Titolo: Movimento e progetto rivoluzionario. Astensionismo elettorale anarchico
Note: Movimento e progetto rivoluzionario
Prima edizione: Catania 1977
Astensionismo elettorale anarchico. Arma del proletariato per la rivoluzione sociale
Prima edizione: Ragusa 1974
Seconda edizione: Trieste 2013
Traduzione inglese parziale: Fictious Movement and Real Movement, London 2011
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    Introduzione alla seconda edizione

  PARTE PRIMA
MOVIMENTO E PROGETTO RIVOLUZIONARIO

    Nota introduttiva alla prima edizione

    Avanguardia, perché?

      Il fatto organizzativo

      L’illusione quantitativa

      Gruppo autoritario e gruppo libertario

      I rapporti tra gruppi</em>, <em>struttura verticale e struttura orizzontale

      Capo autoritario e leader libertario

      Approfondimento della caratteriologia del militante libertario

      Il conflitto tra il totale e il parziale

      L’alienazione rivoluzionaria

      La tensione rivoluzionaria

      Soluzione del problema dell’avanguardia

    Movimento fittizio e movimento reale

      Il movimento degli sfruttati

      Il movimento anarchico

      Movimento fittizio e movimento reale

      Il movimento anarchico reale

      Il movimento fittizio e il dominio dell’apparente

      Quale movimento?

      Verso la realtà

      L’organizzazione

      I pericoli del primato del fare

      Il falso dilemma tra teoria e pratica

      Il primo contatto con la realtà delle lotte

      Ancora sull’errore della crescita quantitativa della minoranza

      Il contatto con la realtà e le sue conseguenze

      La frammentarietà della realtà delle lotte

      Il progetto rivoluzionario anarchico

    Informazione rivoluzionaria anarchica

      Due prospettive

      L’informazione fittizia

      L’informazione reale

      Il compito dell’informazione rivoluzionaria anarchica

    I limiti dell’anarcosindacalismo

    La prospettiva autogestionaria

    Nuovi valori e autorganizzazione delle lotte

    Gli economisti

    e il problema del socialismo in URSS

    Sul femminismo

    Cultura, territorio ed emarginazione

    Guerra di classe

      La violenza dei padroni e dei loro servi

      La violenza indiretta dei padroni e dei loro servi

      La difesa proletaria

      Le tattiche

      Le critiche

  PARTE SECONDA
ASTENSIONISMO ELETTORALE ANARCHICO

    Nota introduttiva alla prima edizione

    Astensionismo elettorale anarchico
Arma del proletariato per la rivoluzione sociale

      Autonomia e responsabilità

      Il concetto di autorità

      Autorità e autonomia nella vita associata

      Il concetto di delega

      Critica della rappresentanza politica

      Tesi difensive dei sostenitori della democrazia parlamentare

      Sulle possibilità di una moderna democrazia diretta

      Il problema della maggioranza e della minoranza

      Assurdità del sistema della maggioranza

      Parlamentarismo e autoritarismo

      L’astensionismo anarchico

    Per un astensionismo sovversivo

      Meccanismo elettorale e repressione

      Costruzione delle strutture astensioniste

      La possibilità di una struttura organizzativa astensionista

      Documento organizzativo delle strutture astensioniste zonali

“Ex nihilo nihil fit – è una delle proposizioni a cui in metafisica venne attribuita una grande importanza. Ma, o in questa proposizione non v’è da veder altro che la vana tautologia che nulla è nulla, oppure, se il divenire vi deve avere un significato reale, non vi è anzi in essa alcun effettivo divenire, giacché in quanto per quella proposizione da nulla viene soltanto nulla, e il nulla vi rimane nulla. Il divenire importa che il nulla non resti nulla, ma passi nel suo altro, nell’essere. – Quando la metafisica posteriore, soprattutto la cristiana, rigettò la proposizione che dal nulla venisse nulla, essa affermò un passaggio dal nulla nell’essere. Per quanto, ora, questa proposizione fosse da lei presa sinteticamente o in guisa semplicemente rappresentativa, pur nondimeno anche nella più imperfetta unione è contenuto un punto in cui l’essere e il nulla coincidono, e la differenza loro sparisce. – La vera e propria importanza della proposizione: Dal nulla non viene nulla, il nulla è appunto nulla, sta nell’opposizione sua contro il divenire in generale e con ciò anche contro la creazione del mondo dal nulla. Coloro, che vanno fino a riscaldarsi per affermar la proposizione che il nulla è appunto nulla, non si accorgono che con ciò aderiscono all’astratto panteismo degli Eleati, e, sostanzialmente, anche a quello spinozistico. La veduta filosofica, per cui vale come un principio che l’essere è soltanto essere e il nulla soltanto nulla, merita il nome di sistema dell’identità. Questa identità astratta è l’essenza del panteismo.

“Si potrebbe trascurare l’atteggiamento di coloro ai quali questa conclusione (che l’essere e il nulla sono la stessa cosa) sembra sorprendente e paradossale; Bisognerebbe piuttosto meravigliarsi di questa meraviglia che si mostra così ignara di filosofia, dimenticando che in questa scienza si presentano determinazioni si fanno due determinazioni completamente diverse da quelle della coscienza ordinaria e del cosiddetto buon senso, che, precisamente non è senso buono, ma l’intelletto educato nelle astrazioni, nella fede o piuttosto nella superstizione astratta. Non sarebbe difficile dimostrare questa unità dell’essere e del nulla in ogni esempio, in ogni realtà o in ogni pensiero. Dell’essere e del nulla si deve dire ciò che abbiamo già detto dell’immediato e della mediazione (mediazione che contiene un rapporto con un’altra cosa, quindi, la negazione) e cioè che non c’è niente né in cielo né in terra che non contenga in sé sia l’essere sia il nulla. È vero che qui il problema è di un certo qualcosa e di una certa realtà e che le nostre determinazioni non si trovano più nella falsità completa in cui, invece, si trovano come essere puro e come nulla puro. Le si concepisce, allora, in una determinazione più avanzata quale, per esempio, il positivo e negativo, essendo quello l’essere posto, riflesso, e questo il nullaposto, riflesso; ma il positivo e il negativo contengono il primo l’essere, il secondo il nulla, come fondamento astratto. – Così in Dio stesso le qualità dell’attività, della creazione, della potenza, ecc., ricevono essenzialmente la determinazione del negativo e consistono nella produzione di un altro. Ma sarebbe superfluo dare qui, con l’aiuto di esempi, una spiegazione empirica della nostra affermazione. Al contrario, siccome questa unità dell’essere e del nulla, in quanto verità prima, è, una volta per tutte, posta come fondamento e costituisce l’elemento di tutto ciò che segue, tutte le determinazioni logiche che seguono, senza contare il divenire stesso, (essere determinato, qualità e, in generale, tutti i concetti della filosofia) sono esempi di questa unità. Ma si potrebbe richiedere al senso comune o buon senso, dato che esso rigetta l’inseparabilità dell’essere e del nulla, di trovarci un esempio che dimostri come l’uno sia separato dall’altro (per esempio separato, come qualcosa sia separato dal suo limite o dal suo termine, oppure come l’infinito, Dio, separato dall’attività). Soltanto quei vuoti “enti di ragione”, l’essere e il nulla, sono separati ed è per questo che questo senso comune o buon senso li preferisce alla verità, alla loro inseparabilità che è dappertutto davanti a noi.

“Non si può pensare di porre rimedio, da ogni parte, alle confusioni a proposito di questa proposizione logica in cui si imbatte la coscienza ordinaria: queste confusioni sono, infatti, inesauribili e se ne possono menzionare solo alcune. Una delle ragioni di tale confusione, fra le altre, è che la coscienza porta con sé, nella considerazione di quest’astratta proposizione logica, le rappresentazioni di un qualcosa concreto, dimenticando che non si parla di un tale qualcosa ma unicamente delle pure astrazioni dell‘essere e del nulla e che bisogna fissare solo queste.

“Essere e non essere sono la stessa cosa; dunque, è lo stesso che io sia o non sia, che questa cosa esista o non esista, che io abbia cento talleri o no? — Questa conclusione o quest’applicazione della nostra proposizione ne cambia completamente il senso. La nostra proposizione contiene le pure astrazioni dell’essere e del nulla, ma quest’applicazione ne fa un essere e un nulla determinati. Ma, come abbiamo già detto, qui non si parla dell’essere determinato. Un essere determinato, finito, è un essere che è in relazione con un altro: è un contenuto che è in rapporto di necessità con un altro contenuto e con il mondo intero. Rispetto alla connessione indeterminata del tutto, la metafisica poteva arrivare all’affermazione, sostanzialmente tautologica, che se si distruggesse un granello di polvere, l’universo intero crollerebbe. Nelle istanze che vengono opposte alla nostra proposizione non è a causa dell’essere o del non essere che non è indifferente che qualcosa sia o non sia, ma a causa del contenuto di questo qualcosa che lo lega ad un’altra cosa. Quando si presuppone un contenuto determinato, una certa esistenza determinata, quest’esistenza, essendo determinata, è in molteplici relazioni con un altro contenuto. Non è indifferente per quest’esistenza che un certo altro contenuto, con cui essa è in rapporto, sia o non sia, perché solo per via di questo rapporto essa è essenzialmente ciò che è.”

G.W.F. Hegel, Scienza della logica

Introduzione alla seconda edizione

Dopo tanti anni passati da quando ho scritto queste pagine, torno per l’ultima volta sul problema dell’essere e dell’apparire in relazione al movimento rivoluzionario. Questo voler sottolineare che la mia decisione di riprendere l’argomento è l’ultima della mia vita è forse dovuta a un certo gigionismo da vecchio letterato, ma se vogliamo essere sinceri ha una sua ragione di essere che non vale la pena di approfondire.

Tante sono le vicissitudini di un problema nella vita di un uomo, alcune sconcertanti, altre trascurabili. Io ho visto procedere con passo spedito questo movimento concreto, pratico, reale, tangibile e l’ho visto ostacolato dall’apparire fittizio di un altro movimento, sostenuto da mille giustificazioni e dal altrettante promesse. L’evidenza, nella sua smagliante incontrovertibilità è inaudita, presenta glia spetti miracolosi della necessità. Come tale risulta sempre approssimativo tutto quello che sud i essa si dice, le parole che le si destinano, per quanto indispensabili queste possano essere. Per converso, il fittizio è ricco di ridondanze retoriche, si nutre di particolari, sguazza nelle categorie.

Se la concretezza è insolita e non frequente sotto il cielo nuvoloso delle chiacchiere politiche, la si può surrogare forgiando qualcosa che ossa prenderne il posto, un fantasma in piena regola in grado di colonizzare il territorio che quella dovrebbe occupare dispiegando la propria pienezza di essere quello che non può non esser. È l’illusione che gioca qui le sue migliori carte, è di essa che si parla, è su di essa che si opera e che si allungano poi, terribili, le ombre della delusione. Ma il mondo è fatto così, malgrado la lucidità dei pochi sono i tanti che corrono festosi in braccio al fittizio e se ne cuciono bandiere mettendo insieme strane e curiose combinazioni di analisi e di ottusità, di fede e di trascuratezza. Il fatto è che un movimento reale ha molti nemici che lo aspettano al varco e che ne colgono subito le debolezze per farne puntello e prospettiva al suo rovescio, il lato fittizio che ogni concretezza non manca mai di avere.

Eppure, anche in modo sotterraneo come forse accade in tempi corruschi come quelli in cui scrivo in un carcere greco, questo movimento radicato nella realtà non depone le armi, avanza sempre, prende aria e respira, a volte quasi viene soffocato, poi ritrova miracolosamente il modo di respirare e torna minaccioso a farsi sentire. Non ha tendenze occulte verso la disperazione, non si cura delle proprie disavventure millenarie, lavora contro la sorte e contro la fortuna, non gli importa, in fondo, di raggiungere un obiettivo preciso, qui e ora, un abbattimento contingente di nemico instaurando sotto forma di potere in un luogo qualsiasi, un esacerbarsi della repressione, adesso, nel delirio di qualche dittatore da dozzina, non è qua il suo scopo. Forse il suo scopo la sua semplice esistenza.

Ecco un considerevole elemento di riflessione. Il lato fittizio si colora di insegnamento storici e di puntelli filosofici, abbraccia questa o quella dottrina di liberazione, viene stimolato dalle molte umiliazioni della schiavitù, ma non è questo il medesimo terreno su cui opera il movimento rivoluzionario reale. Quest’ultimo non ha dimensioni così modeste, si allarga a un universale concetto di distruzione che guarda all’avvenire con occhio diverso.

Nei confronti del fittizio il movimento rivoluzionario reale è l’assolutamente altro, ciò che più diversamente riesce a prendere concretezza e potenza. Non è facile cogliere questa diversità perché si tratta di qualcosa di singolare. L?essere è caotico nella sua intrinseca realtà e non può venire compreso se non per grandi intuizioni qualitative nell’agire, oppure discusso per contrasto e in prospettiva ricavandone gli effetti e le conseguenze dell’esperienza che tutti possiamo avere del movimento fittizio. Mentre quest’ultimo vive a sprazzi la sua condizione discreta, l’altro ha una condizione di vita continua, non uniforme, come abbiamo visto, ma continua.

È proprio il movimento fittizio a guardare con sospetto la realtà concreta dello scontro, l’essere suo proprio del movimento reale e da questo sospetto viene fuori un’alterigia che ostenta la propria apparenza non come una malattia ma come l’unica vita possibile. Questa falsa sicurezza è tipica del mondo dei fantasmi, esso porta un fardello segreto – la propria inconsistenza – e come custode di questa incredibile vuotezza considera impossibile una crescita fuori della ristrettezza delle sue certezze di metodo e di dottrina. Assente sul piano concreto, fa di questa assenza la logica quantitativa di una crescita che vorrebbe annegare la propria consistenza fittizia nel gioco infinito dei numeri che rilanciano sempre a una impossibile completezza. La sua vera natura è pertanto quella dell’illusione.

La ferocia dell’apparenza non ha confini, essa dilaga proprio perché vuole ignorare la sua profonda inconsistenza, ecco perché costruisce idoli e passioni che sono anche essi espressioni fantastiche, apparenze di apparenze, accadimenti fattivi in cui l’eccentricità sta soltanto nel ripetere schemi e codificazioni e nel vendicarsi con ogni mezzo di una sia pure piccola trasgressione. Nulla è più feroce di un prete travestito come sono tutti coloro che si bagnano nelle acque taumaturgiche del fittizio le quali riescono fantasticamente a zampillare anche nel deserto. Come non potrebbero? Niente è precluso ai fantasmi, non ci sono ostacoli che li possano tenere a bada.

In che modo emanciparsi dalla tirannia dalle corrispondenze, dalle misure quantitativamente sufficienti a se stesse, dalle stupidaggini di un radicamento nelle nubi della pura immaginazione? Gli stimoli del movimento fittizio vengono certamente dalla concretezza della realtà di un altro movimento, questo sì radicato nell’essere che è e non può non essere, ma restano stimoli estranei, privi di legami reali, duplicati. Falsificazioni, conforti per moribondi, viatici. Questo universo popolato di fantasmi può trascinare consapevolezze e coscienze realmente rivoluzionarie in un breve gioco quantitativo, sollevare qui e là qualche rivolta dettata e quasi imposta dalla necessità orribile della repressione, ma la sua voce alla lunga sarà una nota falsa senza radicamento concreto. Un solo movimento contrario da parte del nemico e l’iniziativa si sgonfia, si indirizza altrove, si diluisce. Il movimento fittizio, mosse le acque torbide di un malcontento vecchio come il mondo, nel lungo periodo, si affloscia perché non rappresenta nessuno, soltanto se stesso. Non può mostrare una sola referenza concreta, non può sfruttare che simboli e controfigure politicamente inquietanti, non può essere che portavoce delle proprie medesime fantasie.

Le idee di cui si fa propugnatore, nelle sue mani adunche e procacciatrici di seguaci, inaridiscono in slogan. Per dar loro forza farà in modo che esse – nella miseranda condizione in cui si trovano – ricevano forza da una imposizione che potrebbe perfino vestire le fogge legali della messa in regola, del patteggiamento col potere, insomma di un trionfo ottenuto nel sangue dei miseri con un considerevole incremento dell’attività diretta alla caverna dei massacri. Allora parlerà di causa, magari rivoluzionaria, ma saranno parole al vento, inascoltate perché non udibili attraverso la patina quantitativa che le avvolge e che le riconduce solo a modalità amministrative del fare. Ciò conduce, automaticamente, ai disinganno nei confronti delle cause che si vorrebbe propugnare attraverso l’impegno di opportune opere di fantasmi. Disinganno e tradimento sono compagni ciechi e feroci, non ammettono mezze misure. Il riflusso è il suo sostrato, il voltafaccia è il piedistallo da cui ripartire per un altro tentativo, per un’altra prova, che non potranno essere migliori.

L’essere del movimento reale non ha questi andirivieni, non incarna alti e bassi, non ha coscienza di volere raggiungere scopi quantitativi. Le sue idee sono difficili da interpretare perché bisogna scavare in noi stessi, in profondità, per capirle, bisogna coinvolgersi nell’azione, vivere la qualità, tutti movimenti che come oltrepassamento sono l’esatta antitesi della garanzia e della tutela – illusorie – che pretendono fornire le visioni quantitative della crescita all’infinito. Il movimento reale è comprensibile solo attraverso il nostro coraggio di viverlo, non è una panacea o un raggruppamento dove avvertire la piacevole sensazione di sentirsi più forti. Non c’è in esso nessun destino collettivo da cogliere, nessuna scelta terapeutica.

Il movimento concreto, l’essere reale che si sviluppa e retrocede, diversificandosi qualitativamente in modo a volte impercettibile e a volte tumultuoso, trova la propria ragione logica nell’avanzare, una sorta di automatismo che contrasta con i sussulti spesso violentemente contraddittori che lo caratterizzano. Qui risiede uno dei vantaggi della concretezza di fronte al suo pallido rispecchiamento fittizio. Osservando bene quello che questo caotico e incorreggibile procedere ha è un’assenza di conformismo. Eretico per costituzione ha processi qualitativi che non possono essere racchiusi, qui e ora, in una qualsiasi forma restrittiva che lo vuole attanagliare quantitativamente.

Non c’è dubbio che la rottura eretica che lo porta a dissentire da ogni coagulazione coatta voluta dal potere rende impossibile sia l’identificazione esatta di questo cereo dissenso, sia l’azione coercitiva che intende fronteggiarlo. Si possono avanzare delle ipotesi, alcune delle quali paradossali, non linee d’azione precise. L’odio che l’agire scatena con la sua imprevedibile apertura è un seme che germoglia positivamente nel terreno della concretezza spingendo i perseguitati a meglio calibrare i loro colpi spesso più dissennati che violenti.

Appoggiare le proprie speranze sulla solidità della concretezza è una scuola difficile e pericolosa che parte dalla perdita e non è indirizzata a nessuna conquista. Il mio contributo, produttivo solo nella visione puntuale e fremente della qualità, non può essere contabilizzato da qualche parte, esso scorre via come sabbia fra le dita delle mani. Costruisce così, nel movimento reale, proprio dove viene a mancare la fittizia solidità del fare, costruisce nuove e alate formazioni, istantanee e insensate, che presto saranno disertate da profittatori di garanzie che le avevano scambiate per puntelli in vista dei loro progetti di crescita e di rafforzamento.

Come fare in maniera da non essere in questo stesso movimento noto dell’animo traditi dalla speranza? Come impedire che l’impazienza e la voglia di alzarsi in volo non brucino le nostre povere ali di cera? Evitando di chiedere permesso, di inginocchiarsi sperando una grazie che nessun tiranno ha intenzione di concedere, disdegnando garanzie e tutele, insomma andando allo sbaraglio, non centellinando quello spasimo residuo di vita di cui la nostra forza ci ha fatto dono. Il movimento rivoluzionario reale è nelle mie vene, nei battiti del mio cuore, nei capelli al vento di occhi blu. Ciò vuol dire che non c’è un luogo privilegiato della rivoluzione – tanto meno un luogo politico, orribile possibilità da scartare in assoluto – ma solo un alito di vento, il fiorire di un sorriso e l’alzarsi della mano contro l’impudenza del tiranno nelle sue tanti vesti che quest’ultimo ama indossare per nascondere la propria uniformità sanguinaria.

L’azione è alla base di ogni apporto qualitativo al movimento reale. Poiché non siamo davanti a una assommazione, il rapporto tra questi due movimenti, quello individuale e quello collettivo, è problematico e non può essere sottoposto ad un’analisi convenzionale capace solo di partire dalla logica dell’a poco a poco.


Insorgere è movimento compresso, metodologicamente comprensibile ma fino a un certo punto. L’ostacolo maggiore a questa comprensione onnivora che pretende di catalogare tutto è dato dalla non riducibilità dell’agire alla nozione lineare del fare. Qui non contano né lo scetticismo riguardo i risultati né il sogno ideale di un salto qualitativo.

Starsene in disparte aspettando la marea montante della qualità significa non vederla passare, restare ciechi per sempre. La scelleratezza del potere la si serve anche da buoni agnostici incapaci di fare torto a una mosca e incapaci anche di agire. Non ci sono abitudini, costumi, procedure, metodi da rispettare in assoluto. Tutto può essere sommerso dal fango della politica e nientificato oppure indirizzato ad alimentare la caverna del lago di sangue. Socializzare significa quantificare e in questo modo si può uccidere anche il migliore e più avanzato metodo insurrezionale. Le mille branche della piovra che domina la vita coatta faranno presto a soffocarlo. La vita sta altrove, nell’improbabile rifiuto di ogni misantropia. Quando impareremo ad aprire veramente i nostri cuori al coraggio dell’oltrepassamento nell’azione?

Perché l’atmosfera fittizia è sempre afflitta dal fanatismo? Perché ha bisogno di una protesi per sostenersi. Nessun fantasma può reggere a lungo senza continue iniezioni di fiducia procurata in qualunque modo. Le versioni più aperte del movimento fittizio sono di già sufficientemente rigide nel loro fare coatto per annullare qualunque propensione all’incertezza e all’improvvisazione, considerate come degenerazioni caotiche. La tolleranza è un involucro del fittizio come la carta colorate che avvolge i pacchi natalizi, aperto il pacco si butta via. La sua prospettiva di apertura contrasta con una forte contrapposizione interna che lo spinge al particolarismo e alla chiusura di salvaguardia. Non è mai una vera e propria contraddizione ma qualcosa di connaturato al fatto stesso di apparire dei fantasmi. Questi ultimi sono tendenzialmente unici nel loro ectoplasma e qui risolvono tutti i loro problemi ma non possono spiegare se stessi.

È la realtà del movimento concreto, la sua ingenua ferocia che si manifesta nel suo essere sempre adeguato a quello che è e non può non essere che mena scandalo. Mi sbalordisce sempre la sua forza stupefacente nel ricominciare daccapo, nello scatenare nuovi contrasti e diversi tentativi di interpretazioni tutti sistematicamente fuori rotta – non proprio errati, ma non concordanti, non confortanti, incapaci di rassicurare –, nel fecondare improvvisamente e in luoghi imprevedibili nuove intelligenze, mettendole al lavoro, obbligandole a interrogarsi su certezze che i fantasmi non potrebbero mai mettere in dubbio. Guardo – anche a volo di stupido uccello storico o filosofico – le inquietudini che riesce a suscitare proprio a causa delle mancate risposte o delle risposte fornite fuori luogo. Quanto sono colme e suadenti le giustificazioni fittizie. I fantasmi mi fanno sbadigliare, sono indifferente ai loro contorcimenti.

Nella profonda intimità di noi stessi, quando ci poniamo senza pudori falsi di fronte ai nostri limiti e ai nostri errori, per non parlare delle paure e delle preoccupazioni che ci concernono e che ci lacerano le carni, non c’è posto per il fittizio. Dobbiamo chiudere un registro, guardarci allo specchio con un sorriso di compatimento, e aprirne un altro. Non so quanti siano realmente capaci di giocare ai fantasmi con loro stessi, con il proprio cuore dilacerato? Penso pochissimi zombi, ormai ridotti alla condizione di rifiuto destinato ad annegare nella melma ideologica.

Mettere in disparte la concretezza è un modo come un altro per salvarsi la vita, ma dove si arriva con questa fittizia salvazione? Da nessuna parte. Nessuna esperienza vissuta degna di questo nome, nessun battito del cuore. Movimenti, gesti, reazioni riflessi, tutto codificato, amministrato, destinato ad autoannientarsi, a dispersi con la polvere sollevata dal primo venticello di primavera. Non occorre nemmeno una tempesta degna di questo nome. I simboli, che avevano dato l’impressione di potere sollevare i cuori, adesso ripiombano nel loro letterale anonimato, si fiaccano, si accartocciano, ridiventano carta, inchiostro, sudiciume, apparenze tristi e slegate. Non posseggono nemmeno il primario slancio della novità, anche quella più stupida strombazzata a livello di notizia che sarebbe assurdo parlare non di idee ma di semplici opinioni. Tutto torna a rimpicciolirsi nell’antico simbolo fittizio, anche la sua vetusta insolenza suona male, stona in modo orribile, non riesce nemmeno a vestire i panni di una modesta dissonanza ragionevolmente costruita. Questa autodegradazione è gravida di conseguenze, contamina il mondo, lo rende stupido e plausibile, l’appiattisce, l’abbassa al livello del fantasma.

Certo, molte forze vitali, intrinseche alla realtà sono state sperperate invano dal movimento della concretezza, eccessi insostenibili hanno prodotto parossismi non comprensibili, febbrili intensificazioni si sono bruciate insieme alle carni di chi le aveva propugnato, ma il vuoto non è mai venuto avanti, non ha mai avuto la forza di prendere il posto del caos che caratterizza l’essere, la concretezza reale, il movimento rivoluzionario concreto. Mille tentativi sono stati fatti per introdurre il vuoto dell’apparenza nel pieno della qualità, alcuni semplicemente dovuti al fallimento di buone intenzioni, oltre a progetti egemonici, peraltro parimenti falliti. Ogni trucco e ogni debolezza si sono rivelati inadeguati, l’essere semplicemente continua ad essere quello che è.

I fantasmi non si rassegnano facilmente, sono alacri e laboriosi nella loro secolare esecrazioni della concretezza, per molti aspetti docili ai comandi per altri pretendono che questi ultimi siano aderenti alle regole fattive della sudditanza, non accettano conservatorismi che non siano filtrati attraverso l’illusione del progresso. Tutto deve cambiare perché loro restino sempre i medesimi riflessi nella parete della caverna dei massacri. Il fittizio è interessante perché produce condanne che non approdano a niente di concreto. Un fiume di sangue prodotto perché poche illusioni si affaccendino alla ribalta della storia. Sempre nuove stranezze si presentano ad allettare nuovi proseliti, la schiera fantastica nasce e si impegna ad annaspare nel vuoto.

Innalzatela alla dignità del concreto ed eccola disperdersi, oppure ondeggiare incerta, magari sbalordita che le cose stiano esattamente al contrario di come credeva. La realtà dura dell’essere non ammette tutele o protezioni preventive e andare allo sbaraglio non è propriamente la virtù dei deboli. Se questi non si radunassero in raggruppamento movimentati ma fittizi, si sentirebbero perduti e di loro non si ricorderebbe nemmeno il nome, così facendo possono contare se non altro sul colore della bandiera, dello schieramento, della compattezza illusoria del quantitativo.

Salvare se stessi è contrassegno indiscutibile dell’apparenza. E chi non vuole salvarsi di fronte al pericolo? Chi non ha qualcosa da abbracciare e stringere fra le mani per paura che il vento dell’improvvisazione lo porti via? Inconvenienti la perdita ne ha tanti, eppure se non si parte da essa non si può arrivare alla concretezza. Non si deve confondere la perdita con lo smarrimento. La prima ha una valenza positiva, è un punto di partenza per addentrarsi nella foresta, per rinvenire il sentiero verso l’azione, lo smarrimento è un passo indietro, incerto e pauroso, una triste conclusione non un cominciamento.

L’essere non ha atteggiamenti spettacolari, cerca l’ombra e gli interstizi, le mezze tinte, non i colori vivaci dell’opportunismo garantista. Non si può agire attendendo cautamente un segnale di via libera, aspettando di essere in tanti, invocando quella crescita quantitativa che l’azione è obbligata a precedere se non vuole annegare nell’indistinto e nell’avventato. Non è una questione di scelta più azzardata, è semplicemente una logica differente che sta alla base di questo movimento reale, concreto, una logica che ho – tanto tempo fa – definito del tutto e subito. Così facendo non ci si espone al martirio dell’isolamento, alla pietosa emorragia di forze vive diluite di fronte alla compattezza del nemico? Il ragionamento non è questo, in ogni caso esso non è posto correttamente. Nessuna compattezza nell’apparenza, essa è solo un’assommazione che si scontra con un’altra formazione quantitativa di segno semplicemente contrario, o almeno che tale si suppone. Ma questo affrontamento avviene nell’ambito del fare, qui nasce, vive la sua pietosa storia, e qui si conclude. Come ho ripetuto più volte, la qualità è altrove.

Non accettando la grande spettacolarità della crescita quantitativa si entra in una dimensione diversa, quella concreta dell’essere. Qui non sono le idee – o forse sarebbe meglio dire le opinioni – de momento quelle che contano, i secoli non hanno tutta l’importanza che la storia assegna loro. Il movimento reale è il mondo nuovo e contro di esso può ben poco sia il movimento fittizio, che funge da mosca cocchiera, sia il nemico, il potere in senso lato, l’amministrazione cieca del fare coatto. Il mondo nuovo non potrebbe sorgere dalla distruzione del mondo vecchio se già non esistesse in nuce in quest’ultimo. La qualità non è la quantità ma quest’ultima, come negazione della prima, consente di aprire la strada verso di essa. A quale prezzo? Al prezzo di andare oltre, di agire invece di fare, di perdere invece di custodire e accumulare.

Agire non è un abbandonarsi a qualcosa di sconosciuto, un andare incontro all’ignoto, u suicidio, agire è conoscenza oltrepassata non uccisa sul posto stesso in cui si è prima modificato l’accumulo di reperti archeologici. Agire è vivere, fare è morire senza accorgersene. Il terrore che incute il rischio di vivere spinge molti a racchiudersi nella tomba prima della loro ora. Il fare coatto da simbolo i supplizio diventa così uniformità di procedura, costante di fantasmi che si rispecchiano uno con l’altro. Ma la vita non è suggerita dal buon senso o dalla parsimoniosa oculatezza del possesso. La vita fugge via con ritmi suoi, prettamente qualitativi, che nulla hanno a che fare col tempo catturato nelle strutture dell’accumulo. I benpensanti sognano di vivere e sono di già morti.

Nel conflitto tra il concreto e il fittizio il primo sembra sempre retrocedere, perdere di consistenza di fronte allo straripante potere del fantasma. Tutto sommato la cosa è naturale, l’uomo è affascinato dalla facilità con cui rotola l’apparenza e considera sconsiderato non approfittare delle sue comodità. Assistere a qualcosa che si muove è sempre più facile che muoversi, in più se questo qualcosa è un’ombra che sembra non fare fatica alcuna a spostarsi e ad accumulare obiettivi, il fascino delle proiezioni sulla parete della caverna dei massacri è più che comprensibile. Gli argomenti del fittizio convincono per la loro fondatezza. Il mondo appare, è uno spettacolo continuo, mentre l’essere concreto permane nascosto e lo si deve andare a trovare mettendosi a repentaglio. Il buon senso domina e sovrasta l’avventatezza del caos, sembra a tutta prima che l’onestà del giudizio stia tutta dalla parte dell’apparenza che si adegua come una controfigura alla realtà che vuole fare muovere. Che questo movimento sia una vera illusione che importa? Tutti aspiriamo a essere convertiti in fantasmi, ameremmo volteggiare lievi e e impalpabili sugli spaventi della storia sottoposti al nostro infingardo giudizio. Restiamo attoniti di fronte alle risposte approssimative della concretezza, vorremmo una maggiore coerenza con tutto quello che siamo costretti a fare, dopotutto è questa la nostra realtà, quella che fa per noi, l’illusione degli specchi deformanti, contro cui cozza l’ottusa uniformità dell’essere che è e non può non essere. Questa equivalenza ci atterrisce, non corrisponde ai nostri sotterfugi filosofici, noi, maestri di teologia, amiamo avvolgerci nei nostri sofismi che dovrebbero spiegare nientemeno che Dio e invece non sono altro che pezzuole purulenti per nascondere i massacri che ci circondano.

Lasciare l’apparenza è avventura e rischio. Esattamente il contrario dell’opinione corrente, consolidata dalla conoscenza che ribadisce la validità e l’insostituibilità del fare coatto. Lasciare alle spalle la garanzia significa andare sul concreto. Non è facile metabolizzare questo concetto che è lo stesso della perdita detto in maniera diversa. La perdita è ritorno all’essere che è, quindi è rinuncia alla probità e all’onestà del fantasma che duplica sotto la sferza i processi del fittizio. Non al concreto appartiene il rimorso ma, stranamente, al fittizio. Chi passa la vita in un cimitero ben custodito, anche se alla fine ha capitalizzato in astratto il proprio possesso, che ha difeso coi denti, sa nel proprio intimo di essere un volgare traditore, sa di avere rinunciato al solo bene che abbiamo, alla propria vita e sa anche di averla barattata per un disprezzabile possesso perituro. Seppellito col suo corpo sta anche il suo possesso, la vita era e permane latitante. Qui si nasconde un tragico malinteso. Perdere è andare incontro all’essere, garantirsi un possesso è andare incontro all’apparire.

Tutto il cinismo di questo mondo non può fondare una scelta fittizia né fornirle giustificazioni che non possiede. L’essere è incapace di giustificare l’apparire che non comprende mentre l’apparire comprende l’essere – la sua esatta negazione – ma ne ha orrore. È necessario rendersi conto di questa reciproca ma differente estraneità. Agire non è un bel gesto, è semplicemente vivere, andare incontro all’essere è vivere la propria condizione qualitativa, oltrepassare il fondo conoscitivo e accumulativi che tutti – più o meno – ci costituisce, per andare verso il proprio destino. Certo, l’essere brucia la pelle incartapecorita dalle abitudini quantitative del fare, ma che importa? Una vita da ebeti è una non-vita, non ci possono essere scuse per il gettare via la propria pensando di custodirla come il bene più prezioso. Le certezze del fittizio sono ottenute grazie ad un meccanismo che è in se stesso mortale, quindi non può produrre che morte e distruzione.

I dubbi della concretezza costano cari, non si raccolgono sul lastricato delle buone intenzioni, devono penetrare profondamente in noi stessi, fornirci una forza vitale che ci fa andare oltre le mille cautele che da ogni parte ci richiamano all’ordine. Non è roba per fanfaroni paurosi o per salvatori dei propri interessi prima di tutto, poi vengono le briciole. Qui non si tratta di ridurre, si perde eccedendo, in caso contrario si è sfiorati dalla contaminazione della umiltà che tutto tende ad appiattire. Si perde guadagnando ciò che non si può conservare né fermare per farne tesoro, la propria vita. Vivere significa perdere e perdere significa agire, cioè vivere qualitativamente in modo significativo.

I fantasmi sono avidi di concretezza, che a loro resta sempre negata, quindi la perseguono sotto la forma ossessiva della rappresentazione. Non la realtà, che in sé è e non può non essere, ma la proiezione di essa che è ricca di colpe e di rimorsi, di qualcosa che nello stesso tempo vorrebbe essere ma non può per cui grida la propria incompletezza come un tormento, uno smarrimento da cui non c’è ritorno. Se potessero si darebbero a qualunque prezzo una consistenza, anche d’accatto, costosa di lacrime e affanni, perfino di umiliazioni, ma non possono che percorrere tutte quante le possibili strade melmose senza risultato, la consistenza resta loro negata, rimangono però lo schifo e il dolore.

Ecco perché il mondo del fittizio è avido di sensazioni e di fatti, li mette insieme, li assomma, li manipola, si avventa su di loro per estrarne il succo che dovrebbe aprire la strada alla concretezza, poi si ritrae spaventato della propria incapacità che gira in tondo sul proprio perno. Non sapendo cos’è la verità – che solo la qualità conosce e permette di acquisire al prezzo che sappiamo – vive di conflitti anche essi fittizi, mischia continuamente vizi e virtù tormentando con le seconde e non essendo nemmeno capace di vivere fino in fondo i primi. Sconoscendo il coraggio dell’agire non può avere nemmeno il coraggio di affrontare il fare in una prospettiva di perdita, cioè non conoscitiva ma saggia. Prospettiva, dicevo, non consistenza, che nel fare manca completamente la realtà dell’essere per cui anche il piacere può godersi sotto la specie di surrogato, sostituito ai sentimenti reali, concreti. Non l’amore ma il possesso di un’altra persona, delitto questo che equivale più o meno a quello che ogni sera commettono gli ottusi secondini che chiudono a chiave la porta del carcere greco dove sto scrivendo queste pagine. Non potendo avere la verità dell’essere il fantasma gode per interposta specie del tornaconto che ricava da certi rapporti.

L’essere non si sceglie, non c’è un bivio di fronte a cui decidere, la decisione richiesta per l’agire non è una scelta ma un coinvolgimento, non comporta alcun vantaggio, né vicino né remoto, non prospetta salvezza o garanzia. L’azione non è nemmeno una prova. Agendo si è quello che si è, semplicemente, senza mezzi termini, senza incompletezze che sognano di completarsi, senza meriti che vengono incasellati al loro giusto posto per produrre giusti frutti. Non ci sono, a stretto rigore di termini, regole precise per l’agire, allo stesso modo in cui non si può catturare l’essere all’interno di un canovaccio conoscitivo per quanto articolato questo sia. Chi non ha il coraggio per lasciarsi alle spalle le proprie paure non può mai trovare perdono, non negli altri, che c’è sempre una spalla su cui piangere, ma davanti a se stesso, tribunale feroce e senza appello.

Qui non è che voglio stendere una sentenza di condanna contro i vigliacchi, sono loro che l’hanno redatta e intessuta per tutta la vita fin dalla prima volta in cui sono fuggiti davanti a un pericolo voltando le spalle invece di affrontarlo. Agli schiavi basta il disprezzo che loro stessi provano nei propri confronti, aggiungere qui il mio sarebbe un di più pesante quanto una pietà che non provo perché le loro responsabilità nel massacro che la storia e la filosofia registrano e sostengono senza posa mi fanno ribrezzo. Ciò non vuol dire menare vanto di qualcosa. L’azione – e la mia vita ha avuto senso proprio nell’agire – non posso collocarla qua, su questo foglio di carta, stasera, mentre fuori della porta blindata della mia cella sento il rumore e le urla dei carcerati al lavoro con la speranza di beneficiare di un giorno di prigione in meno. Che posto potrebbe mai avere? Nessuno. Essa è nel mio cuore di vecchio distruttore che conosce ma non riesce a rammemorare il senso profondo, la diversità della coscienza di fronte all’avventura qualitativa. L’essere è in questa avventura, nelle bruciature che la libertà lascia sulle carni, nell’odio verso i compromessi e i tentennamenti che non cessa di alimentare. Un delirio, forse. Un delirio come un innamoramento, come uno sguardo di occhi blu. Che i fantasmi ruminino i loro rimpianti, le loro ipotesi autodistruttive, le melanconie che riproducono i vuoti delle loro apparenze. Non mi riguardano gli argomenti con cui queste ombre si muovono nella parete della caverna dei massacri difendendo se stesse. È un ordine di grandezza che non riesco a cogliere, la conservazione e la garanzia deteriorano perfino le ombre.

Non ci sono argomenti per difendere l’essere, o lo si accetta con tutte le sue conseguenze di rischio e di aleatorietà o si va verso l’apparenza. Non c’è una costante da seguire, una guida, una strada sicura, sia pure faticosa. La conoscenza, elemento fondamentale per incamminarsi verso la qualità, ad un certo punto comincia a diventare un peso. Il dramma del conoscere, a cui ho dedicato la mia vita, sta nel doverlo abbandonare se voglio andare avanti. Non c’è un’epoca che sopravanzi un’altra, la scienza attuale non è più soddisfacente di quella di due millenni fa, impiega gli stessi argomenti, per tacere della storia e della filosofia. Tutto concorre al massacro. E noi siamo inseriti in questo processo sanguinosamente fittizio. Ad un certo punto possiamo coinvolgerci in qualcosa di diverso. Dapprima non sappiamo nemmeno di che cosa si tratta, avvertiamo una mancanza dolorosa, una inquietudine, una incompletezza, e andiamo oltre. Solo che conserviamo sempre qualche debolezza per l’accumulo, per il possesso, e vogliamo difenderli. Ecco che il fittizio ha la prevalenza. Costruiamo metafisici castelli progettuali, dettagliamo stimate sfumature, conserviamo dettagli di cui dovremmo fare a meno. Perché? La paura è sempre sullo sfondo, la paura che ci spinge a conoscere e a conservare la conoscenza, a cercare di prevalere sugli altri, a mostrare i nostri muscoli. Tentativi infruttuosi se si vuole andare verso l’essere.

Non c’è catastrofe che non appartiene al miraggio, all’apparenza. Ma come può il contrario dell’essere, cioè il fantasma, costare lacrime e sangue? La causa, propria parlando, non è nell’apparenza in quanto tale ma in noi stessi, nel nostro ottuso rincorrerla per darle parvenza di vita. Ed è in questa lunatica perversione che raggiungiamo il massimo dell’impegno, siamo filosofi o, peggio ancora, teologi. In questa attività la nostra conoscenza si accumula rozzamente, ottusamente, una conoscenza verbosa e litigiosa, piena di sospetti e di lusinghe, proprio impregnata fin dalle fondamenta dell’apparenza fattiva. Lasciare tutto ciò è indispensabile alleggerimento. Non si entra nel sentiero che si inoltra nella foresta sovraccarichi di strumenti che luccicano falsamente, abbagliano ma non soddisfano, incapaci come sono di uscire dal baratro dell’incompletezza.

Non basta una qualche diffidenza verso questo accumulo che ho perseguito per tutta la vita con ferocia degna di un pirata, occorre di più, occorre una coraggiosa opera di svuotamento. L’azione ne ha bisogno ma essendo fuori del tempo e dello spazio, vivendo nell’istante come qualità, non può tenere conto che come condizione implicita, come quello che è stato oltrepassamento non come tutto ciò che rimane nella mia avventura nell’essere. Qui rimane la mia completa consegna all’assolutamente altro,d ove non ci sono parole né fatti, dove la libertà è quella che è, cioè caos assoluto, e dove le variforme sotto cui posso sperimentarla non si presentano come scansioni temporali o spaziali – giustizia, uguaglianza, verità bellezza – ma come la medesima realtà, l’essere che è e non può non essere.

Ma io sto parlando della saggezza, e ciò posso farlo in negativo, cioè come svuotamento progressivo della conoscenza, eppure saggezza e qualità non sono sinonimi. La saggezza mi è indispensabile per la rammemorazione, cioè se voglio fornire di senso non banalmente fittizio le parole che riprendono l’esperienza nella qualità. Il fittizio non comprende questi problemi, è continuamente roso dalla diffidenza e dalla paura di perdere i suoi possedimenti, vuole garantire le sue funzioni sostitutive. Le ombre sono molto gelose del proprio compito e per questo sono attente a nascondere ogni possibile incertezza nel loro lavoro di semplice rispecchiamento. L’apparenza ha tutta la forza del fare, compulsava, contorta, contraddittoria, ma sempre ricomposta in modo da potere riprendere il lavoro.

Dall’altro canto, l’essere è caotico e terrorizza i pavidi. Chi invoca un progetto chiaro in tutti i dettagli non lo fa per non andare avanti alla cieca ma perché teme di perdere il proprio possesso su cui siede sicuro della propria forza. L’essere non ha progetti o leggi, il caos non potrebbe comunicarli in nessun modo, non ha parola per farlo, non ha indicazioni favorevoli o scorciatoie. L’oltrepassamento è una lotta intrepida dove occorre il coraggio vero, non quello plateale delle barricate, il coraggio di coinvolgersi in un percorso fuori del comune, impraticabile ai più, tutt’altro che visibile con chiarezza. Non è questione di aggressività, nemmeno di forza è solo il desiderio di essere se stessi fino in fondo, senza infingimenti e senza imbrogli.

Regina del fittizio è la metafisica, non nel senso deteriore del termine, invalso negli ultimi due secoli, ma nel senso pieno di filosofia che cerca di ravvivare nelle parole di cui è costretta a fare uso, una connessione con l’essere sostanziale. Ora, quest’ultimo riposa in sé, nella piena completezza del suo caos e non può essere detto, mentre il fittizio si accontenta di girargli attorno come una falena non accorgendosi di perpetuare così le tradizioni peggiori della chiacchiera. Il movimento di un buffone attira e diverte, cioè porta fuori della riflessione seria, consente in altri termini di fare affluire tranquillamente il solito rifornimento diretto alla caverna dei massacri. Chi manipola questo movimento a volte rimane quasi incantato del suo stesso potere ricavato dalla semplice apparenza, ne va fiero e se ne compiace ma in fondo non si fida, ecco perché ricorre a tutte quelle atroci accortezze che caratterizzano i massacratori.

Il movimento concreto non si cura di una simile sguaiataggine, non perché ne è incontaminato, che molta parte di esso impedisce un agire che lo potrebbe cogliere, lo fa solo perché non capisce, la parola che la contiene non avendo realtà gli è incomprensibile, così come gli effetti – che pure ci sono e sanguinosamente quantificabili – gli sembrano piccoli cerchi increspati in uno stagno, un fanciullesco lancio di sassi. Che quello stridore di denti attiri la gente e la coinvolga in slanci privi di contenuto ma capaci di produrre fattività che causano dolori e disgrazie di portata mondiale, non turba la complessa e autonoma formazione dell’essere, la sua serenità caotica, la fermezza di essere quello che è. Molti hanno voluto vedere in questa estraneità radicale una certa ottusità nei riguardi del mondo. Può difatti la pienezza comprendere la parzialità? Il vuoto rendersi conto di qualcosa che brama completarsi? Il caos l’ordine? No. Sono domande che non attendono risposte, non ne hanno bisogno. L’essere sconcerta per questa sua esistenza remota, seduce proprio per la sua non facile penetrabilità. Tutte le volte che si cerca di conoscerlo si ritrae, non c’è metodo che indichi l’accesso all’azione, eppure non si tratta di qualcosa di misterioso, essa è lì davanti a tutti, ma la maggior parte passa via e cerca di darsi un atteggiamento impegnato mentre sta solo cercando una giustificazione per scappare via.

A ognuno la sua frenetica voglia. Il fittizio di morire, il reale di vivere. Ambedue sembrano frenetiche allo stesso modo e sono l’esatto contrario, come per l’appunto dove c’è la morte non può esserci la vita e viceversa. Com’è possibile che il fittizio sia capace di modulazioni quantitative piacevoli, gradite al palato delle anime belle, e poi essere in pratica fornitore primario del massacro? La soluzione sta nel non potersi trovare una scorciatoia verso l’essere passando per un accomodamento qualsiasi. Non ci sono vie asfaltate, solo sentieri nella foresta.

Volgendosi al movimento reale non si può immaginare di trovarlo dietro l’angolo, schierato come indefettibile fondamento del movimento fittizio, sarebbe immaginare un fantasma munito di basamento solito. Bisogna cominciare con il capovolgere la propria scala di valori, dando inizio a una strana rivoluzione, quello che interessa agli altri – per principio, errato quanto volete – tutti gli altri, non dovrebbe più interessarci. La crescita, la forza, lo schieramento muscolare, tutte cose che riveriamo, accarezziamo, sogniamo, speriamo, dovrebbero mostrare improvvisamente uno strano lato impuro, un ibrido miscuglio di scherzo e ferocia, di leggerezza e importanza, di immaginazione e rimasticatura. Non è tanto una questione di pulizia quanto di provocazione, non si tratta di un metodo ma di un banale ribaltamento. Abbiamo a lungo vissuto nei cubi prodotti dal fare quotidiano, prepariamoci a vivere nel deserto. Di per sé la cosa, essendo una scelta, non ha grande importanza, potremmo vederla così come quasi certamente la vedranno gli altri, i famosi altri, giudici inflessibili di ogni nostro conato verso la diversità. Ma, essendo una provocazione rivolta a noi stessi, può smuoverci dalla immobilità pietrificata e spingerci a ramificare qualche tentativo.

Il fittizio ci ospita e noi lo alberghiamo dentro di noi, è una strana doppia resa di utilità e servizio. Rispettivamente ci prolunghiamo in esso e quest’ultimo ci restituisce la visita. Fra di noi regna un rispetto reciproco come si usa tra fantasmi bene educati, non facciamo notare al fittizio che tutto intorno manca la vita e lui, cortesemente tace riguardo la nostra puzza di cadavere. Un servizio reciproco. La vita dell’apparenza nell’apparenza è piena di piccoli scambi del genere che emozionano come la vista di una zocca molto grossa. Nel nostro universo fittizio e fittizio – i due termini sono molto intimi tra loro pur non essendo sinonimi – tutto è secco, ricco di radici storici e filosofiche altrettanto secche, non c’è nessuna fioritura vitale, tutto meccanicamente amministrato, anche l’amore, anche le tanto decantate libertà. In questo fare ci viviamo da fantasmi e solleviamo alti lai, ma solo per la forma. Chiedere ai miei amici letterati, prima e dopo dell’imbalsamazione che la paura ha portato a completamento.

Il movimento fittizio è afflitto da una continua febbrile animosità. È sempre contro qualcosa, e di certo non gli manca mai il materiale, ma questa animosità rientra nel gioco degli equilibri indispensabile al fare coatto, sangue e linfa dei fantasmi che spesso fa scambiare la loro apparenza per concretezza. Dietro tanto agitarsi ci stanno due desideri, il primo è quello del riconoscimento in quanto qualcosa di vitale – esatto contrario di quello che il fittizio è, propriamente parlando – il secondo è quello del riposo – meritato dopo tanto agitarsi per nulla. L’organizzazione del movimento fittizio non si cura nemmeno alla lontana di minare il movimento reale, come per un certo tempo io stesso ho supposto, avendo speranze nel mio cuore giovane che poi gli anni – tanti, forse troppi – si sono incaricati di disilludere. Questa organizzazione pungola e sollecita, raduna e ammonisce, sforza e infierisce con furore contro i nullisti che non fanno altro che restare sul marciapiede e non scendono in strada. Ma si tratta di aberrazioni di energumeni destinate a sgonfiarsi al primo alito di vento. Il fallimento le eccita, le commuove e, alla fine, le cheta.

Straordinaria contraddizione quella che vuole incarnare nel fittizio la concretezza che non può non esserle non solo estranea ma addirittura mortale. Se il rimescolio delle chiacchiere si limitasse a un cenacolo di fanatici intenti a studiare il modo migliore di rigirarsi i pollici, nulla da dire. Ognuno è libero di scegliersi le proprie illusioni le quali sono tutte acquisiste e nessuna innata. Il guaio è nella intenzione fuori luogo di credersi intollerabilmente destinato a guidare i destini dell’umanità sofferente verso la libertà. Ciechi che conducono ciechi direttamente nell’abisso. I facitori di chiacchiere consumano fino in fondo la loro tragedia e non ne sono consapevoli, per cui il sistematico fallimento dei loro progetti produce sempre stupore e scandalo, ma si tratta di bufere in un piccolo stagno melmoso.

Nessun dubbio pone il movimento fittizio sulla bontà delle sue scelte. Il numero santifica e assolve, capovolge l’ovvietà in scandalo e lascia stupefatti. Quello che in molti accettano non feconda nuovi territori ma fa crescere l’erba tenera dove pascolano animali belanti. I successi quantitativi trovano conferme democratiche soporifere, avvolte nella carta patinata delle percentuali vincenti, nessun dramma se non quello della mancata riconoscenza delle masse per l’impegno magnificamente devoluto a loro credito. Ottusità per ottusità, lo scambio di complimenti suscita la nostra indifferenza. Ogni iniziativa parte da un residuo di concretezza, non necessariamente occultata ideologicamente fin dall’inizio, ma avrebbe bisogno di slancio verso la qualità, non potendo trovarlo per caso come la gallina cieca, è destinata a diventare pesante, a pietrificarsi in accorgimenti e tecniche, a rimpicciolirsi man mano che cresce quantitativamente. Il numero accascia l’originaria concretezza invece di innalzarla. Spegnendo in essa ogni insolenza caotica e personale la modifica nella preoccupazione di non dispiacere, la mortifica ad uso comune, la consegna alla macina metodica del fare coatto.

Quanta fatica sperperata per allontanarsi dalla concretezza, per attutirne gli eccessi fattibili che potrebbero venire fuori dalla sua parentela residuale con la qualità. Il vuoto fa paura, deve essere riempito a qualsiasi costo. La minima sollecitazione al coinvolgimento è considerata come un’eretica iniziativa individuale, farina di caos. E in questo c’è un fondo di verità, il fittizio ha paura del caos perché vi sente l’essere, cioè la sua antitesi radicale. Un briciolo di concretezza va bene ma che sia adatto a delle brave persone, niente linfa vitale. Non appena se ne intravede la possibilità si fanno subito gli opportuni calcoli per vedere i pro e i contro. Un alone inquietante circonda sempre qualsiasi iniziativa che intende togliere l’aureola santificante alla crescita quantitativa.

Quando ci sazieremo di fittizio? Rispondere a questa domanda significa cambiarla in un’altra, quando arresteremo la decadenza del concreto? Non c’è una terapia precisa per bloccare il fare, non è questa la strada, sarebbe accecarsi e privarsi degli strumenti di lotta, della conoscenza in primo luogo. Il problema consiste nel dispiegarsi verso l’agire senza curarsi troppo di quello che il fittizio continua a fare. Agire è un movimento reale che non può quantificarsi né le sue conseguenze possono essere tradotte in andamenti di crescita o diminuzione, non ci sono organismi che registrano al proprio interno gli spostamenti caotici della qualità. Ciò significa che non c’è il tempo di disgustarsi dell’esperienza attiva, essa è noi stessi nel momento che la viviamo e può – ma solo successivamente – essere detta e quindi nella rammemorazione costituire il senso intimo del movimento reale. Conoscere questo aspetto del movimento ha di certo un qualcosa di fittizio ma richiama le bruciature lasciate dall’azione, quindi scatena il desiderio e la pienezza dell’eccesso impedendo ogni forma di assuefazione, ogni pensiero di possesso e di garanzia.

L’anchilosi della concretezza è quello che teme il movimento fittizio ma essa non lo riguarda, ciò che incombe su di esso non è un immobilizzarsi dell’essere, il che è impossibile, ma un girare a vuoto attorno a un possesso che manifesta se stesso come banale avidità di fare che fornisce assuefazione a un benessere ottuso che non si riesce nemmeno a godere. Il fare in queste condizioni, più che un accumulo, è uno stato di ipnosi, una trama patologica che non può essere interrogata per fornire spiegazioni a se stessa, un circolo vizioso non si apre al pubblico per delucidare le proprie convinzioni di metodo. Il miraggio della concretezza serve al fittizio come qualsiasi fantasma, aiuta a sviare l’inevitabile contemplazione della propria incompletezza, da qui la necessità di continuare a fare, come un cane che cerca di prendersi la coda. Così, alla fine, il fittizio e il fare si incontrano nella socievole multiformità del prescritto e del proscritto. Il modello si avvicina all’eccezione, l’eresia diventa dogma e viceversa. È molto facile fra fantasmi cambiarsi abito.

C’è nel carico enorme e dissennato di volontà sofferente, insito nel movimento fittizio, un’aspirazione a concretizzare che non si arresta mai.

 


[Scritto nel carcere di Korydallos (Atene) e di Larissa, interrotto il 24 novembre 2010 perché scarcerato]

PARTE PRIMA
MOVIMENTO E PROGETTO RIVOLUZIONARIO

“L’unità, i cui momenti, l’essere e il nulla, sono come inseparabili, è, in pari tempo, differente da questi momenti: essa è, così, di fronte ad essi, un terzo termine che, nella sua forma più particolare, è il divenire. La transizione è la stessa cosa che il divenire, salvo che nella transizione i due termini, che passano l’uno nell’altro, sono rappresentati piuttosto come in uno stato di quiete l’uno al di fuori dell’altro e la transizione è rappresentata come svolgentesi tra di loro. Ora, dovunque si parli dell’essere e del nulla, questo terzo termine deve essere sempre presente, perché gli altri due non sussistono indipendentemente, ma esistono solo in questo terzo termine, il divenire. Ma questo terzo termine ha molte forme empiriche che l’astrazione mette da parte o trascura per mantenere nella loro indipendenza questi prodotti, l’essere e il nulla, e proteggerli dalla transizione [...].

“Da ciò che si è detto si vede che cosa si deve pensare della dialettica rivolta contro il cominciamento del mondo ed anche contro la fine di esso (di quella dialettica cioè, con cui si vorrebbe provare l’eternità della materia) e che è, in generale, una dialettica contro il divenire, contro il nascere o il perire [...]. Quella semplice dialettica ordinaria si basa sul tener ferma l’opposizione dell’essere e del nulla. Nella maniera seguente si prova che non è possibile alcun cominciamento del mondo o di qualcosa.

“Nulla può cominciare né in quanto è né in quanto non è, perché in quanto è, non comincia soltanto, e in quanto non è, ancora non comincia. – Se il mondo o qualcosa dovesse aver avuto cominciamento, lo avrebbe avuto nel nulla. Ma nel nulla non v’è cominciamento, ossia il nulla non è un cominciamento, perché il cominciamento include in sé un essere, e il nulla, invece, non contiene nessun essere. Nulla è soltanto nulla. In un principio, in una causa, ecc. (quando si determini il nulla in questo modo) vi è un’affermazione, un essere. – Per la stessa ragione non è nemmeno possibile che qualcosa cessi, perché, in tal caso, l’essere dovrebbe contenere il nulla, mentre l’essere è soltanto essere e non già il contrario di se stesso.

“È chiaro che contro il divenire o il cominciare e cessare, contro quest’unità dell’essere e del nulla, non viene qui prodotto niente, salvo che si nega assertoriamente quest’unità e si attribuisce verità all’essere e al nulla, tenuti separati l’uno dall’altro. – Se non che, questa dialettica è almeno più conseguente delle riflessioni della rappresentazione. Per la rappresentazione vale come perfetta verità che l’essere e il nulla sono soltanto separati. Ma, d’altra parte, la rappresentazione lascia valere, come determinazioni ugualmente vere, il cominciare e il cessare ed in queste ammette così, di fatto, l’essere e il nulla come non separati.

“Se si presuppone la differenza assoluta dell’essere e del nulla, il cominciamento e il divenire, sono – come si intende dire spesso – qualcosa di inintelligibile, perché si fa una presupposizione che abolisce il cominciamento o il divenire, poi lo si ammette di nuovo e l’inintelligibile è proprio questa contraddizione che noi stessi abbiamo posto e di cui abbiamo reso impossibile la risoluzione.

“L’esempio citato è la stessa dialettica di cui si serve l’intelletto contro il concetto che l’analisi superiore dà delle quantità infinitamente piccole. – Queste quantità sono state determinate come quantità che sono nel loro sparire, non prima del loro sparire (perché allora sono quantità finite), né dopo il loro sparire (perché allora non sono niente). Si è sempre obiettato e ripetuto contro questo concetto puro che tali quantità o sono qualcosa o sono niente, che non esiste alcuno stato intermedio (la parola ‘stato’ e qui un’espressione volgare, impropria) tra l’essere e il non essere. Anche qui si ammette la separazione assoluta dell’essere e del nulla. Invece, noi abbiamo già dimostrato che l’essere e il nulla sono la stessa cosa o, per parlare secondo il linguaggio di questa obiezione, che non c’è nulla che non sia uno stato intermedio tra l’essere e il nulla. La matematica deve i suoi più brillanti successi a questa determinazione che l’intelletto contraddice.

“Il ragionamento addotto, che presuppone falsamente la separazione assoluta dell’essere e del nulla e si arresta a questa presupposizione, non deve, dunque, chiamarsi dialettica ma sofisma. Infatti il sofisma è un ragionamento che parte da una presupposizione non fondata che si accetta senza critica e senza riflessione; invece noi chiamiamo dialettica il movimento più elevato della ragione, nel quale tali apparenze, che sembrano assolutamente separate, passano l’una nell’altra per se stesse, perché sono ciò che sono e cioè il luogo in cui la presupposizione [del loro essere separati] si supera. È la natura dialettica immanente dell’essere e del nulla che essi mostrano come loro verità, come loro unità: il divenire”.

G.W.F. Hegel, Scienza della logica

Nota introduttiva alla prima edizione

I testi inclusi nel presente volume sono tutti indirizzati ad approfondire il problema dei rapporti tra movimento degli sfruttati e movimento rivoluzionario anarchico. La conclusione a cui sono giunto è molte semplice e costituisce il punto di partenza di una riflessione che propongo a tutti i compagni: non è nel chiuso del movimento specifico che si lavora per la rivoluzione, ma al di fuori, in quella realtà delle lotte che, in questo momento [1977], non ci vede presenti. In questo senso, il movimento anarchico italiano ha ancora molto da fare. Davanti all’incalzare della situazione, diventa urgente che tutti i compagni anarchici, sinceramente rivoluzionari, riflettano sui modi e sulle condizioni di organizzarsi per contribuire all’estendersi, in senso libertario, della presente situazione di crisi e di disagio. È finito il tempo delle titubanze e delle attese, chi è disponibile per la lotta rivoluzionaria si cerchi i suoi compagni e non indugi aspettando un segno o un chiarimento da parte del movimento specifico.

Avanguardia, perché?

Tutti i rivoluzionari coscienti si sono posti e si pongono il problema dell’avanguardia. Ne temono i pericoli e cercano di studiare i motivi che ne rendono necessaria l’esistenza, come i mezzi per eliminarla o renderla meno pericolosa.

Per gli anarchici il problema è molto più grave. Essi non accettano quei ripieghi politici che altri rivoluzionari giustificano partendo dalla necessità della conquista del potere.

Eppure anche gli anarchici, spesso, finiscono per lavorare alla costruzione di avanguardie, avendo cura di non chiamarle col nome che compete loro. Ma nessun velo pudico può nascondere la realtà, e se questa accetta strutture simili, o comunque vicine, a quelle degli autoritari, non c’è ragione di utilizzare parole diverse per indicare la stessa cosa.

Ma è proprio necessaria un’avanguardia?

La risposta a questa domanda non è facile. Nascondere la testa sotto la sabbia, illudendosi che un gioco di parole possa risolvere il problema, è più o meno quello che è stato fatto finora dagli anarchici.

Crediamo sia necessario fare un piccolo passo avanti, anche correndo il rischio di dare un dispiacere a qualcuno, attaccato come il solito polipo al solito scoglio.

Non è mancato chi, tagliando di netto il problema, ha ammesso chiaramente la necessità dell’avanguardia, accentuando in senso autoritario il sotterraneo ideologismo che è sempre stato presente nell’anarchismo e, alzandosi le maniche, si è messo a costruire arcane combinazioni organizzative, precetti di controllo e selezioni, alambicchi teorici dei più raffinati.

Questa posizione non varia molto da quella che afferma categoricamente la mancanza di una qualsiasi avanguardia nell’anarchismo e chiude gli occhi davanti alla realtà.

Generalmente, questa tendenza, chiusa uniformemente in una retorica umanistica, che spesso confina con un vago idealismo, è accesissima nemica della prima, a cui rimprovera un bieco leninismo camuffato da abiti anarchici. Per contro, le componenti più sveglie, si rendono conto della difficoltà di giustificare certe operazioni di vertice, per cui parlano di “minoranza agente” e simili definizioni sostitutive del termine “avanguardia”.

Poiché non ci occupiamo di lessicologia, non ci interessa sostituire un termine all’altro e dirne i motivi, ma cerchiamo di arrivare alle radici del problema che, attraverso quel termine, viene messo in risalto. E il problema resta intatto, sia che si chiami la “cosa” avanguardia, sia che la si chiami minoranza agente.

Ma che cos’è questa “cosa”? Che cos’è un’avanguardia rivoluzionaria?

La risposta ci pare molto semplice, è un insieme organico costituito da individui. Quindi abbiamo un’organizzazione e gli individui che la compongono. E abbiamo anche un postulato che non si è ancora approfondito, quest’organizzazione tende a staccarsi e a sovrapporsi al movimento rivoluzionario che l’ha prodotta.

Andiamo per ordine.

Molti motivi possono rendere necessaria la nascita di un’organizzazione specifica che riassuma in sé alcuni compiti particolari che le organizzazioni di base non possono svolgere. Ovviamente, a fare parte di questa organizzazione sono uomini che hanno tre requisiti, a) preparazione, b) dedizione, c) tempo a disposizione. Il dominio si stabilisce concretamente sulla base dell’autorevolezza, non tanto sulla base dell’autorità in senso stretto. Stiamo parlando di organizzazioni rivoluzionarie in genere ma non perdiamo di vista le organizzazioni anarchiche che, per noi, costituiscono elemento privilegiato di riflessione. È proprio in queste ultime che l’elemento dell’autorevolezza predomina su quello dell’autorità, pur lasciando intatto il problema di fondo, l’estendersi e il consolidarsi di un’organizzazione (quindi di un gruppo di persone) che esercita un dominio sul resto del movimento.

Il fatto rivoluzionario è fatto eminentemente organizzativo, quindi non c’è meraviglia che nell’estendersi dell’organizzazione di base si verifichi un processo di sovrapposizione organizzativa, che potrebbe essere benissimo assai limitato (almeno all’inizio), precisando gli argomenti concreti di cui dovrebbe interessarsi l’organizzazione specifica, e assai controllato, ipotizzando l’impiego della revocabilità degli incarichi. Vedremo perché questi accorgimenti – limitazione dell’attività e revoca degli incarichi – costituiscono baluardi molto tenui che spesso sono utilizzati per mettere in pace le coscienze, cioè come alibi più che strumenti di limitazione del potere.

Quindi, abbiamo l’automatico emergere di un’escrescenza organizzativa che porta avanti alcuni individui. Generalmente si tratta dei compagni più preparati, più impegnati nel lavoro rivoluzionario, più liberi da impegni lavorativi.

Quando la controrivoluzione imperversa, questo gruppo ha tendenza a chiudersi in se stesso. Le necessità dettate dalla repressione e dalla clandestinità lo sollecitano a una trasformazione in gruppo militarizzato che perde (di colpo o a poco a poco) il proprio rapporto con le vecchie organizzazioni di base, cadute vittime della repressione. Altre volte, nella stessa situazione controrivoluzionaria, si ha un frazionamento del gruppo organizzativo più importante in tanti piccoli gruppi separati o coordinati che – sempre molto limitati nel numero – continuano la lotta, inglobando molte volte anche elementi delle organizzazioni di base che preferiscono passare alla clandestinità. In sostanza qui siamo davanti all’ipotesi limite che fa scadere d’importanza il lavoro dei tempi normali, quando la controrivoluzione lascia relativamente in pace il movimento rivoluzionario, ma i problemi che sorgono da questa radicalizzazione non sono altro che gli stessi di prima in forma più rarefatta e evidente.

I motivi che rendono possibile la formazione dell’avanguardia sono legati allo stesso svolgimento del lavoro rivoluzionario. Emerge un’organizzazione nell’organizzazione, formata da uomini – i migliori e i più disponibili – ed emerge, nello stesso tempo, il pericolo che questa organizzazione cominci a ragionare in modo indipendente, seguendo la logica di tutte le organizzazioni, la propria sopravvivenza.

Concludere in questo modo significa accettare implicitamente la necessità dell’avanguardia mentre, al contrario, ci sembra possibile collocarsi al di là di una logica minoritaria. Comunque, per rendere questo discorso chiaro e recepibile, occorre fare alcune altre considerazioni.

Il fatto organizzativo

Nessuna cosa è possibile senza organizzazione. La vita umana si arresta e tutto piomba nel caos. L’organizzazione è tanto indispensabile all’uomo che ogni miglioramento in questo senso, anche se attuato dal peggiore dei tiranni, deve essere considerato come un fatto positivo. La stessa idea di progresso non sarebbe sorta se l’organizzazione non fosse stata da sempre qualcosa di estremamente essenziale per l’uomo. In questo senso, se la storia è svolgimento di qualcosa, è svolgimento di qualcosa di organizzato.

Il potere è un’organizzazione più o meno raffinata, finalizzata al raggiungimento di scopi utili a una minoranza. Alla realizzazione di questi scopi viene impiegata la maggioranza. Non possiamo però affermare semplicemente che gli scopi di questa minoranza non abbiano anche aspetti positivi per la maggioranza. In caso contrario, quest’ultima si ribellerebbe o morirebbe e gli scopi risulterebbero realizzabili.

Il potere è pieno di espedienti per dare il minimo e ottenere il massimo, espedienti che nel tempo elabora, impiega e modifica secondo le necessità della lotta contro la maggioranza degli sfruttati.

Questi ultimi, dopo diverse esperienze di lotta – tutte drammatiche – hanno elaborato proprie organizzazioni per rendere più efficace lo scontro. Col tempo, queste strutture sono entrate nella logica dell’organizzazione di sfruttamento, diventandone parte integrante. Ciò è accaduto contemporaneamente al fatto che il potere scopriva l’insostenibilità dell’assolutismo e l’idiozia dell’irrazionalismo fascista.

Nasceva così il potere democratico, organizzazione che continuava lo sfruttamento della maggioranza a beneficio di una minoranza, ma utilizzando anche le organizzazioni di difesa della maggioranza.

A monte di tutto ciò è da indicare il fatto che ha reso possibile questo utilizzo. Le organizzazioni della maggioranza erano organizzazioni di difesa e, quasi sempre, entravano nell’ambito dell’utilizzazione dopo essere state legalizzate giuridicamente.

Ma il fatto organizzativo non necessariamente deve essere visto come qualcosa che si costruire dall’esterno, attraverso l’intervento di specialisti, operando scelte sulla base dei fini che si intendono raggiungere. Questa interpretazione risente di due errori di partenza, quello che possiamo chiamare errore biologico o anche funzionalista. Un’organizzazione deve strutturarsi più o meno come un organismo (avere testa e arti), quindi una gerarchia che risponde ai requisiti essenziali dell’efficientismo e della funzionalità. Se abbiamo la maggioranza sfruttata che non può difendersi perché dispersa in singole unità (come le cellule di un tessuto organico), dobbiamo mettere insieme queste cellule e costruire un corpo che abbia una struttura precisa (la struttura dei sindacati e delle unioni di lavoro in genere), struttura che risulti funzionale allo scopo previsto, contrastare i padroni nel processo di sfruttamento, realizzando la difesa della maggioranza.

A giustificazione di ciò si avanza la tesi che la struttura dei padroni è monolitica, quindi monolitica deve essere la struttura di difesa.

Passando nel campo della difesa politica, è aumentata d’importanza, col declino degli Stati assolutisti, la struttura del partito. Ancora una volta l’analogia biologica e funzionalista domina incontrastata. A giustificazione, la monoliticità dello Stato.

Tutto ciò è patetico. L’ironia profonda della storia risiede nel fatto che a dettare le leggi di questi grandi organismi di difesa, leggi riprodotte sulla base metodologica organicista e funzionalista, è stato proprio il potere, anche se spesso lo ha fatto in modo indiretto, come conseguenza involontaria di certe modificazioni interne alla propria struttura. È chiaro che un’organizzazione di difesa trova la propria giustificazione in un periodo storico preciso e, quasi sempre, questa giustificazione si fissa in un rapporto preciso col potere che la condiziona e la rende possibile.

È incredibile che esistano compagni, che si dicono rivoluzionari, che insistono sulla validità dell’impiego delle strutture di difesa degli sfruttati, senza accorgersi dell’intimo rapporto di dipendenza che esiste tra queste strutture e il potere, cadendo nell’equivoco di considerarle come strumenti di lotta validi in assoluto, spesso gli unici strumenti di cui si dispone.

Ma questo equivoco è puntualmente chiarito dalla storia. Tutte le volte che gli sfruttati sono passati dalla difesa all’attacco, tutte le volte che un meccanismo rivoluzionario si è messo in moto, si sono create strutture organizzative diverse, con una base logica diversa.

Ci pare importante sottolineare che il difetto delle organizzazioni di difesa degli sfruttati non consiste nel fatto organizzativo – fatto naturale e ineliminabile – ma nella dimensione difensiva che queste organizzazioni prendono. È per questo che esse sono “copiate” sull’organizzazione dell’avversario e ne riprendono la logica.

Al contrario, le organizzazioni di attacco non hanno una struttura che riproduce il biologismo e il funzionalismo delle organizzazioni di difesa. Si tratta di forme organizzative che lasciano persistere le condizioni oggettive di frazionamento, non illudendosi di costruire a priori una monoliticità esterna, quantitativa, non riproducendo la logica del modello avversario. Certo, anche le organizzazioni di difesa possono essere mobilitate per un attacco, ma si tratta di uno scontro a livello militare, che può assumere, esteriormente, fattezze rivoluzionarie, ma che, concludendosi con la morte di uno dei due contendenti, non può avere altro sbocco che la persistenza del vecchio potere o la nascita di uno nuovo, forse altrettanto tirannico.

Le organizzazioni di attacco nascono, invece, sulla base di una logica sociale che tiene conto delle necessità imprescindibili dell’uomo, della misura dello sfruttamento, del grado di radicalizzazione dello scontro.

Queste organizzazioni non hanno illusioni funzionaliste, non possono essere migliorate, non possono sperare di “crescere”, non si pongono in una logica di “dialogo” col potere. Dal momento che nascono sono per la distruzione del potere, quindi, nel proprio interno, nella logica che le compone, sono già “compiute”. Naturalmente possono perfezionarsi dal punto di vista della tattica da impiegare, della preparazione dei singoli elementi, dello scontro militare, ma per quanto concerne il fatto organizzativo, non hanno nulla da modificare, migliorare o peggiorare, sono al di là della logica del potere, sono “fuorilegge”.

Non hanno testa e arti perché non perseguono l’illusione quantitativa, si collocano nell’area di sfruttamento ed emergono, nella loro completezza organizzativa, nel momento in cui attaccano il potere. Quindi non hanno una funzione fra tante altre, ma hanno la “funzione definitiva”, quella di distruggere il potere.

Non importa qui indicare quali forme concrete queste organizzazioni di attacco hanno preso nella storia degli sfruttati (consigli, soviet, comitati, ecc.), o prenderanno in un prossimo futuro. Lo stesso non ci interessa trattare di una caratteristica subito evidente di queste organizzazioni, l’autonomia.

Ci pare importante, invece, per il lavoro che vogliamo approfondire adesso, indicare due momenti di riflessione, a) queste organizzazioni non perdono di vista l’individuo (organizzazione anch’esso), b) esse si pongono, nello stesso fatto distruttivo, come modello per la costruzione della società di domani.

Premessa generale. Una organizzazione di attacco deve partire dall’uomo e deve costituire, nel momento distruttivo, il nucleo creativo dell’organizzazione del futuro.

Da quanto detto abbiamo ricavato un nuovo problema, il singolo individuo è un’organizzazione, anzi è l’organizzazione fondamentale. Cadono così gli equivoci del contrasto tra individualismo e comunismo anarchico. Quando il primo assume atteggiamenti specifici, a volte stranamente assurdi (difesa della piccola proprietà, esaltazione della volontà di potenza, svalutazione della dimensione di vita comunista, ecc.), è solo un atteggiamento filosofico isolato, con scarsi contatti con la realtà di lotta degli sfruttati.

Classico il caso degli umanisti, che si riconoscono nell’anarchismo ma, impediti dalla loro interpretazione idealista delle vicende dell’uomo, finiscono per smarrire il fondamento essenziale del rapporto sfruttatori-sfruttati. Generalizzando l’uomo, trasportano gli attributi del vecchio Dio sulla terra, impongono un nuovo mito, in tutto simile al precedente, un mito che servirà come il precedente alle trame integratrici del potere.

Questo individualismo nega il concetto di organizzazione, si compiace di vedere l’uomo come il continuo realizzatore di se stesso, spesso in una dimensione animalesca di lotta per la vita, travisamento palese delle più razionali dottrine dell’egoismo. Vede la dimensione comunista come la negazione dello sviluppo umano, come un sacrifico dell’individuo al dio della società. Si batte per una liberazione del singolo senza una prospettiva comunitaria, scavalcando il fatto fondamentale che la schiavitù di un solo individuo al mondo è, in pieno, la mia schiavitù.

Al contrario, l’individualismo rettamente inteso, parte dal concetto che il singolo è un’organizzazione già sufficientemente complessa, per quanto semplice ed essenziale, dal punto di vista della dinamica sociale. Questa organizzazione può fissare rapporti precisi con le altre organizzazioni-individui, può mutarle, può regolarle. Al limite, può realizzarsi, nella completezza di sé, nel sacrificio più assoluto, nella stessa negazione cosciente di sé, cioè nella morte, quando quest’ultima sembra necessaria per capovolgere il rapporto sfruttatore-sfruttato, condizione che rende sempre approssimativa e infelice l’organizzazione-individuo.

Il supremo egoismo è perfezione organizzativa dell’individuo, quindi è autonomia, è rapporto preciso e non prevaricante nei confronti delle altre organizzazioni-individui.

La giusta impostazione di questo problema è molto importante per l’anarchismo, aprendo la strada a una valutazione più precisa della lotta contro lo sfruttamento, anche quando questa avvenga in situazioni non chiare e in forme organizzative non proprio ortodosse. C’è da dire che quasi sempre anche le strutture organizzative anarchiche, nella fattispecie di difesa, emettono sentenze di condanna contro forme di lotta – prodotte al di fuori – che vengono considerate, in senso negativo, come individualiste e quindi bollate col marchio di “oggettivamente provocatorie”.

Il confronto con l’individualismo deve tenere conto di una pregiudiziale di base, l’individuo è un’organizzazione autonoma che normalmente si adegua a quanto fissato dalle regole del potere ma, qualche volta, essa opera una precisazione con se stessa, si chiarifica, prende l’iniziativa. In quel momento, si mette in moto un preciso fatto morale, l’individuo, da strumento incosciente nelle mani del potere, acquista una prospettiva di autonomia, e questa prospettiva è fondamentalmente di carattere organizzativo.

Resta da vedere l’altro aspetto, intrinseco nel fatto organizzativo che abbiamo definito “di attacco”, il disporsi come strumento distruttivo del rapporto di sfruttamento e come modello programmatico della costruzione che ha già abolito questo rapporto.

Quando le condizioni oggettive spingono la gran massa degli sfruttati a cercare questi modelli organizzativi, il problema è facilitato dall’assenza o dalla debolezza della controparte. La pesante struttura del potere accusa alcune debolezze e, in quel preciso momento, bisogni e problemi devono essere affrontati in modo nuovo. Di regola, nel costruire le forme della lotta di attacco, la massa costruisce anche le forme della soluzione dei problemi di sopravvivenza, forme, quest’ultime, del più grande interesse perché fondate su rapporti comunisti.

Abbiamo, pertanto, che l’aspetto più importante del fatto organizzativo d’attacco è la struttura comunista che lo caratterizza, struttura che non ha nulla a che vedere con quella del potere e che, in fondo, costituisce il più grosso elemento di contrasto. L’attacco contro il potere può avvenire solo attraverso strutture che si basano su rapporti comunisti.

L’illusione quantitativa

Il più forte elemento che concorre a determinare le strutture organizzative di difesa, condizionandole con una logica di potere, è la crescita quantitativa.

Un’organizzazione è tanto più significativa, quanto più è estesa, forte, conosciuta, importante. Se il potere è l’organizzazione più forte in questo senso, se è al culmine della potenza in quanto copre tutte le manifestazioni della vita associata, un’organizzazione che intende contrastarlo, rappresentando i diritti della grande maggioranza degli sfruttati, deve cercare di essere quanto più forte possibile.

Sembrerebbero affermazioni ineccepibili. E in effetti lo sono, se ci si pone dalla parte della logica del potere, se dobbiamo difenderci da una forza malefica, occorre una forza benefica se non altrettanto forte, almeno sufficientemente forte da fare paura. Ma così facendo ci poniamo dalla parte della logica del potere e non vediamo che ogni crescita significativa produce modificazioni nel rapporto di classe, nel confronto dello sfruttamento, senza mettere definitivamente in causa quest’ultimo, senza abolire le classi.

Incanalando le organizzazioni rivoluzionarie e riformiste all’interno dell’illusione quantitativa, il potere ha ottenuto un primo risultato, le ha equiparate sul piano organizzativo esterno, riducendo la loro differenza alla parte ideologica, al chi strilla di più. E sappiamo bene quanto spesso chi strilla di più è anche chi è disposto più facilmente a smettere di strillare e a cominciare a farlo per conto del potere.

Non è possibile una crescita quantitativa delle organizzazioni rivoluzionarie. Quando questa avviene, essendo all’interno della logica del potere, la separazione tra rivoluzionari e riformisti si è ridotta a una questione di parole, fatto che per il potere non ha grande importanza.

È ovvio che l’illusione quantitativa non coglie alla sprovvista i riformisti. Nel loro discorso è già implicito il tradimento e quindi l’inserirsi all’interno del rapporto diretto col potere, dominato dalle strutture dello sfruttamento, per recitarvi quella parte che il potere social-liberale moderno assegna loro.

Al contrario, i rivoluzionari in buona fede sono colti spesso di sorpresa dall’illusione quantitativa. È questo il punto che più ci interessa e che vogliamo approfondire.

Un compagno rivoluzionario deve essere considerato in buona fede fino a prova contraria. I discorsi di chiarimento e quelli critici non possono restare al livello personale, ma devono cogliere le scelte compiute dal compagno e le conseguenze che ne derivano per l’organizzazione tutta. In questo senso, la buona fede deve essere messa alla prova con un’azione critica che arrivi alla radice delle cose e che non si arresti all’aspetto esteriore, un’azione penetrante che colga il significato di certi atti e non si limiti al senso generico che quegli atti hanno nell’ambito di un’ideologia astrattamente rivoluzionaria.

Per i compagni autoritari l’illusione quantitativa costituisce un punto critico, ma dentro certi limiti. Essi si rendono conto che la struttura di partenza è sbagliata e che non si può prescindere dalla costruzione di una struttura comunista, se si vuole andare avanti verso la rivoluzione, una struttura comunista che, organizzativamente, cerchi di collocarsi all’interno delle reali situazioni di lotta. Purtroppo, molto spesso, si preferisce attendere che tutto ciò divenga possibile (cioè, venga facilitato) dal precipitare degli eventi, mentre, nel frattempo, si procede a costruire forti organizzazioni solo apparentemente rivoluzionarie, ma in sostanza di difesa, quindi forme perdenti in partenza. Il crescere quantitativo di queste forme, abitua i compagni all’illusione, li fa sentire forti e sicuri, fermi nella giusta direzione, ed è proprio ciò che vuole il potere, un’accettazione del ruolo innocuo del rivoluzionario quantificatore, riconducibile con non molte difficoltà all’interno della logica del sistema di potere.

Per i compagni anarchici l’illusione quantitativa costituisce un punto critico in assoluto. In nessun modo è possibile per loro una forma di coabitazione col potere. Collocandosi al di fuori delle reali situazioni di lotta il loro lavoro diventa inutile, la crescita quantitativa sterile e controproducente. Nemmeno l’attesa del precipitare degli eventi è plausibile, in quanto, in quella prospettiva, non potrebbero agire all’interno dell’organizzazione strutturata nella forma esterna di difesa che trasformandola in una struttura piramidale, del tutto impensabile per gli anarchici. Sarebbero costretti, in quell’eventualità, a cambiare la loro organizzazione adeguandola al nuovo livello di lotta, radicalizzandola, smembrandola e riportandola a quella forma elementare che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio. In questo modo si spiegano molte vicende della storia dell’anarchismo, il fallimento della rivoluzione russa, l’involuzione autoritaria della rivoluzione spagnola, ecc.

In definitiva, allo stato presente, gli anarchici fanno la parte di Penelope, tessono quello che sanno benissimo di dovere scucire nel momento preciso della realizzazione dello scopo per cui lottano. Le forme organizzative in cui si realizza la lotta del movimento anarchico oggi, salvo alcuni tentativi marginali, non si discostano dall’organizzazione esterna alla realtà delle lotte, organizzazione che deve accettare la logica quantitativa, se non vuole sembrare (ed essere) anacronistica (o aristocratica), pur sapendo dove quella logica conduce, alternativa che irrimediabilmente provoca la negazione del principio fondamentale dell’anarchismo o la dissoluzione integrale di quanto costruito.

Restando all’interno dell’illusione quantitativa si deve accettare il ruolo dell’avanguardia. Gli autoritari non hanno nulla in contrario, gli anarchici molte cose in contrario. Purtroppo questo essere contrari all’avanguardia si traduce in spesso in un vacuo dibattito sulle parole. Altre volte si preferisce svolgere il discorso sulla differenza fra struttura autoritaria e struttura libertaria. Quest’ultimo punto merita un approfondimento.

Gruppo autoritario e gruppo libertario

Inseriamo qui il concetto di gruppo. Abbiamo finora parlato di organizzazione, mettendo una dietro l’altra varie strutture oggettivamente diverse, ma tutte improntate alla logica della difesa, quindi del potere. Il fatto che in sostanza queste organizzazioni siano diverse sotto molti aspetti, non le rende diverse sotto l’aspetto fondamentale, quello che le unifica e accomuna, la loro utilizzabilità da parte del potere. Organizzazioni di difesa economica, di difesa politica, riformiste, rivoluzionarie, nulla può diversificarle – le parole sono parole, non sono pietre – se operano in forma esterna alla reale collocazione delle lotte.

Ora, una differenziazione interna alla uniformità di cui sopra, è quella tra la struttura per gruppi e la struttura che caratterizza i sindacati e i partiti, generalmente per sezioni o altro sinonimo. Uscendo dal gioco delle parole, qui siamo davanti a un simulacro di realtà. Simulacro sempre estraneo alla realtà delle lotte, ma che pretende imporre una differenza. La struttura per gruppi vuole farsi valere come libertaria, condannando l’altra struttura come autoritaria.

In sostanza la condanna è facile, essendo ammessa e sottolineata dagli stessi responsabili dei partiti e delle organizzazioni autoritarie. Comitati centrali, gerarchie e altre trovate intelligenti dello stesso livello, non sono affatto nascosti, ma vengono giustificati da una serie di discorsi, vecchi quanto il mondo, sulla necessità della guida, della rappresentatività, del periodo di transizione e altre fantasticherie del genere di cui non vale occuparsi.

La struttura per gruppi, al contrario, è vista come la base di ogni organizzazione libertaria. Affermazione esatta, ma bisogna comprendere bene di che gruppi si tratta. Nulla vieta che esistano organizzazioni autoritarie fondate sulla struttura per gruppi, o che esistano gruppi autoritari. Infatti, la struttura libertaria non deve essere considerata come una caratteristica esterna ai gruppi ma, al contrario, come una componente dei gruppi, una componente che li contrassegna dall’interno, distinguendoli dai gruppi di altro tipo.

Il gruppo autoritario ha un capo e una microstruttura gerarchica interna. Il capo prende le decisioni più importanti senza consultare i componenti del gruppo, e le prende una alla volta, facendo in modo che gli altri non sappiano mai quale sarà la decisione successiva. Questa situazione di generale incertezza, rende possibile il permanere dell’autorità del capo che viene, di volta in volta, chiamato a fissare il compito di ciascuno. Nulla vieta che organizzazioni di avanguardia si costruiscano in questo modo, anzi, al contrario, in situazioni di clandestinità, molte volte, si tratta di una realtà normale.

Il gruppo libertario non ha capo e non possiede una struttura gerarchica interna. Esiste una ripartizione di compiti decisi collettivamente. La linea di condotta è decisa da tutti i componenti del gruppo, i membri possono scegliere di compiere un lavoro anziché un altro, sempre con l’accordo comune. La situazione di incertezza che si verifica davanti a un fatto nuovo non provoca chiusure o traumi in nessuno e non determina la necessità dell’intervento di uno “specialista”, in quanto ciascuno è di già cosciente della situazione stessa ed è pronto ad affrontarla insieme a tutti gli altri.

Essendo scontato che il gruppo autoritario può costituire solo un’avanguardia, resta da vedere quali sono le condizioni che impediscono il trasformarsi di un gruppo libertario in avanguardia.

Se il gruppo libertario non ha capo non significa che non produca dei leader. Questo semplice fatto non è allarmante di per sé, ma diventa un grave sintomo, nella eventualità in cui il gruppo operi in una realtà esterna a quella di lotta. Vediamo di spiegare il perché.

Innanzi tutto chiariamo perché emergono i leader all’interno del gruppo. Abbiamo detto che l’elaborazione delle decisioni avviene in forma quanto più possibile aperta. Tutti partecipano. Ma non tutti hanno lo stesso grado di preparazione. Si verifica quindi, nella discussione, un fenomeno di polarizzazione verso uno o più punti precisi, corrispondenti alle tesi degli elementi meglio preparati. In altre parole, i componenti del gruppo cominciano a dividersi non sulla base delle proprie idee, che spesso possono essere abbastanza nebulose e superficiali, ma sulla base di alcune linee interpretative fornite dagli elementi meglio preparati. Il passaggio dalla polarizzazione alla concentrazione avviene, di regola, perché le tesi dei leader (che in questo modo sono già sufficientemente identificabili) si accomodano, cioè si smussano nelle divergenze, allo scopo di arrivare a una decisione univoca. Nel caso estremo in cui la concentrazione della tesi non è possibile si ha una frattura e la conseguente separazione.

Non è il caso qui di esaminare il problema della formazione della maggioranza e della minoranza e la soluzione libertaria dello stesso, quello che ci interessa è che la polarizzazione delle tesi avviene sulla base di linee interpretative fornite da alcuni elementi (minoranza nel gruppo) che costituiscono i leader. C’è da aggiungere che questi elementi sono di regola quelli che hanno modo di potere frequentare il gruppo assiduamente, di essere presenti a tutti i lavori, di impegnarsi in modo più completo. Ciò finisce spesso per coincidere con un certo grado di libertà da altri lavori necessari per vivere. Senza ricorrere ai casi estremi del professionalismo rivoluzionario, è possibile affermare che i leader dei gruppi libertari sono compagni che hanno – di regola – un certo tempo a disposizione, e questo tempo lo dedicano alla vita del gruppo. Così nulla può impedire che il gruppo assuma la loro fisionomia, le loro caratteristiche culturali e sociali, selezionandosi in forma involontaria ma costante.

L’altro grosso problema è che accanto all’esistenza dei leader spesso è possibile individuare anche l’esistenza di “problematiche” che vengono immesse nel gruppo ad opera degli stessi leader, e sottoposte al processo di vaglio democratico, di discussione, ecc. Così la scelta dei metodi di lotta, delle tesi teoriche di fondo, della posizione teorica complessiva, è operata al di fuori del gruppo, mentre, con un processo tipicamente paternalistico, si pone poi il tutto alla discussione dell’insieme dei compagni. Il gruppo diventa così un’entità astratta, che stabilisce rapporti oggettivi tra gli individui che lo compongono, ma non fa arrivare questi rapporti nella realtà oggettiva di ognuno di essi. Viene realizzata una modifica formale nello stile del comando trasmesso che, in definitiva, risulta più adeguato del gruppo autoritario. In altre parole siamo davanti a una struttura autoritaria molto più efficiente del gruppo autoritario stesso. Quest’ultimo doveva infatti superare in ogni momento la crisi dell’incertezza del singolo sul comportamento da adottare in assenza delle decisioni del capo. Il gruppo libertario, agente nel modo suddetto, raggiunge una invidiabile omogeneità di decisioni, anche se parallelamente sviluppa un tutt’altro che invidiabile condizionamento a livello individuale.

Il guaio più grosso è quello di pilotare all’interno del gruppo i problemi fondamentali e di non porre direttamente il gruppo davanti a questi problemi. Ora, una situazione ideale di quest’ultimo tipo è impossibile, salvo che il gruppo non agisca direttamente all’interno della lotta e, allora, come vedremo più avanti, sorge tutta un’altra serie di problemi. Dunque, se il gruppo agisce in un’organizzazione esterna, legata – come abbiamo detto – alle prospettive illusorie della quantificazione, diventa indispensabile che qualcuno veicoli all’interno del gruppo i problemi di fondo, in caso contrario il gruppo, da solo, non li affronterebbe mai. Nel caso in cui, al contrario, il gruppo agisca nel seno della lotta, la funzione del leader resta quella semplice dell’orientamento a partire della sua più ampia preparazione e disponibilità di tempo e non anche quella della scelta del problema da sottoporre a una decisione collettiva.

La distinzione è d’importanza capitale. Segna lo spartiacque tra movimento fittizio e movimento reale.

I rapporti tra gruppi</em>, <em>struttura verticale e struttura orizzontale

Un gruppo, in quanto struttura elementare di un’organizzazione più ampia, non avrebbe significato se restasse isolato dagli altri gruppi. Conterebbe tutti i difetti di un’organizzazione esterna senza riuscire a incidere su un più ampio raggio d’azione.

Se il gruppo si solidifica in base a rapporti di affinità, che emergono attraverso il reperimento del parere e la concentrazione delle tesi dei leader, e in base a rapporti geografici, che influiscono qualificando in modo più incisivo le tematiche, non significa che non possa sviluppare una base organizzativa più ampia stabilendo rapporti con altri gruppi, a loro volta non troppo lontani dalla concentrazione raggiunta dal gruppo su alcune tesi avanzate dai leader.

Questi rapporti tra gruppi possono essere a struttura verticale, riproducendo per i gruppi autoritari il microcosmo del gruppo stesso a un livello più ampio, oppure, per i gruppi libertari, a struttura orizzontale. Ci interessa qui esaminare quest’ultima struttura, caratteristica dei gruppi anarchici.

In base ad essa diversi gruppi si federano insieme o, in assenza di forme federate ufficiali, si tengono in contatto in un modo o nell’altro, sostenendosi su di un minimo comune d’intesa ricavabile da alcuni princìpi e da alcune tesi teoriche sviluppate in anticipo. L’accordo, anche per grandi linee, su questi princìpi e su queste tesi, garantisce la persistenza della struttura orizzontale. Nessun gruppo predomina sugli altri, nessun gruppo pretende di svolgere una funzione leader, nessun gruppo prende decisioni che interessano tutti senza interpellare gli altri componenti l’unione informale.

Si possono avere anche strumenti comuni a tutti i gruppi, come giornali o commissioni, redatti e formate da elementi dei diversi gruppi, o di un solo gruppo, dopo che sono stati sentiti in merito i delegati di tutti i gruppi riuniti insieme. Vari procedimenti (ratifica del gruppo, rimovibilità dei delegati, ecc.), cercano di garantire, per quanto possibile, la struttura, mantenendola orizzontale.

In realtà le cose non stanno proprio cosi. Ineluttabili processi interni favoriscono la formazione di un gruppo di leader che prende in mano l’unione dei gruppi, spingendola verso quella interpretazione delle tesi di fondo che, a loro esclusivo giudizio, rappresenta la sola valida per tutto l’insieme di compagni. A questo non si arriva direttamente. Ogni gruppo, come abbiamo visto, produce i suoi leader. Di regola sono uno, due, tre al massimo. Più spesso la loro preparazione e disponibilità sono più ampie di quelle degli altri. Emerge così un vero e proprio capo. Sappiamo come funziona il reperimento delle opinioni, il processo delle scelte all’interno del gruppo. I fenomeni di polarizzazione vengono superati spesso per cercare di dare uniformità e coesione al gruppo. Riportati a livello più ampio (geograficamente), questi fenomeni non mancano di ripresentarsi.

La lettura dei dibattiti e delle relazioni dei delegati dei singoli gruppi nelle riunioni delle strutture orizzontali, è istruttiva per comprendere quanto andiamo dicendo.

La polarizzazione delle tesi è evidente. Nelle riunioni a raggio geografico più ampio, generalmente, sono presenti soltanto leader. Ognuno di essi è dentro i problemi del proprio gruppo, più spesso è l’elaboratore della tesi che il gruppo ha finito per attribuirsi. Donde un’ampia divergenza su qualsiasi problema si affronti, con buone probabilità di non arrivare mai a conclusioni precise.

Il più delle volte si stabilisce un programma di massima, vecchio o nuovo che sia, con proposizioni abbastanza generali da starci dentro tutti insieme. Si ha cura che il programma sia limitato solo ai princìpi generali, altrimenti i contrasti interni, rappresentati dalle vane interpretazioni, sarebbero insolubili.

Se la struttura resta orizzontale, se la delega revocabile cerca di eliminare una forma di professionalismo impropria, se il dibattito all’interno della struttura è sempre vivo – anzi è tanto più virulento quanto più ci si trova lontano dai veri centri di lotta – ciò non significa che non si abbia la formazione spontanea di un’avanguardia.

Abbiamo quindi una serie di gruppi che si organizzano in una struttura esterna alla vera realtà di lotta e che si pongono – per questo solo fatto – come avanguardia cosciente di qualcosa che è considerata come incosciente, verso cui bisogna indirizzare i processi di chiarificazione e di avvicinamento. Propaganda e proselitismo occupano un posto non trascurabile nell’impostazione illuminista di questo tipo di avanguardia. All’interno di essa, per un processo selettivo inevitabile, si forma un nucleo più ristretto, un gruppo di leader, che ragiona e agisce sulla base di certi accomodamenti – riguardo le tesi di fondo e l’interpretazione dei singoli problemi – che non sempre partono dalla stessa base dell’avanguardia più ampia, ma spesso vengono elaborati in sede specifica, cioè nelle riunioni del nucleo più ristretto.

Se l’insieme della struttura organizzata, cioè l’insieme dei gruppi uniti in qualche modo, si colloca oggettivamente nella posizione di avanguardia perché si trova all’esterno delle lotte, il gruppo dei leader è avanguardia anche in senso soggettivo.

Si sente cioè la punta estrema di un complesso organizzato che deve pilotare in un senso o nell’altro, uno strumento per agire sulle masse.

Nella struttura organizzata la riduzione ad avanguardia oggettiva avviene quindi per due motivi, primo, perché essa è veramente al di fuori della realtà di lotta, secondo, perché è considerata come strumento da parte dei leader, che in tal senso vogliono utilizzarla.

A un primo esame, salta all’occhio che simili affermazioni richiamano di più la struttura autoritaria che quella libertaria, che si tratta di un processo contrastante i fini e le intenzioni di un organismo libertario. Ogni singolo militante che entra in un gruppo anarchico opera una scelta non solo in base a un astratto programma, ma anche perché intende vivere una nuova metodologia, un modo di lavorare insieme libero da quell’assurda situazione dei gruppi autoritari in cui solo il capo, o i capi, sanno quello che bisogna fare e tutti gli altri aspettano ordini. La realtà s’incarica sempre di correggere le presunzioni, in un senso e nell’altro.

Nei gruppi autoritari con una certa difficoltà si mantiene la classica struttura centralizzata. I capi concedono una certa libertà di azione ai loro dipendenti, anche se i processi di reificazione, cioè di trasformazione in “cosa” dell’apparato organizzativo, sono sempre validi e influiscono notevolmente sul comportamento del singolo militante.

Nei gruppi libertari, come abbiamo visto, l’idilliaca situazione della massima libertà di decisione è impedita, oggettivamente, dall’impreparazione e dalla scarsa disponibilità di alcuni componenti, della maggior parte dei componenti, da cui un certo potere decisionale finisce per solidificarsi nelle mani di un pugno di leader.

Questa situazione è solo apparentemente simile, in realtà siamo di fronte a due degenerazioni molto diverse e con conseguenze opposte. Nel primo caso, cioè nella struttura autoritaria, il processo di reificazione è tanto forte da spingere i singoli militanti a un tale grado di integrazione tra uomo e organizzazione da non potere nemmeno immaginare che quest’ultima possa sbagliare. Da ciò la scarsissima messa in discussione degli ordini che vengono dall’alto. La struttura, proprio per alcune sue caratteristiche interne, del tutto irrazionali, deve avere sempre ragione. I suoi capi, riflesso specifico della struttura organizzata, non possono avere torto, in quanto vivono la stessa vita dell’organizzazione, in un certo senso la personificano, dando a essa sembianze umane. In questa direzione, il culto della personalità e le sue conseguenze, diventano logica conclusione.

Nel secondo caso, cioè nella struttura libertaria orizzontale, gli stessi princìpi generali, il metodo di discussione che si è costretti a seguire, un minimo di pudore, e altri elementi, contribuiscono a rendere impossibile la reificazione dell’organizzazione. Anche un gran numero di elementi della base, che su alcuni argomenti non hanno nulla da dire, non accettano il principio – tipicamente autoritario – che l’organizzazione ha sempre ragione. L’autorità dei leader, in questo caso, dovrebbe chiamarsi, molto più esattamente, autorevolezza, sebbene l’uso di una diversa parola non sposta le conseguenze che il fenomeno produce.

C’è da aggiungere che abbastanza spesso si verifica quello che può chiamarsi “spirito di corpo”. Il militante di un’organizzazione libertaria dovrebbe essere libero da simile assurdità, eppure la realtà ci fa vedere come molte volte vi resta prigioniero. Il militante di base della struttura organizzata vede in quest’ultima un certo modo di essere militante, un certo modo che di regola collima con il modo di vedere del leader di cui subisce l’influenza. Per il semplice fatto di accettare questa situazione non può collocare la sua organizzazione allo stesso livello qualitativo delle altre, è obbligato a vedervi qualcosa di meglio, di più adatto a quei princìpi che nebulosamente avverte vicini alla “sua verità”, e che si trovano codificati in un qualsiasi ristretto a uso dei non iniziati. Il leader è ancora più vicino a una identificazione di se stesso con l’organizzazione. In essa si sente un “qualcosa” di determinante, la sente “sua” a un grado molto più elevato del semplice militante. Mentre per quest’ultimo occorreva l’intermediario del leader, per lui il rapporto è diretto. Può sentirne le pulsazioni più da vicino. Tutto ciò lo porta a essere indulgente con la propria organizzazione e, al contrario, critico nel confronti delle altre.

L’irrazionale valutazione dell’organizzazione di cui si fa parte è all’origine di molte strane situazioni. Tanto lavoro è svolto per ingrandire, perfezionare, fortificare una struttura, senza curarsi se questa corrisponde alle necessità della lotta che la stessa presuppone di condurre. Scuse di ogni genere sono inventate per camuffare una preminenza data al lavoro interno nei confronti del lavoro esterno. Si dice che non è il momento di fare questo e quello, mentre è sempre il momento del lavoro per la crescita, in quanto è sempre il momento dell’attesa e della preparazione per difendersi dagli attacchi degli sfruttatori. L’esterno viene visto non come campo di lotta, non come specifica situazione che può verificare le analisi, non come condizione per impedire il prodursi di fenomeni di crescita abnorme o di sterile adeguarsi su moduli di già ripetuti, ma solo come parco buoi dove attingere nuovi militanti. Il proselitismo è il punto più importante dell’attività dell’organizzazione. In alcuni casi estremi, la lotta, una lotta qualsiasi, viene portata avanti non sulla base delle conseguenze positive che può determinare nelle masse sfruttate, ma sulla base della maggiore o minore propaganda che può causare all’organizzazione. Da qui una posizione di stallo in vista della domanda che viene avanzata dal rapporto di lotta tra sfruttatori e sfruttati. Se questo rapporto chiede l’impiego di un certo metodo, ad esempio se chiede la risoluzione del problema dell’aborto, non ci si domanda in che modo questo problema si ponga nei confronti della massa degli sfruttati, si pensa solo a quali saranno le conseguenze positive, in termini quantitativi, di un intervento nel senso suggerito dall’esterno, e quali sarebbero le conseguenze negative di un disporsi in senso contrario o di un astenersi.

Capo autoritario e leader libertario

Il primo si pone come punto costante di riferimento, ricava la sua autorità dalla posizione occupata all’interno della struttura organizzativa, posizione che – di regola – si è conquistata con una totale dedizione all’organizzazione stessa oltre che con una preparazione e una competenza di tutto rispetto. Viene considerato come l’interprete della volontà dell’organizzazione, quindi, indirettamente, dato che quest’ultima è considerata la depositaria della verità, è considerato l’interprete e il divulgatore della verità. Il rapporto irrazionale che è alla base dell’appartenenza di un militante a una struttura autoritaria, si ripresenta consolidato nel suo rapporto col capo diretto. Il capo indiretto, quello che si pone all’apice della piramide, viene, poi, rivestito di quelle forme carismatiche che hanno un fortissimo contenuto irrazionale. Poiché non c’è modo di controllare la validità del suo operato, se non attraverso l’azione dei capi intermedi, il capo supremo diventa più un simbolo che altro, un simbolo dispensatore del carisma, cioè della verità.

Occorre qui precisare la grande differenza che passa tra questa situazione e la struttura autoritaria controrivoluzionaria. Il discorso è delicato. Oggettivamente parlando, una struttura autoritaria è sempre controrivoluzionaria, perché sempre concorre a porre degli ostacoli alla definitiva liberazione. Però va distinta dalle strutture deliberatamente create dai padroni per raggiungere i loro scopi. In questo senso, poniamo, una struttura organizzativa fascista dà origine a certi rapporti gerarchici che sono fughe dalla libertà, ogni singolo componente coglie il carisma del capo perché ha paura della libertà che potrebbe trovare altrove, perché ha quella speciale visione piccolo borghese della vita che lo porta a cercare rifugio e conforto nelle strutture prefissate dall’autoritarismo. Per il fascista, l’accettazione della struttura autoritaria non è una concessione, è un approdo, un punto di stabilità, il suo conflitto interiore, tipicamente esistenziale, viene risolto nella delega totale e definitiva, nella fuga. L’altra possibilità, che intravede nebulosamente, la possibilità di vivere libero, gli fa paura perché gli schemi della tradizione, della famiglia, dell’onore, della patria, e altre cianfrusaglie del genre, lo soffocano, facendogli vedere la libertà come caos senza regole, in cui tutti i fantasmi vecchi, da lui sempre fuggiti, l’uguaglianza in primo luogo, finirebbero per dilagare.

Il rivoluzionario autoritario è un compagno che intende operare coscientemente una scelta per la libertà. Egli non ha paura, anzi la sua azione è tutta diretta a rompere col passato, con la tradizione. L’accettazione della struttura autoritaria è per lui una concessione, un male minore, in quanto – ingenuamente – s’illude che non può costruire nulla di duraturo senza un sacrificio. Per questo è pronto al sacrificio estremo, al sacrificio della propria libertà. Il suo dramma è tutto qui. Un uomo che lotta per la libertà finisce per sacrificare quest’ultima all’illusione di continuare a lottare per essa. Anche l’accettazione del carisma è sempre un fatto mediato, subìto attraverso una serie di snobbature, di sufficienze, di piccoli ricatti morali con se stesso. Generalmente egli comincia col vedere nel capo “un compagno”, con l’accettarlo come compagno più preparato e più cosciente. Non ammetterebbe mai un processo carismatico diretto. Poi, a poco a poco, nell’avanzare all’interno della struttura autoritaria, si accorge che la possibilità di controllo dal basso è minima. Gli resta quella sua carica di snobbatura superficiale. In sostanza finisce per accettare gli ordini, sacrificandosi alla struttura stessa che, come un tutto indissolubile, identifica con la verità, con la libertà.

Vediamo, adesso, alla situazione del leader libertario. Non dovrebbe essere un punto di riferimento. Se lo è ciò accade contro la sua volontà, conseguenza indiretta del suo maggiore tempo a disposizione, del suo più vasto impegno e della sua preparazione. Per quanto lo riguarda, si potrebbe parlare di autorevolezza, non di autorità. Non può essere considerato un interprete della volontà dell’organizzazione, in quanto quest’ultima è costituita dall’insieme delle volontà di tutti gli aderenti. In ultimo, siccome l’organizzazione stessa non è considerata depositaria della verita, il leader, verso cui si indirizzano alcuni militanti, non è in alcun modo un interprete o un divulgatore della verità.

In realtà, modifiche sostanziali si verificano all’interno di questo schema. In definitiva il leader è un punto di riferimento, in caso contrario la polarizzazione delle opinioni all’interno della struttura sarebbe enorme e ogni decisione quasi impossibile. Altro elemento, la stessa organizzazione finisce per essere vista dal militante, in modo deforme e irrazionale, come “la sua organizzazione”, e per il semplice fatto di essere stata scelta da lui, come l’organizzazione che se non è depositaria della verità, è quasi sicuramente quella che di più di ogni altra vi si avvicina. Di conseguenza, se il leader non è l’interprete o il divulgatore della verità, può considerarsi, in un certo senso, qualcosa di simile, un compagno in cui avere fiducia, tanta fiducia da accettare le sue conclusioni, anche se per buona parte il loro significato profondo sfugge. Tutto ciò avviene nella speranza che domani, anche si riesca a vedere chiaro, per collocare nella giusta dimensione critica la posizione del compagno che, per il momento, ci serve da punto di riferimento. Solo che questa attesa di un momento migliore, in cui avremo tempo, in cui la nostra preparazione sarà più accurata e dettagliata, nasconde anche un minimo di rinuncia e di accomodamento. In ultimo l’analisi nasconde l’accettazione di una situazione di fatto che difficilmente potrà modificarsi, una corsa a inseguimento che, dopo tutto, non c’è interesse di spingere a fondo.

Resta il problema dei rapporti fra leader. Un altro problema delicato. Se lo scontro fra i leader autoritari è già scontato in partenza, frutto della graduatoria che si viene a costituire all’interno della struttura verticale, non la stessa cosa si dovrebbe poter dire per i leader libertari. Questi affrontano, come i primi, scontri d’opinione, si trovano davanti a tesi divergenti dalle proprie, devono superare ostacoli organizzativi causati dall’azione di tendenze diverse, ma i mezzi a cui fanno ricorso dovrebbero essere diversi.

Al contrario, spesso, ci si accorge che i mezzi impiegati non differiscono molto. Anche il leader libertario non può permettere che gli sfugga il rapporto di predominio sulla tendenza che rappresenta, pena l’azzeramento della tendenza stessa, la snaturazione del rapporto con quella fetta dell’organizzazione di base che rappresenta e che agisce in funzione del riconoscimento della rappresentanza stessa. Forse si potrebbe accennare a un rapporto di scambio, o di reciproco condizionamento, tra base e leader, all’interno della più ampia struttura organizzata, ma ciò non toglie che emerge un preciso interesse del leader, anche libertario, a fissare in termini se non rigidi, almeno costanti, questo rapporto stesso, sottraendolo all’influenza di altre tendenze che minaccerebbero la chiarezza della propria posizione.

Da qui lo scontro con altri leader. Una misura dell’intensità dello scontro è data dalla corsa agli incarichi e ai compiti da svolgere all’interno dell’organizzazione. Nulla cambia se questi incarichi sono non retribuiti e producono un aggravio notevolissimo di lavoro e di fatica, sono ricompensati in influenza e in solidità. Si può dire che più ampia è l’attività svolta all’interno dell’organizzazione da un leader, più chiaro e inattaccabile è il suo costituire un punto di riferimento.

Non bisogna comunque assolutizzare. Nella struttura organizzativa libertaria, la formazione stessa dei militanti realizza un ricambio costante delle idee in circolazione, ricambio che finisce per rendere periferiche quelle tendenze che, nella paura di smarrire se stesse, finiscono per cristallizzarsi. Allora, i compagni che si identificano in quella tendenza cristallizzata, anche se dovessero restare vicini a certi strumenti di gestione (giornali, riviste, commissioni e altro), finiscono per creare il vuoto intorno a sé.

L’organizzazione libertaria, anche la più lontana dalla realtà delle lotte, non può fare a meno di affrontare il discorso dei metodi, accanto a quello dei fini. E il discorso dei metodi finisce per coinvolgere i rapporti interni all’organizzazione, rendendo possibile un dibattito che se qualche volta può sembrare sterile, spesso da frutti impensabili in altre organizzazioni.

C’è da aggiungere che i compagni presenti nelle organizzazioni libertarie vi si trovano per loro libera scelta. In generale, anche in prospettive metodologiche molto sfumate, l’appartenere a una organizzazione libertaria comporta rischi, sacrifici, la presa di coscienza di questi rischi e sacrifici fornisce una più o meno chiara valutazione dei motivi che hanno determinato le scelte. Il militante anarchico è indiscutibilmente, a qualsiasi livello, un militante che può affrontare decisioni e può revocare in dubbio eventuali posizioni di tendenza non proprio sostenibili (almeno a suo giudizio). Questo fatto, che spesso produce polemiche, discussioni a non finire, spaccature e conflitti di tendenza, questo fatto che è stato considerato come il punto debole dell’anarchismo, è uno dei suoi punti di maggiore forza e vitalità. L’uniformità ottusa ucciderebbe ogni tendenza vivace nel grigiore della volontà prevalente.

Approfondimento della caratteriologia del militante libertario

La metodologia anarchica ci indica, in modo vago e definitorio, un modello di militante. Il più delle volte questa indicazione non è ricavata dalla realtà dell’intervento, ma dall’idealizzazione di questa realtà.

C’è di più. È possibile individuare un evolversi di questo modello, nel corso della storia del movimento libertario, con profonde trasformazioni, da collocarsi negli anni successivi al 1968.

La definizione assegna precise caratteristiche, coerente scelta dei mezzi per raggiungere i fini della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà, intervento nel vivo delle lotte sociali, negazione della priorità del fattore economico nell’evolversi del conflitto sfruttati-sfruttatori, esaltazione di una cultura liberatoria contrapponibile a una cultura borghese della repressione, ottimismo, fede nell’uomo e nelle sue innate doti positive, rifiuto delle dottrine a priori, impiego del metodo empirico del prova e riprova, sollecitazioni specifiche sul conflitto sociale in corso attraverso tentativi di ogni tipo (insurrezionalisti-violenti o educazionisti-pacifici).

Questo quadro non è completo ed ha i limiti approssimativi di una prospettiva che, in pratica, non può essere realizzata. Il militante anarchico non solo vive nel suo tempo, è figlio delle contraddizioni della lotta sociale, ma sarebbe un automa senza significato se modellasse le sue azioni su di un principio astratto senza commisurarle alle necessità concrete del suo intervento nella realtà.

Non bisogna dimenticare che uno dei punti più importanti dell’anarchismo è proprio la preoccupazione etica, e questa scompare una volta che si vuole cancellare la vitalità contraddittoria dell’individuo in nome di una pretesa idealità, da mantenere staccata dalla storia e dai suoi accadimenti. Se il grande punto fermo dell’anarchismo è il metodo, all’interno del quadro metodologico è possibile un’ampia libertà d’azione, senza la quale anche il metodo verrebbe a essere negato o sminuito. Infatti, se si dettassero in un decalogo le regole principali dell’anarchismo, mettendo fuori della porta tutti coloro che non manifestano chiaramente l’intenzione di attenervisi, scrupolosamente nei minimi particolari, se si accentuassero norme interne e barocche codificazioni adatte a imbrigliare le idee e gli stimoli liberatori o conflittuali, si avrebbe il bel risultato di creare una minoranza di rivoluzionari dalle scelte molto limitate. Questo modello caratteriologico è contrassegnato da un netto subordinare la propria felicità, i propri interessi, le proprie necessità della vita privata, agli scopi dell’organizzazione e della rivoluzione. Rendendo rigido il modello di riferimento si irrigidiscono gli uomini, le personalità passano in secondo piano. Gli ideali di giustizia, uguaglianza e libertà vengono considerati talmente importanti da giustificare l’oblio di se stessi, l’annullamento di ogni stimolo differente (che è considerato borghese e quindi condannato).

Questi compagni, una volta adeguatisi al modello rigido di fondo, sarebbero senz’altro disposti a tutti i sacrifici immaginabili per l’ideale, anche alla morte, ma getterebbero un freddo velo di separazione tra l’ideale (ormai diventato “il loro ideale”) e gli altri compagni, verrebbero cioè a negare, di fatto, quel processo unitario e collettivo che è l’elaborazione del modello rivoluzionario. Il loro scopo sarebbe solo l’attuazione nella sfera del reale di quel modello che avevano prima cristallizzato nella sfera dell’analisi, senza tenere conto delle possibili differenze individuali e di gruppo. Fenomeni come quello della nascita di una pretesa “coscienza obiettiva” verrebbero subito a galla, da cui la diffidenza, l’intolleranza, l’esclusivismo.

Questo caso limite, viene qui esaminato solo per protestare contro il pericolo di una cristallizzazione del modello d’intervento anarchico nella realtà, modello che, a nostro parere, deve risultare dalla costante elaborazione, verifica e modificazione della totalità dei compagni, sempre nella prospettiva metodologica di fondo, che è quella della giusta scelta dei mezzi per il raggiungimento dei fini della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà.

Trasformazioni storiche ben precise formarono militanti di tipo diverso. Non c’é dubbio che il carattere dei compagni francesi impegnati nella lotta contro la reazione fino al 1890, differisce profondamente da quello dei compagni anarcosindacalisti che, più tardi, cercarono di indirizzare le lotte sul piano rivendicativo nell’illusione di non smarrire la prospettiva rivoluzionaria. Come non c’è dubbio che profonde differenze esistono tra il carattere dei compagni spagnoli della FAI e quello dei compagni italiani della organizzazione parallela, e così via per i compagni tedeschi che andarono a lavorare in America e per quelli che restarono, per i compagni inglesi che lavorano a Londra e per quelli che lavorano in Scozia, ecc. Il “modello” che Ravachol propone non è quello che propone Henry, come non è nemmeno quello che proporrà Bonnot. Pur restando, in sostanza, nell’ambito dell’illegalismo, emergono profonde differenze caratteriologiche, con conseguenti differenze nelle analisi e nelle tendenze.

Anche a livello di linguaggio sarebbe possibile cogliere importanti diversità. La lingua degli scritti anarchici tra 1880 e il 1895, in Francia, è diversa da quella tra il 1895 e il 1914. Lo stile di Galleani differisce da quello di Malatesta ma è molto vicino a quello di Cipriani e a quello di Ciancabilla.

Ancora più forti le modificazioni e il fiorire di modelli dopo il 1968.

Lo sviluppo delle analisi culturali, l’allargarsi delle letture rivoluzionarie, il fenomeno francese del Maggio, la più veloce circolazione delle idee, il crollo delle tradizionali strutture universitarie, la messa in crisi dei valori più sacri del mondo borghese (scientificità, obiettività, sanità, probità), producono modificazioni rapidissime. Chi non si adegua ai tempi nuovi finisce per restare superato e inefficiente. Il persistere su vecchi schemi, anche da parte di compagni validissimi è un segno della difficoltà di rendere duttile il modello, ma a ogni modo, in concreto, si va avanti, si sviluppano nuove linee d’intervento. Tra contrasti e colossali abbagli, tra intuizioni e tentativi di repressione interna, si costruisce una profonda modificazione culturale del movimento anarchico mondiale. Da qui l’emersione di un carattere nuovo di militante, tutt’ora in formazione, un carattere che fugge la retorica come la peste e che preferisce poche cose ma chiare.

Il nuovo militante anarchico si pone nella continuità della tradizione libertaria ma, nello stesso tempo, cerca con tutti i mezzi di vagliare il contributo culturale che proviene dalla sinistra rivoluzionaria, verificandolo sia con i propri modelli culturali, sia con i modelli culturali della borghesia. Queste verifiche aprono contraddizioni molteplici, da cui spaccature teoriche profondissime e insanabili che sono molto positive, spezzando il cerchio di una chiusura culturale capace solo di ripresentare modelli analitici superati dal tempo. In sostanza, se si fa un breve inventario del bagaglio teorico dell’anarchismo degli anni Cinquanta, specie in Italia, si deve ammettere che alcuni modelli precedenti (sindacalismo rivoluzionario, critica malatestiana, umanesimo di Gori, collettivismo tardo-bakuninista, determinismo kropotkiniano) si mescolano in un qualcosa di fortemente acritico e di sommamente retoricizzato. Anche i modelli culturali più direttamente mutuati dall’azione, come la valutazione etico-strategica della lotta armata, risentono di questo rinsecchimento culturale. Le azioni di Sabate e di Facerias vengono isolate acriticamente, spesso esaltate, spesso condannate, senza che il loro messaggio potesse venir fuori come proposta concreta ai compagni, al di là di ogni mitologizzazione del fatto armato in se stesso.

Se dovessimo approfondire alcune presenze culturali, fossilizzate dal rinsecchimento critico di cui abbiamo detto, dovremmo indicare Sorel e il mito dello sciopero generale (dietro il sindacalismo rivoluzionario), Malatesta degli ultimi anni (influenzato dall’umanesimo di Gori), Kropotkin dell’Etica e della Scienza moderna e l’Anarchia (oltre che un poco del Mutuo appoggio). Quindi un intervento diretto nella realtà che cerca di ripristinare modelli sindacali ormai orientati decisamente in senso riformista e autoritario, un discorso rivoluzionario almeno in parte attendista, un discorso etico naturalista e determinista.

Il taglio brusco della cultura rivoluzionaria (anche autoritaria) con certi schemi del passato (basti pensare all’improvviso rifiuto dello storicismo crociano e alla immediata accettazione – acritica – del marxismo) producono riflessi non trascurabili anche all’interno del movimento anarchico che dibatte tematiche e affronta problemi che prima restavano sommersi sotto una mal digerita retorica.

È il problema etico che qui ci interessa. Non quello dei libri ma quello del rapporto con la vita, il problema di ogni militante che si trova a vivere la traumatica esperienza dell’essere anarchico in una società di sfruttatori e di arrivisti, di sfruttati e di acquiescenti. E se l’anarchico rifiuta il modello borghese, nello stesso tempo in cui rifiuta il modello collettivista-autoritario dei marxisti e degli stalinisti, gli resta da risolvere il problema non facile dello sviluppo di una personalità socializzata in una società personalizzata. Cioè, un contemporaneo sviluppo dell’autogestione totale della persona in una società che non schiacci l’uomo ma lo esalti e gli renda possibile una vita coerente.

Quindi il progetto di un militante che non si nasconde le difficoltà, che non ricorre a un grosso apparato di frasi e di luoghi comuni, che anzi ha quasi paura di usare slogan e parole d’ordine, che si sforza di soddisfare le necessità globali della società, ma anche quelle degli individui e dei gruppi. È la problematica della partecipazione, dell’apertura, del rapporto con gli altri, della negazione dell’apparato e del partito, del rifiuto dell’ideologia borghese della coscienza del cittadino.

Se i dibattiti precedenti erano incentrati sullo scontro tra individuo e organizzazione, tra i diritti del singolo e quelli dell’organismo specifico (di tipo sindacalista rivoluzionario o soltanto rivoluzionario), adesso i dibattiti vertono intorno all’autonomia della personalità del militante, pur nell’individuazione delle responsabilità collettive, dipendenti dal processo di crescita della coscienza sociale rivoluzionaria che non può essere lasciato a se stesso.

Di fronte a una conformazione di transito dell’ideologia dominante, con un progresso economico in crescendo (a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta) si aveva un anticonformismo che consisteva nel tentativo di ripensamento di alcune tesi tradizionali del vecchio modello di lotta politica. Poi, con la modificazione della stessa struttura di potere, con l’avvento del riflusso economico e dell’entrata delle forze riformiste di sinistra all’interno della classe dominante, l’anticonformismo diventa più responsabile, la qualità della vita si contrappone alla riduzione quantitativa del conflitto di classe. Allo stimolo materiale, parziale analisi di una struttura di contropotere che veniva, in un certo modo, condizionata da certa cultura di potere (scienze politiche e il loro doppio, cioè la loro negazione), si aggiunge lo stimolo della persona, lo stimolo morale. La politica rivive un nuovo processo di allargamento.

Per un altro verso, questo profondo rinnovamento, si inserisce in una crisi globale dei valori della società tardo-capitalista. Questa crisi, della quale non si può dire con esattezza se il crollo delle strutture economiche consumiste sia una causa o un effetto, conduce enormi quantità di persone a sospendere il loro giudizio e a dare inizio a una specie di “parentesi”, una vita che rifiuta la vita, una volta che quest’ultima è determinata dal capitale. Quindi una vita nel mondo che è, contemporaneamente, fuori del mondo, e questa “parentesi” – come avveniva una volta – non è più un ristretto fenomeno di elite, ma un fenomeno di massa, talmente importante che non può essere sottovalutato.

Il carattere del militante anarchico di oggi riceve, anche da tutto ciò, un particolare condizionamento. È bene dire chiaramente che gli anarchici non sono “perfetti”, non sono esseri “estranei” caduti da un altro pianeta, in possesso della verità, capaci di trovare – in tutte le situazioni – la risposta giusta e il metodo giusto d’intervento. Come non sono quei mostri di violenza e di terrorismo che certa stampa al servizio dei padroni qualche volta vuole che siano, essi non sono nemmeno i “rivelatori” della verità. Ed è proprio per questo che possiamo tentare, per la prima volta a quanto ci risulta, di tratteggiare il carattere del militante anarchico di questi ultimi anni, almeno nei limiti delle esperienze dei paesi dove il movimento significa oggi qualcosa, Italia, Francia, Spagna, (emigrazione spagnola [1975]), Germania, Inghilterra. Se considerassimo l’anarchismo una dottrina definita e cristallizzata, dovremmo concludere che anarchico è, di volta in volta, chi nasce anarchico, chi possiede lo stimma dell’anarchia, chi è iscritto a qualche federazione anarchica, chi non c’è scritto, chi grida “viva Bakunin”, o chi non legge un libro e giura sulla negatività della cultura.

Considerando invece l’anarchismo come quell’esperienza teorica e pratica che emerge, nel tempo, dall’impiego di una metodologia precisa nelle lotte sociali, ne deduciamo che il militante anarchico è una persona che vive nella sua epoca, subisce le influenze delle idee dominanti della sua epoca e lotta – con i metodi specifici dell’anarchismo – contro la classe dominante che quell’epoca caratterizza. Più l’epoca è ricca di contraddizioni, più la crisi della struttura di potere si fa evidente, più strumenti che di solito sono esclusivi delle forze rivoluzionarie vengono usati dal potere per la repressione, più la realtà diventa difficile da comprendere e più il metodo anarchico acquista importanza e si colloca come un segno, un riferimento, una prospettiva, non assoluti o definitivi, ma da verificare, tutti insieme, perché si possa organizzare la lotta in modo corretto contro il potere, senza che quest’ultimo risorga dalle ceneri rivoluzionarie.

Quindi, anche l’anarchico è un uomo che vive le contraddizioni del tempo in cui vive. Il suo carattere non può pertanto evitarne le conseguenze. La sua personalità finirà per ospitare un conflitto centrale, più evidente degli altri, tra l’aspetto ascetico del rivoluzionario, la sua abnegazione, la sua univocità, e l’aspetto etico dell’uomo che si apre verso l’autonomia dell’individuo e la corretta organizzazione della società in senso ugualitario, nel riconoscimento dei limiti e delle necessità di approssimazione progressiva. È molto più facile intervenire nella realtà e cambiarla, per quanto piccolo o limitato sia il valore dell’azione, che intervenire nella realtà, cambiarla e, nel fare questo, cambiare se stessi.

Dando più spazio al primo aspetto del conflitto, avremo un tipo di intervento nella realtà, intervento che può determinare il formarsi di un’avanguardia. Nella seconda ipotesi, avremo una crescita del movimento anarchico direttamente nella realtà delle lotte, con la possibile costituzione di organizzazioni specifiche che siano espressione di questa realtà e di queste lotte, e che difficilmente potranno trasformarsi in avanguardia.

Questo ci sembra il problema più importante da affrontare, problema complesso, in quanto il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva, non è segnato solo dall’organizzazione ma anche dagli scopi che l’organizzazione si pone, dal suo metodo d’azione, dagli scopi che si pongono gli uomini che compongono l’organizzazione e così via. Se la tendenza che abbiamo definito, forse impropriamente, “ascetica” può determinare il formarsi di un’avanguardia per motivi di razionalizzazione del conflitto, la tendenza che, con pari limitazione, abbiamo definito “etica” può cadere nello stesso errore per l’astratta sospensione del conflitto, per la presunta possibilità d’azione progressiva, per l’illusione quantitativa. Al contrario, mentre dalla prima tendenza non può mai uscire una visione organica dell’azione di massa, autonoma e autogestita (come vedremo), dalla seconda ci si può attendere un risultato del genere.

Il conflitto tra il totale e il parziale

Precisiamo, fin dall’inizio, che nella distinzione tra tendenza “ascetica” e tendenza “etica” non si vuole affermare che nella prima sia assente il momento morale, momento fondamentale (come abbiamo detto) della metodologia anarchica, la quale afferma che la scelta dei mezzi condiziona irrimediabilmente il raggiungimento dei fini.

Fatta questa premessa, occorre aggiungere che lo stesso problema della violenza non può essere la discriminante tra le due tendenze. Non ha senso il parallelo, tendenza “ascetica” uguale violenza, tendenza “etica” uguale nonviolenza. La violenza, sempre in base al principio anarchico della negazione del “fine giustifica i mezzi”, è mezzo legittimamente impiegabile per la liberazione, senza che ciò comporti l’accettazione di un ambiguo relativismo morale.

Va da sé che nello scontro col potere, nella rivoluzione, spesso si è costretti a operare una scelta tra un male maggiore e uno minore. Anche nella morale esistono le partite di credito e di debito, ma le necessità contingentali che possono rendere spiegabili alcuni errori, non devono essere elevate a fondamento dell’azione anarchica.

Nella contraddittoria personalità dell’uomo, e quindi anche dell’anarchico, si riflette la contraddittorietà della vita con tutte le sue sfumature, le sue complicazioni, le sue limitazioni. Da ciò può ricavarsi un modello d’intervento, di prassi, modello conforme alla metodologia anarchica, alimentato e modificato da analisi che utilizzano strumenti diversi, dalla semplice intuizione del singolo che decide, tutto solo, di compiere un’azione, a quella di un’organizzazione che agisce nella realtà che la circonda.

Però l’anarchico, impiegando con esattezza la sua metodologia e non negando la sua contraddittorietà, può agire per realizzare quello che è implicito nel suo essere anarchico, può cioè diventare un elemento di trasformazione della contraddittorietà, causando modificazioni all’esterno che sono, nello stesso tempo, causa ed effetto delle contraddizioni interne le quali vengono, a loro volta, da quelle trasformazioni trasformate.

Tuttavia, nel conflitto non sempre si riesce a distinguere con chiarezza dove finisce la realtà e comincia l’apparenza. Una separazione tra rapporti effettivi contratti dagli uomini e ideologia (modelli elaborati per interpretare quei rapporti) non è agevole. Ciò può condurre al tentativo di isolare alcuni piani d’intervento, separandoli dai processi ideologici che li camuffano. Spesso ascoltiamo serenate al “fare” che, nella migliore delle ipotesi, sono ingenue romanticherie. Il “fare” non può essere autonomo, cioè non può, da solo, giustificare se stesso.

Una finalizzazione dei mezzi corrisponde all’eccesso ascetico del rivoluzionario, e se è anche un fenomeno del tutto razionale (nel quadro del processo distruttivo), taglia troppo nettamente il conflitto tra totale e parziale, nega quest’ultimo e afferma il primo, senza darsi pena di capire come le ideologie finiscano per camuffare i due poli dello scontro e, quindi, rendere problematica la stessa distinzione. È il caso limite della minoranza armata, radicalizzata da certi processi dello scontro imputabili alla strategia della minoranza (da un lato) ma anche, e forse primariamente, alle decisioni del potere (consequenziali ai meccanismi centrali del processo di produzione). L’esistenza di queste motivazioni reali, di queste tendenze specifiche fra individui e gruppi sociali, viene passata in seconda linea, mentre trova spazio l’esaltazione acritica dello scontro, del valore del “fatto” armato, dell’attacco, dell’univocità della volontà. Il militante si deforma per conseguenze oggettive e, nel deformarsi, crede di autodeterminarsi alla deformazione. Si trasforma in professionista, rinchiude il mondo esterno nel quadro asfittico dello scontro frontale, e da questo scontro pretende giudicare il resto della realtà. Ancora una volta, l’alienazione ideologica (sempre presente), si riflette sull’alienazione di fondo. Che poi, in concreto, la realizzazione dello scontro necessiti di queste riduzioni operative, rientra nella logica della divisione del lavoro, logica a cui non si sfugge perché non si può sfuggire a una dimensione onnicomprensiva fin quando non si spezzerà il quadro della dimensione stessa, azione di rottura decisamente rivoluzionaria e globalizzante. Ciò non toglie che queste radicalizzazioni esistono e sono logicamente fondate, staremo quasi per dire “necessarie”, quindi vanno sostenute nel momento che, dall’altro lato della barricata, troviamo sbirri e manutengoli di ogni tipo. Ma chi può negarci il diritto alla riflessione e alla critica? E la dimensione restrittiva, la dimensione che nella restrizione vuole la totalità proprio perché ha ridotto tutto il mondo e tutti i suoi fatti in una dimensione tascabile, la dimensione ascetica, va criticata. L’avanguardia che da essa viene fuori è quanto mai ambiziosa. Quanto più grossi sono i rischi che si corrono nel reperimento dei mezzi, tanto più facilmente questi mezzi verranno finalizzati, con relativa strumentalizzazione dei fini. In questo modo l’avanguardia è indirizzata a rendersi indipendente dai propri fini prendendone il posto.

Un ostacolo alla rivoluzione è costituito dal fatto che l’avanguardia, originariamente pensata come mezzo, nell’impatto con la realtà, finisce per preferire propri fini organizzativi, non del tutto conformi al fine generale della rivoluzione, la definitiva liberazione dell’uomo.

Occorre distinguere tra il modello d’avanguardia che stiamo studiando e quello classico suggerito della riflessione marxista. Per i marxisti l’avanguardia si pone come mediatrice tra gli interessi immediati e quelli storici della classe operaia, con la conseguenza paradossale che deve interpretare gli interessi della classe per la quale deve creare le condizioni di sviluppo. Per l’avanguardia rivoluzionaria di tipo ascetico, non si poneva il problema della “mediazione”, ma solo quello dell’“azione”. Solo successivamente all’evolversi dello scontro, di fronte alla radicalizzazione operata dagli organismi del potere, si può parlare di vero e proprio coagularsi di forme avanguardistiche, con tutte le conseguenze del caso (trasformazione in braccio militare, deformazione professionale, ecc.).

Eppure, secondo noi, non è ancora questo il punto più delicato del conflitto tra totalità e parzialità. È ben più radicale il problema sottostante, quello che porta il conflitto all’interno del militante stesso in quanto individuo.

Lo scontro tra totalità e parzialità, per il militante impegnato nelle lotte, è un fatto costante che, a lungo andare, incide profondamente sul suo carattere, deforma la sua visione della vita, arrivando qualche volta – di fronte a forti delusioni – perfino a fargli rifiutare la realtà. Bisogna ricordarsi del grido angoscioso di Cafiero, delle terribili pagine di Cœurderoy, per rendersi conto del problema.

La rivoluzione è totalità, concetto globalizzante dell’impegno umano, non ammette condomini, coabitazioni, compromessi. La rivoluzione per cui l’anarchico lotta è il supremo riconoscimento di questo principio della totalità realizzabile, con la salvaguardia del valore dell’individuo. Un’aggiunta di grande difficoltà, in quanto rifiuta qualsiasi finalizzazione del mezzo rivoluzionario. La totalità, in questo caso, diventa cristallina, abbacinante. Tutto vi si dirige, se stesso, la famiglia, gli affetti, le abitudini, le speranze.

Ma si fa presto a bruciare tutto ciò (che per quanto grande possa sembrare al singolo, è pur sempre piccolissimo), nell’immensa fornace della totalità rivoluzionaria. E allora si vorrebbe fare presto, accelerare un processo che ha ritmi e tempi suoi e che sentiamo cominciare a pesare, come se dovessimo portarlo noi, tutto intero, sulle spalle.

Poi siamo costretti ad andare davanti al tribunale inesorabile della parzialità. A misurare crescite, a valutare distanze, a considerare rapporti, a indicare prospettive. Diventiamo più attenti al ritmo degli avvenimenti. Cominciamo a risparmiarci, preparandoci per la corsa più lunga. Vorremmo ancora viverla la nostra rivoluzione, ma ci rendiamo conto che non si può imprigionare la totalità nel piccolo universo del nostro desiderio, e finiamo per arrenderci alla cautela e alla strategia. Prendiamo nota che non siamo soli, che davanti a noi e al nostro progetto di liberazione, ci stanno le masse (che non è detto siano sempre pronte a liberarsi) e il potere. Ci appare, con grande evidenza, il mistero rivoluzionario, un rapporto contraddittorio ma costante tra totalità e parzialità, tra sogno e realtà, tra ideale e progetto.

Alcuni di noi, trasferendo la totalità all’interno di una dimensione più ristretta, ascetizzano il proprio intervento. Si chiudono in un microcosmo che intendono radicalizzare all’infinito, perfezionandolo, pretendendo che sia capace di riprodurre, su scala ridotta, tutte le condizioni della totalità rivoluzionaria. Attraverso questa riduzione si sforzano di proporre un “modello”, un esempio per gli altri, un punto di riferimento, perché tante altre “piccole” totalità si costituiscano, capaci tutte insieme di formare una totalità così grande da avvicinarsi all’impossibile totalità definitiva. Questa decisione conduce, in un modo o nell’altro, alla formazione e alla chiusura in se stessa dell’avanguardia. Il potere, con la sua azione criminalizzante, farà il resto.

Altri accettano fino in fondo il precetto della parzialità, si dispongono a tempi lunghi, a misurazioni quantitative. Il primato del fare, per questi compagni, si trasforma in primato del pensare. Il rapporto con le masse, un rapporto educativo, si realizza attraverso l’intervento nel particolare, nello specifico. L’aggancio alla totalità, fatto sulla base di un’analisi più o meno globalizzante, viene mantenuto a un livello esclusivamente teorico. Nasce così la degenerazione quantitativa della tendenza etica come, nel caso precedente, si aveva la degenerazione qualitativa della tendenza ascetica. Per quanto differenti (la prima chiusa, la seconda aperta), queste due posizioni sono ambedue criticabili.

L’alienazione rivoluzionaria

La coscienza del contrasto tra totalità e parzialità, il disgusto di questa unito all’impossibilità dell’altra, conducono a una forma di estraniazione che potremmo chiamare “alienazione rivoluzionaria”, in quanto vissuta come disagio profondo di fronte alla trasformazione della realtà.

In un certo senso siamo davanti a un fenomeno abbastanza vicino alla cosiddetta “coscienza infelice”, conseguenza di una non adeguata reazione alla propria situazione di classe. Solo che, mentre la coscienza infelice è un primo senso di disagio, di fronte a un collocamento di classe che si considera estraneo, l’alienazione rivoluzionaria è un punto di rottura finale nel processo della stessa coscienza infelice, la coscienza di non potere realizzare la totalità, di perdere qualcosa (alienare) in uno sforzo verso la totalità, che sentiamo come la sola strada possibile per la rivoluzione.

Siamo davanti a una crisi profonda del significato “umano” dell’essere rivoluzionari, davanti a un sentirsi diventare “una cosa”, processo di reificazione che si sviluppa nello scontro tra il persistere della parzialità e il ripresentarsi della totalità.

Non è la “crisi” del borghese, che crolla a causa della saturazione provocata da un modello di vita che gli è stato costruito apposta, con stimoli e bisogni prefabbricati, con sempre nuovi modelli psicologici di reazione, studiati in laboratorio. Non è la crisi del benessere consumistico, della noia dell’azione teleguidata, del ripetersi costante del cambiamento programmato.

Non è la sospensione dell’impegno, del giudizio, il rifugio in una dimensione aristocratica della riflessione, il dominio dell’intellettuale che autoregola l’universo del proprio pensiero, illudendosi di autoregolare il mondo. Non è questo distaccarsi dalla realtà per andare in cerca di un’utopica società perfetta, sia quella dei numeri, dei versi o dell’Icaria di preferenza.

Non è il ribaltamento “pilotato” in una realtà mantenuta con l’aiuto di un veicolo (droga o altro), che può corrispondere a una decisione ma può anche essere effetto del prodotto di massa, dell’adeguarsi a una moda, a una scala di valori che lo stesso sistema non riesce più a tenere in piedi.

Non è l’alienazione nel senso marxista, la perdita di quello che ci appartiene, in primo luogo del prodotto sociale, donde un senso di smarrimento perché è solo attraverso il prodotto del nostro lavoro che ci riconosciamo in quanto uomini. Non è, cioè, l’alienazione del lavoratore che reagisce davanti alle prospettive obbligate che gli fornisce il sistema produttivo.

Questa alienazione di cui parliamo è sì la mancanza di qualcosa (processo dell’alienazione generale) ma è, nello stesso tempo, la mancanza di se stessi, di quello che si trova soltanto nella totalità rivoluzionaria. È proprio questa prospettiva (la totalità) che consente un’uscita dalla forma generale dell’alienazione, senza, per altro, riuscire a evitare – in assoluto – il pericolo del riemergere dell’alienazione attraverso la frustrazione del bisogno della totalità rivoluzionaria.

Se il lavoratore alienato osserva la propria alienazione, ne prende coscienza e la supera, entrando così nella prospettiva rivoluzionaria. Quest’ultima può cadergli addosso come una tegola, perché non vede compiersi quello che la scomparsa della primitiva alienazione imporrebbe, la liberazione definitiva e la realizzazione della totalità rivoluzionaria. Così, la stessa prospettiva di liberazione corre il rischio di trasformarsi in una nuova forma di alienazione, la forma della mancanza della totalità.

Per il rivoluzionario anarchico, questa situazione è molto più grave. Mancandogli il carisma del capo o dell’organizzazione, non ha nulla a cui aggrapparsi. La stessa quantificazione del proprio lavoro gli serve a poco, bastando una semplice riflessione per farla passare in secondo piano, nella prospettiva della totalità rivoluzionaria. Se cerca di vedere la propria situazione come qualcosa di errato e, in questo modo, convincersi che la piccola realtà, chiusa, è il microcosmo che riproduce la totalità, trasforma se stesso in un meccanismo dell’avanguardia e reifica l’alienazione al punto di non vederla più, come accadeva nella fase dell’alienazione primitiva, prima della presa di coscienza. Allo stesso modo egli reifica la propria alienazione accettando la soluzione imposta dalla parzialità (analisi e tempi lunghi d’intervento).

Il fatto è che l’alienazione rivoluzionaria non è solo un semplice rapporto con la mancanza di qualcosa (la totalità), è anche la coscienza di questo stesso rapporto. In altri termini, non è solo la constatazione di una mancanza, è anche la constatazione di non potere fare a meno di ciò che manca.

Tutti gli anarchici impegnati nelle lotte rivoluzionarie arrivano a questa conclusione? La risposta non è facile.

Certo che se l’anarchismo è rifiuto, è anche riflessione critica sulle condizioni essenziali della vita, con tutte le contraddizioni che ne derivano. In un certo senso l’approfondimento di queste contraddizioni è una delle caratteristiche dell’anarchico, essendo strano che un rivoluzionario autoritario prenda coscienza di questa alienazione attraverso le maglie strettissime della struttura del partito all’interno della quale si trova. Ma, se questa alienazione è una conseguenza dello stesso processo di approfondimento critico della realtà, non deve essere considerata come qualcosa di negativo, ma al contrario come un passaggio obbligato, sia pure un punto difficile da superare. In sostanza essa non è l’anticamera dell’impegno rivoluzionario, ma ne è proprio il risultato, la conseguenza. Non è l’ultima soluzione, il muro davanti il quale retrocedere o suicidarsi, ma il passaggio a una fase di ulteriore di approfondimento e maturità.

Prima di passare avanti occorre però approfondire le condizioni di questa particolare alienazione.

Il processo che la individualizza nasce nel fatto stesso del valore primario da assegnare all’individuo. La proposta di sacrificare quest’ultimo a una strategia rivoluzionaria o, sia pure, alla totalità rivoluzionaria, viene respinta. L’impegno può essere totale, arrivare fino alla morte e alla dedizione assoluta, ma non all’annullamento dell’individuo. L’anarchico che muore per la rivoluzione non nega il valore dell’individuo, anzi lo esalta al massimo grado, come il sacrifico che rende possibile la formazione di una società in cui saranno impossibili i sacrifici, di una società liberata. In tutta la sua apertura verso la lotta, nell’azione collettiva che sente propria e che fa propria, egli non smarrisce la dimensione individuale.

L’alienazione gli viene dalla coscienza che solo accettando un’alienazione peggiore (quella primitiva o quella del potere centralizzato) può sfuggire al pericolo di vedere nullificato il progetto di liberazione dell’individuo. Infatti, nelle condizioni dell’alienazione primitiva, sia pure in modo deforme (alienato) l’individuo riesce a realizzarsi almeno parzialmente. Ma l’anarchico vuole la realizzazione completa e la vuole in una prospettiva sociale di liberazione complessiva (totale). La sua è quindi la grave crisi che proviene dal contrasto tra totalità e individuo. La parzialità guarirebbe molti aspetti di questa crisi, ma riprodurrebbe un’altra forma alienata nell’avanguardia.

La rilevanza dell’alienazione diventa determinante solo con la consapevolezza dell’essere alienato. E questo è un effetto della volontà dell’individuo di rimuovere una situazione di passività, di stallo, di impossibilità ad andare avanti. È anche un esame di possibilità diverse (le due soluzioni dell’avanguardia) all’interno di un itinerario obbligato, il rifiuto cosciente della totalità come scopo immediato. Più la consapevolezza è chiara, più la volontà individuale si apre nell’intervento verso la chiarificazione delle diverse possibilità.

Ma la semplice consapevolezza, il riconoscersi in uno stato di “crisi”, potrebbe determinare nel singolo solo la spinta a sacrificare tutto per uscire dalla crisi nel più breve tempo possibile. L’insofferenza per una situazione di incertezza per chi è abituato a radicalizzare la propria azione, può spingere a una soluzione estrema. Se è la totalità che determina la “crisi”, se è questo fine che inquina il progetto rivoluzionario, che getta lo scompiglio nell’ordine distruttivo che ci si immaginava deterministicamente progressivo, bisogna tagliare di netto questo polo del contrasto. Per tagliarlo, bisogna svalutarlo, accusarlo di essere utopistico, fantastico, infondato, deformante, piccolo borghese. L’accusa definitiva è proprio quest’ultima. Tutto quello che ci dà fastidio diventa, immediatamente, un prodotto dell’ideologia borghese nella sua degenerazione bottegaia. Un prodotto della merce e della sua reificazione.

Agendo così però ci si accorge di avere perduto parecchio. Dapprima si è sicuri di avere risolto il problema, poi questo riemerge. La prospettiva della totalità rivoluzionaria conteneva in sé la qualità della rivoluzione, il suo segno liberatorio. Solo la qualità può dare, nel progressivo agire, a ogni istante, il senso totale della liberazione. Solo la qualità può farci vivere quel momento definitivo che non vedremo mai ma che dobbiamo pur sentire presente come un riflesso che ci consente di vedere dove mettiamo i piedi. E questa qualità è spesso fantastica, utopica. Accetta con difficoltà il rapporto con la quantificazione, rifiuta l’illusione quantitativa. Lottando per la totalità rivoluzionaria ci impadroniamo della qualità della rivoluzione e la riviviamo nel nostro agire, nelle piccole cose che ricevono così il senso progressivo della liberazione. Ma tutto ciò ci porta anche all’alienazione, al disagio, alla sofferenza.

Con la sofferenza riemerge il valore delle cose passate, una specie di smarrimento. Si potrebbe definire nostalgia dell’alienazione primitiva. Il mondo della reificazione, nella tempesta, può anche sembrare un piacevole piccolo porto. In questo ritornare indietro e nell’orrore che se ne prova, si chiude il cerchio della sofferenza, l’alienazione è il non volere essere qualcosa che si potrebbe essere ma che in sé non significa nulla, è il non potere essere qualcosa che si vorrebbe essere e che in sé significa tutto.

Non bisogna pensare che queste indicazioni sollecitino una revisione dell’individualismo, del personalismo, dell’irrazionalismo volontaristico. Certo, quanto sappiamo sulle avventure della persona (sulle trasformazioni di questa maschera) è troppo poco per potere dire qualcosa su di essa, e quel poco è frutto dell’irrazionalismo borghese (esistenzialismo, fenomenologia, ecc.), occorrerebbe molto di più, e non è possibile approfondire qui questa riflessione. È importante comprendere che qui ci stiamo occupando delle contraddizioni che emergono nel militante anarchico e che sono dolorose non in quanto individuo, ma in quanto un individuo che riconosce il valore di sé e della massa, come due valori contrapposti ma non sostituibili a spese dell’uno o dell’altro.

Se la tensione rivoluzionaria nasce dall’essere la rivoluzione un progetto totalizzante, un progetto che revoca la qualità della vita e pretende trasformarla fino in fondo, particolari contraddizioni sorgono a seguito della necessità del singolo militante anarchico di stabilire un giusto rapporto con la massa, evitando di portare avanti un solo aspetto del progetto rivoluzionario e, così facendo, sentirsi tradito dalla propria stessa decisione.

La decisione rivoluzionaria coinvolge la totalità della vita del singolo e, riflettendosi nell’elemento della qualità di questa vita, gli apre la possibilità di realizzare la totalità della rivoluzione (che comprende anche la totalità della vita). Ma la decisione rivoluzionaria non è un’astrattezza, per cui la si può considerare una “possibilità” o una “necessità”, a seconda della prospettiva più o meno impegnata di chi la vive. Essa è reale, determina profondi cambiamenti nell’individuo e, in questo senso è “necessaria”, ma per essere tale deve anche assolvere al suo contenuto di “possibilità”, cioè deve essere realizzata. Infatti, se con l’impegno costante non si realizza questa possibilità, essa non diventerà mai una necessità. Qui si colloca il dramma, la lotta conduce al al di là delle approssimazioni che faranno sviluppare quell’aspetto necessario della decisione rivoluzionaria che ne determinerà tutte le conseguenze alienanti.

Solo che possibilità e necessità non corrono sullo stesso livello, la possibilità coinvolge l’impegno personale e può anche arrivare alla necessità ma soltanto come spostamento verso qualcosa, come individuazione di un obiettivo. La necessità in quanto sede cosciente della profonda trasformazione della qualità della vita, proviene dalla massa, da ciò che la massa produce, più precisamente, dalla sua produzione di autorganizzazione.

Ci si può avvolgere all’infinito nelle trame della possibilità della rivoluzione, sognare scontri insurrezionali o fantasticare su progetti educazionisti a lunga scadenza, e ciò fino a stancarsi, fino a sentire lo stesso un senso d’insofferenza e di fastidio, senza per questo arrivare ancora alla dimensione in cui la possibilità viene risolta nella necessità, cioè al riconoscimento della necessità della rivoluzione, all’accettazione dell’unica strada valida, quella verso l’autorganizzazione delle masse.

Quando intravediamo quest’ultima prospettiva, le miriadi di possibilità, la stessa possibilità in quanto avvicinamento alla totalità, ci diventano insopportabili. Per realizzarle occorre del tempo, e il tempo è quello che ci manca, adesso vogliamo correre, vogliamo che la totalità che abbiamo intravisto si realizzi, vogliamo che l’attesa si trasformi in realtà.

Questa situazione, sotto l’aspetto della sofferenza, non ha sbocco. Si tratta di una lacerazione intima, di una contraddizione che – a ben considerare – è il riflesso della lacerazione di classe, con in più una maggiore consapevolezza. Abbiamo quindi più consapevolezza e più sofferenza. E siccome il processo della consapevolezza è a senso obbligato, il soffrire per la lacerazione di classe, il farsene una vera e propria malattia, non può essere eliminato.

Esaminiamo un momento quell’altra alienazione, quella conosciuta. Essa è un fatto oggettivo, cioè il risultato dell’essere privati di qualcosa (il prodotto sociale del proprio lavoro), ma essa, fino a quando non è consapevole alla coscienza di chi la subisce, fa parte del processo stesso del lavoro, non è distinguibile. Con la presa di coscienza (consapevolezza accresciuta) si ha pure la consapevolezza dell’alienazione. Si mettono in moto allora i meccanismi di correzione della situazione di sofferenza. La cosiddetta coscienza di classe non avrebbe senso, o sarebbe un mero dato oggettivo, se non tenesse conto della possibilità che si riesca a mettere in moto questi meccanismi di correzione. Residui religiosi agiscono a questo livello, spingendo la stessa coscienza di classe alla ricerca della soluzione mediata, alla ricerca della guida. Ciò non può ovviamente definirsi una correzione della situazione di sofferenza, ma soltanto una “rimozione”.

A un livello di consapevolezza superiore sorgono altre difficoltà. Il rifiuto della guida equivale, sotto un certo aspetto, al rifiuto del padre. L’autorganizzazione delle lotte necessita del rifiuto, a priori, di scaricare su qualcuno o su qualcosa la responsabilità delle lotte stesse. È sempre il grado di consapevolezza che cresce.

Lo svilupparsi di questa consapevolezza nell’individuo determina quella che abbiamo chiamato “alienazione rivoluzionaria”. Lo sviluppo dell’autorganizzazione delle lotte determina nella massa un senso di provvisorietà, di disagio, di sofferenza, di sbandamento che può paragonarsi – su di un altro livello – a quello dell’alienazione rivoluzionaria.

Mentre dal punto di vista dell’individuo si ha solo una sequenza di possibilità e una snervante necessità della totalità rivoluzionaria, dal punto di vista della massa, che si autorganizza, si ha il progressivo identificarsi di una necessità che diventa palese a se stessa. La sofferenza e il disagio sono lo svelamento di qualcosa che è, per quanto piccola sia, non di qualcosa che diventerà, perché quello che si proietta nel futuro (partendo dalla necessità che si coglie nel presente) è solo una crescita quantitativa.

La sofferenza del singolo nasce dalla mancanza della qualità (totalità rivoluzionaria), mancanza che lo getta in una serie infinita di possibilità che si proiettano nella necessità dell’autorganizzazione delle masse. D’altra parte, la massa vive un sommovimento, un disagio, una vera e propria sofferenza, perché comincia a disvelare la presenza dell’autorganizzazione.

Questa duplice situazione di disagio, caratterizza il terreno “umano” dello scontro rivoluzionario e ci fornisce la chiave per risolvere il problema dell’avanguardia. Prima di affrontare questo argomento conclusivo, occorre chiarire meglio il rapporto strutturale che esiste tra individuo, minoranza e masse, sviluppando il problema della tensione che ne emerge.

La tensione rivoluzionaria

L’attività dell’individuo non può essere presa come qualcosa di autonomo a partire dal quale risulti pensabile la realtà nella sua organizzazione delle lotte. Una omogeneità delle intenzioni non esiste. Osservando gli atteggiamenti e le attività del singolo individuo non si può ricostruire la realtà attraverso aggiunzioni. La contraddittorietà di quest’ultima è molto più complessa e in più è retta da strutture molteplici. Mentre il primo, attraverso la consapevolezza di sé può arrivare alla possibilità rivoluzionaria e al bisogno della totalità rivoluzionaria (donde l’alienazione e l’accesso a una tensione rivoluzionaria), la seconda, attraverso l’autorganizzazione arriva direttamente alla necessità rivoluzionaria, quindi all’accrescimento quantitativo di un primo nucleo che, per quanto piccolo, è già la totalità rivoluzionaria di cui è possibile disporre.

Siamo davanti a due tendenze che si collocano su due direttrici differenti che potrebbero non incontrarsi mai, almeno nel senso dell’eliminazione delle loro differenze e della creazione della realtà liberata. Infatti, l’altro incontro, quello della guida e del partito, con la minoranza in testa, memoria e serbatoio rivoluzionario della massa, non è un vero e proprio incontro, ma una negazione della rivoluzione.

La stessa totalità rivoluzionaria, la società nuova, non è deterministicamente certa. Forze oscurantiste possono sempre prevalere e riportare indietro il progetto rivoluzionario, distruggendo il progresso e ristabilendo la barbarie. Nella tensione rivoluzionaria si colloca anche questa nota di precarietà e instabilità, che rende necessario uno sforzo di accertamento, di verifica, di precisazione.

La presenza e lo sviluppo delle forme autorganizzate di lotta non bastano a garantire la risoluzione definitiva della teoria nella prassi, l’unificazione nella società liberata. Si tratta solo di una tendenza, includendo in questo concetto anche il senso profondo di sofferenza derivante dalla gestazione delle nuove forme di lotta. Tutto ciò produce nel movimento degli sfruttati uno stato di tensione, di irrequietezza. Sorgono nuove forze, si sviluppano nuovi bisogni, ideali e idoli del passato vengono distrutti.

La tensione del movimento degli sfruttati è data dalla coscienza del dislivello che passa tra il proprio essere teoria e il proprio realizzarsi in pratica. Questa contraddizione segna profondamente il movimento, scagliandone spesso una parte contro l’altra, facendo il gioco delle forze padronali che nella divisione imperano. Ma questa tensione è vitale, è la forza essenziale di coordinamento verso il futuro. Dal suo seno esplodono le capacità distruttive e creative della rivoluzione.

La minoranza anarchica è anch’essa portatrice di una profonda lacerazione. L’inadattabilità del modello chiuso come riproduzione della totalità rivoluzionaria rischia di privarla della qualità della rivoluzione, cioè della nuova qualità della vita. Solo accettando questa rinuncia, cadendo vittima dell’illusione quantitativa, essa può mettere a tacere l’intima tensione che la travaglia ma, così facendo, uccide anche il senso del progetto rivoluzionario anarchico e si taglia ogni contatto con la massa. Non solo, ma i suoi militanti, in quanto individui, in quanto coscienti della possibilità rivoluzionaria, in quanto tagliati fuori (consapevolmente) dalla totalità rivoluzionaria, vivono personalmente un’altra tensione, ancora più sentita perché tocca la vita di ciascuno. Quest’altra tensione non può soddisfarsi con giochi quantitativi, con analisi globalizzanti, con memorie del proletariato. Ha bisogno di identificarsi in un’altra tensione, ancora più ampia, quella della massa stessa. O la minoranza accetta di vivere la tensione degli individui singoli che la compongono e di vivere, nello stesso tempo, la tensione della massa, oppure è condannata a restare avanguardia e, come tale, a rendersi responsabile di tutte le conseguenze che ne derivano.

La consapevolezza della tensione rivoluzionaria è il primo segno del superamento dell’alienazione.

Per il movimento degli sfruttati questa consapevolezza si traduce in una più organica ricerca dell’autorganizzazione delle lotte. Quello che prima era smarrito tra le pieghe del comportamento individuale, della difesa atomizzata contro la repressione e lo sfruttamento, della reazione singola per rivalutare la vita spenta dai processi integrativi del capitalismo, adesso diventa un progetto quantificante. Il movimento degli sfruttati comincia a darsi una struttura autonoma, cerca i rapporti interni, i legami. In questa ricerca trasforma la tensione in costruzione. La teoria prende sempre più forma e comincia a somigliare alla pratica.

Per la minoranza anarchica la consapevolezza della tensione rivoluzionaria è il segno della maturità. Si sbarazza dell’illusione quantitativa, del sentirsi portatrice della verità, del sentirsi una forza “esterna”, del sentirsi una “memoria”. Ciò è possibile solo a condizione che si sia alleggerita la tensione interna, che i singoli militanti individuino bene il rapporto rivoluzionario, che abbiano lottato contro l’alienazione e abbiano saputo superarla in una tensione personale che adesso rinasce a livello di minoranza per trovare il suo posto nella tensione più ampia del movimento degli sfruttati, la sola tensione all’interno della quale è possibile una strada costruttiva verso la crescita quantitativa.

Soluzione del problema dell’avanguardia

Arrivati alla conclusione possiamo definire l’avanguardia come un ripiego, un cedimento di fronte al progetto rivoluzionario anarchico. Come si vede, adesso non ci basta più la definizione, “un insieme organico costituito da individui” che avevamo dato all’inizio. La sua composizione oggettiva diventa meno importante di fronte al quadro complessivo dei rapporti rivoluzionari. L’avanguardia è quindi una fuga per evitare la sensazione di sofferenza e di panico che viene causata dall’alienazione rivoluzionaria, è un rifiuto della tensione verso il movimento degli sfruttati, verso la tensione sviluppata da quest’ultimo nel suo contraddittorio rapporto tra autorganizzazione e delega delle lotte. L’avanguardia è un sostituirsi al compito quantitativo del movimento degli sfruttati, è un volere riprodurre in piccolo (a scopi edificanti o a scopi di dominio) la realtà delle lotte in tutta la sua estensione, è un volere illudersi di quantificare il non quantificabile, è la violenta trasformazione della possibilità rivoluzionaria in una fittizia necessità (totalità). L’avanguardia è l’accettazione di un’analisi globalizzante che ha la pretesa, al di qua del movimento degli sfruttati, di “dar conto di tutto”, in via esclusivamente teorica, realizzando fittiziamente quello che questo movimento realizza nella realtà col suo diventare teoria e prassi contemporaneamente.

Al contrario, la piena consapevolezza dell’alienazione rivoluzionaria consente l’accesso alla tensione individuale, la quale si smarrirebbe in un rinvio all’infinito del progetto totale della rivoluzione se non trovasse il suo giusto sviluppo nella tensione della minoranza. Se questa cede davanti agli ostacoli si trasforma in avanguardia e agisce di conseguenza. La tensione della minoranza si spegne nell’illusione quantitativa e nel progetto analitico con pretese globalizzanti. La tensione dell’individuo retrocede nella sofferenza dell’alienazione e trova conforto in molti piccoli particolari del progetto quantitativo staccato dalle masse. Anzi, tanto più pressante sarà la sofferenza prodotta dall’alienazione rivoluzionaria, tanto più grave il distacco, la perdita della totalità, della qualità della rivoluzione, tanto più puntuale e meschino sarà l’impegno nel quantitativo, nella prassi giornaliera, nell’appagamento della falsa coscienza. Se la tensione della minoranza si innesta nella più ampia tensione del movimento degli sfruttati, vi individua il punto di contatto tra l’autorganizzazione e la delega delle lotte, vi svolge il compito di sollecitazione verso l’autorganizzazione, sommando la propria tensione rivoluzionaria a quella specifica del movimento degli sfruttati e svolgendo totalmente il progetto rivoluzionario anarchico in piena armonia con la teoria di questo movimento.

Più questa teoria acquisterà in dettaglio e chiarimenti, più diventerà cosciente di sé, più avanzerà nell’autorganizzazione delle lotte, più si darà una struttura autonoma, più collegherà rapporti interni e stabilirà legami, più rinuncerà alla prospettiva falsa della delega (partiti e sindacati), più la funzione tradizionale della minoranza anarchica perderà di valore e, perdendo di valore, esalterà la propria funzione aumenando la tensione rivoluzionaria. Infatti, lo scopo del movimento anarchico è quello di contribuire alla costruzione di una società in cui non ci sarà più lo sfruttamento, e non essendosi sfruttamento non ci sarà più bisogno della lotta politica, dei movimenti e, quindi, nemmeno del movimento anarchico.

La negazione definitiva della minoranza anarchica, sarà non la decisione di un gruppo o un accadimento esterno alla minoranza, sarà la realizzazione della tensione nella totalità rivoluzionaria, la realizzazione della società liberata. In quest’ultima fase, il movimento degli sfruttati realizzerà la propria teoria (che non sarà più qualcosa di diverso dalla propria pratica), e in questa realizzazione si concluderà la vicenda della stessa minoranza anarchica.

 


[1974]

Movimento fittizio e movimento reale

L’evolversi delle lotte sociali produce profonde modificazioni nella struttura del movimento degli sfruttati. Differenti atteggiamenti del capitale di fronte allo scontro di classe, in luoghi e tempi differenti, producono reazioni e forme organizzative molto diverse.

Il problema che ci siamo posti è di studiare alcune forme di maggiore evidenza, di collocarle nel posto che loro compete all’interno dello scontro sociale, e individuare la loro vera sostanza rivoluzionaria in senso anarchico.

A questo scopo la situazione italiana è veramente privilegiata. Ci consente di cogliere in atto, con buona approssimazione, tendenze del fenomeno che altrove sono molto più sfumate. È per questo che terremo particolarmente conto della prospettiva italiana e del ruolo che il movimento anarchico svolge di fatto e potrebbe svolgere in potenza.

Il movimento degli sfruttati

L’individuazione della sua composizione sociale non è facile. I motivi di questa difficoltà sono gli stessi che rendono poco attendibile ogni analisi che pretenda fissare, qua e là, l’essenza di una classe degli sfruttati. La grande corrente dei diseredati (di coloro ai quali sono stati tolti i mezzi di produzione) si è divisa in tanti settori non comunicanti. La tecnica del “divide et impera”, applicata su scala mondiale dal capitalismo, ha trasformato il movimento classico in una confusa congerie di stimoli all’arrivismo e alla sopraffazione, sviluppando quell’individualismo capitalista che, nato in altra sede, nulla aveva a che vedere con la misera situazione di chi subisce lo sfruttamento.

La decisione di fare entrare i produttori all’interno del settore dei consumi signorili, consente al capitalismo di superare per quasi trent’anni le sue crisi e determina, nello stesso tempo, una profonda trasformazione all’interno del movimento degli sfruttati. A portare a termine il compito furono chiamati i sindacati e i partiti politici progressisti e democratici. Infatti, il lavoratore, tradizionalmente sospettoso verso il sindacato, lo è meno verso il partito che considera come qualcosa di staccato dalla realtà lavorativa, qualcosa che attiene al “compito politico”, che non lo riguarda.

In sostanza, il lavoratore preferisce essere sfruttato da un membro della borghesia che da un membro della propria stessa classe (o livello sociale). Per questo era sospettoso (o lo era agli inizi, quando il sindacato era prodotto della classe lavoratrice) verso l’istituzione sindacale che si andava trasformando in burocrazia sindacale, ma lo era di gran lunga di meno verso l’istituzione partitica, tradizionalmente in mano ad avvocati, professori e simile gentaglia.

Comunque, allo stato attuale, malgrado sussista questa diversa valutazione tra partito e sindacato, sul piano oggettivo, ambedue queste istituzioni vengono manovrate dal capitalismo per le sue prospettive di integrazione.

È ovvio però che questa integrazione non può spingersi fino alla totalità. Non lo può nelle realtà capitaliste tradizionali, non lo può in quelle a capitalismo avanzato, non lo può in quelle a capitalismo di Stato (URSS e consimili). Non lo può perché, per assicurare la persistenza delle istituzioni di sfruttamento, ha bisogno di una netta differenziazione di classe, sia a livello internazionale che a livello nazionale. Questa differenziazione produce la possibilità dell’integrazione (consumismo e civiltà del benessere), sulla pelle di minoranze che vivono ancora nella più completa indigenza. Zone precise del globo sono lasciate volutamente in questa condizione perché devono produrre materie prime a basso costo di produzione e acquistare (consumare) prodotti finiti pagati ad alto prezzo. Quando qualcuna di queste zone cambia strada, pretende cioè di modificare il modello produttivo, adeguandolo a quello di paesi che vivono in zone più avanzate economicamente (come è accaduto al Cile), la correzione di tendenza avviene ricorrendo a qualsiasi mezzo, anche al genocidio.

All’interno del singolo paese, su scala più ridotta, avviene lo stesso fenomeno. Gli strati più miseri sussistono e vengono ghettizzati per garantire l’inglobazione di quella parte del movimento degli sfruttati che è fatta accedere all’arco dei consumi signorili.

Non bisogna gridare allo scandalo, non bisogna confondere traditore e tradito, non bisogna accomunare tutto nella notte senza lume di una società che sta facendo scomparire le classi. In sostanza, il movimento degli sfruttati è stato tradito, i suoi veri interessi – che sono quelli della definitiva liberazione dai padroni e quelli della costruzione del vero socialismo – sono stati traditi. A portare a termine questa vasta operazione, tuttora in corso, sono i sindacati e i partiti cosiddetti democratici, mentre a dirigere le fila sono i capitalisti. Ma di per sé, il proletariato della FIAT, che si riempie la casa di oggetti costosi e inutili, che viene trascinato da una forza occulta dal supermercato al cinema, dal cinema allo stadio, dallo stadio alla bottega del totocalcio, non è un traditore. Gli è stato prestato un modello etico e sociale che non gli appartiene, un modello che gli è stato garantito dai traditori (veri) della classe degli sfruttati, i partiti e i sindacati. Pensate alla grande difficoltà per il capitalismo di trovare i servi da intruppare nella polizia se non facesse promesse mirifiche (stipendio, qualificazione professionale, considerazione sociale, divisa con bottoni luccicanti, girare il mondo). Tutti i corpi separati che svolgono attività immediatamente attinenti alla difesa del capitale, godono di privilegi più o meno concreti. La magistratura, questa organizzazione a delinquere autorizzata dallo Stato, questa mafia in ermellino, chiamata impunemente a distruggere vite umane, questo raggruppamento di assassini in toga, gode di grande reputazione, del diritto di inamovibilità, dell’indipendenza di giudizio, cialtronate fittizie e concreti privilegi (stipendio notevolissimo). Lo stesso dicasi per i professionisti dell’esercito, un’altra manica di assassini pagati con i soldi di tutti, sempre pronti a seviziare i proletari che cadono nelle loro mani, a dare man forte contro il popolo che intende far valere le proprie ragioni, sempre pronti a costruire trame più o meno nere, per impadronirsi definitivamente del potere. I professionisti dell’esercito godono di non pochi privilegi, i marescialli saccheggiano impunemente le furerie, approvvigionando la propria casa e quella degli ufficiali, questi hanno a disposizione un personale di servizio a tempo pieno senza pagare nulla, godono di sconti e privilegi vari e, per ultimo, possono indossare una divisa con bottoni luccicanti e distintivi che ricordano le loro coglionate al servizio dei padroni.

Tornando al movimento degli sfruttati, è facile vedere come sia stato spaccato in due con lo stesso sistema impiegato per mettere a disposizione del capitale i corpi separati, si sono dati privilegi e si è costruita un’etica d’importazione del tutto estranea agli interessi della classe lavoratrice.

Ma quell’altra parte del movimento esiste e non è possibile farla entrare tutta all’interno dell’area suddetta. Se questo fosse possibile, si realizzerebbe lo Stato sociale chiuso, di cui in passato ci ha parlato Fichte e di cui, oggi, sono tentativi non riusciti la Nuova Zelanda e la Svezia, oppure si realizzerebbe lo Stato socialista autoritario di cui sono giganteschi esempi l’URSS e la Cina.

Ma, guardando bene, anche nell’ipotesi dello Stato sociale chiuso, esiste sempre una parte dell’insieme degli sfruttati che sfugge al controllo globale, che sviluppa una disarmonia essenziale col sistema “globalmente armonico”, disarmonia che trova difficile, allo stato presente delle cose, lo sbocco dello scontro di classe e che spesso si adagia in un rifiuto individualista di accettare il benessere servito dall’alto, ma per una risposta radicale ai sogni integrativi di queste prospettive statali, potrebbe costituire un germe di grande interesse. Non quindi contrasto per l’indigenza, ma contrasto per una diversa disponibilità di se stessi, per l’autonomia del singolo e della classe “dei controllati”.

Nell’ipotesi dello Stato socialista autoritario, lo scontro di classe è molto più chiaro, lo sfruttamento parte ancora una volta dal posto di lavoro e l’inglobazione è affidata, oltre che a un apparato gigantesco di polizia, a una circolazione ideologica degna dei più tirannici Stati del passato. Le masse vengono sfruttate nel nome del marxismo-leninismo, con la stessa faccia tosta con cui gli zar del passato sfruttavano e uccidevano in nome della grande madre Russia.

È quindi l’altra parte del movimento che qui ci interessa, quella parte che è stata tagliata fuori dalle possibilità di lavoro, che viene ghettizzata nelle prigioni e nei manicomi, che resta isolata in zone appositamente costruite all’interno delle grandi città industriali, che è spinta alla ripresa individuale per meglio essere colpita ed eliminata fisicamente, che nei posti di lavoro è a più diretto contatto con lo sfruttamento, cioè produce gli oggetti di mercato, che lotta in tutti i modi contro i ritmi e le morti bianche, che viene tagliata a pezzi dalle macchine, che difficilmente ha tutte e dieci le dita delle mani.

Alla prospettiva di questa minoranza sfruttata resta legato lo scontro di classe effettivo, altrove, ai livelli superiori, dove il rapporto proletarizzazione-salarizzazione si è dissolto o è in via di dissoluzione, lo scontro si attenua fino ad arrivare alla semplice discussione su come spartirsi le spoglie dei ghettizzati.

Abbiamo, in conclusione, all’interno del movimento degli sfruttati, una differenziazione ben precisa, da un lato coloro che sono stati attirati all’interno del gioco del capitale e che pur mantenendo gli aspetti esterni della salarizzazione hanno perduto la propria caratteristica proletaria, dall’altro coloro che sono stati posti fuori da questo processo, sia perché sottoposti a uno sfruttamento intensivo legato alla produzione minima di un certo numero di pezzi, sia perché tagliati fuori dal lavoro in modo temporaneo (disoccupati) o definitivo (carcerati, alienati). L’unità di classe potrà essere ricostruita solo smascherando i traditori (sindacati e partiti) e capovolgendo il rapporto di forza che determina t’organizzazione autoritaria del lavoro, in altri termini, con un processo rivoluzionario. Al momento presente siamo costretti pertanto a individuare un movimento fittizio degli sfruttati e un movimento reale e a puntare la nostra attenzione rivoluzionaria su quest’ultimo.

Il movimento anarchico

Fondamento essenziale del movimento anarchico è il pluralismo. Quello vero, non la banalità a cui è stato ridotto dai partiti democratici che pretendono richiamarsi al pluralismo per mascherare i loro accordi politici relativi alla spartizione del potere. Pluralismo, per gli anarchici, significa presenza di diverse opinioni, continuamente poste a confronto, in modo schietto e chiaro, presenza di diverse tendenze, continuamente verificabili, il tutto sulla base unica dell’antiautoritarismo che significa libertà e uguaglianza, sostituzione dello Stato con il libero accordo, autogestione, federazione, azione diretta, integrazione tra lavoro manuale e intellettuale, solidarietà.

Ma, detto questo, così per grandi linee, non si detto molto. Il movimento anarchico, come movimento storico che esiste in un preciso momento e in una data situazione sociale, delimitato quindi nel tempo e nello spazio, non collima mai – in modo assoluto – con i princìpi fondamentali dell’anarchismo. E le differenze non si possono tutte riportare al discorso pluralista, che altrimenti si cadrebbe nell’utilizzazione di questo concetto fatta dai partiti autoritari. In un certo momento storico, il movimento anarchico ha presentato e presenta, in una data situazione sociale, notevoli divergenze con i princìpi fondamentali dell’anarchismo. Queste approssimazioni sono spesso frutto dello scontro sociale che consente l’impiego di certi mezzi e ne esclude altri, ma spesso sono frutto di precise scelte operate da raggruppamenti di tendenza influenzati, a loro volta, da una piccolissima pattuglia di leader. Mentre nel primo caso l’approssimazione verso una strategia anarchica delle lotte è resa indispensabile dalla situazione oggettiva dello scontro di classe, nel secondo caso si può parlare di vera e propria influenza negativa.

Data la delicatezza del problema, cerchiamo di essere chiari, anche a costo di ripeterci.

Lo scontro sociale non consente una strategia anarchica in assoluto, come non consente la realizzazione di una rivoluzione anarchica in assoluto. Il problema è di portare avanti istanze anarchiche all’interno delle masse per consentire l’attuazione di un processo rivoluzionario che abbia una presenza anarchica quanto più ampia possibile. Il problema rimbalza subito indietro: scelta dei mezzi da impiegare nella prospettiva dei fini da raggiungere. Dato per scontato che i fini sono quelli anarchici, in quanto, in caso contrario, non ci sarebbe nemmeno da discutere, si tratta di come scegliere i diversi mezzi a disposizione. Ma la scelta di un mezzo anziché di un altro non è mai un fatto oggettivo. La stessa analisi che precede la scelta, per quanto corredata di dati di fatto. non può fare a meno di coinvolgere fatti soggettivi che hanno una importanza non trascurabile. E perché è nostra opinione che la sola scelta dei mezzi in assoluto (e in modo perfettamente aderente alla prospettiva anarchica) non garantisce il raggiungimento di fini anarchici, in quanto il potere ha la capacità di spostare gli ostacoli intermedi che si frappongono tra movimento e suoi fini, si ha il bel risultato che una serie di mezzi inappuntabilmente anarchica, possa essere controproducente riguardo al raggiungimento di fini anarchici, in quanto il potere ha saputo modificare il rapporto di forze e le strutture dello scontro, per cui chi ha operato quelle scelte si colloca, con tutto il suo bell’abito a strisce rossonere, spesso senza volerlo, dalla parte sbagliata.

Il discorso che facciamo non deve sembrare assurdo, come non deve sembrare fuori luogo il tentativo di porre il movimento anarchico in rapporto al movimento degli sfruttati in generale. Purtroppo il problema è molto complesso e deve essere avvicinato per successive approssimazioni.

L’assurdità del discorso sarebbe evidente se il movimento anarchico corrispondesse, nella realtà, a quell’ideale che spesso si ama mettere in circolazione, di un insieme di compagni che, divisi in gruppi di affinità e raggruppati o meno in federazioni, tutti insieme, su di un livello paritetico, lavorano a realizzare quanto più possibile le condizioni per una rivoluzione con presenze libertarie. In sostanza, non si verifica nulla di tutto ciò. Il movimento anarchico, nella sua struttura, ha piccoli centri di potere che si sviluppano, lavorano, giudicano, condannano, assolvono, programmano, decidono, sbagliano e azzeccano, come tutti i centri di potere di questo mondo. Stavo per dire che il movimento anarchico ha pure i suoi eretici, ma questo, ovviamente, va da sé.

L’ottica del piccolo centro di potere è quella dell’assommare insieme quanto più è possibile sotto una sigla o una bandiera. In questo caso il potere si commisura sulla base del numero dei militanti o, meglio, del numero dei gruppi, che la cosa impressiona di più in quanto non si sa se un gruppo è costituito da due o da duecento militanti. Ricordiamoci che a proposito della Prima Internazionale, lo stesso Bakunin avvertiva che l’assenza della retribuzione, di per sé sola, non è garanzia sufficiente contro la nascita dei centri di potere. L’uomo è uno strano animale, se il denaro l’attira, il potere per il potere l’attira ancora di più, anche quando quest’ultimo e così rarefatto da sembrare inesistente. Ciò avviene all’interno dello stesso movimento anarchico. Molti compagni più che alle lotte stanno attenti ai congressi e ai convegni, più che all’impegno personale e in prima persona, pensano a redigere articoli filosofici per le nostre riviste che insistono nell’ospitarli, più che all’attacco al potere pensano a come cercare di disturbarlo il meno possibile per coltivare quel piccolissimo spazio in cui si trovano ad agire o in cui si illudono di agire.

La verità è che in Italia il movimento è, nella sua gran componente, un movimento al fuori delle lotte, almeno considerando di sua competenza quella prospettiva di intervento all’interno delle masse che non pochi gruppi e federazioni gli attribuiscono. Fuori delle lotte ma con qualche capacità residua di fornire analisi decenti, dibattiti decorosi, interventi teorici interessanti. Qualche gruppo avanza un poco più avanti e si compiace di farci conoscere le sue esperienze all’interno di qualche consiglio di fabbrica o di qualche comitato di quartiere.

Quanto precede non deve intendersi nel senso che altrove tutto vada bene, che i gruppi autoritari siano encomiabili in assoluto, confusione e pressappochismo albergano dovunque. Basta pensare ai fenomeni francesi e inglesi dell’ORA e al fenomeno italiano degli archinovisti, per avere un’idea. Di fronte all’inefficienza e all’umanitarismo delle tendenze disgregatrici del movimento, costoro cadono dall’altra parte, pretendendo trovare la soluzione in un’organizzazione specifica, memoria della classe. Abbiamo altrove sviluppato la nostra critica verso questa tendenza dell’anarchismo contemporaneo, che riscopre nella Piattaforma di Archinov, per gli stessi motivi che spinsero i compagni russi scampati al disastro della rivoluzione, i valori terapeutici capaci di curare il grande ammalato.

Quello che qui vogliamo sottolineare è che spesso dietro ogni tendenza si possono individuare alcune personalità più forti delle altre, le quali finiscono per costruire un vero e proprio (piccolo) centro di potere, gestendolo in perfetta armonia con le regole universali di ogni dominio.

Non manca, ed è evidente in modo particolare all’interno del movimento anarchico italiano, la tendenza a sopravvalutare l’importanza del movimento in senso specifico come elemento della rivoluzione libertaria. Sebbene venga giustamente notato che non è pensabile una rivoluzione influenzata unicamente dagli anarchici, si pensa che la futura rivoluzione avrà tanta maggiore possibilità di riuscire utile alle masse, quanto più ampia sarà la presenza anarchica in senso specifico. Il concetto, in se stesso, è ineccepibile, solo che ci pare errato il rapporto in cui sono presi in considerazione sia il movimento anarchico che le masse, e il significato stesso che si dà al termine “masse”. È ancora una volta la mania della crescita quantitativa, della forza numerica, tanto più pressante e sconvolgente, quanto più si è in pochi e quanto più si è lontani dalle condizioni che rendono possibile la crescita stessa.

Riassumendo abbiamo quindi un movimento che si colloca storicamente in modo preciso, depositario di un patrimonio di idee, di analisi e di esperienze ben precise, ma che non ha un rapporto diretto con le lotte, che manca di quella presenza nelle masse che viene considerata condizione “unica” del suo stesso dirsi movimento anarchico. Ma non tutti i compagni che si considerano all’interno del movimento anarchico condividono le idee suddette, non tutti si adagiano sull’attesa di una crescita quantitativa del movimento, crescita determinante per qualsiasi azione da condurre insieme alle masse. Alcuni vedono il problema in senso opposto, in genere questa diversa analisi viene fuori dai cosiddetti gruppi autonomi, sebbene non è per nulla omogenea o universalmente accettata.

Movimento fittizio e movimento reale

Consideriamo come movimento anarchico fittizio l’insieme di quei compagni che gestiscono una posizione di potere all’interno del movimento, che non fanno un preciso lavoro anarchico contribuendo alla crescita della coscienza rivoluzionaria delle masse, ma si limitano a presiedere alle riunioni, ai convegni e ai congressi, cercando d’indirizzare i compagni più giovani o meno provveduti verso quelli che loro considerano i capisaldi indiscutibili dell’anarchismo. Questi compagni – anche se in buona fede – tradiscono l’ideale anarchico di vita e di azione. Restano gli altri compagni che per debolezza o per acquiescenza finiscono per adeguarsi alle decisioni che vengono prese sempre dalle stesse persone, costoro, anche se impegnati in lotte concrete, snaturano il significato stesso delle lotte che portano a termine nel momento in cui cedono al bisogno della delega o non provvedono a documentarsi in modo tale da validamente contrapporsi alla “tirannia” del compagno più competente o più autorevole.

Il resto del movimento comprende due indirizzi ben precisi. Gli archinovisti, ormai in fase calante, che teorizzano la necessità della minoranza specifica con compiti ben definiti, ma la confondono col movimento reale, mentre, se fosse possibile realizzarla in termini libertari e non leninisti, sarebbe soltanto un’altra forma del movimento fittizio, e ciò perché non emergerebbe direttamente dalle lotte concrete degli sfruttati ma vi si sovrapporrebbe, avanguardia destinata a tutelare i sacri princìpi dell’anarchismo (o dell’anarco-leninismo). Gli autonomi, che si dibattono tra lo stimolo originario della crescita quantitativa e una nuova visione del movimento in senso reale. Nel caso in cui questi ultimi gruppi si dovessero considerare i depositari della verità e, come tali, destinati a raccogliere l’eredità delle sacre virtù anarchiche del passato, il loro destino sarebbe segnato in anticipo, ben presto anche loro troverebbero i leader (se non li hanno già trovati) e marcerebbero nelle file del movimento fittizio, nel caso rivolgessero lo sguardo fuori dell’organizzazione, verso la realtà concreta delle lotte, allora, forse, sarebbero i compagni indicati per darci una nuova analisi dell’essenza e delle possibilità di un movimento anarchico reale.

Le forze del capitale, che avevamo visto all’opera nell’azione di taglio del movimento degli sfruttati, producendo l’emarginazione di una minoranza e l’ingresso del resto all’interno dei consumi signorili, agiscono indirettamente anche sul movimento anarchico, determinando una ripartizione tra movimento fittizio e movimento reale. Cioè, come esiste un movimento fittizio degli sfruttati, così esiste un movimento anarchico fittizio, come esiste un movimento reale degli sfruttati, così esiste un movimento anarchico reale. L’illusione democratica sostituisce il tranello dell’ingresso nell’area dei consumi signorili, la coabitazione col potere, suo immediato corollario, fa il seguito. Gli anarchici fanno paura soltanto nelle operette. Il potere ha appreso a utilizzare lo spauracchio dell’anarchia per fare paura (quando gli fa comodo) ai pasciuti borghesi, ma in fondo sa benissimo che in qualsiasi momento i suoi mezzi gli consentono di tenere sotto controllo buona parte del movimento. Certo, al potere può tornare utile uccidere qualche anarchico, ma ciò avviene quando lo scontro si acuisce e bisogna offrire una vittima al dio dell’opinione pubblica (vedi l’uccisione di Pinelli da parte del commissario Calabresi), oppure quando si arriva allo scontro di piazza (vedi il massacro di Serantini da parte della polizia). Ma di regola il movimento anarchico non disturba molto e viene lasciato sonnecchiare in pace. L’illusione democratica apre spazi d’azione immaginari davanti agli occhi di molti compagni e induce in errore. E lo stesso errore dell’entrismo parlamentare. Ma, se siamo tanto bravi a criticare il parlamentarismo (che non ci costa niente, salvo non andare a votare, e spesso anche questo non lo facciamo per paura di avere noie), non altrettanto siano capaci di vedere che ogni concessione al potere va considerata per quella che è, un compromesso.

Questo discorso non significa condanna assoluta delle lotte parziali o rivendicative, non significa astensione dalla partecipazione a quelle forme che il movimento degli sfruttati in generale trova modo di gestire anche al di là degli schemi partitici e sindacali, solo perché queste forme prevedono obiettivi parziali, significa solo che tutto ciò non va confuso con l’anarchismo in assoluto, ma va visto nella giusta dimensione, nella giusta prospettiva di un avvicinamento alle masse e di una crescita del movimento libertario nel senso più ampio del termine. Purtroppo è la nostra stessa collocazione di classe, il nostro appartenere a una borghesia in conflitto con se stessa, il nostro prendere coscienza, che ci spinge a trovare in ogni modo un processo di sostituzione, di rimpiazzo. Alla falsa coscienza subentra la falsa attività rivoluzionaria, e tanto più bravi siamo nel mettere insieme parole e concetti, in fila indiana, tanto più facilmente trasformiamo chi ci sta vicino, l’indirizziamo verso un’attività fittizia e distorta.

Le moderne trasformazioni del capitalismo rendono possibile questa vegetazione all’interno del movimento anarchico. La libertà (fino a un certo punto) di espressione, garantisce il diritto di chiamarsi anarchici senza correre troppi rischi. I guai cominciano quando c’è qualcuno che rompe i coglioni, allora si corre il rischio di svegliare il cane che dorme e di far fare di tutte le erbe un fascio, distruggendo quell’area di azione fittizia che il compromesso col potere aveva reso possibile.

Mantenendo il nostro parallelo dobbiamo precisare che, approssimativamente, i piccoli gruppi di potere, identificabili all’interno del movimento anarchico, si possono collocare accanto ai grandi gruppi di potere del movimento degli sfruttati in generale (sindacati e partiti), simile essendo la funzione di raccordo tra le esigenze del capitale e le pressioni dello scontro di classe. Il resto del movimento, quella parte che ruota attorno a questi piccoli e vacui centri di potere, si colloca in diretta corrispondenza con quella parte del movimento degli sfruttati che è stata inglobata all’interno dell’area dei consumi signorili, attraverso la formazione di “ceti intermedi” in cui il fenomeno di salarizzazione non si accompagna più alla concreta proletarizzazione. Resta, nel movimento degli sfruttati, la parte ghettizzata, la minoranza sfruttata che non trova cittadinanza nelle nuove prospettive capitaliste, la parte che viene perseguitata dalla polizia di Stato e dalla polizia dei partiti e dei sindacati. A questa parte non corrisponde quasi nulla nel movimento anarchico.

Questa non corrispondenza potrebbe sembrare strana o contraddittoria, avendo svolto, in queste pagine, una critica del movimento anarchico e avendo attaccato in modo particolare quelle componenti che si richiamano alla crescita quantitativa attraverso meccanismi di più o meno complessa fattura, sarebbe stato logico che una valutazione positiva in assoluto si fosse messa in rilievo riguardo i gruppi di autonomi. Invece no. E qui, riteniamo, si colloca il punto più complesso di tutta l’analisi.

Il movimento anarchico reale

Quella parte non trascurabile del movimento anarchico internazionale che è costituita dai gruppi autonomi, come abbiamo accennato, non ha un diritto maggiore delle altre di dichiararsi facente parte – o costituente – il movimento anarchico reale, concreto. Anche qui si possono verificare fenomeni di concentrazione elitaria, di elefantismo ottuso, di arretratezza nelle analisi e nelle ottuse strategie di lotta.

Al contrario, ci sembra che il luogo più sicuro per cercare il movimento anarchico reale è fuori degli schemi e delle Chiese, nelle masse che in concreto realizzano, nella confusione e nei ripensamenti, negli errori e nelle titubanze, ma con un notevole sforzo, la propria autorganizzazione di lotta, impiegando in ciò una strategia anarchica verso la rivoluzione sociale. Ma questa ricerca nelle masse non deve essere fatta in modo cieco e biecamente spontaneo, somma di azioni autonome (o considerate tali), dove risiede il più alto coefficiente ivi si trova l’anarchismo. Il procedimento è errato. Nelle masse sfruttate che, come abbiamo visto, non sono le masse in generale, ma una ben precisa fascia di esse, sufficientemente identificabile con buona approssimazione attraverso processi analitici che occorre sempre riverificare, l’organizzazione di attacco al potere consociato (padroni, sindacati, partiti) è fatto spontaneo, emergente in modo immediato dal processo di sfruttamento, fatto che subisce modificazioni in rapporto diretto col suo stesso modificarsi. Qui la presenza anarchica è indispensabile. Qui è fruttifera al massimo grado. Qui si fonde in modo indissolubile con le masse. Qui realizza le condizioni per la crescita di un movimento reale che non è quantificabile in termini di gruppi o federazioni ma che, indirettamente, risulta misurabile sulla base del numero di azioni di un certo tipo che vengono realizzate, sulla base della circolazione di certe idee, sulla base della rispondenza che certe idee hanno in certi ambienti di sfruttati.

Il punto d’inizio per la “verifica” del movimento anarchico è proprio qui, fuori del chiuso dell’atmosfera stagnante dei gruppi tradizionali, fuori delle decisioni lapidarie dei congressi e dei convegni, fuori delle pubblicazioni più o meno dottrinarie o più o meno popolareggianti, il punto d’inizio per la “verifica” e non per la “costituzione”. Infatti, ragionando in questo modo si rivalorizza il movimento nel suo complesso, in ciò che di valido e di vivo possiede ed è riuscito a mantenere integro negli anni, malgrado l’attacco di confusionari e ducetti di varia estrazione. E questo patrimonio, in questa prospettiva, potrà continuare a dare frutti sempre migliori.

Non siamo d’accordo con quei compagni che, condividendo la nostra critica al movimento anarchico fittizio, concludono per una nullità assoluta del movimento. Riteniamo che capovolgendo la prospettiva, dimenticando la logica della assommazione a qualsiasi costo, della crescita quantitativa come simbolo di potenza, dimenticando la gestione dei piccoli centri di potere, il movimento possa contribuire molto alla lotta degli sfruttati, identificandosi con essa.

I risultati immediatamente emergenti da questo capovolgimento di prospettiva sono due, a) non è vero che l’analisi deve necessariamente provenire da persone o gruppi specializzati, b) si struttura un’organizzazione specifica autonoma che non entra necessariamente in contrasto con i princìpi libertari dell’autodeterminazione.

Il patrimonio analitico di cui dispone l’anarchismo risente dell’influenza di alcune “dottrine”. Non tutte queste dottrine hanno pari importanza oggi, di fronte allo svolgimento contemporaneo delle lotte, ma non c’è dubbio che alcune di esse persistono nell’influenzare il movimento nella sua struttura fittizia. Personalmente pensiamo che non bisogna considerare il movimento reale degli sfruttati come estraneo allo sviluppo teorico dell’anarchismo, ma che le realizzazioni di questo movimento devono essere seguite e vivificate per fare crescere quella componente rivoluzionaria che può costituire, per tutti, un punto di riferimento. In questo senso viene verificata l’affermazione anarchica della negazione dei princìpi eterni, realizzando una continua rifondazione teorica delle istanze concrete di lotta che ci provengono dalla particolare situazione di sfruttamento del movimento reale degli sfruttati. In questa prospettiva i testi anarchici del passato non possono essere accettati e sacralizzati ma devono essere riletti in chiave attualizzante, come modelli d’azione e non come stereotipi mummificati. Solo in questo modo si potrà avere un movimento anarchico reale che non risulti arretrato di fronte agli stimoli provenienti dalle situazioni imposte dal movimento reale degli sfruttati.

Vediamo infine l’altro punto, la struttura di un’organizzazione specifica autonoma molto diversa da quella preconizzata dai compagni archinovisti. Di fronte alla radicalizzazione delle lotte, il movimento reale degli sfruttati, resistendo alla ghettizzazione e all’incremento dello sfruttamento, resistendo all’eliminazione fisica nelle carceri e nei manicomi, rifiutandosi di giocare il ruolo assegnato dal potere, sviluppa un’organizzazione autonoma che può anche arrivare a forme ben precise di articolazione, non escludendo l’organizzazione armata. Anche in questo caso vale quanto abbiamo detto a proposito dello sviluppo teorico. Il movimento anarchico reale non può restare estraneo a questa germinazione organizzativa spontanea, obbligatoriamente ne deve fare parte, cercando di garantire, per quanto possibile, l’essenza libertaria che emerge dal movente di base, in contrasto contro tutti i tipi di potere.

Ma questa organizzazione specifica non deve assumere alcuna forma di prevalenza sulle organizzazioni di massa che costituiscono la caratteristica del movimento degli sfruttati. La memoria di classe è patrimonio degli sfruttati stessi e non può essere gestita da specialisti illuminati capaci di mantenerla in vita anche nei momenti di stanca. Il punto essenziale, da non dimenticare, è che questi famosi momenti di riflusso sono tali per il movimento fittizio degli sfruttati non per il movimento reale, sottoposto in ogni istante alla pressione instancabile dello sfruttamento e del genocidio. L’attacco a questa parte del movimento degli sfruttati può avvenire o con radicali modificazioni della struttura economica (ad esempio, con un passaggio al capitalismo di Stato di tipo russo), modificazioni che sconvolgono in profondità la composizione del movimento e rendono necessario un lavoro del tutto diverso e impostato di sana pianta in modo nuovo, oppure può avvenire con un’accentuazione della repressione. In quest’ultimo caso si assiste soltanto a una radicalizzazione dello scontro, fenomeno che richiama al massimo grado l’attenzione degli anarchici.

Pertanto, il movimento anarchico reale deve essere individuato partendo dall’interno della massa degli sfruttati, dopo avere esaminato attentamente la composizione di quest’ultima e avere individuato all’interno del movimento generico degli sfruttati, un movimento reale. Ma ciò non significa negare la validità del movimento anarchico tradizionale, con tutte le sue limitazioni e le sue pecche, con i suoi patetici centri di potere e le sue ottusità. Capovolgendo il punto di riferimento, questi disturbi si eliminano. Così, il movimento reale degli sfruttati viene considerato parte integrante dello sviluppo teorico dell’anarchismo, mentre le dottrine anarchiche, rivissute alla luce critica che elimina i pericoli di sacralizzazione, contribuiscono ad arricchire, nella sua autorganizzazione, il continuo realizzarsi del movimento in questione. Per lo stesso motivo, un’organizzazione specifica può emergere dal movimento reale degli sfruttati e integrarsi col movimento anarchico reale, senza diventare “istituzione” o memoria del proletariato, ma restando germinazione spontanea rivissuta alla luce delle lotte del movimento anarchico reale.

Il movimento fittizio e il dominio dell’apparente

Noi siamo partigiani dell’organizzazione. Non esiste possibilità alcuna di vita fuori dell’organizzazione, il caos e la spontaneità brutale non possono produrre gli elementi indispensabili alla liberazione, che consiste in un processo lungo e difficile, in cui un progetto si dimostra facilmente superato e deve essere sostituito.

Ma l’organizzazione non può essere un problema a sé stante, isolato dalla lotta, un ostacolo da superare per accedere all’ambito dello scontro di classe. Al contrario, deve modellarsi e condizionarsi sulla reale situazione della lotta, emergere come fatto omogeneizzante e non porsi come un “a priori” capace di spiegare le contraddizioni dell’impatto sociale. L’insieme organizzativo, staccato dalla realtà, piomba nel dominio dell’apparente e s’innalza a cattedrale nel deserto. Sembra allora assumere sembianze viventi, dettagli e contorni precisi, nel suo interno si verificano battaglie del tutto simili agli scontri reali, si contendono strategie e tattiche che nulla hanno da invidiare a quelle reali. Solo che tutto avviene nel mondo del fittizio.

Di regola, questa situazione ha una sua precisa connotazione di classe. I lavoratori manuali, operai e contadini, non sono inclini ad alimentare formazioni organizzative che non emergano dallo scontro di classe. La loro vita (almeno fino a un certo punto), si svolge tutta nei punti nevralgici di questo scontro e l’ipotesi intellettuale, se non è loro estranea, è almeno poco familiare. Gli intellettuali, al contrario, emergendo dal contesto di classe del dominio, in preda a crisi più o meno acute di coscienza, intendono soddisfare la chiarezza teoretica prima di passare all’azione risolutiva del momento astratto, e si addentrano con tutte le scarpe in un ginepraio di contraddizioni senza fine, costruendo e disfacendo in continuazione modelli organizzativi che, nella loro buona volontà, avrebbero dovuto dare vita all’azione.

Certo, anche questa ripartizione tra intellettuali e lavoratori manuali è arbitraria e approssimativa, ed è questo uno dei motivi che spingono a un suo uso molto canto, comunque la proponiamo alla riflessione dei compagni. Il movimento anarchico oggi è massimamente composto da studenti e intellettuali, esso è massimamente un movimento fittizio, tra le due cose non si può cogliere una relazione?

Riportiamo di seguito alcune dichiarazioni di esponenti del movimento anarchico fittizio, in cui appare chiaramente come questi compagni siano immersi in pieno nel “dominio dell’apparente”, in loro è evidente la necessità di fare qualcosa per uscire dal fittizio e andare verso la realtà.

“L’organizzazione si tiene in piedi per sforzo di volontà di pochi compagni, siamo franchi, bisogna dircele queste cose tra noi, no? Dobbiamo ricordarci che quando ci separiamo da un Congresso resta su ciascuno di noi, non un tizio o caio, ma ciascuno di noi, una somma di attività e di lavoro che ciascuno deve fare, deve disimpegnare all’infinito o noi saremo sempre e soltanto un movimento il quale enuncia e difende delle bellissime idee”.

E altrove: “Il nostro movimento comporta soprattutto delle adesioni studentesche. E veramente è bellissimo, però manca l’elemento operaio che dovrebbe invece esserci”.

È chiaro quindi che non siamo solo noi a indicare una situazione di carenza e di crisi, una situazione che minaccia di fare smarrire il senso del rapporto tra teoria e pratica anarchica, ma a indicare il pericolo sono gli stessi compagni che vivono in pieno una realtà fittizia. Solo, ci domandiamo, perché questi compagni, una volta visto il pericolo, sfuggono alle proprie responsabilità, insistendo in una realtà apparente e non facendo nulla per smuovere l’ostacolo e indirizzarsi definitivamente nella giusta direzione?

Il motivo di questa situazione si dovrebbe ricercare nell’esistenza di piccoli centri di potere che spingono molti compagni a ruotarvi attorno, mentre quei pochi che gestiscono questi centri, in base alla legge di qualsiasi organizzazione di potere, non possono fare a meno di continuare a gestirli. Ci sembra che questi compagni, anche se in buona fede, siano responsabili se non fanno qualcosa per spaccare questi centri di potere e rovesciare il potenziale attivo del movimento verso la direzione delle lotte, anche se questo dovesse costare qualche piega nell’abito del patrimonio ideologico. È veramente straordinaria l’accuratezza con cui vengono imbalsamate certe mummie da chi dovrebbe essere, per definizione, contrario a ogni tipo di conservatorismo.

In sostanza è l’illusione prodotta dall’apparenza che spinge questi compagni a impegnarsi in qualcosa che non ha senso se considerata fine a se stessa. Da qui le grandi fatiche per mantenere in piedi organizzazioni che sono finalizzate solo a perpetuarsi in vista di arrivare al giorno in cui si potrà decidere di attuare questa o quella strategia libertaria d’azione. Non vogliamo accusare nessuno in particolare, vogliamo indicare un pericolo, tutto qui.

Ma c’è chi ha fatto un passo avanti, ben significativo, nella critica. Chi, dichiarandosi d’accordo con noi (grosso modo) sull’analisi di fondo, ha suggerito che, in definitiva, anche noi, non è che si faccia eccezione nei riguardi di questa critica. E chi ha mai sostenuto il contrario? Noi svolgiamo una critica che è nello stesso tempo, e in primo luogo, un’autocritica. Ma proprio nel momento stesso che la facciamo, nel momento che individuiamo il pericolo, questa critica, in quanto autocritica, scade di valore, perché, da parte nostra, c’è almeno la buona volontà di mettere il problema sul tappeto, di esaminarlo con coraggio e senza falsi pudori, mentre ci pare utile indirizzare l’analisi verso gli altri, quelli che insistono nel tenere la testa nella sabbia.

Certo, anche noi non riusciamo a uscire in modo decisivo dal regno del fittizio, molte analisi sono troppo vaghe e risentono della necessità di affrontare troppi problemi in una volta, non esiste non raccordo oggettivo tra noi e il movimento reale rivoluzionario. Però un’affermazione la possiamo fare, chiara e netta, non ci proponiamo di costruire fantastici castelli in aria, organizzazioni fantasma che prendono sigle reboanti, non ci dedichiamo ad assommare proseliti. Il nostro lavoro si dirige verso il movimento reale, cerca di contribuire, come può, all’evoluzione delle lotte nelle situazioni che riteniamo più significative, le carceri, i manicomi, le organizzazioni di lotta armata, l’autonomia degli sfruttati. Ogni passo in avanti, verso una retta organizzazione libertaria di queste lotte è un passo che viene fatto anche con il nostro contributo. Per il momento non vediamo in che modo possiamo accedere, direttamente, al vivo dello scontro, forse non riusciamo a vedere un modo migliore per particolari miopie legate alla nostra situazione di classe, alla nostra possibilità analitica o ad altri motivi che ci sfuggono, comunque siamo sicuri che ci dirigiamo verso il luogo dello scontro, verso l’uscita dal dominio dell’apparente.

Quale movimento?

Un indice molto importante dell’incapacità di uscire fuori del movimento fittizio è dato dalla confusione che regna tra i compagni quando si cerca di definire che cosa si deve intendere per movimento anarchico.

Dall’interno di una delle più grosse organizzazioni federate emergono tendenze che sostengono un’apertura verso tutto “movimento”, onde “operare una ricomposizione del movimento su basi corrette, ricomposizione di tendenze che si confrontano e che lavorano, quando possibile, insieme, senza pretese di egemonia, né volontà di prevaricazione.” In questo modo si vuole lottare contro quelle tendenze che – più o meno apparentemente – intendono sostenere una preminenza del movimento organizzato sul resto del movimento. Ma, in sostanza, cosa sia questo movimento, nella sua globalità, resta qualcosa di nebuloso e le idee permangono poco chiare.

Il problema diventa tragico quando si tratta di uno strumento specifico, come un giornale, che sia strumento di una organizzazione precisa del movimento. In questo caso si pretende suggerire che il giornale “deve essere soprattutto espressione di tutto il movimento, di tutte le componenti”. Affermazione assolutamente improbabile e mitica, chiaro indizio della confusione che regna su questo argomento. Lo stesso compagno afferma inoltre: “Bisogna fare il giornale del movimento anarchico, un giornale che è dell’organizzazione federata specifica e che resta [di questa organizzazione] e che si apre ai problemi del movimento”. Come poi un giornale dell’organizzazione federata specifica, che tale deve restare, possa essere l’espressione del movimento nel suo complesso, non è spiegato, e ciò, secondo noi, è ancora un chiaro segno del non sapere che cosa sia il movimento nel suo complesso.

Ci sono poi i patetici inviti all’azione. “Io non sono un patito di sigle e vorrei che tutte le sigle sparissero per lasciare il posto a una sola sigla, quella del Movimento anarchico italiano. Ma purtroppo il frazionamento c’è ed è una piaga, un cancro che noi portiamo nel nostro corpo. Vogliamo continuare cosi? Io penso di no. Diciamoci i nostri nomi, cerchiamo di vedere se questi difetti che abbiamo riscontrato possano essere corretti e siamo qui per correggerli”. Questo è il segno del ruolo che l’apparenza svolge in mancanza di concrete lotte sociali. La scomposizione e la ricomposizione del fantasma spinge i compagni a scambiare un fenomeno allucinatorio per una vera realtà e a lottare, spesso con stomachevoli mezzucci, per indirizzarlo verso questo o quell’obiettivo, non accorgendosi che l’apparenza di fondo trasforma in fantasma qualsiasi obiettivo, anche quello teoricamente più fondato.

Di grande importanza, per il problema che ci occupa, è il modo in cui è stata condotta la gestione dei soldi provenienti dalla vendita di un cespite di proprietà di tutto movimento anarchico. A decidere le sorti di questo cespite fu una commissione composta da tre compagni dell’organizzazione che chiameremo A e da tre compagni dell’organizzazione che chiameremo B. Si decise la vendita e venne realizzato un certo numero di milioni che furono messi “a disposizione di tutto movimento”. Così continua un compagno che fece parte della suddetta commissione, “Rimane il problema di impiegare questa cifra in maniera funzionale per il movimento o di stabilire la sua ripartizione tra le componenti organizzate del movimento stesso [...]. Questi milioni sono depositati in banca e sono a disposizione del movimento e cioè dell’organizzazione B e dell’organizzazione A. Per quanto concerne la partecipazione dell’organizzazione C e una cosa che ancora si deve decidere”. Un altro compagno, uno degli intestatari nominali del cespite di cui si discute, dice, “Si è deciso di stampare [una certa opera]. Questo naturalmente a nome del Movimento Anarchico Italiano, perché i fondi (provenienti dalla vendita del cespite) sono fondi del Movimento Anarchico Italiano e non sono né dell’organizzazione A né dell’organizzazione B né dell’organizzazione C né di qualsiasi altro gruppo particolare che intenda rivendicarli”. Insomma, come si vede, le idee non solo non sono chiare ma sono contrastanti. Questo benedetto movimento (con tanto di maiuscole), dal bravo fantasma che è, viene fatto entrare e uscire dalla scena quanto più fa comodo, senza preoccuparsi eccessivamente di cosa risponderà o farà in concreto, tanto si è certi della sua assoluta acquiescenza.

Ma prendiamo un altro argomento, altamente istruttivo. La difesa dei compagni in carcere. Assistiamo a un dibattito sull’argomento, limitandoci a cogliere il momento in cui si discute se fare intervenire, in un convegno da fissarsi, anche i gruppi autonomi o limitarsi soltanto alle componenti organizzate. “ – Questo Convegno dev’essere aperto solo alle tre federazioni o pure anche ai gruppi autonomi?

“– Dev’essere un Convegno dei militanti delle tre federazioni.

“– Su questo non abbiamo fatto un lungo discorso. Si è parlato di un convegno di Movimento senza specificazioni o preclusioni. A me pare che anche i gruppi autonomi siano interessati al problema.

“– Se è vero che i gruppi autonomi hanno lavorato e sono interessati al problema, la questione non li deve coinvolgere in quanto essa riguarda solamente le tre federazioni [...] e deve essere risolta da esse stesse.

“– Faccio presente che molti compagni dei gruppi autonomi sono interessati a sapere chi ha il compito di difendere i compagni arrestati, chi deve gestire i fondi e come. Alcuni di loro si sono rivolti a noi per sapere cosa sta succedendo. A me pare giusto che li si metta al corrente della situazione e che si dia loro modo di partecipare. Escluderli dal convegno non solo significherebbe creare ancora più casino ma potrebbe sembrare una manovra politica.

“– Non vorrei però che a questo modo si desse la possibilità di rientrare dalla finestra a quei gruppi che sono usciti dalla porta.

“– Quei gruppi sono fuori del Movimento. Potremmo invece estendere l’invito a quei gruppi che si stanno costituendo o sono già costituiti, ma per i quali possiamo garantire, non quelli che si sono già compromessi assumendo certe posizioni... ”.

Da notare bene che si sta discutendo di come aiutare i compagni carcerati.

Questi passi non hanno quasi bisogno di commento. In sostanza non esiste un’idea precisa su cosa si debba intendere per movimento anarchico. Il più delle volte vi si fa riferimento per costituirsi un alibi adatto a realizzare alcune cose e non perché si intenda veramente tenere presente una forza.

Ma, in definitiva, che cosa dobbiamo intendere per movimento anarchico? Pensiamo che il movimento anarchico debba essere rettamente inteso nel senso più largo del termine, come l’insieme di tutte le forze che lottano per la realizzazione di una rivoluzione sociale libertaria, ma riteniamo pure che la cristallizzazione ufficiale di alcune componenti questo movimento, l’adagiarsi su tematiche scolastiche, il chiudersi in conventicole che sputano sentenze di assoluzione o di condanna, abbia, al giorno d’oggi, finito per trasformare la più gran parte di questo movimento in un pesante e inutile carrozzone ideologico. Eppure, al di là della struttura, che sta uccidendo tutto, vi sono compagni, individui che intendono lottare per il loro ideale, che vedono con chiarezza come questo cozzi continuamente con la struttura che finisce per opprimerlo quando doveva esaltarlo e renderlo attuabile. Questi compagni sono i destinatari privilegiati del nostro discorso. Lavoriamo insieme, non tanto per stabilire se siamo noi i più vicini al movimento reale oppure sono loro, se la linea di demarcazione coinvolge anche chi la indica, se la critica è anche critica della critica, quanto a metterci nella direzione giusta, quella delle masse sfruttate che lottano per la liberazione.

Su questa linea si pongono anche alcuni compagni che, pur restando legati alla prospettiva di una qualche organizzazione federata, ne avvertono, nello stesso tempo, la stanchezza. “Continuiamo a elaborare delle bellissime analisi senza porci nell’ottica del concreto, infatti è inutile continuare a rimasticare vecchie posizioni, che ormai, come l’astensionismo, sono patrimonio comune del Movimento, senza legarle a quanto di nuovo avviene all’interno della società italiana [...]. Secondo noi non è più il tempo di fare grossi discorsi, ma quello di cominciare a lavorare per trovare una strategia, infatti, fintantoché non avremo trovato una strategia, si continuerà nel Movimento da un lato a fare delle continue verifiche ideologiche che hanno portato alla paralisi, dall’altro a buttarsi in tutte le lotte che si conducono senza effettuare le dovute verifiche politiche”.

L’altro lato della medaglia è quanto di più retrivo si possa immaginare. Nel discutere di un opuscolo illustrativo dell’organizzazione federata A un compagno sottolineava: “Deve essere un opuscolo di propaganda quindi dentro non ci devono essere messe tutte le beghe che ci sono state, ecc. Deve essere fatto per la propaganda quindi qualcosa di molto semplice [...] quattro date e quattro avvenimenti per spiegare, a chi non conosce [l’organizzazione A] da dove viene, quando a stata fondata, quali vicissitudini si sono avute all’inizio ”.

Chi, come questo compagno, si pone il problema di costruire un opuscolo di propaganda per fare conoscere lo propria organizzazione, ma “senza le beghe” interne, a nostro avviso, è talmente immerso nel “movimento fittizio” da non rendere necessarie molte parole per spiegarlo. Al contrario, il compagno citato prima, pur restando – come la maggior parte di noi – in una situazione fittizia, tende verso la realtà, affronta criticamente il contesto che lo ospita e cerca di spingerlo a guadagnare l’aria aperta, con tutte le conseguenze del caso ma, anche, con tutti i risultati utili che è logico aspettarsi.

Verso la realtà

Se nessuno può dirsi in assoluto facente parte del movimento anarchico reale ciò dipende dall’impossibilità, al momento attuale, di indicare situazioni legittime di lotta, o metodologie valide per tutti in ogni momento. Anche l’ipotesi dell’insurrezione armata, punto nevralgico di ogni discussione sulla metodologia anarchica, che tanto spesso ci viene rimproverata, non può essere considerata un cavallo vincente a tutti i costi. Non c’è dubbio che lo scontro del capitalismo – come abbiamo più volte affermato – non sarà uno scontro pacifico, che la violenza sarà la levatrice della società nuova, che bisogna essere concretamente attivi contro il fronte statale del terrorismo organizzato, cercando in tutti i modi di denunciarlo e contrastarlo, ma tutto ciò non può essere considerato come sacralizzazione del mitra. Voltando la frittata, non abbiamo detto che qualcosa di molto semplice, quando queste organizzazioni emergono dalle lotte popolari, al seguito di un processo di radicalizzazione che li ha isolate facendo retrocedere le lotte che le avevano prodotte, solo allora, e solo a condizione che non venga tagliato il cordone ombelicale che li unisce alle masse, esse possono essere considerate parte del movimento reale.

In contrasto con molti compagni che ritenevano infondate le nostre opinioni, affermammo diverse volte in passato, che una strategia armata in Italia, oggi, al grado attuale di contraddizione del capitale, è non solo possibile ma anche necessaria, purché provenga dalle masse e non cessi mai di mantenere con queste un rapporto reciproco. Se questo ci deve essere rimproverato, ebbene siamo pronti a discutere tutte le critiche che ci verranno fatte, purché siano chiare e dettagliate e non si nascondano vigliaccamente, come finora è accaduto, dietro il mugugno e le mezze parole. Ma, intendiamoci bene, non abbiamo mai detto che basta imbracciare un mitra per essere – di colpo – nel movimento reale. Il problema è molto più grave e complesso.

L’unica metodologia possibile, in questa fase dello scontro, è quella della verificazione. Nel fissarsi all’interno del movimento si deve procedere alla verificazione dei suoi contenuti teorici per giustificare una strategia che non resti nelle nuvole, nel fissarsi all’interno delle masse si deve procedere alla verificazione dello scontro di classe, individuando con esattezza il “territorio” in cui lo scontro è ancora acuto, cioè dove il capitalismo non è riuscito a risolvere le sue contraddizioni.

Fatta questa doppia verifica, si deve procedere verso il movimento degli sfruttati senza pretendere di imporre una direzione ideologica, e senza neppure pretendere che i “lavoratori vengano a noi”, come accade di leggere tante volte nei discorsi di alcuni compagni anarchici. Certo, il movimento anarchico è una entità sufficientemente precisa – anche se il discorso di verifica interna va approfondito a qualsiasi costo – e quindi resta qualcosa che si contrappone al movimento degli sfruttati, se non altro come fatto organizzativo che si autoconsidera portatore di una certa coscienza rivoluzionaria, ma ciò non dà alcuna garanzia perché si debba cercare di attuare, senza danni, un processo di trasferimento di questa coscienza rivoluzionaria, un processo che consenta il passaggio della carica rivoluzionaria dalla coscienza particolare alla coscienza totale (quella della massa, o del movimento degli sfruttati). Gli anarchici non devono imporre la loro coscienza di minoranza rivoluzionaria alla classe lavoratrice, anche se – oggettivamente – essi sono portatori di una precisa coscienza rivoluzionaria. Agire in questo senso significa involontariamente perpetrare la violenza leninista senza lo scopo della conquista del potere, cioè qualcosa di intimamente contraddittorio.

Al contrario, partecipando al processo di autorganizzazione della massa, lavorando dal di dentro, non come teorici, come politici o come specialisti militari, ma come massa, si può evitare l’ostacolo insormontabile della minoranza separata che intende “viaggiare” verso la totalità della massa, ma non sa decidersi sulla metodologia da impiegare. Bisogna partire dal livello reale delle lotte, dal livello concreto e materiale dello scontro di classe, costruendo piccoli organismi di base, autonomi, capaci di collocarsi nel punto di coincidenza tra la visione totale della liberazione e quella visione strategica parziale che la collaborazione rivoluzionaria rende indispensabile. Non si tratta di propaganda, di “farsi conoscere” dalle masse, non si tratta di accedere ai grandi mezzi di comunicazione, non si tratta di parlare alla televisione a milioni di spettatori, si tratta di realizzare nei singoli fatti della lotta di massa la coscienza rivoluzionaria della minoranza, trasformando in fatto concreto quella coscienza che, nel chiuso della conventicola minoritaria, restava semplice astrattezza, facendo in modo che il bisogno di comunismo avvertito dalle masse si realizzi in una concretezza quotidiana, in un’organizzazione materiale della vita.

È per tutto questo che non vogliamo fare la lezione a nessuno, mentre la polemica che solleviamo intende restare nell’ambito dell’indicazione teorica che proponiamo come indispensabile inizio della strada verso il movimento reale. Non ci consideriamo depositari della verità o della coscienza rivoluzionaria, e non accettiamo di chiuderci all’interno di schematismi sterili e buoni soltanto a rendere invalicabili le attuali divisioni del movimento rivoluzionario. La nostra lotta non è fatta in nome di noi stessi, per diventare più forti quantitativamente, per costruire un altro modello organizzativo a priori, destinato ad abortire prematuramente. Ci battiamo per denunciare una grave situazione di crisi di tutto il movimento rivoluzionario e, in modo particolare, di tutto il movimento anarchico. Chi non vede questa crisi, chi se la nasconde, o è in malafede o e talmente abituato a scambiare il fittizio per realtà da non farci più caso.

L’organizzazione

Ma anche noi sosteniamo la necessità di un’organizzazione. Ponendoci nella direzione del movimento reale, valutando criticamente (e non trionfalisticamente) le possibilità concrete del movimento anarchico, ci accorgiamo che queste sono molto di più al di fuori delle sue componenti tradizionali – permeate di quella tinta chiesastica che caratterizza le conventicole in fase di riflusso – ed è per questo che ci poniamo il problema di come affrontare i rapporti organizzativi con la massa degli sfruttati, piuttosto che con il movimento anarchico nella fattispecie tradizionale. Oggi, le fasce di sfruttati che sottostanno al dominio contraddittorio del capitale, quelle fasce che non sono potute entrare nell’ambito territoriale che ha risolto alcune fondamentali contraddizioni, comprendono in modo più veloce la grande alleanza dei traditori, partiti, sindacati e gruppi reggicoda. Esse comprendono anche la necessità dell’autorganizzazione, dell’autonomia, dell’eliminazione degli organismi separati.

Il nostro compito è quello di evitare l’isolamento e le grandi dispute teoriche destinate in pratica a non spostare nessuna montagna. Dobbiamo comparire all’interno delle masse con una serie di azioni – sulla linea dell’autorganizzazione proletaria – capaci di fissare in modo chiaro e senza equivoci la nostra linea, trasformando in concretezza politica quello che fino a oggi – nelle masse – è soltanto spontaneo rifiuto dei partiti, dei sindacati e dei pagliacci collaterali. Portando a buon fine, vittoriosamente, queste azioni possiamo aprire una strada che fino ad oggi, anche i migliori tra noi, consideravano inimmaginabile, finendo per venire a capo di una esasperante situazione. Dobbiamo minare dal di dentro i princìpi socialdemocratici che si sono infiltrati tra di noi, suggeriti dall’ipocrisia borghese o imposti dal terrore delle rappresaglie.

Se le carceri entrano in lotta, dobbiamo lottare con i detenuti, perché anche noi siano in carcere. Smettendo di fare differenze ipocrite tra detenuti non colpevoli perché politici e detenuti colpevoli perché comuni. Come siamo tutti detenuti, così siamo tutti innocenti e siamo tutti colpevoli. La nostra lotta, quindi, se apparentemente si colloca all’esterno delle mura delle prigioni, in sostanza, avviene all’interno di quella grande prigione che è la società attuale. Le libertà democratiche sono fantocci nel mondo del fittizio.

Smontando le possibilità difensive della struttura padronale emergono contraddizioni che lo Stato, in prima persona, deve affrontare e superare. Nostro compito è quello di proporre nuove contraddizioni, sempre più acute, per fare saltare le divisioni che lo Stato crea davanti a ciascun gruppo sociale in lotta e per rendere possibile l’impensabile e l’inattuabile. Questa è l’autonegazione dell’avanguardia.

Può sorgere così l’organizzazione specifica della massa, fatta dalla massa e dall’interno della massa. Un’organizzazione prodotta attraverso un fenomeno autorganizzativo. Essa può estendersi, nel corso dello scontro e dello sviluppo delle contraddizioni, fino a diventare un’organizzazione militare, ma senza perdere il proprio fondamento spontaneo di autoregolazione. Ciò garantirà, tra l’altro, la persistenza di una struttura orizzontale, unica salvaguardia, allo stato presente del perfezionamento militare degli Stati, per continuare la lotta. L’isolamento è la causa della sconfitta rivoluzionaria, non solo sul piano militare ma, più ancora, su quello politico. Questo è impossibile quando l’organismo agente non è il prodotto di un dualismo (organismi di massa e organizzazione specifica), ma è la massa stessa che estende la propria attività strutturandosi, in modo autonomo, per affrontare lo scontro anche sul piano militare.

Tutto è ancora da fare in questa direzione. La massa sviluppa e incrementa giornalmente il proprio bisogno di comunismo, elabora la propria teoria, individua i propri nemici, non possiamo continuare a restare nel chiuso dei nostri gruppi meditando analisi e proponendo strategie d’azione come prodotti di un organismo che si considera interlocutore, sia pure privilegiato, della massa. Dobbiamo capovolgere il ragionamento, smettere di contarci e cominciare a contare gli sfruttati e i ghettizzati. Allora ci accorgeremo di essere molti di più di quanto non pensassimo, di avere le idee più chiare, di essere meglio organizzati, di avere una precisa struttura militare di difesa, di essere sulla strada giusta per attaccare il potere, per costruire il movimento reale rivoluzionario, per eliminare lo sfruttamento, per gettare le basi della società futura che non può non essere anarchica.

I pericoli del primato del fare

Rendendosi conto del fittizio che li circonda molti compagni, nel tentativo di rompere questa barriera, finiscono per fare prevalere una concezione attivistica del movimento, una concezione che privilegia in assoluto il “fare”. Identificano un “territorio” di intervento, generalmente coincidente con la loro zona di residenza, e su di questo iniziano un “lavoro” personale. Realtà preferite sono, in genere, le fabbriche e i quartieri, essendo le campagne molto dispersive e le altre realtà fondate sull’istituzione totale (carceri, manicomi, caserme, ecc.) molto difficili da penetrare.

Questa prospettiva – interessantissima – ha una grossa limitazione se non viene inserita in un progetto rivoluzionario più ampio, il quale, se emerge dal fatto singolo, microscopico, della vita unicellulare del “territorio”, non è detto che emerga da solo. In più, c’è da dire che, fuggendo una situazione di apparente impegno, i compagni possono cadere nell’esaltazione del “lavoro per il lavoro”, in un “primato del fare”.

Inserendosi in un territorio minimale d’intervento, sollecitano tutte quelle decisioni dal basso, tutte quelle iniziative che corrispondono alla metodologia anarchica del “lavoro” rivoluzionario, ma non possono fermarsi a ciò. Infatti, tutte le iniziative sono sempre “risposte” al progetto di sfruttamento del potere, cioè subordinate a una strategia precisa che viene dal centro, mentre ben poco si può fare per prevenire questa strategia, per arrivare direttamente al centro. Per affrontare quest’altra parte del problema occorre insistere nell’intervento sul “territorio” e, contemporaneamente, sviluppare un’analisi più ampia che consenta di individuare i veri obiettivi della lotta, il nucleo centrale del sistema di sfruttamento. Possiamo dire che, costantemente, ogni intervento nella realtà del “territorio” periferico deve essere fatto come se investisse la realtà nel suo complesso, perché nel piccolo esistono tutti i problemi del grande. Al contrario, dando un ampio impulso al primato del fare, si ottiene che molti compagni si impegnano in una miriade di lotte settoriali, totalizzando un impegno massimo (come numero di ore e come possibilità personale) che se in un primo tempo può soddisfare le giuste aspirazioni del singolo militante – che deve riconoscersi in prima persona in quello che fa – finisce poi per rientrare nella monotonia del ripetuto e del conosciuto.

Non solo, ma essendo il nostro intervento, per definizione, alieno da una valutazione quantitativa di carattere immediato, cioè non essendo possibile per i compagni controllare una crescita quantitativa del movimento nel “territorio” del loro intervento, come fatto legato all’intervento stesso, succede che spesso si vivono i periodi di flusso e riflusso come periodi di esaltazione e di apatia, mentre il progetto rivoluzionario possiede un respiro molto più ampio, che presenta sfumature e intrecci molto più complessi, e che se vive flussi e riflussi, lo fa a livello internazionale e mai a livello periferico. Solo tagliando i legami col quadro generale del progetto rivoluzionario (che è analisi e azione), si può vedere il proprio “lavoro” rinchiuso in una dimensione specifica e si può soffrire delle tensioni di questa dimensione.

Il falso dilemma tra teoria e pratica

La distinzione corrente tra teoria e pratica si fonda su di un equivoco. Si dà al termine teoria un valore autonomo, separato, anzi contrario, alla pratica. Si pensa, parlando di teoria, ai libri, alle accademie, alle università, agli intellettuali, alle cose scritte e dette in modo difficile. Viceversa, parlando di pratica, si pensa alle azioni, alle organizzazioni, alle realizzazioni, alle trasformazioni della struttura concreta delle cose. Questa contrapposizione è falsa.

Altra tesi corrente, fra rivoluzionari, è quella che “le idee derivano dai fatti e non questi da quelle”. Giustissima affermazione, solo che lascia in piedi una contrapposizione tra idee e fatti che non è esatta. Se Pisacane, a cui si attribuisce questa frase, vivesse oggi non potrebbe fare a meno di convenirne.

Come c’è teoria e teoria, così c’è pratica e pratica. Astrattamente parlando teoria è quella del filosofo borghese che ci parla dei suoi sogni ontologici, e pratica è quella del padrone che sfrutta il lavoratore. Solo che questa teoria e questa pratica, corrispondenti e cooperanti sul piano del sistema nel suo insieme, non costituiscono quella teoria e quella pratica che consideriamo come elementi indispensabili del progetto rivoluzionario.

In quest’ultimo senso abbiamo il movimento degli sfruttati che nel suo progressivo disporsi verso l’autorganizzazione delle lotte sviluppa una teoria, anzi è la propria teoria. Ma questa teoria è anche la pratica del movimento. Da questo punto di vista non c’è quindi differenza tra teoria e pratica, solo che non tutto il movimento è in grado oggi di autogestire le proprie lotte, anzi una gran parte di esso si trova in balia dell’equivoco riformista e, sostanzialmente, favorisce il gioco dello sfruttamento padronale. In questo senso all’interno della teoria del movimento degli sfruttati, esiste uno slittamento, uno scompenso. È proprio qui che si inserisce il progetto d’intervento della minoranza anarchica che sviluppa la propria pratica sollecitando la “correzione” della posizione del movimento e sviluppando il progetto dell’autogestione complessiva delle lotte. In questo disporsi verso l’eliminazione dello scompenso suddetto, la minoranza anarchica realizza una prassi e una teoria, è la propria teoria e la propria prassi.

In senso più specifico, l’analisi ha due funzioni, a) consente di conoscere natura e composizione della lotta del movimento degli sfruttati, b) serve da punto di riferimento per quest’ultima per verificare lo sfasamento tra la prospettiva autogestionaria delle proprie lotte e la realtà degli strumenti di compromesso (sindacati, partiti).

È naturale che svalutando l’importanza dell’analisi o restringendola alla fattualità di un “territorio” considerato come un microcosmo completo in se stesso, si ottiene il risultato di rivalutare la seconda di queste funzioni a scapito della prima. Il movimento degli sfruttati non può verificare la propria posizione di fronte a una serie di interventi, di fatti, di esperienze che non abbiano il legame intimo del progetto anarchico rivoluzionario complessivo.

Il primo contatto con la realtà delle lotte

Il primo punto da cui bisogna partire, nel prendere contatto con la realtà delle lotte, è che gli sfruttati hanno coscienza di un solo contatto, quello che il potere prende con loro per meglio sfruttarli. Di conseguenza, si avrà una chiusura o una intolleranza critica. Il motivo di fondo di questa situazione è la divisione in classi della società e la guerra permanente che ne deriva.

L’unico modo per ovviare a questa difficoltà è quello di considerarla in quanto tale, in quanto grave ostacolo, evitando di chiudere gli occhi davanti a essa, illudendosi che in quanto portatori di un “discorso” di autorganizzazione e di definitiva liberalizzazione, gli sfruttati ci buttino subito le braccia al collo.

Altro passo avanti da fare è l’individuazione delle componenti sociali del rapporto. Noi pensiamo che queste componenti siano tre e non due come comunemente ritenuto. Abbiamo la minoranza agente, la realtà delle lotte nella fattispecie che viene presa in considerazione e il potere che rende possibile il contatto all’interno di un preciso quadro istituzionale.

Esaminiamo questi elementi. La minoranza agente è isolabile da un contesto più ampio solo per via di astrazione. In sostanza essa ha una sua composizione di classe e agisce, in un certo senso, di conseguenza. Solo che, nello stesso tempo, è una minoranza anarchica (perché di questo stiamo parlando), cioè ha preso coscienza di un metodo d’intervento, di una valutazione etica della vita, di uno scopo da raggiungere e di una discriminazione netta nella scelta dei fini da impiegare. Tutto ciò non lo ricava da un astratto codice teorico, da una tradizione filosofica o dall’illuminazione di qualche “eroe del pensiero”, essa lo trova sì in una tradizione di lotte e di analisi specifiche ma, principalmente, lo trova in una prassi di lotta che verifica man mano. Possiamo quindi dire che questa minoranza è tanto lontana dalla “teoria” del movimento degli sfruttati, quanto è lontana dalla comprensione delle sue lotte. In quest’ultimo caso, la perfetta aderenza a un principio astratto ricavabile dalla filosofia anarchica non è affatto sufficiente.

Secondo elemento, la realtà delle lotte. Non possiamo “conoscerla”, cioè darci il compito di spiegarla, come non possiamo misurarla e classificarla. Possiamo avanzare modelli di approssimazione, ma sempre molto lontani da essa, fin quando opereremo come entità staccata. Però, se da un lato la realtà delle lotte non può “accettare” la minoranza come qualcosa di proprio, senza scatenare all’interno di se stessa una serie di contraddizioni, può indicare con una qualche chiarezza il proprio stato interno di frammentazione. Infatti, la realtà delle lotte non è omogenea, ed è proprio questo che consente l’esistenza della minoranza agente come entità che si appresta a fare parte della realtà delle lotte ma ancora, oggettivamente, non ne fa parte. Siamo, pertanto, davanti a due flussi o tendenze, a) la tendenza della realtà delle lotte verso l’autorganizzazione di se stessa (in contrasto con la persistenza di sindacati e di partiti), b) la tendenza della minoranza agente anarchica a diventare parte della realtà delle lotte (in contrasto con la persistente visione illuministica della minoranza che porta la verità alle masse e si considera custode di questa verità).

Terzo elemento, il potere e il suo quadro istituzionale. Costituisce il nemico di classe e serve all’unificazione teorica della realtà delle lotte. Solo che il quadro istituzionale, in situazioni avanzate e di tipo socialdemocratico, è molto frastagliato, molto complesso, riuscendo con facilità a spezzare delle lotte e proponendo modelli di collaborazione. E chiaro che questi modelli, costituenti in se stessi una “teoria”, sono la teoria del potere, anche quando vengono avanzati da strutture sindacali o partitiche. La teoria del movimento degli sfruttati, come la pratica, è solo l’autorganizzazione delle lotte.

Anche il primo contatto con la realtà delle lotte è sempre un rapporto a tre, in quanto non ha senso illudersi che un “certo tipo di lavoro” possa venire tollerato dal potere. Quando questa incidenza è nel senso della pratica e della teoria del movimento, essa viene immediatamente localizzata e contrastata dal potere.

Ancora sull’errore della crescita quantitativa della minoranza

Un residuo fittizio può presentarsi nella stessa apertura verso la realtà delle lotte. La vecchia ideologia quantitativa si può trasferire sotto forma di oggettivazione della minoranza stessa. L’impegno della lotta viene, in questo caso, finalizzato alla crescita del movimento specifico, cioè della minoranza. E poiché il lavoro di proselitismo è, almeno teoricamente, possibile in qualsiasi situazione, non si stenta molto a trovare un obiettivo su cui puntare le attenzioni. Certo, obiettivi privilegiati resteranno sempre: emigrazione, disoccupazione, ghetti, criminalità da una parte, dall’altra, i diversi settori produttivi, ma scade d’importanza l’individuazione del punto d’incontro. Nella prospettiva di crescita della minoranza, qualsiasi occasione è buona. Ad esempio, si sviluppa un certo malcontento in un quartiere a causa di alcune carenze (acqua, luce, servizi, trasporti, ecc.), non ha importanza se accanto al malcontento ci siano degli spunti di autorganizzazione o meno. Quello che conta è essere presenti con la propria organizzazione, poi, ottenuto qualcosa, fare vedere quanto si è stati bravi e quanto più bravi si potrà essere trovandosi uniti in maggior numero. Se non si è ottenuto nulla, si aspetta un’altra occasione per rifare lo stesso gioco. Non si pongono i problemi del perché, una volta ottenuta l’acqua, la luce o altro, il movimento si quieta, oppure del perché si quieta lo stesso malgrado non si sia ottenuto nulla. Non ci si interroga sul funzionamento. Il primato del fare e l’illusione quantitativa spingono molti compagni a evitare riflessioni del genere e, quindi, li bloccano davanti alla possibilità di elaborare una strategia di intervento diversa.

Il fatto è che il contatto ci sembra non si debba stabilire sulla base delle prospettive e degli interessi della minoranza, utilizzando le occasionali istanze del movimento degli sfruttati come detonatore di un processo di sviluppo e di ingrandimento ma, al contrario, il punto di partenza deve essere la trasformazione della realtà stessa, cioè la trasformazione del rapporto esistente tra autorganizzazione e delega delle lotte. Quindi il “terreno” su cui impegnarsi non può essere quello proposto dagli stimoli della realtà stessa, in quanto, come sappiamo, questi stimoli sono divisi tra la spinta verso l’autorganizzazione e la spinta verso la delega. Cioè, non tutti gli stimoli che vengono dalla realtà delle lotte possono essere presi in assoluto. Bisogna inserirsi in essi per trasformare la situazione che li ha prodotti, e per trasformare il rapporto tra autorganizzazione e delega delle lotte.

Se un quartiere avanza stimoli di malcontento per carenze del potere che causano disservizi (aumento dello sfruttamento), non significa che sia disposto ad autorganizzare la lotta per risolvere questo problema, fare diminuire lo sfruttamento che lo colpisce e passare ad approfondire la lotta per altri obiettivi più generali e più specificamente rivoluzionari. Spesso, tutto quello che è disposto a fare è di aspettare per vedere quale strada sia più efficace per ottenere ciò di cui manca. Per questo motivo sindacati e partiti possono, in ogni momento, costringere il potere a eliminare la contraddizione e, così facendo, spegnere la lotta. Il nostro compito non può essere solo quello di arrivare prima di loro, ma di fare ciò inserendo la lotta in un quadro più ampio, in un progetto rivoluzionario più complesso, che possa spostare il rapporto autorganizzazione-delega dal lato dell’autorganizzazione. E ciò non è possibile rinchiudendosi nell’azione fine a se stessa o, peggio ancora, in una prospettiva di crescita quantitativa della minoranza.

In questi ultimi tempi, la necessità di comprendere bene questo rapporto è diventata più pressante. Potremmo dire che il dissenso si è istituzionalizzato. Il contestare, l’avanzare richieste non ortodosse, una qualche animosità della base, tutto ciò che fino all’altro ieri causava un certo panico nei sindacati e nei partiti, oggi può essere fatto rientrare nella istituzione. Democraticizzando questa istituzione, il potere (che è poi istituzione esso stesso) ha posto le basi per inglobare il dissenso. Gettando le divergenze in pasto alle sabbie mobili delle assemblee di base, ne ha smussato i lati più pericolosi. Infatti, se per istituzione possiamo intendere una forma di attività e di comportamento sociale ripetuti e strutturati che acquistano la capacità del controllo sociale, ne deduciamo che nessuno strumento controlla di più del centralismo democratico, dello strumento che utilizza il dibattito, l’apertura, le assemblee di base, il dialogo, per imporre, in forma pulita e senza scorie, ciò che vuole il centro. Il potere ha programmato una modificazione della società. Per fare questo sosterrà costi, farà concessioni, determinerà massacri (ghettizzazione, criminalizzazione) in una parte della società, ma riuscirà a convincere l’altra parte che è essa stessa a decidere del proprio destino. In altri termini, anche il potere si è accorto che la lotta si svolge proprio sulla linea di demarcazione tra autorganizzazione e delega delle lotte, e vuole che il predominio resti alla delega (che può sempre controllare), ma che quest’ultima si camuffi sotto l’aspetto (esteriore) dell’autorganizzazione.

Al limite, il potere ci consentirebbe di crescere quantitativamente, purché dentro il quadro istituzionale. Allo stesso modo ci consente di “lavorare” politicamente, purché restiamo una delle forze del confronto democratico. D’altro canto, se ci proponiamo di entrare nel tessuto sociale come una forza estranea, per spingere la base ad accelerare le contraddizioni, dobbiamo crescere quantitativamente. E ciò è proprio quello che il potere teme di meno.

Pertanto, l’obiettivo dell’intervento non può essere qualificato a priori, ma va delineandosi nel corso dell’intervento stesso e sulla base delle modificazioni che esso causa sulla realtà delle lotte. Non può cioè qualificarsi in base a risultati oggettivi immediati da raggiungere, in quanto la stessa cosa possono fare i sindacati e i partiti, non può qualificarsi nemmeno in base a una ideologia a priori, che finisce per diventare affermazione massimalista e, a volte, contraddittoria, di fronte a una realtà che si va strutturando su di una contraddizione, quella tra autorganizzazione e delega delle lotte.

Nel corso dell’intervento si struttura lo scopo dell’intervento stesso, si supera il distacco tra minoranza e movimento degli sfruttati, si portano alla coscienza popolare nuovi problemi e nuovi stimoli.

Il contatto con la realtà e le sue conseguenze

Essendo il vero obiettivo dell’intervento una modificazione che si verifica nel corso dell’intervento, questo non è chiaro fin dall’inizio, ma è qualcosa che cresce e diventa identificabile con un margine di approssimazione, man mano che l’intervento si sviluppa e i rapporti tra minoranza e realtà delle lotte si puntano, con più grande impegno, tra autorganizzazione e delega delle lotte.

All’inizio si è portati a sopravvalutare le condizioni specifiche della realtà che ci sta davanti. Se affrontiamo il problema del carcere, sopravvalutiamo il carcere stesso in quanto luogo fisico della ghettizzazione, finalizziamo la nostra attenzione sulle condizioni oggettive della detenzione, sui possibili miglioramenti, sulla tortura, sul meccanismo dei processi e delle condanne. Poi, lo stesso svolgersi dell’intervento, ci pone in un rapporto diverso con la realtà delle lotte, noi ci modifichiamo e così modifichiamo il rapporto e la realtà. Proprio a questo punto il “lavoro” che conduciamo diventa produttivo.

Se ci limitassimo a levare alte grida per le condizioni dei carcerati, per la tortura o per i processi dei tribunali speciali, saremmo senz’altro utili ai compagni che in questo momento subiscono l’azione repressiva – ed è lavoro che va fatto e continuato perché svolge un suo compito di base, di preparazione e di difesa, nello stesso tempo – ma, limitandoci a ciò, condanneremmo il nostro intervento a restare tale, cioè l’intervento di una minoranza esterna che si accosta alla realtà e la valuta, si batte per essa e, al limite, fa qualcosa per cambiarla in meglio. Ma questo “cambiare in meglio” è utile anche per il potere che, prima o poi, deve pur decidersi ad adottare sistemi più raffinati e più socialdemocratici di repressione, sistemi altrettanto, se non più, efficaci. E noi dovremo seguirlo anche in quelle modificazioni, tallonarlo e costringerlo a smascherarsi, ma sempre come lavoro di difesa e di preparazione. Oltre a questo lavoro, ne esiste un altro, ed è quest’altro che segna la demarcazione tra l’attesa, la visione, l’interpretazione della realtà delle lotte e l’azione all’interno delle lotte stesse, è quest’altro che rompe la barriera e consente di mettere a frutto le esperienze della minoranza.

L’azione pratica della minoranza nella realtà delle lotte è quindi quella di ricostruire la tendenza di sviluppo dell’autorganizzazione, spezzando la congiura della delega e della guida, anche se camuffata da progetto rivoluzionario di tipo leninista.

Per realizzare questa ricostruzione bisogna identificare con esattezza la situazione in cui si agisce, in tutti i suoi dettagli, compreso l’elemento dell’intervento stesso della minoranza. Anzi, più questa presenza sarà fonte di contrasto, più solleverà dubbi e contraddizioni, più fruttifera sarà la modificazione della situazione nelle sue parti, quindi più profondo l’inserimento all’interno delle lotte.

È solo a questo punto che comincia a diventare chiara la nostra affermazione “bisogna inserirsi all’interno delle lotte”. Il quadro d’insieme che emerge è l’assenza di una posizione stabile, chiaramente definita, portatrice di uno schema ritenuto indiscutibile al di là dell’intervento stesso. Tutto è problematico, l’intervento in primo luogo. Questo ci appare più una tensione che un essere comodamente “dentro” qualcosa. Ciò spiega perché non si può accettare l’ipotesi che la situazione iniziale, in cui si è portati ad accentuare l’importanza delle condizioni specifiche della realtà, si trasformi in una situazione ottimale in cui queste condizioni vengono rivalutate alla luce dell’intervento di trasformazione. Le conseguenze di questo intervento vengono sempre tenute presenti perché sempre, in continuazione, generano problemi e trasformazioni, perché rimettono in discussione le condizioni oggettive della situazione di partenza.

La frammentarietà della realtà delle lotte

L’esistenza stessa del potere e dello sfruttamento è l’indice più sicuro della frammentarietà delle lotte. Qualora queste riuscissero a fondersi in un’azione omogenea, cioè riuscissero a fare prevalere la tendenza per l’autorganizzazione, il potere verrebbe spazzato via. E siccome quest’ultimo sente perfettamente il pericolo, si organizza di conseguenza. Suoi alleati più efficaci, i partiti e i sindacati.

Questa frammentarietà non è catalogabile per linee orizzontali, cioè non si traduce in una distinzione a livelli, secondo la presenza riformista, tecnocratica, rivoluzionaria autoritaria o altro. È una frammentarietà che scende in verticale, in profondità. Una realtà di lotta, poniamo una fabbrica, un quartiere, un ghetto, una scuola, un manicomio, ecc., non è mai qualificabile in assoluto come “realtà” riformista, tecnocratica, rivoluzionaria, ecc. Ha sempre un complesso di problemi e di stimoli che la caratterizzano, un complesso di tendenze e di pregiudizi, di distacco e di impegno, di compromessi e di prese di coscienza. Tutto ciò deve essere avvicinato attraverso strumenti conoscitivi, cioè ci si deve “documentare” su questa realtà, smontarne, per quanto è possibile, i meccanismi. Tutto questo aspetto tecnico però non può separato dalla costituzione stessa della minoranza, dalle sue condizioni come elemento di inserimento in una realtà che prima le era estranea. E questa costituzione spesso riproduce problemi e tendenze non dissimili da quelli della realtà a cui si accosta. Solo chiudendo gli occhi si può ammettere, per definizione, che la minoranza è monolitica perché ha preso coscienza, mentre la realtà è frammentaria perché la deve prendere. In verità le cose stanno molto diversamente, il processo è per ambedue gli elementi di questo rapporto una tendenza e una costante modificazione.

Fissare con chiarezza i rapporti che la realtà possiede con le coordinate fondamentali del sistema, con lo sfruttamento e il controllo sociale, produce una immediata messa in questione dei rapporti che la stessa minoranza ha con quelle coordinate.

La distinzione proposta prima, all’interno del movimento degli sfruttati (in corrispettivo col movimento anarchico) tra movimento fittizio e movimento reale, non deve essere intesa nel senso che da un lato stanno i cattivi e dall’altro i buoni. Le forze che spingono il movimento degli sfruttati verso l’autorganizzazione delle lotte costituiscono una tendenza che agisce all’interno della stessa frammentarietà, proponendo una istanza di superamento.

In questo modo, anche nelle lotte più avanzate ed autorganizzate, è possibile vedere sempre una tendenza e mai una “realtà definita in tutti i particolari”, il punto di contatto più intimo avviene proprio su questa frammentarietà (che è problematicità). Anche la minoranza è frammentaria e problematica, non è portatrice della verità, non intende imporre un dogma illuminato né una guida né un capo.

Il progetto rivoluzionario anarchico

Avendo parlato di tendenza verso l’autorganizzazione delle lotte, di tensione che si viene a creare nel momento del contatto della minoranza con la realtà delle lotte, della serie di contraddizioni che si sviluppa anche a seguito del contatto stesso, possiamo avere un’idea più dettagliata del progetto rivoluzionario.

Innanzi tutto esso non è il prodotto della minoranza, non viene elaborato da questa, nel chiuso della propria impalcatura teorica, ed esportato al movimento, che lo acquista in blocco o a spezzoni. Il progetto rivoluzionario non è nemmeno una realizzazione “compiuta” in tutte le sue parti. È dato dall’insieme delle problematiche che emergono dalla tensione venutasi ad acutizzare a seguito del rapporto tra la minoranza anarchica e il movimento degli sfruttati, quindi è esso stesso tensione e svolgimento, negazione del tutto definito e dell’immutabile.

Parte dal contesto specifico della realtà delle lotte, ne sottolinea la componente autorganizzativa e ne sviluppa le conseguenze e i rapporti col contesto generale del movimento, con le forze avversarie, col potere.

Utilizza gli interessi specifici della realtà delle lotte, interessi che danno significato a questa realtà e che interpretati alla luce della strategia dell’autorganizzazione si situano in una prospettiva più ampia, ricollegandosi a interessi sostanzialmente uguali, sebbene, in altre realtà, meno visibili.

Il progetto rivoluzionario anarchico è il ponte lanciato verso l’esterno della realtà specifica, collegante le esperienze di autorganizzazione, spesso singolarmente isolate, ma è anche il segno del superamento della distinzione tra minoranza anarchica e movimento degli sfruttati, il segno che da quel momento, dal momento in cui il progetto è in corso di svolgimento, ogni barriera è caduta e che si lotta per un comune obiettivo.

 


[Questo capitolo è costituito dalla rielaborazione degli articoli pubblicati su “Anarchismo”: Movimento fittizio e movimento reale (n. 9, maggio-giugno 1976, pp. 129-139); Ancora sul movimento fittizio (n. 10-11, luglio-ottobre 1976, pp. 240-248); Verso la realtà delle lotte (n. 14, marzo-aprile 1977, pp. 82-89)]

Informazione rivoluzionaria anarchica

Strumento del movimento e mezzo per raggiungere a penetrazione nelle masse e la chiarificazione che sono indipensabili per fare avanzare il processo liberatorio, l’informazione svolge un ruolo primario all’interno della prospettiva rivoluzionaria anarchica. Ciò non toglie che non pochi problemi a essa relativi siano considerati risolti in partenza, non esistenti, e che la sua struttura (dalla quale dipendono il modo e il senso del suo impiego) venga considerata qualcosa di immobile, qualcosa che non occorre mettere in discussione. In realtà le cose stanno diversamente.

Bisogna chiarire che quando parliamo d’informazione rivoluzionaria anarchica non ci riferiamo soltanto a giornali, ciclostilati, volantini, numeri unici, riviste, opuscoli, libri elaborati per diffondere le idee anarchiche o per documentare alcuni problemi che altrimenti resterebbero, nelle mani dell’informazione di regime, deformati e utili soltanto alla reazione, ma intendiamo anche le azioni realizzate contro i padroni e i loro servitori. La vecchia abitudine di distinguere tra propaganda con gli scritti e propaganda col fatto, ci sembra ormai fuo‘ri del tempo. Anche quando attacchiamo con azioni precise il potere, non possiamo certo illuderci di dargli veramente delle scrollate serie e capaci di metterlo in difficoltà, ma possiamo però sperare che quelle scrollate si generalizzino, che da un fatto numericamente limitato si moltiplichino in fatto più ampio e altrimenti significativo per l’attacco contro gli organismi repressivi. Gli stessi problemi che fanno barriera tra l’informazione scritta e la massa, problemi derivanti dall’ideologizzazione messa in atto dal potere, diretta a immergere la gente in un’atmosfera ovattata fatta di luoghi comuni e di giudizi prefabbricati, sorgono anche davanti all’informazione che si ricava dalle azioni rivoluzionarie, anche di fronte a quest’ultime, perché il più delle volte la gente non è in grado di farsi strada tra le false indicazioni fomite dal potere e dai suoi strumenti (specialmente dalla stampa padronale). Ciò non toglie che questi ostacoli possono essere studiati e che possono individuarsi le condizioni capaci di affievolire l’ideologizzazione attuata dal potere.

Due prospettive

Cerchiamo, prima di tutto, di rispondere alla domanda: che cos’è l’informazione rivoluzionaria anarchica? Sembrerà strano, ma le risposte possibili sono due, a) è l’insieme delle azioni e delle documentazioni (di ogni tipo tecnico) che il movimento anarchico specifico produce nel corso della sua attività per stimolare la liberazione delle masse degli sfruttati, b) è l’insieme delle azioni e delle documentazioni (di ogni tipo tecnico) che le masse degli sfruttati producono nello sviluppo complessivo del processo della loro liberazione, è l’insieme delle attività del movimento reale che comprende – come parte integrante – tutte quelle forze rivoluzionarie che rifiutano il ruolo di guida e di egemonia in vista del raggiungimento del potere, a cominciare dagli anarchici.

Nel primo caso l’anarchismo è considerato come un’ideologia, patrimonio di una ristretta minoranza di iniziati, mentre l’informazione anarchica è vista come un mezzo per elaborare questa ideologia, conservarne intatta la matrice di fondo – su cui non sono ammesse discussioni – ed esportarne all’esterno il contenuto in forma quanto più semplice possibile. Non a caso qui si collocano molte discussioni sulla necessità di scrivere in modo semplice, per farsi capire, e così via.

Nel secondo caso l’anarchismo è considerato come l’unico metodo valido della lotta di liberazione delle masse, valido perché impiega oggi quella prospettiva di libertà che viene da altri fatta vedere solo in lontananza. Quindi, invece di essere un’ideologia, l’anarchismo diventa la negazione di qualsiasi ideologia, l’assunzione, a livello teorico, dello stesso movimento di liberazione degli sfruttati, il riconoscimento della validità dell’organizzazione specifica anarchica solo se prodotta dallo stesso movimento e non da una minoranza che pretenda agire dall’esterno. In questo modo, l’individuazione di princìpi fondamentali, caratterizzanti l’anarchismo, resta possibile, non perché in un momento storico si siano cristallizzati e catalogati fondamenti teorici capaci di imprigionare la verità, ma perché impiegando il metodo della libertà fin da adesso e non ricacciandolo in un domani più o meno lontano, emergono – nella stessa prassi liberatoria – chiare indicazioni di pericolo contro la delega, contro l’autorità nelle sue varie forme, contro le strutture centralizzate, contro l’indiscriminato uso dei mezzi, ecc.

Perché riteniamo che l’informazione proveniente da una minoranza separata dalle masse non possa essere considerata come “informazione rivoluzionaria anarchica”? La risposta non è facile. La mancata chiarificazione di questo problema ci farebbe correre il rischio di imporre un limite tra ciò che è (in assoluto) anarchico e ciò che non lo è. A stretto rigore di termini se l’individuo, in quanto tale, è già un’organizzazione specifica abbastanza complessa e in grado di prendere decisioni di notevole impegno e di ampie conseguenze sul movimento generale degli sfruttati (o movimento reale), ne consegue che anche un individuo isolato, o un gruppo di individui isolati, possono incidere sul movimento reale, spingerlo in un senso o nell’altro, indottrinarlo, educarlo, informarlo. E, da un punto di vista astratto, le cose possono anche stare così. Un insieme di compagni si dà una codificazione teorica interna, forma un’organizzazione, elabora interpretazioni dell’anarchismo, le difende contro altre interpretazioni, rivive nell’ambito di queste scelte i momenti teorici e pratici del passato, solidifica il tutto in interventi verso l’esterno, in azioni e in giornali, libri, opuscoli o altro. Ancora meglio. Un compagno o un gruppo di compagni decidono di rompere tutti i rapporti col mondo esterno, si arroccano in una comune, fissano i termini della sopravvivenza, comunicano l’informazione del loro essere al di fuori, del loro avere messo tra parentesi il sistema. E quando tutto ciò tiene conto di quei princìpi anarchici di cui si è detto, non saremo certo noi a dire perché questi compagni “non sono anarchici” o perché “lo sono”. Il vero problema rivoluzionario non si colloca nei margini di chi riesce, in un modo o nell’altro, a costruire (sapendolo o non sapendolo) parentesi e separazioni artificiali del sistema. Il vero problema rivoluzionario risiede nello sfruttamento delle masse, non vi può essere chiarimento o tentativo di rivoluzione che provenga dall’esterno. Gli sfruttati non comprenderanno mai l’informazione che viene dalle comuni o dalle azioni o dai giornali, anche quelle più chiare ed elementari. Non comprenderanno mai ciò che non è già in loro, nel loro lento evolversi verso processi di contraddizione col nemico, ora più chiari ora meno chiari, ma sempre legati alla reale dimensione dello scontro.

In altre parole. Un compagno anarchico può essere benissimo tale, può riscuotere tutta la nostra simpatia e solidarietà, tutto il nostro rispetto per la sua capacita di astrazione intellettuale, può trovarci più o meno d’accordo sulla scelta di alcune azioni d’intervento sull’esterno e, nonostante tutto, nonostante il fatto del suo essere incontestabilmente anarchico, non incidere per nulla sulla realtà, non avere alcuna importanza per il movimento reale degli sfruttati. L’essere anarchici non dà alcuna garanzia, non è un marchio di fabbrica che gli sfruttati riconoscono a vista. Non sono i simboli che riducono lo sfruttamento, ma i fatti e le idee, le idee e i fatti, e se questi trovano origine da quelle, e quelle da questi, ciò avviene solo a condizione che il processo di reciproca generazione si mantenga nella realtà dello scontro tra sfruttati e sfruttatori. In caso contrario l’ideologia snatura le idee e mistifica i fatti.

Ne consegue che non tutte le azioni e tutti gli interventi di qualsiasi tipo, messi in atto dagli anarchici, possono farsi legittimamente rientrare nel significato che stiamo dando al concetto di “informazione rivoluzionaria anarchica”. In sostanza, il pericolo della ideologizzazione dell’anarchismo esiste sempre e molti compagni, senza accorgersene, lavorano a ciò. Ora, non è il caso di gettare la croce addosso a questi compagni che, spesso in buona fede (e spesso per un inconscio residuo egemonico), si fanno custodi del santo sepolcro, non accorgendosi che così non custodiscono che una mummia disseccata. Lo sforzo che dobbiamo fare è invece quello di scoprire i meccanismi oggettivi che rendono insignificante, ai fini rivoluzionari, un lavoro d’informazione che non parta dalle condizioni attuali del movimento degli sfruttati e non si ponga come momento di questa condizione.

L’informazione fittizia

Non ci pare sufficiente una distinzione tra informazione pratica e informazione teorica, per separare quell’informazione inutile, che qui chiamiamo col nome di fittizia, dall’informazione utile ai fini rivoluzionari. Ad esempio, un’analisi storica del pensiero di Wilhelm Reich può essere fittizia – e generalmente lo è – se fatta da un compagno (il fatto che sia un compagno anarchico non sposta il problema) che si pone di fronte al problema sessuale che le masse vivono ogni giorno come alienazione e come supporto dello sfruttamento, ma anche come riconquista di quella dimensione umana che è frutto di sentimenti e sensazioni che vanno difesi, che si pone, dicevamo, davanti a questo problema, con la freddezza scientifica di una tesi – per quanto valida – elaborata su modelli di ricerca esaltati come unica condizione della verità. Per altro verso, capovolgendo l’esempio, un intervento concreto in un quartiere o davanti a una fabbrica o a una scuola, condotto con l’impiego di uno strumento informativo qualsiasi (volantino, giornale, rivista, ecc.), può essere lo stesso fittizio se pretende di trovare fondamento alla propria concretezza nella scelta soltanto del livello dell’intervento, nella forma semplice delle parole trasmesse, nella individuazione capillare dei problemi presenti e, invece, non si pone l’approfondimento dell’essere nelle cose, cioè dei meccanismi che hanno causato quell’intervento, meccanismi decisionali della minoranza agente, meccanismi che molte volte sono sollecitati da frustrazioni, sensi di colpa, false coscienze, scelte dell’intervento più facile, meno rischioso, immediatamente produttivo di risultati quantitativi, ecc.

Pertanto, se l’informazione fittizia non è necessariamente quella astratta ma può esserlo anche quella concreta, e se anche la prima può essere reale nei termini in cui emerge dalle cose, dalla situazione del movimento degli sfruttati, ne consegue che l’informazione fittizia è quella separata, e che il senso del “fittizio” è quello di tutto ciò che – essendo separato dal movimento – finisce per restargli estraneo.

Questa estraneità ci porta a una scoperta molto interessante. Se tutto ciò che è fittizio è estraneo al movimento di liberazione, il giusto significato di “fittizio, non è quello di “insignificante”, “nullo”, “non valido”, “senza importanza” o consimili, ma quello di “contrario”, cioè di qualcosa che per il suo essere al di qua non è reale, quindi si contrappone alla realtà del movimento, è contro i suoi interessi, è suo nemico. Questo qualcosa a una “realtà negativa”, una forza d’urto potentissima che agisce contro gli interessi degli sfruttati non una simpatica illusione.

Vediamo di chiarire meglio. Contro gli sfruttati, per primi, si pongono gli sfruttatori. La loro collocazione è – nella dimensione delle contraddizioni storiche che viviamo – primordiale. Senza gli sfruttatori, gli sfruttati non si sarebbero potuti riconoscere come tali, la realtà – priva della sua principale contraddizione storica – avrebbe smarrito il proprio senso progressivo, capovolto in un’utopia statica, avrebbe cercato sempre un valore senza trovarlo, una condanna peggiore dello sfruttamento. Solo attraverso lo sfruttamento e la successiva liberazione, sarà possibile la costruzione della società libera di domani, nella quale la competizione (naturale all’uomo) si sposterà su altri livelli, diversi da quelli economici che oggi la caratterizzano. Una società senza sfruttati e sfruttatori, da sempre priva di questo scontro, sarebbe stata una società di ebeti idioti. Ma, contro gli sfruttati, non ci sono solo gli sfruttatori, ci sono anche tutti coloro che intendono sostituirsi a questi ultimi instaurando un modello nuovo di sfruttamento, più razionale ed efficiente. Ci sono, pertanto, i rivoluzionari autoritari che vogliono imporre la cosiddetta “dittatura del proletariato”, rivoluzionari senza dubbio, ma ancora più pericolosi dei padroni precedenti perché, se i primi rendevano possibile una certa presa di coscienza da parte degli sfruttati in quanto sfruttatori e basta, i secondi, in quanto presunti liberatori, rendono molto più difficile i processi della presa di coscienza. A essere contro sono quindi gli sfruttati, i padroni e i rivoluzionari che intendono sostituirsi a loro. Va da sé che si collocano contro anche gli schieramenti riformisti e i sindacati che sono semplici strumenti nelle mani padronali. Mentre i rivoluzionari autoritari minacciano di esproprio e di morte i padroni, in vista di succedere a loro, i riformisti e i sindacati, fungono da strumento utile in vista della successione per esaurimento e impotenza o, al limite, in vista della cogestione del potere.

Ma il potere di oggi è molto cambiato. Alla repressione brutale del passato va sempre più sostituendo il reperimento del consenso, l’inglobamento di larghi strati (non della totalità, che la cosa gli è impossibile) delle masse degli sfruttati. Questo si realizza a una sola condizione, che le forze rappresentative degli sfruttati, cioè quelle forze che pretendono di farsi passare come tali, diano la propria collaborazione. Ciò sta accadendo. Ora, questa collaborazione può essere data a seguito di una decisione specifica, chiara, elaborata su premesse teoriche, e quindi, in un certo modo conseguente e contrastabile, oppure senza accorgersene, involontariamente, per supina accettazione di una logica di coabitazione che si infiltra dappertutto e che non sempre è facile da individuare. Quando i compagni cadono vittima di questa ultima illusione, non succede perché sono stupidi, perché non hanno le dovute capaciti analitiche, perché hanno paura, accade soltanto perché “sono nel fittizio”, e tutto quello che fanno, azioni e contributi informativi, documentazioni o altro, è “fittizio”, “estraneo”, “contrario” al movimento.

L’informazione reale

Il movimento degli sfruttati, il movimento reale, è un insieme organico, individuabile nelle sue componenti concrete (umane) e nella sua teoria. Ciò appare, a prima vista, paradossale. Com’è possibile in una società della violenza e delle particolarità l’emergere di questa totalità, come se fosse una divinità che risorge dalle ceneri? Il fatto è che questa omogeneità, questa compattezza, non deve essere intesa nel senso di univoca determinazione alla liberazione – che di determinazioni del genere all’interno del movimento ce ne stanno diverse – ma di tendenza generalizzata verso la liberazione. Ma questa tendenza non è rappresentata da questo o quel settore del movimento degli sfruttati, che anzi può spezzarsi in più parti, poste una contro l’altra dall’abile manovra ideologica ed economica dei padroni, ma dal movimento nel suo complesso.

Se in un certo momento storico dello scontro di classe abbiamo una parte del movimento che è al servizio diretto dei padroni (polizia, criminalità mafiosa, teppisti al servizio dei vari capetti di cui si serve il capitale, ecc.), e una parte che è caduta nell’inganno riformista accettando la logica della collaborazione, e se abbiamo, infine, un’altra parte che è staccata dai processi di salarizzazione e quindi viene immessa a forza in un ghetto criminalizzato, ciò non significa che il movimento degli sfruttati sia spezzato nella sua complessiva tendenza verso la liberazione. Si hanno soltanto zone di intervento di minore o maggiore difficoltà. L’intervento nel ghetto, nella dinamica rivoluzionaria, è molto più immediato e deciso che non quello degli strati salarizzati, e non ha paragone con possibili, ma remote, crisi di coscienza del proletariato costretto, per fame o per costrizione ideologica, a vestire la divisa del poliziotto o del soldato. D’altro canto, la situazione dello scontro oggi è tale che non si possono ammettere mezzi termini. I servitori dei padroni si contrappongono agli sfruttati in una lotta all’ultimo sangue. È giusto che il proletariato criminalizzato, torturato, strappato dal lavoro, veda nel poliziotto che difende le ricchezze dei padroni un primo obiettivo della sua lotta, un primo ostacolo da abbattere per arrivare all’ostacolo ultimo, a coloro che reggono i fili di tante marionette in divisa che massacrano e che stupidamente sono pronte a farsi uccidere.

Pensiamo che la realtà del movimento degli sfruttati sia proprio questa multiformità nella persistente omogeneità, questo frantumarsi in aspetti diversi, pur nel mantenimento della fondamentale tendenza verso la liberazione. Per cui non è rivoluzionario soltanto l’intervento che viene dello strato che subisce di più lo sfruttamento. Se ciò fosse automatico, saremmo per il tanto peggio tanto meglio. Il progetto rivoluzionario globale è quello del movimento degli sfruttati, cioè la tendenza di fondo. È logico che questo progetto assume caratteristiche più significative man mano che si approssima agli strati meno garantiti nei confronti della sopravvivenza. Non solo, ma l’influenza stessa delle ideologie di sostegno del potere (collaborazioniste e reazionarie), gioca un ruolo diverso a seconda della collocazione all’interno del movimento degli sfruttati e della loro posizione economica.

Quanto andiamo dicendo sulla globalità del movimento degli sfruttati è importante per comprendere il valore dell’informazione rivoluzionaria concreta. Quando ci troviamo davanti a un’azione rivoluzionaria, poniamo delle Brigate Rosse, sappiamo benissimo che questa azione è opera di una minoranza che si è data la struttura di partito combattente clandestino, di una minoranza stalinista (con minori o maggiori accentuazioni) che ha lo scopo (più o meno realizzabile) di impadronirsi del potere per stabilire la dittatura del proletariato e quindi, a nostro giudizio, un nuovo sfruttamento. Ma sappiamo pure che questa azione non è prodotta da loro soltanto. Se fossimo convinti che si tratta di un’azione “estranea” al movimento degli sfruttati, non esiteremmo a includerla tra le azioni “fittizie” e a considerare l’informazione che se ne ricava, cioè il messaggio che quell’azione in quanto tale trasmette alle masse, come una “informazione fittizia”. Al contrario, riteniamo che a produrre quell’azione non sono solo quelle minoranze specifiche, con le loro strutture centralizzate e la loro ideologia autoritaria, ma anche, e forse principalmente, le condizioni che la massa degli sfruttati ha reso possibili, la coscienza che il terreno della lotta armata è terreno naturale dello scontro, la rabbia che prende sempre più una parte del movimento degli sfruttati, la quale, in forza del fatto che questo movimento è una globalità omogenea riguardo la tendenza alla liberazione, diventa elemento di tutto il movimento e non solo di una sua parte. A fondare la legittimità della lotta armata non sono solo le minoranze ghettizzate, che riforniscono le carceri e i manicomi e che, per motivi pratici, alimentano anche gli schieramenti clandestini che operano nel settore della lotta armata, ma sono anche le masse sfruttate in senso più ampio. Se l’insieme del movimento degli sfruttati, in forma diretta e cosciente, o in forma indiretta e involontaria, giustifica – per restare nell’esempio – la lotta armata, l’azione condotta dalle Brigate Rosse non è più l’azione di una minoranza stalinista, ma assume un’importanza più ampia, tale da costituire un segno rivoluzionario, una vera “informazione rivoluzionaria” che, domani, le masse possono condurre ancora più avanti, anche contro le pretese dittatoriali della stessa minoranza che aveva dato, per prima, concretezza al processo.

Lo stesso dicasi quando l’informazione prende la forma della documentazione, dell’analisi. L’insieme dei mezzi tecnici in cui questa informazione si realizza, ha solo lo scopo di saldare tutte quelle innumerevoli file che si intersecano all’interno di quella globalità contraddittoria che è il movimento degli sfruttati. Denunciandone le carenze, i collaborazionismi, le mistificazioni ideologiche che subisce, le pressioni teoriche di cui è vittima, le strade nuove verso la liberazione che riesce a trovare, i sacrifici che sopporta, le delusioni, i sentimenti, le irragionevolezze. Tutto ciò senza privilegiare nulla. Ogni analisi, ogni documentazione che non tiene conto di ciò, finisce per restare vuota demagogia, a favore di questa o quella tendenza politica, di potere, ideologica, scade quindi dal ruolo d’informazione rivoluzionaria e diventa informazione fittizia, sostanzialmente controrivoluzionaria.

In questo senso ci pare anche non sufficiente il detto, “le idee vengono dai fatti”. Detto vero, senza dubbio, ma che nega, o non mette in risalto, l’altro aspetto della realtà, che anche le idee sono fatti, la qual cosa è molto diversa dall’affermazione che i fatti vengono dalle idee, affermazione banalmente idealista. Idee e fatti sono distinguibili solo sul piano astratto, in concreto sono tutti fatti quando si scontrano nella realtà e hanno conseguenze concrete, spesso irreparabili.

Il compito dell’informazione rivoluzionaria anarchica

La parola d’ordine per lanciare la sottoscrizione in Francia per “Le monde libertaire” settimanale è stata: “È l’ignoranza che fa i rassegnati, l’informazione deve fare i ribelli!”. Certo, una gran bella frase. Ma cosa significa, in concreto, “fare ribelli”? Si possono forse, i ribelli, costruire su misura nel chiuso di un laboratorio ideologico? È possibile costruire un meccanismo d’informazione (ad esempio, un giornale) che “faccia ribelli”? E se non è possibile, se è altro che “fa ribelli”, a che cosa serve un simile meccanismo?

Il problema è molto delicato e merita un approfondimento. Utilizzare lo schema marxista della distinzione tra base e sovrastruttura, fra realtà e ideologia, non produce nulla se non conosciamo che cosa è la base e che cosa è la sovrastruttura.

La base, il reale, è costituita da una serie di comportamenti nello spazio e nel tempo, comportamenti di individui e gruppi che si considerano direttamente osservabili. Ma le ideologie, o meglio, l’insieme dei processi ideologici (che spesso chiamiamo culturali) non sono un miscuglio eterogeneo privo di senso. Come i comportamenti della base hanno un loro “senso” teorico, così i processi ideologici hanno il loro, ambedue sono sistemi complessi, organizzati, in altre parole sono fatti che si scontrano con la stessa violenza di altri fatti, quelli che abbiamo considerato come “comportamenti” e che i marxisti inseriscono per intero nelle forze produttive.

Abbiamo pertanto uno scontro di comportamenti che produce una “teoria di questo scontro”, una teoria che è là, davanti a noi, e che nessun ideologo si sogna di inventare, scalfendone al massimo la superficie con le sue riflessioni. Abbiamo poi uno scontro ideologico che non è meno violento, che è frutto di fatti e che determina fatti, che è fatto esso stesso.

Il compito dell’informazione rivoluzionaria anarchica è pertanto quello di inserirsi in questo rapporto, producendo idee che si scontrano con le ideologie prodotte dal sistema, ma ricavando queste idee dai fatti, cioè dallo scontro dei fatti. Solo così le idee messe in circolazione dalla informazione divengono fatti rivoluzionari.

Solo che i meccanismi di autocontrollo nella produzione delle idee producono una specie di difesa contro le conseguenze disgregatrici di quelle idee. Essendo queste idee anch’esse dei fatti, si verifica lo scontro tra fatti che provengono dall’insieme del movimento degli sfruttati, e fatti che provengono dal processo ideologico. Chi redige, poniamo, un giornale rivoluzionario, come dovrebbe essere “Le monde libertaire”, se si pone il compito di “fabbricare ribelli”, come qualcosa che va costruito all’esterno del movimento degli sfruttati, in una sede teorica che solo per definizione fa parte di quel mondo, ma che in concreto si pone lateralmente nello scontro frontale, mentre se vuole veicolare questo “qualcosa” nel movimento degli sfruttati, incontra l’ostacolo dell’incomprensione. Per quanto “facile” possa essere il suo linguaggio, per quanto ampio il suo raggio d’intervento, i risultati saranno sempre modesti. A impadronirsi delle tematiche del giornale rivoluzionario (che poi è ben altra cosa che “fabbricare ribelli”) sono sempre individui appartenenti a sparutissime minoranze, per lo più educati a letture consimili, o resi disponibili da oggettive condizioni di esistenza che hanno reso recepibile il messaggio. Questi limiti sono praticamente invalicabili. Non riconoscerli fa cadere nell’illusione illuminista o educazionista. In pratica nessuno può essere educato alla libertà se prima non è libero. Al contrario, non è certo il bisogno di libertà che si deve fare sentire agli sfruttati, quanto al contrario il senso della estraniazione e della settorializzazione, condizioni che i padroni hanno voluto per meglio perpetuare lo sfruttamento.

Così, il “fabbricare ribelli” può anche diventare un alibi per restare “fuori delle cose”, illudendosi che la fabbricazione dei ribelli sia possibile, come semplice fatto legato al mettere in circolazione certe idee e certe analisi.

Il nostro lavoro è così strutturato sulla base della realtà primaria, che resta il campo di lotta del movimento degli sfruttati, strutturazione che è anche condizionamento, stabilizzazione di limiti, persistenza di significati. Alla fine, quando ci affidiamo alla “redazione dell’informazione” non siamo più in grado di cogliere quello che si nasconde all’interno dello stesso testo che redigiamo. Le relazioni sociali vi si ripresentano integralmente anche a livello delle espressioni e dei giudizi. Ci illudiamo di “fabbricare ribelli” e non ci accorgiamo che noi stessi, fuori delle cose, siamo stati fabbricati dal “gioco delle parti” finendo per accettare il ruolo di “interpreti ufficiali dello scontro di classe”. Ora, questo ruolo ci viene affidato, con tanto di autorizzazione (tolleranza) dal potere repressivo, quando diventa scontata la nostra incomprensione dei meccanismi del movimento reale degli sfruttati. Quanto più siamo lontani da questi meccanismi, tanto più ci sono incomprensibili, quanto più siamo sicuri della validità delle nostre premesse ideologiche, tanto più queste si coprono di fumo, di polvere e di caligine, tanto più il potere è contento di tollerare il nostro mestiere di “fabbricare ribelli”.

Al contrario, assegnare un compito all’informazione rivoluzionaria anarchica, significa riconoscere l’infondatezza dell’illusione illuminista, significa rivolgersi ai fatti, non per il privilegio innato dell’azione, ma perché i fatti – e in primo luogo quel fatto colossale che è il movimento degli sfruttati – costituiscono già elaborazione di idee, cioè sono idee in atto. Solo così l’informazione resterà nel livello dei fatti e non scadrà in quello delle ideologie, solo così potrà sostenere l’impegno di chiarificazione dei fatti e affrontare lo scontro di smascheramento delle ideologie.

Abbiamo quindi alcuni fenomeni costanti nel movimento degli sfruttati. Tutti, come si è detto, ricevono significato generale e unitario dallo sfruttamento stesso, però sono fenomeni che hanno caratteristiche sufficientemente diverse per potersi isolare nell’ambito delle cause che li determinano e delle conseguenze a cui, a loro volta, danno vita. L’acutizzarsi dello scontro, in questi ultimi anni, ha prodotto il formarsi di avanguardie armate all’interno del movimento. Queste avanguardie hanno formazione autoritaria e perseguono una strategia armata chiusa, impostata su metodi partitici che non ci trovano d’accordo. Eppure noi stessi, come documentazione, abbiamo dato il massimo spazio possibile ai documenti di queste avanguardie. Ciò lo riteniamo giusto non solo sulla base di una vaga collaborazione o solidarietà rivoluzionaria, che non significherebbe nulla, quanto sulla base, ben più concreta, dettata dalla convinzione che il movimento degli sfruttati intende fare propria l’esperienza attuale di lotta armata, che intende approfondirla e condurla alle sue estreme conseguenze. Ora, il nostro compito di rivoluzionari anarchici è quello di documentare le realizzazioni in questo senso, spingendo e sollecitando queste realizzazioni e non collaborando a ucciderle con una critica ottusamente preclusiva di qualsiasi sviluppo esterno alle organizzazioni chiuse che oggi sono in azione, è quello di spingerci ancora più avanti, insieme al movimento degli sfruttati, sulla strada di una trasformazione strutturale, organizzativa e strategica delle forme di lotta armata oggi operanti, favorendo la costruzione di forme decentrate in mano agli sfruttati, che raccolgano le esperienze e gli errori delle organizzazioni storiche per mettere a frutto le prime ed evitare i secondi, sviluppando lo scontro.

Accanto al terreno specifico della lotta armata, si sviluppa, nel movimento attuale degli sfruttati, la tendenza verso l’autorganizzazione delle lotte. Questa tendenza, che rende logico uno sviluppo della stessa lotta armata in senso anarchico e non soltanto nella direzione che fino a questo momento ha avuto, si allarga però anche ad altri settori d’intervento nel conflitto tra sfruttati e sfruttatori. Il rifiuto, per il momento timido ma in futuro quasi certamente più ampio, della tutela sindacale, con la conseguente nascita di nuclei autonomi di base, si pone in relazione al ripresentarsi di nuove forze d’urto nella base studentesca che hanno forti caratteristiche di rifiuto dell’ideologia produttivistica dominante, e in relazione con le titubanze della base dei due grossi partiti di sinistra. Il lavoro continuo di recupero di questi movimenti, da parte dei sindacati, delle strutture universitarie e dei partiti, rientra nella logica della collaborazione e della reazione, ma non può essere fatto all’infinito, nel vago di un arrangiamento ideologico provvisorio nuove trasformazioni di struttura si renderanno necessarie. Qui, in questo punto focale delle indispensabili modificazioni dei rapporti di base, si pone il compito dell’informazione rivoluzionaria anarchica, compito che si individua, adesso, con facilità, nel riportare quelle istanze – che in se stesse costituiscono un grosso contributo teorico – agli obiettivi globali di liberazione del movimento nel suo insieme, indicando i pericoli delle modificazioni di struttura (basta pensare alla riconversione industriale, alle probabili leggi liberticide, ai blocchi della scala mobile, ai controlli di produttività, ecc.). Se, in se stesse, quelle tendenze non possono considerarsi rivoluzionarie e anarchiche proprio perché mancano di quella determinazione specifica che è frutto della maturazione nella scelta dei mezzi e degli obiettivi, se molti interessi sono in gioco nella loro manipolazione, se molte forze che oggi concorrono a renderle sostanziali sono disponibili a una collaborazione col potere per un qualche piatto di lenticchie, ciò non toglie che. nel loro insieme, nell’espressione organica del movimento degli sfruttati che le manifesta, quelle tendenze siano espressione rivoluzionaria capace di mettere in moto i progetti informativi che costituiscono uno dei punti di riferimento di ogni possibile maturazione.

Autonomia dell’organizzazione rivoluzionaria, autogestione delle lotte (premessa dell’autogestione della produzione), lotta violenta (armata) contro un potere repressivo violento. Tutto ciò fa parte della proposta teorica che ci viene dal movimento generale degli sfruttati. Ogni tentativo di coloro che vogliono farci vedere questo movimento come il teatro dello scontro riformista, deve essere condannato come funzionale alla persistenza dello sfruttamento. Se non c’ê dubbio che gli sfruttati sono disponibili ad accettare il tozzo di pane che viene loro gettato dai padroni, non c’è nemmeno dubbio che sempre maggiori strati tra loro prendono coscienza dell’insostenibilità della situazione. Lo scontro si radicalizza. Le nebbie ideologiche si diradano. E quando dalla rabbia contenuta si passa alla rabbia con le armi in pugno, è tempo di disperazione e dolore per i padroni e i loro servitori.

 


[Pubblicato su “Anarchismo” n. 13, gennaio-febbraio 1977, pp. 24-32]

I limiti dell’anarcosindacalismo

Il dibattito sui veri o presunti fondamenti rivoluzionari dell’anarcosindacalismo non si è mai interrotto. In questi ultimi anni si è visto però un riaccendersi dell’interesse e un rifiorire delle analisi. Forse sarebbe stato meglio che al posto di tanto materiale teorico, anche recente, ci fossero state esperienze concrete, di carattere organizzativo, esperienze realizzate all’interno del movimento degli sfruttati, cosa quest’ultima praticamente impossibile, visto che il movimento anarchico, tranne fenomeni marginali, anche nelle realtà in cui è sviluppato (come in Italia) è sostanzialmente un movimento di opinione fuori della struttura organizzativa operaia. Per cui, trovandosi fuori, spesse volte si è abbandonato a lunghi soliloqui sull’utilità dell’anarcosindacalismo, guardandosi indietro e traendo dai fatti del passato, (Francia, Italia e Spagna) occasione per nuove riflessioni.

Il dilemma proposto sarebbe questo, la rivoluzione sociale non può raggiungersi di colpo, come non può realizzarsi in tutto il mondo nello stesso tempo. Ciò determina la necessità di elaborare una strategia di avvicinamento. Ogni strategia non può essere ciecamente affidata alla spontaneità delle masse, ma deve essere studiata e discussa a priori, controllata e seguita nel corso del suo realizzarsi, modificata e migliorata non appena se ne vede la necessità. Quindi, questa strategia immagina un’organizzazione separata dalle masse, una organizzazione specifica che provvede a elaborarla, applicarla e, all’occorrenza, modificarla e migliorarla. Domanda finale: che carattere deve avere questa organizzazione? Deve basarsi sul mondo del lavoro e assumere struttura sindacale? Oppure deve prospettarsi un obiettivo immediatamente rivoluzionario, agendo, se il caso, anche al di là degli immediati interessi della classe lavoratrice, in una organizzata rottura delle condizioni produttive che rendono possibile la continuazione dello sfruttamento?

L’alternativa così ristretta è mal posta. Il difetto, secondo noi, è nel porre l’organizzazione rivoluzionaria anarchica in un certo modo di fronte alle masse, e nel farla depositaria assoluta della strategia rivoluzionaria. Anche quando si deve ammettere la necessità di un’organizzazione specifica, se non altro per motivi di sopravvivenza del progetto rivoluzionario che altrimenti andrebbe smarrito nella serie di invenzioni repressive attuata dal potere (in particolare dal potere socialdemocratico), ciò non significa che l’elaborazione della strategia (e quindi anche l’adeguamento delle strutture dell’organizzazione a questa strategia) debba essere un fatto esterno alle masse.

Oggi si cade in questo equivoco, per lo stesso motivo per cui possediamo quasi esclusivamente analisi e discussioni e quasi nessuna esperienza concreta di carattere organizzativo (sia essa a base sindacalista o a base autonoma). Fuori delle realtà di lavoro, il movimento anarchico non può salire sulla propria testa e si sforza di darci quello che può, e questo è costituito da teorie anarcosindacaliste e non da esperienze di lotte anarcosindacaliste. Ogni discorso critico del rapporto anarchismo-sindacalismo oggi deve partire da questa considerazione di fondo.

In questo scritto svilupperemo una critica tecnica dell’anarcosindacalismo, rimandando per quanto riguarda la critica politica del sindacalismo in generale (cfr. Critica del sindacalismo, prima edizione, Catania 1998, seconda edizione, Trieste 2007). Il lavoro che teniamo presente, nell’elaborare questa critica tecnica, è quello di Pierre Besnard, così come è stato sviluppato nel libro Il mondo nuovo, (Catania 1977).

Pierre Besnard, anarcosindacalista, ferroviere, fu segretario generale (dal maggio 1921) dei Comitati sindacalisti rivoluzionari, la tendenza rivoluzionaria della Confédération Générale du Travail che, in quell’epoca, si oppose ai riformisti, guidati da Léon Jouhaux. Besnard era un vecchio sindacalista. Era stato segretario della commissione permanente mista del sindacato parigino dei ferrovieri, membro della commissione esecutiva della federazione nazionale degli impiegati delle ferrovie. La sua tesi è molto semplice: “Tutto il potere ai sindacati”.

Lo sviluppo delle sue teorie, emergenti da una costante pratica all’interno del movimento sindacale francese del periodo anarcosindacalista, hanno una notevole caratteristica, prendono l’argomento dell’organizzazione postrivoluzionaria anarchica, legando quest’ultima alle condizioni del movimento sindacale nel periodo prerivoluzionario.

I punti fondamentali del suo discorso sono due: a) solo il sindacato anarchico è strumento valido per arrivare alla rivoluzione sociale, b) l’organizzazione della vita della società rivoluzionaria non è altro che una trasformazione dell’organizzazione sindacale del periodo precedente.

Se ben si riflette, ogni tesi anarcosindacalista deve ridursi a questo. Solo che a volte i compagni, navigando nel vago delle teorie, non hanno la possibilità, come l’ebbe Besnard, di affrontare discorsi organizzativi specifici e, quindi, danno l’impressione che le cose stiano diversamente. Se Besnard sosteneva: “Tutto il potere ai sindacati”, sosteneva pure che il solo sindacato veramente rivoluzionario è quello anarchico. Ma non bisogna cadere nella facile conclusione: allora sosteneva, “Tutto il potere agli anarchici”. Sarebbe una critica superficiale e farebbe torto all’interessante schema organizzativo costruito e verificato su esperienze concrete. Forse sarebbe più onesto dire che, legandosi a un’organizzazione sindacale, agente quindi nel campo dell’economia e del lavoro, non facilmente si può uscire da un discorso di potere. Se non altro perché non saranno certo soli gli anarchici sul fronte dello schieramento rivoluzionario. E le cose in Spagna, dopo che fu scritto e pubblicato il lavoro di Besnard, non andarono diversamente. Quando l’organizzazione sindacale è depositaria della strategia rivoluzionaria, le si apre davanti la strada del potere, perché questo è intrinsecamente legato alle strutture economiche e del lavoro. Se queste devono mantenersi intatte, onde assicurare il passaggio alla società “nuova”, intatto si mantiene un “certo” potere, che bene o male da qualche parte deve andare a finire.

Non solo, ma i sindacalisti più impegnati, i compagni che più si dedicano (hanno modo di dedicarsi) al fatto organizzativo, sono tanto preoccupati che qualcosa di strano avvenga in questo evolversi controllato delle strutture, che quasi sempre, a fianco dell’organizzazione sindacale, danno vita ad altre organizzazioni, spesso clandestine, di tipo bakuninista, dirette a garantire in ogni modo questo passaggio, a controllare i movimenti degli avversari, a studiare i mezzi d’intervento per la strategia che ritengono giusta.

Besnard non si sottrae a questa necessità e, per quanto non ne parli nel lavoro che teniamo presente, stabilisce un patto segreto con alcuni compagni nel febbraio del 1921 che risulta essere né più né meno che una società segreta, parallela all’organizzazione sindacale.

Non sarà certo questo a scandalizzarci, solo serve a confermare che siamo davanti a un progetto di potere che presume l’abolizione del potere stesso, con tutte le contraddizioni del caso e, siccome queste contraddizioni sono palesi anche agli stessi militanti che s’impegnano in prima persona nella lotta, si rende necessaria una carta di riserva, quella dell’organizzazione segreta.

Comunque, anche prescindendo da questo, resta il fatto, visibilissimo nel lavoro di Besnard, che i compagni sindacalisti anarchici, lavorando all’interno della realtà lavorativa, finiscono per identificarla con la “realtà” nel suo complesso, operaizzando il processo rivoluzionario. Fatto di non trascurabili conseguenze.

Non oggettivando la classe proletaria nel senso marxista, non caricandole significati metafisici che sono lontani dall’ipotesi di lavoro anarchica, oggettivano il sindacato stesso, in quanto strumento di quella classe e in quanto strumento della strategia rivoluzionaria. Essendo il mondo del lavoro un mondo in cui prevale macroscopicamente il fatto organizzativo, in cui la spontaneità e la creatività sono state, per tempo, allontanate e distrutte, questi compagni finiscono per avvertirne le conseguenze. Il progetto rivoluzionario viene così ridotto “solo” al fatto organizzativo. In questo modo, si sviluppano altre conseguenze non meno pericolose. Nasce l’idea di un determinismo sindacale, si condiziona tutto alla gestione dell’economia.

Il determinismo sindacale deriva dalla pretesa che spiegando il progetto organizzativo al proletariato, questo possa senz’altro rendersi conto di quello che bisogna fare per arrivare alla rivoluzione. La fiducia si basa sulla semplice deduzione che il proletariato è legato al mondo del lavoro, che quanto gli si dice è inerente al mondo del lavoro, che quanto gli si prospetta non è che una graduale modificazione di strutture esistenti e operanti nel mondo del lavoro.

La preminenza data all’economia, deriva dall’idea che la rivoluzione sociale non sia altro che una sostituzione dell’amministrazione alla politica, idea di evidente origine liberale (sansimoniana), largamente sviluppata dall’individualismo anarchico americano nelle sue intenzioni di limitare al massimo l’attività dello Stato nel campo d’azione dell’individuo. Certo, la società liberata sarà una società pur sempre amministrata e che avrà grossi problemi di amministrazione, e ciò anche quando saranno scomparsi i problemi politici determinati da una certa distribuzione dei rapporti produttivi, ma sarà anche una società in cui saranno messe in moto forze tali che sconvolgeranno non solo l’amministrazione “di fatto”, ma anche le nostre attuali idee sull’amministrazione, anche quelle più avanzate. E sarà proprio ciò a determinare il tramonto della preminenza dell’economia.

Ma il sindacalismo anarchico, accettando l’ipotesi suddetta e legandola a un certo determinismo educazionista, non si accorge di costruire un modello di potere che reagirà, nella logica di tutti i poteri, contro quelle istanze e quelle forze che, nel fatto rivoluzionario, usciranno dalla logica prefissata nei minimi particolari, la logica determinista della preminenza.

Sviluppando la tesi della continuità tra la vecchia situazione prerivoluzionaria e la nuova postrivoluzionaria si devono adattare alcuni organismi già esistenti al lavoro costruttivo rivoluzionario, rafforzandoli e creandone di nuovi. Secondo Besnard, questi organismi devono, nel loro insieme, restare sotto il controllo del sindacato. Ogni idea d’autonomia è esclusa. Egli scrive: “Il sistema che propongo ha per scopo di eliminare completamente lo Stato, di rendere solidali in un lavoro comune tutti i lavoratori, operai, tecnici e scienziati, di garantire agli individui e ai gruppi il massimo di libertà, di dare a tutti modo di esercitare pienamente la loro iniziativa nella pienezza della loro responsabilità, di stabilire il controllo di tutti, fraterno ma severo, su ogni azione individuale e collettiva”.

La struttura suggerita si basa sull’organizzazione della produzione industriale e prevede i seguenti organismi, Comitati di reparto, Consigli di fabbrica, Sindacato d’industria, Federazione regionale d’industria, Federazione Nazionale d’industria e Federazione Internazionale d’industria.

I Comitati di reparto, elemento classico di difesa degli sfruttati al momento attuale, dovranno essere incaricati di “dirigere la produzione al posto della direzione capitalista, in accordo con i Consigli di fabbrica”. Questi ultimi, una volta che si opereranno le trasformazioni rivoluzionarie nella produzione, saranno gli organi di gestione dell’impresa. Spetterà a loro la direzione tecnica, amministrativa e sociale della produzione, con l’aiuto dei Comitati di reparto, ma “sotto l’effettivo controllo del Sindacato d’industria della località”.

Questi due primi elementi dell’organizzazione sindacale della produzione avranno entrambi due sezioni, una tecnica e una sociale. I compiti della prima saranno relativi all’organizzazione del lavoro, al perfezionamento della produzione, “ad elevare il rendimento al livello richiesto dal consumo, i bisogni del quale saranno indicati dall’Ufficio di Statistica”, alla diminuzione della durata del lavoro umano e della fatica fisica. Tutti i miglioramenti ottenuti dovranno essere diffusi tramite il sindacato e con i mezzi di quest’ultimo. Tutti i lavoratori collaboreranno a ciò. Nel corso di assemblee periodiche si cercheranno in comune migliori metodi di lavoro. I compiti della sezione sociale saranno diretti ad “assicurare ai lavoratori il massimo di benessere, d’igiene e di sicurezza, a regolamentare, d’accordo con gli interessati e tenendo conto dei bisogni della produzione, la durata e le condizioni di lavoro”. “In una parola il loro ruolo consiste nell’interessarsi il più possibile alla vita del produttore sul luogo stesso del suo lavoro, a educarlo, a sviluppare in lui le qualità umane e, in primo luogo, l’aiuto reciproco, la solidarietà, la pazienza e la tolleranza, oltre – e soprattutto – il senso di responsabilità”.

A far parte dei consigli di fabbrica e d’impresa saranno chiamati gli “elementi più qualificati in ogni servizio”. “Questi organi avranno il compito di fare funzionare l’impresa e di amministrarla in nome della collettività, sotto il controllo del sindacato d’industria e dei propri mandanti. I componenti di questi organi saranno responsabili della loro attività davanti a tutti i lavoratori della loro industria nelle loro località”.

Ma la vera “cellula di base” della produzione locale è il Sindacato d’industria. E questo perché sia i Comitati di reparto che i Consigli di fabbrica o d’impresa, essendo specializzati in un’industria o in una speciale branca di questa, “non sono in grado di organizzare, nella località, la produzione di tutta un’industria, né di assicurare i rapporti effettivi e indispensabili fra tutte le imprese della stessa natura”.

Le Federazioni regionali d’industria assicureranno in una data regione le migliori condizioni di sviluppo della vita economica, attraverso la coordinazione attuata dai loro uffici tecnici e dalle loro sezioni locali. Queste federazioni avranno degli uffici incaricati di seguire le materie prime, la produzione, la mano d’opera, le nuove invenzioni e la statistica. La coordinazione di queste attività deve sempre rientrare nell’ambito del Consiglio economico regionale. Le varie Federazioni regionali d’industria costituiscono, a livello nazionale, le Federazioni nazionali d’industria e, a livello internazionale, le Federazioni Internazionali d’industria. Tutti questi organismi sono puramente tecnici.

Questa struttura è considerata con ottimismo da Besnard. Egli scrive: “Perfettamente federalista, conforme ai nostri princìpi [questo sistema], permette altresì di partecipare con profitto alla marcia d’insieme dell’organizzazione industriale. Non ha, beninteso, niente di immutabile ed è suscettibile di ricevere, senza risentirne, tutte le modifiche che la pratica e l’esperienza potranno imporre. Tuttavia, già così com’è, esso rappresenta, a mio avviso, un minimo necessario. Permette di superare senza troppe difficoltà il periodo transitorio della rivoluzione e di esaminare l’avvenire con fiducia”.

Già a questo livello del progetto organizzativo si impongono alcune riflessioni. Appare evidente il sovraccarico di responsabilità, di incombenze e di decisioni (scelte) che viene addossato al sindacato. Ci si può chiedere fin d’ora ma lo Stato, quello che si vuole eliminare, di che cosa era costituito? Nella realtà concreta da un enorme ammasso burocratico di fatti organizzativi, sostenuto dalla repressione, dall’ignoranza, dalla proprietà privata. Benissimo. Ma, facendo attenzione, oltre a questi pilastri evidenti dello Stato ne esiste un altro, più nascosto ma non meno importante, l’accettazione di un organismo superiore che prende decisioni al nostro posto, organismo che ci illudiamo di controllare e che sempre, per naturale ragione delle cose, sfugge al nostro controllo. Ora, la struttura sindacale anarchica, com’è naturale, adotta alcuni accorgimenti per ovviare a inconvenienti di potere, come la continua verifica assembleare della base, la funzione fondamentale dei Comitati di reparto e Consigli di fabbrica, la revocabilità delle nomine, ed altro che vedremo più avanti ma, una volta che si affidano tanti compiti a una struttura specifica come quella sindacale, non si corre il rischio di nientificare il controllo, di esautorare il potere assembleare, di annullare l’effettiva revocabilità delle nomine? Chi si sentirà, quando tutte le notizie saranno gestite dal Consiglio economico regionale in un certo modo, di affrontare critiche e scontri senza un’opportuna documentazione che non può possedere perché appartiene al sindacato? In che modo un Comitato di reparto potrà arrogarsi il diritto di discutere una decisione del Sindacato d’industria se, per definizione, non è certo esso a gestire le informazioni ma quest’ultime gli perverranno attraverso un meccanismo di centralizzazione, di elaborazione e di successiva distribuzione verso la base? Si può essere certi che molti compagni resteranno bloccati davanti a difficoltà di questo genere, e in tutta coscienza non se la sentiranno di agire in un modo critico di fronte al sindacato. Nascerà quindi una opinione corrente, opinione che ben presto si trasformerà in dogma, dogma che farà sviluppare un’ideologia sindacale.

In che modo allora i Comitati di reparto potranno, in concreto, “dirigere la produzione al posto della direzione capitalista”? E in che modo i Consigli di fabbrica potranno, di fatto, essere gli organi di gestione dell’impresa? Se tutto deve avvenire “sotto l’effettivo controllo del Sindacato d’industria della località”, sarà piuttosto quest’ultimo a risultare investito della direzione e della gestione dell’attività produttiva, mentre quegli organismi assembleari, mancando dell’elemento informativo, finiranno per diventare le teste di turco, adatte a fare approvare, in forma popolare, le decisioni della struttura specifica.

Salta subito agli occhi il grosso problema dell’informazione. Nessun passo in avanti sulla strada della definitiva liberazione potrà essere fatto se prima di tutto i produttori non si impadroniranno e gestiranno, in proprio, l’informazione tecnica e sociale, il cui controllo, oggi nelle mani di pochi, costituisce l’elemento fondamentale del potere.

Per altro, se la produzione socializzata in forma libertaria deve contribuire alla riduzione dello sfruttamento, lo deve fare cominciando a modificare i consumi (cioè i bisogni) e i rapporti tecnici della produzione. Quindi dovrà verificarsi uno spostamento dei consumi dal settore signorile a quello sociale (cosa questa che anche la socialdemocrazia intende fare) e una ulteriore semplificazione della vita, cioè una profonda trasformazione nella qualità della vita stessa. Solo così si potranno ridurre gli sprechi, salvare quello che resta della natura, riportare l’uomo davanti a un modo diverso di intendere il concetto stesso di produzione e consumo. Ma tutto ciò sarà impossibile senza una conquista dell’informazione da parte degli sfruttati in prima persona.

Facciamo un esempio concreto. Secondo il modello organizzativo anarcosindacalista che stiamo esaminando si dovrebbero rafforzare e migliorare le strutture sindacali esistenti rendendole adatte ad affrontare il periodo del passaggio rivoluzionario alla società nuova. Quindi andrebbero anche migliorati e rafforzati i sindacati d’industria dei settori della produzione signorile. Ma, se il processo stesso della rivoluzione passa attraverso un profondo cambiamento nella distribuzione dei consumi, a un certo punto ci si deve decidere per l’abolizione di una certa produzione, per una generale semplificazione della produzione nel suo complesso. Verrebbero così a cadere i sindacati d’industria dei settori di cui si decide l’abolizione. Nulla di grave per i lavoratori impegnati in questi settori, che saranno assorbiti dagli altri settori e che troveranno un modo d’intervento nella nuova realtà rivoluzionaria molto più impegnativo e interessante del vecchio lavoro, ma i sindacalisti, cioè quei compagni che si erano fino ad allora impegnati nell’attività sindacale di quei settori? Mi si potrà rispondere che non esistono sindacalisti professionisti nella concezione anarchica del sindacalismo, ma non mi si potrà negare che, in un modo o nell’altro, sono sempre gli stessi compagni che hanno il tempo, la pratica, le capacità e la dedizione di dedicarsi all’impegno sindacale. Certo, nel modificarsi della qualità della vita le cose cambieranno, ma prima di questa modificazione, quando il cambiamento deve verificarsi, o sta per verificarsi, quando tutti dovrebbero essere impegnati a favorire la sua attuazione, non ci saranno forze interne allo stesso movimento rivoluzionario che avranno interessi precisi che non si verifichino modificazioni? Infatti, l’abolizione del sindacato d’industria di un certo settore significherebbe per alcuni compagni la perdita di una prospettiva d’intervento, di incidenza nella realtà sociale, prospettiva che si sono costruita con anni di sacrifici. Significherebbe per loro lo snaturamento di di conoscenze, di specificità che hanno appreso con pena e che così facendo sfumerebbero in un attimo. Altrove, nei sindacati d’industria di altri settori, non avrebbero competenza e non sarebbero ascoltati come avveniva nel loro vecchio sindacato, sarebbero militanti di base, semplici operai della rivoluzione, con in più la coscienza che, in un modo o nell’altro, altrove, proprio nei sindacati d’industria, risiedono le condizioni per portare avanti la rivoluzione, mentre la base non può che approvare queste condizioni e, molto difficilmente, deciderle autonomamente.

È ovvio che le considerazioni che facciamo vanno prese con cautela, perché sicuramente i processi di cambiamento, tipici del fatto rivoluzionario, scateneranno tali forze spontanee di tipo organizzativo, da rendere molto approssimativa l’analisi che facciamo. Ma, ci chiediamo, perché non tenere presenti queste forze nel momento di valutare (a priori) le possibilità d’azione della struttura sindacale, e invece limitarsi a tenerle presenti riducendole a valvola di sicurezza contro gli istinti di potere di qualche individuo che si autoconsidera più o meno sacrificato? O ci si decide a tenere conto dell’elemento spontaneo e creativo della rivoluzione, e quindi anche del valore della distruzione che questa andrà a operare, oppure, quando si parla di “rafforzare e migliorare” le strutture sindacali esistenti per andare incontro al fatto rivoluzionario, si deve intendere tutto ciò soltanto come “rafforzamento” e basta.

Lo stesso Besnard è costretto ad ammettere, “È necessario che le Federazioni agricole e le Federazioni industriali, abbiano un loro posto autonomo nel movimento sindacale moderno e che, perché questo possa adempiere la sua missione, queste Federazioni devono assolutamente esistere prima, durante e dopo la rivoluzione”.

Problemi paralleli sorgono riguardo l’organizzazione della produzione agricola, aggiungendo poi il problema dei rapporti tra settore produttivo industriale e settore agricolo.

L’unità di base dell’agricoltura è il contadino lavoratore. I Comitati agricoli e i Consigli di fattoria svolgono ruoli paralleli agli organi dell’industria collocati allo stesso livello, mentre il sindacato resta sempre la cellula di base. Sarà sempre il sindacato, informato dagli Uffici specializzati della località, ad avere il compito di fissare e ottenere la quantità di produzione necessaria, seguendo inoltre il miglioramento della qualità, in base al carattere del suolo, dell’allevamento, delle diverse colture. Al sindacato spetta la scelta del terreno adatto a certe colture, il rifornimento dei fertilizzanti, i lavori di irrigazione, di illuminazione, di forza motrice, ecc. Sarà il sindacato che rappresenterà i lavoratori presso l’Unione locale dei Sindacati e consentirà così di partecipare alla vita sociale della località. Le Federazioni regionali dei sindacati agricoli saranno legate con quelle nazionali e queste con quelle internazionali.

Si colloca qui un dilemma, la rivoluzione nascerà nelle campagne o nelle città industriali? A una prima considerazione il dilemma non sembra importante. Se dovesse prevalere l’iniziativa di un settore produttivo ai danni di un altro il sindacato sarà sempre in grado, una volta strutturato sulla base anarcosindacalista, di intervenire efficacemente nel vivo della lotta. Infatti, le strutture nei due settori sono praticamente identiche. Però, approfondendo il problema, ci si accorge che lo scatenarsi della rivoluzione nelle campagne sarà cosa diversa dallo scatenarsi nelle città industriali, e sarà diversa sia come obiettivi immediati che essa potrà porsi, sia come possibilità di un rapporto di collaborazione tra i due settori.

Infatti, lo schema di Besnard tiene conto della possibilità di sindacare i contadini e di organizzarli attraverso i Comitati agricoli e i Consigli di fattoria. Ma questa possibilità varia col variare delle situazioni nei diversi paesi. Oggi, una previsione del genere sarebbe valida per l’Inghilterra, ma non per l’Italia meridionale, la Francia meridionale, buona parte della Spagna. Difficoltà di questo tipo hanno bloccato alcuni spunti libertari recentemente [1975] in Portogallo. Al contrario, la necessità di realizzare strutture più o meno parallele, come in Algeria, ha portato a rafforzare enormemente il governo centrale, pur mantenendo una periferia agricola divisa in comuni autonome (si fa per dire).

Avremo allora che, in situazioni come quella inglese, le differenze tra un inizio rivoluzionario nelle campagne o nelle città industriali, non saranno rilevanti, perché i lavoratori delle industrie e quelle delle campagne saranno, in massima parte, sindacati nelle grosse organizzazioni. Resterebbe il fatto, non marginale, di trasformare queste organizzazioni in strutture a base anarcosindacalista. L’impossibilità di quest’ultimo lavoro non è solo una questione di circolazione di idee, di educazione, ma anche una questione di rapporti di produzione. Il capitalismo inglese ha avuto da moltissimo tempo l’aiuto dei sindacati, si è quindi strutturato di conseguenza, contando su lunghi periodi di “pace sociale”. Per questo ha favorito in ogni modo il processo di sviluppo sindacale, integrando i lavoratori in una struttura che è chiaramente reazionaria. Nello stesso tempo, è stata la stessa “pace sociale” che ha favorito il fiorire del capitalismo nelle campagne inglesi. Abbiamo pertanto da un lato un’astratta situazione più favorevole all’impiego del modello organizzativo anarcosindacalista, dall’altro una concreta situazione negativa dipendente dall’integrazione monolitica della classe degli sfruttati. E il modello inglese è costante in tutte le società che sono riuscite, tramite lunghi periodi di “pace sociale”, a strutturare processi produttivi capitalisti a tasso di profitto più o meno costante.

L’altra ipotesi, quella dell’attuale estraneità del mondo contadino alle strutture sindacali, potrebbe essere, paradossalmente, più favorevole al discorso anarcosindacalista, ma richiederebbe molto tempo e un impegno considerevole. Non si potrebbe qui parlare di “rafforzamento” di strutture esistenti, ma di creazione di nuove strutture. In tale prospettiva, si sarebbe tentati di privilegiare il fatto rivoluzionario nelle città anziché nelle campagne, in attesa che si possa organizzare in queste ultime su base sindacale.

Intendiamo dire che, malgrado le forme strutturali identiche tra i due settori, il movimento anarcosindacalista non può considerare “identici” questi settori dal punto di vista della prospettiva rivoluzionaria. Volendo escludere quell’elemento della spontaneità organizzativa che, per definizione, viene messo in secondo ordine dalla tesi anarcosindacalista, restano alcune perplessità. Se la rivoluzione parte dalle città industriali, prenderà corpo con l’occupazione dei mezzi di produzione. I contadini – non sindacati – dovrebbero, in questa eventualità, mettersi al traino del progetto rivoluzionario e impegnarsi a sostenerlo con il loro fondamentale contributo. Davanti alla rottura del mercato capitalista, al primo posto nella scala dei valori arriveranno subito i prodotti agricoli, generi di prima necessità. Questa cosa potrebbe portare a una viva insofferenza tra i contadini, che si vedrebbero così ridotti al rango di sostenitori di qualcosa che avviene altrove e che, almeno nei primi tempi, ha tutto l’aspetto dell’iniziativa industriale e cittadina. Solo la creazione di nuove strutture può, qui giunti, salvare la rivoluzione. In caso contrario si scatenerà una reazione contadina contro la rivoluzione, una reazione che prenderà la forma del rifiuto di quanto appare organizzato e realizzato dalla città e degli sfruttati dell’industria.

Se la rivoluzione parte dalle campagne, potrà anche strutturarsi sulla base del comune agricolo libero o sulla base dei Comitati agricoli, ma saranno tutte strutture in contrasto col modello organizzativo sostenuto dalle città industriali. Solo dopo molte esperienze e dopo non pochi interventi diretti ad aprire la collaborazione, si potrà sperare di stabilire un primo contatto. A questo punto non è facile prevedere cosa può succedere nelle città, specie quando la non chiara posizione dei Comitati di fabbrica e di quartiere, impedirà una immediata collaborazione con i Comitati agricoli. Parlare qui da che parte andrebbe a collocarsi la reazione contro il fatto rivoluzionario, da che parte i vecchi padroni potrebbero andare a trovare nuovi alleati, non è facile. Solo la prospettiva dell’emergere di una nuova creatività può dar fiducia riguardo al superamento di questo limite.

Non bisogna dimenticare, tra le altre cose, che per quanto l’organizzazione anarcosindacalista più nota si presenti come una struttura che parte dal basso e che colloca i suoi organi decisionali nelle assemblee dei comitati e dei consigli periferici, sussiste sempre il problema della polarizzazione delle minoranze. Cioè, su ogni decisione si formeranno maggioranze e minoranze. Fatto ineliminabile, se si vuole andare avanti, in quanto solo sulle questioni di principio si può giustamente pretendere l’unanimità. Ma, come abbiamo visto, i dibattiti e le decisioni non potranno dirsi veramente autonomi, in quanto la gestione dell’informazione (come qualsiasi altra gestione tecnica), sarà sotto il controllo del sindacato d’industria e dell’unione sindacale, con il controllo finale del Consiglio economico regionale. Avremo pertanto che nelle discussioni di assemblea il formarsi delle minoranze sarà orientato in un senso abbastanza uniforme, e ciò come conseguenza della scarsità di informazioni autogestite. Il problema appare marginale se visto solo nella prospettiva tecnica. Cioè, se un dato terreno deve coltivarsi in un modo o in un altro, presumibilmente sarà problema che i contadini conosceranno meglio di chiunque, e su di esso sarà facile raggiungere una unanimità o quasi che garantirà l’efficienza dell’organizzazione di base. Ma non tutti i problemi sono così semplici, e non tutti sono soltanto tecnici. Alcuni problemi sono complessi e presentano contemporaneamente aspetti tecnici, sociali, militari, morali, e ciò accade quasi sempre quando sono problemi attinenti al fatto rivoluzionario. Ora, siamo certi che questo tipo di problemi determinerà la formazione di contrasti, come si è detto, abbastanza polarizzati, e ciò a seguito del controllo dell’informazione che, bene o male, deve passare attraverso la struttura sindacale. La formazione di queste minoranze, polarizzate su interpretazioni abbastanza costanti di alcuni problemi, e costantemente in contrasto con l’interpretazione suggerita dalla struttura sindacale, interpretazione, quest’ultima, che troverà sempre modo di prevalere all’interno delle assemblee di base, finirà per solidificarsi in una vera e propria corrente antiorganizzativa, antisindacale, antirivoluzionaria, ecc.

Bisogna comprendere bene. Non è che ogni contrasto con la maggioranza getti la minoranza in braccio alla reazione. Al contrario, sarà proprio la minoranza ad alimentare gli stimoli più significativi del fatto rivoluzionario, perché stimoli autonomi, o comunque critici della struttura di controllo. Solo che quando queste contraddizioni si polarizzeranno in forma costante, quando la limitatezza dell’informazione le solidificherà in indirizzi univoci, quando il fatto rivoluzionario stesso, vissuto esclusivamente attraverso la struttura sindacale, verrà considerato un “fatto gestito dalla maggioranza”, la conclusione possibile è una sola, la minoranza, malgrado i suoi spunti autonomi e rivoluzionari, sarà a poco a poco, condotta nelle braccia della reazione.

A questo punto dovrà scattare obbligatoriamente il meccanismo repressivo del sindacato. La struttura di controllo non potrà (giustamente) più vedere nel contrasto all’interno delle assemblee di base una semplice divergenza di opinioni, ma un focolaio della reazione. Solo che, nel frattempo, il quadro stesso della rivoluzione è cambiato. Gli stimoli iniziali che l’avevano prodotta saranno stati eliminati da una duplice, convergente, azione controrivoluzionaria, da un lato la pretesa di controllare totalmente il fatto rivoluzionario, dall’altro le conseguenze negative generate da questo stesso controllo, la formazione di minoranze disinformate, facile preda della reazione.

A fianco di questi problemi, altri se ne delineano. La struttura di un paese che vive l’esperienza rivoluzionaria è, più o meno, la stessa del momento precedente allo scatenarsi della rivoluzione. Alcune zone avranno sviluppato di più il potenziale industriale, altre di meno, alcune saranno più sviluppate, altre meno sviluppate. La logica dello sviluppo diseguale, tipica del capitalismo, avrà segnato profondamente le diverse zone e non si vede perché questi segni debbano scomparire immediatamente davanti al fatto rivoluzionario. Da canto suo la struttura sindacale suggerita dagli anarchici, se tiene conto delle differenze tra zona e zona, se valuta le differenze profonde che tutto ciò causa anche sul carattere degli sfruttati, non propone che un mezzo intermedio di soluzione, le unioni regionali con i loro consigli economici.

La formazione di correnti d’opinione divergenti nelle assemblee, di cui si è detto prima, trova qui un grosso punto di riferimento. Quelle divergenze saranno presumibilmente tanto più radicali quanto più si cercherà di eliminare le differenze tra zone sviluppate e zone sottosviluppate. La coscienza sindacale, cresciuta all’interno di una lotta rivendicativa nella fase precedente alla rivoluzione, non potrà avere sviluppato, per tempo, quella coscienza di classe che apre la strada a considerazioni internazionaliste. La prima resistenza degli sfruttati delle zone sviluppate sarà quella di evitare i sacrifici necessari per aiutare i lavoratori delle zone meno sviluppate. Ragionando sulla base delle conseguenze organizzative di qualcosa che esiste oggi, in una fase chiaramente non rivoluzionaria, ed esisterà e agirà dopo, in piena rivoluzione, solo con alcuni miglioramenti e “rafforzamenti”, non si può non concludere che si dovrà rafforzare molto la struttura esistente, perché, con tutta certezza, si arriverà alla necessità di obbligare i lavoratori privilegiati a cedere una parte del loro privilegio a favore degli sfruttati meno privilegiati. Anche in questa eventualità l’unica obiezione possibile è quella dello sviluppo spontaneo di forze morali, che poi sono anche forze organizzative, tale che si sovvertiranno le deduzioni logiche fatte sulla base di una realtà precedente alla rivoluzione. Ma, ammettere ciò, significa anche limitare ogni concezione che pretende utilizzare il sindacato a fini rivoluzionari, in quanto potrebbe pure essere che i lavoratori, nella loro spontanea creazione rivoluzionaria, vedendosi davanti a uno strumento che è già stato inghiottito dalla tattica socialdemocratica, decidano di non usarlo e di trovare nuove soluzioni.

Altri contrasti potranno sorgere dal fatto che la struttura federativa, nel passaggio dalla fase regionale a quella nazionale, si inceppi sull’identificazione della dimensione della nuova nazionalità postrivoluzionaria. Infatti, non c’è motivo alcuno perché i confini del nuovo ordine sociale debbano coincidere con quelli del vecchio Stato. L’unica ipotesi che si può fare, in sede preventiva, è quella di favorire lo sviluppo e il consolidamento delle unità etniche zonali. Così si potrebbe avere il formarsi di federazioni nazionali che non corrispondono all’estensione del precedente territorio dello Stato capitalista abolito e che comprendono solo una parte (o anche una zona) delle regioni precedenti, o di altre partizioni valide per il sistema a controllo centrale. Ma chi deciderà il riconoscimento della dimensione etnica? E se questa dimensione dovesse corrispondere con le regioni più sviluppate, non ci sarebbero, da parte delle regioni meno sviluppate, delle remore per paura di restare tagliate fuori dagli aiuti che legittimamente si aspettavano? Anche qui l’unico discorso possibile è ancora quello della nuova situazione rivoluzionaria e della spontaneità creatrice.

Ma torniamo al Consiglio economico regionale e ai suoi uffici, che ci sembra il punto centrale del discorso organizzativo anarcosindacalista. Il primo ufficio che troviamo è quello della statistica. Il concetto di questa scienza è più o meno quello ottocentesco. La statistica, in mano ai lavoratori, è la soluzione stessa del problema rivoluzionario. Nella “Proposta della Conferenza di Valenza presentata alla Conferenza di Londra, degli internazionalisti spagnoli, redatta in data 12 settembre 1871, si legge: “La statistica completata in questo modo, e pubblicata a disposizione di tutti gli individui per l’espletazione di tutte le funzioni, è la liquidazione sociale praticata dal primo giorno, la rivoluzione attuata col solo fatto di averla incominciata”. Oggi la fede nella statistica, intesa in questo modo, è molto mutata. Non perché più sofisticate sono le tecniche e le elaborazioni dei dati raccolti, ma perché si è incominciato a capire che né la raccolta dei dati né l’elaborazione né la trasmissione sono faccende oggettive, asettiche, “scientifiche”, apolitiche. Tutto quello che concerne l’informazione riguarda direttamente il problema del potere. E un ufficio centrale (come sarebbe l’ufficio statistica di un Consiglio economico regionale), non può fare a meno, nella sua elaborazione, di privilegiare un certo indirizzo politico, scelto tra gli indirizzi politici suggeriti dalla stessa raccolta dei dati, curata dalla base. Nessuna di queste operazioni è esente dalla formazione di correnti di opinioni, che si traducono in modi diversi di procedere a una valutazione dei dati raccolti e a una discriminazione nella stessa scelta dei dati. Il mito oggettivo e ottocentesco della scienza quantitativa, oggi si è chiarito per quello che è, un’illusione ideologica della borghesia. È più che naturale che i compagni che si trovavano a lottare sul finire dell’Ottocento vedessero nella gestione autonoma della statistica della produzione e del consumo, un grosso strumento capace di realizzare, di già, la “liquidazione sociale”. E molto meno naturale che questo strumento venga considerato in modo simile oggi, e che non si sviluppino quelle critiche che lo renderanno utilizzabile per quello che è, uno strumento di misura che si porta dietro deformazioni della rilevazione, dovute alla diversa, e spesso contraddittoria, formazione delle opinioni.

Nello schema studiato da Besnard, un altro ufficio di grande importanza è l’Ufficio Credito e Scambi, del Consiglio economico regionale. Sul piano interno questo ufficio “fa circolare le merci e i prodotti ricorrendo a scritture contabili e senza l’intervento di una moneta di scambio”. Perfetto. L’eliminazione del denaro all’interno è un fatto rivoluzionario perché consente l’eliminazione degli accaparramenti e l’accumulazione del profitto. Ma sorge un altro problema, di cui bisogna discutere. Non basta un espediente tecnico adatto a evitare l’accumulazione capitalista, per aversi l’accumulazione sociale, a cui deve tendere la rivoluzione, come non basta affermare il “ricorso” a scritture contabili per risolvere il problema della determinazione del valore in assenza del meccanismo di mercato. Tutte le volte che si è affrontato questo spinoso discorso ci si è accontentati della conclusione: la società comunista sarà la “presa nel mucchio”, oppure, i “rapporti comunisti liberati” cambieranno il concetto borghese di “valore”. Ma queste affermazioni non dicono nulla. Molte cose, nella scienza moderna, fanno pensare possibile la realizzazione della “presa nel mucchio”, ma per arrivarci si dovrà passare attraverso il problema della distruzione del mercato e della determinazione del valore. Per procedere a queste auspicate “registrazioni contabili” occorrerà sapere il valore di una merce e questo valore, non esistendo il meccanismo capitalista del mercato, dovrà essere determinato in altro modo. Il valore d’uso da solo renderebbe impossibile il regolamento degli scambi tra unità produttive, complicherebbe e farebbe asfissiare la vita della stessa unità produttiva che, svilupperebbe subito una tendenza autarchica del tutto negativa per il processo di accumulazione sociale che si vuole mettere in marcia, acutizzerebbe i contrasti tra regioni più favorite e regioni meno favorite.

L’unità di misura potrebbe essere il tempo di produzione, secondo la formula suggerita dai Comunisti Internazionali Olandesi del G.I.K.H., che calcola in ore lavorative tutte le componenti del rapporto di produzione, ottenendo il valore del prodotto rapportato in ore lavorative. Ciò consentirebbe la formazione di una contabilità sociale, ma darebbe non pochi inconvenienti. Vediamo di esaminarli.

All’interno del sistema produttivo si forma la tendenza ad adeguarsi all’unità produttiva che produce a costi unitari medi minori, cioè all’unità che produce con una combinazione più vicina alla media del lavoro sociale per tutto il settore. Le condizioni oggettive che rendono possibile ciò sono diverse. Per lo più si tratta di condizioni legate a preesistenti situazioni di disparità determinate dal sistema capitalista. Questo inconveniente determina, a sua volta, la crescita di un tipo di mentalità produttivistica che deve trovare un suo modo di quantificarsi. Si identificano così le aziende-guida che finiscono (per amore o per forza) per trascinare le altre verso un obiettivo di lavoro sociale che può rivelarsi una forma incognita di sfruttamento. Dando vita a questo processo di accumulazione sulla base di una concorrenza (per altro non facilmente eliminabile, date le condizioni di disparità di partenza), anche le stesse decisioni assembleari potranno fare poco per eventuali correzioni. Infatti, lo scopo dell’accumulazione sociale vera e propria non è quello dell’accumulazione fine a se stessa (come accadeva nel capitalismo), ma dell’accumulazione per garantire una qualità diversa della vita, onde arrivare alla definitiva eliminazione dello sfruttamento (l’autosfruttamento potrebbe infatti rivelarsi una forma molto efficace di sfruttamento), ma anche della fatica stessa del lavoro a scopi produttivi. Quindi, l’accumulazione sociale dovrebbe essere tale da potersi arrestare a un certo punto, cioè quando sono state create le condizioni per un livello ottimale della qualità della vita, oltre le quali non si finirebbe che reinventare bisogni illusori (una nuova veste del consumismo, sociale e non più signorile). Ma, per arrestarsi, per potere realizzare quello che non era riuscito all’accumulazione capitalista e che era stato il germe mortale di quest’ultima, occorre che non esista ombra di concorrenza, che non intervengano processi di misurazione realizzati sull’andamento di un’unità produttiva che produce a costi unitari medi minori, con conseguente mentalità stacanovista e così via. Ancora una volta, nell’impossibilità di trovare un’altra strada, non resta che fare ricorso all’invenzione creativa della rivoluzione. Ma il sindacato, da canto suo, può essere obbligato a impiantare una contabilità sociale nel rispetto delle condizioni di produttività di settore, quindi tenendo conto dell’unita produttiva a minori costi unitari medi, e ciò se non vuole che gli sfugga tutto il programma degli scambi interni nel suo complesso. In caso contrario potrebbe trovarsi davanti a brutte sorprese, eccesso di produttività da un lato, scarsa produttività dall’altro, scompensi che renderebbero difficili gli sviluppi di un’economia fondata sull’accumulazione sociale. Di più, questi scompensi finirebbero per trovare conseguenze anche più gravi a livello regionale, tra regioni sviluppate e regioni sottosviluppate, mentre il tutto si rifletterebbe, con conseguenze ancora peggiori, sul piano della lotta contro la reazione e contro l’accerchiamento capitalista.

Una variante del problema dell’accumulazione diseguale è data dai rapporti di scambio con l’estero. Besnard scrive: “L’Ufficio Scambi esteri, chiamato a trattare con i paesi capitalisti, dovrà forzatamente utilizzare con quelli i metodi di credito impiegati in questi paesi”. Ed è giusta affermazione, o almeno affermazione che pur non avendo esatta cognizione del problema non se lo nasconde, ma lo denuncia. Cosa vale, infatti, procedere come tanti altri compagni anarcosindacalisti che, a questo punto, scantonano in utopistiche visioni di gestione autarchiche. La realtà è molto complessa. Un paese che vive l’esperienza rivoluzionaria non viene solo attaccato militarmente dalla reazione capitalista, attacco che risulta più apparente e che potrebbe anche scatenare la collaborazione internazionale degli sfruttati di tutto il mondo, ma viene attaccato anche dal sistema economico capitalista, attacco molto meno apparente e del tutto incomprensibile da parte degli sfruttati. È la natura intrinseca di questo attacco che sfugge alle riflessioni anarcosindacaliste. Contro di esso non è sufficiente la centralizzazione dell’Ufficio Scambi e il fatto che quest’ultimo possa disporre delle divise estere comunque arrivate in possesso del sindacato, come pure non è sufficiente conoscere “perfettamente il funzionamento del sistema bancario capitalista”. Altri problemi sorgono, ben più difficili. Oggi sappiamo abbastanza bene che tra la situazione interna di un paese (quasi sempre a economia dualista, cioè con zone più sviluppate e zone meno sviluppate), e la gestione degli altri paesi c’è un rapporto che si ripercuote sul processo stesso dell’accumulazione. Interrompendosi questo processo fra i fenomeni interni di produzione e consumo, non lo si interrompe di colpo. Resta così da risolvere il problema delle conseguenze della rottura del processo di sfruttamento anche a livello internazionale. Facciamo un esempio. In Italia, oggi [1975], tutte (o quasi) le industrie cartiere sono in mano al capitale americano. Tutte (o quasi) presentano bilanci fortemente passivi. Apparentemente il capitale americano ha fatto dei pessimi investimenti in questo settore. Approfondendo però la logica delle multinazionali, si apprende che le cartiere sono legate – a livello mondiale – all’industria dell’estrazione della cellulosa, che gli Americani sono interessati a mantenere a un certo prezzo (molto alto) sul mercato mondiale. In questo modo, e per scopi intrinseci al cartello mondiale della cellulosa, le cartiere italiane sono obbligatoriamente portate ad acquistare a prezzi esorbitanti la materia prima, con conseguente gestione passiva della loro produzione. Ora, dopo il fatto rivoluzionario, in Italia, ci si troverebbe davanti a un problema di non facile soluzione. La carta è un bene di fondamentale importanza, ancora di più in periodo rivoluzionario, nel corso del quale, come abbiamo detto, la gestione dell’informazione è condizione primaria per la buona riuscita della rivoluzione. Ma le cartiere non possono funzionare senza approvvigionarsi di cellulosa all’estero. Qui, questa materia prima è soggetta al monopolio multinazionale americano. Se si accettasse la condizione d’acquisto fissata da quest’ultimo, utilizzando il “tesoro” in divise posseduto dal sindacato, solo apparentemente si farebbe una transizione commerciale innocua, in sostanza si getterebbe tutto il settore nella peggiore condizione di sottoproduzione, in quanto non solo giocherebbe l’alto costo della materia prima, ma anche l’elevato costo del reperimento della valuta pregiata, cioè dell’unica merce di scambio valida internazionalmente. Basta pensare alle difficoltà incontrate nell’approvvigionamento delle armi dall’esercito repubblicano sul mercato francese nel corso della guerra civile spagnola, per rendersi conto della gravità di una eventuale carenza di divise estere. Saremmo, ancora una volta, davanti a un dilemma, o trovare nuovi processi produttivi, spesso non facili e, in ogni caso, non impiegabili immediatamente, o accettare il ricatto che ci viene dall’estero, o meglio, dal capitalismo monopolistico multinazionale. Solo che questo ricatto, una volta accettato, non si riduce a un semplice problema di transazioni contabili e commerciali, ma sviluppa ripercussioni negative sulla struttura produttiva interna.

Un ultimo punto che necessita di alcune riflessioni analitiche è quello che riguarda, nello schema di Besnard, il collegamento tra struttura produttiva (economica) e struttura amministrativa. Mentre la prima resta compito del sindacato, la seconda e affidata ai comuni e alle Federazioni regionali, nazionali e internazionali dei comuni. “L’esistenza simultanea del Comune e dell’Unione locale dei Sindacati è una necessità assoluta. Essa evita la confusione delle mansioni che non mancherebbe di prodursi se il Comune fosse incaricato di compiti economici e amministrativi, se fosse quello che fu il soviet all’inizio della Rivoluzione russa”.

I compiti del comune sono: “Lavori di sistemazione della città, alloggio degli abitanti, distribuzione delle derrate e dei prodotti messi a disposizione dall’ufficio di scambio, igiene, statistica della popolazione e dei suoi bisogni, sicurezza, educazione, assistenza, mezzi di comunicazione, arti e scienze, relazioni con l’estero”.

Si annida qui una ulteriore difficoltà. I compiti definiti amministrativi non sono tali che per un errato impiego del termine, essi sono, in primo luogo, aspetti della produzione, cioè sono compiti economici. Infatti, la gran parte dei compiti assegnati al comune comprende i servizi, che poi, nelle società più avanzate, occupano per quasi tre quarti la produzione della ricchezza nazionale. Ora, la produzione di servizi come la distribuzione delle derrate, l’assistenza, l’educazione, le comunicazioni, ha un suo costo che deve essere contabilizzato in quella contabilità sociale che consente di basare su dati precisi lo scambio economico e di risolvere il problema della produzione in assenza di mercato. Non c’è dubbio che qui bisogna decidersi sul metodo di valutazione da adottare per la quantificazione del servizio. Cosa produce, da questo punto di vista, un maestro di scuola, un professore di livello più elevato, un medico, un conduttore di treni, un venditore di gelati? Giusto lasciare fuori questi lavoratori dalla struttura sindacale? Specie quando questa sia l’unica struttura che regge l’economia, mentre l’altra, quella fondata sui comuni, si assume solo il compito amministrativo. In che modo quest’ultima parola dev’essere intesa? E se queste attività sono attività lavorative, perché dare vita a due strutture separate per valutare la produzione della ricchezza sociale? Non si corre il rischio, così facendo, di creare compartimenti stagni? Non c’è dubbio, infatti, che anche nello schema di cui parliamo, sul piano produttivo, manchino i rapporti tra i contadini e i medici, sotto l’aspetto, comune a entrambi di essere lavoratori.

Certo, non è giusto lasciare i lavoratori dei servizi fuori della struttura sindacale, da qui una loro duplice appartenenza, a quest’ultima e alla struttura amministrativa dei comuni. Nulla di male, ma come valutare la loro attività? Come contabilizzarla? Come evitare la formazione di due ordini di produttori? Bisogna dare una risposta.

Abbiamo seguito in dettaglio l’esposizione che Besnard fa dell’organizzazione anarcosindacalista della società futura, perché si tratta di una delle pochissime esposizioni in dettaglio che possediamo di tale problema organizzativo. Normalmente, i teorici dell’anarchismo, anche quelli più vicini alle correnti sindacali, preferiscono affrontare la questione all’ingrosso, sorvolando sui dettagli, ed è proprio in questi ultimi che Besnard si è addentrato, sollevando una miriade di interessanti problemi, alcuni dei quali abbiamo sottolineato in questa sede. Restano le critiche d’insieme.

Poco o nessuno spazio è dato al problema della difesa della rivoluzione, problema che non può separarsi dall’aspetto organizzativo puramente economico. Questo avere posto in secondo ordine il problema, lascia dedurre una supposizione. Forse il concetto stesso di utilizzazione, miglioramento e rafforzamento delle strutture sindacali esistenti, porta all’altra considerazione logica che si possa andare verso la società futura per naturale moto delle cose, per naturale trasformazione della struttura sindacale stessa e dei rapporti di produzione che essa sottintende? Non sappiamo se questo fu veramente il pensiero di Besnard, sappiamo però che non è quello di molti anarcosindacalisti. L’eventualità della rivoluzione violenta è presa da questi compagni in considerazione, ed è quindi inevitabile che si modifichino i rapporti organizzativi della struttura sindacale di fronte alla necessità primaria della difesa della rivoluzione. Ancora una volta, come abbiamo detto a proposito degli scambi con l’estero, non è sufficiente fare ricorso a una vaga formula per sistemare le cose. Non basta dire, bisogna organizzare la difesa partendo dalla struttura sindacale, su decisioni prese dalle assemblee di base (comitati e consigli). In questo modo si resta nel vago. La difesa è un fatto militare, ma è anche un fatto economico e un fatto sociale. In più è un fatto rivoluzionario, cioè di maturazione delle coscienze, quindi è fatto morale. Integrare il progetto organizzativo di difesa della rivoluzione nel progetto di continuazione della produzione e della distribuzione, non è così semplice. Il primo progetto determina profonde trasformazioni nel secondo, sorgono problemi come la valutazione del lavoro svolto da chi lavora per la difesa, dall’operaio della fabbrica di munizioni, dal medico che resta nelle retrovie, dal militante impegnato negli scontri fisici contro la reazione. Per quanto prosaico possa sembrare, tutto questo deve essere valutato se non si vuole rompere l’equilibrio contabile del quadro sociale, creando figure “speciali” o incaricati di servizi “eccezionali”. In questa prospettiva, altri problemi si addensano. La semplificazione della vita, con conseguente selezione dei consumi in funzione di un miglioramento sociale, la stessa accumulazione sociale, vengono a essere fortemente condizionati di fronte al bisogno primario della difesa. Ma questo bisogno non può che camminare di pari passo con lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria, che non è soltanto un fatto organizzativo ma anche un fatto individuale, di maturazione, un fatto esperienziale, che cresce col tempo e che non può essere fatto valere a priori. Quindi si avrebbe che la struttura sindacale sarebbe chiamata a prendere decisioni riguardanti le scelte economiche in base a una sua prospettiva che potrebbe essere abbastanza diversa da quella proveniente dalle assemblee di base, una prospettiva che dovrebbe dare più spazio alla difesa (bisogno urgente), operando una scelta produttiva tale da garantire questa difesa anche contro le decisioni della base che potrebbe non avere fatto a tempo a maturare la necessaria coscienza rivoluzionaria. Un problema come questo ci indica la profondità e la difficoltà della struttura economica di una società che, spesso, i fautori dell’organizzazione sindacale sono portati a sottovalutare e a semplificare eccessivamente. In sostanza, alla struttura economica sono legati elementi di ordine molto vario che non possono separarsi da quella senza cadere nella vana utopia.

Proprio perché la dimensione economica e produttiva non risulta separabile dalla dimensione sociale nel suo insieme, bisogna evitare che diventi prevalente. Questo pericolo può presentarsi sia nella forma tradizionale del capitalismo, con una struttura politica accentrata che esteriorizza le necessità produttive dello sfruttamento padronale, come pure in forme decentrate, sindacalizzate, in forme che hanno abolito il sistema centralizzato. In quest’ultimo caso, che è quello dell’anarcosindacalismo, il pericolo prende la forma dell’ideologia produttivistica. Non c’è dubbio che si tratta di un pericolo costante e molto serio. Leggendo Besnard, ci si accorge che spesso, senza volerlo, viene sottolineata l’importanza primaria dei produttori, l’importanza del lavoro e della produzione, l’importanza dell’organizzazione del lavoro e della produzione e distribuzione. “La base della società è l’Economia” dice Besnard. Da ciò a considerare ogni progetto di trasformazione rivoluzionaria alla stregua di una trasformazione ottimale della produzione, il passo è breve. Certo, Besnard si rese conto del fatto e frequentemente fece concessioni all’importanza degli altri aspetti, ma non si può negare che l’ideologia produttivistica finisca per permeare tutto il lavoro.

L’ideologia della produzione non è un elemento che deformi la struttura sindacale e che va scomparendo nel corso degli aggiustamenti previsti man mano che si intensifica il fatto rivoluzionario. Si tratta di un elemento che penetra in profondità nella coscienza dei produttori e finisce per risultare ineliminabile, se non individuato e criticato per tempo. In un certo senso, il lavoro è il dio della religione produttiva. Spesso la società nuova viene vista come la “società in cui tutti lavoreranno”, non precisando se questo “tutti” ha un sottofondo di vendetta (contro quelli che sono i privilegiati di oggi) o di giustizia (a favore di quelli che oggi patiscono la fame). Secondo i marxisti il lavoro consente all’uomo di realizzarsi, facendolo appropriare del mondo esterno. Ma questo concetto si riferisce al rapporto hegeliano tra natura e spirito e non necessariamente deve avere di fronte il concetto borghese della produzione capitalista. Qui si aggiunge un altro elemento al rapporto uomo-natura, la produzione di lavoro utile, che crea valore d’uso, e la relativa sottrazione di questo valore al legittimo produttore. Il ripristino del legittimo diritto del lavoratore al valore d’uso prodotto non è però tutto il fatto rivoluzionario, elimina solo l’aspetto negativo della gestione capitalista, non prende in considerazione l’aspetto costruttivo e creativo della rivoluzione sociale. È quest’ultimo aspetto che caratterizza il passaggio di qualità, la rottura del cerchio lavoro-alienazione e l’esplosione di nuovi sentimenti, nuovi valori, nuove realtà, un tutto armonicamente costruito senza l’intervento di elementi di pressione esterni e senza strutture che possano essere, in dettaglio, studiate a priori.

Riteniamo che questo aspetto qualitativo possa meglio essere sviluppato nel fatto rivoluzionario, dalla presenza di una struttura di base non sindacalizzata, dal ricorso alla libera federazione di gruppi autonomi di produzione. I motivi che giustificano questa conclusione non sono soltanto quelli legati al pericolo emergente dall’ideologia della produzione che i sindacati potrebbero enucleare all’interno del sistema produttivo rivoluzionario, ma sono principalmente quelli legati all’attuale situazione del sindacato, nel senso più largo del termine, alla sua presente funzione di ruota portante dell’economia capitalista. Ai tanti problemi che abbiamo elencato in questo scritto, problemi che rendono dubbia la corretta applicazione libertaria dell’anarcosindacalismo, si aggiungono quelli derivanti dalla scarsa considerazione che oggi, a differenza degli anni migliori del sindacalismo rivoluzionario francese, ha il sindacato in generale presso tutti i lavoratori.

 


[Introduzione a Pierre Besnard, Il Mondo Nuovo. PianoCostituzioneFunzionamento, trad. it., Catania 1977, pp. 7-25]

La prospettiva autogestionaria

1. – Il problema dell’autogestione non è soltanto un problema tecnico, di come assicurare il funzionamento della produzione prima, durante e dopo la rivoluzione. È un problema più complesso, che coinvolge la stessa dinamica del processo rivoluzionario. Studiare possibili modelli autogestionari senza collocarli nella loro posizione rivoluzionaria non significa nulla dal punto di vista della liberazione.

Chiedersi che cos’è l’autogestione significa chiedersi quali sono le possibilità di funzionamento di una società affidata alle mani dei produttori ma, nello stesso tempo, significa chiedersi quali sono le possibilità di autogestire le lotte nel momento attuale, di fronte allo sfruttamento e al genocidio.

In primo luogo, autogestione della lotta, dopo, autogestione del lavoro e della società.

Se l’autogestione deve servire al produttivismo statale, siamo contro di essa, se deve servire come strumento per ingannare ancora una volta i lavoratori, siamo contro di essa, se deve servire come alibi a un partito per fissare la sua egemonia sulle spalle delle masse, siamo contro di essa.


2. – La rivoluzione la fanno le masse perché sono costrette in una situazione di sfruttamento, di progressiva perdita di ogni aspetto positivo della vita sociale. Il movimento di massa si sviluppa sul deterioramento delle condizioni economiche, sociali e culturali che resero possibile la gestione precedente. L’opera di spinta e di chiarificazione esercitata dalle minoranze agenti, si inserisce in questa struttura contraddittoria, sollecitando le forze autonome presenti nelle masse, spingendole a costruire i rudimenti di quell’organizzazione autogestionaria che, partendo dalla lotta, consentirà il formarsi dell’autogestione totale futura attraverso il fatto rivoluzionario autogestito.


3. – Nella fase calante del consumismo, sviluppandosi la logica delle multinazionali, il potere economico potrebbe utilizzare su grande scala il modello autogestionario di tipo jugoslavo. Il danno di una soluzione del genere sarebbe grandissimo per il movimento degli sfruttati. Attirato nell’equivoco, accetterebbe la gestione delle imprese di produzione (soltanto di quelle più facilmente controllabili, mai di quelle fondamentali come le banche o le società finanziarie, le ferrovie o le linee di navigazione), facendo persistere il controllo da parte di un centro burocratico-politico, nelle mani dei dirigenti di un partito, di tecnocrati al servizio di un capitale reso assolutamente anonimo o di un qualche capo carismatico di nuovo conio.

Solo l’aspetto esteriore resterebbe della prospettiva autogestionaria. Gli operai, sotto le direttive fondamentali del centro programmatore, autogestirebbero il proprio sfruttamento. Gli scioperi, tanto per fare un esempio, sarebbero impensabili quando non condannati in modo specifico. In questo modo, autogestione sarebbe sinonimo di militarizzazione della produzione.


4. – Per porsi nella prospettiva autogestionaria il lavoratore deve per prima cosa collocarsi contro le strutture attuali di collaborazione allo sfruttamento padronale. Queste sono, a) i partiti, compresi quelli che si definiscono di sinistra e si considerano detentori della tradizione rivoluzionaria, b) i sindacati, compresi quelli che si richiamano alle dottrine del sindacalismo rivoluzionario o dell’anarcosindacalismo.

La presenza di questa triplice alleanza, padroni, partiti e sindacati porta l’operaio, il lavoratore in genere, a costruire le basi della propria autonomia, a conquistare gli elementi essenziali che rendono possibili i primi passi verso l’autogestione. Non siamo davanti a un vero e proprio avanzamento del livello della lotta, quanto a un salto qualitativo che cerca di attaccare l’alleanza antioperaia realizzata dalle forze della reazione e dai loro collaboratori. È la situazione di classe nel suo complesso che viene posta in causa e presa nuovamente in esame. L’autonomia è il primo passo verso l’autogestione.


5. – Altra fase essenziale nella prospettiva autogestionaria è il recupero della capacità creativa del lavoratore. Il sistema capitalista, fondandosi sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, non rende possibile l’impiego creativo di questi mezzi da parte del lavoratore. L’attività di produzione è quindi distorta e produce il fenomeno dell’alienazione, la produzione sfugge al lavoratore, il suo è un vero e proprio lavoro forzato.

Ma la capacità creativa dell’uomo lavoratore può essere recuperata solo recuperando la disponibilità completa del prodotto, cioè applicando un processo rivoluzionario di riappropriazione nel momento in cui si realizza il processo reazionario di sfruttamento. La “rivoluzione nel lavoro” è quindi organizzazione autogestionaria della rivoluzione e contemporanea organizzazione autogestionaria di quei primi elementi della società futura che sono i “nuclei produttivi di base” che, a loro volta, escono dall’“autonomia delle lotte”.


6. – L’informazione è l’elemento chiave del modello di sfruttamento del futuro. La fase di crisi del consumismo imperialista può essere superata con l’attuazione di una vasta ammissione cogestionaria attuata attraverso un dominio assoluto sull’informazione. Ogni forma di informazione diversa, ogni deviazione dai dati forniti dal centro dirigente, deve essere accuratamente esclusa. L’applicazione di quella che si chiama “censura preventiva” deve consentire la globalizzazione del processo, il frantumarsi dell’unità della classe lavoratrice, l’eliminazione degli strati inutili (controlli, segnatempi, ecc.), la ghettizzazione di alcuni strati produttivi intermedi (impiegati amministrativi, ecc.).

In questa strategia reazionaria l’elemento di lotta, che si inserisce perfettamente nella prospettiva autogestionaria, è la “riconquista dell’informazione”. La classe lavoratrice organizza in proprio, partendo dalla base, la formazione, l’elaborazione, l’interpretazione dell’informazione, rifiutando ogni intermediario che funzioni da filtro, cominciando naturalmente, in primo luogo, dai sindacati.


7. – La prospettiva autogestionaria comincia a delinearsi attraverso i punti essenziali che abbiamo elencato, a) autonomia dei lavoratori, b) recupero della capacità creativa, c) conquista dell’informazione. Resta da vedere in che modo tutto questo può avvenire, cioè se per germinazione spontanea all’interno del movimento degli sfruttati a causa del verificarsi di certe modificazioni strutturali, oppure se per intervento preciso, specifico, programmatico, di una minoranza agente.

Date certe condizioni, che abbiamo esaminato in molte altre parti di questo libro, l’azione di una “minoranza agente” si inserisce perfettamente nella prospettiva autogestionaria. Non si tratta di un’ipotesi di “guida” che, in ogni caso, finirebbe per ripetere i programmi della socialdemocrazia, ma si tratta di un’azione interna al movimento stesso degli sfruttati, un’azione che cerca di coordinare l’organizzazione autonoma in funzione degli interessi degli sfruttati stessi, un’azione che salvaguarda l’autonomia del singolo nella dimensione dell’autonomia della classe.


8. – Ora, la presenza di una minoranza anarchica all’interno delle masse, coinvolge la scelta degli strumenti di lotta, fissandola in un certo senso. Si attaccano i partiti riformisti e interclassisti, ma non per questo dalla loro prospettiva dirigista si cade nel più vieto spontaneismo. Il punto di riferimento sono gli “interessi” degli sfruttati e questi ultimi devono riconoscerli come tali in quanto non sempre un certo svolgimento della struttura rende possibile un “riconoscimento” automatico o basato esclusivamente sul fatto economico. Ad esempio, una lotta per un aumento salariale, condotta dai sindacati, non sempre riguarda interessi della classe lavoratrice, può riguardare interessi “apparenti” ma non sostanziali, al contrario può riguardare interessi “effettivi” della classe degli sfruttatori. Comprendere questo è il fondamento necessario all’autogestione delle lotte e alla ferma stabilizzazione della prospettiva autogestionaria.

La scelta dei mezzi di lotta, ad esempio, l’azione diretta, il sabotaggio, la distruzione del lavoro, comporta un processo di chiarificazione e di individuazione dei “veri interessi” della classe lavoratrice, lavoro che non può essere negato da una malfondata visione volontaristica del fenomeno.

La presa di coscienza dei propri interessi è la condizione più importante per la realizzazione della rivoluzione sociale.


9. – Le formule di lotta del passato, cooperative, consigli di fabbrica, comitati di base, comitati di settore, ecc., nella maniera in cui sono state sperimentate in situazioni storiche passate e in altre condizioni dei rapporti di produzione, devono essere sottoposte a una severa analisi.

In sostanza il limite di queste formule è dato dalla persistenza della gestione capitalista della società. Il lavoratore deve analizzare con esattezza l’influsso negativo che questa situazione alienante determina su strumenti che presi in se stessi contengono elementi validi di cooperazione e autogestione. Per esempio, le cooperative potranno produrre – così come sono oggi organizzate – solo l’alimentazione di uno spirito autarchico e corporativo, spirito negatore della lotta di classe e di ogni sentimento di solidarietà. Chi ragiona diversamente, chi si illude che dalle cooperative possa uscire il germe della società futura, il mutuo appoggio a beneficio di tutti, attribuisce al capitalismo non solo una componente tecnologica da utilizzarsi (insieme dei mezzi produttivi), ma anche una componente psicologica autogestionaria che, a nostro avviso, non esiste.


10. – Il passaggio dal momento prerivoluzionario alla rivoluzione e, quindi, alla costruzione della società nuova, non può avvenire in modo immediato e brusco, senza che nella prima fase non si sia provveduto a costruire i primi elementi di una struttura di lotta autogestita. L’autogestione precede la rivoluzione, non la segue come fatto automaticamente necessario. La precede nel senso in cui l’autogestione non è fatto meramente tecnico e produttivo, ma è fatto universale e, più specificamente, fatto di lotta.

Se si considera l’autogestione sotto l’aspetto produttivo soltanto si è tentati di realizzarla separatamente dalla contemporanea autogestione delle lotte, conseguando come conseguenza la delega della lotta a un corpo specifico (braccio militare del proletariato), a un partito specifico (partito armato), a una precisa minoranza di governo (democrazia in genere). Il capitalismo è fortemente interessato a questa scelta del movimento degli sfruttati ed è proprio in questa direzione che preme con tutti i mezzi, in modo particolare con un l’impiego massiccio dell’informazione. Non bisogna cadere nella trappola.

Inserendo nella prospettiva autogestionaria il momento dell’organizzazione della lotta accanto al momento dell’organizzazione della produzione, le forze reazionarie e capitaliste vengono automaticamente espulse dal campo d’azione del movimento degli sfruttati. Il capitale non potrà mai gestire in questo modo una lotta condotta dai lavoratori in forma autonoma, gli strumenti che di solito impiega (partiti e sindacati) risultano inutilizzabili.


11. – Il progetto rivoluzionario si basa sul rapporto esistente tra produttore e prodotto. In questo rapporto si inseriscono tutti gli altri elementi che l’affermano e lo modificano nello stesso tempo senza riuscire a trasformarlo in modo radicale. È chiaro che questo rapporto deve essere ugualitario, cioè a ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue possibilità, deve essere gestito dalla base, altrimenti non sarebbe ugualitario, deve essere semplice ed elementare, cioè deve tendere all’abolizione del meccanismo del mercato che deforma sia i bisogni che l’aspetto finanziario della produzione.

Con l’autogestione della lotta, organizzata dal basso tramite piccoli nuclei produttivi di lavoratori che attaccano i centri dello sfruttamento, si pone in atto una “palestra di coesione” per lo sviluppo ulteriore del conflitto, sviluppo che attraverso la conquista dell’informazione, arriverà alla definitiva espropriazione del capitale, cioè al fatto rivoluzionario.

Lottare per l’autogestione e l’indipendenza dell’organizzazione di lotta, significa battersi, nello stesso tempo, per l’indipendenza nell’organizzazione della produzione. Ogni distinzione in merito non è possibile.


12. – La prospettiva autogestionaria deve oggi essere accuratamente costruita evitando tutti gli errori inerenti a una separazione tra autogestione della lotta e autogestione della produzione. I primi a essere interessati a questa separazione sono proprio i capitalisti. Separando l’autogestione della lotta dalla sua logica conseguenza (l’autogestione della produzione) si ottiene il grosso risultato di stancare le minoranze coscienti del proletariato, lasciandole di fronte a uno scontro che, proprio perché privo di sbocchi, finisce prima o poi per adagiarsi nella prospettiva “comoda” suggerita dai partiti e dai sindacati. Separando l’autogestione della produzione dalla sua logica premessa (autogestione della lotta), si ottiene un altro grosso risultato per il capitale, lo svuotamento del significato rivoluzionario dell’autogestione, l’incremento della produzione, il ritorno del profitto, la salvezza delle istituzioni, la classe operaia un’altra volta nel tranello dei partiti e dei sindacati.

Unità degli sfruttati nell’autonomia delle lotte, unità della prospettiva autogestionaria, unità del processo rivoluzionario e del processo produttivo. Questi sono, a nostro avviso, i punti essenziali di ogni corretta analisi sull’autogestione.

 


[Pubblicato su “Anarchismo” n. 13, gennaio-febbraio 1977, pp. 1-8. La traduzione francese è stata pubblicata da “Tribune Anarchiste Comuniste” n. 19, 1977]

Nuovi valori e autorganizzazione delle lotte

Il superamento pratico delle precedenti forme di lotta (partito), che incarnavano il rapporto teoria-organizzazione, si presenta come un nuovo valore, l’autorganizzazione delle lotte. Questo fatto non è un capovolgimento ma una tendenza, non è qualcosa di avvenuto ma qualcosa che è in corso, che non presenta caratteri talmente definiti da dirsi acquisita come accade per un valore nuovo. Di questa tendenza fanno parte modelli della fase precedente, esercitano la loro influenza modificazioni in corso all’interno del sistema (forze economiche e sociali), si aprono nuove prospettive di apertura verso valori ancora non concepibili ma chiaramente intuibili come progetto del futuro. Intendiamo dire che una così profonda modificazione del rapporto di forze reazione-rivoluzione, non avviene perché qualcuno lo dice, e non avviene nemmeno perché qualcuno lo fa. Le origini sono nel lento disgregamento delle forme di potere del passato e nella difficoltà di impostare con intelligenza una forma di potere che, pure garantendo lo sfruttamento, riduca al minimo la perdita di energia (razionalizzazione del dominio). Il potere sta facendo di tutto per attuare questo processo di ampia integrazione socialdemocratica, non ultima la tendenza a sostituire il modello dei consumi signorili con quello dei consumi sociali. Strumenti sofisticati come l’elettronica (blocco: telefono-televisione-computer) potrebbero dare, a una ristretta minoranza tecnocratica, un potere che nessun tiranno del passato si era mai sognato. Ora, nello sforzo di questo passaggio, si sono verificate due cose: una parte della popolazione produttiva è state ghettizzata (accentuazione dello sfruttamento, criminalizzazione, ecc.), un’altra è stata attirata nell’inganno del consumo sociale. Per quest’ultima operazione si è fatto ricorso alle forze riformiste e all’ideologia cosiddetta di sinistra. Effetti non trascurabili di rimbalzo si sono verificati. Il ’68 non si sa fino a quando è stato causa e fino quando è stato effetto. Il torpore del periodo della “pace sociale” si è scosso e siamo, oggi [1975], davanti a questo consapevole “bisogno di comunismo”. Ma bisogna andar cauti. Non è un capovolgimento ma una tendenza, come tale potrebbe essere uno dei conati dell’operazione di inglobamento da parte del potere, gestibili in modulazioni che ancora non conosciamo ma che potrebbero mostrare la loro efficienza domani.

Quello che ci pare importante è sottolineare che non siamo davanti a un fenomeno acquisito, davanti a un risultato. Ancora meno questo risultato diventa tangibile affermando che esiste e che è operante. Dalle Tesi su Feuerbach a oggi, affermazioni del genere, invocanti la prassi, se ne sono fatte tante, ma il carro davanti ai buoi non è mai stato utile a nessuno. Non solo, e qui il problema diventa più complicato, il rapporto teoria-prassi ci appare stranamente equivoco. Su quest’argomento, o si accetta la conclusione del Tractatus di Wittgenstein, o si approfondisce il rapporto stesso. Rifiutando il silenzio, si vede che il rapporto non è così netto come sembra.

Se il movimento degli sfruttati autogestisce le proprie lotte, esso è la propria teoria e, se vogliamo usare il termine “filosofia”, esso realizza (cioè trasporta nel mondo concreto) la filosofia che gli era estranea (nemica), facendola propria. Ma questo essere la propria teoria non impedisce che si possano fare tentativi di oggettivazione parziale (analisi) dello stato attuale della tendenza, e ciò proprio in forza del fatto che ancora non si è “concretizzato” nulla in modo definitivamente stabile, tanto stabile da non doverci più pensare sopra, da essere un “fatto”, duro e indiscutibile come un pugno in un occhio. Tutto quello che oggi possiamo dire è che siamo davanti a una tendenza, che questa non è una posizione teorica, ma prassi, autorganizzazione della lotta, quindi fatto in se stesso rivoluzionario, quindi teoria.

Anche la distinzione tra posizione movimentista e posizione teoricista è chiaramente al di qua del problema, e la distanza dalle lotte è quella di sempre, quella che per secoli ha separato la filosofia dalla realtà, l’accademia dalla strada. È inutile perdersi dietro una confutazione dettagliata. Lo stesso per quanto riguarda la distinzione-non distinzione avanzata tra valore di scambio e valore d’uso (sulla linea marxista). Non si può elevare il secondo a salvatore della patria senza ripresentare il pericolo della feticizzazione della merce, donde la necessità di modificare il rapporto sociale per realizzare lo scambio reciproco. Certo, il problema è importante, anche perché apre la strada alla soluzione delle difficoltà di una contabilità sociale basata sul tempo di produzione e non sul prezzo di mercato, dell’eliminazione della moneta, dei problemi organizzativi postrivoluzionari.

L’esistenza stessa di tanti modi di affrontare lo stesso problema, modi tutti ugualmente errati e tutti utili per aprire la discussione, ci dà la prova che non siamo di fronte a qualcosa di realizzato, a un capovolgimento avvenuto, ma a qualcosa che sta accadendo e che a causa della sua non completa realizzazione lascia fuori di sé modelli di analisi diversi da sé, ecco, questi modelli siamo noi. Noi “non siamo” la teoria, come Hegel non era la filosofia, malgrado l’affermasse a pieni polmoni. E per quanto ci sgoliamo, non lo saremo mai. Il movimento degli sfruttati “sarà” la sua stessa teoria, mentre noi saremo sempre una riflessione su quella teoria, con possibili (limitati) rapporti, fino a quando la realizzazione dei rapporti comunisti “realizzerà” anche la teoria in pratica, fondendo insieme i due aspetti della tendenza e trasformando quest’ultima in una realizzazione.

Con questo non si vuole giustificare l’operato di nessun chierico o la validità, o insostituibilità, di nessuna minoranza illuminata. Si vuole indicare uno state di cose, che è anche un segno di pericolo. Infatti, finché le cose staranno così avremo in sostanza la realtà dualistica che abbiamo descritto, con alcuni più bravi degli altri che saranno in grado di spiegarci come loro, pure facendo la stessa cosa degli altri (teoria), sono diversi dagli altri, e ciò solo perché dicono di essere non una “posizione teorica” ma una “prassi rivoluzionaria”. Da parte mia, preferisco essere brutale e dire le cose in faccia, senza volere offendere nessuno: “dire” queste cose non è sufficiente, può accontentare solo chi si balocca con le parole.

In conclusione, il discorso può produttivamente indirizzarsi in questo modo, persistenza della dicotomia teoria-prassi, distinzione all’interno del primo termine di questa dicotomia in teoria che “è” il movimento degli sfruttati (nei termini in cui questo autogestisce le proprie lotte) e teoria che “non è ancora” il movimento degli sfruttati (in quanto espressione di una tendenza verso l’autogestione delle lotte). Di regola quest’ultima parte della distinzione è patrimonio delle minoranze illuminate, intellettuali, ecc. Esse la usano come arena per i loro destini di classe e la usano anche come un contributo alla liberazione dallo sfruttamento. Solo in quest’ultimo caso essa entrerà a fare parte di quell’entità che costituirà il movimento degli sfruttati (ciò che sarà la teoria), e la fusione sarà definitiva (scomparsa della teoria e realizzazione della prassi) solo quando la tendenza si sarà trasformata in realtà, il bisogno di comunismo in comunismo.

 


[1974]

Gli economisti

e il problema del socialismo in URSS

Quale che sia il lato scelto per affrontare il problema del “socialismo” oggi [1977] in URSS, le conclusioni non possono essere che uniformemente sconsolanti. La realtà dello Stato sovietico è lungi da essere socialista e non dà segni attendibili di volersi incamminare in questa direzione. Persistono strumenti repressivi che non possono trovare alcuna giustificazione se non quella nella paura di perdere il controllo della base, persiste uno stacco netto tra vertice del partito e base degli sfruttati, persistono problemi di ogni ordine, tecnico e morale, nei confronti di un ipotetico cammino verso il socialismo.

Certo, sarebbe errato accennare a valutazioni etiche, scontate in partenza, facendole valere come elemento discriminante nella scelta prioritaria di problemi strategici, economici, tecnici, ecc. Agendo in questo modo non si può avere una misura di approssimazione al problema fondamentale della “ricomposizione” del tessuto sociale, smembrato da una situazione patologica. Ogni gestione di potere ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. Nessuna dittatura, per quanto si risalga indietro nella notte della barbarie, è mai stata assoluta. Il tiranno, padrone della vita e della morte dei suoi sudditi, aveva pur sempre la necessità di mettere insieme il consenso di questi ultimi, quindi doveva provvedere a fare qualcosa per loro, non poteva solo pensare a ucciderli e spennarli. Quindi, a maggior ragione nello Stato sovietico di oggi, valutando le realtà separatamente, si può trovare qualcosa di valido e si può così arrivare a conclusioni parziali e non utili al problema che ci occupa. Non si apre la strada verso il socialismo attraverso un bilancio di cose buone e cose cattive. Il gradino da superare, come aveva avvertito Hegel, è di natura qualitativa e se, come aveva dedotto Marx, poggia su una base quantitativa (economica), è pur sempre qualcosa di “diverso”, di “rivoluzionario”.

Non so se sia vietato, in URSS, parlare di rivoluzione, o se questa parola debba essere usata solo dai burocrati del partito, nelle ricorrenze ufficiali programmate dall’ufficio centrale. Quello che mi interessa è affermare che non si può parlare di “ricomposizione” sociale se non attraverso un approfondimento del concetto di rivoluzione, altrimenti il discorso risulta utile alla sopravvivenza del sistema in atto, che si migliora e migliorandosi si perpetua. Solo che col termine rivoluzione non intendiamo soltanto l’aspetto macroscopico del popolo sulle barricate, della fine violenta del vecchio regime e del crollo improvviso delle istituzioni che lo reggevano. La rivoluzione è anche questo, ma è, nello stesso tempo, qualcosa di più profondo. Segni di questo genere possono anche essere stati i tentativi ungheresi, cecoslovacchi e polacchi, ma non hanno avuto il tempo di sviluppare qualcosa di più profondo, al di là del semplice scontro nelle piazze, oppure, il potere repressivo centrale, è riuscito in tempo a impedire il formarsi di questo qualcosa di più profondo. E la rivoluzione sta anche nel sapere controbattere a queste azioni del potere.

Ora, se modificazioni, anche minime, di questo tipo sono in atto, noi corriamo il rischio di non vederle, se non ci poniamo, a nostra volta, da un punto di vista rivoluzionario. Finiremmo per considerare quei fenomeni come effetti di fondo, marginali, mentre punteremo sempre l’attenzione sul centro, sulle sue decisioni, sulla sua sbandierata volontà di iniziare la strada verso il socialismo, col risultato di vedere tutto, anche noi, con gli occhi del centro e chiederci se di fronte a una scelta si sarebbe potuto fare diversamente, ma senza mettere in discussione l’esistenza stessa del centro e l’ottica delle sue scelte.

E l’economista corre per primo questo pericolo. Occupandosi delle faccende russe è più o meno sommerso da documenti, statistiche, relazioni, studi, tutti prodotti in base a quanto stabilito dal potere centrale. In sostanza, egli non possiede nulla che non sia stato, prima, vagliato dalle fonti ufficiali del governo sovietico e considerato adatto a dare conto delle cose oggi nell’URSS. Anche gli studi prodotti in Occidente non sfuggono a questa legge, per il semplice fatto che anch’essi risalgono alle stesse fonti. I viaggi e le esperienze personali sono numerosi ma, in concreto, tranne rarissimi casi, sono sempre facilmente mantenuti “sotto vetro” dall’intervento diretto o indiretto delle autorità. Egli è quindi costretto, come diceva Carnap, a riparare la nave con i mezzi di bordo e, non conoscendone altri, finisce per rinchiudere anche il problema all’interno di questi mezzi, per cui ne conclude che di quello che non si può documentare è meglio tacere. Giusta conclusione se si ponesse solo il problema di dare un quadro della situazione attuale in URSS (dal punto di vista economico), ma non nel caso (abbastanza comune) in cui vuole anche dire qualcosa sulla validità di alcune scelte del governo sovietico in funzione della realizzazione della società socialista.

La prova di questo fatto è molto semplice. L’economista ha una documentazione abbastanza chiara. Dal suo esame ricava misure come l’incremento della produttività aziendale o i tentativi di gestione autonoma di alcune imprese, che non significano nulla nella direzione verso il socialismo, ma come alternativa non può proporre – ragionevolmente – nessun’altra misura di ordine tecnico, come non può discuterne le conseguenze della sua eventuale applicazione, deve limitarsi ad affermare che il passaggio verso il socialismo non può avvenire in quel modo ma deve prima realizzare una “ricomposizione” del tessuto sociale, cioè deve profondamente trasformare la composizione della base produttiva. Ma quest’ultimo punto, ritenuto indispensabile, non è di carattere tecnico (economico o altro), ma di ordine qualitativamente diverso, è un punto rivoluzionario.

In altre parole, il ragionamento avviene in questo modo. L’URSS sta adottando provvedimenti di ordine economico del tutto in contrasto con il principale obiettivo del socialismo che, a livello ideologico, viene sempre propugnato, io non so quali altre misure sarebbero necessarie perché si intraprenda la costruzione di questo obiettivo, però so – genericamente – che occorre che si trasformi il tessuto sociale, rendendo così possibile l’attuazione del socialismo. Ma la trasformazione del tessuto sociale non è un mezzo, è un risultato. Non ci sembra che la “ricomposizione” del tessuto sociale sia uno strumento per arrivare al socialismo, quanto, al contrario, un risultato intermedio che si ottiene – sulla strada per socialismo – a seguito dell’impiego di certi provvedimenti o a seguito del verificarsi di certi accadimenti.

Quest’ultima doppia possibilità ci sembra fondamentale. In via teorica possiamo ammettere che risultati del genere possono essere raggiungibili attraverso una decisione di vertice, poniamo del tipo di quelle adottate in Jugoslavia, e di questo è possibile dare conto, perché si possiede, più o meno, la relativa documentazione. Ma, oltre ai provvedimenti, potranno verificarsi anche degli accadimenti, marginali o macroscopici, poco importa, ma ugualmente significativi per comprendere se ci si è incamminati, o meno, sulla strada del socialismo. In quest’ultimo caso, il compito del ricercatore è molto più difficile e deve indirizzarsi a quegli aspetti più ampi della vita sociale nell’URSS oggi, che sono interpretabili uscendo della ristretta visuale tecnica della scienza economica.

Ciò significa che l’economista deve lasciare da parte il suo mestiere? Oppure che il mestiere dell’economista è solo per difetto quello che da più parti si vuole che sia? Per rispondere a queste domande bisogna prima chiedersi cosa si vuole ottenere attraverso una ricerca economica.

È comune opinione delle forze progressiste che la scienza non sia quell’illusione di oggettività tramandataci dall’Ottocento positivista. Elementi ideologici irrompono nell’apparente asetticità dell’analisi scientifica e, quasi senza che quest’ultima se ne accorga, obbligano il ricercatore a stabilire fini e a scegliere mezzi. Lo stesso, ovviamente, accade per l’economia, solo che gli economisti offrono non poca resistenza a questa affermazione. Il massimo a cui arrivano è, in genere, ammettere un rilevante legame tra politica ed economia, col che – quando sono di scuola marxista – si mettono il cuore in pace per tutto quello che concerne i rapporti tra sovrastruttura e struttura. Cioè dichiarano che l’economia determina le scelte politiche e tutto finisce lì, facendo sopravvivere uno strano contrasto tra la sfera economica, che elabora i referenti, e la sfera politica, che ne riceve gli influssi. Nulla, o quasi, avviene in senso contrario. Nessun influsso ideologico, nessun dubbio sull’oggettività ed eternità delle leggi economiche. I più avanzati, ancora una volta marxisti, spesso legati a un mal digerito leninismo, ammettono la significatività storica delle leggi economiche e parlano di una storicizzazione del processo economico capitalista, sfuggendo così a quella prospettiva eternizzante che viene rigettata tutta sulle spalle di un retrogrado positivismo. Però, in sostanza, il discorso non cambia molto. L’eternità delle leggi economiche viene fatta valere all’interno del quadro storico delle scelte capitaliste, mentre, in prospettiva, si colloca l’utopia della realizzazione comunista.

L’errore di fondo consiste nella sopravvivenza della mentalità del chierico, dello specialista, del tecnocrate, che considera la scienza come uno strumento del potere e quindi, per converso, cerca di spiegarsi la realtà (l’azione del potere) come una serie di conseguenze che si verificano a seguito delle decisioni prese da un vertice illuminato (scientificamente consigliato da altri chierici, da altri specialisti, da altri tecnocrati). Il discorso, così facendo, si mantiene a livello dell’accademia e sfugge all’essenza delle cose. In conclusione, quando parlano della necessità della liberalizzazione della struttura economica, e si rendono perfettamente conto che ciò non può avvenire senza una parallela e conseguente liberalizzazione della struttura politica, si immaginano il tutto come una illuminata decisione del potere, e si immaginano, di conseguenza, di avere la capacità (più o meno grande) di riuscire, con i loro consigli tecnici, a mettere in marcia questo processo. Non si rendono conto che nulla è mai avvenuto, né nell’URSS né altrove, per questa strada. Tutte le aperture, tutti i risultati positivi per la liberalizzazione dei processi repressivi del potere, tutti i sostanziali “cambiamenti di rotta”, sono avvenuti esclusivamente su pressioni dal basso, su cambiamenti profondi nella coscienza della base, su sommovimenti di classe.

Anche il discorso della scelta dei mezzi per il raggiungimento dei fini, e la conseguenza che la prima finisce per condizionare il secondo, sono mal posti. Per prima cosa cominciamo col dire che si tratta di un problema etico e che il suo ingresso nella scienza economica è giustificato solo a una condizione, che quest’ultima si emancipi dalle vecchie clausole dell’oggettività scientifica ottocentesca. Fatto ciò, che è discorso oggi di molti, si deve verificare un’altra cosa. Di per sé, non è affatto rivoluzionario porsi un problema del genere. La reazione cattolica, per bocca di alcuni suoi economisti, lo fece per tempo e anche bene, seppure con obiettivi di mantenimento dei risultati raggiunti dal grosso capitale e di contenimento delle pretese di nazionalizzazione a sfondo socialista. Toniolo, Einaudi e altri, svolsero con larghezza questo tema, ma con scopi di conservazione. Quando Einaudi scriveva che l’economista deve avere la stessa funzione dello schiavo che veniva posto sul carro di trionfo del condottiero romano, per ricordargli che la Rupe Tarpea è vicina al Campidoglio, voleva dire che introducendo una problematica etica all’interno dell’economia si poteva arrivare a “consigliare” il potere per meglio agire, per meglio sfruttare, per più a lungo mantenersi. Non gli passò mai per la testa che quel suo “consigliare”, potesse anche arrivare all’eliminazione del potere. E ciò perché il suo discorso era diretto a specialisti, fatto da specialista e si poneva, come abbiamo detto, il fine della conservazione dello statu quo.

Quindi quando diciamo: occorre fare attenzione alla scelta dei mezzi, abbiamo presente un’attenzione ben più profonda di quella che ci viene dalla semplice soluzione del problema tecnico della produzione. Gli economisti invece fanno questo discorso con la pretesa (purtroppo, a volte, fondata) di indirizzare il potere. Essi gli dicono: fai attenzione, il tuo modo di sfruttare non è razionale, rischia di uccidere la gallina, tenendo conto che quest’animale non è una macchina ha certe sue necessità fisiologiche, deve mangiare, ecc. Come si vede un gran bel discorso. E siccome, di regola, a farlo sono dei borghesi illuminati, è un discorso che ha un doppio pregio, da un lato mette in pace la falsa coscienza di chi lo fa, dandogli l’illusione di essere per l’impegno politico e sociale, dall’altro consente al potere di avere una “riserva” di analisi a cui attingere in momenti di bisogno.

Cerchiamo, adesso, di impostare schematicamente un discorso diverso.

Se è ormai il caso che la teoria la smetta di interpretare il mondo e che proceda a cambiarlo, bisogna intendersi subito sulla differenza tra teoria e prassi. Se il mondo (e l’URSS fa parte della realtà, quindi del mondo), è la prassi, dell’alterno svolgersi di essa fanno parte sia il potere che i lavoratori. E se lo scopo del potere è sempre quello di perpetuare se stesso e quindi di modificarsi, e modificare la situazione in funzione di questa necessità di perpetuarsi, scopo degli sfruttati deve essere quello di trasformare profondamente e definitivamente la situazione e con questa abolire il potere. Abbiamo, quindi, che la prassi del potere è sempre prassi reazionaria, mentre quella del movimento degli sfruttati “può” essere prassi rivoluzionaria. Questo “può” si piega col fatto che spesso l’imbroglio ideologico del potere è tale da tagliare grosse fette del movimento degli sfruttati e di illuderle riguardo la necessità, la bontà, la sopravvivenza di se stesso.

Premesso tutto ciò, abbiamo che la prassi rivoluzionaria è quella del movimento degli sfruttati che riesce a gestire se stesso, cioè che si riappropria del progetto di liberazione senza intermediari, cioè autorganizza la lotta. In questa fase, la teoria rivoluzionaria coincide con la prassi, per cui avremo che nell’autorganizzare la lotta il movimento degli sfruttati sviluppa la propria prassi e la propria teoria, esso “è” la propria prassi e la propria teoria.

Il rifiuto del leader, del capo carismatico, della guida individuale o collettiva, è la prima indicazione per l’atto di prendere in mano direttamente l’organizzazione della lotta ed è, quindi, il primo segno del nascere di nuovi modelli organizzativi.

Il quadro generale della teoria del movimento degli sfruttati è rappresentato eminentemente dalla ricomposizione del tessuto sociale. Per il movimento, nel suo insieme, sebbene con sfumature diverse, evitare le fratture tra le diverse classi, o gruppi, o settori, è fondamentale per raggiungere l’unità rivoluzionaria. Al contrario, per il potere, il problema della ricomposizione è un processo di restaurazione su basi più avanzate delle condizioni che resero possibile l’instaurazione del potere stesso, condizioni venutesi a deteriorare.

Abbiamo pertanto un generico “bisogno di comunismo” che costituisce l’elemento portante della teoria del movimento degli sfruttati. All’interno di questo bisogno si articolano “i bisogni”, i quali strutturano non solo l’intervento concreto del movimento nella lotta ma anche il suo “produrre teoria”.

È significativo quindi partire dai bisogni, cioè non da un astratto ideale di ricomposizione, ma da un concreto (storicamente dato) pacchetto di bisogni, legato alla produzione e alla riproduzione sociale. Il “sentire” questi bisogni come punto essenziale della dinamica rivoluzionaria è, per il movimento degli sfruttati, ereditare la filosofia borghese, inverarla in una negazione (realizzazione) della filosofia stessa. Certo, tutto ciò non è ancora totalmente compiuto, ma è già sorta una tendenza in questa direzione.

Bisogna fare attenzione a non confondere questa tesi con quella cosiddetta “movimentista”, la quale sostiene che la lotta, in quanto tale, sostituisce la teoria o, al limite, l’usa solo come espediente tecnico per condurre avanti se stessa. Si confonde così teoria con ideologia e pratica con realtà della lotta, finendo per assorbire ogni teoria all’interno della pratica nel disperato tentativo di eliminare il pericolo ideologico. Però, in questo modo, si è avuto il bel risultato di ideologizzare la pratica, scontrandosi con la presenzialità del fatto, con la rottura personalistica del fenomeno, con l’irrazionalismo esistenzialista, ecc. Quello che intendiamo affermare è, al contrario, una individuazione della teoria all’interno della pratica portata avanti dal movimento degli sfruttati. Non all’interno di “tutta” la pratica, ma solo in quella parte che autogestisce la lotta, in quella parte che – in forme e metodi diversi – si pone al di là della linea riformista e interclassista. Così, il movimento è veramente portatore della dimensione universalizzante che gli era stata riconosciuta, fra gli altri da Marx, e che trova l’armonicità della propria teoria nella stessa specificità e particolarità dei suoi momenti di lotta.

Quali sono questi “bisogni”? In primo luogo la qualità diversa della vita, il rifiuto della dimensione produttivistica, il bisogno di non dovere quantificare tutto, la riappropriazione del proprio corpo, il gioco, la gioia.

Quanto strane appaiono queste categorie di giudizio all’interno del quadro tradizionale dell’economia! Eppure sono categorie di giudizio economico, tanto è vero che servono da base a un’azione politica che, per definizione, non ha senso privata di un rapporto profondo con la base economica. Il fatto è che tutte queste categorie trovano la propria caratterizzazione nell’ampio e comprensivo “bisogno di comunismo”, senza il quale è vano parlare della costruzione della società del futuro.

Ma, se il movimento degli sfruttati, nel corso dell’autorganizzazione delle lotte, individua dei bisogni (quindi ne sostanzia la relativa teoria), ciò significa che pone, in questi bisogni, dei valori, da cui il valore massimo, il valore del comunismo. Non solo, ma non significa che venga ad accettare le idealizzazioni, per cui l’ideologia gettata fuori dalla porta rientra dalla finestra. Questi bisogni sono primariamente di tipo concreto. La richiesta di una migliore qualità della vita è richiesta di vivere la vita, quando invece la richiesta tradizionale del pane e del lavoro era, prima di tutto, una richiesta di sopravvivere. Ancora più chiaro è il bisogno di comunismo che riassume, in una parola, l’aspirazione massima (e massimamente concreta) degli sfruttati, la libertà.

Questi nuovi bisogni che sorgono, nella prospettiva dell’autorganizzazione del movimento, hanno il loro corrispettivo nella precedente prospettiva, quella dell’organizzazione tradizionale affidata a strutture di potere (partiti e sindacati). La distruzione del lavoro ha come corrispettivo l’esaltazione della produttività, una diversa qualità della vita ha la standardizzazione per scaglioni di “considerazioni” sociali stabiliti dal potere, la riappropriazione del proprio corpo ha l’oggettivizzazione del corpo e di tutto quanto lo riguarda (sesso), il gioco ha lo sport, la gioia ha la vacanza (sospensione programmata del lavoro).

Pertanto, nella dimensione tradizionale, il bisogno del lavoro, della “considerazione” sociale, del sesso, dello sport, del riposo, sono bisogni sentiti non meno degli altri, ma inseriti in un bisogno molto più ampio, la coabitazione col potere. Al posto del bisogno di comunismo subentra il bisogno di pace sociale, di sopravvivenza. In più, a caratterizzare questi bisogni, interviene il mercato. Ognuno di essi corrisponde a un valore dl scambio in quanto è reificato in merce, a un valore d’uso in quanto sottintende il bisogno stesso. Solo in quanto valore di scambio si ha la reificazione in merce e quindi la feticizzazione relativa. Come valore d’uso questi bisogni sussistono in quanto tali. Non c’è dubbio che il bisogno di lavorare (per mangiare e tutto il resto) sia bisogno primario, come quello della “considerazione” sociale, del sesso, dello sport, del riposo ecc. Il legame tra valore di scambio e valore d’uso giustifica il nascere degli altri bisogni che, sotto un certo aspetto, potrebbero essere considerati il valore d’uso liberatosi dal valore di scambio.

In effetti, per quanto strano possa sembrare, il valore d’uso non è legato alla stessa legge di reificazione del valore di scambio. Il valore d’uso ha una sua autonomia e una sua utilità. Ma non è utilità in assoluto, non è un concetto che si possa sottrarre alla determinazione storica in quanto rapporto sociale. L’utilità del pane (bisogno del pane) non può assolutizzarsi in una dimensione astratta, come l’utilità delle rose (bisogno delle rose), ambedue questi bisogni potranno relazionarsi tra loro in rapporti quantitativi molto variabili. Solo che questo collocare il valore d’uso in una prospettiva storica (e quindi sociale) è possibile solo dal punto di vista della classe (collettività sociale) e non dal punto di vista (veramente astratto) dell’individuo. In quest’ultima dimensione il valore d’uso (utilità) sfugge alla determinazione storica.

Considerando le cose sotto un altro aspetto, abbiamo che il mercato stesso è solo apparentemente qualcosa di concreto. Il processo di produzione vi si quantifica in valore di scambio in forza del presupposto elemento dell’utilità (concreta o fittizia, naturale o imposta). Avremmo, pertanto, una produzione e un consumo non tanto di oggetti quanto di “utilità”. Il sistema riproduce se stesso nella riproduzione allargata dei valori di scambio o, se si vuole, del valore d’uso rivissuto attraverso l’estrazione del valore di scambio.

La rottura della riproduzione capitalista avviene con la proposta autorganizzativa della lotta, che consente l’emersione di nuovi valori d’uso i quali non possono servire da sostegno a fittizi valori di scambio. Emerge il concetto economico di “trasgressione”, che traduce in termini di valore d’uso i precedenti valori di scambio, utilizzando la base dell’utilità che era anche presente in quest’ultimi, ma liberandola dal cerchio della reificazione (gestione controllata da parte del centro).

È fondamentale comprendere che la chiave di tutto ciò risiede nella dimensione collettiva della lotta, negandosi all’interpretazione individualista del rapporto tra valore di scambio e valore d’uso. Il bisogno di gioia, ad esempio, valutato a livello individuale, non può assumere la forma di categoria del giudizio economico, ma quella di rifiuto individuale, spesso di atteggiamento aristocratico, di un contesto che viene riconosciuto oppressivo ma contro cui si pretende lottare in forma atomizzata, perché prima di tutto si vuole dare spazio alla propria personalità, al proprio modo d’intendere la vita (e i propri bisogni).

Ecco, in brevi linee, il senso strutturale di quello che si può definire la teoria del movimento degli sfruttati. Resta da vedere il problema del rapporto tra minoranza illuminata, specialistica, e questa teoria. Questa minoranza può sensibilizzarsi sulle vicende del movimento, può – ritornando al problema dell’URSS oggi – cercare di cogliere gli stimoli di base verso un processo di trasformazione, verso l’autorganizzazione. Tutto ciò va bene, ma rimane un problema. Essa può veramente far ciò? Anche a prescindere dalle difficoltà di natura tecnica, come quelle inerenti alla situazione sovietica, in altre situazioni, con più facilità di arrivare alle fonti d’informazione, può accostarsi al problema?

Riteniamo che si possa rispondere affermativamente. Infatti, se il movimento degli sfruttati nel proprio autorganizzarsi realizza la propria teoria, ciò non significa che lo faccia in un colpo, più che altro si tratta di un fenomeno di tendenza, qualcosa che è in corso di svolgimento. Quindi, qualcosa che in parte esiste e in parte ancora non esiste. Proprio in questo passaggio può inserirsi il contributo del tecnico, dello studioso, dell’economista. Della nuova tendenza fanno parte processi provenienti dalla fase precedente, influenze specifiche delle forze agenti all’interno del sistema (forze economiche in primo luogo). La stessa tendenza all’autorganizzazione non ha un’origine precisa nella decisione di qualcuno o di qualche gruppo specifico. Essa nasce, almeno in parte, dallo stesso profondo processo di trasformazione del potere e delle sue strutture, dallo stesso spostamento che quest’ultimo cerca di realizzare verso forme di gestione socialdemocratiche. Questa necessità, per il potere, ha avuto e ha dei costi. Tra questi costi s’inserisce una progressiva presa di coscienza da parte di notevoli strati produttivi. La stessa obbligatorietà dello sviluppo diseguale (ghettizzazione, criminalizzazione interna ed esterna) ha fatto aprire gli occhi alla gente. Questa tendenza è causa ma, nello stesso tempo, effetto di qualcosa d’altro.

Abbiamo dunque questa conclusione, il movimento degli sfruttati “è” la propria teoria, ma non è “tutta” la teoria, esso lo “sarà” quando autorganizzerà totalmente le proprie lotte. Fino a quel momento, tra quello che è e quello che dovrà essere, ci sarà un divario. Chi riflette su quella teoria, l’economista in primo luogo, non personifica in se stesso la teoria, egli “non è” la teoria, come non è la teoria del suo discorso col potere. Tutto ciò fin quando il bisogno di comunismo si trasformerà in comunismo realizzato.

Al momento abbiamo una persistenza della separazione teoria-prassi. Il primo di questi due termini comprende la teoria che “è” il movimento degli sfruttati nel suo autogestire le lotte, e la teoria che “non è ancora” il movimento degli sfruttati (in quanto espressione di una tendenza verso l’autogestione delle lotte). Quest’ultima parte, compreso il problema del passaggio e, quindi, della definitiva rivoluzione della teoria nella pratica, è compito della riflessione dei compagni.

 


[1974]

Sul femminismo

Gli scritti di Emma Goldman sono la testimonianza dell’impegno rivoluzionario di un’anarchica che basò il proprio intervento nella lotta sociale proprio sul suo essere donna.

Gli ostacoli che Emma incontrò nei suoi trent’anni di propaganda anarchica, e le polemiche che sostenne, sono anche oggi presenti all’interno del movimento rivoluzionario e coinvolgono una non piccola parte delle lotte per la liberazione della donna.

Quando Emma si scontrava con lo sciovinismo maschile più o meno palese di anarchici di primo piano, che avevano speso tutta la loro vita nella lotta per la rivoluzione sociale, quando polemizzava con uomini come Most o come Kropotkin, lo faceva, in primo luogo, come donna, rifiutando il ruolo marginale che quegli uomini, quasi inavvertitamente, intendevano imporle. Quando portava in primo piano il problema sessuale, indicando con molta chiarezza le discriminazioni in cui la donna è soggetta e le conseguenze sociali che ne derivano, lo faceva, spesso, anche con scandalo e sospetto delle stesse organizzazioni rivoluzionarie. E quando, nel 1900, alla conferenza anarchica internazionale di Parigi, le “suggerirono” di non prendere il problema sessuale per non “fare cattiva impressione” sulla stampa presente, si alzò e se ne andò.

Questa situazione, per grandi linee, persiste tuttora, anzi, nell’affinarsi delle tematiche e nell’approfondirsi delle analisi, essa si è acutizzata, radicalizzandosi su posizioni incomunicabili, in uno scontro fittizio, tra compagni e compagne, con tutta una serie di incomprensioni.

Prima di entrare specificatamente in argomento, bisognerebbe precisare una cosa. La liberazione della donna, e quindi il femminismo, non possono facilmente coabitare con mitologie rivoluzionarie di tipo autoritario (e adesso vedremo perché), quando questa coabitazione sussiste, quasi sempre ciò dipende da un compromesso strumentale. Il movimento femminista di questi ultimi anni, disponendosi allo scontro, si è trovato attorno gli strumenti dell’analisi marxista e li ha utilizzati. Che poi questi strumenti siano prodotto di una prospettiva autoritaria di intervento rivoluzionario, non si è creduto opportuno approfondire, anche perché si è voluto evitare di mettere troppa carne sul fuoco, preferendo procedere prima alla costruzione di una struttura d’azione e poi a una verifica teorica. Quando si è attaccato qualche santo protettore, come è accaduto per Hegel, lo si è fatto nel tentativo di “salvare il salvabile”, come chiaramente accade con le “letture” dei classici marxisti che, dopo tutto, sono stati scritti tutti (o quasi tutti) da uomini, ivi compresa Rosa Luxemburg che donna era, ma da uomo ragionava.

In sostanza, ci pare che la rivoluzione per cui lotta la donna non si può spiegare attraverso una prospettiva autoritaria, nel senso che al posto di comando della futura elite di potere (partito guida del proletariato) anziché starci gli uomini dovrebbero starci le donne. Se così si volesse pensare, sarebbe un ripetere gli errori della precedente lotta per l’emancipazione condotta dalle donne, lotta che le portò a entrare nelle professioni prima riservate agli uomini, che le portò in Parlamento, che le portò a votare, ma che non le fece avanzare di un centimetro nella strada della liberazione e della rivoluzione femminista. Non solo, ma partendo andicappate da secoli e secoli di “gineceo”, dovettero sottoporsi a sforzi immani per mettersi alla pari con i “privilegiati” soggetti maschili, e ciò solo per meglio contribuire alla produzione della ricchezza capitalista.

A tutto ciò si potrebbe obiettare col discorso dell’evoluzione progressiva delle lotte, della maturazione della massa sfruttata e così via, però non si modificherebbe nulla del problema di fondo, la rivoluzione femminista non può essere improntata sul modello autoritario, deve qualitativamente disporsi in modo diverso, attaccare il centro del potere maschile, non per sostituirlo con un altro (femminile), ma per eliminarlo del tutto. Ci pare che, in questa prospettiva, rivoluzione femminista e rivoluzione anarchica debbano coincidere per forza.

Il progetto finale però non può sottrarre le donne (e gli anarchici) all’impegno nella struttura parziale, all’analisi giusta delle condizioni di questa struttura, all’intervento in senso rivoluzionario. E come può avvenire tutto ciò?

Per prima cosa sfuggendo dall’illusione quantitativa. Infatti, dove si collocavano i contrasti tra la Goldman e Kropotkin o Most? In che cosa si collocano oggi i dissidi tra tanti compagne e compagni? Proprio nella pretesa degli uni (e, spesso, anche delle altre) di contarsi, di misurare le capacità d’intervento nella realtà attraverso il numero dei militanti, di utilizzare schemi di partito. In sostanza Most teneva in mano il movimento anarchico di lingua tedesca negli Stati Uniti, sapeva che molti compagni tedeschi, sia per la loro originaria estrazione religiosa, sia per una connaturata dualità dell’uomo che non riesce con facilità a sfuggire alla valutazione della donna in base al fatto sessuale, non amavano che le compagne (che sono in ultima analisi delle donne) si impegnassero su certi argomenti (residuo di ipocrisia perbenista), da qui il suo contrasto con la Goldman e le preoccupazioni che le attività di quest’ultima potessero gettare “discredito” sul movimento, cioè potessero diminuire il numero degli aderenti.

Chi entra nella logica quantitativa si batte in una prospettiva rivoluzionaria ma con mezzi inadeguati. Chi si misura continuamente finisce per fissare una scala di avvicinamento a un obiettivo, scala che non è disposto a mettere in discussione. Il suo punto di riferimento è il movimento degli sfruttati in generale, con le idee che quest’ultimo possiede in un dato momento. Ora, per ciò che concerne il problema della donna, non c’è dubbio che il movimento degli sfruttati, preso in generale, ha idee molto retrograde (donna come oggetto sessuale, come angelo del focolare, al massimo come compagna di lavoro). Ne consegue che chi si incanala nella logica quantitativa si impegna a incidere sul livello di queste idee con la propaganda e l’azione politica, ma, nello stesso tempo, non può non tenere conto della logica di partenza e quindi “suggerire” alla compagna (donna) di “rientrare nei ranghi”. Anarchici e marxisti, sotto questo aspetto, non differiscono. Anche le compagne che entrano nella logica quantitativa (costruzione del movimento) non possono (se vogliono veramente costruire qualcosa di quantitativamente significativo) agire diversamente.

Ci pare, pertanto, che una buona parte degli sforzi del movimento femminista, diretti, giustamente, a fare rientrare al loro posto gli stimoli sciovinisti dei compagni (maschi), vada diretta anche ad analizzare gli obiettivi del movimento stesso e delle sue strutture. E ciò per evitare di cadere nell’equivoco del “fammi spazio che mi ci metto io”.

Resta poi l’altro aspetto del problema. Se la rivoluzione femminista non può non essere anarchica, ne consegue che la metodologia di intervento non può che essere simile, se non uguale. E in che modo gli anarchici considerano se stessi nei confronti della massa? In che modo le donne si collocano di fronte allo stesso problema?

Gli anarchici non si pongono di fronte alle masse come portatori della verità, né come guida né come memoria rivoluzionaria. Essi, anzi, non si pongono nemmeno “di fronte” alle masse, essi fanno parte delle masse. Quando danno significato a una loro organizzazione, lo fanno per motivi di “approfondimento” del fatto rivoluzionario, perché sono obbligati ad avvicinarsi per gradi alla rivoluzione, perché hanno necessità strategiche di lotta contro il potere. A rigore di logica non devono cadere nell’equivoco quantitativo. Non sono i grossi movimenti anarchici che determinano i fatti liberatori-rivoluzionari. Un enorme numero di condizioni determina il fatto rivoluzionario, gli anarchici ne sono una componente, quella che si indirizza subito verso il fatto liberatorio che potrebbe anche essere messo da parte all’interno del fatto rivoluzionario, accantonato e ucciso da una minoranza interessata.

Lo stesso potrebbe dirsi per le donne. Se si pongono di fronte alle masse in quanto donne, non possono fare a meno di discriminare nella massa due gruppi distinti di sesso diverso. In questo modo “tutte le donne” entrano a fare parte di un potenziale rivoluzionario che resta da verificare. Allo stesso modo tutti i lavoratori entrano a fare parte di un ipotetico potenziale rivoluzionario, anche i poliziotti, i magistrati, gli uomini politici, i mafiosi. Certo, partendo da una logica quantitativa questa soluzione è molto comoda, fa sentire forte la donna, la fa sentire parte di una “gran massa di sorelle”, ma non la porta di certo verso la liberazione. Non solo, partendo dalla sola condizione dell’essere donna, si lega questa condizione al concetto di “verità”, e la donna diventa portatrice della verità, che deve essere fatta comprendere all’altra meta della massa (i maschi), con qualsiasi mezzo.

Al contrario, se la donna si pone come rivoluzionaria antiautoritaria, se rinuncia alla prospettiva di impadronirsi di qualcosa per schiacciare l’altro sesso, come e forse più di quanto essa stessa è stata schiacciata finora, ma sposta il proprio impegno tutto nel fatto liberatorio e rivoluzionario, inserendosi in strutture organizzative che partenti dalla matrice femminista fanno valere quelle tematiche e quelle motivazioni che mettono in primo piano il problema della donna, allora, non si tratterà più di dividere il mondo in due grosse fette, ma di farlo vedere diviso per com’è dallo sfruttamento capitalista, denunciandone questa divisione, esasperandola, fino al giorno della definitiva liberazione e della definitiva abolizione di ogni divisione, anche quella basata sulla differenza di sesso.

Con questo non si vuole affermare che la donna dovrebbe “ammorbidire” la carica di violenza che esplode in lei, nel suo prendere coscienza del doppio sfruttamento che subisce, affinché, così purificata, possa entrare nel movimento rivoluzionario e lottare “con uguali diritti” a fianco del compagno (uomo). Purtroppo, anche fra compagni che lottano per la rivoluzione, che fanno sforzi verso la liberazione, ma che proprio per questo non sono “liberati”, albergano residui non facilmente sradicabili di pregiudizi e di discriminazioni. La donna sente tutto ciò e acuisce la sua lotta. Ma questa situazione è una conseguenza dello sfruttamento capitalista che restringe la donna all’interno di un ghetto preciso di sfruttamento, il ghetto della discriminazione sociale. La donna viene valutata in quanto oggetto sessuale. Qualsiasi cosa faccia, quale che sia l’attività che svolge, in qualsiasi campo si impegni, prima di lei arriva il suo sesso, o meglio quello che gli uomini pensano sia il suo sesso. Ciò non può mancare di ferire la donna e di portarla alla coscienza che se vuole arrivare alla rivoluzione femminista deve, per prima cosa, abbattere questa barriera. Ma l’abbattimento di questa barriera non può avvenire senza il contemporaneo abbattimento delle altre barriere. La donna sarà sempre considerata come oggetto sessuale, fin quando esisterà un mondo diviso in classi, perché riducendola a oggetto la si rinchiude nel ghetto, con quello stesso processo di criminalizzazione che viene adottato con le altre minoranze pericolose, i carcerati, gli alienati, ecc.

E la grande carica di violenza rivoluzionaria le viene dalla coscienza del sentirsi rinchiusa nel ghetto. Con un processo non dissimile, i carcerati oggi vanno prendendo coscienza della loro situazione di ghettizzati ed esplodono in rivolte controllate con sempre maggiore difficoltà. Anche qui si va incontro a pericoli non facilmente evitabili. Si corre il rischio di enfatizzare il “carcerato” solo perché essere umano ristretto in quattro mura. Questo, ci pare, il primo momento di crescita del movimento, il momento in cui il movimento oggettiva se stesso e lo fa con i mezzi più macroscopici che ha a disposizione, nel caso del carcere, il carcere in quanto edificio, in quanto istituzione totale, nel caso della donna, il sesso, in quanto discriminante netta tra due mondi diversi, quello dell’uomo (dominatore) e quello della donna (dominata).

Ma poi il movimento cresce. Lascia il periodo dell’infanzia, in cui si riconosceva mediante le caratteristiche più immediate, e sviluppa il proprio approfondimento rivoluzionario. Così i carcerati si accorgono che la lotta contro l’istituzione totale non può avere sbocchi se non si lega all’altra istituzione totale, la società dello sfruttamento, e che la persistenza di quest’ultima impedirebbe sempre e continuamente la distruzione della prima. E accorgendosi di ciò, sviluppando un’analisi di classe, individuano i nemici e li separano dagli alleati, si organizzano in quanto minoranza rivoluzionaria, scelgono gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli. Solo allora sono veramente pericolosi per il potere, e solo allora la repressione si fa feroce, perché non è più possibile attirarli nella trappola della riduzione della pena, della libertà provvisoria, del condono, della riforma carceraria, trasformismi del potere che intende, così, trasferire i ghettizzati da un ghetto (più piccolo) a un altro (più grande).

E anche il movimento femminista sta crescendo, mettendo da parte la discriminante in base al sesso, che finalizzava tutti i suoi sforzi all’inizio. La lotta contro l’altro sesso ha ragione di essere solo quando è inserita nella lotta contro il padrone, contro l’istituzione che difende il padrone, contro il meccanismo da lui creato per perpetuare lo sfruttamento. In questa prospettiva più ampia, anche la lotta femminista diventa fondamentale, obbligando tutti a prendere coscienza di un problema che (per i privilegiati) appare secondario. E solo quando questo collegamento è fatto, il movimento femminista appare in tutta la sua pericolosità per il potere, e ciò perché, in quella fase, esso non chiederà nulla di specifico “per la donna”, ma lo chiederà per tutti gli sfruttati, una richiesta totalmente rivoluzionaria, come solo chi ha subito il peggiore di tutti gli sfruttamenti può fare. E contro la rabbia delle donne non sarà facile, per il potere, trovare una soluzione di accomodamento.

 


[Pubblicato su “La salamandra” n. 2-3, marzo-giugno 1977, pp. 12-15]

Cultura, territorio ed emarginazione

Intendiamo per territorio il triangolo fabbrica-scuola-quartiere. In questa porzione di spazio sociale è in atto un processo di emarginazione. Le nostre società ricche manifestano due fenomeni in apparente contrasto, da un lato cercano di integrare i loro membri, dall’altro lo scontro di classe impedisce questa integrazione e determina fenomeni di emarginazione.

Questa emarginazione avviene con l’esercizio di una funzione, con l’adesione a un’organizzazione e, per ultimo, con il consumo per il consumo. Anche i lavoratori si sono convinti, a poco a poco, che si può arrivare a una società migliore con un passaggio “indolore”, e in questo hanno accettato le tesi degli economisti borghesi. Promotori di questa soluzione sono i sindacati e i partiti di sinistra che hanno fissato, almeno in paesi come l’Italia, un programma di accesso al potere che si potrebbe definire “morbido”.

In realtà, la qualificazione (esercizio di una certa funzione), e l’adesione a una specifica organizzazione, sono già sufficienti per creare quella frattura nel territorio di cui ha bisogno il capitalismo per fronteggiare la crisi e per garantire lo squilibrio delle zone produttive, cosa che corrisponde a garantire la propria forma di equilibrio.

L’aumento della ricchezza, inteso in termini di produzione e di consumo, segna pure la crescita dell’impossibilità di soddisfare i bisogni più impellenti dei gruppi che vengono automaticamente emarginati.

Lo scontro di classe ci indica un insieme di mezzi che vengono impiegati dalle parti in azione. I padroni possono sempre ricorrere allo strumento tradizionale dei momenti di emergenza, i fascisti, ma preferiscono ricorrere a strumenti molto più raffinati, che trovano immediato impiego nel rapporto tra cultura e territorio. Infatti questi strumenti sono in gran parte attinenti ai processi del consenso e sono legati alla ripartizione triangolare del territorio.

Degno servitore del padrone in carica, l’intellettuale mette se stesso integralmente nella causa del progresso democratico. Per questo esemplare sociologico, non esistono possibilità serie di salti qualitativi di tipo rivoluzionario, le sue letture hegeliane – molteplici e non sempre scanzonate – si limitano alla dialettica del quantitativo. È come un piccolo roditore che lavora con sistematica ottusità a costruire il suo microscopico mondo, ed è pronto a difenderlo.

Il potere – di qualsiasi tipo – ha bisogno dell’intellettuale. Gli serve per quelle operazioni di consenso che rendono utili le cose più assurde. Oggi, siamo sicuri che il campo di resistenza del capitalismo non è più limitato a quello dell’estrazione del profitto ma si allarga proprio a seguito dell’esistenza del consenso, fino alla possibilità stessa di sopravvivenza in assenza di profitto, purché permanga il consenso.

Sebbene il modello di produzione capitalista si estenda oggi in ogni parte del mondo, si possono vedere forme concretamente diverse che realizzano questo capitalismo. Gli schemi dell’accumulazione sono diversi se vengono riferiti all’interno di un singolo Stato, e sono ancora diversi se riferiti alla dinamica economica multinazionale. Comunque, il modello interno si compenetra nel modello globale di un capitalismo sopranazionale che, se oggi si esprime per blocchi intercontinentali, domani potrebbe superare anche questo aspetto geo-economico.

Problema centrale, per uno Stato moderno, è quindi quello dell’informazione e del controllo dei centri che gestiscono l’informazione. Se l’obiettivo centrale è quello di spaccare la pericolosa unificazione tra luogo di produzione, scuola e quartiere, l’informazione resta lo strumento principale per realizzare tale progetto.

Inserito in questa prospettiva l’intellettuale assume una grande importanza. Professionalmente è chiamato dalla borghesia a produrre cultura, un oggetto immediatamente consumabile, sia per allietare le serate dei ricchi, sia per aiutarli a continuare lo sfruttamento, sia – se necessario – per inventare le forme di sfruttamento.

Certo, l’intellettuale può evolvere nel corso del contrasto di classe, progredire e, con grandi difficoltà, arrivare a una coscienza disadattata nei confronti della sua situazione di classe, ma ciò gli succede di rado. Spesso preferisce seguire la corrente, e quando il vento soffia da sinistra, fa presto a dichiararsi progressista e saltare sul carro del vincitore.

Da parte sua il potere si rende pienamente conto di questa disponibilità dell’intellettuale e cerca di utilizzarlo nel migliore dei modi. In primo luogo per impedire che si saldi il triangolo del territorio. Infatti, qualora il triangolo, luogo di produzione-scuola-quartiere, riuscisse a saldarsi in un tutto continuo, sarebbe la fine del capitalismo. Il proletariato da una fase difensiva – quale è quella che attraversiamo, caratterizzata da una forte presenza sindacale e partitica – passerebbe a una fase offensiva, con progressiva generalizzazione di rapporti nuovi autogestiti, di tipo comunista.

In altri termini, il movimento degli sfruttati, nello stesso momento in cui cresce la lotta, riuscirebbe ad analizzare le future mosse del capitale, mettendo a punto una strategia a medio e a luogo termine (insurrezionale e rivoluzionaria). Si verificherebbe allora un coordinamento tra forze che agiscono in aree “avanzate” politicamente (specie le fabbriche delle zone industrializzate), e forze che agiscono in aree “arretrate”, obbligate a permanere nei ghetti, o a sostare lunghi anni nella disoccupazione camuffata del periodo soolastico.

Per impedire anche l’inizio di un simile progetto, il capitalismo attacca ogni iniziativa, anche modesta, che intende partire dalla base in forma autonoma, cercando di fissare un collegamento tra i tre punti del triangolo. Per realizzare questo attacco ricorre agli specialisti: architetti, urbanisti, sociologi, matematici, economisti, filosofi, storici, cineasti, poeti, romanzieri vengono assoldati in massa per contribuire alla grande opera. Come il celebre barone Haussmann creò i più grandi boulevard parigini dopo la grande paura del 1871, per consentire all’esercito di mitragliare meglio il popolo, nascondendo l’operazione sotto la forma di un progetto di risanamento e di abbellimento, allo stesso modo, nella stessa Parigi, oggi, i grandi assembramenti popolari, i ghetti tradizionalmente focolai di ribellione, vengono sventrati e trasformati in lussuosi centri per uffici metropolitani. Il proletariato viene trasportato altrove, in mostruosi alveari, a chilometri di distanza dai posti di lavoro. Le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro sono così nientificate. Si ritorna alla vecchia giornata di dieci-dodici ore, in quanto bisogna calcolare due-tre ore di treno per andare e venire tra i quartieri periferici e i posti di lavoro. Non è accidentale che i quartieri proletari siano esattamente orientati in direzione opposta a quella delle zone di produzione.

Quest’operazione che nella grande Parigi assume aspetti macroscopici è in atto dovunque. Tutti i compagni che hanno sperimentato le lotte nei quartieri, sia per l’occupazione delle case – come a Milano e a Roma – sia per molti altri motivi, che possono andare dall’asilo per i bambini, all’acqua, alla fognatura, alla luce, all’inquinamento, sanno, per esperienza personale, quanti e quali sono i mezzi impiegati dal potere per impedire ogni tentativo che riunisca i tre punti del triangolo territoriale. I fascisti, la polizia, la legge e ogni altro strumento a disposizione di chi comanda, sono impiegati per scoraggiare e intimidire.

Prendiamo il caso dei baraccati del Belice. Raramente nella storia si è avuta un’occasione oggettivamente più rivoluzionaria di questa. Migliaia di famiglie che vivono in orrende baracche, calde d’estate e fredde d’inverno, che avrebbero mille motivi per ribellarsi di fronte a una noncuranza degli organi responsabili che rasenta l’incredibile, e che invece non si riesce a unire insieme in un attacco rivoluzionario. I motivi, svariati, vanno dal lavoro che viene procurato saltuariamente, alla promessa di avere una casa, ai sussidi, alla possibilità di emigrare, ecc. Elementi di intervento che sotto il manto peloso della carità nascondono il solo scopo del capitalismo, mantenere diviso il popolo per meglio sfruttarlo. E questa divisione è a livello di territorio.

Prendiamo l’esempio delle nostre vecchie città universitarie, istituti dispersi dappertutto nel contesto cittadino, studenti obbligati a saltare su autobus e tram per seguire ipotetiche lezioni ma, contemporaneamente, studenti immersi nella realtà stessa della città che li ospita, a contatto con i problemi giornalieri. Non più simboli di un privilegio di pochi ma prodotti della civiltà che tutti abbiamo costruito, disoccupati in attesa di un assai problematico lavoro poco remunerato.

Prendiamo la realtà della fabbrica. Qualificazioni, gruppi di lavoro, tutto è stato studiato, dall’organizzazione generale alle tecniche di inglobamento spicciole che vanno dal cinema aziendale alle stesse 150 ore, per dividere l’unità proletaria, per lanciare l’uno contro l’altro gli sfruttati. Ecco sorgere una nuova classe privilegiata, la classe proletaria, ufficialmente riconosciuta come tale da sindacati e partiti di sinistra, la classe che ha tutti i diritti e che prende a prestito, di peso, la morale borghese per farne modello di vita.

Ecco che questa nuova classe si contrappone a un sottoproletariato senza lavoro fisso, senza specializzazione, senza qualifiche. Si contrappone alle minoranze emarginate che, da parte loro, instancabilmente alimentano – e non hanno altra soluzione – la criminalità del paese. Ottenuta la divisione delle forze oppresse, i padroni e i loro degni compari di ogni ordine e grado, di ogni colore e distinzione, si accingono a utilizzare in senso positivo gli effetti dell’opera compiuta.

Sventrando i ghetti e dislocando intere popolazioni nello spazio, obbligando a viaggiare per ore nelle grandi città e nelle campagne per recarsi ai posti di lavoro, si ottiene – oltre alla divisione oggettiva sul piano territoriale – il non trascurabile risultato di fare impiegare il tempo alla gente. La paura del tempo libero è in parte scongiurata. Il potere ha paura che i lavoratori possano fermarsi a riflettere sulla propria situazione di sfruttamento, ecco che l’effetto riflesso della dislocazione nello spazio ha un altro lato positivo per i padroni. Per essere più sicuri, durante il viaggio in treno o in autobus, al lavoratore si mette in mano un giornale o un fumetto che completano l’opera di disinformazione. Arrivato a casa, lo si obbliga a collocarsi davanti al televisore, fino al momento di andare a dormire. I giorni festivi, venuta a scadere d’importanza la funzione religiosa, le è stata sostituita l’attività sportiva spettacolare.

La divisione comporta la possibilità di utilizzare processi automatici di controllo fondati sull’autospinta alla concorrenza tra gruppi diversi. Il tutto potrebbe, nelle forme più avanzate sperimentate ad esempio dalla Volvo, arrivare all’eliminazione della fascia intermedia dei tecnici improduttivi addetti ai controlli. Irretito in quanto classe, isolato nel territorio del quartiere che è il centro nevralgico della vita, tagliato dai contatti con la classe intellettuale in formazione, il proletariato potrebbe ancora una volta superare l’ostacolo dei sindacati e dei partiti, e proporsi, improvvisamente, un progetto organizzativo di tipo rivoluzionario. La presenza di proletari più coscienti potrebbe servire da elemento propulsore delle lotte, questi proletari potrebbero anche riuscire a sfuggire alla caccia da parte degli organi di controllo. Per quanto ben architettato sul territorio, il progetto capitalista potrebbe essere, in questi termini, validamente contrastato.

Verificandosi ciò, il capitale ha la sola possibilità di impiegare, in forma idonea, lo strumento autogestionario, riprendendo così il controllo della situazione.

Avremo allora la realizzazione dell’utopia degli economisti borghesi, il passaggio a forme diverse del lavoro organizzato, senza il verificarsi della rivoluzione. I lavoratori si considererebbero padroni delle loro fabbriche, cadrebbe ogni motivo di sciopero, la gestione verrebbe assicurata da funzionari governativi (o partitici o sindacali) sulla base del piano, e il capitalismo attuale si trasformerebbe dolcemente in capitalismo di Stato. Il controllo del territorio avrebbe dato il suo frutto migliore per il capitale, l’arresto della carica rivoluzionaria del movimento degli sfruttati.

Quando si realizza una organizzazione del lavoro in forma autogestita, controllata da una minoranza che detiene il potere, il lavoratore non ha risolto alcun problema, esiste sempre una forma di sfruttamento che va ad arricchire un gruppo estraneo al movimento degli sfruttati.

 


[1974]

Guerra di classe

In Italia [1975] è in corso la guerra civile. Come in ogni parte del mondo lo scontro mortale presenta caratteristiche ben definite, in relazione alle condizioni dello sfruttamento imposte dalla classe dominante. È per questo che parliamo di guerra (civile) di classe.

La violenza statale e la violenza difensiva di classe si contrappongono in uno scontro che solo i miopi della politica insistono nel non vedere. Il terrorismo delle diverse organizzazioni al servizio dei padroni è un elemento rintracciabile continuamente, come pure, nell’altro campo, comincia a profilarsi l’organizzazione di una difesa contro gli assassini statali, organizzazione che va esaminata e valutata nei suoi limiti e nelle sue prospettive. L’altro discorso, quello cosiddetto legalitario, il discorso che trova la propria espressione fonetica in Parlamento, riceve anch’esso una valutazione precisa una volta che lo si inserisce nella logica di un conflitto in corso.

La violenza dei padroni e dei loro servi

In una dichiarazione rilasciata al giornale “Il Giorno” del 19 aprile 1968, il direttore generale del’INAIL dichiarava che il fenomeno degli incidenti sul lavoro (le morti bianche) aveva preso le dimensioni di una guerra, “un morto all’ora, un ferito ogni 6 secondi”. Sono i lavoratori che cadono sul fronte dello sfruttamento, mentre gli “uomini della sinistra” continuano le loro pagliacciate parlamentari. Ritmi di lavoro impossibili, cottimo, aumento della tensione nervosa, monotonia, impossibilità di adeguare i riflessi alla macchina. Il periodo più pericoloso per la vita dell’operaio sono le ultime ore lavorative della giornata. Un vero e proprio macello. Amputazioni delle mani e degli arti inferiori, perdite degli occhi, bruciature, storpiature, fino ai reumatismi, alle polmoniti, alla sordità, ai disturbi della digestione, alle nevrosi, al cancro e agli infarti. L’80% dei saldatori dei cantieri navali sono sordi. Un’altissima percentuale degli sfruttati del settore minerario e delle cave soffre di silicosi. Gli addetti alle catene di montaggio della Fiat, con tappeto di movimento, scopersero dopo qualche anno di avere una notevole diminuzione nella capacità sessuale. Il 50% degli sfruttati nel settore tessuti soffre di dermatiti e disturbi alla respirazione.

Poi bisogna aggiungere l’incidente mortale, quello che di regola viene considerato un fatto accidentale, ma che resta dipendente dalla logica stessa della produzione. Nel 1960 la statistica parlava di un morto ogni ora, oggi non conosciamo i dati sicuri ma di certo non sono diminuiti. Basta leggere i giornali per rendersi conto di quanti lavoratori muoiono ogni giorno per motivi di lavoro, uccisi sul posto di sfruttamento dai padroni e dai loro servitori. Bisogna riconoscere, però, che il mestiere dell’industriale non è sempre quello del macellaio. Il padrone si infastidisce fortemente quando ci sono infortuni sul lavoro, perché la cosa lo turba sia a livello psicologico (molto meno) sia a livello economico (molto di più). Ma la logica dello sfruttamento ha i suoi passaggi obbligati ai quali non ci si può sottrarre. La sua pazienza ha però un limite, quando lo sfruttato, malgrado tutte le cure che si hanno per lui e tutte le preoccupazioni alle quali si va incontro, insiste nell’indocilità allo sfruttamento, allora è tutto un altro discorso. Alla logica ineluttabile del processo capitalista si aggiunge la volontà e la determinazione omicida. Il padrone si rivolge allo Stato, vuole essere tutelato nel suo sacrosanto (sic!) diritto di uccidere, di tagliare a pezzi, di deteriorare il “materiale” umano che ha comprato e che quindi è a sua disposizione.

In questo caso interviene la polizia. Prendiamo in esame i casi in cui la polizia ha sparato in Italia deliberatamente sulla folla, uccidendo lavoratori che chiedevano il proprio diritto alla vita. La risposta è stata data in pallottole che hanno causato, dal 1946 al 1970, 133 morti tra braccianti, disoccupati, operai, mondine, pensionati, contadini, studenti. Osservando gli elenchi degli sfruttati uccisi dalla polizia nel corso di dimostrazioni, si trova solo nel 1969 la morte di una insegnante (Teresa Ricciardi), poi si tratta di poverissima gente, “teppaglia” contro cui da secoli si è sempre sparato impunemente. In un articolo del 1950 “L’Unità” scriveva, “La Celere, organizza preventivamente nei minimi particolari le cariche e le sparatorie, anche preventivamente vengono preparate a uso della stampa governativa e indipendente le versioni relative alle armi in possesso degli sfruttati, versioni che dovranno poi giustificare l’uso delle armi da parte della polizia”. L’8 luglio 1960, a Catania, in Piazza Stesicoro, nel corso delle manifestazioni contro il governo Tambroni, l’operaio edile comunista di diciannove anni Salvatore Novembre viene abbattuto a colpi di manganello, mentre cade perdendo i sensi un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno, due, tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si confonde con gli altri e continua la sua azione. Salvatore non è ancora morto, viene trascinato da altri poliziotti nel centro della piazza per servire da esempio alla cittadinanza catanese. Alcuni carabinieri impediscono con i mitra di avvicinarsi al povero giovane che muore dissanguato. A Reggio Emilia, il 7 dello stesso mese di luglio, carabinieri e polizia sparano sulla folla per quaranta minuti ininterrottamente ammazzando cinque persone. Così racconta il fatto Piergiuseppe Murgia: “... tra il fumo accecante si sente lo sgranare degli spari. La polizia spara. Spara sulla folla. La gente per un attimo si ferma stupita. Non sa rendersi conto. Sparano da ogni parte della piazza. Sparano a distanza ravvicinata. Sugli uomini. Sparano senza sosta. Il primo a cadere a Lauro Ferioli, 22 anni, padre di un figlio. Ai primi spari, si è lanciato incredulo verso i poliziotti come per fermarli, gli agenti sono a cento metri da lui, lo fucilano in pieno petto, gli sparano sulla faccia. Dirà un ragazzo testimone, ‘Ha fatto un passo o due, non di più, e subito e partita la raffica di mitra. Io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue...’. Intanto l’operaio Marino Serri, che piangeva di rabbia si è affacciato oltre l’angolo della strada per protestare gridando, ‘Assassini, assassini’. Un’altra raffica lo ha colpito e anche lui è caduto […]. Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di diciannove anni, muore poco dopo. Un proiettile l’ha ferito all’addome. Ferito, cercava di tenersi su, aggrappandosi a una serranda. Un altro, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato su tutti e due. Emilio Reverberi, trent’anni, operaio, ex partigiano, lo spezza in due una raffica di mitra. L’operaio Afro Tondelli, trentacinque anni, viene assassinato freddamente da un poliziotto che s’inginocchia a prendere la mira in accurata disposizione di tiro e spara a colpo sicuro su di un bersaglio fermo”.

Dopo, la tattica omicida della polizia, su ordine preciso dei dirigenti politici, e su mandato degli sfruttatori, si modifica nel senso di una più sottile raffinatezza. Non è un caso, infatti, che anche nei tempi più acuti della tensione non si siano più avuti massacri in massa nelle strade. Dalle decine e decine di morti degli anni 1946-1950 si è andati agli undici morti del 1960 (anno di puma dello scontro operaio), scendendo fino al 1972 con pochi morti all’anno. In compenso, si è sviluppata la strategia della tensione, diretta a coinvolgere le sinistre e ad attuare il colpo di Stato con la provata complicità di alcuni organismi istituzionali. Dalla morte di Paolo Rossi, nell’aprile del 1966, alla morte dei quattro compagni comunisti dell’aprile del 1975, si è sviluppata un’altra tecnica di uccisioni. Gli assassini al servizio dei padroni hanno colpito la povera gente indifesa nel corso di diversi attentati su banche e su treni, allo scopo di spingere la grande massa verso quell’ordine di cui, a livello istituzionale, fascisti e padroni si facevano paladini. Se da un lato la risposta elettorale è stata tale da rendere inutili tutti questi tentativi e tutte queste cameficine, non si può negare che, almeno dal 1969 al 1973, questo nuovo modo di ammazzare la gente sia riuscito a fare sopravvivere la barca governativa. Ma un altro effetto l’ha avuto. Tra la reazione del partito comunista al momento, poniamo, dell’attentato a Togliatti e la reazione in occasione dell’uccisione dei quattro compagni nell’aprile di due anni fa, passa un abisso. Nell’edizione più recente, Berlinguer si è recato, in doppiopetto, a fare visita a Moro per esporre le sue lamentele, a questa farsa si è aggiunto lo sciopero di qualche ora qua e là e un dibattito molto formale e distinto alla Camera. Quello che conta è il risultato elettorale, una volta messo al sicuro questo chi se ne frega se i compagni muoiono uccisi dalla violenza dei padroni e dei loro servi. Purché nulla turbi l’idillio di potere, ogni sacrificio umano a questo dio sanguinoso è consentito ed esaltato.

È stato provato che in questa strategia della tensione, i fascisti sono stati utilizzati dai padroni in collaborazione con almeno tre organismi statali, l’esercito, la magistratura, il governo.

L’esercito ha impiegato i suoi corpi specializzati, come il servizio segreto e la polizia (in questo senso, impropriamente, includiamo la polizia nell’esercito non limitandoci ai soli carabinieri), per stendere le file dei diversi complotti, per colpire a livello di perquisizioni, intimidazioni ed esecuzioni diversi elementi della sinistra, in particolare gli anarchici, per mantenere i contatti con gli altri Stati a livello di organizzazioni del servizio segreto. La magistratura ha impiegato i suoi giudici più fidati per avocare i procedimenti più scabrosi, stornando le indagini dai fascisti a proposito delle bombe di Milano, revocando il commissario Juliano che aveva cercato di denunciare i fascisti, archiviando le registrazioni delle telefonate di Freda, facendo saltare la bomba inesplosa alla Banca Commerciale di Milano, facendo sparire il manico col segnaprezzo risparmiato dallo scoppio, e così via. Il governo ha dato le autorizzazioni necessarie (nel caso del commissario Juliano, lo stesso Fais ha dichiarato di aver ricevuto ordini dal Ministro dell’Interno), organizzando la complessa operazione dell’equilibrio tra gli opposti estremismi, gettando nel crogiulo della violenza e delle uccisioni a catena, ogni espediente e ogni mezzo per continuare a gestire un potere che minacciava di fare acqua da tutti i lati. Come vedremo più avanti, le complicità governative non sono solo a livello politico ma raggiungono maggiore efficienza a livello economico, contribuendo ai furti sistematici attuati a danno degli sfruttati.

Le cariche contro i lavoratori ebbero un improvviso incremento quando si svilupparono le lotte per l’occupazione al Celio di Roma e al Mac Mahon di Milano si videro ancora i precitati assassini andare all’attacco di donne e bambini con la disinvoltura di sempre.

Un’altra caratteristica “democratica” degli sbirri di qualsiasi uniforme è l’impiego della tortura contro i proletari arrestati. Scriveva Lelio Basso (che certamente non può essere accusato di estremismo), “... quando viene arrestata per motivi comuni una persona appartenente a ceti sociali privilegiati, e uso la parola in senso molto lato, può avere la sicurezza di andare esente da mezzi coercitivi, anche se si ostinasse a negare. Ti immagini tu un diplomatico G., o una contessa B., o un monsignor L., o un industriale X., o un funzionario A., sottoposti a questo trattamento!”. In effetti la tortura è all’ordine del giorno. Nelle caserme, nelle carceri, nei manicomi criminali, negli orfanotrofi. I virtuosi borghesi fingono di non sapere l’importanza istituzionale della tortura. Inorridiscono ai misfatti della vecchia Inquisizione, ignorando che quella “benemerita” istituzione non ha mai cessato di operare. Si spaventano davanti ai forni crematori dei nazisti, ignorando che i lager per la soluzione finale esistono sempre, anche nel nostro paese, e sono particolarmente efficienti. Ma parliamo un poco della tortura.

In un vecchio testo stampato a Catania nel 1777 (V. Malerba, Ragionamento sopra la tortura), a p. 3 leggiamo: «La tortura si pratica non per punizione del delitto, di cui non si sà l’autore, ma per ritrarre dalla bocca dell’accusato quella verità, che per la debolezza delle ragioni, e l’incostanza, astuzia e falsità de’ testimoni giace spesse volte ascosa nelle tenebre dell’incertezza».

E più avanti, alle pp. 108-109: «Ma si conceda agli avversarj, che un innocente torturato ceda al dolore, e si dichiari reo, nel caso eziandio, in cui la tortura fosse ordinata dal Giudice con tutte quelle condizioni, che si richieggono. Qual pro per essi? Alla rarità di questo esempio oppongo la pubblica utilità risultante dalla legge della tortura. Dirò di più, che l’inconveniente di soggettare alla pena un innocente, che nel tormento si confessa reo, non dee attribuirsi all’ingiustizia, e barbarie della tortura, ma a una colpevole debolezza, ed alla mancanza d’uno sforzo virtuoso. La pazienza è un dovere, e dovere indispensabile. L’innocente condannato al tormento dee accettare con rassegnazione, e sofferire con tolleranza tutti i patimenti, come un servo, il qual piega le spalle sotto la sferza, che lo percuote, facendosi de’ suoi propri mali un mezzo per acquistarsi un bene».

Queste tesi sono ancora oggi quelle che reggono l’operato della nostra repubblicana e antifascista polizia, che spiegano l’altrimenti inspiegabile connivenza della nostra repubblicana e antifascista magistratura, che ci fanno comprendere la politica sanitaria e carceraria (diretta chiaramente allo sterminio delle fasce più ribelli del proletariato), del nostro repubblicano e antifascista governo. L’ideologia della tortura, che possediamo in comune con istituzioni a livello mondiale come la CIA e corrispettivi in tutto il mondo, è il momento centrale di quella strategia di terrore che lo Stato attua nei confronti degli sfruttati, nell’illusione che la paura potrà frenare il moto rivoluzionario in corso in tutto il mondo. Dopo il caso Egidi, in cui sotto la tortura un innocente venne costretto ad accusarsi di avere ucciso una bambina, venne nominata una commissione ministeriale che dal 1945 al 1952 scopri 315 casi di applicazione di metodi inquisitoriali, ma si era molto lontani dalla realtà. Il caso dei carabinieri torturatori di Bergamo (27 persone vennero torturate in una sola volta), al comando del maggiore Siani, promosso poi, per i suoi meriti di torturatore, a colonnello, è veramente emblematico. Il guaio fu che a essere torturati quella volta furono appartenenti alla media e piccola borghesia oltre a qualche proletario (impiegati, agricoltori, onorati professionisti e qualche operaio). Lo scandalo scoppiò ma venne lo stesso soffocato e i carabinieri andarono assolti. Ma la tortura resta come sistema intimidatorio nelle carceri, nei manicomi criminali, negli orfabotrofi. Cominciamo dai bambini torturati dalle esperte mani di preti e suore. Il numero non è ricostruibile, qualche scandalo come quello della “pia Pagliuca” non può esserci di grande aiuto. Seviziati, violentati, affamati, lasciati nell’ignoranza e nella superstizione, questi figli di proletari subiscono una profonda selezione, una vera e propria soluzione finale, ingombranti per tutti (per i genitori, quando sono rintracciabili, e per lo Stato), essi si trovano in lager dove vengono massacrati sotto gli occhi misericordiosi di madonne col bambino e di crocefissi consenzienti. I sopravvissuti sono pronti per le carceri minorili dove subiscono un trattamento idoneo alle mutate possibilità fisiche di resistenza. La tortura è il motivo conduttore di tutta la loro vita. Il vecchio giurista che abbiamo citato ci dice come la pazienza sia la vera virtù dell’innocente e che questi deve comportarsi come il servo che piega la schiena sotto la sferza per conquistarsi un posto in paradiso. E il torturatore, lavorando con perizia e accanimento attorno ai suoi strumenti, si aspetta che il torturato si ribelli. Negli orfanotrofi, nelle carceri, nei manicomi criminali, nelle stanze delle diverse questure, dalle mani di quelli che hanno assassinato Pinelli, che hanno massacrato Serantini, continua a scorrere il sangue di tanti altri proletari. Infine, i manicomi criminali sono l’aspetto più raffinato della soluzione finale. Qui, nell’assenza totale di ogni sia pur minimo barlume di cura, i ribelli vengono sottoposti a pratiche tali che in poco tempo la loro volontà non solo di reagire ma anche di vivere, viene del tutto distrutta. Il caso di Antonietta Bernardini, bruciata viva nel letto di contenzione del manicomio di Pozzuoli, è chiarissimo.

Quello che abbiamo detto non costituisce che una tenue indicazione su ciò che è la violenza dei padroni e dei loro servitori. Altri aspetti possiamo individuarli nella violenza indiretta. I furti degli uomini politici, la mafia organizzata a livello statale, le speculazioni economiche attuate a danno del proletariato, costituiscono una violenza nascosta ma altrettanto efficiente e pericolosa di quella scoperta che colpisce la persona fisica.

La violenza indiretta dei padroni e dei loro servi

La mafia non è un fenomeno siciliano. È un modo di vedere le cose, un modo di stabilire rapporti e risolvere problemi in una prospettiva che possiamo definire “feudale”. L’organizzazione mafiosa per eccellenza è oggi la grande società manageriale di Stato. Il supporto di questa mafia è dato da un altro tipo di mafia, quella politica. Le vicende dell’antimafia sono veramente e profondamente umoristiche. Un mafioso notorio come Gioia, è stato ministro del nostro governo. Nello scontro tra il questore Mangano e il mafioso Coppola, non si sa bene se quasi quasi dare la preferenza a quest’ultimo in tema di onestà. Aspetti oscurissimi compaiono nel passato del questore. Tra traffico della droga e la vecchia mafia esistono collegamenti accertati, come pure sono accertati collegamenti tra questa e certi ambienti politici, da cui se ne potrebbe dedurre un interesse nel traffico della droga di non pochi nostri uomini di potere.

Ma non siamo che agli inizi. Lo scandalo Sindona ci ha mostrato come lavorano gli ambienti politici, le banche, le società industriali dello Stato, le holding internazionali.

Cominciamo con un lavoro “pulito”. L’Italia è l’ottavo paese esportatore di armi, dopo l’USA, l’URSS, l’Inghilterra, la Francia, il Canada, la Cina e la Germania federale. (Rapporto Stochkolm International Peace Research Institute). Poiché i primi quattro paesi si accaparrano quasi il 90% del mercato mondiale, il resto deve essere diviso tra i restanti produttori, da cui una lotta al coltello. La soluzione consiste nel vendere ai paesi “difficili”, in questo modo l’Italia è fornitrice di armi del Sudafrica (aerei e centrali di tiro navali), del vecchio Portogallo (aerei e armi da fuoco), di Israele (elicotteri e missili anticarro), del Congo-Kinshasa (aerei), della vecchia Grecia (elicotteri), della Spagna (elicotteri), ecc. Come si vede diamo un notevole contributo al massacro dei popoli che giacciono sotto l’oppressione coloniale e fascista. La perdita del mercato portoghese e greco è stato un grosso colpo.

Alcuni nostri industriali sono finanziatori riconosciuti del fascismo nostrano e internazionale. A parte 18.500.000 lire che Monti dette a Rauti, di cui si possiedono le prove, esiste un continuo flusso di finanziamenti che hanno prodotto fenomeni come la “Rosa dei venti” (finanziata da Piaggio).

Lo scandalo dello zucchero ci dice come le società (dirette da Piaggio e da Monti, le stesse che finanziano i fascisti) abbiano erogato diversi miliardi a democratici cristiani e socialisti. Qualche mese più tardi dello scandalo dello zucchero è di volta della Montedison che evade il blocco dei prezzi attuando aumenti fino al 50%. È veramente il regno dei ladri. La gestione di grosse strutture come l’ENEL o come l’EGAM è un mistero che andrebbe approfondito. Il disavanzo del 1973 era di 260 miliardi, quello del 1975 di 750, quello del 1976 dovrebbe essere intorno a 1600 miliardi, mentre quello del 1978 è previsto in 1800 miliardi. Questo è uno dei casi più evidenti, ma ve ne sono meno appariscenti come quello dell’ESPI o come quello delle banche fantasma che nascono e scompaiono con i risparmi dei depositanti.

Ma tutte queste manovre hanno un significato chiaro. Indicano, non tanto una malattia delle istituzioni italiane, nel momento presente, malattia che andrebbe curata in un modo o nell’altro, quanto un difetto cronico delle istituzioni borghesi democratiche. Istituzioni falsamente democratiche, che hanno soltanto lo scopo di sfruttare con la violenza il proletariato e di ridurlo al consenso con ogni forma di convincimento.

La violenza dei padroni e dei loro servi produce un aumento di sfruttamento, l’incredibile accumularsi di ricchezza da una parte della barricata e il formarsi di sacche di spaventosa miseria dall’altra. Produce inoltre la necessità di difendere queste ricchezze dall’attacco degli sfruttati, da cui un nuovo impulso alla violenza fisica contro la classe dei produttori. Violenza fisica e violenza economica non possono separarsi ma camminano insieme incidendo l’una sull’altra e completando il quadro del fronte reazionario della guerra di classe.

La difesa proletaria

Gli sfruttati organizzano la difesa di classe. I sindacati dovrebbero costituire la struttura essenziale di questa difesa, coordinata a livello rappresentativo con i partiti politici degli sfruttati. In sostanza, questa forma di difesa presenta limiti molto grossi. La difesa del posto di lavoro e il riformismo implicito nelle richieste di miglioramento, inducono, nei momenti di crisi, a salvaguardare non solo il lavoratore ma anche la stessa organizzazione di sfruttamento. I partiti politici, entrati nell’area governativa, hanno del tutto smesso la veste proletaria e si aggirano nella stanza dei bottoni cercando di collocarsi meglio per dividere la torta. Da ultimo il partito comunista ha rinunciato a tutte le sue caratteristiche di vecchio partito rivoluzionario, anche a quelle meno compromettenti in quanto puramente teoriche.

Ma lo sfruttamento è pagato direttamente dalla pelle degli sfruttati e non da quella dei privilegiati loro rappresentanti sindacali e politici, per cui si verifica spesso che questi ultimi vengono scavalcati e sono costretti ad affannose operazioni di recupero. In sostanza, la difesa proletaria solo teoricamente si basa anche sulla zona legalitaria (sindacati e partiti della sinistra). In questi ultimi tempi, di fronte all’incalzare dello scontro, queste organizzazioni hanno sempre di più mostrata la loro essenza conservatrice, rivelandosi come l’ultimo baluardo degli interessi padronali.

A Torino, a Milano, a Roma, a Marghera, a Pordenone, a Firenze, a Napoli, ecc., in questi ultimi anni si è sviluppata un’alternativa, all’interno dello stesso movimento degli sfruttati, che ha coinvolto minoranze agenti di diverso tipo.

È in questa prospettiva che vanno considerate le azioni dei gruppi rivoluzionari che sono entrati nella clandestinità per combattere armi alla mano i padroni e i loro servi. Non ha senso dire che queste “manifestazioni di violenza” sono contrarie agli interessi del movimento operaio, velleitarie, avventuriste, oggettivamente provocatorie. La lotta armata in società capitaliste come l’Italia, la Germania, l’Inghilterra, la Francia è possibile ed è stata dimostrata da gruppi come le Brigate Rosse, i NAP, la RAF, l’Angry Brigade, i GARI. Non si tratta di posizioni avventuriste ma di posizioni che trovano derivazione logica dalle stesse lotte degli sfruttati.

Vediamo questo difficile punto. Il movimento degli sfruttati realizza lotte sotto la spinta di una sempre maggiore coscienza di classe, spesso queste lotte sfuggono al controllo dei dirigenti, sia per motivi accidentali e locali, sia perché i lavoratori vanno perdendo la fiducia nei quadri sindacali e nei partiti. Queste esperienze di lotte autonome, selvagge, distruttive, coglienti il momento essenziale dello sfruttamento capitalista, l’omicidio e la rapina, divengono patrimonio delle minoranze sensibilizzate che cercano, ciascuno nella propria prospettiva, di svilupparle ulteriormente. È qui che si colloca il momento critico. Infatti, nello scontro di classe, i detentori del potere indicano i limiti possibili dello scontro, i cosiddetti limiti della legalità, oltrepassati i quali scatta il meccanismo repressivo. In questo modo, la minoranza agente, cogliendo il patrimonio di esperienze che provengono dalle lotte autonome degli sfruttati, cerca di andare avanti per costituire un punto di riferimento, una indicazione, ma nel fare questo è costretta a radicalizzare la propria posizione nei confronti dei meccanismi repressivi dello Stato. E ciò fino ai limiti estremi, fino alla difesa armata contro i mitra dei poliziotti, fino all’attacco per sopravvivere, fino alla morte. Abbiamo visto quale sia l’errore di partenza in questa posizione, cioè il rapporto minoranza-masse, ma qui ci interessa sottolineare il meccanismo stesso, attuato dal potere, che criminalizza la minoranza, rinchiudendola nel ghetto del partito militare. Per sfuggire a questa chiusura resta la sola alternativa dell’organizzazione aperta alla base, costituita da una grande quantità di piccolissimi gruppi di compagni che, senza sradicarsi dalla realtà del territorio (realtà politica ed economica), danno vita a precise azioni di attacco armato contro le istituzioni e le persone che le rappresentano. Questa organizzazione, impiegando una strategia libertaria, è difficilmente attaccabile da parte del potere. Evitando il professionalismo militare del guerrigliero, crea la figura del militante-lavoratore che attacca – anche armi alla mano – lo Stato senza perdere contatto con la propria realtà di base.

Dire che le esperienze di lotta armata oggi in Europa e in Italia sono esperienze orchestrate dalla destra, esperienze provocatorie e fasciste, è delittuoso e degno solo dei pagliacci e dei venduti del partito comunista, non solo perché offende il sacrificio di tanti compagni che offrono la propria vita per il proprio ideale comunista ma, e direi quasi principalmente, perché nega ogni sbocco rivoluzionario alle esperienze di base del movimento degli sfruttati in lotta.

Prendendo in esame più da vicino l’esperienza delle Brigate Rosse, dobbiamo, prima di ogni cosa, dire che non possiamo dirci d’accordo con la linea politica generale (marxista-leninista) da loro sostenuta, anche se dobbiamo ammettere che si tratta del gruppo marxista rivoluzionario più conseguente che agisca oggi in Italia. A parte questo, dobbiamo riconoscere la validità delle loro azioni, giudizio che non può essere contraddetto una volta che lo si colloca nella giusta prospettiva rivoluzionaria. La violenza terroristica dei padroni e dei loro servi è costantemente in atto, ogni giorno i proletari vengono uccisi con sistematicità sul posto di lavoro, ogni giorno nelle carceri, nei manicomi criminali, negli orfanotrofi, proletari e figli di proletari sperimentano quella violenza che i ben pasciuti riformisti conoscono solo per sentito dire. Contro questo sistema che fa della tortura e del terrore i due fondamenti essenziali della produzione, non si può restare nella fase della protesta pacifica, non si può continuare ad assistere alle visite di Berlinguer in doppiopetto per protestare contro gli assassini che da dietro l’immunità parlamentare autorizzano e sollecitano il massacro degli sfruttati.

Quando, in un numero unico del maggio 1972, parlammo della ineluttabile necessità della lotta armata, dicendo che andava esaminata e studiata la possibilità di uno scontro con le forze fasciste e clericali imperversanti, ricevemmo una valanga di critiche e di accuse, si arrivò fino ad accusarci di essere dei provocatori. La verità è che all’interno del movimento anarchico esiste una corrente attendista che continua a illudersi di salvare, in questo modo, uno spazio di agibilità politica che il potere può nientificare in qualsiasi momento.

Non ci interessa qui difendere l’operato delle Brigate Rosse, come non ci interessa teorizzare in assoluto l’utilità o la negatività della lotta armata in Italia. Vogliamo solo richiamare l’attenzione sul fatto che nella nostra situazione attuale, di fronte alle torture, agli omicidi, esiste qualcosa che si muove, una volontà di organizzarsi e di lottare.

L’altra organizzazione armata che agisce in Italia in questo momento [1975] è quella dei NAP. Il loro campo d’azione iniziale è stato quello delle carceri. Perché?

Su questo argomento sarebbe facilissima una retorica di occasione. La realtà è molto allucinante. Le torture, l’annientamento fisico e morale, le uccisioni, l’uso del letto di contenzione, i trasferimenti improvvisi, le minacce, l’isolamento. Il carcere è quasi una villeggiatura per i mafiosi amici degli uomini politici o per le spie che collaborano, diventa un inferno per i ribelli e per gli esponenti della sinistra rivoluzionaria. In questa realtà, la propaganda rivoluzionaria ha attecchito da sempre. Oggi trova terreno ancora più facile sia per il notevole numero di compagni che sono entrati in carcere negli ultimi anni, sia per le riforme, del tutto inattuabili, votate dal Parlamento. I NAP sono partiti dal lavoro nella prospettiva ribellistica delle carceri e diversi loro esponenti sono caduti nel corso di scontri a fuoco con la polizia o uccisi in occasioni misteriose.

Ma, al di là delle Brigate Rosse e dei NAP, che costituiscono due esempi vistosi di come si organizzano le forze di alcune avanguardie marxiste-leniniste o neo-marxiste, sul terreno della lotta armata, oggi in Italia esiste una miriade di piccole azioni di disturbo, azioni autonome di lotta contro i padroni e i loro servitori, azioni che costituiscono un insieme riportabile sotto la caratteristica dell’azione diretta.

I recenti scontri armati tra proletari emarginati, studenti, disoccupati e la polizia, sono molto chiarificatori. Siamo finalmente arrivati alla risposta precisa in termini di scontro fisico. Non si va più alla manifestazione inermi per trovarvi, colti di sorpresa, il piombo della polizia. Si va alla manifestazione per attaccare. L’iniziativa, per la prima volta, passa agli sfruttati. È il segno di qualcosa di nuovo.

Le tattiche

Nel 1969 Andreas Baader scriveva. “Affermiamo che l’organizzazione della resistenza armata oggi [...] è giusta, possibile, giustificata [...]. Non diciamo che la resistenza illegale armata possa sostituire l’organizzazione legale proletaria e che singole azioni possano sostituire la lotta di classe, noi non diciamo che la lotta armata possa sostituire il lavoro politico nelle fabbriche e nei quartieri. Noi affermiamo che la lotta armata è la premessa indispensabile per lo sviluppo e il successo di tutte le altre”.

La sostanza della posizione dei rivoluzionari tedeschi è quella della difesa armata delle lotte proletarie. Al contrario, la critica interessata delle organizzazioni riformiste, ha voluto vedere la pretesa di imporre una sola tattica, la lotta armata. Invece l’indicazione che ci viene dalle organizzazioni che lavorano nella clandestinità è che accanto alle lotte degli sfruttati, sia pure strumentalizzate dai sindacati e dai partiti, accanto all’azione di chiarificazione della sostanziale azione controrivoluzionaria svolta da questi organismi, accanto al compito di chiarimento riguardo alle forme sempre nuove della repressione, occorre sviluppare organizzazioni di difesa del proletariato, organizzazioni capaci di dare un indirizzo di lavoro per il futuro e di servire da controllo nei riguardi dei tentativi reazionari di impadronirsi del potere con l’aiuto dei fascisti.

Certo, sviluppandosi lo scontro armato a livello di massa, come si è visto chiaramente negli ultimi scontri di piazza tra dimostranti e poliziotti, si mettono in gioco forze molto varie e confuse, dentro le quali possono inserirsi le provocazioni e le attività eversive dei fascisti, dei servizi segreti e delle altre istituzioni dello Stato. Tutto questo deve essere tenuto presente, ma non può frenare il compito degli anarchici, che è quello di essere presenti in queste lotte per spingerle verso obiettivi più ampi, più significativi, più aderenti allo scopo rivoluzionario e liberatorio dell’anarchismo. Mai, in nessun caso, gli anarchici possono vestire soltanto gli abiti del censore e del critico, standosene fuori delle lotte. Essi devono essere dentro, devono, con il loro contributo, spingerle verso un progetto che possa sviluppare il fatto insurrezionale nel fatto rivoluzionario, negando le chiusure dell’avanguardia e del partito.

Le critiche

In sostanza, le critiche che sono state mosse alle esperienze di lotta armata oggi in Europa e in Italia, sono tutte ugualmente di netto rifiuto. Il problema non viene nemmeno preso in considerazione. I compagni che accettano la lotta armata come strumento di contrapposizione al terrorismo statale sono considerati provocatori, agenti della reazione, fascisti. Una critica del genere indica una sola cosa, la paura che i partiti politici di sinistra, i movimenti extraparlamentari che fanno da reggicoda e anche alcuni anarchici, hanno da perdere la loro “agibilità” politica. Il PCI parla di provocatori e banditi. Gli estremisti sono più chiari. Avanguardia Operaia dice: “Per quanto riguarda il rilancio del cosiddetto terrorismo rosso ad opera della propaganda fanfaniana, ribadiamo la nostra severa condanna di quanti si pongono fuori dal movimento operaio”. Più sofisticato il Pdup-Manifesto: “Non è possibile trovare a sinistra una matrice credibile per simili episodi, non si trova un solo caso di teorizzazione dell’attentato come arma di lotta politica, l’unica spiegazione possibile sta in un atteggiamento di totale disperazione e di ribellione esistenziale che in quanto tale non è né di destra né di sinistra”. E Lotta Continua: “... concezione politica disperata che spinge alcuni militanti e gruppi a perdere il legame e la fiducia nelle lotte e nell’organizzazione di classe degli sfruttati, per dedicarsi a una guerra privata e suicida fino ad adottare strumenti come le bombe, che la coscienza proletaria e antifascista respinge nel modo più duro”.

Dello stesso genere il comunicato delle Federazioni anarchiche (FAI, GAF, GIA) sulla lotta armata: “Di fronte al nuovo tentativo perpetrato dagli organi di stampa e di informazione padronale e filogovernativa, su velina della polizia, di affibbiare una matrice anarchica ai recenti avvenimenti che hanno avuto per protagonisti i NAP (Nuclei Armati Proletari) e ai NAP stessi, le tre componenti organizzate del movimento anarchico, FAI, GIA, GAF, tengono a precisare quanto segue: il movimento anarchico organizzato a) riconferma la propria estraneità da quei gruppi che oggi in Italia teorizzano e praticano la lotta armata autoproclamandosi avanguardia armata del proletariato, b) ribadisce i propri metodi rivoluzionari tendenti a stimolare le contraddizioni sociali e nel contempo a favorire la lotta autogestita e l’azione diretta delle masse sfruttate, sostanziale condizione per lo sviluppo dell’emancipazione sia individuale che collettiva, c) denuncia il clima di caccia alle streghe, che, partendo da una manovra di tipico stampo preelettorale, tende da una parte a rilanciare in grande stile la caccia all’‘anarchico sovversivo’ e dall’altra a bilanciare le provocazioni del terrorismo fascista e di Stato, unico vero mandante quest’ultimo dei massacri e delle stragi compiute in questi anni. Il movimento anarchico organizzato, cosciente della grave situazione che si sta determinando in Italia, particolarmente oggi con l’approvazione delle leggi sull’ordine pubblico, invita tutti i lavoratori a mobilitarsi per impedire nuove strumentalizzazioni che, partendo come sempre dagli anarchici, tenderebbero a limitare, se non addirittura a eliminare qualsiasi pubblica manifestazione e organizzazione del dissenso”.

Francamente il ragionamento non ci pare giusto. Ma c’è di più. Persistendo su queste posizioni si fa il gioco della repressione che applica la regola del “dividi ed impera”, sperimentata in ogni tempo e in ogni luogo e di cui era maestro il massacratore Stalin. Attraverso strumenti di questo genere anarchici come Berneri vennero trucidati in Spagna, le collettività rimasero senza difesa e non pochi compagni furono obbligati alla clandestinità “regnando l’anarchia”. Arrestiamo per un momento la nostra paura, fermiamoci a ragionare. Quando il nostro giudizio combacia perfettamente con quello del potere, quando le nostre dichiarazioni sembrano uscire dalle rotative multimiliardarie del partito comunista, quando fascisti e comunisti si palleggiano rispettivamente il terrorista per equilibrare armonicamente il gioco degli opposti estremismi, quando il poliziotto parla il nostro stesso linguaggio, ci deve essere qualcosa di sbagliato in noi, non negli strumenti del potere. In pratica, la condanna che spesso pronunciamo contro le esperienze di lotta armata, si basa su notizie fornite dalla stampa asservita ai padroni, delle azioni compiute, delle motivazioni reali, delle montature costruite a priori e a posteriori dalla polizia, nulla sappiamo. Eppure, il nostro primo istinto è quello di condannare subito quanto disturba il quadro programmato delle nostre attività politiche.

Agendo in questo modo si cristallizza la lotta contro la repressione in una forma monovalente, seguendo i desideri di coloro che hanno interesse a non turbare troppo le acque. Si isolano i gruppi che riconoscono la necessità della lotta armata, lasciandoli in balia di eventuali provocazioni. È logico che un gruppo emarginato può difendersi dalle infiltrazioni e dalle provocazioni fino a un certo punto, lavorando in serie condizioni di clandestinità e con l’ostacolo di avere tutta la sinistra contro, scatenata in una critica abnorme e delittuosa, non ha strumenti di verifica, non può fronteggiare lo scontro su più fronti, non può controllare la propria posizione e neppure le proprie analisi.

Dove esiste lo sfruttamento padronale, sia sotto il segno idiota del fascismo, sia sotto il segno intelligente della democrazia borghese che nasconde un fascismo non meno odioso, la lotta armata è legittima in quanto provvede alla difesa del movimento degli sfruttati. E se i compagni del partito comunista non hanno del tutto consegnato nelle mani del comitato centrale la loro intelligenza, potrebbero rendersene conto.

Riguardo agli anarchici, tra i compiti che li aspettano, oltre a quelli del lavoro all’interno delle masse, della chiarificazione politica, della spinta verso iniziative autogestite e di azione diretta, deve esserci anche quello di organizzare la difesa del movimento degli sfruttati. Questa difesa non può essere – giustamente – opera di un’avanguardia che si proponga la conquista di qualcosa o la guida del proletariato, ma deve essere l’opera di compagni che si propongono di colpire il nemico, nella proprietà e nelle persone, al di là del professionalismo senza sbocco che contrassegna le esperienze recenti, in modo da sviluppare i primi elementi di quella resistenza popolare che già si va facendo strada, resistenza, che potrà essere sviluppata nella direzione della guerra di classe, la sola capace di abbattere definitivamente il capitalismo e lo sfruttamento.

L’incapacità del movimento organizzato di affrontare con chiarezza l’attuale situazione dello scontro di classe, si rivela attraverso molte delle sue dichiarazioni che lasciano trapelare il timor panico di prendere una decisione chiara sotto tutti gli aspetti, e che ricordano, nella cautela e nelle tortuosità linguistiche, certe parallele dichiarazioni del partito comunista.

Se non c’è dubbio che la composizione dello scontro rivoluzionario è oggi molto fluida e potrebbe contenere facilmente elementi di provocazione, c’è anche il fatto, indubitabile, che il movimento in generale, si trova a un livello di lotta molto avanzato. Negli scontri di piazza si spara contro i poliziotti (simbolo concreto della repressione) e si distruggono negozi e automobili (simbolo dello sfruttamento economico). Da per se stessi, questi atti, possono anche essere molto limitati e dare spazio alla provocazione, però sono il segno che il movimento rivoluzionario li recepisce e li rende “logici”, perché corrispondono a un certo livello dello scontro.

È qui che si pone il lavoro degli anarchici, fare in modo che questo livello di maturazione si sviluppi al massimo grado, individuando obiettivi più ampi, capaci di coinvolgere strati più vasti di lavoratori e di sfruttati in genere. Solo così eventuali provocazioni interne alla presente situazione, possono essere scongiurate.

Quando gli anarchici troveranno la loro giusta collocazione nella parte più avanzata delle lotte, non si porranno più il problema di come giustificare il proprio attendismo davanti al se stessi e alla propria cautela, non giocheranno più con le parole e con le prudenze. L’azione all’interno delle masse in rivolta sostituirà i comunicati e dal gioco delle parole si passerà ai fatti.

 


[Pubblicato su “Anarchismo” n. 4-5, luglio-ottobre 1975, pp. 195-207]

PARTE SECONDA
ASTENSIONISMO ELETTORALE ANARCHICO

“La proposizione: l’essere e il non essere sono lo stesso, è, per la coscienza rappresentativa e per l’intelletto, una proposizione così paradossale che, probabilmente, essi non credono che la si debba prendere sul serio. In effetti, bisogna dire che questo è il compito più difficile che s’impone al pensiero, perché l’essere e il non essere costituiscono l’antitesi nella sua forma assolutamente immediata e ciò induce a credere che non ci sia in uno dei due una determinazione che contenga la sua relazione con l’altro. Essi contengono, tuttavia, questa determinazione [...] ed una determinazione che è, appunto, la stessa in entrambi. La deduzione della loro unità è, in questo senso, una deduzione analitica e, in generale, il procedere della filosofia, in quanto pensiero metodico, cioè necessario, non consiste che nel porre esplicitamente ciò che è già contenuto in un concetto. Ma, se è giusto dire che essere e non-essere costituiscono un’unità, è altrettanto giusto dire che essi differiscono completamente e che l’uno non è ciò che è l’altro. Se non che, siccome qui la differenza non è ancora una differenza determinata, – perché l’essere e il non essere costituiscono ancora momento immediato – così com’è in essi questa differenza non potrebbe nemmeno essere nominata, non è che una semplice opinione [...].

“È facile dire che non si riesce a comprendere l’unità dell’essere e del non essere. Ma abbiamo esposto il concetto di questa unità nei paragrafi precedenti e questa unità non è altro che questo concetto: comprenderlo non significa altro che comprendere questo concetto. Ma per comprendere si intende capire di più che non il concetto stesso, propriamente detto. Si richiede una coscienza più varia e più ricca, una rappresentazione, in modo da avere pronto un tale concetto come un fatto concreto al quale il pensiero, nelle sue rappresentazioni ordinarie, si possa affidare con maggior sicurezza. Ma, se l’incapacità di capire il concetto deriva dal fatto che non si ha l’abitudine a muoversi nel pensiero astratto, nel pensiero puro da ogni contatto sensibile ed a capire le proposizioni speculative, tutto ciò che si potrà dire, a questo proposito, che la conoscenza filosofica è completamente differente dal modo di conoscere al quale si è abituati nella vita ordinaria, così come è differente anche da quello che domina nelle altre scienze. Ma, se per non capire il concetto s’intende soltanto che non si può rappresentare l’unità dell’essere e del nulla, bisognerà dire che questo è così poco esatto, che ciascuno può, al contrario, avere un mero infinito di rappresentazioni di quest’unità”.

G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio

Nota introduttiva alla prima edizione

Gli anarchici lottano contro il sistema elettorale cosiddetto democratico e, periodicamente, ripresentano le loro tesi astensioniste. Spesso queste tesi vengono sviluppate in occasioni precise come le campagne elettorali, politiche o amministrative, qualche volta, ma più raramente, come fine a se stesse, cioè come chiarificazione di quello che è uno dei fondamenti principali della dottrina anarchica: l’astensionismo.

A nostro avviso, esistono due modi di affrontare l’argomento in maniera esauriente, di questi due modi noi seguiremo il secondo. Uno parte da considerazioni di tipo soggettivistico, dilungandosi sulle influenze nefaste che le istituzioni hanno su tutti gli uomini, sulla degenerazione che, nel caso specifico, l’istituzione Parlamento, determina sul deputato eletto, sia pure quest’ultimo operaio o contadino. L’altro parte da una più vasta considerazione di classe, facendo un discorso più largo e studiando i motivi per cui l’istituzione non può essere accettata in quanto prodotto di un sistema preciso di sfruttamento in contrasto con le caratteristiche di responsabilizzazione che ogni singolo uomo deve cercare di raggiungere se non vuole cessare di definirsi uomo.

Questa seconda maniera di sviluppare l’analisi del problema dell’astensionismo anarchico è quella impiegata da Malatesta in diversi scritti di grande importanza, tra cui tutti quelli che redasse in occasione della polemica con Merlino e che abbiamo pubblicato quest’anno sempre per i tipi “La Fiaccola” di Ragusa, nel volume Anarchismo e Democrazia.

La prima maniera è quella classica dei vari Galleani, Molinari, Faure, ecc., che, a nostro giudizio, se valida dal punto di vista immediatamente propagandistico, non tocca i due punti essenziali del problema: l’analisi di classe e i limiti della responsabilizzazione del singolo.

Un altro scopo ci ha spinti a stendere questo opuscoletto: quello di chiarire la troppo frequente confusione che corre tra l’astensionismo anarchico e l’astensionismo comunista rivoluzionario, qualche volta presente nella propaganda del compagni comunisti e qualche volta assente. Il problema non è da sottovalutarsi, specie nei riguardi dei rapporti frequenti che siamo pur costretti a mantenere con simili raggruppamenti.

Infine, dobbiamo aggiungere, che ci siamo sforzati di dare alla difficile materia un assetto quanto più semplice possibile. Non sappiamo se ci siamo riusciti.

 

Catania, 27 luglio 1974

Alfredo M. Bonanno

Astensionismo elettorale anarchico
Arma del proletariato per la rivoluzione sociale

Autonomia e responsabilità

L’uomo ha l’obbligo fondamentale di assumere, davanti a se stesso, le proprie responsabilità. Non solo perché egli è in grado di ragionare, cioè di fare scelte, ma perché solo attraverso la propria responsabilizzazione può essere veramente libero.

Naturalmente, questa formulazione filosofica di fondo non ha senso preciso se viene lasciata immersa nell’oscura notte della metafisica. Infatti, non è del tutto vero che l’uomo resta continuamente in un processo di riflessione e di decisione: il più delle volte, per la maggior parte delle azioni che compie nella vita e che costituiscono la regola generale del vivere quotidiano, agisce abitudinariamente, si abbandona al “lasciarsi vivere”, in una forma che non lo realizza autenticamente come uomo.

A questo si deve aggiungere che il vivere in maniera responsabilizzata, di per se stesso, non costituisce garanzia di essere nella verità, soltanto costituisce una metodologia di vita che porta l’uomo verso una dimensione libertaria, dietro la quale le sue esperienze e i suoi errori possono garantirgli quella costruzione concreta che definiamo “libertà” e che può risultare più o meno vicina alla verità.

L’uomo che vive assumendosi le proprie responsabilità non è un uomo eccezionale, né da per se stesso può definirsi un anarchico, è solo un uomo che riconosce l’obbligo morale del vivere libero e ne accetta le regole fondamentali.

In questo modo egli costruisce giorno per giorno la sua “autonomia”, fondandola su leggi che sperimenta attraverso le “esperienze” sue e degli altri, ma senza che queste costituiscano punti di riferimento obbligatori, assunti coercitivi, norme di legge. Il più delle volte, quindi, la sua azione responsabilizzata si realizza nel fare quello che fanno gli altri, ma questo è pur sempre un decidere di fare quello che la propria responsabilità morale ritiene giusto, non essendoci assolutamente salto di qualità quando la propria responsabilità morale decide per qualche cosa di diverso da quello che fanno tutti.

È importante chiarire che l’uomo che accetta supinamente gli ordini di un altro uomo e li esegue senza sottoporli a critica responsabilizzante, non è autonomo ma non per questo cessa di essere responsabile delle azioni che compie a seguito dell’ordine ricevuto. Questo alibi sostenuto da tanti criminali di guerra è palesemente privo di fondamento. Chi esegue un ordine senza sottoporlo a critica è un uomo che ha perduto la propria autonomia perché ha cessato di responsabilizzare se stesso, ma è lo stesso responsabile in pieno delle sue azioni,

È logico che ci sono molte azioni della vita umana che vengono trasportate su di un piano diverso da quello della responsabilizzazione personale, ed è anche assai ragionevole che la cosa sia così. Quando andiamo dal dottore e ne seguiamo le prescrizioni, quando ci affidiamo a un architetto per il progetto di un ponte o di una casa e in tante altre situazioni, deleghiamo la nostra autonomia nelle mani di tutt’altra persona, perché la riteniamo tecnicamente più abilitata di noi a prendere certe decisioni: ma questa delega deve essere sempre revocabile a seguito dell’andamento degli atti compiuti e dei provvedimenti presi dal nostro delegato.

Per un uomo autonomo non esistono decisioni altrui che possono prendere la forma di “ordini”. In ogni caso, se il poliziotto che arresta sull’autostrada la mia vettura, con il semplice gesto della mano, intende con ciò darmi un ordine, la cosa mi lascia del tutto indifferente, in quanto sono io a decidere se arrestarmi o meno, perché mi rendo conto che per me è di gran lunga preferibile fare questo anziché incorrere nelle conseguenze di un inseguimento, di un arresto o di che altro ancora, per nessun motivo valido. Al contrario, se ho dei motivi validi per non fermarmi non sarà certamente quella mano alzata a impedirmi di farlo e andrò incontro a tutti i rischi. In definitiva, quella mano alzata, non mi impone nulla che non passi al vaglio della mia critica selettiva, nulla che non verrà deciso immediatamente, in un senso o nell’altro, dalla mia coscienza e portato al tribunale della mia responsabilizzazione. In un certo senso quella mano alzata è un segnale stradale come un altro a cui non mi sogno certo di attribuire una qualsiasi “autorità”.

Il concetto di autorità

L’autorità è la possibilità che qualcuno ha di comandare ad altri un certo comportamento attivo o passivo. Essa presuppone quindi l’esistenza di un potere, che rende possibile un comando. È per questo che non è sempre facile distinguere tra potere e autorità. In linea di principio il potere è costituito da tutti i mezzi che qualcuno possiede per esercitare un’autorità (cioè una possibilità di dettare norme di comportamento attivo e passivo).

I filosofi politici hanno fatto una distinzione tra potere e autorità che è un poco diversa, imbrogliando con ciò incredibilmente le cose. Essi dicono: se un ladro mi punta contro un’arma e mi intima la pronta consegna del portafogli, io ubbidisco perché temo un danno maggiore (la perdita della vita), ma non riconosco al ladro una qualunque autorità su di me stesso, soltanto gli riconoscono un potere (fondato, appunto, sull’arma che impugna). Al contrario, quando lo Stato mi chiama per il servizio militare, o per pagare le tasse, o mi impone l’obbligo di un passaporto per andare all’estero, io ubbidisco perchè gli riconosco il diritto di fare quello che fa, cioè gli riconosco un’autorità.

Il ragionamento è sbagliato. La distinzione tra potere e autorità è di tipo metodologico e non sostanziale. Io ubbidisco allo Stato che mi dice di pagare le tasse, di partite per il servizio militare o di farmi il passaporto, perché temo un danno maggiore (pecuniario, personale, carcere, ecc.), è giusto quindi che riconosca allo Stato un potere del tutto simile al ladro che impugna una pistola nel buio della notte, e un’autorità non diversa di quella che al ladro viene dalla sua pistola.

In questo modo abbiamo ottenuto due risultati: primo abbiamo fuso i significati di autorità e potere, rendendo vano il senso della prima parola se non assistito dalla presenza della seconda, abbiamo poi ridotto il significato di potere a quello di strumento a disposizione dell’autorità perché possa realizzare quello che, altrimenti, resterebbe lettera morta.

Trasportando il nostro semplice ragionamento nel campo della scienza politica si ha che lo Stato non è l’organizzazione alla quale viene “riconosciuta” un’autorità suprema all’interno di un territorio da coloro sui quali questa autorità viene esercitata, ma quell’organizzazione che possiede i mezzi adatti (il potere adeguato) per esercitare la più forte autorità in un dato territorio su coloro che, onde evitare un male più grande, finiscono per riconoscerla.

Non è questa la sede per studiare come nasce e quali sono le condizioni che regolano le varie modificazioni di questa “autorità suprema” nel corso dei secoli, cioè in quali condizioni reali le istituzioni autoritarie sono state costrette a modificarsi per sopravvivere e mantenere l’autorità. Dobbiamo solo dire che in tutte le filosofie politiche cosiddette democratiche si sono mutuati concetti preesistenti delle filosofie politiche assolutiste. Il concetto di “sovranità popolare”, ad esempio, è chiaramente mutuato da quello di sovranità tipico della monarchia. Si è, in altri termini, rimasti volontariamente dalla parte sbagliata della barricata. Il popolo è sceso in piazza, ha rovesciato innumerevoli volte le tirannie, pagando il suo tributo di sangue, e innumerevoli volte i servitori del potere, giacobini e democratici, hanno rimescolato la stessa minestra fornendo soluzioni solo apparentemente nuove. Quello che, prima di ogni cosa, andava salvato era l’ordine e il potere che ne derivava, poi si discuteva di rivendicazioni, di miglioramenti, ecc..

L’altra autorità, quella slegata dallo strumento repressivo del potere, quella veramente democratica, elaborata dagli organismi associativi di base, quella che nasce dalle discussioni delle assemblee, non è stata presa in considerazione. Ed è su questa che dobbiamo fermate l’attenzione.

In effetti, quando mi trovo davanti a un problema nuovo, posso ricevere due “comunicazioni” dall’esterno: una, di tipo autoritario in senso tradizionale, che mi dice quello che devo fare, in forma quanto più possibile sintetica, evitando di spiegarmi il perché devo fare una cosa e quali sono le conseguenze della cosa che devo fare, un’altra, di tipo associativo in senso nuovo e rivoluzionario, che mi fornisce soltanto l’occasione perchè io venga a contatto con il problema da me sconosciuto, dandomi nello stesso tempo delucidazioni in merito al perché e alle conseguenze della cosa che devo fare. La prima comunicazione corrisponderebbe al comportamento autoritario, la seconda a quello democratico. C’è da aggiungere, per ovviare a una facile critica, che quest’ultimo comportamento, per essere veramente democratico, deve adottare lo stesso procedimento non solo nella decisione relativa a un certo problema, ma anche in merito alla scelta del problema stesso.

Studi interessanti in questo senso sono stati fatti dello psicologo sociale Kurt Lewin negli Stati Uniti durante l’ultima guerra mondiale. Si trattava di convincere le massaie americane a utilizzare le interiora di pollo al posto della carne impiegata, quest’ultima, per le razioni dell’esercito. Furono organizzate conferenze esplicative e, nello stesso tempo, riunioni dove un certo numero di donne venivano “democraticamente” invitate a discutere sul problema suddetto. Si vide, in un certo tempo dato, che i risultati ottenuti con le riunioni democratiche erano molto più significativi di quelli con le conferenze “autoritarie”, cioè di tipo classico (un tecnico che spiegava dalla cattedra il modo e l’importanza di impiegare le interiora di pollo). Una critica interessante a questi studi è data dal fatto che non erano i gruppi “democratici” stessi a decidere l’argomento oggetto di discussione ma l’argomento era dato da un’autorità preesistente che nullificava il procedimento democratico della discussione, anche volendo prescindere della giustissima osservazione di Karl Mannheim che, in merito, faceva notare come fosse facile, in questo modo, convincere la gente a sostituire la produzione di burro (ad esempio) con quella di cannoni, pur mantenendo esteriormente la struttura democratica.

Con il procedimento democratico io, nella riunione, mi trovo a contatto col problema, venendo così a realizzare sempre un processo di tipo autoritario – con il compagno che è più a dentro di me in quel problema – ma di una autorità che potremmo definire “persuasiva” e che non possiede uno strumento idoneo a trasformarsi in autorità “coattiva”, cioè è priva di potere nel senso visto prima.

La familiarità e l’educazione a questo tipo di autorità mi metteranno in grado di ovviare alle iniziali deficienze personali e a partecipare al processo risolutivo dei problemi in modo sempre più attivo.

Questo schema che abbiamo delineato serve, ovviamente, come prospetto limite del comportamento politico di un individuo che vive in società ma, in realtà, l’uomo si trova costretto a lottare in specifiche situazioni storiche che lo pongono in un contatto determinato con l’autorità. In effetti, anche l’autorità più dispotica del mondo fornisce ragioni per obbedire alle sue ingiunzioni e ragioni per combatterle. Qui sta la difficoltà della soluzione del problema politico e della lotta rivoluzionaria. Anzi, possiamo aggiungere, che man mano che si passa dal regime autoritario a quello possibilistico socialdemocratico, aumentando le ragioni per ubbidire all’autorità statale, si fanno più difficili a individuare le ragioni per combatterla e distruggerla.

A noi non interessa il tanto travagliato problema di filosofia politica costituito da che cosa fondi l’obbligo della persona a obbedire all’autorità. È un problema assurdo. Quello che importa è studiare in che termini le ragioni che un uomo può avere di ubbidire all’autorità siano fondate o meno, e questo problema lo abbiamo posto in relazione con quello della responsabilizzazione. I filosofi politici, a cominciare da Kant, se ne sono usciti col simpatico meccanismo della “deduzione”, essi dicono: se esiste un cane si può usare il concetto di cane, per lo stesso motivo se esiste qualcuno che ubbidisce a un’autorità costituita si può usare il concetto di autorità costituita. Ragionamento assurdo, come ognuno vede, valido per illustrare uno stato di cose, ma certamente non valido per fondare la legittimità di quell’autorità e, cosa molto può grave, per fare uscire questo concetto di legittimitä dal chiuso delle biblioteche e portarlo nelle piazze, causando la morte di milioni di uomini e collaborando allo sfruttamento degli altri.

Autorità e autonomia nella vita associata

L’uomo è chiamato ad affrontare problemi molto più complessi di quelli specifici della vita individuale, problemi che in generale afferiscono al vivere in comunità, problemi di carattere politico. Per la maggior parte degli uomini la “comunità” si presenta come qualche cosa di estraneo e di nemico, qualche cosa che si realizza concretamente sotto l’aspetto di burocrazia e di tradizione. Lo Stato, con tutti i suoi svariati aspetti coercitivi, la cultura, con tutti i suoi aspetti conservatori fondati sulla tradizione, finiscono per costruire davanti al singolo un ostacolo, quasi sempre insormontabile, che lo divide da una presa di coscienza e quindi da una sua responsabilizzazione. In questo modo ognuno si costruisce un’etica spicciola, riassumibile quasi sempre in un concetto di obbedienza a certe prescrizioni, a certe persone che coagulano l’autorità in forma più immediata, a certi precetti di ordine generale.

Riguardo all’aspetto politico del problema dell’autonomia morale c’è da dire che esso finisce per interessare di sé tutti gli altri campi, tutti gli altri settori, per cui diventa puramente teorica la possibilità di un uomo che si responsabilizzi nel suo vivere giorno per giorno e resti del tutto estraneo all’impegno politico.

Da ciò si deduce come prima cosa che l’autonomia politica, e quindi la responsabilizzazione politica del singolo, è faccenda legata alla presa di coscienza di certi fatti, alla documentazione, allo sviluppo di certe facoltà critiche, al mantenimento di certi contatti ambientali. È, infatti, assai chiaro che il moderno potere democratico, a forma parlamentare, si fonda sull’ignoranza e sull’apatia dello masse, caratteristiche che vengono accuratamente alimentate con tutta una serie di iniziative e di distorsioni. Si tratta dell’attività di manutenzione delle strutture portanti del sistema che viene svolta attraverso canali assai disparati che vanno dello sport all’informazione giornalistica, dall’insegnamento scolastico alla televisione, ecc.. Di questo grave problema, ancora non del tutto approfondito, mi sono occupato anni fa. (Cfr. La distruzione necessaria, Catania 1968, seconda ed. Trieste 2003 ).

La situazione attuale del capitalismo avanzato richiede livelli d’informazione tali che non è facile, per l’uomo comune, ottenere senza uno sforzo considerevole. La struttura burocratica e tecnologica è talmente complessa da mettere in serio pericolo la possibilità di autonomia del singolo. Vediamo la soluzione democratica: gli uomini non possono pensare di essere autonomi fin quando non si danno un governo fatto da se stessi, un governo che non sia sul popolo o per il popolo, ma un governo fatto dal popolo. In questo modo gli ordini di questo governo saranno legittimi perché sarà il popolo stesso a darli. Si tratterebbe di un passaggio dal concetto di autonomia del singolo al concetto di autonomia collettiva di più singoli.

Teoricamente la soluzione democratica dovrebbe partire dalla democrazia diretta, ogni singolo si esprime su ciascun provvedimento e su ciascuna legge, dando il proprio assenso o il proprio dissenso. Ma, in effetti, a parte le questioni teoriche che rendono improbabile l’uso di questo mezzo su ampia scala, resta il fatto che la decisione del singolo sulla singola legge permane in momento tagliata fuori dal momento successivo, quello dell’applicazione coattiva della legge, che viene affidato a un organismo investito, per ciò stesso, di un potere ben diverso da quello decisionale che aveva portato all’ammissione dell’opportunità della legge.

Certo, si potrebbe anche verificare il fatto che il singolo trovandosi davanti all’obbligo della legge si senta legato autonomamente per il semplice motivo di averla votata, anche se per sopravvenute modificazioni nei suoi interessi personali, le conseguenze coattive della legge, nel momento successivo, lo danneggino anziché favorirlo: ma si tratta di un’osservazione marginale.

La soluzione più probabile sarebbe invece un persistente conflitto tra dovere e interesse che ridurrebbe la comunità in condizioni tali da rendere mecessario l’intervento degli strumenti creati per l’applicazione coatta della legge. Da ciò alla formazione della legge al di sopra dell’autonomia dei singoli il passo sarebbe assai breve: sostanziale trasformazione di uno Stato di diritto in uno Stato di forza.

Eccoci quindi alla soluzione della democrazia rappresentativa. Con essa si superano alcuni ostacoli: quello del tempo da dedicare agli affari politici (non tutti hanno tempo disponibile per questo), quello della conoscenza tecnica necessaria, quello del numero straordinariamente grande di persone che si dovrebbe consultare su ogni singolo provvedimento. Si tratta di ostacoli che in realtà non esistono e che sono stati a bella posta ingranditi da coloro che sono interessati personalmente alla realizzazione della delega, del potere. Praticamente tutti dovrebbero avere il tempo per dedicarsi ai problemi politici, e la vita di oggi ci insegna come tutta la nostra esistenza è segnata – nel momento della responsabilizzazione – dalla dimensione politica, lo stesso dicasi per le necessarie conoscenze tecniche, salvo che non si voglia tenere presente la dimensione della società capitalista segnata dalla classica divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Riguardo, infine, al problema del numero, degli individui da consultare, e anch’esso inesistente una volta che si parta dal concetto associativo, federativo e decentrato della struttura economico-sociale della società del futuro.

Ma il problema che ci occupa è questo: può la democrazia rappresentativa garantire l’autonomia del singolo e, per converso, può un uomo responsabilizzato sentirsi impegnato a rispettare le leggi approvate da altri, sia pure da lui delegati a cio?

Il concetto di delega

Quando una persona si trova nell’impossibilita di esprimere una propria opinione o di prendere una qualsiasi decisione su di un argomento di suo interesse, può delegare qualcun altro a fare ciò per suo conto, dettagliando i limiti del mandato conferito.

Siamo di fronte al concetto di rappresentanza o delega che, nella sua visione originaria, doveva permettere proprio la salvaguardia dell’autonomia del singolo.

Ma i limiti della procura nella forma classica sono troppo ristretti per consentirci di poterli identificare nel mandato parlamentare. In effetti, che cosa guida la mia scelta di un candidato al Parlamento? Non certo le precise indicazioni e i dettagli di tutte le future leggi che quel candidato andrà a votare, che io non conosco e che nemmeno lui conosce, solo il suo programma politico costituisce la base della mia decisione, base molto aleatoria e vaga per potersi identificare con i limiti precisi e circoscritti del mandato di rappresentanza. Se poi si tiene conto della fumosa inconsistenza di tutti i programmi politici dei parlamentari si vede come sia proprio questa vacuità che rende possibile il meccanismo stesso delle scelte, confondendo le idee alle persone, incanalandole a forza dentro rigidi schemi (partiti) che si rifanno a scelte ideologiche talmente generiche da risultare disponibili per qualsiasi conversione in un senso o nell’altro.

Ora, se questo sistema rappresentativo era quello che in forme più o meno chiare vigeva in alcuni Paesi europei prima della rivoluzione francese (ad esempio gli “stati generali” del 1789 furono convocati in base al sistema rappresentativo), con l’assemblea costituente del 1791 si sviluppò il principio della sovranità popolare che ancora oggi fonda gli Stati democratici moderni. Vediamo quali sono le conseguenze dirette. Per prima cosa questo concetto di sovranità popolare non fu quello teorizzato da Rousseau di somma delle singole particelle di sovranità spettanti individualmente a ogni cittadino, ma quello di “sovranità della nazione”, intesa come qualche cosa di unico e inseparabile, anche se astratto. Infatti, nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 all’art. 3 si legge: “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione”. Sarà quindi la “nazione” a delegare uno o più organi rappresentativi ed elettivi che, in questo modo, ricevono potere coattivo di fare comunque e dovunque eseguire le leggi promulgate. Alla concezione tradizionale che ogni eletto rappresentava un singolo gruppo sociale o una singola comunità, si sostituì il concetto che era la nazione tutta a eleggere il singolo e che la ripartizione per collegi e distretti fosse soltanto un accorgimento tecnico per attuare il meccanismo elettorale.

Qui sta il nocciolo del problema. Stante l’impossibilità di un mandato ben preciso, stante che le decisioni in Parlamento saranno prese a nome della nazione e quindi diverranno coattive per il singolo, indipendentemente dalla sua personale opinione, singolo che si vedrà privato in questo modo della propria autonomia e responsabilità, stante che non esiste altra strada per garantire quell’obbligo morale che, necessario al vivere in società, può soltanto trovare origine libertaria nella decisione del singolo, lo strumento democratico inteso sotto forma di delega rappresentativo-parlamentare non può essere usato e deve essere criticato, attaccato e boicottato con tutti i mezzi a disposizione.

Ne consegue, come diretta deduzione logica, che non sentendomi rappresentato dai parlamentari che fanno le leggi, non mi sento nemmeno obbligato moralmente a seguire queste leggi in quanto approvate, a nome mio, da qualcuno che non era stato delegato in forma precisa.

Non è un fatto trascurabile, infatti, che negli Stati costituzionali moderni, il Parlamento abbia una consistenza giuridica sua propria, una personalità che lo identifica come esistente in quanto organo dello Stato a prescindere dalla sua composizione e dal colore politico che lo caratterizza. Infatti, scomparsa sostanzialmente la delega, il Parlamento vota le leggi in modo che non la generalità dei cittadini è rispecchiata nelle leggi, ma solo la generalità dei componenti il Parlamento stesso. In questo modo il cittadino è obbligato a seguire le leggi in forma antigiuridica, un vero abuso attuato con la forza da parte del Parlamento, tramite gli organismi esecutivi, in quanto il Parlamento soltanto dovrebbe essere obbligato a seguirle.

In questo modo i cittadini diventano sudditi del Parlamento che sotto una veste diversa e per un’altra strada, arriva ad assumere la stessa posizione che aveva il monarca.

Tra Parlamento che vota leggi sulle quali i singoli elettori non hanno mai manifestato un’opinione o preso una scelta, e una benevola dittatura o un’altrettanto benevola monarchia elettiva, che operano le loro scelte senza consultare i cittadini, non c’è alcuna differenza.

Critica della rappresentanza politica

I servitori del sistema hanno per tempo provveduto a elaborare delle teorie per giustificare il tipo “speciale” di mandato che è quello tipico della rappresentanza politica. Esistono diverse tesi. Tutte partono dal presupposto che si tratta di un mandato del tutto diverso da quello “normale” della delega diretta. Esaminiamole.

Una prima teoria sostiene che il Parlamento non può essere considerato un organo passivo della volontà degli elettori, ma deve avere vita indipendente, come quella degli altri organi dello Stato, per cui esso risulta composto non dai rappresentanti della media comune e della cultura del corpo elettorale, ma da uomini a essa notevolmente superiori, cioè dagli elementi migliori che in un certo momento storico la nazione offre. Si avrebbe quindi non una scelta sulla base di un mandato da portare a compimento, ma sulla base della capacità. Non delega di poteri ma designazione di capacità. L’assurdità di questa teoria è palese. Per prima cosa non ci dice perché mai quel pugno di uomini dovrebbero avere un potere superiore a quello del resto della comunità, stante che la sola tesi della capacità non è sufficiente dal punto di vista morale e giuridico. Nulla questa teoria ci dice sul rapporto tra rappresentanti e rappresentati e sulla sorte della legittima aspettativa di questi ultimi che, ovviamente, non si possono ritenere appagati solo per il semplice fatto di avere scelto (ammettiamolo pure) gli uomini migliori. Quanto poi a discutere sulla capacità di questi ultimi non vale proprio la pena, sapendo benissimo tutti come avviene la selezione e quali traffichini e maneggianti costituiscono la stragrande maggioranza di chi siede in Parlamento, ma si tratta di una critica di tipo individualista che non è importante.

Una seconda teoria ci dice che lo scopo del Parlamento è quello di mantenere il popolo in rapporto con lo Stato, per cui il mandato sarebbe sui generis e senza rappresentanza. Questa teoria si limita a dire quello che di fatto avviene: il popolo è rappresentato sulla carta, il contatto tra popolo e Stato viene ufficialmente garantito, ma tutte le forme della repressione e dello sfruttamento filtrano attraverso di esso. Anche questa teoria non si preoccupa del perché i rappresentati sarebbero obbligati da quel mandato sui generis.

Un’altra teoria sostiene che gli eletti non siano titolari di un organo “del popolo” ma bensì di un organo “dello Stato”, per cui la loro titolarità trova origine dalla Costituzione e non dalla volontà del popolo. Quest’ultimo costituisce un mero strumento tecnico per rendere possibile la formazione dell’organo. Il corpo elettorale designando i suoi rappresentanti non nomina pertanto dei mandatari con il compito di fare valere i suoi diritti ma, al contrario, esercita una potestà datagli dallo Stato di formare le assemblee legislative. Questa teoria, che è quella continuamente accettata, elimina di colpo ogni possibilità di rapporto tra elettore e suo rappresentante, manifestando in pieno il carattere coattivo e dispotico della cosiddetta democrazia popolare.

Alla rappresentanza della volontà, che sola poteva fondare sul diritto reale la democrazia, si sostituisce la rappresentanza delle opinioni, elaborate nel crogiuolo magico dei Partiti. Il singolo scompare per emergere immerso nella grande marea delle ideologie e delle sovrastrutture abilmente manovrate dai politicanti di mestiere.

Tesi difensive dei sostenitori della democrazia parlamentare

Negli ultimi decenni, a seguito dell’ingrandirsi delle strutture tecnologiche e militari degli Stati moderni, specialmente di quelli che si fregiano del titolo di Stati democratici, si è assistito all’aumento del potere “segreto” di quegli organismi che prendono decisioni in cui nemmeno la faccia di una consultazione della base viene più salvata. Non solo, ma la stessa complessità tecnica dei problemi da affrontare ha ridotto nelle mani di poche persone le decisioni chiave, decisioni che coinvolgono milioni di individui e li obbligano a compiere determinati atti in merito ai quali la loro opinione non è mai stata richiesta.

I difensori di questo stato di cose propongono grosso modo tre teorie: a) esiste una elezione regolare fatta dal popolo, b) non si può immaginare che i governanti perseguano fini in contrasto con il bene della collettività, c) c’è sempre la possibilità di revoca del mandato nella prossima legislatura.

Come si vede il discorso diventa circolare. Niente è detto riguardo le effettive possibilità del singolo di intervenire sulle decisioni parlamentari nel corso della vita del Parlamento, egli può solo, alla fine, trovarsi un altro candidato e un’altra linea politica, ma deve avere realmente questa possibilità, altrimenti tutto ritorna come prima, mutano le persone ma il sistema resta lo stesso.

Vediamo adesso come non sia possibile trovare un candidato che esprima in pieno le idee del singolo su un certo numero di problemi per quanto piccolo superiore a due. Ciò che conta, infatti, nelle campagne elettorali è la linea politica fissata dal partito del candidato, le sue promesse di risoluzione di certi problemi trovano luce solo in funzione di quella linea di partito. Ecco quindi che chi vota non si interessa tanto di individuare i singoli problemi come sono prefissati dal singolo candidato, ma si interessa molto di più di come quei problemi trovano posto nella strategia del partito. Ammettendo per assurdo, cosa che poi non corrisponde affatto alla verità, una chiara visione del programma del partito nell’elettore, ne risulta che quest’ultimo ha operato una scelta nelle sue decisioni, che ha ceduto la propria autonomia di giudizio, e quindi la propria responsabilizzazione, alla linea fissata dal partito. Diventato uomo di parte egli cessa di essere autonomo. In questo modo entra alle dipendenze del partito e, attraverso quest’ultimo, entrerà alle dipendenze del Parlamento per le decisioni che in quella sede saranno prese in forma maggioritaria.

Abbiamo quindi una duplice dipendenza. La prima, dal partito, a seguito dell’impossibilità di valutare l’opinione dei singoli candidati su tutti i problemi che interessano il singolo, la seconda, dal Parlamento, a seguito del fatto che saranno i deputati a prendere le decisioni finali sui vari problemi, non interpellando più il singolo.

Certo, molti militanti dei cosiddetti partiti rivoluzionari, o pseudo tali, potranno trovare strano questo discorso, potranno ad esempio trovare una non precisa distinzione tra partiti del popolo e partiti reazionari, potranno vedere messi insieme l’ala destra e l’ala sinistra dello schieramento parlamentare, con tutte le conseguenze teoriche e pratiche che la cosa comporta. Non è nostra intenzione qui approfondire il problema delle ideologie e di quello che succede una volta che queste ultime vengono immerse nel possibilismo parlamentare. Dobbiamo, però, dare conto del problema sollevato.

L’ideologia rivoluzionaria proletaria, quella che parte dalla considerazione che la massa sfruttata deve, autonomamente, prendere coscienza del proprio sfruttamento ed emanciparsi, è valido strumento di coesione delle masse e porta il proletariato rivoluzionario alle decisioni ultime del suo destino emancipatore, ma non ha, come intrinseca componente, la veste ufficiale del partito e, tanto meno, la veste ufficiale del partito che concorre alla gara elettorale. L’ideologia rivoluzionaria emancipatrice elemento di coesione e di indirizzo verso la presa di coscienza delle masse, nel caso venga assunta da una cricca di impostori (o di illusi) come guida di un partito venduto alle reazione borghese, rimane tale solo sulla carta, nel vuoto significato delle parole, in sostanza essa perde quel compito preciso, diluendosi nel mare immenso del possibilisrno e dell’opportunismo.

Il militante di base del partito rivoluzionario potrà ancora essere in buona fede, ma i quadri burocratici del suo partito non lo sono di certo. È questa elite di potere che raccoglie i sostegni della base, mettendo avanti lo scudo ideologico, per convogliare le forze rivoluzionarie nel mare dell’oblio.

La reazione, in modo particolare negli Stati democratici non è soltanto la bieca figure del fascista, ma anche la simpatica figura del riformista che, coprendosi con le parole del solito vocabolario rivoluzionario, in sostanza sostiene lo sfruttamento in modo molto più efficiente di quanto non faccia il fascista nell’ottusità della sua posizione.

Quella che sembrava una vana polemica, fatta in nome di un’autonomia e di una libertà del singolo che venivano considerate fatti individualisti e quindi da condannare davanti alle necessità delle masse, emerge qui, nella riflessione di classe, in forma macroscopica. La negazione della presa di coscienza, dell’autonomia, e della responsabilizzazione del singolo, abbinate alla pratica della delega del potere e delle decisioni, al rifiuto di ogni sforzo per comprendere la realtà politica, conducono insieme all’impossibilità dell’emancipazione, al fallimento di tutti i tentativi rivoluzionari, alla riconferma del sostrato reazionario del riformismo.

Rifiutarsi di cominciare dall’uomo significa vedere scomparire il concetto stesso di classe, restando con uno strumento – se si vuole efficiente per certi scopi – che è quello della sola avanguardia, il quale, prima o poi, finisce per lavorare nel proprio esclusivo interesse e sulla pelle degli sfruttati.

Sulle possibilità di una moderna democrazia diretta

Spesso i sostenitori della democrazia rappresentativa ammettono che questa forma politica ha molte limitazioni ma che non esiste altro modo di costituire una organizzazione democratica, dovendosi assolutamente scartare l’ipotesi della democrazia diretta perché di impossibile attuazione.

In questa affermazione ci sotto due aspetti, un primo aspetto tiene conto della situazione così com’è oggi, una situazione in cui grandi costruzioni burocratiche che si chiamano Stati hanno bisogno dell’inerte complicità delle masse per continuare il dominio dei pochi sui molti, e questa complicità la trovano proprio nel sistema elettorale. In effetti è impensabile uno Stato moderno, di tipo riformista-socialdemocratico, che si fondi sulla democrazia diretta, qualora tecnicamente quest’ultima, in queste condizioni, fosse possibile. Si avrebbe un caos assoluto. Oggi si voterebbe una legge con un certo indirizzo, la settimana successiva se ne voterebbe un’altra con un indirizzo diametralmente opposto. Oggi si sarebbe accesi militaristi, domani antimilitaristi convinti, oggi si approverebbe un vasto programma per la costruzione di ospedali, domani il programma si dovrebbe arrestare perché quei fondi verrebbero stornati alla fabbricazione di ordigni militari.

Ma, esiste un altro aspetto, quello delle società future, una società in cui le decisioni saranno prese da tutti, con il sistema appunto della democrazia diretta. In questa prospettiva esiste, a detta dei sostenitori della democrazia rappresentativa, solo l’ostacolo tecnico. Ma, anche questo non è altro che un falso problema. Le associazioni di produttori federate in organizzazioni più ampie potranno esprimere le loro opinioni su tutti i problemi, consentendo una precisa valutazione, nei singoli, delle diverse possibilità favorevoli e sfavorevoli. Non è affatto vero che i più si disinteressano di politica. Lo fanno oggi, perché la politica è cosa confusa ed estranea ai più, perchè fatta da specialisti che intendono mantenere oscuro ciò che fanno allo scopo di continuare meglio il loro dominio. Diventando tutto chiaro, ciascuno troverebbe non solo il proprio interesse nella politica, ma si scoprirebbe per quello che veramente è: il membro di una collettività dei problemi della quale non si può disinteressare. Il posto che oggi è occupato dai vari passatempi e dalle manifestazioni sportive di tipo passivo (vedi ad esempio il calcio), sarebbe, in una società diversa, occupato dalla discussione e dall’approfondimento delle tematiche politiche.

Anche l’aspetto tecnico, di avere simultaneamente un grande numero di risposte su diversi argomenti, onde consentire alle organizzazioni federali di conoscere le decisioni dei singoli associati, non è un problema, oggi, allo stato presente di sviluppo dell’elettronica [1974].

Solo che in questo modo le decisioni federali non avranno carattere coattivo perché emesse dall’organizzazione centralizzata, ma avranno carattere obbligatorio di natura morale perché rispondenti alle decisioni prese dai singoli, con una obiezione che vedremo immediatamente.

Il problema della maggioranza e della minoranza

Questo problema è assai radicale e, se non esaminato con accuratezza, minaccia di rendere impossibile tutta la costruzione teorica e pratica dell’anarchismo.

Gli anarchici negano l’utilità politica del voto quando questo è mezzo per delegare qualcuno ad agire, per formare un potere sul popolo, basandolo sull’alibi che è stato il popolo stesso, a mezzo del voto, a legittimarlo. Al contrario ritengono indispensabile il voto quando esso non serve per nominare padroni, ma per esprimere la propria opinione.

Certo, come indica Malatesta, vi sono anarchici che “scambiando la forma per la sostanza”, sono contro il voto in generale e quindi anche contro questo secondo modo di intendere la votazione. Ma, così facendo, si blocca qualsiasi iniziativa della base, salvo l’ipotesi limite dell’unanimità. Un piccolo gruppo di individui, anche un solo uomo, può bloccare tutto distruggendo anni di sforzi e di sacrifici.

Scrive Malatesta: “Io sostengo che non ci sarebbe vita sociale possibile se davvero non si dovesse fare mai nulla insieme se non quando tutti sono unanimamente d’accordo. Che le idee e le opinioni sono in continua evoluzione e si differenziano per variazioni insensibili, mentre le realizzazioni pratiche cambiano a salti bruschi, e che, se arrivasse un giorno in cui tutti fossero perfettamente d’accordo sui vantaggi di una data cosa, ciò significherebbe che in quella data cosa ogni progresso possibile è esaurito [...]. Dunque in tutte queste cose che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le differenze d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a modo suo, o in cui il dovere di solidarietà impone l’unione, è ragionevole, giusto, necessario che la minoranza, ceda alla maggioranza. Ma questo cedere della minoranza deve essere effetto della libera volontà, determinata dalla coscienza della necessità, non deve essere un principio, una legge, che s’applica per conseguenza in tutti i casi, anche quando la necessità realmente non c’è”.

È importante chiarire alcune cose su queste affermazioni di Malatesta che costituiscono l’unica soluzione logica del problema. La situazione di fondo che viene tenuta presente non è quella in cui è in atto una lotta economica, una lotta di classe, non è quella in cui esiste una controparte politica capace di applicare tutte le forme più abiette di sfruttamento, al contrario è una situazione che tiene conto di divergenze sul modo migliore di ottenere il bene comune. Quindi, una situazione che oggi si verifica all’interno delle organizzazioni di compagni e che domani, nella società del futuro, cessata la lotta di classe, si verificherà in tutta Ia società nel suo insieme. Non abbiamo davanti il modello dei conflitti di interessi discordanti, ma solo divergenze sulle diverse possibilità di attuare il bene comune. Ove non fosse così non si avrebbe una preoccupazione morale sul destino della minoranza, al contrario quest’ultima (che poi sarebbe più semplicemente il nemico di classe) si individuerebbe facilmente nella fondamentale divergenza dei suoi interessi conflittuali.

Questa precisazione fa scadere tutti i problemi avanzati dai teorici della democrazia sul diritto della maggioranza di governare la minoranza. In una società libertaria non c’è questa visione deformata del vivere insieme quindi non possono essere valide tutte le preoccupazioni sulla sorte riservata alla minoranza.

Si potrebbe obiettare che in questo modo la minoranza ha perduto la sua autonomia e che i singoli appartenenti alla minoranza si sentiranno obbligati moralmente a seguire una decisione che non è stata la loro ma, al contrario, è stata quella presa della maggioranza. Obiezione giusta, ma soltanto formalmente. Approfondendo l’indagine in forma sostanziale si vede dove si trova l’equivoco. Per prima cosa, le decisioni fondamentali, quelle che riguardano i fini essenziali della società, non possono ricondursi a questo tipo di ragionamento, cioè non possono essere prese a maggioranza. Non che si tratti di una cautela o di un accorgimento, è una cosa naturale e fondamentale, una cosa che afferisce strettamente alla lotta rivoluzionaria e che chiarisce, da se stessa, gli obiettivi fondamentali della società nuova. È logico che chi si batte per la rivoluzione sociale dopo non potrà farsi propugnatore della proprietà privata, o dell’organizzazione capitalistica del lavoro, o del sistema bancario tradizionale, o di tutti gli altri obiettivi fondamentali che derivano la loro logica da un sistema di cose contro il quale si è combattuto e vinto. La chiarificazione degli obiettivi rivoluzionari determinerà in uno l’individuazione degli obiettivi della società futura, sorta dalla distruzione della società precedente. Su questo argomento non è legittimo parlare di maggioranza o di minoranza.

Individuato quello che abbiamo definito “bene comune”, resta un secondo aspetto, altrettanto importante, quello strutturale, metodologico, organizzativo, aspetto che, come il primo, non potrà essere sottoposto a decisione maggioritaria. Infatti, siamo davanti a un problema che è primariamente funzionale agli obiettivi determinati dalla rivoluzione. Qui si colloca il conflitto con gli autoritari, conflitto di natura appunto metodologica e sostanziale insieme. Se anche gli autoritari volessero gli stessi obiettivi che vogliamo noi, noi li vogliamo in forme diverse, perché riteniamo che la struttura organizzativa con la quale questi obiettivi saranno perseguiti influenzerà grandemente la possibilità di raggiungerli. Si tratta di un aspetto formale (struttura da dare alla fase postrivoluzionaria) che immediatamente si trasforma in aspetto sostanziale e assolutamente da non potersi portare sul banco della maggioranza e della minoranza.

Restano poi i diversi modi di raggiungere, all’interno della stessa struttura organizzativa, obiettivi comuni. Qui sarà possibile l’impiego della democrazia maggioritaria. È logico che il singolo, appartenente alla minoranza sostenitrice di un modo diverso di raggiungere l’obiettivo, ma sempre facente parte di un’organizzazione che ha scelto una metodologia libertaria come veicolo di avvicinamento all’obiettivo, si deve sentire impegnato non tanto nei confronti del modo scelto dalla maggioranza ma nei confronti dell’obiettivo e dell’organizzazione di cui fa parte. In questo modo la sua autonomia sostanziale è salva, la sua responsabilizzazione di uomo libero è salva, in quanto ambedue legate alla sostanza (obiettivo e metodo) e non alla forma che si è scelta.

Alcuni hanno sostenuto che deve essere salvaguardato il principio dei diritti della minoranza, nel senso che quest’ultima deve essere messa in grado di potere sperimentare in concreto la sua posizione di dissenso perché anche nel dissenso, e spesso proprio in esso, risiede quella forza che conduce alle migliori conquiste dell’uomo.

In effetti questa affermazione di principio ci sembra risolta intrinsecamente dalla nostra stessa formulazione. Per prima cosa dobbiamo aggiungere che la sola tesi che bisogna dare alla minoranza la possibilità di sperimentare quanto da essa affermato, è quanto meno nebulosa e non dà nessuna indicazione pratica precisa. Non bisogna dimenticare infatti che, escludendo, come abbiamo fatto noi, i casi fondamentali del “bene comune” (la controparte sarebbe allora controrivoluzionaria) e della diversa metodologia (la controparte sarebbe costituita dagli autoritari con cui non è possibile un accordo), escludendo questi casi, restano fatti precisi, eventi storici determinati, irripetibili, di fronte ai quali bisogna prendere una decisione. Ora, come appare chiaro, tutti gli eventi storici sono irripetibili, unici, per cui diventa assurda la formulazione astratta “bisogna dare alla minoranza la possibilità di sperimentare la propria tesi”. Poniamo, se si deve decidere la costruzione di un ponte, la quantità di prodotto che bisogna mettere in preventivo per un certo periodo di tempo, la forma di un manifesto, la composizione di un comitato di quartiere o i termini di lotta di uno scontro, le discussioni debbono essere ricondotte necessariamente sul piano della maggioranza e della minoranza. Non vale ripetere che quest’ultima deve essere tutelata, nessuna violenza è perpetrata contro di essa, nessuna legge – nemmeno quella propria della maggioranza – viene imposta a essa, soltanto la minoranza, basandosi sul grado di coscienza e responsabilizzazione che i suoi componenti avranno raggiunto, deciderà, autonomamente, di accettare la soluzione maggioritaria, come espediente tecnico, cosciente dell’assurdità di ogni altra considerazione. Accanto a questa accettazione la minoranza provvederà a seguire l’applicazione del criterio adottato e sostenuto dalla maggioranza, suggerendo via via eventuali possibili modificazioni, non astenendosi della critica costruttiva, senza per questo arrivare all’assurdo di costruire due ponti, fare due comitati, organizzare due scontri, produrre due quantità diverse della stessa merce, solo perché alla minoranza spetta il diritto di “sperimentare” la propria tesi. Essendo irripetibile, in se stesso, l’atto della fabbricazione del ponte, dello scontro, del manifesto, ecc., perché poi, in un momento successivo, mutano le condizioni generali che resero pensabile e realizzabile l’atto con quelle caratteristiche, in pratica la minoranza non avrà mai la possibilità di “esperimentare”. la sua tesi su di un atto preciso e circoscritto, potrà sperimentare l’idea di fondo che reggeva la posizione di dissenso, naturalmente dentro i limiti del “bene comune” e le peculiarità metodologiche antiautoritarie.

Come dimostreremo immediatamente dopo, il sistema maggioritario è intrinsecamente assurdo, per cui solo limitatamente a decisioni che non coinvolgono il bene comune e la struttura per conseguirlo, può essere impiegato, sorvolando sulla sua intrinseca assurdità e utilizzando quanto di buono esso può fornire: il superamento delle dicotomie, cioè delle situazioni che presentano due soluzioni contrastanti.

Assurdità del sistema della maggioranza

Una persona opera una scelta perché autonomamente decide in un senso o nell’altro. In tutta la nostra problematica omettiamo deliberatamente di parlare della situazione – per noi oggi normale – in cui le scelte vengono operate a seguito di sollecitazioni e condizionamenti voluti dall’alto ma, al contrario, ci riferiamo a una situazione in cui emerge la necessità di tutelare la minoranza e quindi a una situazione in cui la totalità, lungi dal ricevere condizionamenti, viene messa nelle migliori condizioni per avere una visione quanto più ampia possibile dei problemi che travagliano la comunità.

Una persona, dicevamo, opera una scelta, perché in questa realizza la sua autonomia. È logico che questo fatto critico, per questa persona, non può essere un fatto isolato, ma un momento di una serie di scelte che devono essere legate, tutte, da una caratteristica comune: la coerenza. È per questo che la democrazia diretta è la soluzione migliore in assoluto, in quanto trasferisce a livello di comunità la coerenza dei singoli, facendo diventare coerente l’azione della comunità stessa, nell’estrinsecarsi delle sue scelte.

Al contrario, nel caso della democrazia maggioritaria, è facile dimostrare come, pure restando coerenti le scelte dei singoli, può diventare incoerente la sequenza di scelte della comunità, sequenza risultante dal calcolo aritmetico dei voti.

Questo paradosso, assai studiato dal matematici, è stato sviluppato in modo esauriente dal matematico inglese Charles Dodgson (che sotto il nome di Lewis Carroll scrisse Alice nel mese delle meraviglie). Immaginiamo che tre persone debbano decidere in merito a un problema e che questo presenti tre soluzioni. Ognuno stabilirà immediatamente una scala di valori riguardo le tre alternative. Non importa in questa sede stabilire il metodo o le motivazioni impiegate per fissare questa scala di valori, quello che conta è che questa scala deve necessariamente esserci, dato che le tre alternative non sono assolutamente identiche. Le tre persone sono quindi invitate a votare secondo le preferenze le alternative possibili, a coppie di due. Queste, come è chiaro, sono tre. Se chiamiamo A, B e C le tre alternative, i voti potranno essere: A contro B, poi A contro C e alle fine B contro C.

Tra i diversi gruppi di combinazioni ce ne sono alcuni che garantiscono il passaggio della coerenza della scelta dei singoli a quella della comunità e altri che non la garantiscono.



Esempio n. 1
Individuo 1 Individuo 2 Individuo 3
A A B
C B C
B C A


In questo esempio abbiamo che gli individui 1 e 2 danno la preferenza ad A rispetto a B e quindi pongono l’individuo 3 in minoranza. Lo stesso avviene poi per gli individui 2 e 3 che mettono l’individuo 1 in minoranza scegliendo B rispetto a C. Ora, se la comunità sceglie A rispetto a B e B rispetto a C ne deve conseguire, per aversi la coerenza a livello di comunità, che A venga preferito a C. In effetti questa coerenza, nell’esempio suddetto, si ha, in quanto gli individui 1 e 2 scelgono A riguardo a C e mettono l’individuo 3 in minoranza.


Esempio n. 2
Individuo 1 Individuo 2 Individuo 3
A B C
B C A
C A B

Anche qui si ha una maggioranza di A nei riguardi di B a seguito delle votazioni fatte dagli individui 1 e 3, e lo stesso riguardo B rispetto a C per le votazioni degli individui 1 e 2. Al contrario, però, e qui sorge l’incoerenza della comunità nei confronti della coerenza dei singoli, non esiste una maggioranza di A rispetto a C in quanto gli individui 2 e 3 votano C invece che A.

Non sono mancate le critiche, a questo ragionamento, ma esso è, come ha dimostrato Kenneth Arrow, matematicamente esatto e nega ogni validità al metodo cosiddetto democratico della maggioranza.

Volendo approfondire il nostro discorso si può vedere come l’incoerenza di questo metodo risulti anche cambiando il sistema di votazioni.

Ammettiamo che le persone chiamate a decidere – sempre in numero di tre per facilitare i calcoli – debbano pronunciarsi sulle alternative, una alla volta, fino al momento che una viene adottata come quella valida per la comunità, naturalmente a maggioranza. In questo modo è facile dimostrare che l’alternativa vincente sarà in funzione esclusiva dell’ordine in cui le varie alternative vengono presentate agli elettori (soluzione palesemente assurda). Infatti, partendo sempre da A, B e C, essi forniscono sei ordini di alternative sui quali l’insieme dei votanti deve pronunciarsi: ABC, ACB, BAC, BCA, CAB, CBA. Ora, ogni votante vota contro una proposta se esistono ancora delle alternative nella scala delle sue preferenze, mentre, una volta non approvata una proposta è eliminata dalla prospettiva e quindi ignorata dall’insieme degli elettori. Tenendo conto delle preferenze di cui all’Esempio 2, abbiamo i seguenti 6 casi:

– I) A è sottoposto agli elettori e non viene approvato in quanto due persone preferiscono o B o C. Poi è la volta di B che viene approvato perché due persone lo preferiscono alla restante alternativa C. Così vince B.

– II) A è sottoposto agli elettori e perde, lo stesso C perciò rimane B. B vince.

– III) B è sottoposto agli elettori e perde, anche A perde, resta C che vince.

– IV) B è sottoposto agli elettori e perde, vince C.

– V) Lo stesso per C che perde, vince A.

– VI) Vince A.

In conclusione abbiamo questo di irrazionale, che la collettività sceglie alternative diverse ogni volta che le prende in esame in ordine diverso: la coerenza della base non si trasferisce nella scelta maggioritaria della comunità. (Cfr. su questo argomento: R. O. Wolff, In difesa dell’anarchia, tr. it., Milano 1973, pp. 67-69).

Tranne casi limite, nei nostri Parlamenti, queste assurdità della legge matematica sono ridotte a una coerenza artificiale e non reale, perché non corrispondente alle opinioni dei singoli deputati, dall’esistenza di una linea “unimodale” proveniente dal partito. In altre parole, un deputato vota in funzione della sua posizione all’interno del partito. Ad esempio, se il suo è un partito di centro, le sue scelte saranno tanto meno discordanti da quelle dei suoi colleghi di partito, quanto più le alternative si accosteranno a una posizione politica di centro. Allontanandosi verso la sinistra o le destra aumenta la probabilità di incoerenza, subito rettificata dalla fedeltà al partito e alla sua linea. Questo spiega, tra l’altro, l’esistenza dei cosiddetti “franchi tiratori” su problemi che coinvolgono sfumature sottili o alleanze parallele.

Ancora una volta resta dimostrato che non è la somma aritmetica dei voti, e la maggioranza matematica che ne deriva, a conferire il crisma della legittimità alle iniziative e alle decisioni parlamentari ma, al contrario, le decisioni di potere dei singoli partiti. Ove non fosse così, la semplice legge della maggioranza getterebbe nell’incoerenza il Parlamento. Ne consegue che la coerenza che esso manifesta nel corso delle varie leggi che approva è, ancora una volta, una coerenza di potere e non ha alcuna relazione con le deleghe conferite dalla base, non avendola con le decisioni dei singoli deputati.

Parlamentarismo e autoritarismo

Una relazione precisa è possibile stabilire tra dottrina parlamentarista e autoritarismo. L’affermazione è provata dal filo logico che unisce le diverse posizioni degli autoritari in merito alla partecipazione alla lotta elettorale.

Nel luglio del 1920, al Congresso di Mosca, si assistette a uno scontro tra astensionisti e parlamentaristi: i primi rappresentati da Bordiga, i secondi legati alle tesi di Lenin.

Vediamo di comprendere bene l’astensionismo bordignista, in quanto si differenzia moltissimo dall’astensionismo anarchico. Così scriveva Bordiga: «Per il migliore svolgimento della propaganda comunista e della preparazione rivoluzionaria nei paesi democratici occidentali, nell’attuale periodo di crisi universale rivoluzionaria, i comunisti non dovrebbero partecipare alle elezioni». (“Elezioni”, su “L’Ordine Nuovo” del 14 aprile 1921). Siamo davanti a una tesi contingentale che potrebbe, domani, in mutate condizioni, cambiarsi in una tesi di partecipazione alla lotta elettorale. La conclusione dell’articolo di Bordiga, però, è per la partecipazione in quanto così si era deciso a Mosca e i comunisti italiani non potevano fare diversamente di quanto ordinavano le direttive sovietiche. Sulla stessa posizione degli Italiani (cioè con maggioranza astensionista in seno al partito) si trovavano pure i Tedeschi e gli Olandesi, ma tutti parteciparono alle elezioni.

È l’autoritarismo di fondo che impedisce qui una logica conseguenza a Bordiga. L’astensionismo può essere valido solo a condizione di essere coerente con se stesso, non può essere una pratica opportunista: o ammette che il Parlamento ha una validità, sia pure di strumento, o non lo ammette in assoluto, al contrario sarebbe illogico che questa validità gli arrivi all’improvviso di fronte al mutamento delle condizioni. Infatti, se il Parlamento è produzione specifica della borghesia democratica (o pseudo tale), è una creazione storica che va combattuta (non mette conto qui valutare dall’interno o dall’esterno) in ogni momento, ma con mire precise e con una tattica unica in quanto sempre fedele a se stesso è il dispotismo che regge e rende possibile l’esistenza stessa del Parlamento come istituzione borghese.

Per i comunisti italiani, tedeschi e olandesi, al di sopra delle questioni di principio e di coerenza valsero le direttive del centro internazionale. Ancora nel 1924 Bordiga scriveva: «Non è da comunisti lasciar intendere che in regime di democrazia e libertà le elezioni traducano l’effettiva volontà delle masse. Tutta la nostra dottrina si leva contro questa colossale menzogna borghese, tutta la nostra battaglia è contro i fautori di essa, negatori del metodo rivoluzionario di azione proletaria. Il meccanismo liberale di elezioni non è fatto che per dare una necessaria e costante risposta: “regime borghese”, “regime borghese”...». (“L’unità”, Milano 27 febbraio 1924). Eppure, ben al di là del principio fondamentale, per il rivoluzionario comunista valse la regola autoritaria dell’obbedienza alle direttive provenienti dall’alto.

Vediamo, adesso, di esaminare la posizione dei parlamentaristi, cioè della linea che nel citato Congresso di Mosca si rifaceva a Lenin, Non è che qui si deve commettere l’errore – tanto caro oggi a certi comunisti di casa nostra – di confondere la tesi leninista con quella attribuibile soltanto al riformista Kautsky. In questo modo – tesi classica Kautsky – il Parlamento diventa qualche cosa di metastorico, da sempre esistito e che dovrà esistere sempre, qualche cosa che stranamente risulta ben al di là della lotta di classe. Con questa tesi, e con quella degli imitatori di oggi, viene distrutta dalle fondamenta la tesi e l’analisi classica di Marx.

In effetti, poniamo in Italia, il Partito Comunista, è oggi [1974] sulla linea riformista della socialdemocrazia, in quanto si è adeguato alle direttive che gli imponevano la costruzione di un grosso partito parlamentare mettendo a tacere la tesi di Lenin del piccolo partito rivoluzionario di avanguardia. A parte il discorso sui difetti autoritari della tesi leninista, resta che l’adattarsi opportunistico alla situazione postbellica ha in pratica portato il partito su posizioni borghesi.

Con Lenin di Stato e Rivoluzione, viene sviluppata questa critica prettamente marxista – della natura classista del Parlamento e della sua sostanziale antidemocraticità, e sulla possibilità di costruire una democrazia fondata sui soviet.

Ecco cosa scrive Lenin: «Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell’eleggibilità, ma nella trasformazione di queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che “lavorino realmente”». (Stato e Rivoluzione, tr. it. Milano 1968, pag. 90).

Ed ecco le tesi principali del Congresso di Mosca del 1920. «Il governo parlamentare è diventato la forma “democratica” della dominazione della borghesia alla quale in un determinato momento del suo sviluppo è necessaria un’apparenza di rappresentatività popolare che esprima genericamente la “volontà del popolo” e non quella delle classi, ma che costituisce in realtà nelle mani di re Capitale uno strumento di coercizione e di oppressione.

«I Parlamenti borghesi, costituendo i principali apparati del meccanismo di governo della borghesia, non possono essere proletarizzati più di quanto non lo possa essere in generale lo Stato borghese. Il compito del proletariato consiste nel far saltare il meccanismo di governo della borghesia, nel distruggerlo, comprese le istituzioni parlamentari, siano essere repubblicane o monarchico-costituzionali». (Il Congresso della Internazionale Comunista. Tesi, manifesti e risoluzioni, tr. it. Milano 1970, pp. 89-90).

Ma, con tutta questa critica, il momento tattico della partecipazione è accettato. Lo strumento “Parlamento” è riconosciuto come strumento di classe e come strumento dei padroni, ma si ritiene che la partecipazione alla lotta elettorale possa consentire certi risultati. In effetti, si cerca di distruggere dall’interno l’apparato governativo, di utilizzare ai fini rivoluzionari la tribuna parlamentare, di ottenere con la campagna elettorale non tanto il massimo dei mandati, ma il massimo di mobilitazione delle masse sulla parola d’ordine della rivoluzione proletaria. In una parola – e da ciò la nostra analisi diretta a cogliere il fondamento autoritario di queste tesi – si cerca di trovare spazio quanto più ampio possibile alla minoranza agente, alla direzione del partito, a prescindere dalla metodologia impiegata nella lotta da parte delle masse. Non sono queste ultime che devono acquistare coscienza in una lotta rivoluzionaria e diretta, ma esse possono anche restare immerse nell’impiego dello strumento elettorale, tanto ci sono sempre quadri dirigenti del partito che sapranno fare saltare dall’interno i cardini del Parlamento, quando si potrà trasformare in azione diretta il mandato di rappresentanza.

Ora, se la tesi riformista – che abbiamo vista risalente a Kautsky – si basa su di un’analisi falsa da un punto di vista di classe, su di un’analisi che è veramente interclassista, la tesi “rivoluzionaria” autoritaria, tipica dei bolscevichi, si basa su di un’analisi giusta da un punto di vista propedeutico (formazione e composizione dei Parlamenti), ma errata da un punto di vista programmatico (possibilità di operare dall’interno), giungendo alla strana conclusione che la democrazia del futuro (democrazia dei soviet e quindi democrazia della base) si possa costruire educando le masse a votare per la democrazia dei padroni. I risultati sono molto evidenti in Italia oggi [1974] dove un forte (numericamente) partito comunista, segue la strada riformista di Kautsky, lasciando intendere che vuole in questo modo attenersi all’insegnamento marxista e alla costruzione di una futura democrazia popolare.

L’autoritarismo cieco del partito comunista determina la possibilità che palesi incongruenze, come quella ora esaminata, apparsa chiara agli occhi, poniamo, di Bordiga, vengano messe a tacere, determinando un indirizzo pragmatico nelle masse che in caso negativo (fallimento delle mire di potere, come è avvenuto in Occidente) si concretizzi in un riformismo qualunquista, e in caso positivo (successo nella conquista del potere, come a avvenuto in Oriente) si concretizzi in un assolutismo di tipo staliniano con possibili modificazioni social-imperialiste a imitazione capitalista.

Presupporre l’utilizzazione del Parlamento in forma rivoluzionaria, escludendo per ovvie ragioni la tesi riformista, è possibile solo nel caso che si abbia come progetto rivoluzionario la conquista del potere da parte di una minoranza che, appunto, nel caso del partito comunista a impostazione leninista può richiamarsi genericamente ai princìpi del marxismo. In caso contrario, che poi sarebbe la tesi anarchica, l’utilizzazione non è più possibile. La base, infatti, educata alla lotta elettorale democratico-borghese, non potrà mai impadronirsi su due piedi di quelle strutture di democrazia diretta o di base che caratterizzano la forma della società libertaria (associazionistica e federalistica). La degenerazione borghese persisterà anche dopo l’evento rivoluzionario, costringendo i nuovi padroni del vapore a fare marcia indietro e ad applicare la dominazione di un partito sul proletariato: la consequenziale metamorfosi della “dittatura del proletariato”. Per questo gli anarchici insistono sull’astensionismo. Vediamo, in dettaglio, la tesi definitiva.

L’astensionismo anarchico

Esistono due modi di vedere il problema dell’astensionismo all’interno dello schieramento anarchico. Il primo, che potremmo definire “soggettivista”, che non riesce a cogliere il modo organico e completo di vedere l’istituzione “Parlamento”, il secondo, che potremmo definire “classista”, che invece giunge a un’analisi ben diversa dell’istituzione e ne indica i termini del conflitto.

Nonostante la finezza dell’analisi del secondo tipo, dovuta essenzialmente a Malatesta, a nostro avviso c’è bisogno di un completamento nei riguardi del rapporto tra singolo e istituzione Parlamento e nei riguardi del singolo con se stesso, cioè sul piano dell’autonomia e della responsabilizzazione. Poiché abbiamo dedicato la prima parte del nostro discorso a quest’ultimo problema, non ci resta adesso che dare conto, in breve, dell’analisi di tipo soggettivista e di tipo classista, per esaurire l’argomento.

Ad esempio, gli scritti antielettorali di Molinari, di Galleani, di Faure, e fino a un certo punto dello stesso Merlino del periodo astensionista, sono legati a una polemica, se si vuole utile e interessante, ma che manca del tutto l’analisi concreta dell’istituzione e finisce per non fornire un indirizzo concreto per l’azione rivoluzionaria.

Prendiamo a modello la critica di Faure (S. Faure, La putredine parlamentare, tr. it., Ragusa 1968). Egli comincia col riassumere in quattro parole tutto il problema del parlamentarismo: assurdità, impotenza, corruzione, nocività. L’assurdità è dedotta dal fatto che noi viviamo in una società dove tutti gli interessi sono in conflitto (padrone contro operaio), quindi interessi così contrastanti non potranno essere mai rappresentati da un’istituzione sola che non potrà mai dare imparzialmente soddisfazione a tutti. Altri elementi portati a favore dell’assurdità sono: l’impossibilità di documentazione su tante materie e il fatto che la massa (accusata di essere ignorante e di avere bisogno di una guida) non può di colpo diventare capace di scegliersi la guida di cui ha bisogno. Queste sono contraddizioni che rendono assurdo il Parlamento. In quanto all’impotenza, Faure fa ricorso a piene mani alla critica che abbiamo definitiva soggettivista: egli ci parla delle persone che costituiscono – di regola – i Parlamenti (medici senza clienti, avvocati senza cause, ecc.). Della corruzione non mette conto parlare in quanto è evidente che il Parlamento corrompe tutti quelli che vengono eletti. Resta la dannosità. Il Parlamento è dannoso alla classe operaia e favorevole alla classe capitalista. Un borghese vive in Parlamento come un pesce nell’acqua, un operaio vi si corrompe.

L’analisi di Faure è completa ma manca di una visione conflittuale ben definita.

Vediamo la tesi di Malatesta. Gli anarchici sono e restano avversari del parlamentarismo perché credono che il socialismo si debba realizzare mediante le libere federazioni delle associazioni di produzione e consumo, mentre qualsiasi tipo di governo, anche quello parlamentare, non ha intenzione alcuna di fare qualcosa di concreto riguardo la questione sociale.

Abituare il popolo a delegare ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti è un sistema sicuro per lasciarlo in balia del governo.

Gli anarchici non aspirano al potere, quindi non c’è motivo perché debbano aiutare coloro che vi aspirano. Inoltre se cominciassero a sostenere la necessità di votare per qualcuno, oggi, domani direbbero di votare per loro stessi, entrando in pieno nella logica del potere.

Anche le candidature protesta non possono essere sostenute perché se ci danno indietro un compagno ci tolgono quella unità di lotta che costituisce la caratteristica degli anarchici nei riguardi della farsa elettorale.

La competizione elettorale e parlamentare educa al parlamentarismo e finisce per trasformare in parlamentaristi coloro che la praticano. Compito degli anarchici è quello di educare le masse a lottare attraverso associazioni di ogni genere, in modo da potere regolare così i propri affari, non quello di spingerli a delegare ad altri le proprie responsabilità.

L’essenza del parlamentarismo è che i Parlamenti fanno e impongono le leggi, al contrario i congressi anarchici si limitano a discutere e a proporre delle risoluzioni che non hanno valore esecutivo se non dopo l’approvazione dei mandanti. Ciò non significa che una minoranza, un pugno di persone dissidenti, o un sol uomo, possano bloccare qualsiasi iniziativa anarchica, in quanto alcune volte è necessario che la minoranza ceda alla maggioranza, ma non come effetto di una legge che si applica sempre indipendentemente dalle condizioni oggettive di necessità, invece come decisione derivante della libera volontà.

Chiarissima e conclusiva la tesi di Malatesta che abbiamo riassunto brevemente. Il suo punto di riferimento è l’azione di classe, la lotta della base contro gli sfruttatori e l’organizzazione di questa lotta in modo che si prepari fin da oggi il modello di vita del futuro. Al contrario un’organizzazione autoritaria che spinge la gente alle urne, non potrà mai preparare quella società del futuro a cui aspira ogni fatto rivoluzionario, ma finirà per trasformare quest’ultimo nell’anticamera di una nuova reazione. Nell’educazione all’astensionismo vediamo una presa di coscienza del singolo e delle masse, un progresso verso quella responsabilizzazione della base che è l’unica condizione per la riuscita della rivoluzione di domani.

 


[Astensionismo elettorale anarchico. Arma del proletariato per la rivoluzione sociale, pagine 48, Ragusa 1974]

Per un astensionismo sovversivo

Meccanismo elettorale e repressione

Il meccanismo elettorale non è un semplice aggiustamento della strategia governativa. Esso è, al contrario, uno dei momenti più significativi della strategia repressiva nel suo insieme.

In pratica, il sempre maggiore intervento dello Stato negli affari del capitale, allo scopo di mettere ordine nelle contraddizioni di quest’ultimo, ha come effetto una razionalizzazione del dominio, ma anche, in prospettiva, la conseguenza di aprire un’altra serie di contraddizioni sia nello Stato stesso che nel capitale. A esempio, cosa che qui ci interessa moltissimo, la riduzione dei poteri del Parlamento e l’enorme crescita dei poteri dell’esecutivo. La cosa è più che logica in quanto lo Stato è, prima di tutto, uno strumento esecutivo e poi, a livello di massa, come momento di chiusura del dominio, è anche strumento di reperimento del consenso. Lo Stato non può infatti reggersi senza consenso ma nemmeno senza esecutivo. La cosa lo spinge, spesso, a privilegiare questo secondo aspetto, e ciò genera alcune contraddizioni, tra cui quelle che pretendono continuare a fare funzionare il governo quando non c’è più accordo tra i diversi processi di delega (partitici, sindacali, economici, ideologici, ecc.).

La perdita del contatto tra base e strumenti che filtrano le decisioni dell’esecutivo (il Parlamento in primo luogo) è dovuta apparentemente a mancati accordi politici, a non sufficiente equilibrio delle forze di partito, mentre, nei fatti, è dovuta al peggioramento delle condizioni di fondo (livello dei prezzi, disoccupazione, diminuzione degli investimenti, impossibilità di sostegno della domanda, scompensi tra zone con sviluppo diseguale, tensioni sociali incontrollabili, repressione fuori misura, rigurgiti di metodi autoritari, inadeguatezza dei sistemi di controllo assembleare, ecc.). Queste condizioni di malessere si trasferiscono all’esecutivo attraverso le strutture di rappresentanza, che assumono quindi il carattere di puleggia dell’inefficienza o di strumento di controllo della non adeguatezza dei piani, proprio nel momento in cui, in quanto strumenti, perdono il significato originario di gestione del consenso. Si verifica così il caso paradossale – e contraddittorio – che la presenza stessa del meccanismo di filtro (in primo luogo, partiti e sindacati) causa una specie di effetto indotto che finisce per bloccare le velleità di fuga in avanti dell’esecutivo.

In fondo le cose vanno male e ciò concorre a bloccare un meccanismo di controllo che potrebbe, se lasciato alla sua logica razionale, farle andare meglio per pochi a spese di molti, sottoponendo questi molti a un controllo capillare e a una repressione di grande portata. Ciò non è possibile proprio perché non si può ottimizzare un aspetto del rapporto fra dominanti e dominati (l’aspetto repressivo) senza curare anche l’altro aspetto (le condizioni di fondo che devono garantire un certo benessere senza cui salta il consenso). La scelta elettorale diventa quindi un elemento della repressione immediata, in quanto consente di perfezionare un percorso dell’esecutivo che minaccia di non portare a nessun posto senza una verifica del consenso. La guerra dei decreti ha una sua credibilità finché le pulegge dei sindacati e dei partiti funzionano e finché alla base ci sono spazi di erosione per l’onnivoro meccanismo capitalista. Quando questi spazi vengono meno le pulegge girano a vuoto e l’esecutivo slitta verso la repressione pura e semplice, slittamento che può concludersi in modo tragico, con una esplosione di lotte non più controllabili. Per evitare ciò si fa ricorso alle elezioni. La repressione si perfeziona, gli stimoli reali di lotta vengono dirottati verso obiettivi fittizi, lo sfogo dell’opinione si sostituisce al reale bisogno di rifiuto e di negazione. Allo sfruttato viene sovrapposto il cittadino.

Costruzione delle strutture astensioniste

Astenersi dalla partecipazione al ripristino repressivo è certamente un momento della presa di coscienza, ma è solo un momento iniziale. La sovversione sociale coinvolge l’astensionismo dalla sua fase difensiva alla sua fase attiva, costruttiva, di accelerazione delle contraddizioni del capitale e dello Stato. Il rifiuto del consenso non è quindi soltanto astensione dal voto ma è superamento attivo del meccanismo del coinvolgimento a diversi livelli. Negazione del momento politico e negazione dei rapporti di sfruttamento che a partire dal momento politico si sviluppano. Lo Stato può mettere un certo ordine nelle contraddittorietà del capitale a condizione di instaurare un regime globalmente controllato, regime in cui si riducono al minimo le variabili indipendenti dell’equazione produttiva (le quali non si possono mai eliminare del tutto), e quindi in cui anche il consenso viene programmato e perseguito con razionalità. Ogni turbamento nella realizzazione di quest’ultima parte del progetto repressivo si trasferisce, ingigantito, nel progetto complessivo e acuisce le contraddizioni del dominio.

Ma il rifiuto del consenso non si può considerare semplicemente come la parte mancante del consenso complessivo. Se la totalità delle persone esprime la propria opinione in merito alle elezioni, democraticamente orientandosi in un arco di scelte che vanno da sinistra a destra, quella certa percentuale che non esprime questa scelta non si uniformizza soltanto sulla base di una simile mancata espressione, ma occorre qualcosa di più. Cioè chi vota si distribuisce secondo un quadro ben preciso e quindi fornisce consenso (non ha poi molta importanza per quale partito voti), chi non vota non si può dire che solo per il fatto di non votare si collochi uniformemente dal lato di coloro che dissentono, e ciò perché esistono molti modi di “non votare” che spesso si riassumono in una indifferenza e non certo in una presa di coscienza. Tutto ciò consente di arrivare alla conclusione che il votare è contributo al ripristino e al perfezionamento della repressione, il non votare non è un attacco contro la repressione, almeno fin quando non si coagula organizzativamente attorno a qualcosa che permetta di fare vedere, nei fatti, la negazione del consenso.

Non stiamo qui parlando della possibile costituzione di un sedicente “movimento astensionista” che potrebbe anche svilupparsi a notevole livello ma che, prima o poi, finirebbe strumento nelle mani di trame politiche pilotate proprio dai partiti di centro i quali hanno interesse a rubare voti alle cosiddette sinistre. Ci riferiamo invece alla possibilità di costruire strutture organizzative astensioniste, minimali e adeguate alle diverse realtà locali, capaci di coordinare i diversi fenomeni astensionisti che si vanno sviluppando nei confronti di qualsiasi momento assembleare della gestione del potere. Non dimentichiamo infatti che la tendenza regolativa dello Stato è sempre quella socialdemocratica e che questa tendenza vuole sostituire progressivamente le decisioni autoritarie intermedie con decisioni di tipo assembleare, purché rimanga intatto il potere decisionale dei diversi vertici. Le strutture astensioniste di cui stiamo parlando potrebbero coordinare il rifiuto del meccanismo elettorale, come il rifiuto dei meccanismi assembleari a livello di fabbrica, di scuola, di quartiere, di unità sanitaria, ecc.

Non ci pare sufficiente quindi una propaganda astensionista che cerchi di sottolineare soltanto il momento del rifiuto della delega, per poi rinviare a un ipotetico, ma praticamente non specificabile, momento positivo del rifiuto stesso. Si tratterebbe di una ricollocazione del rifiuto nell’ottica ristretta del difensivismo, da cui è ormai tempo che si esca definitivamente. Il rifiuto è tale soltanto quando diventa primo momento di una strategia d’attacco, e non quando nasce e si conclude come espressione vicaria di sentimenti irrazionali mal percepiti dal soggetto stesso che li avverte. Da questa confusione si perviene esclusivamente a un appagamento della propria falsa coscienza, all’illusione che si sia fatto quanto era possibile fare, al rinvio all’infinito di quello di cui si sente vagamente la necessità di fare.

La costruzione di una struttura astensionista zonale ci appare quindi possibile, mentre appare fin da adesso evidente la capacità potenziale che un’organizzazione del genere possiede per quanto concerne l’acutizzarsi delle contraddizioni del nemico, anche a partire dal fatto che le forme dell’astensione troverebbero così un immediato punto di riferimento aggregativo per una serie di azioni, sia pure limitate e provvisorie, ma capaci di evitare la dispersione nell’aleatorietà e nell’inconsistenza di un semplice rifiuto di andare a votare.

La possibilità di una struttura organizzativa astensionista

La funzione positiva di una struttura del genere è quella di servire da punto di riferimento per le “intenzioni astensioniste” decisioni personali o collettive di non votare, di non partecipare alle votazioni nazionali, amministrative, regionali, scolastiche, di quartiere, di fabbrica e di ogni altro genere.

Attraverso questa struttura si potrebbe avere la possibilità di un’azione verso l’esterno, capace di superare il semplice momento dell’intenzione astensionista, momento che non può dirsi superato nemmeno quando si realizza praticamente il fatto di non votare.

Questa struttura si presenta come un’organizzazione di massa avente lo scopo di aggregare la gente in vista di esercitare una pressione sull’attività assembleare degli organi dello Stato per un uso più vicino a quelli che sono i bisogni reali della gente stessa. Si tratta di un concetto che deve essere subito chiarito perché rischia di non fare capire i limiti e le possibilità della struttura di cui stiamo parlando.

In pratica lo scopo del rivoluzionario anarchico è quello di spingere perché si realizzi una trasformazione dell’astensionismo da semplice manifestazione di dissenso in rivolta concreta. Ciò non ha possibilità di essere realizzato se non attraverso uno strumento organizzativo il quale, a sua volta, non si può prefiggere una pura e semplice organizzazione della rivolta, fatto che sfugge a una immediata e tangibile comprensione da parte degli sfruttati. Lo strumento di cui parliamo si presenta invariabilmente come mezzo per costringere il potere a un uso più adeguato dell’azione pubblica assembleare nel senso di un suo maggiore avvicinamento ai reali interessi degli sfruttati stessi. Il progetto di rivolta emergerà nel corso della lotta, nella scelta dei mezzi impiegati, e nei modi in cui si andrà avanti, oltre all’obiettivo iniziale di pressione sugli organismi del potere.

Il punto di riferimento (la struttura zonale) agisce come stimolo all’aggregazione. Al suo interno si possono sollecitare analisi e chiarimenti sia sulla funzione repressiva del cosiddetto meccanismo democratico o assembleare, sia sulle prospettive che il potere ha di realizzare uno sfruttamento anche su basi pseudo autogestionarie.

Nel corso del lavoro la struttura va maturando, si dà le prime scadenze di lotta: manifestazioni, dibattiti, conferenze, comizi, volantinaggi, manifesti, mostre itineranti, tutto allo scopo di fare conoscere il punto di vista astensionista e il modo in cui quest’ultimo si differenzia – in quanto rifiuto – dalle promesse dei partiti, dei sindacati, dei consigli di fabbrica, di istituto, di quartiere, di unità sanitaria, ecc. Denunciate queste differenze si può passare a un esame specifico di quanto è stato promesso e non mantenuto dalle pulegge di trasmissione del consenso, e ciò allo scopo di intaccare quel fondamento clientelare e di delega su cui si regge la forza dei partiti e dei sindacati. Tutta una serie di altre azioni diventa ipotizzabile a questo punto: dall’occupazione del municipio a quella della scuola, dal blocco della fabbrica a quello dei consigli di quartiere, dall’occupazione della sede di un partito o di un sindacato alla manifestazione contro il Parlamento o contro le assemblee regionali. Un immenso campo di lavoro si apre davanti l’astensionismo sovversivo.

Proprio in questa molteplice attività si innesta il lavoro del rivoluzionario anarchico che deve cercare di spostare, di volta in volta, i singoli momenti di lotta della struttura astensionista zonale verso obiettivi di carattere insurrezionale: occupazione del municipio e proposta di decisioni sostitutive a quelle consiliari, occupazione della scuola e proposte di altri programmi, altri libri di testo, ecc., occupazione della fabbrica e proposta di soluzioni diverse da quelle suggerite e fatte passare in assemblea dai sindacati. Lo stesso per le occupazioni delle sedi dei partiti o dei sindacati. Le stesse manifestazioni contro il Parlamento o le assemblee regionali possono essere portatrici di indicazioni diverse da quelle rispecchiate dalla politica nazionale o regionale.

Singolarmente considerate queste lotte hanno tutte un significato simbolico (sostituzione di una procedura considerata inefficiente o inquinata di clientelismo) e un significato di critica a una non corretta impostazione dell’attività dello Stato e dei suoi organi. Ma, se ben si considera, queste lotte hanno anche un potenziale notevole che può essere, di volta in volta, indirizzato in senso insurrezionale. Ogni singola occupazione, ogni manifestazione, può essere spinta sempre più avanti, sia perché si tratta di lotte organizzate da una struttura (o da una serie di strutture) in cui è presente attivamente la minoranza anarchica fin dal primo momento (altrimenti saremmo davanti alle pie intenzioni di un entrismo fuori della realtà), sia perché nel corso stesso delle lotte si va maturando una coscienza sociale via via più netta di quelle forme iniziali di dissenso che potevano avere spinto la gente a una indistinta adesione all’astensionismo.

Un capitolo a parte meriterebbe la considerazione delle contraddizioni politiche che un’azione organizzativa e di lotta come quella sopra delineata può scatenare all’interno delle strutture dello Stato, con particolare riferimento ai partiti della cosiddetta sinistra. Quello che viene attaccato con l’impiego del metodo insurrezionale è proprio il meccanismo di reperimento del consenso, meccanismo che consente di raccordare e suggellare il dominio. Un mancato o imperfetto funzionamento di tale meccanismo, per quanto circoscritto e limitato sia, è sempre un grosso attacco allo Stato e al capitale e un grosso ostacolo che si innalza davanti alle loro intenzioni repressive.

Documento organizzativo delle strutture astensioniste zonali

In una moderna democrazia il sistema partecipativo elettorale è alla base del reperimento del consenso.

Questo sistema non consiste soltanto nei periodici appelli alle “opinioni” della gente, sollecitate sulla base dei fumosi programmi politici dei partiti, appelli che portano la gran massa dei soggetti a partecipare alle elezioni politiche e amministrative, ma si estende capillarmente a tutta la vita dello Stato democratico.

Nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, nelle strutture sanitarie, ecc., esistono meccanismi assembleari che reperiscono il consenso attraverso metodi elettorali.

Lo Stato riesce così a controllare la situazione ricorrendo a piccoli aggiustamenti periodici, controlli e sanatorie che però non fanno altro che continuare lo sfruttamento e le condizioni di sottomissione di tutti gli sfruttati.

La proposta elettorale – a qualsiasi livello – è una specie di richiesta di complicità, per cui una ristretta cricca di potere, legata a interessi politici di partito, può continuare, tramite l’avallo delle votazioni, a fare quello che faceva prima, applicando solo modesti cambiamenti che vengono chiamati riforme.

Negli ultimi anni è apparsa sempre più consistente una fascia di persone che si rifiutano di partecipare alle votazioni. Da un minimo del diciotto per cento nelle elezioni politiche e amministrative [1983], si arriva a un massimo del settanta per cento circa nelle elezioni periferiche (scolastiche, in particolare).

Questo astensionismo indica un disamore sempre più radicato per una pratica che ormai fa vedere chiaramente quali sono le intenzioni di coloro che la mettono in atto.

Ma in quanto tale, cioè in quanto semplice rifiuto di andare a votare, esso è insufficiente.

Occorre fare di più.

Occorre organizzare le strutture astensioniste zonali.

A) – Caratteristiche.

– La struttura astensionista zonale è un’organizzazione autonoma di lotta che raccoglie tutti coloro che hanno realmente l’intenzione di andare al di là di una semplice astensione dal voto a tutti i livelli.

– Non è un’organizzazione burocratica. Non ha statuti, regole associative, documenti costitutivi, ecc. (Anche questo documento si deve considerare come una semplice indicazione di massima). Può non avere una sede permanente.

– Le singole strutture astensioniste zonali, diffuse nel territorio, nascono spontaneamente, sulla base di un accordo tra poche persone, e hanno come unico punto comune i princìpi generali subito dopo specificati.

– La struttura astensionista zonale è un organismo di lotta che rifiuta la delega non solo verso l’esterno, raccogliendo appunto tutti coloro che non partecipano alle votazioni a qualsiasi livello, ma anche verso l’interno. Essa rifiuta quindi di dare deleghe permanenti ai suoi rappresentanti negando con ciò a questa rappresentanza ogni professionalità.

– La struttura astensionista zonale è costantemente impegnata nella lotta contro le elezioni, a tutti i livelli.

– Ogni componente la struttura si considera in lotta contro il metodo elettorale a tutti i livelli e contro le forze politiche che intendono imporlo per recuperare consenso, riconosce pertanto che questo metodo sostiene esclusivamente gli interessi degli sfruttatori e dei loro servitori.

– La struttura astensionista zonale non è un’organizzazione di difesa degli interessi di questa o quella categoria di lavoratori. Non è quindi un’organizzazione sindacale o para-sindacale.

– L’attività di propaganda e di lotta di ogni singola struttura astensionista zonale sarà preferibilmente coordinata con quella delle altre strutture zonali, ferma restando la possibilità di iniziative anche indipendenti, aventi caratteristiche locali, ma sempre nell’obiettivo di allargare il rifiuto delle elezioni e di costringere lo Stato e i suoi organi, a tutti i livelli, a un rispetto degli interessi degli amministrati. Ciò naturalmente avviene, come attività delle singole strutture, nella prospettiva dei princìpi comuni.

– La partecipazione alla struttura astensionista zonale è la logica conclusione di chi non accetta il metodo della complicità che lo Stato vuole realizzare, a tutti i livelli, con le elezioni di qualsiasi tipo.

B) – Princìpi generali.

Conflittualità permanente:

– La lotta astensionista può avere risultati positivi solo a condizione che sia costante e non limitata solo alla vigilia delle elezioni. In effetti, l’impiego del metodo elettorale, da parte dello Stato e dei suoi organi, è costante e quindi anche la lotta che intende contrapporsi a questo metodo deve essere costante.

Autogestione:

– Le strutture astensioniste zonali sono autogestite, cioè non dipendono da alcuna organizzazione, partito, sindacato, clientela, ecc. Non ricevono soldi se non provenienti da spontanee sottoscrizioni degli stessi aderenti. Su questa autonomia si fonda la loro forza.

Attacco:

– Le strutture astensioniste zonali sostengono la necessità di concretizzare la semplice non partecipazione al voto con un attacco contro gli aspetti in cui questo voto si realizza, allo scopo di sostituire le decisioni autonome astensioniste a quelle delegate che si basano sul consenso reperito attraverso l’imbroglio elettorale e democratico.

C) – Metodi.

– L’attività elettorale è costante. Essa tende a ottimizzare un rapporto tra Stato e sudditi, allo scopo di rendere quanto più efficiente possibile il dominio. Essa è pertanto elemento di repressione immediata. Astenersi dal voto è certamente un inizio di presa di coscienza, ed è sulla base di questo elemento che si partecipa alla struttura astensionista zonale. Ma poi occorre andare avanti. Ad attività elettorale costante le strutture rispondono con astensionismo costante.

– Tutte le categorie del lavoro sono interessate alla lotta astensionista e alla sostituzione delle decisioni dall’alto, fondate sulla delega elettorale, con le decisioni dal basso, fondate sull’azione diretta. Ciò comporta un necessario allargamento del fronte di lotta.

– Una lotta astensionista deve uscire dal semplice momento del rifiuto, che ha caratteristiche solo difensive, per passare all’attacco. Ma per fare ciò ha bisogno di conoscere le reali condizioni dello scontro di classe, le attività concrete svolte dai diversi organismi statali che si fondano sul meccanismo elettorale. La struttura diventa quindi elemento aggregativo. Al suo interno si sviluppano analisi e chiarimenti sulla funzione repressiva delle istituzioni democratiche e assembleari, spazzando via le nebbie fittissime che l’ideologia fa scendere sulla vera realtà dello Stato democratico. Questa parte della lotta richiede un impegno controinformativo vastissimo.

– Occorre infine raggiungere quegli strati che restano fuori della conoscenza del problema, pur essendo strati sostanzialmente astensionisti: le donne proletarie, le casalinghe, i bambini, i vecchi. Tutti costoro hanno il diritto di sapere cosa lo Stato realizza con la loro involontaria complicità e col loro silenzio.

– Accettare gli equivoci dell’astensionismo semplice, quello che parla di scheda bianca, è un ulteriore avallo del comportamento repressivo dello Stato. Non sono infatti i voti nulli quelli che fermano la capacità operativa statale, ma le lotte organizzate dal basso che intervengono in ogni momento della vita pubblica cercando di sostituirsi alle decisioni di vertice con proposte di base.

– Ogni decisione, da quelle che vengono prese in Parlamento a quelle dei consigli comunali, dalle decisioni dei consigli di fabbrica a quelle dei consigli di istituto e universitari, ecc., viene presa perché noi stiamo zitti e non agiamo, perché lasciamo fare, perché deleghiamo agli altri quello che dovremmo controllare, decidere e fare direttamente.

– Il metodo che le strutture astensioniste zonali sostengono e che ritengono il solo capace di trasformare il semplice rifiuto in una forza operativa, è il metodo sostitutivo. Noi dobbiamo sostituire il nostro rifiuto ragionato alle decisioni di vertice che vengono camuffate come decisioni elettorali o assembleari.

– Ogni singola struttura astensionista zonale può partecipare con tutti i suoi aderenti, in una manifestazione di massa, a ogni singolo consiglio comunale, a ogni riunione dei consigli di fabbrica, dei consigli di istituto, di quartiere, ecc. La maggior parte di queste riunioni assembleari consente una partecipazione di elementi estranei all’organo stesso. Quando le partecipazioni non sono consentite si può esercitare una pressione esterna con manifestazioni, cortei, comizi volanti, manifesti, volantini e ogni altro mezzo di lotta consentito.

– Le proposte sostitutive che verranno avanzate dalla struttura astensionista zonale devono partire da una perfetta conoscenza dei fatti, da una denuncia degli interessi clientelari e di partito che spesso si sostituiscono agli interessi della gran massa degli sfruttati, e concludersi in modo operativo, avanzando richieste – anche se limitate – e fissando termini di realizzo che non possono essere lunghissimi e nemmeno immediati.

– Nel caso di reiterato rifiuto da parte dell’organo responsabile di accettare le proposte sostitutive, si può arrivare anche all’occupazione degli edifici in cui viene esercitata la funzione fino a ottenere quanto richiesto.

– Più strutture astensioniste zonali possono promuovere una manifestazione che ricorrendo allo stesso procedimento sopra descritto può intervenire a livello regionale e nazionale sulle assemblee e sul Parlamento.

– Ogni singola struttura si riunisce quando e come crede, con la periodicità che ritiene opportuno e nel luogo che meglio si addice agli scopi operativi che vuole raggiungere. Le iniziative prese – se la struttura lo ritiene opportuno – vengono fatte conoscere alle altre strutture astensioniste zonali.

– Periodicamente si possono indire Convegni per discutere tutti insieme le prospettive di lotta e gli approfondimenti analitici.

– Il primo compito di ogni struttura astensionista zonale è l’intervento verso l’esterno per realizzare la massima crescita quantitativa.

– La struttura astensionista zonale è un’organizzazione di massa, quindi, in quanto tale, può assumere la forma di struttura di settore (struttura di operai, studenti, camionisti, professori, bottegai, ecc.), oppure la forma di struttura intersettoriale (di città, di paese, di frazione, di quartiere, interzonale, ecc.).

– La scelta della lotta da condurre viene decisa dalle singole strutture astensioniste zonali nelle riunioni assembleari. Ogni struttura può nominare rappresentanti che possono partecipare ai Convegni periodici per approfondire gli orientamenti di massa.

D) – Prospettive.

– Le strutture astensioniste zonali non sono organismi corporativi. Non difendono gli interessi di una categoria, di un paese o di un gruppo di persone. Anche se strutture di settore o intersettoriali esse fanno riferimento a una strategia comune e hanno la prospettiva di tutelare interessi comuni a tutti gli sfruttati.

– Sono strutture di massa che hanno lo scopo di sostituire le decisioni di base alle decisioni di vertice smascherando, nei fatti, l’imbroglio elettorale e assembleare.

– Deve essere impedito ogni tentativo, interno o esterno, di incanalare le strutture astensioniste zonali verso obiettivi clientelari, sindacali, di potere o di semplice resistenza passiva.

– Solo a livello di massa le strutture astensioniste zonali possono fare sentire il proprio peso determinando decisioni diverse degli organismi di potere, decisioni più vicine agli interessi degli sfruttati.

– Ogni altro scopo resta fuori portata delle strutture astensioniste zonali.

E) – Il Coordinamento.

– Nel corso dei primi Convegni deve essere affrontato il problema di dare vita a un Coordinamento nazionale.

– Il Coordinamento è un ufficio tecnico che serve da punto di riferimento per tutte le strutture astensioniste zonali, sia per quelle già costituite che per quelle in corso di formazione.

– Il Coordinamento è in grado di dare indicazioni sulla situazione complessiva della lotta, sugli interessi che intorno a essa si vanno sviluppando, sugli obiettivi padronali, sui risultati ottenuti.

– Il Coordinamento deve essere in grado di fornire anche indicazioni e strumenti di propaganda minimi, ma non può, in alcun modo, intervenire nelle decisioni e nelle azioni delle singole strutture astensioniste zonali.

– Il Coordinamento dovrebbe redigere un bollettino periodico contenente le varie lotte, le analisi e le proposte delle singole strutture, come pure indicazioni sulla loro formazione e sul loro sviluppo.

– Il Coordinamento deve farsi carico di organizzare dei Convegni periodici.

– Il Coordinamento è realizzato a rotazione dai componenti delle varie strutture astensioniste zonali ed è quindi un organismo formato dalle strutture stesse che si devono fare carico delle spese relative al suo funzionamento.

Conclusione.

La struttura astensionista zonale è un organismo di lotta che intende sostituire alle decisioni di vertice le decisioni di base organizzando le forze di massa che sono genericamente contrarie alla partecipazione alle elezioni a qualsiasi livello, parlamentare, amministrativo, consiliare (fabbrica, scuola, quartiere, ecc.).

Essa si fonda sul principio dell’autonomia della lotta e sulla conflittualità permanente. Il metodo che sceglie è quello dell’attacco contro gli organi assembleari che realizzano in pratica l’imbroglio democratico per recuperare il consenso utilizzando quest’ultimo come alibi per la propria egemonia a danno degli sfruttati.

 


[Meccanismo elettorale e repressione. Per un astensionismo sovversivo, pubblicato su “Crocenera” n. 26, giugno 1983, pp. 1-2; Costruzione delle strutture astensioniste, ibidem, pp. 1-2; Le possibilità di una struttura organizzativa astensionista, ibidem, pp. 5-6; Documento organizzativo delle strutture astensioniste zonali, pubblicato su “Provocazione” n. 5, maggio 1987, p. 5]

 
 

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