cattura da parte delle regole, e che pertanto non è un vero e proprio significato.

Nessuno dei fantasmi, dei quali il filosofo ha sollevato il velo pudico che li nascondeva, può essere guardato in faccia. L’orrore del delitto sarebbe allora evidente. Delitto che si riassume nell’itinerario produttivo della caverna dei massacri. Dopo, soltanto un brandello di muro, poche pietre annerite, tarde a morire, resistenti allo strazio, alla libidine distruttiva. Il giorno dopo pensiamo a lungo a una ricomposizione geometrica. Deve essere rimasta da qualche parte una traccia del primitivo progetto, niente, un completo deserto impassibile. Si nasce fortezza e si muore baracca abborracciata, approssimativa, rudere insensibile, spento. Si getta un urlo alla nascita ed è sùbito un rantolo di morte. Guardiamo la forza dell’estate, orrido dominio nel deserto, insostenibile e lunga battaglia, pura d’anticipo, conclusa con il silenzio tenue dentro di noi, un pigolio di passero povero e senza pretese. Che possiamo contrapporre, oltre al nostro coraggio, per frenare il progetto? Lo mettiamo alla finestra come una bandiera, ma avremmo bisogno di altre risorse, un oscuro incastrarsi di metalli mordenti l’aria attorno, perfetto, così compatto da fare gelare il vento torrido. Ma lo vogliamo usare? Oppure siamo venuti fin qui semplicemente per tremare nella calura implacabile e silenziosa? Custodiamo segretamente dentro di noi il deserto, la solitudine, perpetuiamo la desolazione per amore di stupire davanti all’immensità dell’uno che è. Il deserto non è uno spazio riservato ai pensieri segreti. È aperto fisicamente alla disponibilità a coinvolgerci, non c’è nulla che possa convincerci a non fiorire, fiore solitario, in mezzo a quella desolazione, bizzarra, piccola anomalia priva di fondamento, ma non sradicabile, remota alle pagliacciate del mondo eppure capace di essere essa stessa fiore da pagliaccio, da cui viene fuori improvviso lo spruzzo dell’ironia e del disprezzo per la sacralità codificata, misurata e corrisposta come sigillo e riconferma della stabilità cimiteriale.

Da dove e verso dove si possono rinvenire ideali in un mercato? E la vita, nei tempi che ormai ci avvolgono tutti, non ha imparato a uccidere tacendo in modo da sostituire le grida degli acquisti e delle vendite che si alzavano forti in Borsa, mentre adesso tutto accade nel silenzio delle apparecchiature digitali? Anche in assenza del fracasso la melma sanguinosa continua ad accumularsi. Dal possesso traiamo la forza per avere non solo la conoscenza e il dominio ma anche per conoscere e dominare noi stessi. Se consideriamo questo un punto di arrivo, nel senso antico che la forza è vita, avremo fatto metà e forse meno del cammino, resteranno in piedi i problemi e descriveranno tutta la loro pregnanza. Dobbiamo cercare di andare in profondità, di cogliere quello che è nascosto dietro questa forza, se non vogliamo che tutto anneghi in una tenzone muscolosa, per noi persa in partenza. Nasciamo alla vita nella forza ma l’apprendere non è fatto solo di forza, anche se questa vi gioca un ruolo fondamentale, c’è nello stesso possesso della conoscenza un apprendere a gestire la volontà, un apprendere a non lasciarsi gestire. Il critico negativo lascia la protervia e l’arroganza, e con ciò, sia pure in parte, lascia anche la paura. È con questi tentativi, in fondo tutti fallimentari, che ci educhiamo alla perdita che comincia con una maggiore difficoltà nell’acquisizione e sempre maggiori dubbi riguardo le certezze di fondo. Intravediamo in questo percorso un paesaggio di distruzione e ne soffriamo, è la pietà per il mondo che vediamo crollare attorno a noi, catturato dall’appiattimento, quel mondo che avevamo immaginato divino e che avevamo creato a immagine della perfezione armonica. Possiamo alla fine subire questa condizione di nuova instabilità di coscienza come marionette, e possiamo farla propria abbandonandoci a cogliere diverse sensazioni che a poco a poco non ci dicono nulla ma che, nella logica del tutto e subito, si sarebbero potuti rivelare capaci di farci cogliere e di coglierci in una condizione essa stessa diversa. Siamo pronti a cedere al di là dei nostri stessi limiti, siamo pronti per la resa definitiva. Sappiamo che la vita nella desolazione è un’anomalia pericolosa, ma non ce ne importa, questa esperienza nuova si fonda proprio sulla perdita di noi stessi. In questo modo la più bella terra del mondo è un deserto senza significato. E gli appagamenti che aspettiamo dall’insorgere impavido, costante, sconsigliato dai più e spesso foriero di tristi conseguenze, almeno per quella tranquillità che resta comunque uno degli obiettivi più desiderati. Niente. Allo stesso modo della conquista si avverte alla fine, comunque vadano le cose, un senso di perdita. Non c’è maniera, nella vita, di possedere qualcosa senza reticolati e fuochi di sbarramento. Anche qui si ammette la separazione assoluta dell’essere e del nulla. Invece, noi abbiamo già dimostrato che l’essere e il nulla sono la stessa cosa o, per parlare secondo il linguaggio di questa obiezione, che non c’è nulla che non sia uno stato intermedio tra l’essere e il nulla. Il filosofo penetra ancora più a fondo nella distinzione indistinguibile. I risultati sono sempre quelli di già conosciuti. Hegel è un uomo ragionevole, un ragionevole padre di famiglia. La matematica deve i suoi più brillanti successi a questa determinazione che l’intelletto contraddice. La parola assegna confini alla realtà e consente la percezione che la taglia via. Può esserci parola di grande valore artistico, ma la qualità è l’assolutamente altro, ciò che vive lontano dalla molteplicità degli eventi derealizzati, nei riguardi dei quali resta assente, salvo risibili residui trascurabili anche se a volte indicativi di quello che si è perduto. La parola vuole vincere insieme al referente che vuole persuadere, ma è il convincimento di chi persuade che si mette l’armatura. Arretriamo davanti alla mancanza di coraggio e anche davanti alla persuasione, non ci vogliamo fare coinvolgere nello stupido gioco della credenza nel mondo. Quando e quanto può essere amabile l’apparenza, lo sappiamo e lo ammettiamo a priori, nella sua chiarezza da voltastomaco. Non vogliamo essere arruolati né omogeneizzati in qualcosa o in qualcuno, lasciateci nella solitudine della sofferenza, è questo il solo modo che abbiamo di raccogliere le poche forze, a un certo punto è stupido presumere di averne d’avanzo. Vogliamo centrare queste forze dell’attenzione sull’assenza che in questi ultimi anni si è fatta sempre più vicina, anche se è rimasta silenziosa. Ci piacerebbe renderla inconfondibile dalle tante assenze che pullulano nel mondo, quelle che inviano solo le proprie rappresentazioni, le proprie apparenze, assimilazioni che vogliono apparire inassimilabili, ci piacerebbe ma non è facile riuscirci. È una via di uscita verso l’apertura? Non lo sappiamo. Non sappiamo nulla dell’assenza, della sua natura esodale, solo che è la parte mancante di ciò che percepiamo, ma non può darci una mano nel prendere congedo, la guardiamo come potremmo guardare la notte di un cieco, ma non è la decisione di andare giù che cerchiamo e nemmeno la forza per farlo. Né cerchiamo più le laconiche negazioni della critica, le tante discussioni anatomiche, né il perdono o un azzeramento, l’oblio. Cerchiamo ciò che si nasconde dietro la doppiezza della tolleranza che non è la qualità forte ma semplice apparenza per camuffare la negligenza. Cerchiamo ciò che sta nel buio, nella notte del deserto, non la vuota indifferenza che si acquatta dietro il falso compiacimento turistico dei panciuti bevitori di birra. Ci indirizziamo verso il territorio desolato, anche se sappiamo che nella desolazione non potremo conquistare nulla, anzi è proprio per questo che insistiamo nel nostro obiettivo. Non cerchiamo né cogliamo, veniamo colti.

Occhi che guardano senza vedere, se vedessero si chiuderebbero inorriditi e lo stesso silenzio, come segno di assoluto disinteresse e di profonda incomprensione, non basterebbe a rassicurarli per una prossima apertura. Riflettiamo un momento sulle condizioni del vedere, qui e ora, quello che non è visibile a occhio nudo, non è platealmente nostro fin da subito, ma richiede una riflessione, un approfondimento che suggerisca la via verso ciò che sta dietro, in quelle parti remote del dire che sono, in fondo, la sostanza medesima di quello che giustifica lo sforzo di mettere insieme le parole. Perché mai avremmo dovuto darci tanto pensiero e concludere a tanti sforzi, per fare questo foglio che veniamo pubblicando se non avessimo avuto l’intenzione (o il sogno?) di andare a guardare, una sola occhiata, si noti bene, dietro le parole che stiamo biascicando e che tanti ci rimproverano per la loro disavvedutezza? Raccogliamo tutte le intuizioni che la desolata distesa della realtà mette a disposizione, allo stato qualitativo puro, senza contaminazione di senso, senza prospettive ambiziose di possesso, come voce dell’uno che è, massima apertura in una massima intensificazione. Allora avvertiamo, consegnandoci, che ci distendiamo ovunque, non patiamo più limiti e confini. La distesa è assoluta in noi e fuori di noi, proprio per l’assenza di queste due condizioni come qualcosa di contiguamente contrapposto. Facciamo finalmente ritorno alla vera casa, ogni tensione dello sguardo non riflette l’altro o l’assenza, ma solo la presenza, siamo presenti a noi stessi, siamo noi la qualità che si muove intensificandosi, storcendosi nella profondità infinita della propria concentrazione. Siamo radicati nel nostro, e questo nostro è tale che non occorre lottare per possederlo, non occorre che qualcuno ci riconosca in nostro possesso, siamo noi stessi che siamo finalmente nostri, quello che volevamo diventare e che nessuna assommazione poteva raggiungere. Ora la modificazione è lontana, il vento soffia forte e reca gli odori della desolazione. Siamo vivi e in perfetta adesione con noi stessi, non occorre più qualcuno che ci venga in soccorso, saremo noi a decidere, ma solo per incapacità di andare fino in fondo. Non possiamo parlare dall’interno della intensificazione, nuove ondate sempre più complesse lo impediscono. Ci limitiamo a balbettare. Ci inoltriamo più a fondo, fino a una specie di rivisitazione qualitativa di ciò che non siamo mai riusciti a diventare, ma che ora semplicemente siamo perché è proprio così che siamo, proprio questo e non altro. I limiti alle norme sono lontani, non hanno vigore nel deserto, mancano i punti di riferimento essenziali che li producono e li giustificano, mancano le parole.

Nessuna possibile intensità è all’orizzonte, eppure a volte sentiamo un movimento sconosciuto e indistinto nell’organizzazione delle nostre conoscenze che sconvolge ogni ritmo modificativo, ogni dinamica dell’apparenza. Abbiamo affrontato lunghi scontri con la pesantezza della nostra bardatura culturale, e poi con le parrucche ideologiche che pretendevano di essere comunque sdoganate. Temperie contrastanti, niente delle parole può essere gettato attraverso la derealizzazione. Qui regna una sorta di effusione timbrica che viene fuori dalla intensificazione riduttiva, anche con piccole variazioni. Nella vita c’è un ritmo assoluto che si chiude in se stesso come in una sincope musicale che insiste solo sulla totalità, un universo completo che incanta e appaga come nella fatica amorosa. Il resto accade, l’agire trasforma. Non dico che non sia possibile una reminiscenza, un improvviso obnubilamento, una variazione. Dopotutto la totalità non mi appartiene, se la vivo, non per questo posso mettermela in tasca. Sarebbe una pretesa assolutizzante, come il volere catturare le fiamme di un incendio. Il carattere del fuoco è proprio in questo suo continuo balenare sempre in forme differenti, una pura aspirazione, una irruenza impensabile, una capricciosa purezza munita tuttavia di una logica intrinseca, anche se non catalogabile. Il desiderio di vivere è parte, marginale, di questa bizzarra condizione. Divampa e si spegne, rinasce a nuova vita e torna a spegnersi.

Il moralista si accorge quando il guaio è fatto e si limita a denunciarlo, non può certamente porvi rimedio. Il fare è pieno della coscienza che ne abbiamo, non possiamo reciprocamente convertirci con esso, c’è un surplus che se non è la completezza è di certo più ampio di quello che possiamo conoscere. Questa differenza cerchiamo di completarla con la rappresentazione senza riuscire nell’intento, questo è evidente. La convenzionalità di questo tentativo è anche essa un patto, ma carico degli elementi prodotti apposta per coprire e nascondere quel complemento di significato che la percezione ha paura di consegnare semplicemente alla conoscenza. Sappiamo che il meccanismo riproduttivo del mondo è immenso, e sappiamo pure che è condannato all’indeterminazione, ci illudiamo però che una combinazione molto articolata di segni e proposizioni possa avviarci alla completezza. In effetti questa aggiunta convenzionale, come qualsiasi altro prodotto della immediatezza, qui trova il suo utile impiego e anche la propria fine. L’assenza, di contro, si impone alla nostra intuizione, presenta aspetti che non sappiamo spiegare con mezzi di bottega, chiama a responsabilità che ci erano ignote. Questo appello non possiamo tradurlo semplicemente in una variazione di quello che produciamo quotidianamente nell’immediatezza, esso ha voce diversa, non veicola fatti concettualmente legati a corrispondenze preordinate, apre a orizzonti diversi, che non hanno i limiti e la parziale visione di vita a cui siamo abituati. Rendersi conto di questa possibilità conduce lontano, forse è proprio qui il centro del problema che molti risolvono col silenzio. Tacere ha da sempre sostituito un difficile dire, camuffandosi di supponente cognizione per illuminare il tutto senza accendere nessun fuoco chiarificatore.

Ecco la necessità del dire, risposta alle domande che la realtà continuamente ci pone e che ci obbliga a fronteggiare con risposte. L’opportunità di un controbattere che tenga conto dei pregiudizi del moralista è di certo discutibile, anche se non possiamo del tutto mettercela sotto i piedi. Costui, come tutti quelli del suo mestiere, nasconde la verità così bene da non trovarla più nemmeno lui. La specificazione percettiva è progressiva, cioè non cristallizza l’oggetto, sottraendolo a ogni ulteriore separazione, ma apre a un processo verso la suddivisione, verso l’aggiunta. Ciò corrisponde all’affievolimento e alla intensificazione della relazione complessiva che manteniamo col mondo mano a mano che lo creiamo percependolo, ma consente di cristallizzare strutture utilizzabili che prendono sempre più la vicinanza con la forma che avrebbe potuto caratterizzarle se non ci fosse stato l’allontanamento del senso. La compenetrazione assoluta tra forme e strutture ci è ignota, appartenendo a un non ancora percepito e l’esperienza che facciamo nell’agire della diversità non corrisponde con la forma. Infatti nell’azione non abbiamo una esperienza puntuale della quantità, sia pure unita alla qualità, che sarebbe impossibile, ma solo della qualità. La forma è invece la qualità unita alla quantità, di cui abbiamo una esperienza indiretta attraverso la struttura che può darmi indicazioni, sia pure minime, sulla condizione del mondo precedente alla nostra creazione. I limiti alla logica affrontano aspetti della forma delle strutture e sono, nel mondo, essi stessi strutture, cioè oggetti, ma indicano la indiretta percezione di una forma che, a sua volta, indica un residuo della remota qualità che, per semplificazione essenziale, è dichiarata assente nel mondo. Un muro scalcinato con una macchia rossa. Un cuore forte che resiste da tempo, da tanto tempo, alle scosse improvvise dovute alle inquietudini, la mano preme sul petto e non sente i suoi colpi, che pure salgono ad avvertire crudeli nel momento del pericolo. Crudeli ma indispensabili, colpi che mettono sull’avviso e sciolgono dalle facili illusioni. Ascoltiamo sempre questi movimenti in cui tutto nel corpo fa appello al segnale del cuore. Inseguiamo, cerchiamo, ripetiamo i percorsi fatti, tempesta per tempesta, fantasia per fantasia. Ogni slancio è rimasto impresso sulla pelle come una cicatrice, non c’è titubanza che non ricordiamo con rammarico e che non abbiamo provveduto a riempire con un gesto eccessivo, schiumanti di rabbia contro noi stessi per le nostre debolezze. La vita, dopo, un modo di coprire la solitudine e di imparare a viverci dentro.

Potremmo lavorare all’infinito sull’impronta delle parole se non intervenisse il destino e la sua verifica attraverso la possibilità. Il nostro cuore soffre per quello che in esso l’azione ha scavato fino a farlo sanguinare, ma è la possibilità che ci viene dal destino a segnare la strada della trasformazione. Se non ci fosse questa apertura al mondo della modificazione, finalmente arricchito di nuove possibilità, trasformazioni reali di ciò che appare statica ripetizione nell’eterno modificarsi dei contorni, non ci sarebbe che l’intima vicenda del coinvolgimento, una visione banalmente solipsistica della nostra avventura nella vita. È il destino, da noi trasformato grazie all’impegno che legge l’impronta, grazie alla nuova possibilità, mentre traduciamo in parole quella lettura. Il dire nasce da questo duplice movimento. La parola di cui esso è portatore non è il comune resoconto, ma il penetrante relazionarsi tra l’esterna possibilità del destino e l’impronta interna, due movimenti che vengono fatti combaciare, nella migliore soluzione, dall’intero processo della comunicazione, se questa ha un senso e non permane nel ruolo inesplicabile, ma a volte incoercibile, di banalità sonora. Alla fine lo stesso contenuto diventa inaccessibile e la volgare universalità del di già detto si atrofizza in qualcosa che ha solo l’apparenza della superiore vacuità dell’intuizione non ancora detta. Da quale parte sta l’illusione, nell’azzerare il mondo bombardandolo, milioni di morti, oppure nel fare finta che non esista come è di fatto, davanti a noi, nella sua avvilente corposità? Al di fuori del dramma della quotidianità non c’è nulla. A un certo momento questa recita si arresta, di colpo, essendo ogni preavviso una farsa recitata con più o meno consapevolezza, e non c’è altro. E della carne, dei nervi, degli organi? Nulla di più dei sentimenti o di ogni altro desiderio più o meno consapevole. In questa capacità di cancellazione, che la realtà possiede contro ogni logica e al di là delle sottigliezze dell’umano sapere, non c’è che la vita nell’attimo che la si vive, un salto nel buio, nel corso del quale è bene chiudere gli occhi, per poi tenerli aperti sulle conseguenze, che a volte sono estremamente dolorose.

Ora, di fronte a tutto questo, un arcigno giudice si siede discosto e aggrotta le sopracciglia. Non capiamo niente di quello che ci viene servito grazie alla disponibilità di carta e inchiostro. Tutto questo ci sembra uno spreco e una superba dimostrazione d’impotenza comunicativa. I suoni si susseguono ai suoni ma il susseguente non chiarisce il precedente, non getta una luce ma, il più delle volte, produce maggiore oscurità, come se ci si inoltrasse in una caverna senza sbocchi e senza aperture finali. Un cattivo scherzo di una mente malata. Oppure no, non vogliamo essere cattivi, non poniamola sul piano della deformazione patologica, che poi ci rimproverano di essere favorevoli alla pulizia mentale, ma il balenio di un ragionamento che si è avvoltolato su se stesso e non riesce a spiegare. Ecco. Perché a che serve un ragionamento se non spiega i punti da cui parte? Promettendo bene e razzolando male?

Buon viaggio, amici miei.

Alfredo M. Bonanno
ottobre 2018

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La paura dell’abbandono

Lasciatemi andare al vostro fianco. / Avrei voglia anch’io di nascere! Urlava Goethe per fronteggiare le sue paure di fronte a quello che gli appariva, solido e feroce, davanti agli occhi. Le parole non sposano l’eccesso, quest’ultimo non è un comiziante, e se qualche volta lo mimano dando fiato alle trombe, si tratta di propaganda che cade fuori del terreno significativo. La perfezione dell’eccesso è nell’abbandono, nel sobrio instaurarsi della capacità di intuire la diversità. Il coraggio di cui ha bisogno l’abbandono non è irragionevole, lo si può valutare negli altri, vedendo il loro assetto regolamentare, sono sempre nel campo, anche se si apprestano a partire. La violenza è vissuta dai paurosi come comportamento impensabile, non così dall’eccessivo che se si abbandona all’intuizione dell’assenza, le parole critiche che ingannano il mondo, le ultime dell’apertura, precedenti al suo mettersi in gioco, sono implacabili ma hanno una coerenza che continua a rispettare le regole, in caso contrario tacerebbero perché ormai vuote di ogni possibile significato. Al di là l’individuazione, che raccatta briciole di senso, nulla di quella primitiva esplosione, l’antico contenuto, vibrante di un suono irrepetibilmente vitale, si decompone nell’estrema pretesa di ripresentarsi in altro agire, in nuovo sforzo esplosivo, privo di settori e cunicoli di significanza, un tutto paurosamente interno a se stesso, ispirazione e creazione, non separazione e senso. Nel fare, tutto è distinzione, la logica che lo regge cerca di individuare, con la maggiore specificazione possibile, ogni partizione. Ma nessuna distinzione è possibile in base alla semplice ipotesi di sfondamento diretto del velo derealizzante. Il fallimento è sempre la sua conclusione. A un certo punto mi fermo perché vedo il risultato del rigetto, sufficiente a reggere l’apparenza che tralascia le pretese di certezza che avevo alimentato all’inizio. I distinti non possono trarre alimentazione dai loro contrari, in un vero dialettico povero, immiserito di fronte alla grande pompa della dialettica madre, che fallisce per motivi suoi, perché nel contrario sta la stessa malattia, l’incompletezza. Ora, l’unione di due incompletezze genera nuova incompletezza, ancora più grande. È la realtà che potrebbe dare corpo in modo diverso alla singola specificazione e quindi dare vita e distinzione reale e non apparente, ma ciò non può accadere. Solo il rigetto radicale trasforma adesso la realtà. Le antiche distinzioni rammemorate non sono più le stesse di prima, non solo quantitativamente, che ciò sarebbe mera considerazione modificativa, ma effettivamente, nel loro profondo senso di vita. Torneranno certamente i calcoli di convenienza, ma faranno modificare qualcosa che è stato trasformato, anche se di questa trasformazione la parola è povera comunicatrice. Dentro di noi agisce un demone che sollecita alla realtà e nulla nell’espressione della regola derealizzante potrà mai quietarlo. La regola non potrà tradurre questo impulso intuitivo al semplice abbandono nelle braccia dell’assenza, in qualcosa di comprensibile e giustificabile. Resterà sempre un sogno, un bambino che sorride felice nelle braccia della mamma.

Frenare, ecco il segreto, anche quando si è proprio sul punto di andare oltre. Ma oltre, dove? E se dietro l’asta messa troppo di lato delle parole si nascondesse un tranello, un pauroso baratro dove finiremmo per precipitare tutti e tutto in una volta? Nessuno può escludere che questa tensione estrema non si concluda tristemente, ridotti in briciole, noi e i nostri impavidi sogni di un tempo, quando avevamo il cielo delle certezze sopra di noi. Secondo il proverbio, il debole nel coraggio è forte nell’astuzia. Alzare ostacoli, alla fine dell’itinerario equivale a frenare il disastro che continua il suo compito di svelare, con ottusa intenzione dissacratoria, davanti ai nostri occhi, quanto siamo stati cancellati, ridotti a carta velina quasi trasparente. Siamo quindi davanti a due forze contrastanti, da un lato portare alla luce, dall’altro resistere cercando di occultare. Un albero piccolo e tarchiato, quasi abbandonato dagli altri alberi, isolato come se qualcuno ci si fosse impiccato, un albero carico di languore e disperazione, un albero che non viene neanche visitato dalla luna, né rinfrescato dal vento. Un albero immobile, senza visitatori con le ali, un albero che porta con sé la realtà e che si tiene su quattro ossa calcificate dal tempo. Un albero che non possiamo cancellare dalla memoria, un albero che è l’albero maledetto che avremmo voluto abbeverare, curare, potare con le nostre mani incapaci, e che invece abbiamo conservato così com’era, più morto che vivo, nella memoria, un riflesso della morte in attesa, un lampo, un attimo. Pervenuti per vie traverse alla soglia, non troviamo migliore modo per tornare indietro di lasciare cadere ogni possibilità, come un peso che scivoli dalle mani. L’indugiare sulla soglia dell’apertura è una delle indicazioni più certe della rinuncia. Il salto è altra prospettiva, taglia alla radice e non ammette tentennamenti. Posso andare assolutamente oltre e non tornare più indietro, ma di questa eventualità non c’è nulla da dire, il lirismo assoluto non lo si traveste con parole. L’indugiare invece fa parte del saluto sul rogo, del voltarsi indietro verso il mondo degli strumenti e dei metodi, condensato di insoddisfazione. L’intuizione è l’ultimo livello della quantità che resiste e non vuole scomparire del tutto, una resistenza che si fonda sempre sulla conoscenza, ma è anche la soglia stessa dell’assenza, tutto quello che si accenna nell’intuizione, che non si oppone ma viene incontro cogliendoci.

Basta cercare regole, non si è posseduto nulla di certo partendo da regole per quanto confortanti siano. La paura di ciò che non può essere calcolato, quindi previsto, cioè posseduto e, alla fine, controllato, regge la tecnica e le fa alzare gli occhi verso il profitto, anche questo ben calcolabile. E poi? Oggi sappiamo che non esiste la certezza matematica, se si eccettuano le banali tautologie, attente solo a facilitare le difficoltà umane del comprendere, piacevolezze da dessert, altro che affermazioni di libertà. Nell’esperienza della qualità siamo tutti in una situazione in cui molte delle nostre funzioni immediate sono contratte al massimo, come se fossero inesistenti. Se qualcuno ci parlasse potremmo anche non sentirlo, o sospendere le sue parole carezzevoli rinviandone il significato a una condizione ulteriore, più propizia. Tutti siamo al timone della nave che è salpata, non possiamo avere che le relazioni di bordo, non quelle che abbiamo lasciato sul molo. Lo spirito pratico è qui al lavoro. Il risultato è sempre la bottega da mettere in ordine. Nessuna trasfigurazione è possibile e la qualità continua a dormire i suoi sogni inverosimili nella radura al centro della foresta. Non è nemmeno più questione di coraggio, si tratta di disposizione ordinativa inversa. Tutte le forze sono dirette alla quantità, meravigliosamente un mondo perfetto viene ordinato in tutte le sue parti, un mondo destinato a crollare miseramente al primo vero e proprio battito di paura. Il fare è assillato da preoccupazioni e inquietudini, anche quando si mostra in un’apparenza di sé certa del processo che la compendia. Tanto più forte questa certezza e tanto più insicuro appare l’insieme del meccanismo culturale dell’accumulo. Mille fili periferici riportano nel privato le condizione del fare nel suo insieme, riproponendo i medesimi quesiti. Ci sarà mai una completezza? Che riserverà il destino? Quale la reale differenza tra necessità e possibilità? L’antica tirannia del singolo progetto fattivo si è adesso modificata nella nuova tirannia del molteplice, ma le leggi sono rimaste le stesse, a reggere il tutto, regole espresse in vari modi, le parole sono duttili e flessibili, regole fra di loro scambiabili. La chiarezza fittizia fa vedere la parzialità come sollecitata a una spinta verso la totalità, ma è una illusione, non ci sono più centri di potere completamente in grado di indirizzare il fare nel suo insieme modificativo, anche quando riaffiorano soluzioni totalitarie, opposte soluzioni cosiddette assembleari, l’antinomia solo apparente, assume peso quantitativo solo nelle conseguenze immediate: massacri, morte, disperazione, comunque abbastanza pienamente distribuiti. Diversa la percezione dell’appiattimento. Pure trattandosi di una sorta di fatalità inesorabile, poste le condizioni generali della tecnologia derealizzante, il rendersi pienamente conto di quanto si è ridotti ai livelli percettivi e culturali assai vicini all’idiozia, non è faccenda semplice e non avviene per tutti alla stessa maniera. Intuire la miseria rende assai difficile una sorta di possibile ritorno a condizioni quasi accettabili di minore immiserimento. Di fronte a simili tensioni le barriere interiori di salvaguardia crollano facilmente.

Spezzare l’ingegneria riformatrice e saltare via, mettendo da parte i propri possessi, perfino tacendo di fronte a ciò che indicibile come esperienza e vuoto come prospettiva, è la strada per fronteggiare l’immiserimento. Quali paradossali condizioni si prospettano? Sono forse finite le imitazioni di cui ci siamo pasciuti finora? Non è un ulteriore immaginare qualcosa che è solo apparentemente quello a cui andiamo incontro? La realtà, l’esperienza che facciamo, è di certo bene, ma questo bene non ci appartiene, non possiamo farlo nostro, quindi lo possiamo solo intuire e poi dobbiamo lasciarlo come inutile conclusione di uno sforzo inutile? Domande che fanno riflettere. Le prove non ci sono riguardo la trasformazione. Quello che vediamo e tocchiamo è soltanto modificazione. Il muro derealizzante resiste e ci rigetta indietro. Un enorme peso comprime il cervello e veniamo colti da vertigine non appena pensiamo a quello che si rende necessario portare a compimento. Paragoniamo e coordiniamo differenze e perfino miglioramenti, ma la parola, perfino la parola della realtà, questa parola priva dei contrassegni dell’utilità immediata, tende a fornire indicazioni utili a possibili percorsi alternativi. Fuori della portata intuitiva, quando il vento del deserto solcava e induriva la pelle nuda, tutto ridiventava banale differenza da collocare, non diversità da fronteggiare e contro cui lottare. Sappiamo che la forza del coinvolgimento, e la determinazione a salpare via, non bastano, anche noi dobbiamo essere portati via, accolti in una condizione diversa che non può durare per sempre salvo ad accettare la follia assoluta, un’avanzata senza ritorno nel territorio della desolazione. Se accettassimo questa opzione non potremmo più riflettere né sulla qualità né sulla quantità, saremmo soli, nudi e senza orpelli: niente da dire, niente da fare. L’oscurità della cosa per sempre, l’uno e la sua voce divenuta assordante. Le parole hanno distrutto la realtà, oppure la stanno appiattendo. Una civiltà di parole uccise esse stesse, è una civiltà sconvolta. Le parole creano conflittualità. Il fatto è che le parole, alla lunga, non dicono più nulla. Vorremmo avere altri parametri, ma non ci sono nel mondo e dobbiamo prendere l’iniziativa se vogliamo andarceli a cercare nell’assenza. Mentre stiamo suicidando il mondo, un altro ne esce bello e pronto, armato di tutto punto, dalla testa ai piedi dall’assenza. Questa è banalmente muta e non può cogliere la logica dei contrasti, oltre ovviamente a non poterla capire. Scegliamo perché non possiamo farne a meno, decidiamo e alimentiamo il mostro insaziabile della volontà, ma intuiamo profondamente che dietro questo immane accumularsi di utilità non c’è niente. Tutto è occasionale, le regole e la loro collocazione, tutto è privo di legittimità che non siano l’arbitrio e la violenza, ma tutto è perfettamente in regola con la forma bene delineata. Non possiamo spezzare questo cerchio in nome di un contenitore più ampio, più ricco di legami e di catene, uno spazio terribilmente delimitato avrebbe un prezzo ancora più alto è una schiavitù ancora più ferrea.

E l’arte? Che si fa quando le parole, o altro, si ammantano di significati che con la loro pretesa densità fanno tremare i cuori? L’arte non solo fornisce un servizio al fare, ma perfeziona e ritempra le forze produttive dirette al possesso. Se partiamo dall’ipotesi di collaborare ai risultati del manto depressivo, questo non è un servizio è un delitto. Che l’artista sia libero e felice nella sua creazione fattiva, che molte volte questa somigli a una vera e propria riappropriazione della realtà, non concreta ma visionaria, che rinfreschi con la sua potenza allucinatoria la monotonia del prigioniero, tutto ciò può essere ammesso, ma si resta sempre nell’ambito del subire. L’arte è ricerca astratta della totalità, quindi non sfugge alla specificazione delle categorie dove la totalità è fatta rivivere come simbolo e gioca un ruolo sostitutivo o di protesi. Protesi grandiosa, a volte, ma anche il semplice produrre un oggetto tecnicamente complicatissimo nella sua oggettualità è qualcosa di grandioso. Le scappatoie possono essere tante e di difficile individuazione. Spesso si crede di alzarsi in volo e poi ci si accorge di essere in compagnia di ragli asinini. In questo caso è vano lamentarsi delle proprie scelte. L’esistenza stessa del dubbio nega la chiarezza di una risposta definitiva. Tutto avviene nel cortile dietro casa, un dibattito tra sordi gestito da muti. Che il riempirsi la bocca con belle parole dia il voltastomaco sono in tanti ad affermarlo, e fino in fondo. Ma si tratta sempre di parole, anche se pronunciate con la migliore buona intenzione. Dietro tutto questo sta la frase magica che afferma la necessità del compimento del proprio dovere. Qui scivolano gli asini. Il rispetto e il sacrificio montano la guardia sugli spalti di ogni carcere, sono figure meschine agghindate con meschine casacche, guardano continuamente dappertutto ma non vedono la melma dove sguazzano. Di fronte allo sforzo di rimettere in piedi la realtà tutto il fare scompare per un attimo, per ripresentarsi subito dopo. Molte betulle dimentiche di stormire affermerebbero subito il contrario, ma si tratta di un’obiezione che non ci sposta di un millimetro. L’intensità non si misura a palmi. Il poeta vede dove gli altri restano ciechi. La qualità non ha spazio ma tensione, non ha luogo ma intensità, cancellando il mondo che sta per essere derealizzato ci avviamo in una realtà che finora è stata assente, non ha mandato che segnali di mancanza, a volte così incisivi da causare inquietudini terribili. La qualità è una, anche se ne possiamo sperimentare livelli diversi di intensità e tensione. Non può essere capita secondo il canone del fare, quindi non può essere conosciuta, né possiamo inventare traghettazioni artificiali in grado di mettere al sicuro. Non c’è referente distaccato, assoluto, cioè deciso una volta per tutte, in cui collocare questa coscienza diversa, se esistesse sarebbe come inviare qualcuno in un luogo del sacrificio. Il teatro esteriore, la desolazione, potrebbe prestarsi alla bisogna, ma la realtà no, non c’è luogo sacro nel deserto, esso è in noi, e guai a chi lo alberga in sé, questo luogo che non è luogo, avrà sempre un demone verso cui indirizzarsi senza bisogno di inventare nuove alchimie. Questo demone è nato nel mondo e qui prende il nome di assenza, nome senza contenuto, come è chiaro, quindi insensato.

La riduzione d’intensità culturale, che è il punto iniziale (affatto conclusivo) della derealizzazione, dilaga dappertutto e non vale il grido di dolore che da più parti si alza affermando che in questo modo, cioè gettando uno sguardo angosciato nel processo in questione, si piomba in pieno in una sorta di apocalittica condanna del mondo in cui viviamo, il che, in altri termini, sarebbe come dire che sputiamo nel piatto in cui stiamo mangiando. Se vediamo la cosa fattibile, sputiamo pure, lo abbiamo sempre fatto. Alla lunga la certezza della sbobba addormenta lo spirito. Il discorso benedicente si ferma a metà e coglie solo una parte della natura umana, quella mediamente accettabile, in nome della quale insorge, debitamente armato, per porre fine all’oscenità della vita. Bene. Se così fosse staremmo di certo meglio. E se le cose stessero diversamente, se la malvagità umana, guazzando nella melma della caverna dei massacri, portasse a completamento la vita, nei casi in cui ci riesce, tollerando, per l’appunto, ogni genere di nefandezze? Se questa fosse la regola e quell’altra azione un semplice corollario? Il grande punto interrogativo che sovrasta il mondo permarrebbe irrisolto.

Alfredo M. Bonanno
novembre 2018

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Spiegazione, perdita, accomodamento, la strada più semplice

Chi mette mano all’uso di parole è costretto a fornire spiegazioni. Di quello di cui si parla bisogna avere contezza e modalità d’impiego, altrimenti il ricevente ha tutto il diritto di mandare l’aggrovigliato nucleo di parole, per lui privo di senso, a quel paese, dove troverebbe il giusto riposo. Qui si pone il problema di come mettere a frutto il mito del dire? di come mettere a nudo gli inganni che da esso si irradiano? No, si tratta di problematiche irrisolvibili, che manipolano inganni ulteriori. L’apparenza chiarisce e spiega l’inganno in modo, appunto, apparente. I morti seppelliscono i morti. Ma, nelle stesse spiegazioni, per la verità a volte non poco confuse, la vera differenza tra essere e nulla è indicata nel progredire ulteriore del discorso, e non solo nell’intenzione o nell’opinione che si potrebbero avere sulla loro comune indeterminazione. Quindi, pure essendo questa obiezione fondata su una opinione ben precisata, resta sempre il divenire il luogo della comprensione, per l’appunto complessiva, non solo molecolare. Così, da un lato la differenza è prima del divenire e lo produce, dall’altro lato è dopo il divenire e giustifica l’identità di essere e nulla. In che modo si può ovviare al fatto irreversibile che ogni possibilità tralasciata in nome di una possibilità futura migliore e più completa non sia una occasione perduta per la vita, un sentiero intravisto e immediatamente perso nella foresta? Uno straripamento, ecco quello che mi sono immaginato, non uno stato di incertezza tra due certezze successive, una diretta a sorreggere l’altra, sia pure in maniera mediata. Quest’ultimo modo, vergognoso, è quello dell’onusta filosofia che ha ingombrato i nostri anni verdi. Oggi non possiamo che ammetterne i limiti, ma anche questa consapevolezza è ridicola. Non basta voltare la frittata.

Non resta che abbracciare il cavallo, non si può pretendere di fargli fare una passeggiata accarezzandogli la testa. La necessità del fare è evidente ma nell’evidenza essa annega e alla lunga si confonde. Il fare non comprende, pure essendo nato per comprendere, non comprende se stesso, non considera ciò che sta oltre il limite, cioè l’assenza, che come nemico assoluto da condurre sotto il proprio dominio, la spiegazione. Non capisce, pure essendo stato fatto per capire, che spiegare il limite sposta il limite stesso e che c’è sempre qualcosa di non spiegato che dimora oltre il comprendere più complesso. Da qui scade, nel fare, l’importanza dell’assenza. Visto che la quantità del di già fatto è considerevolmente elevata, la si considera sufficiente, e la si ritiene, con una dolorosa finzione, completa, e si ignora l’assenza, cioè quello che più di tutto sarebbe degno di considerazione. Ma questo sguardo sull’assenza, lanciato attraverso il fare, allontana l’assenza stessa verso l’infinito incomprensibile. Non è accettabile da chi sente la necessità di esplodere nella vita con tutto se stesso. Anche se appena intuita, la “nullità” non può essere capita fino in fondo. Il fare nel mondo, indispensabile all’agire nella qualità, è radicalmente ignorato da quest’ultima. Ciò è dovuto all’illusione di completezza che si fonda sulla pretesa di ottenere un’autonomia da qualsiasi ordine differente, sia pure un ordine che appare diverso. È plausibile che il fare non possa ragionare in termini logici di regole, per cui non possa ritenere possibile l’oltrepassamento, ma il singolo coinvolto nel fare e da questo condizionato, pure se chiuso a certe conclusioni, si sente spinto verso un qualcosa di diverso. Convenienza e costrizione negano un passaggio facile all’assenza, ma esiste anche la convinzione negativa e critica che procedendo dall’accumulo della conoscenza non arriva a nessuna completezza. La scoperta che dietro la regola ci sia la parola, passa avanti verso la critica negativa. L’ordine non è più localizzabile in movimenti fissi, ma viene collegato con la capacità indagativa della parola, quindi con le sue contorsioni ideologiche e schiavitù dialettiche. Il gioco della parola elude la diversità moltiplicando all’infinito l’apparenza, il tentativo filosofico di radicalizzare i fantasmi prodotti dalla parola ha prodotto quasi sempre professori di filosofia di stampo kantiano. Resta solo la soluzione dell’andare contro l’appiattimento, ma qui occorre mettersi a rischio, non rimanere spettatore, l’azione non è spettacolo ma agire che non consente salvezza o sicurezza. Ambivalenza che tarda a scomparire. E altrove? Di quante di queste ambivalenze cerchiamo di nascondere gli effetti? Con quanta pertinacia chiudiamo gli occhi di fronte alla nostra incapacità di vedere la caverna dei massacri? Il mondo non si può tagliare a fettine come una torta e accontentarsi di averne ingoiata una parte per assaggio e affermare di conoscerlo tutto. Pura ipocrisia, malattia perniciosa gravida di conseguenze. Innumerevoli miracoli disperdono gli impulsi della soggettività castigata e, alla fine, vinta nell’ordine e nel consumo della sofferenza. Inganno evanescente dentro cui precipitò Pascal, il bambino fascinoso, contro ogni aspettativa di chi legge, adesso, le sue riflessioni. Come accadde una tragedia simile? Non lo si può spiegare se non con la profondità stessa dell’orrore umano, l’inesistenza di limiti al territorio dell’imbecillità che si inoltra all’interno del fertile territorio della creazione e dell’ingegno. Dove si trovano i rispettivi confini? Nessuno lo sa. Essi, secondo l’ipotesi più sostenibile, non esistono. La gioia dell’esistere, con tutti i suoi rapimenti pittoreschi, spiaccicata sotto il tallone orribile dello stivale religioso, l’orrido mostro che azzera la bellezza dell’intelligenza come si stacca un magnifico fiore dal suo gambo lasciandolo appassire nella bella fissità di una esistenza gelidamente precaria.

I Greci, considerandosi uomini disposti ad ascoltare ragioni, proprio per questo si ritenevano diversi dai barbari. Il barbaro, nella sua ingenuità, dice ancora oggi: “non c’è cosa che potrebbe dissuadermi dalla mia opinione”. Se con la semplice dichiarazione: “io sono di un’altra opinione” e con l’ingiustificato “così io voglio” si rompe apertamente la comunicazione, allora al loro posto subentra l’orgogliosa presunzione dell’impotente che si arrocca nelle sue ipotesi. Ci sono poi espressioni che sembrano avere diritto ad una possibile spiegazione mentre in realtà servono solo per difendersi. L’altro effettivamente non ascolta più ragioni. Nella situazione che si determina con l’azione comune, egli persegue esclusivamente il proprio scopo che domina tutto il suo presente, e che solo occasionalmente è disposto a sottoporre a verifica. Nel valutare le sue ragioni in base al loro possibile effetto su un terzo, egli non accetta assolutamente di mettersi dal mio punto di vista, ma si limita a negarmi l’oggettività e a umiliarmi. In conseguenza di questo comportamento, in cui si parla con me solo con prudenza e all’altro si parla di me in modo deleterio, non c’è più la solidarietà che è possibile tra esseri ragionevoli, io sono un puro oggetto, non mi resta che la speranza e la disposizione, se addirittura non si rende necessaria la legittima difesa. “L’eticità agisce contro la nascita di nuovi e migliori costumi, essa istupidisce”. Mai questa riflessione di Nietzsche è calzata a pennello come oggi. All’inquietudine della ricerca dell’immediata sopravvivenza si è sostituita un’ebete considerazione del presente. In un qualche modo ci si organizza per sopravvivere. Tranne rari casi marginali, che potrebbero crescere nei giorni futuri a quello in cui aggiungiamo questa considerazione, e crescere in un modo smisurato, il resto fronteggia l’accadere con l’eticità come alleato. Guarda l’altro, altrettanto istupidito per motivi forse diversi dai suoi, e si riconoscono fratelli in idiozia. La derealizzazione non conduce a una situazione estranea soltanto, conduce a una essenzializzazione dell’assenza, questa adesso è presente e si scopre con tutta la violenza della desolazione. Quello che la realtà è semplicemente, non era possibile intuirlo completamente a partire dall’assenza, qui si aveva quello che si potrebbe definire un sospetto, un’anticipazione. I contrasti con le regole, la stessa pietà e l’amore, che baluginano qui e là, non appaiono come attinenti a oggetti bene identificati, sono sciolti in un’atmosfera purificata dove la qualità è come un vortice che trascina via, senza fornire spiegazioni. Non c’è nell’appiattimento il segno che cancella una parte delle preoccupazioni e delle incertezze, c’è la totalità crudelissima della desolazione, c’è la vita come essa è, non come l’abbiamo deformata nel mondo immediato. Siamo finalmente noi stessi ma non lo sappiamo, veniamo colti alla radice, ma quello che ci scopre non è conoscibile è solo agibile, cioè realizzabile nei modi ultimi in cui essa stessa esiste, senza residui o essenza comune. Nella realtà le nostre capacità sono anche loro quello che sono, non vengono coperte da approssimazioni o da apparenze, siamo esattamente nudi e guardiamo avanti avendo finalmente interrotto l’abitudine di guardare a terra, il contrario di ciò che un uomo dovrebbe fare e per cui ha preso il suo nome, guardare avanti verso l’alto. Qui non vinciamo né possediamo qualcosa, neanche noi stessi, nemmeno per il fatto che finalmente noi stessi lo siamo diventati. Non possiamo registrare nulla di fronte alla derealizzazione, altrove sarà ancora una volta questione di parole.

L’incompletezza di un fare ha in sé qualcosa di immenso e di glorioso nello stesso tempo, qualcosa che sfida il proprio destino solo se raggiunge la consapevolezza, eppure questa non è accessibile con facilità. Il più delle volte si tratta di un vero e proprio annegamento. La volontà impone il proprio dovere essere e non c’è mai una condizione soddisfacente, ma al contrario qualunque risultato acquisito genera in breve una nuova più potente inquietudine. La circolarità si rivela così una condanna senza soluzione, la pena si rinvia giorno per giorno in un orizzonte privo di qualità. Possiamo fare tutto, ma questo fare non è il tutto che vogliamo fare. La volontà, questo poliziotto mai addormentato, vigila sulla corrispondenza dei nostri comportamenti alle regole del mondo, quelle regole acciocché il mondo esista, sono state fissate da noi, le abbiamo ricevute, le abbiamo succhiate col latte materno, sono queste le leggi della volontà, e la volontà è il nostro ultimo dio a cui vogliamo continuamente aggrapparci. Che tutto questo suoni idiota a coloro che cercano di aprire a forza di muscoli la bocca del leone, non so che farci, dispiace che il loro progetto si alimenti di una povera muscolosità destinata a deperire. Conquistare la coscienza diversa, la certezza che l’assenza nasconde in sé la qualità e che noi, se dovessimo liberarci dalla volontà e coltivare una coscienza attiva intraprendente, è la sola conquista che possiamo teorizzare, che possiamo possedere, stringere tra le mani, farla diventare accumulo, sicurezza, scaramanzia contro l’inquietudine. Sogni privi di fondamento. Il male si somma al male, nulla può restare impunito. Non sarà un ente superiore a punire il male, lo stesso male ingigantirà se stesso comprendendo quello che precedentemente lo aveva partorito, e così all’infinito. La maggiore dimensione malefica non ha che una più grande intensità ma l’orrido che propone è uguale a quello iniziale, se mai una forma di male può essere stata prodotta o possa avere prodotto qualcosa di diverso dal male stesso. Il lamento delle donne arabe è sincero, una malinconia sommessa che vuole dare conto del dolore che è là, davanti a loro, che non occorre ingigantire. Il contesto delle baracche lo rende compagno quotidiano e la morte è presente sempre non avendo mai il sapore dell’evento eccezionale. Le madri sanno che i loro figli moriranno e non sono nervose per questo. Stanno a volte per giorni con la testa incassata nelle spalle, immobili, e ascoltano quello che dicono gli uomini, ma non entrano nell’argomento, la loro tesi è là, nell’immobilità e nel dolore.

La mancanza di completezza nel procedimento modificativo se non fosse postulata una volta per tutte ammetterebbe l’esistenza virtuale di una aggiunta, e quindi di un possesso, che ne impedirebbe altri ulteriori. Il che significherebbe che il movimento circolare si potrebbe arrestare in uno qualunque dei suoi punti, rimanendo per sempre bloccato nella propria raggiunta veste di centro staccato da qualsiasi periferia, posizione impossibile. Questo punto centrale, immodificabile ma immediato, sarebbe sterile alla produzione e alterato in modo non fattuale, apparirebbe comunque fare solo in potenza ma non in grado di decidere, cioè di tagliare la propria forza in una qualsiasi spiegazione. Non c’è bisogno di un limite del genere. I limiti sono intrinseci al movimento e convivono con l’aggiunta infinita dell’ulteriore elemento, il fatto che non possiamo approfittare della loro interezza è legato al procedere del fare che ha natura circolare e non perviene mai a un punto fisso che lo blocchi rendendolo accessibile e conquistabile. È così che gli antichi ammettevano l’esistenza di un poligono dai lati infiniti, inscritto in un cerchio, ma in grado di combaciare col cerchio stesso perché a ogni numero di lati si poteva sempre averne uno maggiore. L’angustia di fronte all’indefinito può essere riportata all’inquietudine di cui parlo, ma il salto non può essere realizzato se non nel procombere anche noi, quello che è solo per la libertà un fastidio che sempre a noi appartiene. Dobbiamo entrare anche noi nella realtà, altrimenti sarà sempre una conoscenza deformata dalla immediatezza. Intuire l’assenza è la più alta definizione di desiderio, di aspirazione, ma non possiamo intuirla come un oggetto, sia pure di desiderio. Nessuna intuizione possibile di qualcosa che sia definito dalla misura, questo qualcosa può essere più o meno nettamente conosciuto, e allora si usa il termine intuire, ma sempre di conoscenza si tratta. La totalità di noi stessi invece è coinvolta nel movimento in cui inseriamo l’assenza che sta intuendoci, cioè sta cogliendoci e portandoci via. Il parallelo movimento della conoscenza non realizza la totalità della completezza, perché il raggiungimento dell’oggetto posseduto si rivela sempre parziale, cioè inferiore alle attese, da qui la delusione propedeutica all’ulteriore appiattimento. Nella realtà la nostra collocazione non è più immediata ma diversa, non siamo nel movimento circolare della modificazione, ma in quello puntuale. Siamo perduti al mondo, ma siamo colti dalla realtà, l’assenza ci ha portato con sé in una dimensione che non conoscevamo ma intuivamo vagamente, e che nemmeno adesso possiamo dire di conoscere. L’intensificazione qualitativa sconvolge quando obbliga a restare nell’azione puntuale, tagliare qualsiasi connessione o residuo col mondo, e vedere solo ciò che sta intensificandosi nella realtà, cioè la totalità nel suo insieme. La desolazione di questa esperienza impedisce di fissare parzialità accettabili per le quali occorre avere l’abitudine alle corrispondenze. Libero dal fare, nella solitudine, l’essere tutto in questa diversa esperienza non consente altre esperienze, non può che avvertire l’intensità dell’agire, il suo concentrarsi nudo, senza pudori o apparenze, senza coperture dai ricchi significati immaginativi. La realtà ci penetra e noi la penetriamo come una liberazione, come l’esplosione di una gioia finalmente raggiunta che si fa essa stessa tensione di sé, catturando la realtà nella sua completezza totale, di cui l’intensificarsi e soltanto remoto respiro solitario dell’uno che è. So bene che non può essere per sempre questa perfezione di cui cogliamo il segno nell’acme di cui rammemora la ridondanza, ma non abbiamo scopi da raggiungere, nel movimento visibile agli altri. Siamo quello che siamo, né ci interessa apparire nel fulgore della diversità.

La perdita è una rinuncia, un tentativo di fuggire dal cerchio ripetitivo della spiegazione, scambiando l’illusione per una certezza capace di mettere fine alla precarietà delle cose. Eppure è capace di costituire il ritmo stesso della vita. Perfezione e vituperio stanno affiancati uno accanto all’altra, ci arride la vittoria ed è vituperio per noi, gloria per gli altri, la sconfitta è la perfezione geometrica dell’assenza di regole che celebra la nostra perdita, la gloria che solo riusciamo a dire per gli altri è esecrazione. È la perdita che ci interessa, la conquista nella qualità ci mette fuori gioco e ci chiude la bocca, oltre l’orizzonte, il fuoco e le fiamme dell’incomprensibile. La perdita ci parla ed è un paradosso ricco di contenuti qualitativi provvisoriamente inaccessibili, ma che verranno visitati dalla parola svelandoci straordinari segreti. Mille ferite simboliche sono nascoste in quell’avventura, di cui continuiamo a parlare, ma una sola impronta. Della perdita vorremmo dire tutto e non riusciamo per niente a portarla alla luce, le sue stesse tracce nel nostro cuore la difendono più che metterla in evidenza. Lo scrittore tende all’estremismo verbale, roba da non crederci, tanto da fare paura agli inetti. Bilanciamento del destino nelle chiacchiere della parola, ecco la ricostruzione del fantasma prendere corpo stabile, fantasmagoria di cartapesta come l’apparente eternità della giovinezza di Goethe. Alla fine diventiamo troppo vecchi per non renderci conto di quanto la testa tenga campo in questo gioco. Non c’è nulla che imponga dall’esterno un modello di parola, né di ricordo, né di pacchetto cucito a perfezione di un’opera quando che sia, fucile puntato le mani alzate nel segno non rispettato della miserevole resa. Non c’è equilibrio, non c’è nulla da estrapolare da valori esemplari, validi per tutti, Antigone contro Creonte. In conclusione, non è tanto il decisionismo a metterci in preoccupazione, quanto l’uso ideologizzato della volontà. In passato molte teorie forti sono state costruite proprio fondando criticamente le basi della conoscenza. Basti pensare al kantismo per rendersi conto di questo fatto, solo che il kantismo era un’introduzione a qualcosa d’altro, a quell’idealismo forte che subito dopo seppe preparare la strada ad altre forme di supporto del dominio e del controllo. Oggi sappiamo, in forma quasi definitiva, che non può esistere una scienza semplicemente oggettiva se non dentro i limiti di modelli diretti solo all’utilizzo circoscritto e funzionale di certe classi di fenomeni. Sappiamo pure che esistono limiti oggettivi che costituiscono, a loro volta, elementi di riflessione di una filosofia cognitiva. Limiti dell’osservazione, della logica, dell’informazione, della spiegazione, dell’individuazione e tutti quelli che ci finiscono sempre tra i piedi, limiti della verità, della ragionevolezza e così via. Potrebbe comunque sorgere una riflessione forte proprio su questi limiti, cioè trasformando in forza quella che era un’intenzione critica negativa. Ma ciò può essere possibile solo riconvertendo le notazioni critiche, per l’appunto negative, quindi dirette a fondare una logica del tutto e subito, in modelli funzionali fondati sulla logica della ripetitività. Possiamo capire tutto questo, siamo uomini di cultura, ma l’eguaglianza deve potere andare oltre, altrimenti incartapecorisce nel dogma ridotto a routine, alle regole da rispettare, alla coerenza. L’assenza di parola è eccesso, assenza di equilibrio, l’intensificarsi non coglie mai un’alternativa, va altrove, scopre un obiettivo nascosto e si accorge che non è un obiettivo, siamo solo noi stessi che osserviamo il nostro agire, ed è nel nostro petto che il colpo mortale si conficca. Dove poteva? La qualità non ha una dimensione pragmatica che nascondiamo dietro paravergogne approntati all’uso, la parola ha una ambizione, quella di risultare eccessiva, non vera, in quanto non potrebbe essere altro, alla fine, che stupidamente e scolasticamente verosimile. La fedeltà sta altrove, nel continuo rilancio, nel non sottrarsi, non nel dire la verità, come viene chiesto a un bambino di rinunciare alla cioccolata.

Ed eccoci alla conclusione del dire, quando vogliamo a tutti i costi trovare la strada più facile per uscire dalla mischia. La pazienza è certamente la dea peggiore fra tutte. Ci suggerisce l’accomodamento, ci fa vedere gli aspetti positivi dell’ignavia, del nascondimento, del rinvio e, infine, della rinuncia. I suoni familiari della vita ci sono cari, eppure scandiscono i momenti dell’avvicinamento alla morte, senza errori di ritmo o interruzioni di processo, un suono sempre uguale nella vicinanza della caverna dei massacri. Approfondendo la verità si toglie anche la pelle della realtà. Una crisi può essere ottimamente esemplificata con l’idea di crollo, una specificazione che perde la propria identità, una città bombardata, una roccaforte medievale con le mura distrutte, un uomo disperato. Ma, osservando bene, l’idea di crollo presuppone l’idea di individuazione forte, netta, da contrapporre, appunto, a una situazione illustrata come cedimento e frattura. Abbiamo però visto che l’individuazione è possibile solo a partire da un concetto di totalità, sia pure nell’ipotesi relazionale limite, concetto che attraverso vari flussi si libera fino a fornire un apprezzabile avvicinamento all’idea di individuo. Viene così a cadere, tra l’altro, il problema del solipsismo. Difatti questo problema non trova soluzione in una ipotesi di differenza tra oggetto e soggetto, mentre nell’ipotesi relazionale diventa un semplice capire come la totalità delle relazioni possibili ci attraversi, in quanto individui, come pure l’oggetto in quanto prodotto, come pure la totalità in quanto flusso orientato verso la tensione. I giardini fioriti e deliziosamente acconciati si trovano non lontano dall’imbocco di questa caverna, allo stesso modo i superbi palazzi che sfidano il cielo, la realizzazione degli infantili sentimenti di coloro che governano il mondo. Alla porta i custodi degli alti intendimenti accumulativi. Dalla crescita di questi prodotti verrà la soluzione di ogni problema. Che importa del sangue e dei costi umani? Che importa dei sogni distrutti e delle speranze affogate nella melma? Siamo realisti e quindi accettiamo gli utili e le perdite. Che poi fra i primi ci siano dei piccoli aggiustamenti, tanto piccoli che alla fine ci si accorge di essere stati presi in giro, questo faceva parte del gioco fin dall’inizio. Il potere ha una sola faccia, quella del controllo e del dominio, il resto non conta. Tutte le condizioni oggettuali di vita, i parametri con cui fissiamo le regole, prima di tutto logiche, poi morali, della vita, condizioni con cui forniamo di ragione e di ragioni il mondo, hanno bisogno di un accomodamento, di un compromesso con cui ci sacrifichiamo in nome di un principio superiore. Tutto ciò è apparenza, la realtà è invece una vita impoverita che manca di qualità, una vita che noi stessi abbiamo privato della qualità proprio per poterne godere almeno in parte, per sottoporre questa parte al nostro dominio, per modificarla in possesso assolutamente nostro. Se ci rendiamo conto di ciò cogliamo immediatamente la condizione reale del mondo in cui viviamo e ci vediamo di fronte a un’apertura sconosciuta, la demoniaca apparizione della realtà come regno desolato della qualità. Le cause e gli effetti puntigliosamente considerati nel mondo, ora giacciono nell’assurdo dell’apparenza proponendo la propria utilità residua come un lebbroso la propria campanella di avvertimento. Ma adesso è troppo tardi, lo scopo è ora l’inutilità, l’esperienza dell’azione che ci chiede tutto per darci il nulla, inteso dal punto di vista del possesso. “Il caso vuole – diceva Nietzsche – che io abbia avuto la sfortuna di essere il contemporaneo di un impoverimento e inaridimento dello spirito tedesco che desta pietà”. Questa riduzione, della quale parla il filosofo, è adesso generalizzata e ha raggiunto livelli impensabili.

Ed ecco che ci innamoriamo della strada più semplice, come accade per la malattia. Vogliamo guarire, così come vogliamo uscire di prigione al più presto, ma poi sogniamo l’annebbiamento sofferto nel decorso della guarigione e i soffocamenti quotidiani delle mura carcerarie. La coltre che ci distanzia da un mondo che ricordiamo con angoscia, tale che magari nel frattempo è stato costretto a non esistere più, ha un qualcosa di confortevole, di familiare, di caldo, di domestico. Diventiamo, a poco a poco, animali da cortile. La sofferenza è una grande, ma dolorosa, esperienza, e può essere affrontata in molti modi, alcuni dei quali definiti impropriamente perfino eroici, ma la vita è un tutt’uno che non può essere tagliato a fettine. Facendo questa operazione da salumieri ne paghiamo le conseguenze e, la notte, non riusciamo a prendere sonno. È proprio questo scambio che ci avvia all’assuefazione dei modi dell’essere, modalità che rendono accettabile l’orrore del vivere nella caverna dei massacri. Non appena si coglie la profondità dell’avvicinamento alla rete della foresta, anche se non si è ancora oltrepassata nessuna soglia, ci si rende conto che tutto ciò appartiene alla condizione del pagliaccio di cui parlava Nietzsche. Non si tratta di una difesa realizzata attraverso le tecniche ammissibili della trascendenza, ma di un ricongiungersi con se stessi, nella medesima melma angosciante che copre il suolo della caverna. La radiosità dell’orrore sta tutta qui, non si coglie attraverso le strade dell’armonia, quelle più o meno percorribili attraverso qualsiasi fede appena ragionevolmente concepibile, si tratta dei più spaventosi tormenti, come quelli che si accettano semplicemente andando avanti fino alla fine dell’apparenza di vita che ci circonda dappertutto dove volgiamo lo sguardo. Nessuno ci dice come possiamo accettare la confusione, né se questa sia un modello diverso di accesso alla realtà. I problemi di metodo sono problemi culturali o, se si preferisce, filosofici, non semplici problemi di ordine. Sono quegli sforzi diretti a fornire strumenti che rendono possibile lo sforzo dell’azione, senza il cui possesso l’azione stessa risulta frammentaria e inconcludente. L’errore malatestiano di non dare importanza a queste discriminazioni, pensando che un anarchico potesse restare tale ed agire di conseguenza a prescindere dalle idee filosofiche che condivideva o rigettava, è stato gravissimo. Personalmente ho sempre pensato che non tutti i sistemi di pensiero si adattano all’anarchismo e che l’accettare un metodo anziché un altro ha conseguenze sull’azione molto più profonde e importanti di quanto comunemente si pensi. E ciò vale per qualsiasi impostazione teorica politica e sociale, come per qualsiasi teoria economica, fisica o matematica. L’ipotesi filosofica di fondo finisce sempre per trovare la strada per infiltrarsi diventando, se non opportunamente frenata, un elemento negativo e un ostacolo.

C’è uno straordinario sortilegio che ci allontana dall’assiduo prepararsi al peggio, da ogni ammissione ossessiva di continuità. L’ipotesi è spesso più dura dell’accadimento, il poeta lo sa. Le chiacchiere che molti liberal americani hanno fatto sulla fine della rivoluzione e sull’avvento della pratica di rifiuto pacifista, sono un esempio dell’accettazione del pensiero debole di origine pragmatista. Non è un caso che molti di costoro sono filosofi popperiani ed estimatori di quella corrente di pensiero che si richiama al circolo di Vienna e all’empirismo logico. Non sanno, e i peggiori fra loro, quelli legati al carro delle università, fingono di non sapere, che quel pensiero è alla base del riformismo, specie quello paternalista. Facciamo fatica ad avvertire la vicinanza viva, palpitante accanto a noi, mentre luce e tenebre si confondono nell’attenzione che rivolgiamo costantemente al possesso. La vita produce ritmi e melodie che non sono estranei, per quanto troppo lineari, per essere inclusi nell’estasi. Commistione alchemica, compenetrazione supportata dal crogiolo dove gli elementi opposti si fondono, assistono le disavventure e danno una mano, come infermieri in ospedali affollati dove non c’è che rimpianto e nessuna eccitazione. Tutto continua da tempo ad andare avanti così, con questi frantumi rumorosi, prigionieri di una vita impoverita, poveri frammenti di essa appartenuti a un antico possente scheletro. Soggiorniamo a lungo in questa ansietà diffusa, ne cerchiamo le origini con sufficiente pertinacia, ma dobbiamo concludere per una orrida trasparenza scheggiata dell’oggetto che rimanda a quello che siamo stati ieri e che saremo domani. La tristezza copre tutto questo pulsare falso e cerimonioso, lo nasconde e lo striglia a dovere per farlo apparire quello che non è, che non può essere, la realtà, la sola realtà possibile. Così perfino la morte ha un suo ritmo. Le interruzioni e i ritorni del processo derealizzante, inefficaci alcune volte, sono considerati da noi stessi come mancanze o cadute di tensione, sono forse punti di maggiore esposizione della difficoltà di capire. In questi punti può essere che non si tuteli abbastanza, non si copra, non si labirintizzi, e si esponga al ludibrio la propria anima. È ovvio, ma è anche giusto ricordarlo qui, che non possiamo sostituire questi momenti con supporti esplicativi o esemplificativi afferenti alle operazioni di mantenimento e ristrutturazione dell’intreccio complessivo. Non ci sono linee teoriche nette da tirare.

Si limita a dire Paulo Coelho: “Avrei potuto”. Non riusciremo mai a comprendere il significato di questa frase. Nessun rimpianto ferma l’ala del poeta che vuole volare alto. Riflettere significa cercare, alla luce del proprio destino, la possibilità nuova che mette in grado la parola di dire l’impronta incisa nel cuore, nel nostro cuore, dal movimento della realtà. Ciò significa anche conoscere quello che la conoscenza si rifiuta di ammettere, una scienza parallela, retta dalle regole della logica dell’immediatezza. Questo volere e questo rifiutare costituiscono un’ambivalenza molto nota in generale nel campo delle ricerche sulla memoria, ma non è di questo che ci occupiamo qui. Il ragionare vuole conoscere, ne fa fede l’uso della parola, con il massimo dettaglio possibile, qualcosa che al momento è assente. Di questo qualcosa, mai contenuto nella sua completezza del tutto estranea alla parzialità del fare, a cui fanno riferimento sia il riflettere che il ragionare, c’è una traccia, una impronta, ma conoscere perfettamente questa impronta è una ambizione duplicativa che non può riuscire direttamente alla parola. Questa affronta l’assenza sempre in modo sbagliato, nessuno è in grado di parlare del silenzio. C’è un lato in ombra del silenzio che nemmeno la possibilità offerta dal destino, nuova per il fare, e connaturata alla realtà ormai remota, può svelare. Partendo da questa possibilità l’oblio si dirada, il silenzio parla, la desolazione si popola. Naturalmente questi fenomeni, evocati nel mondo della parola, sono reali fino a un certo punto: essendo briciole di trasformazione, hanno in gran parte una considerevole dose di apparenza, si rivelano poco affidabili per lo scopo del fare, che è sempre quello dell’utilità. Nel contempo la coltre di nebbia fa il suo lavoro, scende a negare un senso alla vita ricorrendo a motivi che tutti ricordiamo anche se a volte facciamo finta di averli dimenticati, la disperazione, l’incompletezza, la morte. Che ce ne facciamo, di fronte alla vita, del vero e del falso? Sono giochi di bambini noiosi contro i quali non sappiamo più come reagire, essendo stati ormai assunti in proprio dal processo derealizzativo. Porsi davanti alla derealizzazione significa lavorare attraverso l’estraneità, l’assenza e l’assolutamente remoto, ma non come un corpo estraneo. Ci muoviamo ricomponendo, riallacciando intrecci non usuali alla parola stessa, eppure parallelamente gettando le basi per un’architettura comprensibile, almeno in parte, secondo le formidabili coordinate di tempo e spazio. L’analogia sarebbe impossibile se nell’estraniazione la parola non scorgesse un alcunché di analogo, disperatamente remoto, di cui qui stesso è possibile individuare le tracce. Afferrato il bandolo la parola potrebbe lasciarsi cogliere dall’impeto della monumentalizzazione degli accadimenti, dando vita a un’architettura di incastonamenti, disarmonica più che frammentaria, cioè diretta a cercare equilibri non intrecci e salti di ritmo. Ciò porterebbe la parola a diventare fronteggiamento vero e proprio, a lavorare, fuori di esso, alla costruzione di qualcosa di statico, riflesso in giustificazioni prive di emozioni o immaginazioni. I cani del deserto e il plenilunio, due condizioni dell’anima, elementi indispensabili alla desolazione. Nelle giornate che tolgono il fiato, le forze aspettano il sollievo della notte, ma questa porta con sé un lento serpeggiare di morte. Una colonna silenziosa e ordinata, un meccanismo perfettamente oleato dagli antichi padri, protetto e scongiurato. Perseguitati e persecutori, fiere origini e guastati presenti, virgulti del roveto in fiamme ora adibiti a funzioni di pattugliamento notturno attorno a quattro casupole remote senza nemmeno più il conforto delle loro donne dagli occhi neri, profondi come i millenni della storia. Morire per una patria, ignominiosa fine per dèi senza patria.

Non ci importa di quello che pensa il vicino di gomito, lo spettacolo vale per tutti, anche se a tutti sembra (deve sembrare) diverso nella sua fascinosa ripetitività. E nemmeno della fastosa universalità, curata nei suoi dettagli come una pianta di basilico nel vaso alla finestra, intenta a osservare noiosi passanti, sempre uguali nella loro noiosa abitudine di alzare il naso al cielo senza vedere nulla. La coltre, sappiamo, non è visibile come cosa in sé, ma come prospettiva curatissima di tutto quello che c’era una volta e che ora non c’è più. Nessuna nostalgia, per carità. Chi potrebbe mai rimpiangere la brutale compattezza delle grigie mura del carcere. Si ha dunque, come in Spinoza, l’unità del pensiero e dell’essere, ossia quel che contiene in sé medesimo il concetto della propria esistenza. Chiamandola ci risponde la saggezza, dallo spazio del sé con se stessa, e fa risuonare la parola che penetra sul serio, non come triste pagliacciata del ricordo, la trasfigurazione di tutto quello che sta per essere trasportato altrove, nelle nebbie dell’incomprensibile una volta per tutte. La conoscenza che ci ha appesantito per tutta la vita, si rivela nel momento del tramonto, ancora più pesante, liberarsene non è possibile, almeno non del tutto, possiamo provare a scavarla dal di dentro, seguendo in ciò il comportamento della saggezza che non ha paura delle allitterazioni e va al sodo, per la risonanza nelle teste vuote di improbabili lettori. Io che scrivo queste righe sono stato assillato per tutta la vita dai fanfaroni, e forse in molte occasioni, anche io lo sono stato, me ne voglio liberare adesso, il riconoscimento e l’ammirazione, che mi hanno perseguitato perfino dentro un carcere, mi stomacano sempre di più. Se prefetti, procuratori della Repubblica e poliziotti mi stringono la mano dicendo di capire quello che sto dicendo e di ammirarmi per il coraggio di dirlo, c’è qualcosa che non funziona in quello che dico, anche se mi è costato anni di galera. Un fanfarone pomposo forse non lo sono mai stato, ma è giunto il momento di gettare via anche le rappresentazioni parallele, le configurazioni terribiliste da coltello tra i denti, che troppo prestano il fianco a essere accorpate alle fanfaronate da reduce. Su di noi incombe il peso di ruoli che, supplendo all’assenza di altri camuffamenti, impongono norme e regole di comportamento. Il nostro è soltanto un percorso provvisorio, un passaggio di controllo periodico realizzato con l’approvazione di un non identificato assistente ai lavori, un costante quanto inutile desiderio di liberazione. Ansiosi, frughiamo i cespugli del bosco, cerchiamo ogni parola, ogni cenno che abbiamo usato una volta, ma non ci riusciamo. Le stelle rimangono infelici. Nel mondo, dove regnano le apparenze, tutti i conflitti che si generano sono anch’essi apparenti, pure conseguendo risultati sanguinosamente disastrosi, milioni e milioni di morti, le guerre, conflitti per eccellenza fra gli oggetti che si pretende conoscere a fondo, sono fantasmi che si aggirano sul palcoscenico della recita storica. Ogni forma di diritto che regola la cosiddetta convivenza civile, ha la civiltà dell’apparenza, non coglie mai la qualità che pretende avere, a esempio, in questo caso, la giustizia. Un fatto è un fantasma che può sempre essere messo da parte da un altro fantasma, la successione non si arresta mai, non c’è mai un fantasma che mostri la concretezza di ciò che è completo. La sostanza di ciò che è veramente, senza spazio e senza tempo è fuori portata, la qualità rimane ignota. Prima o poi questa danza di fantasmi verrà minata dall’interno dall’esperienza diversa, ed esploderà. La condizione umana strilla in fondo alle pantomime della giustificazione e della copertura, dell’imbroglio e della retorica, strilla il suo radicale dissenso con tutto quello che copre. L’animale uomo vuole essere nudo, e lo è di fronte alle condizioni estreme, di fronte alla realtà non può presentarsi con i soliti orpelli d’ordinanza. Impariamo così a reagire di fronte al peso della derealizzazione, mentre tutto tende a chiudersi nell’uniformità, guardiamo con occhi diversi al nostro essere ancora individui, sia pure menomati. Esiste, qua e là, il residuo di una esperienza soggettiva profonda che eleva sul piano dell’universalità. Esiste, dobbiamo credere in questa traccia di esistenza, e ciò è provato dal fatto che la disperazione è ancora un fenomeno personale, irrilevante per gli altri, come la morte che ci sfiora tutti ma che permane fenomeno assoluto solo per il singolo che muore, nel momento stesso della sua morte, né un attimo prima né uno dopo.

La coscienza è un movimento complesso, per usare una definizione discutibile come tutte le definizioni relazionali, in cui i flussi, nelle loro condizioni non paritetiche, determinano comportamenti ora soggettivi e ora oggettivi, ma questa differenza è sempre possibile specificarla solo in relazione con qualcosa d’altro, mai in se stessa come se dividesse due universi incomunicabili. La relazione è sempre oggettiva e soggettiva nello stesso tempo, in caso contrario non potrebbe contenere, anche nella sua ipotesi puntuale, la totalità delle relazioni possibili. L’avere diviso queste due realtà, anzi l’averle contrapposte, ha condannato l’idealismo alla sua avventura temporale e spaziale, al suo sogno progettuale proiettato verso un’ipotesi lineare, mentre ha condannato il suo apparente antagonista, l’empirismo, allo stesso sogno accumulativo, in chiave realista, più opportunamente bottegaia, se si preferisce. Appena qualcosa mette in crisi la coscienza, e l’appiattimento di cui veniamo discutendo, il livellamento derealizzativo, è più che qualcosa, è un accadimento che potrebbe trasformare radicalmente la realtà umana a partire dalle sue reazioni primarie, da questa crisi viene immediatamente generalizzata una universale sterilità. I vecchi risultati sociali, le crescite quantitative di partiti e sindacati, il fiorire delle antiche ideologie di qualsiasi colore – quale mai potrebbe essere una differenza obiettivamente significativa? che cumulo sovversivo di parole potrebbe, allo stato attuale delle cose, farci tornare a battere il cuore? – quelle faccende da cortile erano adatte a farci pensare di avere tutti una propria collaborazione, una fetta di partecipazione consociativa, anche se solo i lestofanti politici e i mestatori sociali, in fondo, ne traevano un misero vantaggio temporaneo, prima che anche loro si vedessero costretti a lasciarci le penne. Tutto, in ultima cosa, deve finire in polvere. Che cosa pensiamo possa restare se non il semplice nulla? Noi che abbiamo ucciso Dio, non abbiamo forse anche ucciso ogni speranza di costruzione duratura e soddisfacente? Perché strilliamo tanto di fronte all’avverarsi della tecnologia, il più razionale e obiettivo processo di appiattimento che sembra profilarsi all’orizzonte?

La derealizzazione finisce per corrispondere inesorabilmente con una anestetizzazione del dolore. Questo insieme, disordinato e provvisorio, destinato a entrare in nuove dimostrazioni di forza tecnica capaci di determinare ipotesi e ricordi, è per la parola un semplice autoreferente, un momento caotico che potrebbe essere lasciato solo ad autodesignarsi, dubbiosamente capace di evocare l’assenza. La parola va oltre, abita di fretta territori sempre più ampi, non si racchiude nell’opacità personale del ricordo, prende lo spunto e va via. Il dire scende nei minimi interstizi del frammento, ma non resta mai impelagato in faccende marginali. Dappertutto cogliere il nesso che lega il trascurabile all’essenziale rovesciando l’uno nell’altro. La vita potrebbe vedere davanti a sé un alleggerimento, se non proprio una scomparsa del dolore fondamentale, per cui l’appiattimento verrebbe ad essere visto come guarigione del male più che fatale perdita. Ci sono inferni superficiali altrettanto dolorosi di quelli intimi, la fame si rispecchia nell’abiezione e viceversa. Non riusciamo a eliminare queste condizioni che non riflettono una parte dell’umanità, ma con maggiore o minore intensità delle due componenti, l’intera umanità, la variegata messa in scena della creazione del mondo, così come la realizziamo nel fare quotidiano. Non possiamo svuotarci per diventare migliori, possiamo forse alleggerire le nostre responsabilità, ma in quel caso ce ne carichiamo altre. La nostra insufficienza non potrà essere sanata e ne sentiremo nelle carni la sofferenza che incide e taglia, che strappa via e crea illusioni perfette e macilente, e ci educa a goderne come di perfezioni inusitate. Ma la passione e il desiderio, la speranza di qualcosa di diverso e l’anelito a raggiungerlo, anche per vie altre e mai percorse, ritornano a bussare alla porta e ci incitano al non possedere, immiserendo ulteriormente la giornata. Non sporcarsi le mani, ecco l’ideale di riserva, l’ultima spiaggia che ci viene indicata, che vediamo con occhi stanchi e offuscati, che sempre meno sono in grado di considerare come ripiego e non come alzata di testa. Ma la vita sta altrove e non è determinazione di accadimento rigorosamente aderente alle regole, è altro, è annichilimento del portatore di potere, di conquista, di sacrificio, di potenza, di illusioni capaci di guarire la nostra pietosa condizione. La parola da rammemorare sveglia elementi, perfezioni dell’agire, oppure l’interesse dell’intensificazione qualitativa? Non è domanda da poco. Non c’è una risposta sola a questa domanda. A volte è un dettaglio, un frammento, un avvenimento che, parlato, si cambia in fatto ed è trattato alla medesima maniera di tutti i fatti. A volte la stessa parola riscuote tanto sensibile interesse nell’impronta che il cuore balza in gola, come quando intravede il volto della donna amata, che potrebbe annientarci se muovesse in maniera errata un sopracciglio, o lo sguardo del nemico nei cui occhi leggiamo la voglia assoluta di ucciderci. Tutto è possibile nella parola, tutto e assolutamente niente.

Ma ogni dolore che si riduce porta con sé un ricordo della sofferenza precedente, un turbamento che apre l’orizzonte a future sensazioni terribili e incantevoli nello stesso tempo. Non abbiamo la capacità di separare con nettezza i residui dei sentimenti dai sentimenti stessi, nell’apprestarci alle sensazioni della nuova schiavitù pensiamo soltanto alle caratteristiche insopportabili dei precedenti tormenti. Cresciamo insani, cioè sempre scontenti dei limiti, e più aumenta la potenza conoscitiva, più questa insaziabilità cresce a dismisura e sollecita al rischio e sradica dalla supposta raggiunta certezza, dimostrandoci che non abbiamo ancora raggiunto nessuna silenziosa pienezza di coscienza. La caratteristica della realtà presente, qui e ora, anche sotto la cappa che sembra ottenebrare l’orizzonte, è la provvisorietà inquietante, la potenza che non possiamo domare se non dichiarandoci suoi prigionieri. Se ci vogliamo liberi dobbiamo affrontare le avversità ed evitare i compromessi arrangiati per sopravvivere, i temporeggiamenti paurosi, i regressi che salgono dal pericolo imminente, ma non vedono il pericolo più grande che incombe subito dopo. Non abbiamo una innocenza primordiale verso cui indirizzarci, una salute primaria che consenta di fare sosta in lei per slanciarci nell’assenza, non c’è perfezione in un remoto archetipo fattivo su cui commisurare il passo nell’apertura alla diversità, non ci sono mostri da cui ritrarsi o tenebre che possano frenare, ci sono solo le paure che spariranno se riusciremo a scendere nelle profondità della solitudine, nella qualità dove farsi strada e intensificarci in noi stessi. Questo movimento non ammette sbavature, tutto è ricondotto al proprio interno nella dimensione dell’eccesso, niente può dirottarlo o rallentarlo. Qui risiede il principio vitale della trasformazione il procedere dentro di sé della vita oltre se stessa, fino all’estrema tensione.

Ci mettete sotto gli occhi la perdita, l’acconsentimento, un insieme che abbiamo chiamato tecnologia capace di darci la pace. Ci gridate a perdifiato che l’agonia è un passaggio verso la pace, verso l’accettazione. Non verso la pace, ma al contrario la pace è questo stesso acconsentimento che ci riduce allo stato di automi. Ci parlate della pace come unica via di salvezza dalla disperazione in cui i fallimenti e il sangue che la storia ha accumulato per millenni ci hanno precipitato. È nella pace che ci suggerite possibile, unicamente possibile, la salvezza e l’accettazione uniforme e senza differenze invivibili della vita. Un ritmo uniforme che verrà a sostituire l’infernale accavallarsi dei vecchi eventi, ormai accantonati nei ricordi funesti da cancellare. Ma, in questo modo non state raccomandando la pace a coloro che sono ossessionati dalla follia? L’intima convinzione della follia incombente, per quanto mai certificata dal proprio acconsentimento, ha giocato la sua parte. Il salto nel pieno nulla della derealizzazione è sempre silenzioso e non attira l’attenzione della plebe che guarda solo le nuvole e i segni del gorgo che non indicano di certo quello che sta accadendo. Può darsi che queste porte dell’Eden si apriranno del tutto e vi entreremo tranquilli e pacificati, senza coscienza di quello che sta per succedere di noi stessi. Può darsi che un processo naturale, innescato volontariamente da un pugno di antichi e non sopravvissuti criminali, si concluderà in un meccanismo che metta fine alle nostre personali agonie, collocandoci in una regione di paradisiaca stupidità. Può darsi che tutto questo accada senza neanche procurare quel profitto classicamente odiato da tanti, sognato da tutti e realizzato da pochi. Ma le chiavi di queste porte, che devono ancora essere forgiate, per ora, sono volute solo dall’antica sofferenza e dall’antico dolore, dal sangue della caverna dei massacri. Certo, si direbbe, si tratta di completare l’opera, perché le rifiniture non possono assumere le dimensioni colossali di un’epoca avventizia, ma le misure di un cammino ancora non del tutto compiuto non si possono sottovalutare.

Alfredo M. Bonanno
novembre 2018

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Affievolimento della distinzione

La derealizzazione ha molti aspetti e molti effetti. Nasce dalla tecnologia e si concretizza dando vita a una realtà di una trasparenza difficile da immaginare. Le antiche contraddizioni dolorose e l’antico caos si affievoliscono fin quasi a scomparire del tutto, i conflitti interiori, che si alimentano grazie a drammi intimi non sempre traducibili a parole, scadono in una sorta di appagamento e di pace, dove tutto si veste di quella uniformità che ha una sola attrattiva: la prevedibilità. Qui non c’è passaggio da uno stato a un altro, il meccanismo è circoscritto perché è frazionato, per verificarsi l’apertura occorre che esso stesso, in quanto meccanismo, venga riconsiderato, unitariamente e come oggetto e come produttore di oggetti, in una nuova luce acquietante. All’interno della coscienza c’è solo un senso di disagio, sempre padroneggiato dalla ragione, solo una oscura e indispensabile necessità di frattura, come quando ci facciamo prendere dall’inquietudine in un luogo troppo chiuso o da cui sappiamo che non possiamo uscire semplicemente aprendo la porta. Gli impulsi distruttivi di un tempo sono fuggiti nella caverna dove prigionieri del fango sanguinoso gemono inascoltati. Il chiarore dell’alba è solo un ricordo. La luce della luna, gettata di sghembo sui sentieri della foresta, un altro ricordo, pallido, atroce, indicibile, inguardabile. Per contro, ognuno sta tutto racchiuso nel buco ammuffito che lo ospita. La luce vi penetra a stento da occasionali aperture provviste di sbarre a impedire la fuga. Non è possibile respirare. La notte opprime facendo concorrenza all’oppressione del giorno. Tutto si appiattisce, tutto risulta alla fine uguale a tutto, tranne la morte che conclude a questo infame gioco. Dire tali sensazioni non è possibile nella loro immaginaria completezza, sono istanti che balenano, qui e là, dalle condizioni di appiattimento di già in corso, interpretabili più che individuabili con certezza. È per questo che quello che andiamo dicendo in queste pagine, di già sufficientemente complesse, rimane a volte non detto, di certo per individuale manchevolezza, ma anche per un movimento di ritrosia oggettiva di cui non ci rendiamo conto fino in fondo. Occorre pertanto che queste condizioni di malgarbo, come a volte vengono interpretate, siano viste nella loro semplice incompletabilità. E quello che ci affascina di più, in questi problemi che ci attanagliano, è la semplicità inaccostabile con cui si presentano, una semplicità che è complessità non avvertita, anche se non trascurata mai, in nessun caso, da parte nostra.

La metamorfosi del leone che diventa fanciullo non è lontana. Eppure c’è qualcosa d’altro. La semplicità d’animo del fanciullo fa spavento all’occhio esacerbato dell’adulto. Non c’è niente, nessuna ritrosia morale, che possa fermare il gesto di un bambino. Dall’altra parte, questo itinerario non ci appartiene, come ipotizzava Nietzsche, perché l’assurdità della trasformazione è gesto responsabile e studiato, diciamo pure costruito attraverso il fare, anche se il suo punto culminante, l’oltrepassamento della soglia, avviene proprio grazie alla rinuncia a tutto questo. L’intuizione non può essere descritta se non dopo che è stata vissuta e concretizzata nella coscienza diversa. Essa è quindi, di per sé, priva di parola, è pura convenzione, sentimento che persuade ma non convince, che consente di cogliere qualche traccia che non è presente se non in minima parte. Non possiamo disfare in blocco la conoscenza. Non possiamo affrontare lo scontro sul piano della parola, dire diversamente quello che il fare dice in modo sufficiente per i limiti del campo produttivo. Non c’è un discorso altro, quello dell’azione, che persuade fino in fondo per una sua innata capacità logica, da molti chiamata dialettica, si tratta di costruire un’apparenza con un’altra, la realtà non è dialettica secondo la logica dell’a poco a poco, ma è totale secondo la logica del tutto e subito, e quest’ultimo espediente linguistico non è costruibile a priori per fornire la vita agli incerti, è identificabile a posteriori per coloro che si sono messi a rischio, non è la logica del mondo ma quella della carne che si coinvolge e non accetta mezze misure. Non c’è l’episteme della totalità. L’uno sta dove sta, estraneo a questi bamboleggiamenti da lattanti, osserva impassibile perché nulla lo può infastidire. Non ha un accumulo o una identità astratta da difendere contro i nostri attacchi. La presenza coinvolgente nell’oltrepassamento nemmeno la nota, siamo noi che avendo superato l’apparente conflittualità del fare, e trovandoci nell’azione puntuale, riusciamo a cogliere una parte, solo una piccola parte, del territorio della qualità, dove si sente, ma non si distingue, la sua voce. Nell’azione, e quindi nella stessa voce dell’uno, non ci sono contenuti, non c’è un senso, ovviamente per quello che tutto ciò significa nei concetti che circolano nel mondo. L’azione è insensata, balbettio di fronte alla qualità, ed è questo che costruisce in modo diverso la coscienza rendendola diversa. Non disponiamo adesso di un sapere diverso, che non esiste, ma possiamo rammemorare l’azione e quindi incidere sul fare in modo da dargli un assetto differente. Il mondo non può essere veramente migliorato, sia pure nei suoi limiti, se non tenendo conto delle trasformazioni che si sono verificate nel suo assetto a seguito delle azioni realizzate. Nessuno, nemmeno chi agisce, può fissare una connessione di causa ed effetto, ma può individuare modificazioni nuove nel processo di rammemorazione e battersi per farle accettare. La diversa concezione di queste remote trasformazioni sarà difficile da comprendere, ma è questo il vero lavoro rivoluzionario, rendere quantitativa la sperimentata qualità. Questa applicazione dell’inapplicabile è ovviamente assurda perché visibile a parole solo mortificandola, cioè rendendola pronta per la morte, smussandone la perfezione nella perfettibilità fallace della conoscenza semplificata della parola.

La mala bestia umana si alimenta del sangue. Il fare è un continuo tradimento. Insistendo nel fare, tutto il possesso fa diventare diversi da quello che siamo, migliori, dicono alcuni, cresciamo e conosciamo, allarghiamo le nuove capacità che così pretendono di conquistare il mondo e non ci accorgiamo di perdere noi stessi. Siamo contro di noi perché dobbiamo farci accettare dagli altri, proporre un modello di riferimento, creare una scuola. Tutte questioni inessenziali. L’unico aspetto importante è nascosto come vergogna, pure riuscendo a metterci in una condizione di inquietudine costante. La desolazione riesce ad attutire queste condizioni dispersive esterne, che dilagano nell’apparenza del mondo, per proporre una relazione di fondo più pura e veritiera, un luogo dove mancando oggetti commisurabili ci sono solo intensità intuibili. Il deserto non fa cogliere bene la distanza e annulla il tempo, soggioga nella solitudine e arricchisce a causa della facilità con cui ci troviamo soli con noi stessi. Ma la preoccupazione più grande non è quella della condizione di sofferenza di una parte della società, il che è una situazione penosa che in parte ci stiamo lasciando alle spalle, ma l’appiattimento di tutti sotto una unica visione della realtà, uniformazione realizzata dalla tecnologia da sola. Che vuol dire “da sola”? Significa come conseguenza del processo stesso che la regge al suo interno, non per il volere di questo o quel gruppo, più o meno conosciuto di tecnocrati, che la indirizza in tale senso. Ma questo ormai lo sappiamo bene.

Il disagio nel tornare alla coscienza immediata dopo tante contorsioni caoticamente non volute, ma comunque vissute giocoforza, produce una inquietudine costante e una tensione che si placa solo esercitandosi nella rammemorazione. Briciole di quell’antico operare leniscono le ferite e dispongono meglio nei riguardi del destino. Non siamo soddisfatti, ma possiamo essere fiduciosi nella capacità di diventare quello che siamo. La qualità sembra meno allettante di prima e perfino il suo ridimensionamento a mezzo sembra meno importante. Il senso che automaticamente continuiamo a produrre con la percezione del mondo soddisfa sempre meno, ma non possiamo diventare un pezzo di legno, abbiamo occhi e cuore e soffriamo e aspettiamo la parola del destino. Ma questa parola, che si presenta nei fatti, è l’antica voce incomprensibile che interpretiamo continuamente come possibilità, certo nuova, ma in fondo non traducibile. La piattezza incombe su tutte le varianti possibili, nessuna prospettiva, neanche minima, per qualcosa di diverso. La vita si assimila in questo modo alla morte e non c’è motivo per considerarla degna di essere vissuta. Quando decideremo una buona volta di fare a meno della storia? Perché dovremmo martirizzare i nostri giorni prospettandoci i massacri che la riempiono, come se potessimo fare qualcosa per cambiarli?

L’affondare inconsapevole, o quasi, nell’affievolimento, come viene portato avanti dalla derealizzazione è qualcosa di differente dall’abbandono, anzi possiamo considerarlo qualcosa di antitetico. Fuggire nel deserto è decisione accorata, moto dell’animo, non rinuncia. Il possesso che apparentemente si perde è ridicolo di fronte a quello che si acquisisce. Nel deserto non solo è facile ma direi che è obbligatorio cancellarsi, e per fare questo occorre gusto e finezza. Penso che l’abbandono della ragione non sia possibile e mai come decisione della coscienza immediata, ma deve presentarsi come accadimento accidentale, improvvisa intuizione della realtà senza più rimedio, illuminazione e forse anche sogno, un ritrovarsi dentro la stessa intelligibilità ma senza più preoccupazioni o progetti. Tutto resta comunque segnato dall’ordine dell’al di qua, il cui prodotto contrassegna gli spazi culturali dove ci agitiamo e dove facciamo quello che siamo obbligati a fare, poi la rarefazione della diversità impone altre prospettive, sempre più rarefatte, per quanto ancora ragionevoli, senza più confini, né reali né fittizi, fino all’affievolimento definitivo della stessa ragionevolezza.

Il ritmo circolare del mondo è affievolimento e intensificazione che non raggiungono mai la loro pienezza consapevole. Questo è quello che abbiamo appreso studiando movimenti nelle condizioni non ancora del tutto derealizzate, quali sono quelle che ci ospitano al momento presente. Nella modificazione si produce un accumulo che sembra crescere all’infinito, essendo costituito da continue aggiunte, ma queste nel tempo tendono ad affievolirsi fino alla sconfitta definitiva, fino alla morte. Solo che per il meccanismo questo affievolimento resta sempre un’aggiunta e la stessa morte una ripresa del movimento circolare. L’immediatezza è mortale ma ha una cognizione della morte del tutto insufficiente. Niente in questa circolarità rievoca la qualità assente, anzitutto sembra rendere possibile una completezza grazie al semplice continuare a produrre. Eppure nel profondo della coscienza immediata, nei suoi stessi interstizi oscuri, si nasconde l’inquietudine che avverte l’esistenza delle madri del deserto, quelle che non si fermano alla superficie, che è desolata, ma vanno fino in fondo, scavano e propongono interpretazioni, si dichiarano incontentabili sia delle aspirazioni alla completezza, sia dei fantasmi che pullulano fra le apparenze della modificazione. Il limite qui è quello fissato dalle regole, che variano nel tempo, ecco per cui la modificazione assume un andamento circolare non puntuale né rettilineo. Il mondo non ha scopo, siamo noi che creandolo gliene diamo uno, più o meno articolato, ma per riuscire dobbiamo costruire un complesso apparato dicibile di corrispondenze che rassicuri sulla consistenza reale di questo scopo, sulla sua raggiungibilità. Per regola, il fondamento radicale dello scopo è la completezza, misura totale del tutto illusoria nel mondo. Le ripartizioni fondamentali, sebbene inseguite nel loro essere decise da noi, alla fine rivelano la loro considerevole funzione utilitaria e la loro consistenza fantastica. L’armonia è una di esse, il dolore e la perdita del valore intrinseco della nostra vita, ancora altre.

La pressione esercitata dalla tecnologia derealizzante lascerebbe intendere l’esistenza di una forma primigenia assolutamente unica, dalla quale sono poi derivate le tante distinzioni. Se in tempi lontanissimi la forza e l’intelligenza, il coraggio o l’astuzia, potevano determinare distinzioni da cui derivavano le condizioni di chi comandava e di chi ubbidiva, in tempi più recenti la distinzione in classi, tra sfruttatori e sfruttati, era sufficientemente chiarificatrice per intendere la realtà, e tale distinzione ci ha presi per mano e guidati per tanti anni. Ora la derealizzazione in corso rende ogni distinzione casuale o inesistente. Non possiamo individuare un processo netto come causa di residuali differenze ancora visibili. Nel fare derealizzato tutto perisce e muore, raggiunge magari una fioritura magnifica, alla fine si piega e si sbriciola, il movimento modificativo lo riprodurrà altrove, in altri aspetti differenti, ma sempre legati alle medesime regole opportunamente riformate. La derealizzazione totalmente compiuta significherà uniformazione del mondo non la sua scomparsa. La vita continuerà, ma senza le scosse che oggi la rendono ancora carica di tensioni e di contraddizioni. La qualità si riuscirà ad attingere, con la modestia che il fare ridotto ai minimi termini renderà possibile e nelle forme che l’assenza di contraddizioni lasceranno emergere, pur completa fin dal primo contatto, ma non dirà nulla, non consegnerà nessuna indicazione, non ci saranno messaggi da portare al mondo, non ci sarà niente da fare. Potremo coglierla nella desolazione dell’appiattimento, e qui esserne colti, ma non avvertire nessuno accrescimento quantitativo, o radicale e sensibile modificazione. Una volta la qualità ci collocava nell’azione, qui eravamo in grado di vivere un’esperienza diversa, una puntuale esperienza trasformativa, ora potrebbe non essere più così. L’affievolimento delle antiche contraddizioni non ci consegnerà all’arbitrio che per quell’attimo, che potrebbe durare l’incerto permanere di un ricordo dei precedenti sommovimenti, ma ciò non ha importanza, le incertezze cadranno come foglie che l’autunno porta con sé. L’intensificazione qualitativa coglie in un vertice che fa vivere diversamente. I tempi si concentrano, millenni e milioni di anni non sono più nulla, così come le distanze, siamo qui, nel punto esatto dell’azione e ci siamo del tutto, il coinvolgimento è totalmente desolato, non ha riferimenti precedenti di spazio o di tempo, né susseguenti di possibilità concretizzate nel destino. La totalità della vita è nell’azione e questa è nell’unità che semplicemente è, non abbiamo più ostacoli a diventare quello che siamo. Non possiamo produrre cortine fumogene, se siamo vigliacchi, vigliacchi restiamo, e un vigliacco nel deserto non può nascondersi. L’esperienza della qualità è muta, non dice niente nel momento in cui la viviamo e tace nel momento in cui facciamo un passo indietro, ponendo a noi stessi la domanda fondamentale: tutto qui? La trasformazione è movimento di cui non possiamo parlare che in termini di modificazione, e ciò perché la modificazione risente di ciò che la qualità mette in moto. Certo siamo fortunati e privilegiati a godere di essere colti dalla qualità, ma ciò che utilmente mettiamo a disposizione del mondo è l’esperienza di una inutilità, di una trasformazione, e facciamo questo con le parole. In un mondo ormai ammutolito tutto questo sarà solo una vicenda di fantasmi.

Il mondo che inventiamo con la percezione, educa alla individuazione volontaria, in massima parte, e anche involontaria. Questa distinzione non è che una sottodistinzione in quanto le percezioni involontarie sono frutto della cultura e dell’abitudine, massimamente costituite da decisioni volontarie. Ciò produce un mondo di apparenze che è facile considerare in blocco come irrealtà e inautenticità. In questo modo, agendo dall’interno del campo, commisuriamo la realtà in termini di tempo e di spazio, ma siamo anche pienamente coscienti, seppure non si può dire che siamo altrettanto conoscenti, che queste misurazioni sono modelli esclusivamente diretti a farci orientare nell’ambito circoscritto delle nostre conoscenze e dei nostri interessi. Ma, ogni volta che ci avviciniamo ai limiti di questo campo, ogni volta che unifichiamo un singolo flusso elementare, ogni volta che veniamo a contatto con la tensione della qualità, cioè con le prime propaggini della grande desolazione che si apre alla totalità del reale, comprendiamo subito come il nostro vero metodo resta sempre quello che si basa sulla logica del tutto e subito, cioè quello che parte dalla totalità del reale, anche se poi ci vediamo costretti a impiegare modelli che contraddicono con la loro analiticità quel metodo di fondo. Questa condizione che ci ha accompagnato per secoli sembra cedere il passo a uno svuotamento riguardo le distinzioni. C’è da chiedersi se siamo ancora in grado di cogliere distanze e spazi temporali allo stesso modo di quanto accadeva in passato. Queste capacità non ci vengono date in dote una volta per tutte, ma si acquisiscono e si sviluppano man mano a contatto col mondo che ci circonda. Se questo mondo è in corso di progressiva derealizzazione, anche noi finiamo per introiettare un vero e proprio mondo di fantasmi, banalizzato e ripetitivo, in cui i rischi del conoscere sono sempre più ridotti e tutto sembra scorrere piacevolmente e senza intoppi.

E così, la logica cartesiana della distinzione diventa sempre più un nebuloso ricordo. Contraddizioni dolorose sostituiscono la chiarezza che ci appariva ormai alle porte, non rendendoci conto che quelle porte intraviste, come quelle del Ghiberti, non erano altro che il limite dell’irrimediabile incomprensione. La distinzione tra esperienza personale di un accadimento quale che sia, grandioso o piccolo, e il tentativo di una ricostruzione collettiva è illusoria. Indirettamente, figurandoci l’osservazione come rammemorativa, qualcosa del genere accade nel subito sparire dell’azione e nel tempo del fare che a essa improvvisamente sopravviene. Certo sarebbe un segno di superficialità ammettere un taglio netto, anche se di ricomponimento si può parlare in tutta legittimità, ma in maniera non del tutto originale. Nessuno torna mai indietro esattamente sui suoi passi, siano questi brevi o difficili e complessi come quelli, per l’appunto, della foresta e dell’esperienza trasformativa.

Alfredo M. Bonanno
dicembre 2018

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Frammenti

Attorno, dentro e di fronte a noi sta una realtà difficilmente spiegabile nella complessità dei suoi cambiamenti, difficilmente interpretabile, nel suo intero, se colta fra quella sovrapposizione di piani, strutture, impalcature, tecniche, processi che la caratterizzano, ma attaccabile nelle sue infinite sfaccettature. Unica certezza sono le nostre tensioni che, mischiandosi continuamente con domande, tentativi, lotte, paure, azioni, illusioni e delusioni, si alimentano sulla base dell’inaccettabilità di tutto ciò che caratterizza questo mondo.

“Negazine” avanza un’ipotesi, utilizza parole vecchie e nuove, concetti che si evolvono continuamente, non si accontenta di facili risposte a complessi fenomeni. Innervosisce e respinge, attrae e delude, pretende un abbandono difficilmente concepibile. In questo vortice esprimersi e scrivere, per me, è molto difficile. Ecco allora che per questo numero ho scelto di proporre alcuni stralci di corrispondenze, inerenti ai temi trattati, grazie ai quali ho fatto uno sforzo di ragionamento per cercare di farmi capire meglio.

Il confronto con i compagni è uno strumento irrinunciabile.


Mariangela: Se stato-politica-sovranismo li intendiamo come strutture produttive di significato concreto, facenti parte di una realtà che condizionano continuamente, allora la loro componente strutturale e ideologica si può definire una tecnica che, in quanto tale, persegue un progetto o più progetti (controllo, produzione, assuefazione, educazione, repressione, e tutto questo insieme) che si legano ad altri ancora, a volte in modo più lineare, altre contraddittorio. Tutti questi progetti e tutte le tecniche rientrano in un più generale processo (che noi abbiamo definito tecnologico o di derealizzazione) a cui si accostano, confluiscono e dal quale sono condizionate.

Con Alfredo ci confrontiamo spesso su questi aspetti, mi chiedo quale sia il senso di riflettere su cosa sia la derealizzazione se poi, nel frattempo, al di là di qualsiasi riflessione “astratta”, ci troviamo di fronte, quotidianamente, a misure, politiche, scelte che ci ammorbano e distruggono la vita, con galere, scelte reazionarie dagli effetti immediati. Mi sono chiesta più volte quale sia il senso di parlare di possibili trasformazioni in corso, quando nel frattempo, cambiamenti palpabili si manifestano. Credo che le cose non siano slegate. Alfredo, destando in me non poca diffidenza all’inizio, ha definito lo Stato, i politici, i sindacati come fantasmi, pagliacci. Ma non nel senso di aleatori ectoplasmi, inesistenti o stupidi e transitori dettagli, ma protagonisti deleteri, crudeli, miserabili, non soggetti a sé stanti, agenti a sé, non progetti totali e totalizzanti, come potevano essere in epoche precedenti (ad esempio gli stati-nazione), ma protagonisti-fantocci-reali che allo stesso tempo fanno parte e vengono influenzati e inghiottiti da un processo più ampio, quello tecnologico. Un processo che nell’appiattimento progressivo, nell’idiotizzazione dell’individuo, colto nella sua abnegazione alle merci, a oggetti e bisogni sempre più passivizzanti, in un’ignoranza profonda, e nella totale incapacità di capire, fa sì, che siano possibili, al suo interno, scelte politiche che trovano terreno fertile nella paura, nell’alienazione e indifferenza totali.

Una donna di Crotone che vota lega nonostante i leghisti la considerino incapace di autodeterminarsi in quanto donna e una scimmia in quanto abitante del sud, non è forse il segno di una incapacità di capire anche un aspetto tanto semplice della realtà?

Credo che in una prospettiva di interpretazione della realtà ai fini distruttivi, il sovranismo non sia sconnesso, dalla politica, dall’economia, dal processo tecnologico, dalle tecniche.

* * *

L.: Per “Negazine”, devo ammettere che, se ho capito bene a quali problematiche il primo numero si riferisce, certi concetti mi sono rimasti un po’ enigmatici. Non ho capito in che senso la “derealizzazione”, concetto nuovo, sia talmente diverso da quanto è stato descritto, con termini vari, a volte in modo approfondito, a volte in modo approssimativo, da diversi critici della tecnologia. È per questo che dicevo che ho capito bene dove voleva andare il primo numero, ad analizzare e capire (dimmi se mi sbaglio) la tecnologia come progetto di dominazione, che è totale nel senso che, a parte i cambiamenti che provoca a livello prettamente economico, si attacca proprio ai rapporti sociali e alla concezione culturale stessa che gli individui hanno, o piuttosto avevano, di se stessi. Tutto questo è giusto, ma spero che il secondo numero vada più a fondo.

Quello che esiste, e in un certo modo è stato accennato anche nel primo numero di “Negazine”, è la possibilità di distruzione massiva di uomini e cose attraverso la guerra civile, la più becera. Viste le ultime tendenze, che si confermano anno dopo anno in quest’ultimo periodo, mi sembra che questa prospettiva (pace tecnologica e trasformazione radicale dell’uomo in certe parti, guerra becera in altre) si sta realizzando sotto i nostri occhi (miopi, nel senso che le guerre non sono più intese come “guerre” dalla maggioranza dei nostri contemporanei). Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, però a differenza di altri tempi, oggi c’è il progetto tecnologico di dominazione.


Mariangela: Ho letto più volte le riflessioni che fai sul primo numero di “Negazine” e mi pare corretto quando scrivi: “mi sembra che questa prospettiva (pace tecnologica e trasformazione radicale dell’uomo in certe parti, guerra becera in altre) si sta realizzando sotto i nostri occhi (miopi, nel senso che le guerre non sono più intese come ‘guerre’ dalla maggioranza dei nostri contemporanei)”. Alcuni dubbi mi sorgono sulla conclusione: “Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, però a differenza di altri tempi, oggi c’è il progetto di dominazione tecnologico”. Più che progetto di dominazione tecnologico, lo definirei processo tecnologico. La parola progetto mi pare fuorviante, nel senso che sottintende che ci sia una regia capace di vedere e prevedere l’evoluzione e lo sviluppo di ciò che preordina, di dirigere nel complesso l’insieme di tutti i fenomeni, individui, leggi, dinamiche, e le loro relazioni, che convogliano continuamente nella realtà.

Il termine processo dà più l’idea di qualcosa che ad un certo punto si autodetermina e va avanti secondo regole, dinamiche, prospettive difficilmente prevedibili, che si alimentano continuamente su se stesse in modo non lineare, che assumono caratteristiche e direzioni non necessariamente legate a previsioni o direttive originarie.

Quello che abbiamo definito processo tecnologico sembra procedere nella direzione di fagocitare continuamente la realtà come siamo abituati a intenderla, percepirla, interpretarla. È come se fossimo costretti, per interpretare, a compartimentare la realtà in più porzioni e queste stesse in altre porzioni ancora, sviscerandole, ognuna, al suo interno, nella loro significatività. E questa significatività diviene tale se posta in relazione con tutto il resto, le altre parti, che però non riesco a cogliere tutte insieme, né a decifrarle nitidamente al loro interno. Perché non riesco? Perché utilizzo strumenti interpretativi legati a schemi inadeguati e per certi aspetti superati, perché i miei strumenti di comprensione li acquisisco già impoveriti, perché di fronte e dentro di me tutto gradualmente è cambiato e cambia. Muto io, plasmata continuamente da stimoli che rendono più piatti, continuamente, e svuotati di personalità, identità e contenuto, i miei gusti, i miei bisogni, persino le mie tensioni. E mutano le relazioni attorno a me, il mercato non più soggetto che si limita a proporre bisogni, produrre merci, accaparrarsi risorse per produrre ritrovati sempre più in linea con i tempi (oggetti piccoli, veloci, a basso consumo – fasullo concetto che si perde nel marasma – verdi, puliti...), quindi un mercato non più “soltanto” propinatore di merci e necessità, ma “soggetto” che si configura continuamente, e con esso si configurano quelle merci e quei bisogni, su sollecitazione dei soggetti stessi, di quegli individui che non appaiono più staccati da quello che consumano, ma che sono i richiedenti di ciò che consumano[1]. Questa condizione ci rende parte integrante della merce, quindi di quei profitti di cui la merce è fautrice. E in ogni aspetto della merce si condensano la guerra, il conflitto, la povertà. Aumenta la distanza rispetto a ciò che abbiamo sempre creduto o immaginato di essere, che siamo stati e che pian piano, ad un certo punto non facilmente rintracciabile, ma anch’esso smarrito nell’intracciabilità del confine all’interno di un cambiamento o di una trasformazione, abbiamo smesso di essere. Se aggiungi a questa mutazione un generalizzato rimbambimento legato ad un quieto vivere colmo di distrazioni, doveri, divertimenti, e passivizzazioni attraverso strumenti vari, un aumento dell’ignoranza e quindi della impossibilità di capire cosa accade, di dargli un senso o un non-senso, viene fuori un individuo, un insieme di individui che ha sempre meno la percezione di ciò che lo circonda e lo caratterizza, di quali siano le forze in gioco, di quali siano le suddivisioni di responsabilità legate a ciò che accade. Un individuo che è sempre più dipendente da macchine di cui non conosce il funzionamento, che lo allontanano da sé, un sé sempre più vuoto, e lo assimilano nel sistema, nei sistemi.

Come scrivi tu accadrà “la distruzione massiva di uomini e cose attraverso la guerra civile, la più becera”, ma chi se ne accorgerà, con quale coscienza si combatterà, se si combatterà? Potrebbe anche accadere, o forse sta già accadendo, che le popolazioni più ricche e privilegiate arriveranno ad un livello di dipendenza e coinvolgimento da un lato e di ignoranza dall’altro, tale da non accorgersi nemmeno degli stermini di massa.

E di chi sarà la colpa? Dei ricchi? Dei capitalisti? Dei tecnocrati e tecnologi? Di tutti e di nessuno perché, e su questo ho pochi dubbi, nonostante permangano luoghi e gruppi di potere, con emanazioni dirette su vari aspetti del presente, questi non possono incidere sul processo nel suo complesso a tal punto da determinarne evoluzione, modalità, conseguenze e criteri di sviluppo dettagliati, ma possono incidere ad un certo livello, senza grosse previsioni e prospettive, perché fanno parte essi stessi di un processo che si evolve da sé pur portando tutto e tutti dentro di sé.

Un esempio, che spero calzi. Quando leggo i giornali mi ritrovo a pensare alla limitatezza, stringatezza, sapore insulso, delle notizie. E mi chiedo quanto siano interessate, pilotate, ragionate, volute. In parte sì, sicuramente qualcosa viene censurato, qualcos’altro viene enfatizzato, altro ancora ignorato. Ma questa selezione, se nell’immediatezza di certe circostanze appare gestibile (es. donna uccisa da extracomunitario, si pubblicizza, il commesso che ferisce il padrone perché non lo paga, si censura), non può esserlo su tutta la linea. Credo che i giornalisti, la maggior parte perlomeno, partono già da una posizione di ignoranza, di opinioni povere, privi di spirito critico e diretti ad andare incontro alle esigenze di un pubblico concentrato sullo scalpore di certa cronaca nera.


Con alcuni compagni ho discusso della questione “derealizzazione” come ipotesi nuova, del perché Alfredo presenti la sua ipotesi come nuova pur usando un termine esistente e già utilizzato. Alcuni autori in passato (non li conosco tutti) hanno utilizzato questo termine, ma credo sia stato usato all’interno di una riflessione critica della tecnologia di tipo diverso da quella che c’è in “Negazine”. Qualcuno ha descritto la tecnologia come progetto di dominazione legato ad una società tecnicizzata all’estremo e in balia di relazioni, uomini, dirigenti, governi tecnicizzati. Una sorta di società tecnocratica intrisa di una mentalità che scaturisce dal cambiamento di certe abitudini, dalla perdita di relazioni dirette e legate ad una realtà virtuale passivizzante, e di un’ideologia del controllo portata al massimo grado di possibilità. In “Negazine” invece si ipotizza la tecnica (o le tecniche a qualsiasi loro livello di sviluppo) come aspetto, come parte della tecnologia, ma anche come qualcosa di completamente diverso dalla tecnologia, non identificabile con il processo tecnologico. Io non credo si vada nella direzione esclusiva del trionfo di tecnica e robot, quanto in una direzione in cui tecnica e robot ci saranno di sicuro, ma ci sarà anche un individuo ridotto allo stato di soggetto (perché il soggetto consumatore, superficialmente ed apparentemente pensante, votante forse, partecipante a varie insensatezze che pretendono di dare un senso alla sua vita, serve comunque privato di consistenza). Immerso in una realtà che non vede, una realtà fatta di stermini, guerre, ingiustizie, ma che non viene percepita come tale, non gli appartiene, perché non è, palesemente, in relazione diretta con la sua quotidianità.

Ma potrebbe sempre accadere qualcosa che sconvolga quel tutto che non siamo ancora capaci di decifrare, in fondo continuiamo a porci dei dubbi, sentiamo qualcosa nel cuore e in molte parti del mondo il benessere inteso all’occidentale non è ancora arrivato.

Non sappiamo quanto completo sia il processo derealizzante, ma probabilmente accadimenti, fenomeni quantitativi e qualitativi, possono creare qualcosa che incida e trasformi la realtà. Non so quanto i nostri strumenti teorici attuali possano esserci utili, di certo un sforzo di comprensione è fondamentale. Il processo tecnologico non è l’apocalisse, ma non possiamo non agire, non possiamo non cercare ciò che ancora non appare derealizzato, non possiamo non partire da noi stessi, da quello che di noi possiamo ancora riconoscere come potenzialmente sovversivo.

* * *

A.: Sulle “faccine mortifere”, gli smile: non riesco a capire tutto questo accanimento da parte di molti.

Non penso sia una critica ad un qualcosa in quanto “tecnologico” ma anche se lo fosse perché non usarle alla stregua del linguaggio o della scrittura? Infatti non sono altro che dei segni come le virgole, gli accenti, i trattini, ecc., che aiutano l’espressione e la comprensione: sono un’aggiunta alla scrittura fin qui utilizzata. Chiaro che è difficile dire sogno (sentimenti affetti idee sensazioni) con parole, figuriamoci con scrittura, colore, suono, per fortuna ci viene in aiuto l’arte con musica, pittura, poesia, danza, teatro, ecc.

In definitiva usiamo la scrittura per cristallizzare i suoni – che a loro volta cristallizzano i pensieri. Noi moduliamo il tono della voce e diamo un certo ritmo e tempo alle nostre parole per aumentare la nostra capacità di espressione – probabilmente i primi uomini non usavano queste “raffinatezze” (o limiti?) e non avevano bisogno di discorsi molto articolati: agivano –; molti segni della punteggiatura (virgole, parentesi, ecc.) servono proprio a mettere questo sulla carta tra una parola e l’altra. C’è, addirittura, chi mentre parla, oltre al tono di voce, usa anche il gesto di “virgolette” (dalla carta al movimento, danza, teatro?).

Mentre parlo posso, contemporaneamente, aggrottare le sopracciglia, accennare un sorriso, agitare le mani, ecc., le faccine servono appunto a manifestare questo: sono stati d’animo che in genere si esprimono con gesti mentre stiamo parlando: sono dei gesti sopra/assieme alle parole.

Sorridendo posso dire delle battute senza specificare che sono uno scherzo o che sono bonarie; molte parole si trasformano in offese solo con il tono della voce o l’espressione del viso.

L’ho fatta un po’ lunga perché io le uso molto e sono convinto di non perdere nessuna purezza se ai vari segni della scrittura attuale ne aggiungo altri. Certo, sono un simbolo del “virtuale” e questo sì, oggi, è mortifero ma nel medesimo modo può essere considerato qualsiasi linguaggio. La parola stessa. Il Pensiero.


Mariangela: Non è questione di perdere purezza usandole. È solo un’illusione credere che sottraendosi all’uso di certe cose si rimanga immuni da certe dinamiche o si riesca a tenere lontano la logica che quelle cose portano con sé, le modificazioni che producono.

Non uso le faccine e ne critico la funzione perché non le considero un semplice strumento, fra gli altri, all’interno del sistema linguaggio scritto. Non sono qualcosa in più rispetto alle virgole, ai punti, alle parole, ma diventano qualcosa che sembra andare nella direzione di stravolgere la funzione stessa dei punti, delle virgole, delle parole. Le faccine, piano piano, sostituiscono tutto ciò in blocco pretendendo di rendere il senso allo stesso modo. Le parole, le frasi, i periodi, i soggetti, le punteggiature partono già da una intrinseca limitatezza di espressione del pensiero e delle sensazioni umane. Descrivere un’emozione, un sogno, un sentimento, una paura... si possono descrivere in modo più o meno originale, intimo, forte, profondo, ma mai si riuscirà a trasmettere quell’intensità unica di ognuno di quegli istanti che si vogliono immortalare, tanto è soggettiva la loro qualità. Eppure ci proviamo, cerchiamo nella nostra mente, nei nostri contenuti, immagini, conoscenze, parole, metafore capaci di rendere il più nitidamente possibile ciò che vogliamo esprimere. Qualcosa all’altro arriva e quello che si “perde” nell’atmosfera è altrettanto prezioso, è un sapore, una sensazione, una luce che migrando lascia qualcosa a chi scrive e a chi legge, sempre diversa. Un’assenza piena che non si sente, ma che c’è, inspiegabile, ma preziosa. Lo sforzo di immaginazione, di trovare le parole, di raccontare e raccontarsi con quanti strumenti possibili, aprono la nostra mente, i nostri occhi, la nostra fantasia. E ogni volta che rinunciamo a una virgola, a una parola, a un sinonimo stiamo rinunciando a un po’ della nostra capacità immaginativa. Riduciamo continuamente fino a mortificare quel pensiero che vorremmo far migrare da noi in un simbolo che appare sempre più adeguato. Il significato che si perde nella banalità del senso, del senso comune. Ecco che una faccia che dà un bacio giunge ad esprimere amore, mi piaci, ti voglio bene, è bello quello che dici, come ti relazioni con me, mi manchi, vorrei abbracciarti, toccarti, accarezzarti, darti tutto l’amore del mondo, esserti riconoscente per il sorriso di stamattina... volendo dire troppo, si finisce per non dire niente. Quante rinunce, quanti silenzi, quanto ci perdiamo rinunciando alle nostre parole. Un simbolo capace di riassumere, destinato a riassumere, limitato nello spazio e nel tempo, comodo, veloce, universale, piccolo... non porta niente di buono e ben si inserisce nell’impoverimento in corso, anzi ne è il riflesso.

Mi scrivi: “Mentre parlo posso, contemporaneamente, aggrottare le sopracciglia, accennare un sorriso, agitare le mani, ecc., le faccine servono appunto a manifestare questo: sono stati d’animo che in genere si esprimono con gesti mentre stiamo parlando: sono dei gesti sopra/assieme alle parole”. Perché, mi chiedo, devo manifestare uno stato d’animo che in genere esprimo dal vivo con un simbolo? Abbiamo una ricchezza linguistica tale da esprimere qualunque stato d’animo (tenendo conto dell’intrinseca limitatezza accennata sopra), basta cercare la combinazione di parole capace di esprimerla invece di accontentarci di sintetizzala in un simbolo di facile e universale accesso. Il virtuale sembra poter sostituire tutto, i gesti reali, l’incontro, l’amicizia, la sessualità... Ogni volta che lo accettiamo, consapevoli o meno, stiamo perdendo qualcosa.

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Conferenza tenuta a Napoli il 31 maggio 2019

Sapete perché rido?, perché mi sento imbarazzato a parlarvi di una cosa ed avere l’improntitudine di parlarne pur non essendo del tutto sicuro di quello che andrò a dire. Di quello di cui vi parlerò, sono convinto fino a un certo punto. Insieme alle riflessioni mie e dei compagni che sono vicini a me, siamo arrivati alla conclusione che quello che sto per dirvi ha un fondamento. Un fondamento di natura sociale, ovviamente no?, perché allora parleremmo di problemi che riguardano la struttura della realtà così come è oggi. Non privilegiandone una parte, anche se questa parte, che di solito in passato abbiamo privilegiato, è fondamentalmente più evidente o più pericolosa, più ributtante. Pensate semplicemente allo Stato, al capitale, al potere a seconda dei tagli che in passato abbiamo dato alle analisi sociali prodotte. Stavolta invece cercheremo di fare uno sforzo per produrre un’analisi complessiva della realtà. Quindi un’analisi che comprenda gli aspetti produttivi, repressivi, di controllo, ma anche gli aspetti culturali e principalmente le capacità di capire.

Noi riteniamo, e qui dentro siamo tutti responsabili, che le parole, e per primo io che ho in questo momento un arnese di dominio fra le mani [microfono], e che perciò riesco a parlare più forte di voi, che le parole, dicevo, hanno un significato, rappresentano concetti capaci di farci capire la realtà. Non è vero, è un imbroglio clamoroso, che attraversa la storia recente, 2500 anni minimo, visto che noi siamo figli della filosofia greca. 2500 anni che filosofi ed economisti in primo luogo ci imbrogliano. E stasera utilizzeremo parole, cioè strumenti di imbroglio, con la pretesa, da parte mia, fino a quando qualcuno non mi mette con le spalle al muro e mi dice, brutto imbroglione, vecchio scimunito, finché non mi si dice: tu ci stai imbrogliando, non è vero che le cose stanno così, ma me lo deve dimostrare. Ecco di che cosa parleremo stasera, del processo di impoverimento, di immiserimento in cui veniamo cacciati, come una persona cacciata per mare, per terra, per foreste finché non si trova con le spalle al muro, in un vicolo cieco, ecco noi più o meno siamo in questa situazione, il vicolo in cui questo processo ci sta spingendo, spalle al muro, non ha illuminazioni, non ci permette di capire la realtà.

Certo è un processo in corso, e come accade in tutti i processi se ne capiscono gli effetti soltanto quando si arriva al punto terminale, quando il bubbone che sta sotto, e si sta ingrossando, scoppia e viene alla luce. Ma non sappiamo cosa succede prima di un terremoto, un momento prima della scossa sismica, dell’eruzione vulcanica, tanto per fare gli esempi di un assoluto ignorante di queste cose che però ha vissuto tutta la sua vita, o quasi, sotto l’incubo del più grande vulcano d’Europa.

Stiamo per vivere un’esperienza probabilmente nuova, cioè, siamo sicuri di capire quello che stiamo per dire? Siamo sicuri che le parole non sono velate da una nuova ideologia, che non ha nulla a che vedere con le vecchie ideologie del passato di cui siamo maestri perché le abbiamo viste nascere, vivere e morire? Siamo sicuri che non ci sia una sorta di copertura, di patina, proprio ferrigna, che copre le nuove parole attraverso una capacità di sottrazione di significato? Siamo sicuri che quando noi indichiamo una realtà strutturale, produttiva, di determinate conseguenze, come ad esempio una tecnica, ad esempio l’uomo, questa tecnica sia quella che stiamo per indicare? L’uomo sicuramente è una tecnica, anche la fabbrica è una tecnica. Siamo sicuri che è una tecnica quando noi la indichiamo con mezzi conoscitivi, come le parole, noi riusciamo a farla venire alla luce? Oppure riusciamo soltanto a concretizzare di fronte ai nostri occhi, le mie parole riusciranno soltanto a concretizzare un fantasma.

Cosa è un fantasma? Attenzione compagni il fantasma non è il nulla, tanto meno il nulla a cui faceva riferimento Stirner, tutt’altro. Non è il nulla, non è l’assenza della realtà, ma è una realtà dimidiata, una realtà diminuita, svalutata, immiserita, impoverita, ridotta ai minimi termini. E chi ci dice che l’uomo sia questa cosa qua, oggi? Dimidiato, immiserito, alla ricerca di se stesso, incapace di darsi una identità, immerso nel ricordo di quelle che furono le passate avventure gloriose di certi risultati ideologicamente penalizzati e quindi messi da parte, e quindi passati alla storia con altro nome: anni di piombo. Che c’entrano gli anni di piombo, che cosa c’entra il piombo, cosa c’entra con quegli anni? Ecco il gioco delle parole, orribile, come si presenta attraverso i giornali, attraverso gli analisti di regime. Però il fantasma c’è, e che cosa è che crea questo fantasma, non sono certamente i giornali, la televisione, l’uso dei telefonini, la presenza degli occhi del nemico che ci guardano in ogni dove, in ogni passo che facciamo, i cosi rotanti, i cosi che girano, ecco questi cosi qua, ecco non è solo questo, è tutto questo insieme, la coazione di tutte queste cose. Fate la prova a prendere un numero del “Corriere della Sera” di cinquant’anni fa e un numero del “Corriere” di oggi e provate a metterli sul tavolo e vedete qual è la differenza. Perché un giornale come il “Corriere”, o come il “Times”, ricordate che il “Times” fu l’ultimo a perdere la dimensione della sola scrittura ed evitare le foto, perché i giornali oggi sono pieni di foto a colori enormi, che riempiono un quarto e più della pagina, perché ci vogliono abituare a vedere e non capire, perché oltre alle foto ci sono i titoli grossi e sotto tre righe di informazioni, non di spiegazioni, di informazioni, perché i quotidiani sono fatti così, perché ci vogliono educare a non capire, vedere e non capire, sapere e non capire. Anche i libri di scuola, avete visto i libri di scuola, sono carichi di fotografie, di diagrammi, di riquadri, di riassunti, sottoriassunti. Uno può imparare la lezioni in tre modi, un po’ di più, un po’ di meno, non sapendo completamente nulla o quasi nulla. Questi sono i mezzi che forniscono, perché hanno interesse a ridurre le nostre capacità di capire, sottolineo la parola hanno perché hanno è un verbo che ovviamente ha bisogno di un soggetto sennò la frase non vuol dire niente, voialtri potete chiedervi hanno?, ma chi, che cosa? Non esiste un luogo gestito da un gruppo di criminali super dotati o super ricchi o super criminalizzati che vuole realizzare un progetto, quello che esiste non è il progetto della derealizzazione del mondo, ma siamo davanti a un processo.

Sono due cose diverse il progetto e il processo, quindi quello che sta accedendo alla sottrazione culturale è una conseguenza di determinate necessità che sono interne alla realtà e che la realtà stessa ha prodotto e che adesso sta rivolgendo contro se stessa perché dimentichi quello che essa è stata, una realtà sostanzialmente provvista di dimensioni strutturali, formali, significative. Quello che adesso le si chiede è di diventare una realtà apparente, non inesistente ma apparente. Il fantasma, se riflettete un attimo, è qualcosa di apparente, è qualcosa che appare, anche come ectoplasma, cioè appare come qualche cosa di inconsistente, non è una realtà, ma nello stesso tempo non è nemmeno l’assenza della realtà. Più o meno 50 anni fa, quando il carico della manodopera divenne troppo pesante per le industrie, non andiamo tanto lontano, per le industrie europee, i signori economisti proposero, (sempre brave persone), proposero di modificare la struttura produttiva, dall’impianto fisso che costava moltissimo, che richiedeva un impiego di persone elevato, che si doveva riutilizzare e smontare, (pensate all’impianto fisso della produzione della 600 che nel ’74 fu venduto all’Irlanda del Nord). Io mi trovavo a Belfast e ho visto le 600 come quella che avevo io quando ero giovane, 600 nuove, circolare, ho vissuto come un salto indietro nel tempo. Questa struttura produttiva non era più sostenibile e la cambiarono con le isole produttive. Cosa succede, nel momento in cui un’isola produttiva produce le ruote dell’automobile? Essa è un’isola produttiva, separata da quella che produce il cofano, la parte diciamo di plastica che copre la parte davanti delle ruote. È chiaro che se quello che produce le ruote fa una fornitura sbagliata, se le ruote non possono essere montate, l’isola rispedisce indietro le ruote, perché ogni isola è reciprocamente cliente e fornitore dell’altra isola. Quindi se io che lavoro nell’isola dove arrivano le ruote vedo che queste non vanno bene, le prendo e le restituisco all’isola che le ha prodotte. Cosa si ottiene con questo piccolo scherzo: la rottura dell’unità operaia, la scomparsa della coscienza di classe, l’assoluta insignificanza della rappresentatività operaia. Non significa più niente la sinistra, non significa più niente la destra, per motivi inversi che è facile capire, non significa più niente la rappresentatività politica, non significa più niente il mondo che ci aveva accompagnato per duecento anni, dalla Rivoluzione industriale fino a 50 anni fa.

Cosa è sostituita al loro posto? La disgregazione, ma la disgregazione deve essere accompagnata da un processo di depauperizzazione, di impoverimento, non può essere lasciata a se stessa. Cioè persone che continuano a ragionare e a capire, non possono essere separate, si ribellano a questa separazione avendo vissuto l’unità, la sensibile unità di classe, conseguentemente si aggiunge un altro elemento, un altro tassello alla richiesta che viene dall’interno del processo produttivo stesso, impoverimento vuol dire non capire cosa sta succedendo o capirlo soltanto in parte. Ma perché improvvisamente nella realtà, nell’insieme della realtà accade quanto abbiamo descritto? Vi immaginate che cosa è la realtà, l’insieme della realtà? Dobbiamo fare uno sforzo per capirci. Non stiamo parlando della realtà avanzata, quella di cui parliamo è la totalità del reale. Il processo di impoverimento accade nei paesi avanzati, come accade nei paesi non avanzati. Esso ha lo scopo di evitare la conflittualità delle tecniche, cioè lo scontro della tecnica contro la tecnica. (Notate che non sto utilizzando la parola tecnologia che vuol dire un’altra cosa, sto utilizzando la parola tecniche). Le tecniche sono in conflittualità costante fra loro, perché qualunque cosa diano alla luce significa lotta per ottenere il guadagno del tre per cento.

L’uomo come tecnica raggiunge inconsapevolmente lo scopo del tre per cento dando il suo contributo creativo e organizzativo alla formazione della struttura delle tecniche e allo sviluppo e alla crescita delle connessioni tra loro. La religione, intesa come tecnica, anch’essa lotta indirettamente per ottenere il tre per cento, su altri piani, ma partecipando a quella che possiamo considerare la base psicologica dell’uomo che a sua volta è l’elemento portante dello sviluppo delle tecniche e dei rapporti tra loro.

Io non voglio entrare in spiegazioni di natura economica perché le mie esperienze del passato mi dicono che in questi contesti, in queste situazioni, riunioni fra compagni, quando si comincia a parlare di tecnica economica: cosa è la Borsa, cosa è la moneta, come funziona la produzione del denaro, dove viene prodotto, come viene prodotto, perché viene prodotto, cosa sono i debiti dello Stato, che cosa è lo spread, quando si parla di queste cose c’è un riscontro conoscitivo limitatissimo. Si tratta di cose che vengono conosciute grazie ai mezzi di comunicazione, ammenocché non siamo davanti a degli specialisti, ma nell’informazione media, l’informazione non c’è, i giornali, le riviste sono un riportare notizie, il telefonino, se digitiamo cosa è lo spread troviamo una notizia che non ci spiega cosa è. Quando noi chiediamo la spiegazione del perché succede la crescita, cosa significa quando avviene un aumento dello spred, non capiamo cosa è, ma spesso capiamo il contrario. Meglio sorvolare su argomenti di specificità economica.

Le tecniche sono le une contro le altre armate, producono una conflittualità che si traduce in una sorta di ebollizione della realtà, quindi ecco la necessità degli organi che governano e mantengono il controllo di una divisione tra coloro che hanno i soldi e chi non li ha. Per soldi non si intendono le banconote, ma le proprietà produttive, quindi questa divisione è mantenuta attraverso il controllo, e gli organi del controllo sono in primo luogo lo Stato, che ha i tribunali, le polizie, le prigioni, gli ospedali psichiatrici che non è vero che sono scomparsi. Con questi strumenti si ottiene un certo controllo. Un certo controllo. Se il ribollire dello scontro delle tecniche riduce una universale capacità del controllo, allora gli strumenti del controllo hanno bisogno di essere più sofisticati, molto più costosi e molto più ampi. Ma nello stesso tempo gli strumenti del controllo stesso sono uno prodotto tecnico, quindi lo Stato partecipa dello scontro fra le tecniche e pretende controllarne le regole, questo produce una ulteriore conflittualità che possiamo anche approfondire, ma non ha molta importanza, noi dobbiamo considerare in questa fase, ammenoché poi voi non volete approfondire, chiediate specificatamente un chiarimento, al momento dobbiamo considerare la conflittualità delle tecniche. Ma la realtà non è costituita soltanto dai progetti tecnici, le tecniche, ma è costituita anche da una copertura di questi progetti tecnici che è la tecnologia. Tecnologia e derealizzazione sono la medesima cosa, il medesimo concetto, la tecnologia sottrae significato alle tecniche. Prendiamo la tecnica uomo. La tecnologia gli sottrae la capacità di capire. Prendiamo la tecnica moneta. La tecnologia le sottrae la capacità di essere un fatto reale: la moneta è un fantasma, non esiste.

Avete soldi in tasca? Il biglietto che ho io in tasca non esiste, è un’illusione della mente. Facciamo un esempio, una favola, che si racconta in genere agli studenti del primo anno di economia. C’è uno che dalla stazione va all’albergo e prenota una camera per un giorno: 50 euro. Li dà all’albergatore e se ne va. L’albergatore a sua volta ha un debito con quello che gli ha fornito la carne, lo chiama, gli deve 50 euro e gli dà 50 euro, lo stesso biglietto, e chiude la partita con il macellaio che gli ha fornito una merce concreta, carne. A sua volta, il macellaio chiama qualcuno che gli aveva fornito un servizio che non gli ha pagato, per dargli 50 euro, questo a sua volta chiamerà un altro, che poi chiamerà un altro, finché non si arriva a uno il quale doveva pagare una camera all’albergo che non aveva potuto pagare, questi va dall’albergatore e gli dà 50 euro. Nelle mani dell’albergatore torna lo stesso biglietto. Due minuti dopo arriva quello che aveva fatto la prenotazione, siccome era ancora in tempo per disdirla chiede indietro i 50 euro. L’albergatore restituisce i 50 euro e il biglietto torna nelle tasche del primitivo possessore. Cosa è successo? Il fantasma si è mosso: dieci, venti volte. Questa è la velocità della moneta. Più veloce è la circolazione della moneta, più il paese dove essa circola è ricco, perché aumenta la produttività, non ha nulla a vedere con il pezzo di carta che è un fantasma. Voi pensate, quanti biglietti, quanti prodotti, quanti scambi, quante operazioni sono state fatte, aperte, concluse, movimenti concreti, finché si torna alla realizzazione che la moneta è costituita da un fantasma, da un simbolo. Ora, riflessioni e favole come questa, si possono raccontare sia per quanto riguarda l’attività produttiva, sia per quanto riguarda altre cose. Ad esempio, se noi abbiamo una fabbrica che impiega 1000 persone, che è costituita da un immenso edificio dove si fabbrica carne in scatola, che ne so una cosa qualunque, che impiega 1000 persone, come si fa a tagliare una fetta di questa fabbrica, a dividerla in fettine? Non si può, perché si dovrebbe distruggere la fabbrica. Però c’è un sistema, si divide, si individua l’aspetto fantasmatico della fabbrica, gli si da un valore, lo si divide, lo si divide in azioni. Ogni azione è un pezzo della fabbrica. Se io posseggo un’azione sono proprietario di un pezzo della fabbrica, ma quale pezzo? chi lo sa? Il pezzo di carta, perché è un pezzo di carta con tanto di bollo, che nessuno quasi mai vede, perché nessuno compra azioni per tenersele a casa. Normalmente i compratori sono speculatori, quindi non comprano i pezzi di carta, ma prenotano alla vendita o all’acquisto un numero di azioni, cioè una parte dell’impresa, della società, dell’azienda. Quindi io speculatore piglio questi pezzi fantasmatici dell’azienda (questa sì tecnica concreta in atto), li porto in un luogo di fantasmatici soggetti che si chiama Borsa, qui avvengono delle contrattazioni che prima erano “alle grida”, cioè si facevano segnali che venivano recepiti da tecnici, operatori in titoli o in cambi, i quali facevano dei conteggi lunghi e complicati, per i quali occorrevano tempi non trascurabili. Ora è tutto tramite il computer, gli acquisti e le vendite avvengono in tempo reale, quindi nello stesso giorno io posso vendere e acquistare 10, 20 volte lo stesso fantasma, perché il fantasma è stato inserito all’interno di una macchina che lo trasforma in qualcosa di reale che non esiste però. Il valore di guadagno o di perdita del fantasma può variare dieci volte. E stiamo parlando di una cosa concreta, di una produzione di scatolette di carne, che occupa mille persone, quindi noi vediamo la fabbrica concreta, come se fosse una cosa concreta, ma non lo è perché la sua realtà è il fantasma, i pezzi di carta sono quotati in borsa, in quel palazzo che cosa si fa? Si lavorano i fantasmi, non solo i fantasmi delle aziende, si lavorano i fantasmi dei rapporti di cambio con gli altri Paesi, se io ho bisogno di trasportare la merce in un altro Paese che sia fuori dagli accordi particolari, privilegiati, entro certi limiti, della Unione europea, devo chiedere un modulo di export, siccome in USA se devo comprare una macchina americana devo pagare in dollari, i dollari chi me li vende? La banca. Vado in banca e mi vendono i dollari. L’acquisto di queste operazioni, delle monete, in questo caso non si chiamano monete, ma divise, di tutte le divise viene valutato nella Borsa. Ma nella Borsa cosa diventano tutte queste cose, chi ha mai visto una divisa? Noi la divisa del carabiniere abbiamo visto, ma una divisa in dollari australiani, canadesi, americani, non l’abbiamo mai vista, io vi potrei citare a memoria i valori delle divise del 1973, anno in cui sono andato via dalla banca. Perché me li ricordo, io facevo proprio l’operatore in cambi. Ma di cosa stiamo parlando? Di fluttuazioni complete di quello che importa o esporta dall’estero o all’estero un bene concreto, sia esso una macchina o altro? No, assolutamente. Stiamo parlando della fantasmizzazione di queste operazioni concrete, e questo avviene in quel luogo che si chiama Borsa, dove avviene anche un altro tipo di trasformazione del fantasma. Io posso anche comprare e vendere a credito, a scadenza, mediamente a tre mesi. Io posso dire in tre mesi che comprerò o venderò mille azioni Fiat. Ora cosa succede, io fisso il prezzo oggi o fra tre mesi, naturalmente è una scommessa, se io compro o vendo, il rischio è maggiore o minore sulla vendita o sulla compera, nesssuno lo sa. Nel momento in cui mi trovo a dover coprire questo rischio, io non lo voglio, io voglio solo il profitto, non voglio rischiare, ecco che copro questo rischio con un’assicurazione, faccio una polizza di assicurazione che mi copre quel rischio. Se il prezzo, nel momento in cui devo consegnare, fra 3 mesi, secondo gli impegni presi, le azioni che ho venduto, ma che non ho e quindi sono obbligato a comprare, se in quel momento il prezzo è più alto di quello a cui le avevo vendute prima, io ho una perdita. L’assicurazione mi copre questa perdita, ma questo fantasma della polizza assicurativa è un pezzo di carta, quindi cosa è un pezzo di carta che mi garantisce la copertura del rischio, un’operazione fatta su fantasmi, di fantasmi, da fantasmi che non si vedono nemmeno in faccia perché si riconoscono attraverso il computer, tutto questo mondo di fantasmi viene coperto da una polizza, ma la polizza è un documento e il documento lo posso quotare in Borsa. Quindi pensate, su un fantasma io posso crearci sopra un altro fantasma. Per questo c’è stato il fallimento della Goldman Sachs, tanti anni fa. Questi speculatori non solo avevano quotato le polizze di assicurazione, avevano quindi creato un mercato in cui tu potevi, a termine, acquistare o vendere le polizze di assicurazione, avevano preteso di fare un’assicurazione su questa operazione, di vendere, di comprare le polizze di assicurazione, un fantasma costruito su un altro fantasma, a sua volta rappresentante di un fantasma precedente, stiamo parlando del mondo dell’economia, questa è l’economia. Noi pensiamo a un autobus, a un camion pieno di mattoni, questa è l’economia, oppure a un palazzo in costruzione, no questa non è l’economia, è il frutto del sudore e della morte di milioni di persone quello che vediamo, l’economia sono fantasmi. Le tecniche di cui parlavamo prima sono fantasmi, che con pericolosi movimenti, hanno causato nella storia milioni e milioni di morti.

Io non pretendo convincervi della sostanza fantasmatica dell’economia e francamente mi interessa poco fare un discorso sull’economia, ne ho accennato per fare vedere come attraverso questa visione di che cosa sono le tecniche si può capire meglio che cos’è e come sono stati sottratti i significati, via via progressivi, nel tempo. Non so quando è iniziato il processo, quello che mi interessa è il meccanismo, farvi vedere questo processo come avviene, non è opera di un qualsiasi cattivaccio, nascosto in qualche cassaforte della banca centrale, non è questo il punto, è il meccanismo stesso dei fantasmi che si muove. La copertura della derealizzazione, della tecnologia, produrrà un abbassamento globale della capacità di capire, e se noi perderemo la nostra capacità di capire perderemo la capacità di agire. Qua sto parlando ad anarchici, non sono in aula universitaria, il nostro scopo resta quello di dare un senso alla nostra azione, tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora, in questo momento, appartiene a un mondo che si chiama fare, appartiene al fare, il fare modifica la realtà per gradi, per salti, per balzi, non lo so, lo stesso processo di derealizzazione appartiene al fare, però c’è un’altra parte della realtà, piccola, che appartiene a tutti noi, a tutti quelli che hanno preso coscienza, ed è la qualità, ed è l’agire. Tra fare e agire c’è un’enormità, non sono sinonimi, e questa enormità è data dall’oltrepassamento di una soglia. E la soglia significa che noi entriamo nel regno della qualità, proveniamo dal regno della quantità, ad un certo punto chiudiamo il libro che abbiamo letto fino a questo momento, il libro della nostra cultura, della nostra capacità di capire che ci vogliono sottrarre, ma noi teste dure insistiamo nell’impedire questa sottrazione, questo furto, questo depauperamento, chiudiamo questo libro, basta studiare, basta fare, e oltrepassiamo la soglia, acquisiamo la conoscenza della qualità, avete presente quel momento in cui Nietzsche diventa pazzo, riconosciuto pazzo, in cui in una piazza di Torino abbraccia il cavallo, perché vede che il cocchiere lo frusta. Nietzsche ha già oltrepassato la soglia in quel momento, ma si avvia per la strada del non ritorno, della pazzia, e questo è un altro paio di maniche, noi entriamo nel territorio dell’agire da cui potremmo non ritornare più, come accadde al povero Nietzsche, ma da cui normalmente siamo in grado di tornare nel terreno della quantità, con la conoscenza, la bellezza dell’avere visto negli occhi la qualità, la qualità della vita se non vogliamo restare fantasmi in mezzo ai fantasmi.

Grazie.

Alfredo M. Bonanno

 

Intervento: Che vuol dire agire con qualità? Organizzarsi per sapere dove puntare l’azione oppure? Perché poi è nel pratico che dobbiamo sapere…

Alfredo: Non c’è cosa più pratica di questa. Agire con qualità non so cosa voglia dire, forse non ci siamo capiti. Agire significa andare oltre una soglia, e oltrepassata questa soglia la nostra azione, l’azione dell’agire, incontra la qualità, quello che noi abbiamo visto per tutta la vita nel fare come quantità. Tu hai una serie di cose da fare, accumuli, possessi, amori, disgrazie, la cosa più bella e la cosa più brutta, appartengono al fare, ad un certo punto rifletti con te stessa, hai una cosa dentro di te, questa si chiamava autocoscienza, sei d’accordo con te stessa e ti rendi conto che c’è una soglia davanti a te, che devi oltrepassare, la soglia è davanti a te ed è dentro di te, superata questa soglia, tutto quello che tu farai dopo non è fare, ma è agire, tu trasformerai la tua vita, e la trasformerai anche certe volte in maniera così violenta che non potrai, come successe a Nietzsche, tornare indietro. Ma quello era pazzo per i fatti suoi. Ma se tu hai questa capacità e torni indietro, non sarai nemmeno capace di raccontarci la tua avventura nella qualità, però la tua avventura nella qualità darà un significato diverso al fare, alla quantità, alle cose che tu farai. Io non voglio intendere che la soglia da oltrepassare sia una soglia precisa ma certe volte lo è, come la soglia che c’è davanti la porta. Vi racconto un fatto. In Inghilterra, alcuni compagni, uno di questi lo conoscevo e si chiamava Filippo, decidono di fare una rapina a un bookmaker. Non sono grandissimi rapinatori, essendo la prima volta che facevano una rapina, si procurarono le armi, ecc, ecc. Decidono di fare questa rapina, ma arrivano davanti la porta e si fermarono, fisicamente incapaci di oltrepassare la soglia e cominciarono a passeggiare davanti. Naturalmente quelli dentro, che erano del mestiere, chiamarono la polizia che li arresta tutti quanti. Questo è un esempio, io non voglio dire che la soglia sia veramente un fatto costruttivo, ma lo è anche certe volte, però è un ottimo esempio, era una soglia psicologica quella che dovevano superare, ma era costituita da una soglia che avevano costruito i muratori, con l’ingresso del bookmaker, ma non voglio fare assolutamente intendere che l’oltrepassamento di una soglia sia il commettere un’azione concreta, sto parlando soltanto di un’azione che coinvolga noi stessi, l’urgenza di questa cosa è oggi indispensabile, nel momento in cui ci stanno sottraendo la capacità di capire. Se è vero che ha un minimo di fondatezza tutto quello che abbiamo detto in 50 minuti, fino a questo momento, la cosa diventa estremamente urgente. Molti, non solo tu, potrebbero chiedermi come si arriva a questa individuazione di coscienza di se stessi, come ci si rende conto che si è maturi per questo oltrepassamento della soglia. Parliamoci chiaramente compagni, all’azione si arriva secondo me in un modo solo, rendendosi capaci di individuare un obiettivo, se io da solo o con i compagni con cui ho la maggiore affinità possibile, se io da solo o con i compagni che mi sono vicini, affini, non sono capace di individuare un obiettivo da colpire, io non ho questa coscienza diversa in questo momento e dovrò lavorare su di me con la collaborazione degli altri compagni, perché questa coscienza venga alla luce, se c’è la volontà di farlo, sono operazioni di uno sconvolgimento tale che è difficile dire con le parole, però una volta raggiunta questa coscienza di sé, del volere oltrepassare la soglia che ci porta nell’azione, che ci porta nella qualità, noi siamo tranquilli con noi stessi, capisci.

Intervento: Come togliersi il velo di Maya?

Alfredo: Non lo so, può darsi.

Intervento: Ma se siamo circondati da fantasmi come lo individui l’obiettivo, in una realtà così complessa? Ci si può smarrire nella ricerca dell’obiettivo, si percepisce il fantasma ma poi…

Alfredo: Guarda io ho un brutto carattere, io sono diventato anarchico non a 13 anni, ma a 30 anni. Perché? Però da quando ero piccolo, quando ho conosciuto gli anarchici e ho cominciato a vedere le orribili cose che pensavano gli anarchici, avevo una caratteristica che collimava con essi senza saperlo, perché con la mia cultura mi ero indirizzato verso altre cose, non mi interessavo di quel che pensavano gli anarchici, e la mia caratteristica era quella che più difficile era la strada da percorrere e più la cosa mi eccitava. Una cosa facile non mi diceva nulla. Quindi io penso che una delle cose che dovrebbero caratterizzare gli anarchici è che più difficile è la lotta più dovrebbero sentirsi coinvolti, non respinti indietro, respinti in fuori. Per la verità devo dire che nella mia non breve esperienza con gli anarchici io questa frase: “è troppo difficile, non si può fare”, non l’ho mai sentita. Certo mi si potrebbe dire: se mi tolgono, a poco a poco, non tutta insieme, la capacità di capire, noi anarchici che siamo tecniche come tutti gli altri uomini, non siamo fatti di sostanza diversa no?, perché mai dovremmo avere la capacità di lottare contro l’obiettivo che vogliamo raggiungere, e anche la capacità di capire l’obiettivo che vogliamo raggiungere? Io penso che sia legittimo chiedere questo agli anarchici, perché le uniche persone per le quali la riduzione della capacità di capire può essere una buona notizia sono proprio gli anarchici. Vi ricordate quando ho detto poco fa, è un’immagine che uso sempre, chiudiamo il libro? Perché nel libro c’è la capacità di capire, ma appartiene al fare, la capacità di capire appartiene al fare, nel momento in cui chiudiamo il libro e andiamo all’attacco per oltrepassare la cosa (la soglia), ci caliamo la visiera si dice al paese mio, non andiamo tanto per il sottile, c’è poco da capire e quel poco che ci residua è ben in grado, è sufficiente per l’attacco. Noi come tutti siamo ridotti nella capacità di capire, e quindi di estrarre, di rubare al libro che stiamo leggendo, l’ipotesi è il libro, un libro qualunque, stiamo leggendo quello che di buono, di potente, di significatamente attivo ci dà, ma nel momento in cui chiudiamo il libro questo problema non c’è più, non ci riguarda. Non so se è comprensibile quello che dico, per me è una cosa semplice. A me piacciono le cose difficili, che senso c’è a fare le cose facili. Questa può essere una deformazione mia personale, non dico che tutti gli anarchici la devono pensare così, ma sono sicuro, perché parlo singolarmente con gli anarchici, che questa improntitudine, questa faccia tosta, questo desiderio di graffiare l’avversario, di prenderlo con le mani, di ucciderlo nel momento che lo stringiamo anche con la mente, non che dobbiamo fare un massacro, anche con la mente, questo piacere: ora ti ho nelle mie mani, appartiene proprio specificatamente agli anarchici. Non perché sono particolarmente feroci, io non ho mai visto anarchici feroci, sono i più dolci, le persone più dolci che abbia mai conosciuto, ma nel momento in cui chiudo il libro, se chiudo il libro che cazzo mi interessa di capire, non c’è più nulla da capire, possono chiudere tutte le strade di comprensione, tanto io il libro l’ho chiuso, sono in un’altra zona.

Intervento: Io ho una proposta un po’ ingenua, dovremmo metterci a cerchio visto che non siamo in un’aula universitaria.

Intervento: Io volevo qualche delucidazione sulla tecnica, sulla connotazione, sul significato di tecnica, su come utilizzi il termine tecnica.

Alfredo: Le tecniche sono... secondo me, tutto ciò che attiene al fare. L’uomo è una tecnica, una delle tecniche più raffinate che ci siano. Non ho mai inteso il termine tecniche attinente ad una struttura produttiva, ad una cosa precisa, ad esempio una tecnica estremamente complessa come quella dello Stato utilizza tecniche diverse, quella del controllo, dell’amministrazione burocratica, decisioni assembleari, pseudo democratiche, ecc. Ma la tecnica è tutto ciò che attiene alla realtà, la realtà è fatta di tecniche, se tu esamini la Divina Commedia vedi che è una elevatissima costruzione tecnica, se tu guardi la Cena di Leonardo è un’altissima costruzione tecnica, noi siamo purtroppo prigionieri di una differenziazione che non ha ragione di esistere. Esiste una elevata capacità intellettuale della bellezza, della purezza, e una mediocre significatività dell’utilizzo del prodotto della mano. Riusciamo con difficoltà a capire quanto l’intelligenza possa essere servita dalla mano, eppure le due cose si combinano perfettamente insieme. Per me qualunque espressione dell’uomo, qualunque costruzione dell’uomo, dalla più becera, più orribile, a quella più sublime è un aspetto tecnico. L’insieme di tutte queste cose costituisce la realtà, la quale è in corso di privazione di significato. Io poco fa parlando ho indicato come non sia possibile identificare con certezza dove siamo arrivati con il processo di sottrazione della capacità di capire, perché questa copertura non è uniforme, questa copertura tecnologica, quindi della derealizzazione, non è uniforme, in certe zone è più profonda, in altre più superficiale. L’identificazione delle zone dove è più superficiale non è facile, non vorrei dire stupidaggini, perché davvero non riesco a rendermene conto, ma io credo che sia interessante cercare di affrontare questo problema, la non uniformità della copertura, della sottrazione della capacità di capire. Dall’enorme uniformità di questa operazione deriva la capacità di individuare l’elemento più debole dove colpire. Individuare l’aspetto, l’elemento, dove individuare l’attacco. Questo mi rendo conto che è importante, ma al momento non ho elementi di chiarificazione, spero che li avrò se le forze mi reggeranno. Qua stiamo parlando di un sconvolgimento radicale di qualunque interpretazione che esiste su questo problema. Io non dico che dovete credermi, ma riflettete, datevi da fare, su quante stronzate ci sono in giro. Non solo fra i compagni, fra i compagni sono all’ordine del giorno, ma anche fra quelli che fanno ricerca per mestiere, che questi problemi li affrontano ogni giorno, che forse sarebbero in grado di poter fornire indicazioni, ma non li forniscono perché non è nel loro interesse farlo, o forse perché non sanno farlo. Quindi c’è un punto debole in questo ragionamento che stiamo facendo. Indicare l’elemento meno coperto, più alla superficie, più facile da colpire, questo al momento non siamo in grado di fornire indicazioni, il che è tutto dire.

Intervento: All’interno di questo sistema di svuotamento della capacità di comprensione secondo te la prima fase, quella del fare, in cui in un certo momento dobbiamo chiudere il libro, per passare alla fase successiva, è una fase che gli anarchici possono superare prima, o è una fase che si allunga? Essendo anche noi immersi in questo mondo abbiamo anche noi più bisogno di comprendere, di leggere, di rileggere, di studiare quel libro per capire cosa fare dopo. Per noi, in questo sistema di svuotamento della capacità di comprendere, per noi sarà più facile o sarà più difficile passare alla fase successiva che è quella dell’azione?

Alfredo: Io ho una risposta radicale. Per noi deve essere più facile.

Intervento: Ci sono sempre più persone che non capiscono perciò è sempre più difficile far passare il messaggio.

Alfredo: Non stiamo parlando di messaggio. Quello è una questione personale e dei compagni con cui hai più affinità, stiamo parlando degli anarchici, non del messaggio da comunicare. Lui si riferiva alla questione di chiudere il libro, quindi di passare all’azione, è più facile o più difficile per gli anarchici, questo dicevi?

Non puoi pormi questa domanda, per noi deve essere più facile.

Intervento: Se rimangono i contenuti, dei contenuti di base, altrimenti cosa trasmetti?

Alfredo: Io la vedo così, forse sarò un vecchio di 82 anni che la vede male. Io la vedo così: l’anarchico deve ottenere il massimo risultato dal libro, dal fare, dal sottrarre, dal rubare, dal rapinare a questi pezzi di merda che detengono la cultura ufficiale, in via di estinzione, come volete voi, però ancora reperibile, rapinare quanto più è possibile. Io ho sempre vissuto l’esperienza dell’impadronimento culturale, l’avventura dell’impadronimento culturale come una rapina. Io sono andato a rubargliela, non è che ho aspettato che qualcuno mi spiegasse una cosa, io non ho mai assistito ad una lezione universitaria, non sono mai entrato in un aula universitaria se non per dare l’esame, perché non c’era niente da aspettarsi da questa gente, dovevi andargliele a rubare le cose. Ora chiudo il libro e passo all’azione, se invece non riesco a chiudere il libro perché resto legato ai meccanismi di conoscenza che sono tanto confortanti, che mi fanno dormire la notte, perché mi fanno covare, acconsentire dentro di me alla coscienza che c’è tempo, che quello che posso fare oggi lo posso fare anche domani, e domani avrò maggiori mezzi culturali per agire meglio, e dopodomani ancora meglio e poi fino alla fine della mia vita. Io questo meccanismo posso capirlo, ma mi rifiuto di pensare che sia il meccanismo che alberga normalmente nella mente di un anarchico.

Intervento: Sono d’accordo, ma non pensi che all’interno di questo processo di impoverimento anche gli anarchici stiano perdendo la loro capacità di sottrarre?

Alfredo: Sì, lo penso. Però il loro essere anarchici deve averli preparati, per tempo. Una persona che non è anarchica, che in passato ha studiato, si è laureata, non lo so, in passato ho conosciuto migliaia di idioti saccenti, una persona che ha fatto questo percorso per me va bene. A un certo punto le sottraggono la capacità di capire, ma quella di capacità di capire già ne aveva poca, ne aveva di cultura, ma non sapeva di che cosa era in possesso. Io conosco parecchie decine di persone così. Una persona invece che ha seguito un percorso diverso, che ha avuto un rapporto con la cultura di rapina, di impadronimento, di sottrazione, quando si ritrova di fronte a quel processo di impoverimento lui ha degli strumenti per poter reagire diversamente, non è un idiota sapiente, diversamente dagli altri che assorbivano solo quello che gli davano. Io penso che anarchico e scuola regolare non vadano d’accordo. I miei non sono mai stati studi regolari. La riduzione per un anarchico dovrebbe avere un effetto minore, non perché è particolarmente bello o capace, semplicemente perché ha un modo diverso di affrontare il rapimento, la sottrazione, l’impadronimento della cultura, non è quello normale della lettura del libro in cui c’è un professore che ti spiega i punti, ma sei tu che devi rapinare quella cosa, perché quelli non ti danno un cazzo secondo te. Sei tu che capisci l’importanza per l’azione della cultura e quando te la stanno sottraendo tu il metodo per rubarla l’hai messo in pratica fin da quando la cultura te la davano gratuitamente. Vedi perché l’anarchico si trova in una situazione privilegiata. Io non credo che un anarchico vada a scuola per farsi spiegare le cose dal professore, io mi vergognerei nell’accettare una spiegazione. Io sono andato a Torino al corso di filosofia di Abbagnano, dopo alcuni mesi abbiamo litigato, perché quello che diceva lui non lo potevo accettare. Lui diceva che la filosofia si doveva limitare a parlare dei filosofi, io non ero d’accordo, per me invece la filosofia parla dei poeti, della letteratura, della vita, parla di tutto. Questa è la filosofia secondo me. Quindi un ragazzo di 20 anni litigava con un vecchio di 70 anni. Io penso di non avere avuto torto a litigare con lui. E questo senza essere anarchico dichiarato, non sapendo nemmeno cos’era un anarchico.

Intervento: Secondo me fra gli anarchici abbiamo delle aspettative, anche stasera forse qualcuno di noi aveva grandi aspettative, vediamo se capiamo in quale direzione andiamo, chiediamo spiegazioni, cerchiamo qualcuno che ci dia, cerchiamo un maestro. Secondo me questo è uno degli errori che facciamo tutti quanti noi in questo periodo. Anche quando leggiamo un libro magari, vogliamo trovare in quel libro la verità, ma nel libro io penso non ci sia la verità, non ci siamo noi, il nostro pensiero. Secondo me questo è il problema, ma dobbiamo agire, trovare l’obiettivo… secondo me ognuno di noi è in grado, se veramente ci mette del suo, di trovare un obiettivo, poi anche insieme con gli altri, o da solo, poi ognuno si regola come la vede. Però forse il problema di oggi è che effettivamente leggiamo ma non capiamo, non interiorizziamo veramente, non pensiamo a quello che abbiamo effettivamente, ma speriamo di trovare chi ci dica che fare, ci prendiamo il manualetto, come si fanno le bombe e facciamo gli anarchici. Io penso che questo sia il problema di oggi, che vogliamo che qualcuno, proprio perché siamo vittime di questo processo di non comprensione, noi cerchiamo qualcuno che ci spieghi come fare e allora lì ci sentiamo contenti e soddisfatti, “ah, abbiamo capito”, studiato e andiamo ora a fare gli anarchici. Anche fra di noi questo è il problema, leggiamo e leggiamo, ma abbiamo molte aspettative rivolte all’esterno ma poche da noi.

Alfredo: Non so io, la prima parte del discorso mi tocca particolarmente perché mi succede spesso che mi si chieda una spiegazione, e oggi è praticamente impossibile fornire spiegazioni, si possono offrire illazioni, d’altro canto io per carattere sono contrario a tirarmi indietro davanti a una difficoltà, che è quella che dici tu, che è importante fare da sé o seguire le esperienze di qualcuno, ovviamente di cui ci si fida. Ad esempio, un elemento di non trascurabile importanza nello sviluppo della lotta intorno agli anni Sessanta, seconda metà degli anni ’60, inizio ’70, è stata la disponibilità e la presenza dei compagni che avevano vissuto la Resistenza, che avevano fatto determinate cose concretamente, i quali ci spiegavano come e cosa facevano. Altro è certe cose leggerle nei libri e altro è vederle fare, su un tavolino, da qualcuno. Quindi non bisogna sottovalutare secondo me l’esperienza fatta dagli altri compagni, ma nello stesso tempo non bisogna sottovalutare la possibilità di approfondire da sé determinati problemi. Secondo me le cose tutte due vanno insieme.

Intervento: Dicevi delle aspettative, se tu vivi aspettando delle aspettative, ti troverai male nella vita, cioè crearsi delle aspettative è la chiave dell’infelicità. Arrivato a un certo punto sai che metti alla prova la tua persona, che devi andare sempre oltre, ma tutti abbiamo dei limiti, non possiamo alzare il mondo da soli, per cambiare le cose c’è bisogno di tutti. Quindi boh, il fatto di diventare stupidi, non riuscire più a capire gli altri, le emozioni, cosa si prova, secondo me quello che ha distrutto la società, la società civile, se vogliamo definire la società civile come un insieme di individui che convivono pacificamente, poi per gli anarchici vivere in questo mondo è sempre diventato più difficile, perché il capitalismo, la proprietà privata è diventato il modello sociale ideale. Accumulare ricchezze è una cosa che subiamo tutti. Il discorso che facevi prima tu, che qualcuno che si pone delle aspettative, o vive nel mondo cercando la rivelazione, che qualcuno la porti su un piatto, io credo che questo è un atteggiamento che nulla ha a che fare con l’anarchismo. L’anarchismo può essere un fatto di cultura, ma l’anarchia è legata alla natura, è un concetto che comprende l’animale, la pianta, le stelle, l’universo intero se eliminiamo dio. Questo è un pensiero, prendetelo come volete.

Intervento: Volevo farti una domanda. Tu hai presentato la realtà come conflitto fra tecniche, dicendo anche che questo conflitto fra tecniche crea un problema anche per il potere. Volevo che mi chiarissi meglio come questa tecnica di coscienza, di conoscenza, per te può essere una cosa che può rendere più veloce il passaggio all’azione, per gli anarchici dicevi, o forse ho capito male io. Non rimanere attaccati alla facilità del conoscere, che non è facilità, la parola è sbagliata, la quotidianità del conoscere, passare all’agire, a qualcosa che sta nella qualità, che non è più la quantità, perché di fronte a questa realtà fantasmagorica, come l’hai presentata tu, questo passaggio dovrebbe essere più diretto per l’anarchico. Vorrei che mi chiarissi questo passaggio.

Alfredo: Non so se ho capito bene quello che mi poni. Per quello che ho capito io, perché una parte l’ho capita, perché l’anarchico dovrebbe essere più facilitato. Penso che il discorso sia, per quello che ho capito, riportandolo alla chiusura del libro, cioè del fare, dell’approfondire la dimensione culturale di cui dovremmo essere in grado noi di avere, di gestire, di tenere con noi per utilizzarla, per superare la soglia che porta all’agire. Ora nel momento in cui per noi la lettura del libro è un’avventura intellettuale, non è un piatto freddo che ci viene servito da un cameriere in guanti bianchi, chiamato professore. Non è che c’è qualcuno, per noi, che davanti a una difficoltà, di fronte all’interpretazione di un testo, che viene da noi e ci dice: guarda, ecco come funziona la cosa. Perché per me una persona che ha bisogno di una spiegazione non approfondisce da sé un problema di ordine quantitativo, che riguarda il fare, o, parliamoci chiaramente, è un problema di ordine quantitativo che riguarda il fare anche mettere un detonatore all’interno di un candelotto di dinamite. Ora io ho questo problema, il candelotto di dinamite è un pezzo di coso contenente dei trucioli che non fa niente da solo, però il detonatore è nitroglicerina quindi deve essere tenuto lontano, trattato come si deve, l’inserimento deve essere fatto come si deve. Ora io ho il libro, il mio libro non mi dice niente, però sono anarchico, io mi devo spezzare il cervello, ma devo cercare di capire come funziona questa cosa, non è che me ne vado dal vicino di casa che è poliziotto e gli dico tu lo sai come funziona? O perché c’è un mio zio che è ufficiale dell’esercito e devo chiedere a lui. No, devo cercare di capirlo da solo, oppure ho dei compagni con i quali c’è un’affinità per avere fatto con loro determinate cose, con cui ho discusso, agito, e questo è un altro discorso, che viene prima, e con loro possiamo affrontare, coi libri, o con l’esperienza di qualcuno che ti dice quando metti il detonatore fallo con delicatezza. Ma comunque anche un fatto così, che sembra tanto lontano dalla cultura, è un fatto culturale che attiene al fare. Perché dopotutto quando io ho quella cosa fra le mani, che cosa ho in mente? Ho in mente un cretino che tiene in mano una cosa, come terrebbe una pistola o altro, qualcosa che richiede una differente attenzione pratica. In genere dietro una pistola c’è sempre un cretino, devo fare in modo che dietro la pistola non ci sia un cretino, ma una persona dotata di coscienza, come certe volte io vedo portare una macchina con una mano sola e mi incazzo, perché dico: tu hai nelle mani una pistola, la macchina è come una pistola, tu hai l’obbligo morale di portarla secondo le regole e le regole impongono che tu metta due mani nello sterzo. E le devi mettere in una posizione precisa perché hai una responsabilità morale.

Intervento: Sono venuto perché ho letto che l’incontro era sul sovranismo. Secondo me pure quello che dicevamo c’entra. La mancanza di comprensione, la non capacità di comprendere, secondo me è un argomento del quale dovremmo parlare [credo si riferisca al sovranismo], non è che voglio trovare un’analisi già fatta, mi interessava sapere sull’argomento che cosa ne pensavi.

Alfredo: Sul sovranismo? L’argomento di stasera non riguardava il sovranismo soltanto, ma riguardava le condizioni di trasformazioni in atto che rendono possibile manovrare un fantasma come il sovranismo, come se fosse veramente qualcosa che significa una trasformazione sociale, mentre non lo è. Non vuol dire assolutamente nulla. È una dimensione fantasmatica di bassa natura ideologica. Tu pensa la grandezza delle ideologie del passato, destra, sinistra non ha importanza, tanto le ideologie sono coperture. Il fondatore del termine è Napoleone, pensa. Chi utilizza un’idea da un punto di vista strumentale, l’idea in sé ha un senso, nel momento in cui la si strumentalizza, diventa ideologia. E non c’è dubbio che il sovranismo sia un’ideologia abbastanza recente, diretta a farci intendere qualcosa che effettivamente non esiste, cioè a dire il fantasma, il ritorno alla sovranità delle singole nazioni, la capacità che hanno certe singole nazioni di risparmiare, sotto certi aspetti, soldi, abbastanza considerevolmente, e di spenderne enormemente di più sotto altri aspetti. Ti faccio un esempio, la collocazione del debito pubblico, sai cos’è? Ogni nazione ha un bilancio, come tutte le aziende, e si chiama bilancio dello Stato o bilancio pubblico, non lo so come si chiama ora, questo bilancio normalmente è in perdita e deve essere coperto con una richiesta di prestito che viene fatta con un’asta pubblica, che è, poniamo,10 miliardi? E si presenta la banca centrale per conto dell’Italia, perché non è un’operazione che può fare la banca nazionale o le banche nazionali. La Banca centrale, però in effetti dietro la banca centrale ci stanno le varie banche deputate alla copertura del deficit complessivo delle banche internazionali, fra cui c’è la vecchia Goldman Sachs, la banca di Paris, i vecchi gruppi finanziari che normalmente sfruttano queste situazioni delle nazioni che sono in debito, ad esempio hanno distrutto la Grecia, potrebbero anche mettere in difficoltà l’Italia, ma siccome l’Italia ha un’economia enormemente più attiva, dal punto di vista industriale, agrario, allora la cosa viene più difficile. Allora torniamo all’esempio, l’asta. I BOT, i titoli, che vengono richiesti, 10 miliardi, si fa l’asta. Il primo miliardo a quanto viene dato all’1%, il secondo miliardo si dà al 3%, l’ultimo viene dato al 5%. La banca d’Italia sai che cosa fa? Chiude tutto al 5% . Dà tutto, dal primo all’ultimo, al 5%, al massimo tasso. Quando l’operazione avveniva nei singoli Stati si faceva esattamente il contrario, l’ultimo veniva dato all’1%, il tasso più basso. Questa differenza, che in genere passa sotto banco, o sotto l’occhio soltanto degli specialisti. Io quando ho letto questa cosa non ci volevo credere, pensavo che fosse uno sbaglio del giornale finanziario. Poi ho dovuto confrontarmi con certe persone, amici miei, ex impiegati di banca, e così via, e mi sono reso conto che effettivamente era vero, che questi fregano un sacco di soldi alle singole nazioni. Contemporaneamente noi risparmiamo un sacco di soldi sotto altri aspetti, ad esempio risparmiamo sui tassi delle dogane, dei trasporti tra un paese e l’altro perché sono stati aboliti, e risparmiamo sotto moltissimi altri aspetti. Conviene tornare alla sovranità come sostengono i sovranisti del passato, tornare a emettere le banconote, stamparle noi e quindi tornare a un processo di svalutazione che si sa dove comincia, ma non si sa dove finisce, oppure no? Non lo so. Non ho queste competenze.

Intervento: Però la gente non è che vota Lega perché sa queste cose.

Alfredo: La parola, è la chiacchiera, l’ideologia.

Intervento: Allora la domanda che mi pongo io è, ritornando anche a quello che si diceva prima, vista la mancanza di comprensione, credo che questa sia anche la base per cui tramite anche l’utilizzo di ideologie informatiche che sono capaci di… portano avanti determinate fazioni della società, partiti politici che hanno…, ci limitano nella nostra libertà individuale, anche fisicamente parlando con l’avanzata di queste destre, nella potenzialità di girare ecc, adesso ci sta il reato di opinione legato alla devastazione e saccheggio che dice che gli sbirri possono entrare in edifici privati se sta avvenendo una riunione finalizzata, secondo loro, alla devastazione e al saccheggio. Arrestano e condannano con facilità. Di questa problematica qua, dell’avanzata di queste forze, sovraniste, populiste, ce ne vogliamo occupare?

Alfredo: Io più di quello che ti ho detto non ho competenze, non ho competenze specifiche, non mi occupo di politica, per me sono ectoplasmi, con conseguenze gravissime nella realtà per carità, ma sono solamente fantasmi che mi passano davanti agli occhi, domani scompariranno, verranno sostituiti da altri pagliacci. Lo vedi che non rappresentano la realtà che sta sotto.

Intervento: Rappresentano l’ideologia dei poteri economici.

Alfredo: Nemmeno quella rappresentano, perché il potere economico è rappresentato dalle tecniche e dallo scontro che c’è fra di loro, a livello internazionale, non a livello dell’Europa o a livello locale, perché gli interessi sono invisibili, non si riesce a vederli. Quale è il rapporto che c’è fra l’Australia, il Canada e gli USA, quali sono i tre bilanci più forti che ci sono oggi? Qual è che domina sugli altri? Gli USA? non è vero. La Cina? Sicuramente la Cina, se completerà la colonizzazione dell’Africa come sta facendo, diventerà la potenza più importante al mondo, ma in brevissimo tempo, non cent’anni come hanno impiegato gli Stati Uniti.

Intervento: Questo ci porta alla guerra

Alfredo: Ma perché, la guerra cosa è? Una novità? Noi siamo in guerra, nella terza guerra mondiale già da tempo, in tutto il mondo si combatte. L’Italia è fra i maggiori produttori di armi. Se noi tagliassimo la produzioni della armi, avremmo un colpo serissimo.

Intervento: La beretta del Vaticano.

Alfredo: La Beretta del Vaticano? se tu pensi l’Oto-Melara che produce carri armati per l’Inghilterra. Non so, se i dipendenti, che sono un migliaio, facessero sciopero, succederebbe che per fabbricare carri armati bisognerebbe obbligare la gente a lavorare, oppure farebbero uno sciopero: noi non vogliamo fabbricare carri armati. Ma la gente fabbrica carri armati e se ne frega completamente, come fabbrica ciuccetti per bambini e non gliene frega niente. Perché noi abbiamo una concezione della guerra lontano dalla porta di casa nostra. Ce ne frega un cazzo, non so quanti centinaia di migliaia di bambini muoiono nel mondo, tu pensa che quando ci fu la Comune di Parigi nel 1871, la guerra franco-priussiana del ’70/71, la Comune fucilò durante i 3 mesi della sua gestione 121 persone, tra cui l’arcivescovo di Parigi, 121. Al momento in cui finì la Comune e subentrarono le forze di Versailles, sostenute dal governo prussiano-francese, nel giro di un anno fucilarono 130.000 persone, le persone per strada. Tu pensa che vuol dire lo Stato che fucila, e l’insurrezione pazza, dissennata, della gente feroce, che si mangia i bambini e fucila 121 persone, fra cui l’arcivescovo che è un’ottima scelta, quelli ne fucilano 130.000 senza contare i condannati alla Guyana. La ferocia dello Stato, dell’organizzazione statale non ha limiti. Se immaginiamo quale può essere. Io sono stato torturato tante volte e quasi sempre sono stato torturato da funzionari dello Stato, ma a Bergamo sono stato torturato, e meno male che dicevano non ci hanno preso i Carabinieri, a Bergamo sono stato torturato anche da due donne poliziotte, la cosa mi ha impressionato perché mi sentivo imbarazzato per loro, perché quando si è torturati, questa cosa bisogna saperla, bisogna proteggere i fianchi, perché i peggiori colpi si prendono qua, quindi chiudersi in questo modo e cercare di avvicinarsi verso un posacenere, o qualunque oggetto di vetro. Cercavo di spostarmi per potermi tagliare la faccia, lì si devono fermare perché poi ti devono portare dal medico e poi la cosa finisce che si viene a sapere. La presenza di queste donne mi ha bloccato, mi vergognavo per loro. Perciò vedete come dentro di me, vecchio anarchico rivoluzionario, c’era l’immagine della donna, la donna mamma, la madonna, la madre di Dio, degli angeli, invece no, anche la donna può essere una stronza torturatrice come qualunque altro maschio. Quando lo Stato entra nell’aspetto repressivo, non ci sono limiti, tutto quello che abbiamo dentro di noi cade completamente, perché questi pezzi di merda si sentono al sicuro, per loro è un lavoro come un altro.

[1] Il consumatore non è un soggetto passivo, ma colui che canalizza, richiede i prodotti stessi, l’elemento su cui si plasma la produzione. Può comunque essere un fruitore svantaggiato, c’è sempre infatti chi ha la possibilità di consumare prodotti (in senso lato) migliori avendo disponibilità economiche maggiori, pur lavorando meno, ma si tratta comunque di un tipo di svantaggio relativo, sempre di prodotti sostanzialmente inutili si tratta. È come se permanesse una differenza di privilegi, possibilità e condizioni, all’interno di un mondo di inutilità, inutilità che rendono dipendenti e sempre più omologati, e i cui soggetti e propulsori sono tutti gli individui, più o meno allo stesso modo. Modi di vita e relazioni, prodotti nei quali, in tutti, indistintamente, si condensa il nucleo stesso dello sviluppo capitalistico-industriale-tecnico. Non ci propinano solo prodotti, ma sulle nostre richieste, gusti, pseudo desideri, già plasmati nel tempo attraverso vari mezzi (educazione, moda, tv ecc.), costruiscono, con indagini psicologiche e sociologiche, statistiche, algoritmi e così via, le nuove produzioni. In un certo senso siamo noi stessi parte integrante dell’attuale modo di produzione. E, a differenza del passato, la mole di dati che “comunichiamo” quotidianamente è elaborabile e interpretabile, quantitativamente e qualitativamente, grazie ai nuovi strumenti, in modo ancora più massiccio.

 
 

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