Titolo: Uccidere il tiranno
Data: 2013
Note: Prima edizione: novembre 2013
Opuscoli provvisori n. 30
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Nota introduttiva

Da solo, all’appuntamento col tiranno, per ucciderlo. Da solo contro Mussolini, contro il boia che aveva dato vita a un partito di miserabili e di sopraffattori che aveva imbrigliato il popolo italiano dopo avere ucciso o costretto all’esilio ogni opposizione. Da solo contro gli attendismi, contro le chiacchiere, contro gli accordi e le coalizioni nate nei corridoi della politica di sinistra. Da solo contro tutti, contro la prudenza e contro la ragione, contro l’orrore.

Mettendo in gioco la propria vita per respirare finalmente un’aria libera, lui, proprio lui che non viveva nemmeno in Italia ma che dall’oppressione fascista si sentiva colpito come qualsiasi uomo che vuole essere libero e che in questo suo legittimo desiderio si vede ostacolato dall’impossibile libertà dei tanti sottoposti a una dittatura stupida e ignobile come tutti i dispotismi.

Ecco il punto. Mettendo da parte per un momento, per un solo momento, ogni altra considerazione, c’è da chiedersi: è giusta quest’analisi – che tale era stata la riflessione che in Schirru aveva preceduto la decisione di agire –, è giusto mettersi in gioco individualmente e fino in fondo? Anche oggi, in un regime politico che la poltroneria mentale di tanti definiscono “democrazia”, sarebbe giusta una decisione del genere? Oppure solo la dittatura la rende legittima?

Queste domande trovano un fondamento su tante perplessità passate, ascoltate e lette in ambiente anarchico, che se la dittatura giustifica l’attacco anche individuale, la democrazia lo rende impossibile. Atrocità logica che vedevo in atto nella Spagna post-franchista e che ho letto essere elemento di freno anche nell’Italia immediatamente dopo il fascismo. Tanto per fare due esempi di cui ho documentazione certa.

Uccidere il tiranno è sempre legittimo. Che questo tiranno sia un organismo collettivo non toglie che all’interno di quest’ultimo non ci sia modo di individuare un obiettivo qualificabile come “tiranno”. Non ammettere questa possibilità significa giocare con le parole.

Schirru sapeva a cosa andava incontro, a morte certa. Non indietreggiò di un passo, e con lui tanti altri, prima e dopo.


Trieste, 20 ottobre 2011

Alfredo M. Bonanno

Uccidere il tiranno

Prima dell’arresto

New York, 24 aprile 1929

Carissimo,

Ho ricevuto una vostra lettera che mi rattrista, tanto, per la vita che uno è costretto a vivere nei nostri paesi.

Pensandoci bene, la vita, che vale senza libertà? Vederci insultati nel più caro che c’è nel nostro cuore, sentirci vilipesi perché sogniamo il bello e vogliamo un po’ di pane, libertà e giustizia umana per tutti, credo anch’io che sia una tortura continua sia una provocazione che, perdendo la ragione si è costretti ad agire per farsi rispettare. Ma ciò che voi soffrite costà, qui non si soffre, anzi qui si ripaga con la stessa moneta. Se voi potreste venire qui, vi direi ciò che non posso per ora scrivere.

In un ambiente come quello che mi descrivete, pieno di spie ed agenti provocatori, altro mezzo non c’è che il silenzio od usare la rivoltella. Bonomini, Castagna e Di Modugno, seppero conoscere a tempo gli argomenti da usare quando si discute con quella gente, perché con loro non si può mai discutere se non nello stesso modo che loro sempre discussero: pugnali, purghe, manganelli e rivoltelle; perciò se non si può usare lo stesso argomento, meglio star zitti.

Per noi le elezioni non ci interessano, è una farsa in tutti i modi che si facciano, io so, e noi tutti che residiamo qui, come si svolsero, e sappiamo anche l’esito di esse. È una cosa che va da sé, dove non c’è libertà di parola e di stampa, può mai esserci libertà di voto?

Come dicevo la prima volta, vi ripeto che: per venire clandestino l’unica via è la Francia, però adesso è anche in quella linea un poco duro, perché trovarono parecchie volte dei clandestini ed ora c’è molto più rigore e sorveglianza. Nel periodo che voi eravate in Francia, qui venivano continuamente con poca spesa e poco rischio, io allora vi scrissi una lettera, che ebbi il vostro indirizzo da vostra cugina Filomena, e non ebbi risposta, poi seppi che eravate tornato in paese, pensai che forse non avete nemmeno ricevuto la suddetta lettera.

I tempi son mutati, perché tanto va la gatta al lardo, finché ci lascia lo zampino. C’è ancora un altro mezzo, se potete andare in Francia, col passaporto regolare. In poco tempo e con qualche migliaio di franchi francesi, prendete la cittadinanza francese, voi poi avendo tutti i diritti d’un cittadino francese, potete venire qui quando volete, perché la quota francese non è mai esaurita.

Io voglio scrivere oggi stesso a mio padre che si trova in Francia, a che età si può avere la cittadinanza francese, e quanto tempo bisogna risiedere in Francia.

Io aspetto che mio fratello Peppino, il più piccolo, diventi cittadino francese e poi lo faccio venir subito qui.

Lui però è ancora giovane, ha soli quindici anni, perciò dovrà aspettare ancora, ma per lui è il miglior mezzo. Se poi, vostro cognato può avere questo favore di farvi partire in quota, non ci sarebbe male, solo c’è poco da aspettarsi, ma chissà, può darsi che sia un fascista, che conosca dei fascisti influenti e che possa ottenere quel favore, non c’è nulla di male servirsi di loro stessi per poi andargli nel di dietro.

Voi, mentre io cerco avere tutte le informazioni necessarie per il mio piano, potete far pressione su vostro cognato, affinché anche lui, giacché ha promesso si interessi, e poi, quando sappiamo il risultato di tutte queste due vie da seguire, sceglieremo la migliore e se nessuna riesce, dobbiamo prendere la più estrema.

Riepilogando: io cerco d’informarmi come si può avere la cittadinanza francese, voi fate pressione su vostro cognato affinché s’interessi di farvi partire in quota, e se non possiamo ottenere nulla di buono in queste due vie, cercherò io qui, mettermi in contatto con qualche marinaio francese, che fece venire altri sardi clandestini dalla Francia, per poter venire clandestino; ma nello stesso tempo, dobbiamo anche pensare se si trova un altro mezzo.

Poreddu Saggiu, quando lui arrivò qui mi parlò dei giornali che io spedii ai fascisti, che glielo disse Mansueto, perché ne spedii pure a lui, e lui Mansueto dubitò di me. Anzi mi disse che a Paolo Deriu e Titito Crazzari, li chiamò in caserma il Maresciallo dei Carabinieri per informarsi chi era che spediva, io domandai al Crazzari, mi disse di sì, che parlarono col Maresciallo, ma però non mi volle o non mi seppe dare delle buone soddisfazioni.

Il fatto è che i giornali li hanno ricevuti, e credo che li abbiano anche letti, e uno di questi giorni ne farò un’altra spedizione.

Noi qui facciamo quel che si può, giornali, fatti da noi e pagati da noi, facciamo anche una rivista mensile, perciò, il tempo è corto, perché dopo il lavoro, bisogna occupare quelle poche ore che si può a queste nostre pubblicazioni.

Credetemi, è una grande contentezza, si paga di tasca e di persona, ma la soddisfazione è grande, e dopo aver fatto questo lavoro, ci sentiamo felici.

Quale più bella azione della nostra vita, fare e dare tutto ciò che possiamo per l’idea? per quell’idea grande che tanti precursori e martiri la immortalizzarono?

Da Carlo Pisacane a Lucetti, da Proudhon a Malatesta, da Pietro Gori a Galleani, e tanti altri nostri compagni, chi massacrati, carcerati, al confino, ecc., eppure dove appena si può fare, l’idea si mostra più viva che mai non solo qui, ma anche in Italia l’idea non è morta.

Noi sappiamo che in Italia circolano a migliaia dei fogli stampati clandestinamente, fogli anarchici, comunisti, socialisti, ecc., che al regime incute terrore.

Noi qui sappiamo quante banche falliscono in Italia, quanti fascisti ammazzano, quanti anni di galera distribuisce il tribunale speciale, noi qui sappiamo le cose d’Italia, meglio di quanto non lo sappiano a Roma.

Perché qui, con gli informatori nostri, e con la stampa americana, possiamo avere tutte quelle notizie che a voi non possono arrivare, per mezzo della censura che controlla la vita italiana.

Non dovete mai disperare, perché lo scoramento porta all’inerzia, e dopo tutto dobbiamo anche noi mettere in pratica qualche motto fascista, per esempio: “meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”.

I saluti che voi mandate io li porgo a tutti i paesani buoni, che se li possono meritare, così anche voi salutatemi tutti i buoni che ancora ci saranno in paese, salutate tanto vostro padre e vostra moglie e baciatemi i bimbi, ed abbiatevi un forte abbraccio dal compagno che come voi lotta per una idea di amore, per l’anarchia che essendo libertà, potrà far scomparire tutte le tirannie della terra, e dare agli abitanti di essa quella pace tanto agognata.

Vostro

Mito Schirru

[Pubblicata in G. Galzerano, Michele Schirru, Casalvelino Scalo 2006, pp. 103-107]

Le panzane del “Corriere d’America” e dell’on. Paolo Pili

Il “Corriere d’America” di mercoledì 14 aprile u.s., a pagina sei, in una nota di cronaca – cronaca uso “Corriere” – riferisce di un ricevimento dato alla Fratellanza Sarda al fascista on. Paolo Pili.

Dice fra l’altro: “... fu l’altra sera ospite festeggiatissimo di numerosi suoi conterranei, i quali diedero un ricevimento in onore dell’illustre parlamentare...”. “Fu un trattenimento intimo, ma pieno di fervore patriottico, nel quale la parola feconda e persuasiva dell’on. Pili, fece vibrare di palpitante passione i generosi e leali sardi intervenuti numerosi. L’on. Pili illustrò i rapidi e prodigiosi progressi che la Sardegna sta compiendo sotto il governo nazionale”.

Tutto ciò è falso. “Il Corriere” mente sapendo di mentire; ed il becchino che scrisse detta nota di cronaca è uno spudorato bugiardo.

L’on. Pili, tre giorni prima l’assemblea della società Fratellanza Sarda, si presentò al signor Angelo Meloni banchiere, esprimendogli il desiderio di voler intervenire nella seduta, volendo “trovarsi fra sardi, e poter dire due parole ai sardi”. Il Meloni, che sa per esperienza che i sardi, tanto in Sardegna come in America, sono tanti inflessibili anti-fascisti, ed in New York di sardi fascisti non ve ne sono che tre, su oltre trecento sardi residenti in questa metropoli, disse al focoso deputato: “Venga pure in seduta, ma non parli di politica per carità, perché la società è composta di anti-fascisti”.

L’on. Pili venne, fu salutato freddamente da tutti, parlò di pastori sardi, e disse d’aver bisogno di sei milioni di lire dagli emigrati per costruire una banchina nel porto di Cagliari. Detta banchina servirebbe per l’ammassamento delle merci da esportare dalla Sardegna, ecc.

Non accennò al governo nazionale né al patriottismo fascista, ma solo appellandosi al buon cuore dei sardi emigrati. Falso il resoconto col trattenimento, falso il fervore dei sardi, falso l’oratoria dell’on. Pili, che in fatto di oratoria fa proprio compassione.

Una noticina biografica dell’on. Pili, in calce alla cronaca del “Corriere”, ci dice d’essere costui laureato in agraria; ciò che equivale a ben poco. Dunque coltura da deputato fascista, zucca vuota messa a galla dal fascismo per servire da comparsa.

Nel numero di giovedì 22 aprile u. s., a pagina nove – sempre nel “Corriere d’America” – nel resoconto del “lunch” mensile della Camera di Commercio Italiana, dato al ristorante Mori, dove si festeggiò la ricorrenza del Natale di Roma, si dice che alla tavola d’onore sedeva l’on. Paolo Pili, e che al caffè avrebbe pronunciato un vibrante discorso.

Credo anch’io che fosse più vibrante e applaudito del discorso alla Fratellanza Sarda.

Veda, on. Pili, le celebrazioni fasciste qui in America si fanno negli hotels o in ristoranti, non in sale pubbliche, od in posti accessibili a tutti; perché, on. Pili, non si sa mai; i guastafeste, purtroppo vi sono ovunque, e le precauzioni non sempre buone; – per non rovinar la digestione.

L’on. Pili parla nel suo discorso della rinascita della Sardegna. Dopo le solite frasi contro i governi passati che mai fecero nulla di buono per l’isola nostra; accenna a bonifiche fatte e a quelle da farsi; però non dice che dette opere furono incominciate quando in Italia governavano ancora i governi passatisti.

Il bacino del Tirso; on. Pili, fu incominciato quando Mussolini passeggiava in Svizzera con le scarpe rotte, ed è capitale di una società anonima, ossia capitale privato; e nel 1917, cioè cinque anni prima che Mussolini andasse al potere, il bacino del Tirso illuminava i paesi vicini con la sua corrente idro-elettrica; e voi (ci vuole la faccia tosta di un qualsiasi fascista) oggi gridate che è opera di Mussolini.

Il governo nazionale è al potere da tre anni e mezzo, ed in Sardegna le tante bonifiche s’incominciarono a fare dieci anni fa, così pure i vari acquedotti in costruzione.

Disse l’on. Pili: “ogni piccolo comune ha bisogno di tutto, poiché mai nessuno per il passato si è interessato delle condizioni in cui vivevano le nostre popolazioni. Oggi è diverso. Le giovani amministrazioni comunali, e particolarmente i commissari regi e prefettizi, hanno lavorato e lavorano alacremente per portare in ogni paese la luce del progresso e della civiltà”.

Ma non ci faccia ridere, signor Pili. I commissari regi e prefettizi lavorarono e lavorano alacremente ad alleggerire le casse dei nostri disgraziati comuni, già vuotate dal governo nazionale.

“Il problema si impone così: 1) miglioramento delle condizioni igieniche; 2) miglioramento delle condizioni economiche; 3) miglioramento delle condizioni sociali”.

Ora vediamo questi miglioramenti.

Mi può dire l’on. Pili in quanti paesi della Sardegna, dal 1922 in poi, furono fatte delle fogne, fu portata l’acqua potabile, dove mancava, furono fatti dei cimiteri a debita distanza dalle abitazioni e con criteri moderni, furono istituiti degli uffici di pubblica salute? Mi dica il nome dei comuni, perché a me risulta nessuno, e dei due o tre in cui si fece qualcosa, fu fatto a spese ed iniziativa dei comuni stessi, e ciò posso provarlo.

Miglioramenti delle condizioni sociali. Ora sarebbe bello sapere se, per mezzo del fascismo, i proprietari sardi contengano in limiti possibili gli affitti, se i latifondi furono ceduti ai comuni per migliorare le condizioni sociali degli abitanti; se il governo costruisca delle case popolari, ecc.; perché io, on. Pili, posso provare con lettere di persone che mai si interessano di fascismo od antifascismo, ma che sono probi ed onesti, bravi operai, contadini e braccianti, costretti a vendere il podere, la casetta o l’orto, per le esorbitanti tasse, che ammontano al doppio della rendita che ricavano, e sfido l’on. Pili di provarmi il contrario.

Per il miglioramento economico, on. Pili, vi trascrivo fedelmente ciò che tre miei compaesani mi dissero la settimana scorsa, appena arrivati dalla Sardegna, dopo un soggiorno di circa sei mesi nella nostra isola.

“II salario giornaliero dei braccianti ed operai è dieci lire; e questi lavoratori nei nostri paesi, voi lo sapete, lavorano solo otto mesi all’anno, quando l’anno è propizio e vi è abbondanza di lavoro. I contadini sono oberati di tasse e ridotti alla disperazione. Il costo della vita, tenendo conto solo del costo dei generi: carne, formaggio, grano, ecc., che da noi, in Sardegna, furono sempre a buon mercato in rispetto alle altre regioni d’Italia, oggi è altissimo. Una famiglia di cinque persone, marito, moglie e tre figli, spende pel mangiare frugale senza lusso, da dodici a quindici lire al giorno”.

E voi sapete, on. Pili, che in Sardegna non c’è lavoro per le donne, né per i ragazzi che non abbiano una certa età e siano forti, perché da noi si esercita il lavoro duro dei campi o di costruzione, perciò chi lavora il più delle volte è il solo capo della famiglia, e possiamo immaginarci quale miglioramento economico il fascismo avrà apportato a questi lavoratori sardi.

In tanti paesi della Sardegna, si vedono diecine e diecine di casette incominciate a costruire, e poi abbandonate a metà, per mancanza di mezzi finanziari a completarle. E le case in Sardegna, on. Pili, non sono di venti piani; ma son casette a pian terreno, con tre stanze sole, per uso della famiglia che la fa costruire che costano poche centinaia di lire – e costituiscono l’unica ambizione del lavoratore sardo. Tutto ciò che indica, on. Pili, se non l’immenso disagio economico in cui ha gettato l’Italia e la Sardegna il fascismo mussoliniano? Se voi volete, on. Pili, posso mettervi sotto il muso vostro di ipocrita, le dichiarazioni firmate da questi tre compaesani, che – guardate i miracoli della rinascita della Sardegna – partirono di qui sei mesi fa, fascistofili; perché giornalmente bevevano al calice di menzogne di Barsotti e Barzini, ma di fronte alla realtà scottante, ritornarono, arrabbiati antifascisti.

Ora due parole a voi emerito buffone. Se il vostro governo fa tanti miglioramenti nella Sardegna, perché voi, dico, on. Pili veniste ad elemosinare sei milioni di lire dai sardi emigrati?

Perché questa rinascita della Sardegna non l’avete cantata a noi sardi, che ci interessava molto più dei cavalieri che non sanno nemmeno dove la Sardegna sia?

Attento onorevole; altri vostri colleghi vennero in America per far collette. Il vostro collega Bottali raccolse sputi e pedate. L’altro vostro collega Locatelli, collettò patate e pomidori fradici, ed altri ancora fecero la stessa fine. Attento per voi, on. Pili, vi avvisa un vostro conterraneo; non si sa mai. I sardi son delle canaglie, specie se antifascisti; pero sentite, on. Pili, per intenderci una buona volta, vi prego di parlar del vostro duce, della grandezza imperiale, del vostro fascismo coi commendatori; ma non parlate della Sardegna, perché voi, così facendo, deputato zuccone, insultate il popolo Sardo; la vostra lordura serbatela ai cavalieri che vi banchettano, ma lasciate in pace la Sardegna, perché la Sardegna appartiene ai veri Sardi e non ai buffoni pari vostri, e per fortuna della Sardegna ed onore del suo popolo, i Sardi come Paolo Pili – ossia fascisti – son pochissimi. Vi avverto inoltre, di non intervenire più alla Fratellanza Sarda, perché verrete scacciato come un cane rognoso, o peggio, quale fascista.

A buon intenditor, poche parole.

Tornando in Italia potrete dire al vostro duce nero che i cavalieri son con lui, ma non direte mai che i lavoratori Sardi abbian tollerato un fascista in mezzo a loro.

Ricordatevi di dire al duce che i grandi cav. Uff. Granata e Ferrari, ed altri della camera di commercio, non sono gli italiani d’America.

Mike Schirru

da Pozzomaggiore

Prov. di Sassari

[Pubblicato su “Il Nuovo Mondo”, New York, 3 maggio 1926, p. 4]

Dove si rivede Caldora

Sabato 21 aprile riapparve alla 180a Street e Cumberland Ave. il famoso Caldora, e non solo, ma con quattro automobili cariche di fascisti, chi in camicia nera e chi senza, ma tutti con l’inevitabile fazzoletto nero al taschino della giacca, o col berretto nero in testa.

Sono le solite ghigne patibolari che paiono scelte apposta per rappresentare all’estero il teschio di morto.

Ma il loro capo ha fatto indiscutibili progressi. Fino all’inverno scorso camminava a piedi, con una bandiera americana e uno sgabello su cui montava per parlare al pubblico; ora, invece, noleggia delle automobili da funerale e parla dal sedile di una di queste, circondato da ben quattro bandiere, due italiane e due americane, più il gagliardetto nero dell’alleanza fascista “II Duce” e la guardia del corpo in camicia nera. In breve, Caldora è assurto alla dignità di Ras.

Che cosa dice? Le solite accuse contro i compari di quell’altra associazione a delinquere che è la “Lega fascista del Nord-America”, con la competenza di uno che vi ha fatto parte e se ne intende. Parla a lungo della bomba di Harlem e di altri complotti fascisti intesi a debellare gli avversari del fascismo; delle vigliaccherie e criminalità del conte Revel, Macaluso e simili arnesi che gli furono colleghi, e domanda dove siano andati a finire Alessandro Rocco e Carlo Vinti. Grida che i “sedicenti fascisti della 45a Street, devono scomparire perché sono dei criminali che disonorano il fascismo e l’Italia, e protesta che i suoi sozii dell’alleanza “Il Duce”, sono i veri fascisti che si inspirano ai principii del duce e non ai principii di assassinio del conte di Revel”.

Che questi siano dei criminali, tutti sono perfettamente d’accordo; ma che i “principii d’assassinio del conte di Revel” siano più criminali che i “principii del Duce” a cui si inspira la combriccola del Caldora, è tanto più discutibile che proprio il duce si ostina a farsi rappresentare in America dal conte di Revel e dagli altri delinquenti dell’onorata società della 45a strada. Un’altra questione discutibile è se il fascismo e l’Italia possano essere ancora disonorati da qualcuno o da qualcosa. Gli assassini di Sozzi, gli stupratori della giovinetta Rambaldi, i Ras di Molinella, i governatori della Somalia e della Tripolitania, gli assassini di Matteotti e i Ministri del regno d’Italia, sono al di fuori e al di sotto di ogni conosciuta nozione dell’onore, e, insieme al loro re, che li ha costantemente sostenuti e premiati nella loro opera di sangue e di vergogna, hanno veramente fatto tutto quello che potevano fare per “disonorare” l’Italia mentre la conquistavano e la vendevano.

Certo Caldora, cresciuto nell’ambiente della malavita fascista non sa capire di meglio, ma della virtù pretende avere qualche nozione, e sentite dove la colloca: “i capi della lega fascista Nord America” – dice – “sono tutti criminali e vigliacchi perché mai vollero affrontare in pubblico il più onesto e leale avversario del fascismo, il signor Carlo Tresca”.

Si nota infatti che Caldora parla di Tresca con molto riguardo e con un certo rispetto. La cosa dev’essere reciproca in quanto il Caldora fu visto molte volte nell’ufficio del “Martello” seduto come se fosse in casa propria, circondato di cortesie da Tresca e dagli altri trafficanti in anti-fascismo della 10a strada. Nulla di raro in questa reciprocità di gentilezze. Quel che è strano, invece, gli è che Caldora, il quale è sempre un fascista anche se strilla per ragioni di concorrenza contro i compari della concorrente frazione, non si trovi d’accordo, sul conto del Tresca, con quanto ebbe a scriverne, tempo addietro, l’ineffabile cittadino William Flynn – l’assassino di Salsedo.

Più interessanti sono le accuse che Caldora muove alla lega fascista della 45a strada, a proposito dei due fascisti uccisi il “Decoration Day” dell’anno scorso alla 183a Street. “Da una investigazione da me fatta – egli dichiara – mi risulta trattarsi di un altro complotto criminale dei fascisti della 45a Street. I sovversivi non avevano alcuna ragione per uccidere, ma codesti sedicenti fascisti ne avevano. In Amoroso si volle colpire l’alleanza fascista ‘Il Duce’ e in Carisi si volle vendicare l’avermi egli salvata la vita. Fu Carisi che mi avvertì a tempo quando i delinquenti del fascio ‘Mario Sonzini’, d’accordo coi capi della 45a Street, mandarono nel ufficio il sicario Perrone per assassinarmi; ed io, avvisato dal Carisi, informai la polizia che arrestò il Perrone mentre saliva le scale del mio ufficio, armato di rivoltella, di coltello e di rasoio”.

Qui naturalmente, l’oratore prende gusto a dimostrarsi importante e contina: “Mi risulta anche che il giorno del duplice delitto, la lega fascista della 45a Street fece venire a New York due sicari del New Jersey; per quale scopo? Facile intuirlo fallito il colpo col Perrone, i delinquenti della 45a Street e quelli del fascio ‘Mario Sonzini’ non desideravano altro che di vendicarsi del delatore, ch’era il Carisi; e, nello stesso tempo, colpire, l’alleanza antifascista ‘Il Duce’. E scelsero il 30 maggio perché in quell’occasione si presentava più facile incolpare il delitto ai sovversivi. Però, per la fortuna della giustizia, io sono ancora vivo, e appena questa mia investigazione sarà completata – senza l’aiuto della polizia della stazione della Morrisiana – voi allora, oh connazionali, vedrete il bello. Ecco perché Alessandro Rocco e Carlo Vinti sono spariti; ma ci restano ancora i criminali della 45a St.: De Revel, Macaluso, ecc.”.

E così, dopo aver promesso di ritornare ed aver gridato parecchi alalà, Caldora è partito con la sua scorta, ritto su una delle automobili da funerale con una mano dietro la schiena e l’altra sul petto, nella posa napoleonica cara al suo duce, al quale pretende di inspirarsi direttamente.

Va da sé che in tutto questo non c’è nulla di rivelante all’infuori della mentalità con cui i fascisti dell’una e dell’altra frazione trattano le questioni di vita o di morte, di libertà o di galera pei loro nemici del momento. In questo tratto di suprema disinvoltura con cui si sbrigano le cose di famiglia, si vede in Caldora il fascista che con o senza la consacrazione del duce, dentro o fuori dell’organismo ufficiale, è sempre fascista, cioè un arnese di malavita, dalla mente costantemente offuscata da visioni sanguinarie e criminose.

Quanto al resto, non c’è nulla di serio. Caldora è già stato amico e compagno dei “delinquenti della 45a St.” e nessuno dubita che può ritornare ad esserlo il giorno che gli faccia comodo, e con la stessa sicurezza che oggi l’attribuisce ai reveliani, attribuire ai sovversivi la morte di Amoroso e di Carisi.

Michele Schirru [Kemirruschi], Bronx

[Pubblicato su “L’Adunata dei refrattari”, New York, n. 18, 12 maggio 1928, pp. 6-7]

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[Milano (?), 13 maggio 1930]

Cara Minnie,

come ti ho scritto alcuni giorni addietro, mi trovo qui ancora, ma può darsi che in questa settimana ne parta. Sono in buona salute ma non ho incontrato un tempo favorevole.

Scrivo a Frank. Vi ha dato egli qualcosa? E forse vi dette egli il danaro pel vino: se essi non pagano, li raccoglierò io e in modo opportuno.

Spero che ognuno stia bene, anche i bambini. Che fanno? Stanno bene?

Non state in pensiero per me, tornerò presto e porterò buone cose a Lela e a Spartaco. Mando questa lettera a mezzo di Joe perché non ricordo l’indirizzo e non so dove rimettervi la presente. Avete inviato i disegni a mio padre? Appena lo potrò li rimanderò. Spero, prima di lasciare l’Europa.

Date a tutti i miei migliori saluti e baciate per me i bambini affettuosamente. Non li conducete in chiesa, perché se io lo so, voi non mi rivedrete più. Bacioni a voi, Lela e Spartaco.

Vostro, Mike

[Pubblicata in G. Galzerano, Michele Schirru, op. cit., p. 234]

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13 maggio 1930

Caro Joe,

son da qualche settimana qui, ed il viaggio è stato meno male.

Qui c’è molta miseria, e anche della disoccupazione. Chi lavora è mal pagato, però in cambio quasi ogni domenica vi sono delle celebrazioni.

Quella del pane, che forse in tante famiglie mancava, quella del prodotto nazionale, quella del fiore, fiere, mostre campionarie, ecc., tutto rende un poco allegri in mezzo a tanta sciagura.

C’è una prostituzione enorme, ad ogni passo incontri donne giovani ed attempate che ti voglion vendere un poco d’amore, fanno schifo, ma qui tutto si vende, amore, pensieri, coscienza, tutto ha corrotto il danaro anche l’aria ed essendo un ambiente similmente corrotto, immagina tu il resto. Alla fiera del libro – perché si fa anche la fiera per gli stracci – ho incontrato un autore nostro corregionale, parlando con lui, mi disse che gli scrittori d’Italia, debbono scrivere le solite fandonie oppure non far niente, in un suo libro che aveva scritto, disse che c’erano pagine di critica, forse erano le più belle del volume, l’editore gli fece una croce dicendogli o sopprimere quelle pagine, o non pubblicare il libro, e sta pensando di andarsene all’estero, come hanno fatto tanti altri scrittori, per poter scrivere senza censori, e così è per tutto il resto.

Il popolo mormora ovunque le tasse sono enormi, e chi non le paga, non c’è più sequestri se uno ha di essere sequestrato, ma ora si va contro procedura penale, ossia si sconta in galera come si sconta una contravvenzione. I giornali ne leggi uno, li leggi tutti, non c’è nessuna differenza fra essi, avrebbero potuto fare di tanti giornali uno solo, per tutta l’Italia, sarebbe lo stesso, e fatto anche del risparmio.

Io forse in settimana andrò via da qui, e nel mese venturo tornerò in Francia, forse andrei via anche domani, aspetto un amico che deve venire con me, anche lui per fare un viaggio per svago.

L’Italia però è bella, col suo clima, il suo verde nelle campagne e nelle città nei giardini pubblici, e un piacere starci, la natura l’ha creata incantevole, gli uomini la fanno diventare inabitabile.

Hanno aumentato i tabacchi a prezzi proibitivi, ed io sto facendo il possibile per non più fumare, giacché pagare va bene, ma in proporzione avere qualcosa per ciò che paghi, ma pagare troppo per avere del fumo, no, non mi va. Come vedi loro dicono che l’aumento è per poter pagare il debito pubblico, e dico io, giacché tutti i milioni di dollari che si prestarono per pagar questi debiti sono andati in fumo, ora col fumo vogliono rifarli, per poterli davvero pagare, ed i giornali si appellano al patriottismo degli italiani e dei fumatori in genere, invitandoli a fumare di più.

Tutto, anche la vita, per chi la sa prendere è una farsa, meno male nessuno la prende tragicamente, altrimenti ci sarebbe il suicidio in massa. I paesani che fanno? Alfonso ha pagato? Che canaglie! Ed i bambini stanno bene? Sono sempre così come prima? Guarda che non vengano contaminati dal battesimo, anche se io non potessi tornare più.

Tu la passerai bene spero, Ateo e grandicello? Ancora non ho indirizzo, ma se ne trovo uno te lo manderò, e potrai scrivermi.

Mi saluterai tanto tutti gli amici, specie quelli che lo meritano, bacia per me i bambini ed Ateo, saluta Nettie, t’abbraccio caramente tuo.

P.S. Salutami tanto Mike Ferrara, Cermo Jimmie e tutti gli amici del tressette, e tutti quelli di Baxter Street.


[Pubblicata in Ib., pp. 235-236]

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Apt, 17 ottobre 1930

Caro compagno,

mi scrive Raffaele da Newark, di scriverti, dato che anche tu t’interessi molto delle cose paesane, e che puoi essermi utile per certi miei propositi.

Se hai qualche cosa di buono da fare, e che credi che io possa collaborare, conta pur su me, essendo disposto recarmi ovunque. Oppure se lo credi opportuno, in altra mia, ti informerò delle mie intenzioni, e se tu le giudicherai buone, e che credi di poter aiutare in qualche modo, ne sarei contentissimo, dato che qui non vedo alcuno fra i tanti che ci sono, che possano far nulla, al di fuori di chiacchiere stupide e vane.

Nell’aprile scorso fui a Milano. Partii da Parigi, ed avevo due propositi.

Primo; essendo stato arrestato un buon compagno milanese, e avendogli trovato nella sua abitazione degli attrezzi meccanici, ed altro materiale, forse da sospetti che la sbirraglia nutriva su lui, venne accusato per lo scoppio di Piazza Giulio Cesare. Seppe fare il matto, e fu ricoverato a Mombello (manicomio di Milano).

Lo scopo era di farlo evadere. Corrompendo qualche guardiano se ciò fosse possibile, altrimenti con una scalata di muri. Tutto andò bene, ed ancora respira l’aria libera.

Secondo; volevo recarmi nel paese ove nacqui, volendo accomodare un conticino con due mascalzoni, uno un ex nostro compagno dottor Pinna, oggi segretario politico del fascio, e l’altro il podestà.

Nello stare a Milano, scartai il secondo proposito, perché se dobbiamo sacrificare, vale la pena far pagare più caro il nostro sacrificio.

Laggiù si può colpire qualcuno di meglio, e che faccia più rumore, e che data la situazione dell’oggi e lo stato d’animo del popolo, può anche darsi che ciò sia quella scintilla che abbisogna per l’accensione dell’incendio che spazzerà per sempre il fascismo.

Prima che partissi per Milano, un compagno residente a Parigi, – al quale fui indirizzato da Raf. quando venni da N.Y. – mi promise che m’avesse inviato laggiù un indirizzo di pescatori nella costa ligure, ove avrei potuto trovare il materiale occorrente per far qualche buon lavoro.

Per due mesi scrissi continuamente a questo compagno, sollecitando questo indirizzo, ma fu tutto invano.

Non so ancora il perché, non lo inviarono.

Meniconi può far fede di quanto dico, al quale facevo leggere ciò che questo compagno mi scriveva: “a giorni t’invierò l’indirizzo del farmacista, ecc.”, ma questo giorno purtroppo non venne mai.

Questo compagno è: Dino Paini, uno dei pochi, ma molto pochi che ci siano qui, che abbiano una serietà, e che ci si possa fare affidamento.

Si seppe che il “capo banda” veniva a Milano, chiesi laggiù a quei pochi compagni che avvicinavo, se qualcosa si poteva trovare là, ma non fu possibile, non c’è più nulla, oppure quelli rimasti non sanno, l’unico che avrebbe potuto saperne qualcosa, era in prigione, fu arrestato qualche giorno dopo l’operazione di Mombello, ed oggi è condannato a tre anni credo.

Il “capo banda” venne, le solite stamburate, la prima adunanza fu al castello Sforzesco, non so come la cerimonia si svolse dentro, perché non era l’entrata accessibile se non inquadrati, ma di fuori, nella poca folla di curiosi, qualche centinaio di donne, il resto soldati e sbirri, ci fui anch’io, e mi portai sino all’entrata del castello. A cerimonia finita, il capo banda, uscì nell’automobile, che incominciava la sua marcia, automobile chiusa, vetri alzati, e credo che i vetri siano a “bullet proof”, perciò con la rivoltella non vale la pena tentare, e poi, non c’è il tempo di mirare, servirebbe solo come una protesta dimostrativa e null’altro, ma per così poco non vale metterci la pelle.

L’occasione fu la sola e la più bella che ebbi in tutta quella settimana, perdetti giorni e notti, tutto inutilmente, puoi immaginare la rabbia e le maledizioni che mandavo a chi avrebbe dovuto inviare quell’indirizzo che tanto attendevo.

In quella occasione, avendo dei buoni limoni che partono all’urto, oh! allora sì, son più che certo, che il capo banda la settimana milanese non l’avrebbe finita.

Ho visto che basta la volontà, e poi nulla è difficile, avendo ciò che occorre e se non si è canagliescamente denunciati c’è molta probabilità di riuscire.

Attesi a Milano sino agli ultimi di giugno, sempre in attesa dell’indirizzo che mai venne, e siccome avevo quasi finito i soldi che avevo, pensai di ritornare in queste parti, però con sempre il pensiero di ritornare laggiù, appena lo posso, ed in migliori condizioni d’allora.

T’ho fatto una premessa lunga, ora passo alle mie intenzioni d’oggi.

Ho sempre l’intenzione di ritornare laggiù, il capo banda farà altri viaggi, ha promesso a Torino ed a Napoli; il 28 c. m., data della celebrazione marcia su Roma, Balbo parlerà a Torino, Rocco a Milano, vedi bene che c’è tanto da fare laggiù, se si vuol colpire, i punti vitali del regime si scoprono facilmente; dopo tutto, si può anche andare a Roma e cercarlo là ed attendere l’occasione che si presenti. Perché bisogna sfruttare la prima occasione, non essendo tanto facile che si presenti un’altra simile poco dopo. Per far questo abbisognano due cose: il materiale buono, e mezzi per i viaggi che si va incontro. Se il materiale si potrebbe trovare laggiù, è tanto di guadagnato; io sono in corrispondenza con un compagno che si trova nella Saar, mi promise che può procurarmene, allora resta trovare il modo come poterlo portare laggiù, andarci come andai l’altra volta, non voglio; portando tutto con me, son certo che qualche cosa si farà. Se c’è modo di trovarlo in altro posto è anche buono, questo compagno della Saar mi scrisse che bisogna attendere un poco perché il padrone cambiò posto al deposito, perché fu visitato parecchie volte dai “topi”. Però lui assicura che può farlo.

Per i mezzi che occorrono, non si possono risparmiare col lavoro, sarei anche propenso per espropriarli purché raggiungere il mio scopo, ma con chi? a chi si potrà chiedere informazioni, e chi può darne delle esatte, con chi fidarsi qui? io non so, non c’è alcuno che inspiri fiducia, è desolante, non fanno altro che chiacchiere, a sentir loro hanno sempre espropriato ed espropriano, si sa però che al movimento non hanno mai dato nulla, e loro son tutti scalcagnati, saltano pasti continuamente, forse lo chiamano espropriare quei pochi franchi che possono scroccare a qualche compagno, nei più manca quello spirito combattivo, manca il senso della responsabilità, manca nei più lo spirito del sacrificio, che un tempo era la bellezza e l’orgoglio degli anarchici, quanta marmaglia si ha tra i piedi oggi, subiscono con rassegnazione francescana tutte le vessazioni di tutte le polizie, non un gesto di rivolta, no, io non so qui con chi fidarmi, vado sempre solo, e non parlo quasi mai, perché è il solo mezzo di salvarsi da questo pantano.

Così per il momento occorre trovare queste due cose, se tu in qualche modo puoi essere utile, se credi che la mia idea sia buona, ti sarò grato se puoi fare qualcosa; se sai forse che laggiù c’è ancora del materiale, e c’è mezzo d’averlo, puoi farmelo sapere, che non sarà usato invano, per i mezzi che occorrono ai viaggi si vedrà in seguito, quando si ha tutto l’altro pronto.

Ora ti lascio perché credo d’averti fatto già la testa grossa con tutto questo scritto.

T’abbraccio affettuosamente tuo

Mike

[Pubblicata in Ib., pp. 244-248]

Bruxelles. Fascisti rossi messi a posto ad un comizio pro’ Ghezzi

La sera di sabato 26 luglio fu tenuto in questa capitale del “povero Belgio” un comizio di protesta contro la prolungata incarcerazione del compagno Francesco Ghezzi, nelle galere zariste della Russia Bolscevica. Gli oratori, di varia lingua e tendenza, parlarono estesamente ed io non intendo riassumere il contenuto dei loro discorsi. Voglio semplicemente mettere in rilievo i sistemi adottati dai “rivoluzionari puri” al fine di sabotare tutto ciò che non porti il bollo delle gerarchie comuniste.

Il comizio era indetto dagli anarchici, e si sollecitava la parola in contraddittorio. V’intervenne una cinquantina di comunisti “puri” con l’onesto intento di mandarlo a monte. Il sistema, per giungere a questo “onesto” scopo è assai noto in Europa, e consiste nel fare un baccano indiavolato e assordante frammischiato da versetti dell’Internazionale, con cui coprire la voce degli oratori invisi, stancare il pubblico e costringere la riunione a sbandarsi. Qualche volta il giochetto è riuscito, specialmente coi socialisti; e non è improbabile che, incoraggiati da qualche facile trionfo di questo genere, gli scagnozzi moscoviti immaginassero di veder gli anarchici annichilire al loro cospetto, e di impadronirsi, poi, della tribuna e volgere il comizio in una manifestazione di esaltazione dei carcerieri di Ghezzi. In tal caso, però, dovettero rifare i conti.

Per un poco si fu anche troppo tolleranti. Conoscendo bene i conigli moscoviti, ci limitammo a mostrar loro la nostra ferma intenzione di non rinunciare a qualunque costo al comizio, la nostra decisione di difendere con tutti i mezzi la nostra libertà di parola, nella speranza che dopo aver sfogato il loro impeto ultra-rivoluzionario nella gola, si sarebbero calmati e il comizio avrebbe potuto proseguire.

Invece non la capirono e di smetterla non l’intendevano. Dovettero pensare che la nostra longanimità fosse da interpretarsi come paura, perché ai nostri più moderati richiami si diedero a gridare: “abbasso gli anarchici!” ed a far gesti minacciosi.

Mancava altro. La pazienza già messa a dura prova, si spezzò. Quattro o cinque compagni risoluti a finire lo sconcio si gettarono in mezzo ai conigli moscoviti i più bollenti dei quali si ebbero la lezione che da tempo andavano cercando; e dopo averne acconciati per bene parecchi, i quali, ne son certo, non verranno più a romper le tasche agli anarchici, furono presi, messi fuori dalla sala e accompagnati a suon di cazzotti giù per la scala; mentre il grosso della truppa moscovita, fiutato il maltempo, s’inquadrava fascisticamente ai comandi del luogotenente ed operava la sua ritirata strategica fuor dalla porta e giù per le scale. E fu meglio per loro, perché ormai la sopraffazione aveva durato troppo e si era decisamente stanchi della loro cretina impertinenza. Certo i pugni presi dai più ardenti della pattuglia furono l’argomento decisivo della fuga.

Il comizio continuò poi sino alla fine senz’altri incidenti. Tanti moscoviti fecero ritorno alla spicciolata, ma i bollori della battaglia dovettero essere svaniti dopo le botte, perché se ne stettero bovini e silenziosi come agnelli.

Qualche considerazione s’impone.

Tutti questi comunisti sanno benissimo che gli anarchici sono ferocemente perseguitati nel Belgio. Proprio in questi giorni c’è stato un altro contingente di arresti e di fermi, coi relativi accompagnamenti alla frontiera.

Ora, un comizio anarchico è indubbiamente sorvegliato, e il menomo incidente che vi capiti può essere pretesto a nuovi arresti e nuove espulsioni di anarchici. Questo sapevano i comunisti sopraffattori dell’altra sera; era dunque scopo della loro provocazione di giungere a queste conseguenze?

In ogni modo, i fascisti rossi di Stalin devono sapere e ricordare che gli anarchici non rinunciano ad alcuna delle loro iniziative e di comizii ne terranno ancora per protestare contro le persecuzioni di cui in Russia Bolscevica sono vittime i loro compagni, e che la prossima volta saranno meglio preparati e non meno risoluti a rintuzzare qualsiasi provocazione bolscevica, nel modo più energico, anche a costo del più grande sacrificio. Perché intendiamo che tutti fascisti: i rossi come i neri, si rendano esatto conto che gli anarchici non rinunciano senza resistenza alla loro dignità di uomini, alla loro libertà di parola e al loro diritto di riunione ed a tentare soprusi ai loro danni può essere un rischio, preparati come sono sempre a farsi rispettare. Non attaccano, ma si difendono.

Alle rane raffreddate che gracchiano nel pantano moscovita non diamo soverchia importanza, ma quando col loro gracchiare cercano scompigliare il nostro lavoro, sappiamo metter loro la testa a posto. E se la lezione di sabato scorso non li ha fatti persuasi, ritentino alla prossima occasione e vedranno i rischi impliciti nel loro sistema di sabotaggio... ai danni dell’anarchismo.

Fascisti rossi! A la prochaine!

Kemi [Michele Schirru]

[Pubblicata su “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 16 agosto 1930, pp. 7-8]

Per non dimenticare

Nel giorno della resa dei conti non scordiamoci di tutte le canaglie.

Oggi registriamone una di più, ed un galantuomo di meno, nel prossimo domani sapremo ripagare questi rettili.

Il compagno Eugenio Macchi, m’informa da Mosca che Carlo Restelli, attualmente residente a Besano, Prov. di Varese, è una spia al servizio del fascismo, come ieri lo era a quello di Rizzo.

Il Restelli, arrestato a Milano nel 1920, per i fatti del Diana, messo in cella coi più giovani, consigliava questi compagni inesperti, che confessassero tutto se colpevoli, o dicessero tutto ciò che sapevano, affermando che ciò fosse vera coerenza anarchica.

Il compagno Macchi, doveva essere scarcerato negli ultimi di dicembre dell’anno scorso, e fu trasferito nelle carceri di Varese, dove venne tenuto fino al 10 gennaio del 1930, per misura di pubblica sicurezza, dato l’infausto evento delle nozze del principe lasagnone.

Il 10 gennaio vennero rilasciati tutti i detenuti per quella storica occasione, Macchi compreso.

Fra gli arrestati c’era anche il Restelli. Uno dei primi ad essere chiamati per il rilascio fu il compagno Macchi, ma giacché dovevano fornirlo di foglio di via e di libretto di vigilanza speciale, fu fatto attendere nell’ufficio del commissario stesso sino alla fine di quell’operazione. Tutti passarono per detto ufficio, e tutti ebbero dal commissario la solita paternale con relativa minaccia di confino.

Ultimo venne introdotto il Restelli, e con non poca sorpresa del compagno Macchi, il commissario cambia espressione di faccia e tono della voce, tratta l’ex anarchico con famigliarità e deferenza, chiedendogli scusa se per isbaglio aveva avuto a subire un tale arresto, assicurandolo che ciò non capiterà un’altra volta di certo, pregandolo di continuare come sempre a rendere i suoi preziosi servizi alla polizia. Invitandolo poi a ripassare in questura fra pochi giorni per il rilascio d’un passaporto, in base al quale non avrebbe più a subire delle noie del genere; e con una delle più cordiali strette di mano venne licenziato.

Commenti non ne servono: non importa quale sia il passato d’un compagno, anche il più audace, una volta incamminatosi per la china della vergogna non si ferma più. Tanti furono quelli che in quei momenti di burrasca tentennarono, tanti furono che in faccia al nemico non seppero dimostrare quella fierezza che solo gli anarchici sanno mostrare in occasioni simili, tanti ebbero un contegno riprovevole, e di questi pochi seppero fermarsi a tempo.

Carlo Restelli, molto conosciuto nel movimento anarchico milanese, per gli anarchici era finito col servizio reso a Rizzo, nel periodo dell’affare del Diana. Oggi viene a galla, e ci occupiamo di lui per far conoscere a tutti i compagni, in quale cloaca egli brancoli, ed i compagni sappiano regolarsi in merito.

Mai come oggi s’è vista così vicino la fine del dominio dei briganti che opprimono il popolo italiano: mai come oggi è stato prossimo il giorno del giudizio.

In Italia è incominciato il principio della fine. I fascisti lo sanno bene, cercano con tutti i mezzi che la paura loro inspira, di terrorizzare il popolo, per affermare ancora il loro dominio.

La fine di questa vergogna è più vicina di quanto non si creda, ed i compagni tutti sappiano in “quel giorno d’allegra vendetta” colpire tutti i caini che per pusillanimità o per lucro, tradirono la fede ed i fratelli di lotta.


Varsavia, settembre.

Kemirruschi [Michele Schirru]

[Pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 27 settembre 1930, p. 7]

Che fare?

Il “povero Belgio” è in festa, festa che dura tutto l’anno 1930, centenario della sua indipendenza. Ma quale indipendenza? Nemmeno il suo popolo lo sa. Intanto è una continuazione di sbandieramenti, di cortei storici; luminarie e musica dappertutto. Si fa concorrenza all’Italia fascista, dove ogni settimana dev’esserci l’indispensabile celebrazione.

Si delinea anche qui una crisi economica. Mentre si spendono milioni per cortei e celebrazioni, fra gli sbandieramenti e le note della Brabançonne con relativa levata di cappello, nelle “borse del lavoro”, si affigge l’annunzio che “non c’è lavoro per gli stranieri”.

Per ora son gli stranieri a cui vien negato il lavoro. Domani sarà per tutti.

“Non c’è lavoro per gli stranieri”; quegli stranieri che tanto si commossero parecchi anni fa pel “povero Belgio” oppresso, martoriato, ecc.

Ma quale peggior martirio che quello d’un popolo scacciato dalla sua patria (?) da una delle peggiori reazioni e tirannie, ramingo per le strade del mondo, in cerca d’un pane e d’un soffio d’aria di libertà? Nessuno si commuove per questo popolo; per questi “stranieri” non c’è lavoro, non c’è pane e tanto meno libertà. I padroni del “povero Belgio”, non hanno più bisogno di sfruttarli e, in barba a tutte le leghe dei diritti dell’uomo, e a tutti i diritti d’asilo, si prendono, si impone loro di abbandonare il paese entro quelle date ore, pena l’arresto ed accompagnamento alla frontiera. Dopo di che ricomincerà la loro via crucis, alla ricerca di un padrone non meno duro di quello lasciato indietro.

Perché il diritto d’asilo esiste solo finché i padroni hanno bisogno di braccia da sfruttare; quando questo viene a mancare, non c’è diritto alcuno in nessun paese per il povero randagio.

Diritto d’asilo, diritti dell’uomo; tutto ciò è mitologia, sono parole vuote, beffe atroci ai danni d’una gente che non ha risorsa alcuna. La borghesia dominante non riconosce diritti se non quando ne abbia un tornaconto.

Questi diritti, come la libertà non si possono avere per dono, si conquistano con sacrificio, e con abnegazione vigile si difendono.

In Italia, nel periodo del dopo guerra, il popolo ebbe molte libertà in dono dalla borghesia. Era necessario per la salvezza dalla borghesia stessa. Furono libertà avute senza lotta, senza sacrificio, come senza lotta e molto facilmente furono ritolte, al primo momento che la borghesia lo credette opportuno od ebbe la forza di farlo.

Un diritto d’asilo, per essere tale, bisogna conquistarlo noi stessi, con le nostre forze, con i nostri sacrifici, e solo allora potremo sperare in esso.

Ma torniamo al nostro discorso.

E quale via crucis è questa del profugo. Quale vita d’umiliazioni, di sofferenze morali e materiali.

Si subiscono malvolentieri, si parte bestemmiando ma si parte, si curva la schiena sotto il colpo ricevuto, e ci si prepara a riceverne e subirne un altro.

Abbiamo subito forse anche noi l’influenza di questo periodo di vigliaccheria collettiva; ci siamo noi pure inviagliacchiti? Perché per vivere ancora un giorno, trasciniamo questa triste esistenza per tutte le vie d’ogni paese, quest’esistenza priva di tregua, di soddisfazioni, di gioia, con la sola prospettiva della tisi o della demenza conseguenze ineluttabili dei disagi e delle privazioni?

Perché non cerchiano di ritrovare noi stessi?

Ritrovare in noi quello spirito di rivoluzionari contro tutte le ingiustizie che tutte le patrie e tutti i fascismi ci fanno subire, e rincuorati da questo spirito dar battaglia a tutti i tiranni ovunque li incontriamo?

Oppure ritornare laggiù, in Italia, e dimostrare al tiranno ed a tutti i pusillanimi, che noi anarchici, non possiamo condividere la vigliaccheria dei molti. Dimostrare a tutte le tirannie, al mondo intiero, che gli anarchici sanno ancora battersi e morire anarchicamente, invece di subire con rassegnazione tante vessazioni. Buttare in faccia ai paurosi, ai codardi, tutto il nostro disprezzo, e colpire, con la nostra forza e la nostra vendetta, tutti i vili che dei tiranni sono i sostegni.

E se fosse necessario, per la soddisfazione di un’ora, la sola che potremo avere per noi, buttare questa vita nella battaglia, questa vita che brano a brano lasciamo sanguinante ad ogni stazione di questa dura via crucis, che se durasse ancora qualche anno, non lascerebbe di noi altro che cenci umani avviliti e inutili.

In questo modo, chissà, attizzeremo quel fuoco di ribellione che fra poco inesorabilmente divamperà in Italia, e che dovrà spazzare la vergogna che si chiama fascismo. La stanchezza e il malcontento sono al colmo, laggiù. Noi incoraggeremo il popolo, che, passato quel periodo di paura che lo rese quasi vile, oggi morde il freno, e ad ogni più breve opportunità dimostra la volontà di sbarazzarsi della tirannia che lo opprime da otto anni.

Tutto oggi parla la parola della speranza. L’ambiente è pregno di materia infiammabile, di spirito di rivolta; basta solo una scintilla, il fulmine che ne affretti l’accensione.

Il fascismo vive di paure, di ossessioni, senza ritegno condanna alla fucilazione i cittadini al solo scopo di incutere timore nel popolo, e spegnere in esso lo spirito di rivolta e la sete di libertà che lo ha conquistato. Rincrudelisce nei suoi metodi la persecuzione, per la paura che ha di cadere. Ma questo incrudelire in persecuzioni non fa che esasperare maggiormente il popolo, ed affrettare la propria caduta. E cadrà. Molto presto. Basta saper lottare. Saper colpire il regime nei suoi punti vitali. Creargli dei disordini, degli imbarazzi. Il popolo italiano, dopo otto anni di dura esperienza, ha imparato a conoscere quanto vale la libertà; l’orrore per la tirannia è in tutti, siamo certi che domani saprà lottare con tutti i mezzi a sua disposizione per difendere la libertà che avrà conquistato a sue spese, con tanti sacrifici, e tutti i demagoghi della politica non faranno presa per la loro nefanda opera. Il popolo ha molto sofferto, e soffrendo ha anche molto imparato.

Dimostriamo a tutti che l’anarchismo è sempre vivo, l’anarchismo combattente, che non conosce paure né vigliaccherie, che invece di trascinarsi semicadavere nell’inerzia petulante e imbelle, sa affrontare faccia a faccia, tutti i nemici della libertà.

Come sempre. Il momento è più che mai propizio. Sfruttiamolo questo momento con la nostra azione, ed il popolo anelante alla libertà sarà con noi in tutte le venture battaglie per la libertà.

Kemi [Michele Schirru]

[Pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 4 ottobre 1930, p. 39]

Qualche impressione sul processo De Rosa

Nel salone interno del Palazzo di Giustizia, grande apparato di forze. In fondo al corridoio che conduce alla sala della Corte d’Assise, il passaggio è sbarrato da una fila di gendarmi.

Non si passa senza dire la propria missione. Alle facce che non ispirano fiducia al maresciallo dei gendarmi in carica si chiedono carte d’identità e documenti. Io devo inspirare qualche po’ di fiducia perché riesco a passare senza disturbi.

La sala delle Assise è un lungo stanzone di forma rettangolare. Una metà è occupata dai banchi della corte, della giuria e della difesa. L’altra metà è occupata da una serie di banchi. Nei primi sono gli stenografi e i rappresentanti della stampa. Ma nelle grandi occasioni, come questa, d’un processo clamoroso, la stampa dispone di posti anche nelle gallerie laterali al primo piano. Il resto dei banchi pei testimoni, per gli invitati speciali muniti di biglietto e infine per i membri del foro che, per l’occasione, devono indossare la toga.

In fondo, poi, dove i banchi finiscono, è un po’ di spazio per il pubblico che si deve contentare di rimanere in piedi.

La rappresentazione di gala si inizia con un pienone. Nel centro, a capo della sala, avvolto in una toga rossa, siede il presidente con a lato due giudici assistenti in toga nera. Ad uno degli estremi del banco presidenziale è il pubblico ministero pure in toga rossa, all’altro il cancelliere in nero.

Alla destra siede la giuria composta di tredici persone. L’usciere invece della toga veste un frack nero che gli da una certa aria di “undertaker” di Mulberry Street. I signori della corte sono tutti decorati con numerose medaglie, conquistate probabilmente al fronte... interno.

Alle nove, o poco dopo, l’usciere annunzia la corte. Poi entra De Rosa, scortato da tre gendarmi.

Fernando De Rosa è un giovane piuttosto basso, non molto tarchiato; capelli biondi leggermente ondulati, pallido alquanto, ma con lo sguardo tranquillo. Guarda nella sala, sorride a qualcuno, saluta: vecchie conoscenze. Non sembra preoccupato. A volte anzi pare che non si interessi di quanto va svolgendosi intorno alla sua persona. La formazione della giuria e i preliminari del processo non lo interessano. Pensa certo ad altre cose. Quand’è interrogato comincia dapprima un poco indeciso, con voce leggera e tremante che a malapena giunge alla galleria degli spettatori. Ma subito si rinfranca, si sente sicuro di sé, la sua voce è ferma, non esita un attimo a fare le sue affermazioni. Affermazioni piene di bellezza e di sincerità. Mentre parla il silenzio è profondo; qualcuno sorride di gioia e di approvazione. Esaurito l’interrogatorio egli guarda intorno, sorride agli sguardi che gli parlano, appare soddisfatto della sua condotta.

Seguono i testimoni a carico, i quali dicono quasi tutti la stessa cosa.

Il secondo giorno del processo incominciano le deposizioni dei testi citati dalla difesa. È una lunga requisitoria contro il fascismo e contro la monarchia. Sembra un comizio dove ogni oratore deve svolgere una tesi diversa. Perché ad ogni testimone viene chiesto di parlare su fatti diversi da quelli già esposti. La corte non sembra molto ostile all’imputato. Tutto procede con calma. Non incidenti fra l’accusa e la difesa. Il pubblico ministero non fa alcuna domanda a nessun testimone della difesa. Sembra disinteressato anche lui. Salvo poi a rivelare nella sua requisitoria la sua anima fascista. Tutto fa sperare bene per il momento. Lo sbirro togato si rivela dopo. Il presidente accondiscende a tutte le domande che la difesa pone ai testimoni di discarico. Non contestazioni. Così nelle Assise del Brabante si passano in rassegna il fascismo e la monarchia italiana. L’uno e l’altra escono da questo processo malconci. Il re d’Italia vien più volte tacciato di spergiuro e di mallevadore di briganti. È brigante egli stesso. Ed il figlio quanto il padre.

Ce lo hanno detto dei fedeli servitori della monarchia fino a ieri. Nitti, Ferrari, Rossetti hanno dichiarato che non possono servire una dinastia che ha tradito la costituzione, “un re cancelliere del fascismo”.

Questo processo è diverso dagli altri fatti al fascismo. Questo è migliore in questo senso che dimostra quale parte abbia avuto la dinastia nella creazione del fascismo. Re e principe vestono la camicia nera, con legami a doppio filo con la dittatura. Noi lo abbiamo sempre detto, oggi l’hanno confermato dei monarchici convinti. Crolla alfine la nomea d’un principe antifascista. Il fascismo vien mostrato quale è. Che vale ripeterlo ancora qui? Tutti lo sanno, tutti lo conoscono bene. Questo processo ha ricordato agli smemorati da quale tirannia sia oppresso il popolo italiano. Tirannia senza nome. Di quali stragi ed infamie si sia coperta per poter governare un popolo otto anni. Un popolo che ha dato non pochi martiri per la libertà. E ne darà ancora. De Rosa ha fallito il colpo. Ma la partita non è ancora chiusa. Non sarà chiusa finché esisterà un solo vestigio della infame casa di Savoia e di tutti i suoi alleati e tirapiedi.

Quanti altri De Rosa sorgeranno dal popolo italiano a completare l’opera incominciata da Passannante? Molti ancora. E più fortunati di lui. Lo speriamo. Ce lo auguriamo.

Il popolo italiano ha subìto un periodo di vigliaccheria collettiva. Ma non è vigliacco. Lo ha dimostrato col Lucetti, con lo Zamboni, col De Rosa e tanti altri noti e ignoti eroi della libertà.

I giurati del Brabante hanno condannato. Non importa. L’ammontare degli anni di galera distribuiti da un giudice non arresta la mano del vindice. Il fascismo e la monarchia sabauda dovranno espiare le infamie perpetrate ai danni del popolo italiano. Le macchie vergognose della loro vigliaccheria verranno lavate col loro stesso sangue. Sangue corrotto da mille tradimenti.

De Rosa verrà sepolto per degli anni in qualche galera del povero Belgio. Ma già un altro, tanti altri figli del popolo hanno raccolto la sua arma. Non aspettano che l’occasione propizia per usarla. E l’useranno. Forse con più fortuna. Ai tiranni ed ai traditori non si perdona.

Nelle Assise del Brabante son passate vive e sanguinanti le orrende ferite che monarchia e fascismo hanno inflitto al popolo italiano. Sono ferite troppo dolorose per poter essere dimenticate. Ferite tuttora aperte e che attendono vendetta. Vecchie madri e bimbi orfanati che chiedono vendetta. È la libertà sgozzata che chiede vendetta.

E la vendetta verrà, inesorabile, a far piazza pulita una buona volta di tutti i traditori di qualsiasi risma e colore essi siano.

Kemi [Michele Schirru]

[Pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 18 ottobre 1930, p. 3]

In giro per l’Italia

Mi sono deciso. Parto.

Il non farlo mi sembrava di offendere il legittimo desiderio dei compagni di quelle città d’Italia che, da più mesi, insistevano perché “qualcuno dei nostri” andasse laggiù, e mi pareva di venire meno ad un preciso dovere oltre che di non sapere vincere quella specie di perplessità che viene a turbare spesso il nostro animo quando si sta per compiere un atto che presenta molte incognite.

Premetto, però, che quando mi sono risolto di partire, ero presago che il mio compito era di natura tanto delicata e difficile da non lasciarmi soverchie illusioni sull’esito che ne sarebbe derivato.

Una catena di ostacoli e di difficoltà possono sempre essere in agguato per farvi cambiare l’itinerario fissato, per fare rimandare, e spesso rinunciare a sperati e desiderati contatti, costringendovi per lo meno ad un’attesa che vi sfibra e sembra esaurirvi.

Comunque, io sono e resto del parere che l’inazione, l’immobilità, debbono essere considerate come una colpa: mentre il rischio, l’audacia, il lavoro, alimentano la vita, e l’azione, base del nostro programma rivoluzionario. Abituarci al pericolo, all’opera circospetta e intelligente, misurarci e vincere in sagacia il nemico, sottrarsi all’insidia, rendere ridicola e impotente la sorveglianza strettissima colla quale i miliziotti credono di paralizzare ogni mossa e ogni passo dei loro oppositori, non è certamente opera inutile e infruttuosa.

Conoscere personalmente l’audacia, l’avvedutezza colle quali i nostri compagni ingannano gli scherani, affrontando il rischio di un ennesimo arresto pur di non perdere l’occasione di parlare al nuovo arrivato, dire a lui tutto il tormento di una situazione tragica, assicurarlo come essi non abbiano mai dubitato, mai rinunciato alla speranza dell’immancabile riscossa, di non avere mai ceduto alle lusinghe e alle minacce del nemico compressore, è tale un conforto da compensare largamente ogni eventuale rappresaglia o altro cui si può andare incontro.


Sono in Liguria.

I compagni, che ero riuscito in precedenza a metter a conoscenza del mio arrivo, mi abbracciano e mi assalgono con un diluvio di domande mentre si affrettano a raccontarmi una serie di episodi che suscitano nel mio animo motivi di angoscia e di speranza, di sgomento e di entusiasmo a seconda che essi si riferiscono al sistema scellerato fascista o ai tentativi di riscossa che non sono mancati da parte della massa crocefissa e incatenata. Mi parlano soprattutto e con evidente commozione del comp. X condannato all’ergastolo; perché in lui si riassumono tutte le altre, infinite e feroci condanne, dei nostri. Dopo essersi bene guardati intorno se qualche serpente nero stesse in agguato per sorprenderli in flagrante “delitto” di dire delle verità, di raccontare episodi della selvaggeria nera ad uno che li avrebbe riportati fuori da quella galera, un com. si fruga delicatamente in tasca come avesse il timore di infrangere qualche cosa di sacro, e ne ritrae una lettera piegata religiosamente che mi fa scivolare nelle mani, mentre sento che le sue mani sono brucianti come se fosse stato improvvisamente assalito da una forte febbre.

Mi scosto, e alla luce di un lampione la scorro in un attimo. Leggo parole di caldo affetto, espressioni di riconoscenza e accenti di immutata fede ribelle. È quella una lettera che l’ergastolano X aveva inviato alla sua famiglia perché la trasmettesse a X per ringraziarlo di quanto egli e i suoi “cugini” avevano fatto per lui, assicurando loro della sua irremovibile speranza in una prossima liberazione.

“Il nostro magro e incerto salario lo dividiamo con questi nostri eroi che tutto sacrificarono per la Fede, esclamano quei compagni, e più di una volta le nostre famiglie sono state private dell’indispensabile, per avere aiutato i compagni o le famiglie che ci è sembrato ne avessero più di noi bisogno”.

E a quest’opera doverosa non sono estranei uomini di altre frazioni o partiti antifascisti. Quei compagni, desiderano che io faccia noto il loro desiderio che è quello di realizzare un’intesa con gli altri partiti o aggruppamenti antifascisti per rendere possibile e più presto attuabile la caduta del mostro che hanno sul dorso.

Sotto questa cappa di piombo che ci toglie il respiro a tutti, continuano quei compagni, noi non conosciamo più differenze di tendenze ma sentiamo tutti il desiderio di vincere il fascismo che non potrà essere abbattuto se non attraverso lo sforzo unanime di tutti i suoi nemici a qualunque partito essi sieno inscritti, o in qualunque gruppo militino.

Sono le due del mattino. Abbiamo parlato esattamente tre ore senza accorgerci, con uno scambio di domande e di risposte reciproche di cui non posso riferirvi che in misura insufficientissima e affrettata.

Mi si riconferma che gli operai disoccupati sfilarono per le città liguri con foglietti sul cappello nei quali stava scritto: “Viva il duce: vogliamo pane e lavoro”. La milizia accorsa non riuscì a disperdere queste dimostrazioni che assunsero in poche ore un carattere di minaccia e solo dopo molti sforzi e molte promesse gli operai cessarono di dimostrare. Ma la lezione fu significante.

Molti, ex, tentano di riabilitarsi con lo sparlare del fascismo col profferire minacce, ma le masse non gli perdoneranno. La punizione dovrà essere esemplare per tutti, non importa se convertiti o finti convertiti perché tutti hanno data la loro adesione al fascismo e tutti con esso han condiviso la responsabilità odiosa e nefanda del suo affermarsi.

Non bisogna essere eccessivamente ottimisti, ma occorre tener conto del risveglio che si verifica un po’ dappertutto. Anche il terrore che ha tenuto per tanti anni in un silenzio sepolcrale le masse, ora non riesce più ad esercitare su di esse lo stesso spavento di ieri e noi, un anno fa, forse, non ci saremmo intrattenuti tante ore insieme senza essere stati scoperti e rovinati. Gli è che anche i preposti allo spionaggio infame, sentono che l’ora loro sta per scoccare e non vogliono alla vigilia ripetere le gesta per le quali si sono attirati tanto odio e riprovazione.

“Assicura pure i compagni all’estero che noi prima di rinunciare alle nostre idee, sapremmo rinunciare piuttosto alla vita. Il carcere, che ci è dimora abituale, non ci fiacca, non ci farà dimenticare che siamo degli anarchici.

“Diglielo bene ai compagni. Essi, al loro ritorno che speriamo molto presto, ci troveranno ancora e sempre armati della stessa volontà, della stessa tenacia con cui abbiamo resistito fino ad ora, e ci troveranno anche armati di quell’odio che sappiamo essere in tutti e che sarà un elemento di successo”. Mi sono staccato da questi compagni con una profonda commozione. Il saluto e la promessa loro, non sono quelle che si possono dimenticare: ci riabbracciamo con un impeto fraterno e sui nostri occhi brilla qualche lagrima...


Passo in Piemonte.

Mi presento al comp. T., munito del segno convenzionale convenuto.

Egli mi prega di volere attenderlo un momento e lo vedo fuggire come se fosse rincorso da qualche animale feroce e me lo vedo ritornare poco dopo accompagnato dagli ottimi comp. V. e G. sul cui volto leggo la stessa ansia di sapere e di raccontare dei comp. liguri. E sono talmente simili le domande e l’esposizione di fatti e di speranze che mi pare di continuare la conversazione del giorno prima.

Solo che, a differenza dei compagni della Liguria, questi non vedono la necessità di un fronte unico cogli altri partiti antifascisti per i quali se hanno il rispetto che si deve a uomini su cui si è avventata l’ira e la vendetta del fascismo, non potranno avere mai la fiducia che essi vogliano demolire tutto il sistema attuale, ma vorranno battersi solo per la sostituzione al fascismo, di uno Stato contro il quale le forze anarchiche saranno tenute a continuare l’azione demolitrice iniziale.

Essi, come i compagni liguri e come di tutte le città e paesi, credono che il regime barcolli.

I suoi sostenitori di ieri, sono sempre meno persuasi che esso possa durare a lungo. Il malcontento è penetrato in tutti gli ambienti, in tutti i ceti. Le camicie sporche non incutono più il timore di ieri, provocano invece il generale disgusto.

Esse sentono attorno le maledizioni, il dileggio, il ribrezzo unanime della popolazione.

La produzione soffre, questo è per tutti evidente. Come è evidente che le aziende falliscono e la miseria si fa sentire in misura intollerabile.

I licenziamenti non si contano più. La “Fiat” p. e. dopo avere tenuto chiusi i battenti per parecchi giorni, ci ha inviati in “licenza” per 20 giorni e ora si lavora un paio di giorni per settimana.

Quando un’azienda sta per fallire i suoi amministratori non considerano i danni ulteriori che per giustificare il tracollo fatale.

E qui tutto è in fallimento: anche il fascismo, anche lo Stato, anche il regime.

Noi si soffre, è verissimo, ma credetelo – mi dicono quei compagni con un accento di profonda decisione – se i nostri corpi soffrono, il nostro spirito, la nostra fede, restano immutati e immutabili.

Quello che è certo, si è che il fascismo non mollerà senza esservi costretto da una rivolta popolare.

Occorre perciò muoversi, agire.

È cosa accertata che se non difettassero mezzi, in mancanza dei quali siamo obbligati di rimanere fra le mura della città, a quest’ora qualcosa di più si sarebbe fatto per l’organizzazione e per l’intesa necessaria con elementi nostri che vivono fuori e lontani da noi.

Ma la miseria ci costringe a delle rinunce dolorose e esiziali, per il nostro movimento che bisognerebbe materiare, potenziare a ben altre possibilità. Ho consegnato loro alcuni indirizzi di ottimi compagni di altre regioni coi quali si metteranno in corrispondenza ed ho promesso anche che non dimenticheremo di aiutarli nella misura che ci sarà possibile.

Il treno che deve portarmi nella Lombardia sta per partire e con fraterna violenza mi stacco da questi compagni che mi vorrebbero con loro alcuni giorni, prometto che non sarà l’ultima volta che passerò di là e dopo aver loro stretto affettuosamente le mani, mi allontano con un: coraggio compagni; cui essi rispondono con un solenne: arrivederci presto sulle piazze col popolo insorto! Li guardo ancora e li vedo immobili, come trasognati per la gioia di avere potuto comunicare le loro impressioni e i loro propositi ad un messaggero che li porterà lontano, ad altri fratelli che, come loro, anelano alla fine dell’immonda dittatura e si preparano alla battaglia con tutte le loro forze.


Mi precipito a M.

Qui le cose dovevano andar peggio. Il comp. B. dal quale ero diretto è in carcere da qualche giorno, per essere stato sorpreso a distribuire il nostro “Lotta Anarchica” e altri manifestini sovversivi.

Su di lui pende la condanna sicura del confino.

Per essere più libero di andare in cerca di altri, e dare meno nell’occhio alle spie, che credo di identificare in quasi tutti coloro che incontro, vado in un albergo a depositare la mia valigia piuttosto elegante e dall’apparenza che possa appartenere ad un facoltoso commerciante.

Ma qui doveva accadermi un inconveniente per il quale poco è mancato che mi faccia finire in questura.

Corro a salutare alcuni comp. i quali unanimi, dopo avere saputo dell’accaduto, mi consigliano, mi impongono quasi, di partire subito. Tento di resistere, ma il timore di compromettere altri, mi risolve a prendere il primo direttissimo e mettermi al sicuro.

Finalmente arrivo in territorio svizzero!

Porto istintivamente il pollice sul naso, le altre quattro dita mi servono da ventaglio e marameo! Questa volta i negrieri non mi piglieranno.

Ora però che le preoccupazioni di un possibile “fermo” sono scomparse, sento tutta la desolazione di non avere potuto realizzare il mio compito che in misura ridotta.

Questo viaggetto mi pare nullameno non del tutto infruttuoso.

Ho portato il segno tangibile della incondizionata solidarietà a quei buoni e forti compagni coi quali, d’ora innanzi avremo un servizio continuo di corrispondenza. Ho parlato loro delle nostre speranze e del nostro lavoro, della nostra fede e della nostra volontà di fare.

Da loro ho appreso molte cose, e soprattutto mi sono persuaso che veramente si accelera il processo di dissoluzione della mostruosa impalcatura fascista contro cui sono diretti gli sforzi unanimi di un popolo che vuole insorgere nel nome del più puro degli ideali: quello di Giustizia redentrice e riparatrice e di integrale emancipazione.

Mentre finisco queste mie affrettate righe, ho davanti ai miei occhi le figure simpatiche dei compagni coi quali mi sono intrattenuto e mi sembra di udire ancora distintamente la loro voce che mi dice: arrivederci domani sulle piazze; per la nostra vittoria, per le nostre vendette!

Il viaggiatore [Michele Schirru]

[Pubblicato su “Lotta Anarchica”, Parigi, 10 novembre 1930, p. 2]

Dopo l’arresto

Interrogatorio del 5 febbraio 1931

Ufficio politico.

L’anno millenovecentotrentuno, nono del Littorio, il giorno 5 del mese di febbraio, alle ore 11, nell’ospedale del Littorio di Roma. Innanzi a noi sottoscritto Funzionario è presente Schirru Michele di Giovanni e di Andria Carmina, nato a Padria il 19-10-1899, il quale opportunatamente interrogato dichiara quanto segue:

Emigrai per l’America del Nord nel 1920 stabilendomi a New York ove attualmente abitavo alla 187a strada n. 561e.

Per un anno circa ho anche abitato a Pittsfield (Mass.) e precisamente dal 1920 al 1921.

Dapprima mi occupai in varie officine come meccanico essendo questo il mio mestiere.

Con alcuni miei risparmi iniziai un commercio di frutta, che mi fruttò diversi guadagni; tale commercio fu da me iniziato nel 1925. La mia famiglia risiede in Francia, ad Apt (Avignone) ed è composta di mio padre, di mia madre, di mia sorella a nome Greca e di un fratello a nome Giovanni.

Altro fratello è Sacerdote e col quale ho interrotto qualsiasi rapporto da molti anni, per la divergenza delle nostre idee.

Fin da giovane ho professato idee anarchiche. Fui iniziato alle teorie libertarie da un mio caro paesano, muratore, tale Antonio Solinas Chessa, ora defunto, il quale fin da quando avevo circa otto anni, mi incaricava di distribuire dei manifestini di propaganda sovversiva.

Feci la guerra con entusiasmo, però la concepii come guerra di liberazione di fratelli oppressi.

Sono stato sotto le armi tre anni di cui quattordici mesi l’ho passati al fronte.

Nel 1925 sposai Pirola Minnie, dalla quale ho avuto due figli.

Mentre io ero a New York spesso ricevevo (da parte) a mezzo di paesani messaggi ironici e provocatori da parte del Dottor Orru e Dottor Pinna, di Pozzomaggiore, i quali mi mandarono tra l’altro delle sfide.

Io nel febbraio dello scorso anno decisi di venire in Italia e presentarmi ai due predetti signori e chieder loro spiegazioni e far loro se del caso “la pelle”.

Di tali miei propositi ne informai due miei compagni di fede, tal Gio Meloni e tal Leur Dettori, residenti a New York.

Sbarcai a Le Havre, donde mi portai a Parigi, ove mi trattenni circa un mese alloggiando in un albergo vicino al cimitero “Père Lachese”.

In quel periodo di tempo conobbi tale Lina Ferrantel, che credo sia nativa di Trieste e che abitava in una via vicino all’albergo dove io alloggiavo. Tale conoscenza fu da me fatta poiché mi ero recato dalla Ferrantel per consegnarle una lettera della sorella Maria che risiede a New York, la quale abitava nello stesso stabile dove anch’io abitavo e cioè nella 187a strada n. 561e.

Con la Lina Ferrantel non ho avuti rapporti di carattere politico.

Da Parigi mi recai ad Apt, presso la mia famiglia ove mi trattenni fino a che decisi di partire per l’Italia.

Entrai in Italia per Domodossola nei primi di aprile dello scorso anno e mi recai direttamente a Milano, ove dapprima presi alloggio all’albergo “Isola Bella”. In detto albergo declinai le mie esatte generalità. Era mia intenzione trattenermi a Milano per un paio di settimane al massimo, per visitare la fiera campionaria, dato che da lì avrei voluto recarmi a Pozzomaggiore per porre in atto i miei proponimenti. Senonché presi un’infezione blenorragica, che mi costrinse a restare in detta città. Presi allora alloggio in una casa mobiliata presso la vedova Rota, la quale abitava in una via perpendicolare al Corso Indipendenza, via di cui non ricordo il nome, che credo sia intestato ad un letterato italiano.

In quel periodo di tempo io non possedevo alcun arma, né alcuno ordigno esplosivo, perché non avevo ancora maturato l’idea di commettere attentati.

Per venire da Apt a Milano presi il treno fino ad Avignone e quindi la ferrovia fino a Parigi e da Parigi il treno per la Svizzera-Milano. Allorché acquistai il biglietto per Milano, alla stazione di Apt, erano presenti mio cognato, il marito di Greca, e mio fratello. Non passai però per Marsiglia.

In giugno partii da Milano per la Francia; ma durante la mia permanenza a Milano non mi sono mai allontanato da detta città e tanto meno uscito dal Regno.

Non sono mai stato a Bellinzona e non conosco personalmente l’anarchico Bertoni Luigi e non conosco neppure di nome l’anarchico Bonaria.

Durante il mio soggiorno a Milano che durò circa due mesi ho condotto vita ritirata, ma non ho avvicinato compagni di fede. Visitai parecchie volte la fiera campionaria ed ho visitato anche la fiera del Libro, che si tenne a Milano vicino a Piazza del Duomo.

A Milano fui curato da un medico che ha il gabinetto nella galleria che sbocca in Via Carlo Alberto.

Da detto medico mi recavo tutti i giorni fino a quello della mia partenza. Mi curava un dottore di cui non ricordo il nome, ma che risponde ai seguenti connotati: alto, robusto, capelli castani, sbarbato, dall’accento meridionale.

Anche alla vedova Rota declinai le mie vere generalità.

A Milano prendevo spesso i pranzi in una trattoria, sita in una piazzetta che è in fondo a Via Torino e nel cui centro è un monumento.

Come ripeto partii da Milano per la Francia, linea Domodossola, e mi fermai a Parigi ove presi alloggio in un albergo in via Filippo Augusto, il cui nome mi sembra “Concordia”. Credo in ogni modo che si tratta di due alberghi, uno accanto all’altro, io alloggiavo al secondo venendo da Piazza della Nazione.

A Parigi mi trattenni fino a fine di luglio.

Debbo tornare indietro; mentre ero a Milano ricevetti una lettera di mio padre che mi informava che erano andati a casa il Console ed il Vice Console Italiani, insieme al Commissario di Avignone il quale aveva anche eseguito una perquisizione domiciliare. In seguito a tale notizia, abbandonai l’idea di recarmi a Padria. Durante il mio soggiorno a Parigi incominciò a maturare in me il proposito di compiere un attentato. Tale idea s’impossessò sempre più di me, tanto che in questi ultimi tempi era divenuta una vera ossessione.

A Parigi però non manifestai ad alcuno i miei proponimenti, poiché non mi fidavo di nessuno. Poiché temevo d’esser preso d’occhio dalla polizia ritenni opportuno abbandonare Parigi e recarmi nel Belgio, dove giunsi nei primi di agosto. Mi recai a Bruxelles, dove alloggiai all’Hotel Parisiana e poscia in altri alberghi di cui non ricordo il nome. A Bruxelles, dove mi sono trattenuto circa due mesi, ho avvicinato compagni di fede, che ho occasionalmente conosciuto in locali pubblici. Da Bruxelles mi portai a Charleroi dove il mio piano di un attentato incominciò a concretizzarsi.

Mi recai infatti presso una piccola officina di un compagno che avevo conosciuto occasionalmente in un caffè a Bruxelles. In detta officina costruii quasi interamente colle mie mani i due ordigni esplosivi. Neppure però a tale compagno palesai la vera destinazione dei due ordigni e quali fossero i miei proponimenti – ciò perché, ripeto, non mi fidavo di nessuno. La piccola officina di cui sopra è sita un po’ fuori di Charleroi, sulla via che porta alle miniere. Il compagno che lavorava in detta officina, e che mi aiutò nella costruzione degli ordigni è da me conosciuto col nome di Pietro. Trattasi di un italiano, credo un marchigiano, il quale abitava a Charleroi e da molto tempo lavorava nell’officina suindicata.

È un individuo di statura piuttosto alta, piuttosto robusto, dai trenta ai trentacinque anni, capelli castani, rasato, roseo e occhi castani.

Dopo aver costruito i due ordigni lasciai Charleroi e mi recai a Liegi.

In quest’ultima città pensavo che mi sarei potuto procurare l’esplosivo e caricare le due bombe, poiché da informazioni che avevo assunto presso compagni, avevo avuto notizie che a Liegi avrei avuto tale possibilità.

Appena giunto in detta città, presi alloggio in un albergo di cui non ricordo né il nome né la località. Il Pietro cui anzi ho accennato mi aveva munito di una lettera di presentazione per un compagno di Liegi che avrebbe potuto procurarmi dell’esplosivo. Il Pietro mi aveva altresì indicato il caffè dove avrei potuto trovare detto individuo a nome Cioffi. Il caffè precisamente doveva trovarsi lungo la linea tranviaria del tram n. 1, che parte della stazione principale di Liegi e precisamente nella prima piazza che s’incontrava lungo detta linea. Giunto nel caffè mi sedetti ed attesi per riconoscere tra i clienti qualche italiano. Domandai così ad uno se avesse conosciuto il Cioffi che mi fu da lui indicato. Chiesi al Cioffi se conosceva il Pietro di Charleroi ed avutane risposta affermativa gli consegnai il biglietto del Pietro. Quindi feci presente a costui lo scopo della mia visita ed egli mi rispose che avrebbe cercato di favorirmi se fossi ripassato dopo circa una settimana.

Partii quindi da Liegi e mi portai a Bruxelles portando sempre con me nella valigia i due ordigni.

A Bruxelles ho avuto dei contatti con anarchici ma a nessuno di essi palesai mai il mio piano.

Durante tale mia permanenza alloggiai sempre nello stesso albergo. Giusta l’intesa precedente mi recai quindi a Liegi dove m’incontrai col Cioffi nel medesimo caffè.

Il Cioffi aveva con sé un pacchetto di esplosivo che mi consegnò, raccomandandomi di fare molta attenzione perché trattavasi di esplosivo potentissimo.

Salutai quindi il Cioffi ed il giorno seguente ripartii per Bruxelles.

Prima però della partenza caricai le due bombe applicandole anche la miccia acquistandola a Charleroi. Racchiusi quindi le due bombe in una piccola valigia, ch’è precisamente quella in cui sono state rinvenute qui in Roma e che all’uopo avevo acquistata prima della mia ultima partenza per Bruxelles.

Giunsi a Bruxelles pochi giorni prima di Natale, prendendo alloggio sempre nello stesso Albergo.

Riepilogando la costruzione delle bombe fu da me iniziata a Charleroi, in settembre, mentre furono pronte soltanto verso la metà di dicembre.

A Bruxelles mi trattenni fino gli ultimi di dicembre, da dove partii per Parigi.

Restai in detta città alcuni giorni alloggiando all’Hotel de France, nei pressi della Gare de Lyon. Partii quindi per Montecarlo – linea Marsiglia, in quest’ultima città mi fermai solo dalle 21 alle 24 per cambiar treno, ore che trascorsi nei pressi della stazione, senza però vedere né avvicinare alcuno.

Non sono mai stato altre volte a Marsiglia. A Montecarlo presi alloggio all’Hotel Terminus, ove mi trattenni due giorni.

Anche in detta città non ebbi contatti con alcuno.

Il giorno 6 gennaio 1931 partii da Montecarlo e varcai il confine italiano a Ventimiglia, ove mi fu apposto il bollo di entrata nel Regno.

Mi fermai alcune ore a S. Remo e quindi alla sera ripartii per Pisa ove giunsi dopo la mezzanotte prendendo alloggio all’albergo Minerva, dove declinai le generalità di Schirn Mike di Enrico.

Mi trattenni a Pisa due giorni per visitare la città, partendo per Firenze la sera dell’otto. In quest’ultima città presi alloggio all’Albergo Minerva.

A Firenze mi trattenni fino al dodici, e nel pomeriggio di quel giorno partii per Roma.

Prima di partire da Firenze chiesi al Cook’s office alberghi raccomandabili e l’impiegato addetto mi segnò su un pezzo di carta “Boston” e “Royal”.

Giunsi a Roma verso le ore 20 e alla stazione Termini mi capitò per puro caso l’auto del Royal, vi salii prendendo così alloggio in detto albergo.

In detto albergo chiesi una camera e mi fu assegnata la camera 136 che dà nell’interno di un cortile.

Come ho già anzidetto il piano che io mi ero prefisso era quello di compiere un attentato alla vita di S. E. il Capo del Governo, mediante il lancio di bombe.

La rivoltella che avevo con me l’acquistai a Bruxelles.

Giunto in Roma mi sono messo dopo alcuni giorni in giro per la città per studiare come avessi potuto attuare il mio piano.

I primi giorni furono invece trascorsi a visitare la città con una compagnia di turisti ed all’uopo acquistai nello stesso Hotel un biglietto per 135 lire.

Non essendo però pratico della città, né avendo qui alcuna conoscenza non sono però riuscito ad avere notizie né indicazioni utili al mio scopo. Ho per alcuni giorni percorso la via Nazionale e Piazza Venezia, ma non mi fu data mai occasione di veder transitare per dette vie l’automobile presidenziale, né avere notizie sul passaggio dello stesso e ciò anche perché allo scopo di non destare sospetti non ho mai domandato ad alcuno dove e come avrei potuto vedere la Prefata Eccellenza.

Non ho però mai pensato di compiere l’attentato in occasione di cerimonie, poiché ben comprendevo che il lancio di una bomba avrebbe causato numerose vittime innocenti e quindi mi ero proposto di compiere l’attentato stesso col minor numero possibile di vittime. Il mio proposito era quello di accendere la miccia a mezzo d’una sigaretta o d’un sigaro e quindi lanciare la bomba stessa.

A Charleroi già avevo compiuto degli esperimenti per stabilire quanto impiegava la miccia per incendiare l’esplosivo ed avevo così accertato che il pezzo di miccia della lunghezza uguale a quella apposta alle bombe, avrebbe impiegato dai tre ai quattro secondi.

Non ho mai portato con me durante i giri fatti nella città le bombe che ho sempre lasciato chiuse nella valigetta, nella stanza dell’albergo; portavo invece sempre con me la rivoltella.

La ragazza ungherese che è stata trovata con me all’albergo Colonna, la conobbi sette o otto giorni fa al caffè Aragno. Essa trovavasi insieme ad altre due ragazze pure ungheresi.

Insieme alle tre ragazze si trovavano due giovinetti, che non so chi siano e che non ho più visti.

Io mi misi a parlare con una delle tre ragazze e precisamente con quella che conosceva un po’ di francese e poiché esse espressero il desiderio di visitare le catacombe di S. Calisto io mi offrii di accompagnarle. Ci demmo così appuntamento per un paio di giorni dopo in Via dell’Archetto, alle ore otto del mattino.

In detta ora trovai oltre che le tre ragazze un altro giovane di cui non conosco il nome, né so dare altre indicazioni.

Tutti e cinque prendemmo un taxi e ci recammo alle catacombe, donde facemmo ritorno dopo il mezzogiorno. Io presi appuntamento con la ragazza con la quale sono stato trovato e con la quale sabato scorso mi sono recato all’albergo Colonna una prima volta. La sera stessa che conobbi le tre ragazze, poiché esse mi dissero che lavoravano all’Imperiale, mi recai in detto locale per vedere le loro danze.

Dopo sabato scorso ho rivisto detta ragazza all’Aragno e successivamente martedì, giorno in cui sono stato arrestato.

Le bombe furono la prima volta da me incartate con un giornale a Bruxelles. Il giornale di cui mi servii era scritto in una lingua a me completamente sconosciuta e fu da me appositamente acquistato, poiché nel caso che le bombe in Belgio o in Francia mi fossero state sequestrate avrei tentato di giustificarne il possesso, dicendo che io le avevo trovate e a prova di questa mia asserzione avrei potuto portare il fatto ch’esse erano incartate in un giornale la cui lingua non era da me conosciuta.

Giunto però a Montecarlo tolsi le bombe dalla valigetta e per passare la frontiera ne misi una, e precisamente la più grande, tra la cintola dei pantaloni e la camicia e la più piccola nella tasca del paletot. Nel tirare la bomba più grande dalla custodia del thermos si strappò un pezzo di giornale con cui era incartata ed allora la incartai di nuovo con un pezzo di giornale francese che avevo acquistato per leggere la sera prima della partenza per l’Italia.

Nel recarmi da Milano a Parigi, mi sono fermato un giorno a Losanna per visitare quella città. Anche in questa città non ho avuto contatti con compagni di fede.

Durante la mia permanenza in Italia non sono mai stato a Torino.

Al fine di far perdere le mie tracce scrissi a mia madre, che dicesse all’Autorità Italiana e Francese che io ero ripartito per New York.

L’ultima volta che io ho scritto a mia moglie e stato in dicembre, verso la metà del mese e imbucai la lettera a Bruxelles.

Non sono mai stato a Nizza.

Ripeto che in Italia non ho avuto contatti politici con persone di qualsiasi colore politico.

Se a Roma avessi potuto conoscere qualche persona fidata e mi avesse potuto fornire indicazioni utili, con ogni probabilità sarei potuto riuscire nel mio intento.

Escludo nel modo più assoluto che la ragazza ungherese conoscesse le mie idee politiche e i miei propositi. Escludo parimenti di aver avuto contatti di qualsiasi genere con elementi Slavi.

Il mio passaporto è valido per due anni, scade quindi nel gennaio del 1932.

Allorché venni in Europa portavo con me alcune migliaia di dollari frutto dei miei risparmi.

All’atto del mio arresto ero in possesso di 500 lire e spiccioli.

Era mia intenzione rivolgermi a mio padre per farmi mandare del denaro, avendogli io lasciato in deposito alcune migliaia di franchi.

Il Cioffi è un giovane sui trenta anni, piuttosto alto, robusto, faccia tonda, bruno e che credo faccia il mestiere d’imbianchino. Egli parlava con accento settentrionale.

Fatto, letto, scritto e confermato.

Michele Schirru

Lombardo Edoardo

Di Piazza Giuseppe V. Brig. di P.S.

Carlo Menichincheri Commissario di P.S.

[Pubblicato in G. Galzerano, Michele Schirru, op. cit., pp. 273-281]

Interrogatorio del 7 febbraio 1931

L’anno millenovecentotrentuno, nono del Littorio, addì sette del mese di febbraio, nell’ospedale del Littorio in Roma

Innanzi Noi Funzionario ed Agente di P.S. è presente Schirru Michele di Giovanni, nato a Padria, di anni 32, il quale a domanda risponde:

A modifica di quanto ho dichiarato nel precedente verbale d’interrogatorio, entrai nel Regno verso la metà di aprile dello scorso anno e non già nei primi di detto mese. Del resto la data deve risultare dal visto che fu apposto sul mio passaporto.

A D. R. Per la ricerca della camera mobiliata che poi occupai presso la Rota, mi rivolsi ad un mediatore che aveva effettuato un’inserzione sul “Corriere della Sera”, il quale mi accompagnò presso la Rota stessa. Io avrei desiderato occupare la camera, senonché essendo essa già occupata da altra persona fino alla fine del mese di aprile, non vi potetti prendere alloggio che il 1° maggio.

Alla Rota pagai due mensili di circa lire 300 ciascuno, però verso la seconda quindicina di giugno lasciai la stanza in quanto partii per Parigi.

Il giorno stesso che lasciai la stanza uscii dall’Italia per Domodossola.

A D. R. Effettivamente una volta ho portato nella stanza della Rota una ragazza che avevo trovato nel ristorante dove ero solito mangiare, è già indicato nel mio precedente interrogatorio.

Non è però vero che la Rota mi abbia per tale fatto licenziato, anche perché essa mi aveva chiesto un fitto così elevato appunto per avere la possibilità di portarvi donne.

Parimenti è falso che ella mi abbia consegnato la valigia al portiere, nel licenziarmi. Alla Rota, confermo, che declinai le mie vere generalità ed anzi essa stessa ebbe in mano il mio passaporto.

Il mediatore che mi procurò la suddetta stanza non è da me conosciuto e non l’ho visto che in quella occasione.

Non ho avuto con lui rapporti all’infuori di quelli cui ho accennato.

A D. R. Io sono rimasto in cura presso il Prof. Armuzzi fino al giorno precedente quello della mia partenza. Il predetto professore dovrebbe ricordare che io gli domandavo sempre quando sarei potuto partire, ciò che egli mi sconsigliava sempre di fare.

A D. R. Giunsi a S. Remo verso le ore 14 del 6 corrente con il treno “poullman”. Mi recai all’albergo Terminus ove fissai anche una stanza per la notte: ma essendomi informato che l’unico treno che portava vetture dirette per Pisa era quello che passa per S. Remo verso le ore 19, disdissi la camera e partii con detto treno. Durante le ore trascorse a S. Remo non ho avuto rapporti né contatti con alcuno. Mangiai all’albergo Terminus e le altre poche ore disponibili le trascorsi passeggiando per la città.

Da Montecarlo a S. Remo presi il treno suindicato poiché esso era l’unico con il quale non si cambiasse vagone al confine e quindi avrei corso minor pericolo di essere scoperto e trovato in possesso delle bombe. Ciò anche perché sapevo che i controlli dei passaporti e la visita doganale dei bagagli su tali treni si effettua sui treni stessi e di tale circostanza avevo preso cura di averne conferma agli uffici “American Express”.

A D. R. Confermo che giunsi a Pisa verso le ore 2 della notte dal 6 al 7. All’albergo Minerva, ove presi alloggio, mi fu assegnata una stanza ad un letto che era però troppo stretto. La sera successiva richiesi che mi fosse cambiata la stanza ed infatti me ne fu assegnata altra con un letto più largo. Partii per Firenze la sera dell’8 gennaio.

A D. R. Il mittente delle due cartoline postali datate Londra 23 e 27 gennaio 1931 e delle due lettere datate Londra 31 gennaio 1931 e 3 corrente nonché del radiogramma proveniente da Londra che Vossignoria mi mostra è un mio compagno, tal Polidori Giuseppe, al quale io indirizzavo la corrispondenza al seguente indirizzo: 11 New Compton st. London. Il Polidori fu da me conosciuto nel 1924 a New York. Egli ha lasciato l’America da oltre 3 anni trasferendosi a Londra. In America egli esercitava il mestiere di muratore. Non so quale mestiere eserciti attualmente, né in quale regione d’Italia egli sia nato. Io ho con lui sempre mantenuti rapporti epistolari.

Allorché decisi di venire in Italia scrissi a lui nel mese di dicembre scorso per comunicargli che, avendo io intenzione di recarmi in Italia, mi avesse fatto il favore di tenermi in deposito la somma di 5.000 lire che gli accludevo nella lettera e che a mia richiesta egli avrebbe dovuto spedirmi in Italia facendo figurare che mi veniva spedita da mia sorella.

Ci mettemmo così in più stretta corrispondenza ed egli mi ha spedito una lettera raccomandata indirizzata a Schirn Mike presso Cook’s office Roma, il 17 gennaio u. s. e nella quale era contenuto un assegno bancario sul credito italiano di 2.000 lire, nonché la lettera e le cartoline che Vossignoria mi mostra.

Lo zio Joe cui è cenno nella corrispondenza anzidetta è persona inesistente ed io avevo ricorso a tale espediente perché quello che io scrivevo a Polidori e quello che egli scriveva a me passasse inosservato, qualora la corrispondenza stessa fosse stata sequestrata. Al Polidori io non ho mai però accennato ai miei proponimenti; potrebbe darsi che egli li abbia però intuiti.

A D. R. Non conosco di persona l’anarchico Schicchi. Appresi il suo arresto mi sembra nello scorso ottobre leggendo “La Libertà”.

Non ho avuto più notizie dopo il di lui arresto ed anzi prima della mia partenza dalla Francia mi consta che si volesse iniziare un’agitazione pro Schicchi. Io però fui uno dei contrari a tale agitazione perché comprendevo l’inutilità di essa.

Le mie idee erano alquanto divergenti da quelle di Schicchi.

Fatto, letto, scritto e confermato.

Michele Schirru

Carlo Menichincheri Commissario di P.S.

Gherghi Giuseppe Guardia P.S.

Di Piazza Giuseppe V. Brig. P.S.

[Pubblicato in Ib., pp. 282-285]

Interrogatorio del 10 febbraio 1931

L’anno millenovecentotrentuno, Nono del Littorio, addì 10 del mese di febbraio, nelle carceri di Regina Cœli in Roma.

Noi sottoscritto Funzionario ed Agente di P.S. è presente Schirru Michele di Giovanni, nato a Padria, di anni 32, il quale opportunamente interrogato risponde quanto segue:

Confermo che da Montecarlo a S. Remo presi il treno Pullman. Acquistai il biglietto a Montecarlo, presso l’American Express, pagandolo oltre 9 franchi, a nome di Schirn.

A D. R. Confermo che le bombe furono fabbricate nell’officina del compagno Pietro a Charleroi. Il Pietro mi aiutò nella fabbricazione ed anzi fu lui ad eseguire le saldature autogene, cosa che io non sapevo fare. Il materiale per la fabbricazione delle bombe fu preso nell’officina stessa.

A D. R. La Lina Ferandel, e non Ferrantel, a Parigi abitava rue de Répas n. 14 ed era impiegata presso la Delegazione commerciale russa di quella città. Confermo ancora una volta però che la Ferandel pur conoscendo i miei princìpi politici, nulla sapeva dei miei proponimenti. L’ultima volta che sono stato a Parigi e cioè prima di recarmi in Italia non ho visto la Ferandel.

Fatto, letto e sottoscritto.

Michele Schirru

Di Piazza Giuseppe V. Brig. P.S.

Carlo Menichincheri Commissario di P.S.

[Pubblicato in Ib., pp. 285-286]

Interrogatorio del 14 febbraio 1931

A D. R. Io conosco la calligrafia del Polidori.

Ritengo che la calligrafia colla quale è stata scritta la corrispondenza sequestratami sia quella del Polidori, il quale credo siasi preoccupato di artefare la propria scrittura per farla sembrare quella di una donna.

A D. R. Non so se eventualmente il Polidori possa essersi servito d’un’altra persona per scrivere la corrispondenza di cui sopra.

A D. R. La lettera rinvenuta nella borsetta della ragazza ungherese e sulla cui sono state scritte da me alcune frasi in inglese dev’essere stata in mano della ragazza mentre eravamo al caffè.

A D. R. Confermo ancora una volta che quando fui a Milano non avevo alcuna intenzione di commettere attentati. Tale idea, ripeto, incominciò a maturarsi in Francia, quando ritornai dopo la mia partenza da Milano. L’idea stessa si è lentamente maturata, ma in questi ultimi tempi era divenuta per me un’ossessione.

Michele Schirru

Di Piazza Giuseppe V. Brig. P.S.

Carlo Menichincheri Commissario di P.S.

[Pubblicato in Ib., pp. 288-289]

Interrogatorio del 18 febbraio 1931

[Infermeria Carceri Regina Cœli]

Contestatogli l’imputazione come il mandato di cattura in atti, invitato a dare le sue discolpe con avvertenza che, ove non risponda, si procede egualmente; dichiara quanto appresso:

Confermo quando ho già dichiarato alla Questura negli interrogatori raccolti il 5 febbraio, il 7 febbraio, il 10 dello stesso mese, il 14 ed il 15 dello stesso mese. Non ho niente da aggiungere o da variare. È la verità che sono ritornato in Europa nel febbraio 1930, sbarcando a l’Havre e mi sono parte trattenuto a Parigi, parte ad Apt (Avignone) fino al 13 aprile 1930, quando son venuto a Milano per la via di Domodossola. In questa città di Milano ho alloggiato prima all’Albergo “Isola Bella”, ove detti le mie precise generalità che anzi furono dal portiere trascritte direttamente dal passaporto, ed aggiunsi il nome del padre e della madre che nel passaporto non figuravano e che diedi esattamente. Quindi passai ad abitare in una camera d’affitto in Via Giulio Uberti n. 10 se non erro, presso la signora Rota, dalla quale mi condusse un sensale il cui nome ed indirizzo avevo trovato nel “Corriere della Sera”; anche a questa signora diedi le mie precise generalità che essa rilevò dal passaporto e che io completai con il nome dei miei genitori.

Nessuna ragione avevo di nascondere le mie generalità.

Come ho detto dovetti trattenermi a Milano per essermi ammalato di blenorragia: affrettai il ritorno in Francia, e fu verso il 13 giugno, perché i miei genitori mi scrivevano di essere oggetto di parecchie perquisizioni domiciliari da parte del Console Italiano e della Polizia Francese.

Mi diressi a Parigi ed ai primi di agosto andai a Bruxelles.

Da Bruxelles mi sono recato a Charleroi, presso il mio compagno del quale ricordo solo il nome Pietro, ed a Liegi presso il Cioffi. Fu dopo essere partito da Milano che si formò nel mio animo l’idea di commettere l’attentato nella persona del Capo del Governo, se mi fosse stato possibile: l’idea mi venne per l’esasperazione delle perquisizioni che i miei avevano subito ad Apt. Fu a Charleroi presso il compagno Pietro che confezionai gli ordigni chiusi dal Pietro nella saldatura autogena; fu il Cioffi che mi diede in Liegi il sacchetto dell’esplosivo avvertendomi di stare attento perché era molto potente.

A D. R. I miei viaggi in Francia e nel Belgio fino a questi due ultimi a Charleroi ed a Liegi, dei quali è precisato lo scopo, non avevano obiettivi determinati.

Riprendendo il racconto dei miei viaggi, confermo che verso la fine di dicembre sono tornato a Parigi con le bombe complete ed ho preso alloggio all’Hotel de France, presso la Gare du Nord. Non ho visto nessuno. Quando stetti a Parigi la prima volta nel febbraio-marzo 1930 conobbi la Signorina Ferantel Lina, impiegata alla Legazione Commerciale Russa, alla quale Lina portai una lettera di sua sorella Maria, già conosciuta a New York con del denaro. Essa, la Lina, abitava in Rue du Répas, 14, se non erro; ma non l’ho rivista in questo secondo passaggio per Parigi.

La mia fermata a Parigi fu di quattro o cinque giorni; quindi mi rimisi in viaggio per l’Italia, ove rientrai il 6 dennaio per Ventimiglia, fermandomi poche ore a Marsiglia ed un paio di giorni a Montecarlo.

A D. R. Gli ordigni esplosivi erano sempre con me nella valigetta, tranne i momenti in cui passavo le frontiere. Allora me le mettevo addosso: la più grande nei pantaloni, la più piccola nella tasca del paletot. Nessuno ha mai visto niente.

Sono stato fermo due giorni a Pisa, ed a Firenze tre o quattro giorni; allo scopo di ammirare le opere d’arte; sono giunto a Roma il 12 gennaio. A Pisa e a Firenze non mi hanno chiesto, negli alberghi, il passaporto; ho scritto io sulle schedine il mio nome inglesizzato Miche Schirn.

A Roma ho preso alloggio all’Hotel Royal, scrivendo sulla schedina il nome come sopra; ed ho frequentato il Colonna, per le ragioni che ho detto nei precedenti interrogatori, fino al giorno 3 in cui fui arrestato.

Domanda: Come avete cercato in questo periodo di assumere informazioni per realizzare il vostro proposito di attentare alla vita del Capo del Governo?

Risposta: Facevo da me perché comprendevo essere pericoloso chiedere informazioni. Uscivo la mattina alle 9, mi recavo a Palazzo Venezia per cercar di vedere l’automobile, riconoscere la persona a me nota per tante fotografie, studiare il percorso, collocarmi in un punto ove avessi potuto lanciare l’ordigno, il grande o il piccolo secondo le circostanze. Volevo regolarmi in modo da non fare altre vittime. Ma la verità è che non mi è riuscito mai di vedere, e stavo per perdere la pazienza ed andarmene quando fui arrestato.

Domanda: Perché volevate commettere l’attentato?

Risposta: Per le mie idee anarchiche: per aiutare i miei compagni confinati nelle isole, per la speranza che con la caduta di un uomo cadesse anche un ordinamento politico dittatoriale.

Domanda: Avete mai pensato a servirvi della rivoltella per commettere l’attentato?

Risposta: No, perché era assai facile comprendere che Mussolini ha l’automobile corazzata e con i vetri infrangibili come l’hanno in America tutti gli uomini politici e persino i poliziotti.

Domanda: Dite perché e come avete usato la rivoltella nella stanza-ufficio del Commissariato di Trevi.

Risposta: L’ho tratta per uccidermi per evitare la lunga prigionia che prevedevo come conseguenza del mio operato. Ho voluto uccidermi; e perché sono accorsi gli agenti per disarmarmi, nella colluttazione sono partiti dei colpi che senza mia volontà sfortunatamente hanno colpito degli agenti. Se avessi avuto volontà di uccidere degli agenti o dei funzionari avrei agito antecedentemente quando mi si è presentata la favorevole occasione, sia nel venire accompagnato dall’albergo alla Questura, sia in un secondo momento entro gli uffici, quando io ero seduto sopra un sofà e mentre una persona di riguardo con altri e si misero a confrontare la fotografia del passaporto con un’altra che essi avevano. In quel momento essi non badavano a me, ed io avrei potuto agire con facilità.

Letto, confermato e sottoscritto.

Michele Schirru

Antonio Scerni Giudice istruttore

Vincenzo Balzano Procuratore Generale

* * *

In prosecuzione nelle ore pomeridiane dello stesso giorno e precisamente alle ore 17 nella infermeria del Carcere di Regina Cœli:

Si contesta allo Schirru:

“Contrariamente alla vostra affermazione, che vostra intenzione era quella di uccidere voi stesso e non altri, risulta:

  1. che siete stato visto dirigere l’arma contro il Commissario De Simone voltato di spalle ed esplodere il primo colpo deviato dall’agente Tassi.

  2. che avete gridato fin dall’inizio di questa azione: ‘Viva l’anarchia’.

  3. che la gravità della vostra posizione non vi è apparsa in primo tempo mentre gli agenti e funzionari esaminavano il passaporto, sebbene quando, constatata l’identità della vostra persona, gli agenti iniziavano la perquisizione”.

Lo Schirru risponde: “Io volevo uccidere me; non è vero che abbia puntato ed esplosa l’arma contro il commissario che mi voltava le spalle. Ho gridato ‘Viva l’anarchia’ dopo essermi ferito, anzi ho precisamente gridato: ‘Mi sono ucciso da me stesso: Viva l’anarchia’. Ripeto che non potevo avere l’intenzione di uccidere gli agenti, perché non risolvevo la mia posizione” [...].

Letto, confermato e sottoscritto.

Michele Schirru

Antonio Scerni Giudice istruttore

Vincenzo Balsamo Procuratore Generale

[Pubblicato in Ib., pp. 289-292]

Interrogatorio dell’11 maggio 1931

Ho conosciuto a Parigi una donna nelle circostanze che ho detto nei miei precedenti interrogatori. L’ho conosciuta per Ferandel Lina; non so se sia la Simonetti. Era una giovane sulla trentina, alta, bionda, lavorava alla Legazione Commerciale russa. Con lei ho avuto i rapporti che può avere un uomo con una donna.

D. R. Ho conosciuto di nome un tale Raffaele Schiavina, ma non l’ho mai incontrato di persona.

D. R. Non ho conosciuto Damonti Angelo.

D. R. Nel febbraio dello scorso anno ci fu una festa a Fontenay-sous-Bois; quivi ho visto lo Scotto Antonio e posso aver visto qualche altro che non so se sia il Damonti.

D. R. Nessun’altra indicazione posso fornire sull’anarchico Pietro che mi aiutò nel Belgio (Charleroi) a confezionare l’ordigno; può darsi che fosse anche uno che assumeva il nome di Pietro senza chiamarsi cosi.

D. R. Sono partito da New York il 7 febbraio 1930, col piroscafo “Isle de France”. Giungendo a Parigi il 14 febbraio avevo con me circa tremila dollari, compendio della liquidazione dell’azienda ed inoltre dei miei risparmi, tra cui delle somme che avevo depositato presso le Compagnie grossiste di vendita della frutta.

D. R. Erano ad accompagnarmi al piroscafo il Meloni Giuseppe ed il mio vicino di casa Ferrara. Né l’uno né l’altro di costoro ha comprato l’azienda.

Quindi spontaneamente aggiunge:

Ripeto che tutto il denaro che ho portato con me, e che mi è servito in questo mio viaggio in Europa, era denaro mio. Non ho avuto sovvenzioni da alcuno. Non le avrei mai accettate perché non ho fatto mai il sicario.

Michele Schirru

Antonio Scerni, giudice istruttore

[Pubblicato in Ib., pp. 463-464]

Lettere dal carcere

10 febbraio 1931

Carissimi,

Come forse già sapete, sono qui a Roma in carcere, per un incidente capitatomi.

Non è nulla di grave, perciò non allarmatevi.

Certo è affare che si sbrigherà presto, ed allora potremo rivederci ancora.

Mi dispiace del dolore che forse vi ho arrecato, ma quando si è animati da una idea più forte della nostra ragione, non si pensa prima a tutte le conseguenze; e perciò ora bisogna anche saper sopportare queste conseguenze derivanti da un atto secondo voi insensato.

Dirvi che stia bene non posso, perché bene non si sta in nessun carcere, però con un poco di buona volontà, facendoci l’abitudine a questo regime di vita, anch’essa trascorrerà tranquilla sebbene monotona, e con pazienza attendere la fine della pena che mi daranno.

Se volete scrivermi indirizzate alle Carceri Giudiziarie Via della Lungara 29 Roma Italia

Abbiatevi molti baci carissimi, baciate per me anche Greca, marito, bimbi, baci a Peppino, vostro figlio

Michele

* * *

14 febbraio 1931

Carissimi,

Avevo deciso di scrivere a Minnie, ma pensandoci bene, credo sia meglio che per ora gli scrivete voi.

Anche perché dovrei scriverla in inglese, il che renderà difficile l’invio della lettera, dovendo com’è di regolamento passar la censura delle autorità competenti, e certo richiederebbe una traduzione.

Perciò gli direte voi tutto il mio dolore, per la situazione che io stesso ho creato per me e per loro e voi.

Certo è stato un atto poco ragionato il mio, ma ormai è troppo tardi per pentirsi, perché anche il pentirsi ora a nulla varrebbe, perché tanto le conseguenze cadranno lo stesso inesorabili sul mio capo.

Piuttosto, questa è una lezione d’esperienza che fa rinsavire, e dopo tutto ciò che seguirà, anche per me la vita sarà diversa, se non altro spoglia di sogni, e il mio pensiero verrà impiegato per delle cose più reali nella vita stessa; perciò io ripeto a me stesso che tutti i mali non vengono per nuocere, anche quando da un mal pensare subentra il bene.

Come vedete intestata in questo foglio, mi trovo nell’infermeria chirurgica del carcere, dovendomi curare da ferita al capo da me stesso prodottami tentando suicidarmi, nel momento che realizzavo che per me non c’era altro che prigionia.

L’orrore che destò in me il pensiero della prigione, mi spingeva a tal punto, e gli agenti accortosi del mio gesto cercarono d’impedirmi il farlo, e tentando disarmarmi partirono dalla mia arma dei colpi che ferirono degli agenti, e del quale ne sono molto dolente, perché non intendevo far loro alcun male, ma bensì por fine ai miei giorni. Riuscì tirarmi un colpo, ma il destino volle che solamente rimasi ferito.

La ferita non è grave, fra un paio di settimane ancora credo che sia guarito perfettamente.

Mi sento molto debole, credo sia per la grande perdita di sangue, ma forse potrei rimettermi specie se mi daranno i soldi che avevo con me al momento dell’arresto, e con l’aiuto dei quali, potrò prendere dei cibi adatti alla ricostituzione del sangue, perché col vitto prescritto dal regolamento delle carceri, sarà impossibile rimettersi date le mie condizioni molto deboli.

Questi soldi li richiesi, ma ancora non so la sorte di essi, se sono sequestrati dalle autorità, o se potrò averli. Ad ogni modo vi farò sapere in seguito, se sarà necessario inviarmi qualcosa.

Giorni or sono venne un usciere, per farmi sapere dell’imputazione alla quale dovrò rispondere, essa è mancato omicidio, e il tribunale mi nominò un difensore d’ufficio, ed è l’avv. Sandro Cassinelli di Roma.

Vi prego di scrivere a Minnie per me e baciar forte da parte mia Spartaco e Lela, e voi tutti abbiatevi i più forti abbracci e baci cari, da vostro figlio

Michele

* * *

20 febbraio 1931

Mia cara Minnie,

Debbo scrivere in italiano perché scrivendo in inglese c’è molta difficoltà nell’invio delle lettere dalle carceri, perché prima vengono censurate dalle autorità, e per far ciò, vengono prima tradotte in italiano, ecc., il che vuol dire perdita di tempo ed altro, perciò come dissi, debbo scrivere in italiano, e tu puoi facilmente trovare qualcuno che per te la legga.

Puoi recarti da Amedeo o Joe oppure qualche altro mio amico o compagno, che tutti conoscono bene la lingua italiana, però nello scrivermi tu puoi scrivermi in inglese.

Certo saprai già dai giornali o dalle autorità l’incidente che mi capitò qui a Roma. Come vedi nella testata di questo foglio, mi trovo nell’infermeria chirurgica del carcere, per curarmi della ferita alla testa da me stesso prodottami, e la quale ora è in via di guarigione.

Credo di essere a disposizione del tribunale speciale, e certo la mia situazione non è tanto bella. Ma ormai quello che fu fatto non bisogna pensarlo, ora bisogna attenderne le conseguenze, e saperle affrontare con stoicismo, come si affrontano i pericoli per l’Idea. Ogni idea ha i suoi combattenti ed i suoi martiri, qualche volta si vince ed altre si è sconfitti, io sono un vinto, un caduto, e per i caduti non c’è pietà, mai come ora il grido di Brenno: “Guai ai vinti” lo dovrò sentire in tutto il suo peso; ma che vale ora dir tutto questo?

Ti prego tener sempre a cuore l’educazione e l’istruzione dei bimbi, insegna loro quanto io ho amato la libertà, e quanto loro debbono amarla, conserva per loro tutti i miei libri, e fa che quando siano grandi, sappiano quale fu l’idea che animò il loro padre, e che per essa, lo persero per sempre, ancora essendo loro bambini.

Mi è doloroso il pensare la situazione che ti ho creato, ma abbi coraggio quanto io ne ho. Non demoralizzarti, non perderti mai d’animo, che quando il sole brilla nell’aere, riscalda tutti. E soprattutto non avvilirti né vergognarti di me, perché non sono carcerato per nulla che sia disonorevole, ma per aver troppo amato e creduto nelle mie idee, ed il soffrire per le sue idee, quali esse siano, non sarà mai disonore per l’individuo. Ti pregherei tanto se vuoi inviarmi una fotografia dei bimbi, che vorrei sempre tenere con me. Ho scritto la settimana scorsa a mio padre, ma ancora non ebbi risposta, chissà quale sarà il dolore di mia madre, povera vecchia! lei che non conosce altro che il suo amore materno. Dirai ad Amedeo ed altri amici, che se mi vorranno scrivere qualche rigo, sarei felice riceverlo. Il mio indirizzo è il seguente: Carcere Giudiziario Via della Lungara n. 29 – Roma Italy. Salutami tutti i parenti ed amici, abbiti molti baci, e bacia caramente per me Spartaco e Lela, tuo aff.mo

Mike

* * *

6 marzo 1931

Caro cognato,

Scrivo a te, perché non comprendendo Minnie l’italiano, non so a chi si rivolga lei per leggerle le lettere, e forse a qualche vicino di casa, che è possibilissimo che costui comprenda anche diversamente di quello che io voglio dire, e le spieghino le cose diverse da quelle che sono.

Scrivo a te anche per un’altra ragione, quella che mi preme far conoscere a lei è la verità e la gravità della mia situazione, e non voglio scriverla a lei direttamente per non essere frainteso dato che debbo scriverla in queste quattro pagine. Perciò, tu puoi farle comprendere tutta la verità, quale conseguenza del carcere. Sappi che sono a disposizione del tribunale speciale. Non so ancora quale sia l’imputazione né quando sarà il processo. Son certo però che avrò una pena severa, che mi basterà tutta la vita, se pure non mi fucilano, e di questo sarei più contento, perché io preferisco una morte subitanea a questa morte lenta ch’è il carcere per me. Quale condanna essa sia, son certo che non potrò resistere a lungo, perché la vita del carcere, quanto prima mi dovrà spezzare tutte le energie fisiche e con esse la vita. Come vedi in questo foglio, mi trovo nell’infermeria del carcere, per guarirmi d’una ferita alla testa, ferita prodottami da me stesso, sempre per la ragione che al carcere preferisco la morte. La ferita ora è quasi guarita, però credo che ci sia qualche lesione alla mandibola destra, perché non posso aprire la bocca più di un mezzo centimetro. Ho perso molto sangue, perché la sera del ferimento, nell’ospedale, mi sono sforzato tutta la notte di perdere quanto più sangue potevo, sempre cercando di raggiungere lo scopo che non avevo potuto avere con la rivoltella.

Fisicamente sono molto debole, col vitto che il regolamento carcerario passa, non potrò giammai rimettermi in forze. Le autorità mi hanno sequestrato i danari che avevo con me al momento dell’arresto, e non me li voglion dare; forse con essi, comprando per conto mio dei cibi liquidi e di sostanza potrei rimettermi, perché carne, ecc., non posso usarne non potendo aprire la bocca. Scrivere alla famiglia per mandarmi danari non voglio, perché basta il dolore che loro ho causato, e poi sanno benissimo che avevo del danaro. Perciò date queste mie condizioni fisiche, la mancanza di libertà, di movimento, di cibi atti a darmi le forze perdute, son certo che fra non molto sarà la fine. Non è che sia il rigore del sistema del carcere, ma la mancanza di ciò che più preme nella vita – la libertà – che uccide. Chi non conosce il valore della libertà, vive bene anche in carcere. Moralmente sono tanto forte, che nulla mi potrà scoraggiare, non temo la condanna né la pena che dovrò scontare, perché essa non sarà molto lunga per me. Ora voglio che tu prepari Minnie a ciò col ragionamento, farle comprendere che un individuo del mio essere, del mio modo di pensare, il carcere presto lo uccide, prepararla in modo che ciò la convinca essere una conseguenza ineluttabile della mia perdita di libertà, e, come spero, quando quanto prima riceverà la notizia della fine, non la trovi impreparata, perché non abbia a soffrirne maggiormente. Quando si è preparati in avanti, anche le notizie più tristi nel riceverle sembrano meno dure, perché un giorno o l’altro le attendiamo. Il resto non mi preme, son molto tranquillo, posson far di me quello che vogliono, io sono un caduto, caduto che non può più rialzarsi. Tu che un poco conosci le mie idee, e che forse puoi comprenderle, sono certo che non mi condannerai né mi avrai rancore, per aver creato una sì triste situazione a tua cugina. Puoi anche interessarti quando puoi, affinché Spartaco e Lela crescano educati, ed abbiano un poco di istruzione, son certo che lo farai, dopo tutto son tuoi nipoti, perciò voglili bene. Del giudizio degli altri parenti non mi interessa. Tutto quello che pubblicarono i giornali, il romanzo sensazionale, ecc., sono fandonie, in altra mia ti dirò come sono le cose. Salutami i tuoi fratelli Osvaldo e Marta, salutami parenti ed amici se ancora me ne resta, baciami i bimbi e la tua Ada, a te ed a Rosa t’abbraccio forte,

tuo Mike

* * *

10 marzo 1931

Carissimi,

È la quarta lettera che vi scrivo, ed io ancora non ebbi alcuna risposta da voi.

Vi giungono le mie lettere?

Credo che le autorità le inviino alla loro destinazione, ma chissà se arrivano, dato che debbo inviarle senza francobollo, avendomi le autorità trattenuto i soldi che avevo quando fui arrestato, e così mi trovo nella impossibilità di comprare tutto ciò che mi occorre, e che qui in carcere, tutte quelle piccole cose che si possono ottenere, che il regolamento permette acquistare, per il carcerato sono delle grandi soddisfazioni. Ma purtroppo anche questo mi si nega, nella forma della legalità, avanzando forse chissà quale dubbio circa la provenienza dei miei danari, per il solo scopo di non volermeli dare; sembra che per queste autorità del tribunale speciale, io non potevo possedere qualche migliaio di lire. Se però vogliono possono bene informarsi da New York, se la mia situazione economica, permetteva che io avessi dei denari.

La ferita è ormai quasi guarita, ma sono rimasto molto debole per la forte perdita di sangue, e per la mancanza di cibo sufficiente, per potermi rimettere in forze, cibo che il carcere non passa, ma che io potrei comprarmi con i miei soldi, avendone diritto per regolamento, qualora questi maledetti soldi me li dessero. Hanno fatto di tutto per salvarmi dalla ferita, per farmi vivere a tutti i costi, solo per farmi o lasciarmi qui morire di debolezza lentamente, perché date le mie condizioni non c’è altro scampo. Mi si tratta umanamente, ma anche umanamente mi si condanna alla fame, all’inedia che di certo porterà con sé il male che in poco tempo metterà fine a questa sofferenza. Inviatemi voi qualche cento lire per il momento, perché spero che nel frattempo le autorità si decidano a consegnarmi le mie, che poi, per un buon pezzo non avrò bisogno di null’altro.

Io sono molto sereno, siatelo pure voi, dopo tutto se mi trovo carcerato è perché credevo di far un bene.

Forse anche per voi, come per altri, il mio gesto era riprovevole, ma non tutti si ha lo stesso punto di vista. Il mio più grande dolore è quello d’aver messo Minnie in una triste situazione. Ma ormai è tardi per un pentimento, eppoi a che pro’ il pentirsi? Il pentimento è da deboli se non da gente in mala fede. Io attendo le conseguenze del mio operato, siano esse anche le più gravi, ciò mi lascia indifferente. Abbiate coraggio anche voi, si tratta d’aver subito una sconfitta nella lotta per la libertà.

Io non so perché vi scriva queste cose, ho bisogno di parlar così con qualcuno.

Ora abbiatevi i miei più cari baci, baci a Greca marito e bimbi, e Peppino che fa? Baciate anche lui per il vostro figlio

Michele

* * *

13 marzo 1931

Forse avete di già ricevuto la mia precedente lettera, dico forse, perché dato che le inviano senza francobollo, non so se arrivano a destinazione.

L’altro giorno ho scritto a tuo cugino Amedeo, ma non hanno dato corso. Scrivevo a lui, perché egli conosce l’italiano, così non avevi bisogno di rivolgerti a degli estranei, per farti leggere le mie lettere; vorrei scriverti in inglese, ma credo che ci sia ancora più difficoltà.

Qui bisogna far come dicono e come voglion chi comanda.

Quando si è legati in questo modo, bisogna obbedire e sopportare tutto, ma spero che quanto prima tutto finirà, perché in questo modo io non potrò resistere molto a lungo. Quando scrivi meglio scrivi in italiano, così mi arriva prima altrimenti devono tradurre e nessuno sa se ciò vien fatto, o se del tutto si fa a meno di consegnarmi la lettera non trovando chi faccia la traduzione. Per scrivere in italiano puoi recarti da Amedeo oppure dal marito di Netty.

Così le tue cose restano fra i tuoi parenti, e nessuno estraneo ficca il naso nei nostri scritti.

La ferita è completamente guarita, non così la bocca, che ancora non posso aprire più del solito mezzo centimetro. Deve esserci qualche lesione alla mandibola, e credo che resterò così per tutta la vita. E un affare serio per il mangiare ma non credo d’aver bisogno per lungo tempo, perché sento in me stesso che le forze fisiche mi vengon meno. Sono molto debole, certi momenti con dei capogiri non ho facolta di potermi rimettere in forze e ristabilirmi perché il carcere non passa più di quel tanto, ed i soldi miei mi furono sequestrati, e non me li voglion dare. Ormai son anche stufo di chiederli, sembra che debba chiedere l’elemosina, per avere ciò che ho di diritto, perché il regolamento del carcere permette aver dei soldi, e potersi comprare vitto ed altre cose che qui occorrono al recluso. Ma abbiamo pazienza! – tutti mi dicono se la pazienza curasse il male, e soddisfasse lo stomaco sarebbe una bella cosa; ma io ho davvero pazienza, perché son convinto che di questo passo, molto presto verrà la fine, non c’è altro scampo.

Non affliggerti, io sarei morto lo stesso anche se vivo, è desiderabile una morte subitanea a questa morte lenta, qui si muore ogni giorno, poi che scopo ha la vita qui dentro? Qui si vive invidiando il cane, la vita senza libertà non è vita, ma martirio, martirio lento e continuo che non potrà cessare che con la morte o con l’acquisto della libertà perduta. Se vedi Max Sartin, gli dirai che dica a Nemo l’irlandese che invii a mio padre il “The Harper’s Magazine” – mensilmente – che poi a sua volta mi verrà inviato, credo che passi, perché qui sto leggendo delle riviste identiche. Sembra che tutto ciò che è spedito da familiari qui venga trattenuto, perciò meglio fare in quel modo, se anche su ciò non troveranno delle scuse.

I magistrati di questo Tribunale speciale, sembra che siano difficili a contentare, perché trovano su tutto delle difficoltà, oppure forse è la legge italiana a quel modo.

Salutami tanto tutti i parenti e gli amici, baciami forte Spartaco e Lela, t’abbraccio e bacio forte

tuo Mike

* * *

16 marzo 1931

Carissimi,

Come già vi scrissi trovandomi qui in carcere ed avendomi le autorità sequestrato i soldi che avevo con me, i quali non avrò sino a che non sarà dimostrato che quelli erano miei. Perciò in altre mie vi pregavo di inviarmi un centinaio di lire.

La ferita che vi parlavo in altra lettera, è guarita, ma credo che sia rimasta qualche piccola lesione alla mandibola destra, perché ancora per il momento non posso aprire la bocca al normale, spero che passerà anche ciò, forse sarà essendoci ancora un poco di irritazione.

Per ora null’altro da dire, vi bacio caramente a tutti vostro

Michele

P.S. Il mio indirizzo: Michele Schirru – Carceri Giudiziarie – Roma (Italia).

* * *

17 marzo 1931

Caro Joe,

Non ti sorprenda né ti allarmi questa mia lettera, perché la polizia qui sa benissimo che avevo con te della corrispondenza epistolare. Non sono neanche certo se questa mia ti giunge, perché son costretto a spedirla senza francobollo, avendomi le autorità sequestrato i soldi che avevo con me al momento dell’arresto, e poi anche lo cheque che ho ricevuto.

Ti scrivo per pregarti ancora d’un favore, se qualora il rimanente dei danari che t’inviai da Bruxelles non l’hai di già spedito alla mia famiglia a New York, come erano le mie istruzioni che ti diedi allora, dunque se ciò non l’hai ancora fatto, ti pregherei invece di spedirlo a mio padre, che poi a sua volta, a poco a poco, lo spedirà a me.

Qui sempre abbisogna qualcosa, e tu direttamente non potrai spedirmeli, perché allora mettono in dubbio la provenienza, come per quelli sequestrati, non voglion credere che fossero mie. Meno male che credo si siano informati a New York, per sapere qual era la mia posizione economica colà, se potevo essere in grado di possedere qualche migliaio di lire.

Perciò come dicevo, per esser ricevuto qui, bisogna che sia spedito dai familiari.

L’indirizzo di mio padre è:

Giovanni Schirru

n. 7 rue Saint Delphine – Apt

France (Vancluse)

Avevo fatto meglio se quei soldi l’avevo lasciati con me, forse t’avevo evitato qualche piccola seccatura, ma che vuoi, certe volte non se ne azzecca una.

Però stai tranquillo, che tu non avendoci nulla a che vedere con i miei atti, non hai nulla a che temere. Sono io che mi ho creato questa situazione, ed io solo ne pagherò le conseguenze. La ferita ch’io mi produssi è guarita, ma forse è rimasta offesa la mandibola destra, perché non posso aprire la bocca più di un centimetro.

Io son molto sereno, moralmente son forte abbastanza per resistere alla pena che mi verrà inflitta, quando si è combattenti per l’Idea, bisogna essere stoici e saper soffrire quando si cade.

Ed io oggi son un soldato caduto, un vinto, ma il mio spirito è sempre quello ch’era prima della sconfitta.

Se hai occasione di scrivere in Francia ed in Belgio, mi saluterai qualche bravo compagno che ancora si ricorda di me.

Abbiti i miei più cari abbracci tuo

Mike

P. S. Il mio indirizzo se vuoi scrivermi un saluto è: Michele Schirru, Carceri giudiziarie – Roma (Italy).

* * *

19 marzo 1931

Cara Minnie,

È la terza volta che ti scrivo, però credo che neanche una ti sia giunta, forse perché costretto ad inviare le lettere senza francobollo, non potendo per il momento disporre di soldi, essendomi – quelli che avevo con me – trattenuti per le investigazioni d’istruttoria, ma che poi a suo tempo avrò di certo. Ieri sera mi fecero noto del tuo telegramma, e subito mi fecero rispondere ad esso.

La ferita è ormai guarita, ma ancora non posso aprir bene la bocca, forse causa d’irritazione che ancora c’è in tutta la guancia, oppure sarà qualche lesione alla mandibola. Sono stato molto felice del tuo telegramma, il tuo è stato il più bel pensiero, chè ricevere una parola da persone care, qui dentro, è il più grande conforto che si possa avere. Avevo scritto a tuo cugino, ma non fu dato corso a quella lettera. Quando ti giungono mie lettere, meglio ti rechi da lui, o dal marito di Netty, tanto per fartele leggere e scrivere le risposte, così non farai saper delle cose tue a degli estranei. Io qui sto come si può stare in un carcere. Non avvilirti né scoraggiarti, sii forte abbastanza per tutti gli eventi. Dopotutto l’essere arrestato per le sue idee, non è alcun disonore.

Tutte le buone cause hanno avuto i loro caduti. Pensa molto per i bimbi, loro hanno bisogno di tutto il tuo amore, la tua guida, impara loro ad amare ad essere liberi. Non c’è valore alcuno nella vita se in essa manca la libertà. E per la libertà è bello combattere, soffrire ed anche la morte è dolce per essa. Fa che ciò lo comprendano quando anche loro avranno raggiunto l’età in cui il loro pensiero può ragionare, e giudicare da loro stessi quanto veleno esiste in questa nostra società cosiddetta civile.

Meglio che smetta scrivendo queste cose, perché poi posso incorrere al sequestro della presente. Per ora ho solo bisogno di danaro e nulla d’altro. Saluta tutti caramente parenti ed amici, baci cari a te Spartaco e Lela, tuo Mike.

P. S. Il mio indirizzo: M. Schirru Carceri Giudiziarie Italy Roma.

Or ti dirò com’è la mia cella
Ove passar debbo i giorni miei
È pulita, ariosa, non è bella
È larga quattro passi e lunga sei
Non c’entra sole né la mia stella
Di notte veder posso, ed io vorrei
Veder qualche volta almeno quella
Ove il mio avvenir vi leggerei.

Ho una branda con un materasso
Ch’a dormirci non fa gran piacere
Perch’è stretto e duro com’un sasso
Vitto? una minestra e due passi.
C’è una scodella ed un bicchiere
Non c’è forchetta e si mangia colle mani.

Affinché tu un pensiero n’abbia
Come vivo qui dentro in galera.
Se vai al Bronx Park qualche sera
Fermati e guarda un leone in gabbia.
Vedrai c’ogni cosa lo arrabbia
E va qua e là alla mia maniera
E gli vedrai l’espressione fiera
A volte gioconda o di rabbia.
Tal son’io qui dentro rinchiuso
Ove la vita un poco mai varia
E si vive invidiando il cane
Non c’è nulla di bello pel recluso
Non conforto né sole, non ha aria
Ma acqua abbastanza e forse pane.

Mike

* * *

20 marzo 1931

Caro Amedeo,

ti scrissi anche un’altra volta, ma la lettera non ebbe corso. Forse perché in essa dicevo delle cose che non dovevo dire. Spero che almeno questa ti giunga, così potrai far tu quello che dovrebbe fare Minnie e credo che tu puoi farlo meglio di tua cugina, avendo tu più occasioni di vedere i parenti nostri. Quando vedi Max Sartin, gli dirai che se vede “Nemo, l’irlandese” non credo che tu lo conosci, avendo costui una libreria, dirai a Max che gli dica che mensilmente spedisca a mio padre il “The Harper’s Magazine”, che credo lo facciano passare, perché qui sto leggendo delle riviste dello stesso stampo. Qui leggo “The Macmillan’s Magazine” ma capirai che sono vecchie di trenta anni fa, tutte del 1901-1902 e qualche numero di “The Saturday Evening Post”, perciò essendoci queste riviste permettono credo bene anche al “The Harper’s” non essendoci fra esse alcuna differenza. Siccome per giungere qui con certezza è meglio che tutto sia inviato dai familiari, così credo che inviandole a mio padre in Francia, risparmia del lavoro, eppoi lui non ha bimbi da guardare e credo che per queste cose postali, se ne intenda più di Minnie. Qui in Italy un numero della rivista costa 14 Lire, invece a Nemo gli costano quasi nulla, perché sempre qualcuna gliene rimane, ed in quella non c’è ritorno, ed anche se mi giungono arretrate d’un mese, non è mai tanto come queste di trenta anni.

Ieri ho anche scritto a Minnie, spero che la riceva. Anzi gli dirai che le mie lettere quando le riceve, non le faccia leggere dal primo che capita, e giacché tanto tu, come il marito di Netty, che siete suoi cugini, conoscete abbastanza l’italiano per scrivere e leggere una lettera, è meglio si serva di voi, così le cose sue vengono trattate tra voi parenti. Io qui sto come si può stare in carcere, son tranquillo e cerco di passar questi giorni il più serenamente che posso. Guarderai anche tu, affinché Spartaco e Lela crescano educati ed affabili con tutti, dopo tutto sono anche tuoi nipoti, perciò puoi bene interessarti un poco anche di loro. Dirai a Minnie che non abbia tanti pensieri per me, ma che abbia tanto coraggio quanto io ne ho, per affrontare la triste situazione che le ho creato. Saluta tuo fratello Osvaldo e Max, saluta i parenti e qualche amico se me ne resta, un bacio alla tua Ada, ti abbraccio forte,

tuo Mike

* * *

Primavera 1931

I
Primavera che tu sii benvenuta,
Benvenuta per chi ti può godere,
Chi le tue bellezze può vedere,
Libero, fra fiori e canti ti saluta.

Ma io in questa cella muta
Alcun tuo fior non posso avere;
Eppur felice anch’io, tutte le sere
Sogno di goder la tua venuta.

Ma è solo un sogno o primavera!
Un desio nel core, una speranza.
Ahimé! la realtà è troppo nera.

La mia fede mi dà forz’abbastanza
Pel mio core che ancora spera
Delle genti l’umana fratellanza.

II
No, non giungon sin a noi i fiori
Né i profumi della primavera;
Il bello non allieta i nostri cori
Non una rosa può entrar in galera

Solo martirii, tormenti e dolori
C’è nel mio core, e che sol se spera;
No, non si sanan gli odii i rancori
Privando il bello in questa maniera.

Qui non si sa cosa sia l’amore
Né la parola di redenzione,
Né il dolce linguaggio del fiore.

Si riabilita con l’educazione,
E non s’educa l’uomo col rigore
L’offusca sempre più l’uman ragione.

Vedi bene che nella solitudine son ridiventato poeta, dopo dodici anni che non scrivevo più poesie. Il male è che non si può aver carta quanta se ne vuole per scrivere quello che si ha in testa. Il mio indirizzo è: Michele Schirru – Carceri Giudiziarie – Rome – Italy – Quando scrivi, scrivi in italiano, perché altrimenti si perde molto tempo prima d’averla, perché debbono tradurla prima della consegna, e per la stessa ragione ch’io non ti scrivo in inglese. Baci. Mike.

* * *

31 marzo 1931

Carissimi,

Son nove o dieci lettere che ti scrivo con questa, però credo che non una ti sia giunta, perché ancora non ebbi alcuna risposta. Lo stesso per mio padre, scrissi anche a lui molte lettere e non risposta alcuna.

Scrissi anche due lettere a tuo cugino Amedeo, ma non ebbero corso; vorrei scrivere al marito di Netty ed a Parantoni, ma non ricordo di loro il corretto nome e indirizzo, e poi credo che anche, se scrivessi, di certo non avrebbero alcun corso.

Mi fecero noto il testo del tuo telegramma, al quale mi fecero rispondere subito; e stato un tuo buon pensiero quello, fui almeno quasi felice una serata, perché qui è la sola felicità che si abbia, quando si riceve una parola, un pensiero od un saluto da persone care, e il testo del tuo telegramma è tutto ciò che ho ricevuto, in questi due mesi di detenzione. Perciò, se qualora ti giungesse qualche mia lettera, che puoi conoscere il mio indirizzo, scrivimi spesso, sempre in italiano, così non si perde tempo per la traduzione, e per far ciò, puoi farlo scrivere da tuo cugino Amedeo, o dal marito di Netty, che loro conoscono alquanto bene l’italiano, e così non hai a rivolgerti a delle persone estranee e far sapere ad esse i fatti tuoi. Tieni in mente che le lettere tanto quando partono come quando arrivano qui, sono strettamente censurate dalle autorità, perciò scrivi solo quello che non dia agio ad alcun sequestro di lettera. Anzi, se ti capitano fra i piedi dei curiosi, che non conosci o che conosci poco, o gente che non ha mai avuto nulla di comune con me, che chiedono sapere di me o cose che loro non riguarda, fai bene a mandarli a spasso, senza soddisfare le loro curiosità, io mi immagino già quanti rompiscatole curiosi verranno ad annoiarti su questo riguardo.

Se vedi a Max Sartin, gli dirai che quando vede “Nemo l’irlandese” gli dica che se gli rimane invenduta qualche copia del “The Harper’s Magazine” che la invii a mio padre, così lui la invierà a me.

Quella rivista sarà permessa di certo, perché qui sto leggendo riviste in inglese dello stesso tenore del “The Harper’s”, ma che sono di trenta e più anni fa, per esempio il “Macmillan’s Magazine” e qualche altra. Se tu non puoi vedere Max lo dirai ad Amedeo, che lui avrà di certo occasione di vederlo. I danari che avevo con me al momento dell’arresto sono trattenuti dall’autorità, per disposizione d’istruttoria, però posso riceverne, che mi verrà consegnato, e solo di danaro qui ho bisogno, per comprarmi quelle cose che anche qui occorrono, e che è permesso avere. La salute l’ho buona, e naturalmente sto come si può stare in carcere. Però sono molto sereno. Pensa a dare un’educazione sana ai bimbi, senza avvelenare il loro cervello con delle superstizioni o pregiudizi, insegna loro quale è la mia idea, insegna loro quanto è grande e bella, quanto vale la libertà, perché vorrei che anche loro siano domani due combattenti, due soldati dell’Idea. Farai capire loro che arrestati per troppo amore alla libertà, non è alcun disonore, ed insegna loro ad essere fieri del loro padre. Mandami la loro fotografia, voglio tenerli sempre con me, perché l’unica cosa che amo e che mi preme dopo l’Idea, son loro. L’indirizzo di mio padre per Nemo è: Giovanni Schirru 7 rue Saint Delphine – Apt (Vancluse) France. Il mio indirizzo è: Michele Schirru Carceri Giudiziarie – Rome – Italy.

Salutami caramente amici e parenti, abbiti tu con i bimbi i miei baci più forti e più cari, tuo affezionatissimo

Mike

* * *

3 aprile 1931

Carissimi

Non so se quest’altra mia vi giungerà. Ormai son oltre una dozzina di lettere che vi scrivo, ma ancora non ebbi risposta alcuna. Quale sarà la causa? Io non so cosa pensare, e non so neanche cosa più scrivere. Sembra che per quanto mi studi ad essere accorto per non urtare alcuna disposizione di legge ed incorrere nel sequestro delle mie lettere, non ci riesco, e le autorità trovino in esse qualche frase che cozzi contro queste disposizioni. Ho perso anche la volontà di scrivere. Quando scrivo non attendo più con l’ansia dei primi giorni l’arrivo d’una risposta. Non debbo sapere alcuna notizia dei miei cari. Ed in questi luoghi una parola da persone amate è di gran conforto. Ma mi sto adattando alla solitudine della vita del carcere. La salute l’ho ancora buona, come buono è l’appetito. Naturalmente sto come si può stare in carcere. Ma il diavolo non è così brutto come si dipinge. Tutto è questione di adattarsi.

Questa poi è la settimana della passione del Cristo, una passione di corta durata. La passione dei nuovi Cristi è molto più lunga. Dura forse tutta la vita. Domani, dopo tre giorni di morte, il Cristo della leggenda risuscita a nuova vita. Le genti, come vuole la tradizione, saranno tutte in festa. Saranno danze, canti, fiori, orge, e forse anche proponimenti di bene: ognun sorride felice e spera, nei giorni di festa.

Anche il Cristo leggendario, nella sua passione, ha sofferto, fu calunniato, chiamato traditore della Giudea, fu legato, imprigionato, ucciso. La sua filosofia visse dopo di lui, benché da una setta di allucinati trasformata in divinità, questa filosofia fu tramandata fino a noi. Ed ancora oggi dalla stessa setta viene imposta all’umanità, non solo trasformata, ma anche coperta d’imposture. E per duemila anni fu predicata invano. La filosofia cristiana coperta dal manto della frode fallisce, perché nella predicazione di duemila anni non ha saputo eliminare il più leggero dei mali da questa predicazione messi all’indice. Ciò perché è sempre mancato e manca anche oggi la sincerità ai suoi predicatori. Ma noi, pochi e nuovi Cristi di tutte le epoche, l’abbiamo spogliata da tutte le imposture questa nuova filosofia, e pura qual era ai tempi della sua origine, continuiamo la diffusione di essa. Noi soli, siamo i seguaci della vera filosofia di Cristo. E come quel maestro dobbiamo soffrire tutto ciò che lui soffrì per la sua fede.

La verità ha sempre in tutte le epoche fatto paura a tutti i tiranni. E contro di essa e per arrestarne la marcia han sempre usato tutte le armi e mezzi a loro disposizione. Ma come il maestro – se l’evento non è leggenda, ma storia, e poiché la storia si ripete – anche i Cristi della nostra epoca dopo morti risusciteranno. Perciò anch’io in questa morte civile dell’inazione, ove tutte le attività son morte, mi dico contento “post mortem resurgo”.

Vi bacio fortemente, baciate per me Peppino, Greca, marito e bimbi, vostro figlio

Michele

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7 aprile 1931

Carissimi,

nella mia precedente lettera vi dicevo che solo noi – anarchici – siamo quelli che abbiamo estratto dal cumulo d’imposture ov’era sepolta, la filosofia del Cristo, e pura e bella qual era nella sua origine, ne continuiamo la predicazione.

È la verità. Facciamo ciò, con più buon risultato di quello che non abbiano ottenuto i seguaci d’una setta d’allucinati, in duemila anni di predicazione; i quali, dopo venti secoli che gridano e condannano il furto, oggi i religiosi rubano più di prima.

Senza tema di smentita posso affermare che, se un ladro si convince all’anarchismo, non ruberà più, perché noi insegniamo alle menti umane a ragionare, mentre le religioni ciò vietano, e la ragione uccide nelle menti incolte anche quelle passioni che spingono a commettere delle azioni che possono degradare l’individualità dell’uomo.

Noi apriamo queste menti alla ragione, alle idee, le quali si oppongono e s’impongono alle passioni del male. La nostra predicazione fu iniziata in modo attivo un mezzo secolo fa, da una dozzina di veggenti, gli anarchici allora erano pochi, si contavano sulle dita, oggi siamo milioni, siamo delle falangi, e la nostra azione ha un valore nella vita sociale, e domani quanti saremo? Quale sarà la nostra forza in duemila anni di nostra predicazione?

Bisogna convenire che tutte le azioni creano degli effetti, anche se in piccolo, ed io sono di questa numerosa classe che lavora per questo fine. Ed ogni contributo anche se piccolo è di aiuto alla causa. Non faccio questione di tempo quando sarà l’anarchia, che sono venti anni, anche mille, per una causa tanto grande, bella ed umana?

Se ammettiamo che ognuno di noi eredita impulsi irreprensibili per agire in questo od altro modo, e se obbedendo a questi impulsi, il suo agire non sembra buono a gente di diversi impulsi o temperamenti, io credo però, che per aver obbedito a questi impulsi ereditati, l’individuo non è meritevole né di elogio né di condanna, quanto meno lo è, per esempio, se fosse d’un’altezza di due metri, o se fosse nato coi capelli rossi.

Perciò io credo che proprio voi non dovete condannare il mio agire. Ed allora qual è la causa del vostro silenzio a mio riguardo? Io penso, che nei nostri antenati c’è stato sempre qualche ribelle. Ricordo quello che dicevate quand’ero bimbo; nella famiglia del nonno, tre fratelli, il nonno ed un altro uomini di chiesa, l’altro invece tutto l’opposto. A differenza dei suoi fratelli, non scrisse ai suoi tempi quella poesia che ancora ricordo questi versi? “Dei preti sono poco amico – altrettanto lo sono dei frati – neppur di essi son nemico – ... li amo come fratelli cristiani – ma da casa mia stiano lontani”.

Io di certo ho ereditato impulsi ed idee da questo, e voi dagli altri. Deve essere certo che forse nei secoli scorsi, forse nei tempi della dominazione spagnola qualche nostro antenato, ribelle alla tirannia del suo tempo, si sarà ritirato nei monti e nelle foreste, e con altri generosi combattenti per la libertà della Sardegna, dando molto filo da torcere alle autorità spagnole, e per la libertà sapevano tutto sacrificare e morire.

Io e quell’altro vostro zio abbiamo ereditato da questi, ed io almeno ne sono orgoglioso e contento.

Condannate se volete il mio operato, ma non si condanna il mare per essere in tempesta. Ho cercato di spiegare brevemente, non avendo altra carta disponibile, e credo d’esserci riuscito.

Ora se volete scrivermi e darmi vostre notizie io ne sarò contento, altrimenti vuol dire che non debbo più considerarmi vostro figlio. Vi bacio ed abbraccio forte, vostro

Michele

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10 aprile 1931

Cara Minnie,

con questa sono oltre una dozzina di lettere che ti scrivo, ma non ebbi mai alcuna risposta. Lo stesso è per mio padre, perché potendo scrivere due volte la settimana, ho quasi sempre scritto una volta a te, un’altra a lui, e da nessuno ebbi mai risposta. Scrissi anche due volte a tuo cugino Amedeo, ma quelle non ebbero corso.

Qualche settimana fa, qui mi fecero noto il testo d’un telegramma, con a firma il tuo nome di battesimo, ma vedendo che ricevo nulla d’altro, mi fa anche supporre che questo fosse apocrifo.

Ti scrissi in altre mie, che quando mi scrivi, fa che sia in italiano, perché qui altrimenti bisogna prima far la traduzione e per leggerti e scriverti le mie lettere, non rivolgerti mai a degli estranei, giacché dei tuoi cugini come Amedeo, oppure il marito di Netty, conoscono bene questa lingua, e così le cose tue restano fra parenti.

Ti dicevo anche, che se capitan fra i piedi dei curiosi in cerca di notizie sul conto mio, farai bene a mandarli a quel paese, e farai bene a non parlar di me con gente che non conosci o conosci poco.

Sai bene che io ho sempre avuto una avversione a questa classe di curiosi, e m’immagino, quanti di questi verranno ad importunarti, per appagare la loro curiosità.

Io son molto ansioso di aver notizie, qui è il solo e grande conforto che si possa avere, quando si riceve qualche parola da persone care. Son molto ansioso anche di saper come sta mia madre, la quale in questi ultimi tempi era alquanto malaticcia, e chissà, nel colpo che avrà avuto nel sapermi qui, cosa sarà mai successo. Ma mi sembra che sia condannato a non saper nulla, perché scrivo e nessuno risponde alle mie lettere.

A quest’ora Lela avrà imparato a scrivere credo, ed anche Spartaco a quest’ora sarà un piccolo ginnasta. Fa che crescano sani di corpo e di mente, e soprattutto non avvelenare la loro mente bambina con delle superstizioni o pregiudizi, ma fa che crescano liberi, e che imparino ad amare la libertà. Ora saranno anche grandetti e belli, e mi farai molto piacere se mi invierai la loro fotografia.

Abbi coraggio e sii tranquilla come io lo sono, che essere carcerati per le sue idee, non è affatto vergogna né disonore. Quando si professano idee, bisogna anche saper soffrire per queste. Da quando si conosce la storia, tutti i militanti delle idee innovatrici ebbero a soffrire carcere, calunnie e rogo, perciò il caso mio non è il primo né sarà l’ultimo.

La mia salute è buona, come lo è pure il mio appetito; naturalmente io sto come si può stare in un carcere. Qui non ho altro bisogno che di danaro, non potendo per il momento usare quello che avevo.

Salutami caramente parenti ed amici, e tu ed i bimbi abbiatevi i più forti baci, tuo

Mike

* * *

14 aprile 1931

Carissimi,

Scrivo così tanto per scrivere, non avendo altro da fare, ma son certo che non vi arriverà neanche questa, come non arrivarono mai a destinazione alcuna mia lettera che in due mesi ho scritto. Se per caso almeno questa vi giungesse, sappiate che la mia salute è buona, come ho anche buono l’appetito, e in complesso sto come si può stare in carcere. Non ho mai avuto risposta neanche da mio padre, ho anche scritto a mia sorella in Sardegna ed ebbi lo stesso risultato. Chissà perché?

Ho molto desiderio di aver la fotografia di Lela e di Spartaco, ora saranno grandetti, e Lela avrà già imparato a scrivere. Io qui non ho altro bisogno che quello di soldi, per comprarmi delle cose che occorrono. Ed ora la lettera sarebbe finita, non avendo altro da dire, e dicendo di più, ho paura di cozzare contro le cosiddette disposizioni di legge, ed andare incontro ad un altro sequestro di lettera, perciò meglio fantasticare un poco.

I
Oggi è Pasqua, di già le campane
Suonan prima che si levi il sole;
È Pasqua, e le genti cristiane
Fan tutte festa come l’usanza vuole:

Son suoni e canti, son rose e viole,
Tutti sorridon, si salutan stamane
Ma solo noi nelle nostre tane,
sorrider né salutar un altro puole,

Eppur tutti credon in questo santo
Giorno, che Cristo il mondo ha redento;
E per oggi ognun s’asciuga il pianto

Ché passar deve questo di contento.
Ma a colui che privan tutto quanto
può esser felice un sol momento?

II
Giornate come questa che il sole
Brilla in cielo, e gli augelli
Cantan giulivi i loro ritornelli
E si sente il profumo delle viole.

Pei campi le fiorite aiuole
E mille e mille altri fiori belli
Profuman l’aria, ed i monelli
Per la campagna disertan le scuole.

Giornate come questa così belle,
Correr pei campi, coglier fiori,
Inebbriarsi di sì dolce ebbrezza.

Ma ahimè! in queste nostre celle
Etern’è l’ombra nei nostri cuori,
E com’in sogno si pensa sì gran bellezza.

III
Era una sera d’aprile come questa,
Si vedeva il sol che tramontava;
Lei seduta per terra ascoltava
Delle campane il suono di festa.

Era tanto bella, e la sua testa
Adorna di fiori che le dava
Un’aria di dolcezza, e consultava
Il mio sguardo con voluttà mal desta.

Alfin s’alzò, spinta d’un’ebbrezza folle
Mi baciò in bocca con certa grazia
Che all’amante promette di gioire.

Ci sdraiammo sopra l’erba molle,
Ci alzammo con voluttà mai sazia;
Ciò che successe non lo posso dire.

IV
Ma non splendon più le stelle in cielo,
La luna non ha alcun chiarore,
La natura è coperta d’un opaco velo.
Non ha profumo più alcun fiore.

È appassita, non ha più colore
Nemmeno la rosa nel suo verde stelo.
Tutto, tutto attorno a me muore
Come d’inverno il suo forte gelo.

Tutto per me è angoscia, e pianto,
Tutto per me è pena, e dolore,
Ché perso ho la libertà ch’amo tanto.

Rido colla bocca, piango col cuore;
La tristezza mi copre col suo manto,
E nessun sente il mio grido d’amore.

E per oggi credo che basti, basta anche perché non ho più carta, ed altra non se ne può avere. Saluto tanto parenti ed amici, abbiatevi i miei baci più cari e più forti.

Mike

* * *

16 aprile 1931

Carissimi,

Non posso capire il perché io non posso ricevere alcuna notizia da nessuno; forse le mie lettere non vi giungono, come di certo non giungeranno neanche ai miei genitori. La causa credo sia per la mancanza di francobolli, non avendo danaro per comprarne.

Spero che almeno questa vi possa giungere, e sapere che la mia salute è buona, e qui non ho altro bisogno che di danaro, per potermi comprare tutte quelle piccole cose che qui molto si desiderano, e che anche il regolamento permette avere; come il fumare, vitto, ecc.

Sono molto in ansia per sapere notizie di mia madre, non so quale triste effetto l’abbia fatto, il sapermi in queste condizioni, e per lei, sarà stato di certo un colpo terribile, dato che, poveretta, in questi ultimi tempi, era alquanto malaticcia. Sapessi almeno che lei sta bene, quale maggiore tranquillità avrei.

Eppure ho scritto a voi ed a loro tutte le settimane, ma sempre inutilmente. In questo posto, nessuno può sapere quanto dolce sia una parola, un saluto che si riceve da persone che si amano. È il solo conforto, la sola felicità che tanto si desidera. Ho scritto una lettera a mia sorella, chiedendole notizia di mia madre, e pregandola che inviasse il mio indirizzo a loro, ma neanche lei si degnò di rispondermi, e credo che lei almeno avrà ricevuto la mia lettera, perché se le lettere senza francobollo, non vanno sino in Francia ed America, ma da qui in Sardegna arrivano di certo.

Ormai non ho più volontà di scrivere ad alcuno, e quando scrivo lo faccio senza speranza di aver risposte, ma scrivo per passar il tempo scrivendo, e scrivere qualche mio pensiero.

Qui non si scrive spesso, si legge a volontà. Sto leggendo delle riviste in inglese di trenta, quaranta ed anche sessanta anni fa, sì, ne lessi parecchie del 1870-76, figurati che argomenti di attualità trattavano. Perciò scrissi in una mia, che se puoi vedere Max Sartin, gli dirai che dica a Nemo (l’irlandese) che ti dia o che invii a mio padre per essermi poi inviate, un numero mensilmente di: “The Harper’s Magazine”, perché a lui sempre rimane qualche numero invenduto; e qui di certo si possono ricevere, non essendo politica, e giacche ci sono queste che qui leggo, essendo dello stesso stampo. Mi fu notificato il testo d’un tuo telegramma, al quale mi fu fatto rispondere subito, l’hai ricevuto? Ora i bimbi saranno grandetti. Lela che classe frequenta? ha imparato a scrivere? Continua Spartaco nella sua ginnastica? A quest’ora sarà un piccolo ginnasta.

Come sempre ti scrissi, fa’ che crescano di corpo e di mente, senza avvelenare le loro menti ancora bambine con pregiudizi, superstizioni, e tutte le imposture che son assurte a verità, morale, giustizia e onore. E quando saranno nell’età che potranno capire abbastanza, insegna loro quali furono le mie idee, per le quali ho sacrificato tutto, vita, affetti e giovinezza.

Perciò conserva per loro tutti i miei libri, sarà quello il patrimonio che da me erediteranno, ma sarà un patrimonio il più bello, il più puro, un patrimonio ideale, l’amore che tutti gli esseri debbono avere per la Libertà. Inculca in loro questo amore ch’è il più grande e più bello amore. Ed ora ti prego di rispondere subito, in italiano però, che così non si perderà tempo per la traduzione. L’indirizzo è questo: Michele Schirru Carceri Giudiziarie – Roma – Italy.

Salutami parenti ed amici, abbiatevi i miei più cari e più forti baci, vostro

Mike

* * *

23 aprile 1931

Carissimi,

Non so perché le mie lettere non vi giungono, come pure non giungono neanche ai miei genitori in Francia. Né da voi e né da loro, ebbi mai alcuna risposta; in tutto il tempo che sono qui, ho soltanto ricevuto un telegramma, firmato col tuo nome di battesimo. Scrissi anche una lettera a mia sorella in Sardegna, chiedendole notizie di mia madre, e pregandola che inviasse il mio indirizzo ai genitori, ma neanche lei rispose. Non so più che fare, né che pensare, è certo che le mie lettere non arrivano.

Ormai non ho più alcuna volontà né speranza, quando scrivo, lo faccio svogliatamente, e scrivo tanto per scrivere, perché è certo che non ottengo alcuna risposta.

Ora, chiesi alle autorità il permesso ed i mezzi dai miei soldi – che mi sono stati e sono tutt’ora trattenuti – di poter fare due raccomandate con ricevuta di ritorno, una a voi, e l’altra ai genitori. Non so se mi concederanno ciò. In tutti i modi se questa mia vi giunge, sappiate che la mia salute è ottima, come ottimo è il mio appetito. La vita qui non è bella, perché in un carcere non può essere tale. Sto come si può stare in carcere, ecco tutto; ma il diavolo non è così brutto come lo si dipinge. Non ho altro bisogno che quello di danaro, non potendo ancora usare i miei, che come dissi sono ancora trattenuti dalle autorità. E se questa lettera vi giunge, rispondete subito, però in italiano, altrimenti si perde del tempo, dovendola prima tradurre, caso mai si scriva in inglese. Per scrivere le lettere in italiano, può farlo Amedeo oppure il marito di Netty, che conoscono bene questa lingua, così non c’è bisogno di ricorrere a degli estranei, e far sapere ad altri le cose nostre.

Spartaco e Lela, a quest’ora saranno cresciuti. Lela saprà scrivere ora, e Spartaco continua nella sua ginnastica? Credo che ora sia un piccolo ginnasta. Fa che crescano sani di corpo e liberi di mente, senza inculcar in loro alcun pregiudizio né superstizione.

Mi saluterai tanto Amedeo e la sua famiglia, Netty ed il marito, Parantoni e tutti gli altri parenti, e saluterai anche degli amici se qualcuno ancora mi resta tale. Se vedi Max Sartin lo saluti per me gli dirai che dica a Nemo (l’irlandese) che m’invii il “The Harper’s Magazine” per tramite tuo o di mio padre.

Ed ora abbiatevi i miei più cari e forti bacioni.

Michele

* * *

27 aprile 1931

Cara Minnie,

È quasi tre mesi che scrivo continuamente, e non ebbi mai alcuna risposta. La sola cosa che ho ricevuto è stato un telegramma firmato col tuo nome di battesimo, al quale risposi anche per telegramma e lettera. Questa credo che la riceverai di certo. Prima spedivo le lettere senza francobollo, non avendo danari per comprarli, – i danari che avevo sono ancora trattenuti dalle autorità – ma ora ho avuto i mezzi per poter fare due raccomandate, anzi ebbi cento lire, e così per due settimane o tre, me la passerò bene. Qui si ha solo bisogno di danaro, si può comprare del vitto, da fumare ed altre piccole cose che fanno bisogno. Naturalmente la vita è monotona, si vive come si può vivere in un carcere.

Bisogna cercare di passar i giorni il meno tediosi e tristi ch’è possibile, il resto non conta.

Son molto tranquillo e moralmente forte, attendo con calma le conseguenze del mio agire.

Sii calma ed abbi coraggio anche tu, quando si è nella mia posizione per l’Idea, non è affatto vergognoso né degradante per un individuo.

Non importa quale sia la fine, non demoralizzarti; ma sii forte per affrontare l’avvenire. Cerca soprattutto che i bimbi crescano sani di mente e di corpo, non avvelenare il loro cervello bambino con pregiudizi e superstizioni, imposture assurte a legge morale. Quando avranno una età per comprendere, insegna loro quali siano le mie Idee, e se le troveranno buone, belle e giuste, e che crederanno valga combattere nella vita per esse, lo facciano volentieri. Insegna loro ad esser liberi ed amare la libertà di loro e l’altrui. Non c’è alcun patrimonio che valga quanto la libertà.

A quest’ora saranno grandetti, Lela avrà già imparato a scrivere, e Spartaco se continua nella sua ginnastica, ora sarà un piccolo ginnasta. Mandami la loro fotografia.

Se puoi vedere Max Sartin, gli dirai che dica a Nemo (l’irlandese) che cerchi d’inviarmi il “The Harper’s Magazine” però deve far ciò per tramite di mio padre per dare a te meno seccature – perché qui tutto dev’essere spedito dai familiari. Quando rispondi scrivi in italiano, altrimenti abbisogna far prima la traduzione e una lunga perdita di tempo. Tuo cugino Amedeo ed il marito di Netty conoscono bene questa lingua, e loro possono scriverti le lettere, così le cose tue rimarranno fra i tuoi parenti.

Non ricordo bene il cognome né l’indirizzo di Parantoni e del marito di Netty per scriver anche a loro.

Mi saluterai tu tutti questi, saluta anche gli altri parenti ed amici, e tu coi bimbi abbiatevi i miei più forti e più cari baci, vostro

Mike

* * *

1° maggio 1931

Compagni,

“Date fiori a ribelli caduti
con lo sguardo rivolto all’aurora”

P. Gori

In questo giorno d’alate speranze, il mio spirito, libero come sempre, è perché con tutte le leggi e restrizioni non seppero ancora incatenarci il pensiero – varca queste mura ed i mari, per unirsi al vostro coro d’umane aspirazioni.

Questo giorno, che ci ricorda le gioie di battaglie vinte ed il dolore di tanti compagni caduti, sia ancora, compagni, il giorno proponimento di continuare senza inutili soste, la marcia per la realizzazione del nostro ideale. Non si arresta la vostra marcia per raccogliere e piangere i caduti; i caduti non si piangono, si salutano col pensiero e si sostituiscono al loro posto di battaglia.

Si continui indefessamente nel nostro lavoro fecondo perché l’avvenire sarà nostro. Gli uomini, che per legge di natura son nati liberi, dopo i molteplici e vari esperimenti per la loro vita sociale, vedendo in questi il fallimento di trovare la loro felicità, ritorneranno alla natura, alla libertà, cioè all’Anarchia. Non ci scoraggino le soste forzate d’una battaglia perduta, ma si attinga nuova forza e coraggio nel nostro sublime Ideale d’amore. Il nostro cammino sarà lungo e faticoso, ma guardiamo fidenti la nostra meta che di certo raggiungeremo. Volgiamo lo sguardo al passato; sessanta o settanta anni or sono, gli anarchici si contavano ad uno ad uno; poi si contarono a mezze dozzine e centinaia; oggi non ci contiamo più perché siamo in molti, siamo delle falangi piene di forza e di fede, e sormonteremo tutti gli ostacoli nel nostro cammino. Se siamo cresciuti in sì gran numero in così poco tempo, vuol dire che i pochi che ci precedettero, non lavorarono invano. Nemmeno noi lavoreremo invano, perché il seme della nostra seminazione è sano, bello e puro, e presto o tardi si raccoglieranno i frutti. Questo giorno ci parla di speranza, sognate dai nostri maestri, i quali, nell’avverso tempo più che mai, in esse riscaldavano i loro cuori, e per esse si tempravano alla lotta. Tutte le cause ebbero i loro morti. Ogni sistema tramontato ormai, cercò con tutti i mezzi, di mantenersi in vita il più lungo possibile. Ed ogni epoca nuova, prima d’affermarsi, dovette lasciar sul terreno non pochi dei suoi combattenti. Così il nostro tempo, non può dar posto pacificamente a un tempo nuovo. Ma l’Anarchia sarà. Sarà perché soltanto in essa è tutta la bellezza della vita. Sarà perché essa è l’avvenire. Sarà perché è una questione umana, di libertà ed amore. Portate, compagni, per tutte le strade del mondo la parola vivicatrice, che animi i delusi e risvegli i dormenti. Ed in tutte le strade del mondo troverete gente che soffre e spera, che ingrosserà le vostre colonne, e porterà nuova forza per le future battaglie. In questo giorno, ogni sofferente saluta il levarsi d’un sole nuovo.

Tutti gli inni che risuonano nelle aere, è un tuono che fa tremare un mondo che tramonta. Le faville che guizzano splendono come astri, ed illuminano il cammino dell’avvenire. Ed in questo Primo Maggio, tenetemi presente, perché anch’io nella mia forzata inattività, vi seguo col pensiero e con esso vi saluto. Date all’Idea tutte le vostre volontà, tutte le vostre forze e combattete da forti. Come sempre. Ed in ogni luogo. Si dimostri al mondo che l’Anarchia è sempre più viva che mai. Viva l’Anarchia.

Abbiatemi, compagni, vostro per l’idea, Mike.

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4 maggio 1931

Carissimi,

Son già dieci giorni, che ho ricevuto il vostro vaglia di cento. Grazie tante. Qui il solo bisogno che si abbia, è quello d’un poco di danaro, col quale si può comprare del sopravitto, tabacco ed altre cose che occorrono, e che il regolamento permette avere. Ora per un due settimane o tre, la passerò bene.

Non risposi subito attendendo qualche vostra lettera. Fu inutile l’attesa. Perché? Se per aver agito secondo i miei impulsi innati in me, sono da voi biasimato, mi dispiace moltissimo, ma non ho nulla a dolermi d’aver obbedito a questi impulsi. Se la vostra idea non è la mia, per questo non si lascia un figlio senza notizia di sua madre.

Dopotutto, credo di aver fatto del male (?) soltanto a me stesso. Ed allora? Non capisco il perché non scrivermi. Non tutti si nasce con la vocazione di farsi prete. Ed io sono orgoglioso e fiero delle mie idee, quanto può esserlo Nino per la sua veste nera. Con la sola differenza che io mi sento dalla parte della verità, lui invece, lo credo nell’impostura. Intanto combattiamo entrambi, ma per un diverso fine. Lui per redimere e salvare le anime dal peccato, io per redimere i nostri corpi da tutte le forme di asservimento e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Egli, nella sua lotta usa i mezzi che più crede adatti, io i miei; ma non bisogna dimenticare che anche Cristo ricorse alla violenza, per scacciare i mercanti dal tempio. Nemmeno da Minnie ho ricevuto nulla fuorché il telegramma che credo vi abbia già detto. Ieri però ho ricevuto una lettera di Greca da Parigi, la sola cosa in tre mesi che sono qui. È stato un gentile pensiero il suo, a scrivermi. È tanto dolce sentirsi ricordato da persone amate. È l’unico conforto che si possa avere. È un raggio di sole che viene a riscaldare ed illuminare questa eterna notte.

Greca è piena di speranze e mi dice d’aver coraggio. Se fosse solo il coraggio che mancasse, allora non mi mancherebbe nulla. Come non averne, quando si è animati da una bella idea che vivifica? E se non si ha il coraggio delle proprie azioni e lo stoicismo di saper soffrire le conseguenze di queste azioni, non capisco perché si militi e si servono delle idee.

In tutte le battaglie c’è stato il vinto ed il vincitore, e naturalmente il vinto ne ha sempre la peggio.

Che val disperare? Ogni buona seminagione dà il suo frutto. E la mia idea, ossia la propaganda per questa è una buona seminagione davvero. Se non mi scrivete perché non condividete le mie idee, è far male, non c’è una ragione per privarmi della gioia di saper vostre notizie; e non è neppure un mezzo per farmi abbandonare le idee. Chiedevo e chiedo soltanto di saper come sta mia madre. Queste mie notizie che si danno anche ad uno sconosciuto qualora questi le chieda. Ma spero però, che fra non molto, avrò appagato questo desiderio. La mia salute è sempre buona, come sempre lo è il mio appetito. Qui nulla varia, si sta sempre lo stesso, come si può stare in qualsiasi carcere. Vorrei sapere anche di Peppino, che fa? È ritornato con voi? Lasciate che anche egli viva la sua vita come meglio crede. Nel periodo che non sapevo se le mie lettere vi giungevano, scrissi anche ad Antonietta chiedendo vostre notizie. Neanche lei si degnò rispondermi, ciò non mi sorprende. Io e loro siamo agli antipodi. Ed anche se scordato da tutti, nella solitudine di questi luoghi, avrò sempre compagna la mia idea che mi conforta e riscalda il mio cuore ed anima il mio pensiero.

Direte a Peppino che se mi scrive mi farà piacere. Baciate per me Greca ed i bimbi, abbiatevi tutti i miei più cari baci, ed un forte abbraccio dal vostro

Michele

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7 maggio 1931

Carissimi,

Finalmente ieri ho ricevuto una vostra lettera datata il 28 aprile u.s., la sola che ho avuto in questi tre mesi. La lettera che voi dite del 6 dello stesso mese, non l’ho mai vista. Come scrissi nella mia precedente, il vaglia di cento lire mi fu consegnato il 24 dello scorso mese.

Vi ringrazio tanto per i soldi. Abbisognavano davvero. Mi dispiace immensamente per Greca, ma con un poco di cura, e regola nei cibi, spero che gli acidi gastrici scompaiano presto, e si ristabilisca in salute.

Io la prima lettera ve la scrissi il 10 del mese di febbraio, e vi scrissi tutte le settimane seguenti. Lo stesso feci per Minnie, ma ancora da lei non ebbi risposta. Pazienza! col tempo verranno anche quelle. Anzi, ora credo che anche lei abbia scritto, ma che le sue lettere abbiano fatto la fine della vostra del 6 d’aprile.

Son contento che Peppino siasi fatto vivo; lasciate che anche lui viva la sua vita come meglio crede, ormai non è più bambino. Da lui ancora nessuna lettera. Se scrive forse riceverò. Quando si scrive non bisogna che ci sia nulla che possa urtare le disposizioni di legge, altrimenti le lettere non vengono consegnate. Quando si riceve delle notizie da persone che si voglion bene, è un grande sollievo in questa solitudine.

La mia lettera che avete ricevuto, quella datata il 3 aprile, è solo metà lettera, il seguito o conclusione era in un’altra scritta il 7 dello stesso mese, la quale non ebbe fortuna d’aver corso. Ormai fa lo stesso. Spero che almeno questa vi possa giungere presto. È oltre una settimana che scrissi a Minnie una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma ancora non so neanche s’è partita.

Non prendetevi a dolore la mia sorte, che tanto non si ricava nulla. Abbiate coraggio e siate sempre contenti, non importa quale questa sorte essa sia. Io son molto calmo, e con tranquillità attendo il mio fato. Siatelo voi pure. Non è disonore né vergognoso essere arrestato per le sue idee. Perciò niente paure.

Eppoi, perché disperarsi? È abbastanza l’aver perso la libertà, senza cercare di perdere anche la salute. Bisogna essere un poco filosofi, e saper prendere con stoicismo anche le avversità che ci cadono fra capo e collo. Dopotutto, il tempo passa lo stesso anche qui, monotono quanto si vuole, ma passa. E tutta questione d’abituarsi, ed una volta fatta l’abitudine, non ci si accorge di nulla, né nulla si desidera.

La mia salute è ottima, solo non posso ancora aprir la bocca al normale, causa la ferita, che ora è completamente guarita. Col tempo anche la bocca sarà a posto.

Abbiatevi, tutti, i miei più cari baci, bacioni ai bimbi, vostro

Michele

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11 maggio 1931

Carissimi,

È oltre tre mesi che scrivo continuamente, senza aver mai avuto risposta.

Perché? Fu mai ricevuta alcuna mia lettera? E se ciò fosse, quante mie lettere son state ricevute? Due settimane ad oggi, inviai una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, ma non so neppure se questa è partita.

Ho ricevuto in tutto, da quando mi trovo qui, una lettera di mio padre, ed un’altra da mia sorella Greca, quella che trovasi in Francia. Mio padre dice che tutti loro stanno bene, fuorché Greca che trovasi affetta da gastricismo allo stomaco. Lei però non mi scrisse nulla di ciò, forse per non farmi rattristare.

Mi sembra che sia tutto inutile che vi scriva, non vi giungono. Almeno se non scrivo non attendo risposte. Io penso a molte cause, ma chi può mai saper la vera causa di ciò? Ad ogni modo tento ancora, certo non potrò mai pensare sì male a vostro riguardo, perché non dipende da voi, se ancora non ebbi vostre notizie.

Son molto desideroso d’aver la fotografia di Spartaco e di Lela, a quest’ora saranno grandetti, e Lela saprà già scrivere.

Se non scrivo più, sarà perché non avrò ancora ricevuto nulla da voi, e non perché non vi pensi e vi voglia bene.

Anche mio padre, di tante lettera che gli scrissi, ne ha ricevuto soltanto due; e di due che ne scrisse lui io ne ebbi soltanto una. Quando scrivete, non scrivete nulla che possa urtare le cosiddette disposizioni di legge, altrimenti non mi vengono consegnate.

Questa è una delle lettere più stupide che mai abbia scritto, e debbo ripetermi sulla stessa cosa, tanto per finire i due fogli.

Se ricevete questa, sappiate che la mia salute è buonissima, son molto tranquillo ed attendo con calma il mio fato.

Siate forti e con coraggio sappiate sopportare le conseguenze, quali esse siano, delle mie azioni.

Non ho nulla da rimproverarmi né nulla da rinnegare, son sempre quello che ero ieri, e sarò lo stesso anche domani.

Saluti e baci cari a voi tutti, salutatemi parenti ed amici, vostro

Mike

P. S. il mio indirizzo è:

Michele Schirru

Carceri Giudiziarie

(Italy) Roma

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15 maggio 1931

Cara Minnie,

Ieri ho avuto un altro tuo telegramma, ti lamenti perché non scrivo, eppure dal 10 febbraio u.s., ho scritto settimanalmente.

Non so, se tu avrai scritto qualche lettera, ma sappi che neanch’io ho mai ricevuto tue lettere.

Dal periodo che mi trovo qui, ho solo ricevuto una lettera da mia sorella Greca – quella ch’è in Francia – ed un’altra da mio padre. Anch’egli, di tante lettere che gli scrissi, ne ha solo ricevuto due. Credevo sempre che le mie lettere non giungessero a destinazione, causa la mancanza di francobollo, ma poi ebbi cento lire dai miei soldi trattenuti dalle autorità – e questi lo sono tuttora – e potei comprarmi dei francobolli, ma sembra che sia inutile lo stesso.

Il 27 dello scorso mese, t’inviai una lettera raccomandata, l’hai ricevuta? Ho sempre scritto al tuo vecchio indirizzo, ora vedo dal telegramma ch’hai cambiato, perciò recati alle 22a strada, e vedi se qualche mia lettera sarà giunta.

Spero che almeno questa ti giungerà, altrimenti non so più cosa fare, se vedo ch’è tutto inutile il mio scrivere, non vale la pena di far ciò. Scrivere ed attendere la risposta, che mai viene, contando con ansia i giorni, i quali passano senza che portino l’oggetto atteso, per poi cadere nella più triste delusione, è una pena che potrei risparmiarmi, perché se non scrivo nulla attenderò. Non penserò di male a tuo riguardo, perché ciò non dipende da te, come altrettanto tu, non credere che non ricevi mie lettere perché io non ti scriva. Volevo anche scrivere al marito di Netty ed a Parantoni, ma non ricordo esattamente il loro cognome e l’indirizzo, e credo che non ne valga la pena, perché tanto non riceveranno neanche loro. Mi addolora tanto il saperti priva di mie notizie, ma che posso fare ancora? Certo bisogna aver pazienza e non perdersi mai d’animo.

Sii forte e coraggiosa per tutti gli eventi, io son molto tranquillo, e con calma attendo l’epilogo di questo dramma.

Ti scrissi sempre che ho molto desiderio d’aver la fotografia di Lela e di Spartaco, perciò inviale. A quest’ora saranno grandetti, fa che crescano sani di mente e di corpo, e soprattutto non avvelenare il loro spirito con dei pregiudizi stupidi e con delle imposture, assurte a morale ed a leggi sociali. Fa che crescano liberi, ed insegna loro ad esserlo ed amare la loro e l’altrui libertà. Ora specialmente che la loro mente è in formazione, non inculcare in essi nulla che non sia la verità. Non cedere né a stolti consigli o preghiere di falsi amici e parenti per battezzarli, ma fa che crescano così, che quando comprenderanno, se ciò lo credono utile, lo faranno da loro stessi.

Il 26 dello scorso mese, ho anche ricevuto cento lire da mio padre. Abbisognavano davvero. Così unite alle altre cento lire che prima dissi, passerò un mesetto meno male. Per il resto, la mia salute è buona. Qui sto come si può stare in un carcere. Tutto è questione d’abituarsi; una volta fatta l’abitudine, il tempo passa lo stesso. L’animale uomo poi, è l’animale che s’abitua a tutto e tutto sopporta facilmente, prova ne sia nelle condizioni in cui vive. Non disperarti ed abbi sempre coraggio, la mia situazione di oggi è quella che da un momento a l’altro, può capitare ad ognuno ch’è animato da idee innovatrici. E quando si hanno delle idee, bisogna avere il coraggio delle proprie azioni, e saperne anche sopportare le conseguenze di esse.

Anche se non ricevi mie lettere spesso, scrivimi sempre, in mezzo a tante qualcuna troverà la strada d’arrivare sin qui. Bacia per me i bimbi, salutami tutti i parenti ed amici, t’abbraccio forte, tuo

Mike

[Lettere pubblicate in G. Galzerano, Michele Schirru, op. cit., pp. 322-363]

Il processo

Interrogatorio condotto dal luogotenente generale on. Guido Cristini.

– Incominciamo ora: da quando avete deciso di non essere più italiano e di naturalizzarvi cittadino americano?

– A New York verso il 1925.

– Vi naturalizzaste cittadino americano nel 1926. E quando tornaste la prima volta in Europa?

– Nel febbraio del 1930.

– E dopo che sbarcaste a Le Havre?

– Mi trattenni qualche tempo a Parigi.

– Quando veniste in Italia la prima volta?

– Il 18 aprile per Domodossola.

– Voi affermate di aver passato il confine con una comitiva di maestri inglesi che veniva in Italia per scopi turistici.

– Si era nello stesso vagone.

– Vi fu chiesto il passaporto?

– Mi fu chiesto. Lo esibii, venne esaminato e poi mi venne restituito.

– E dove andaste poi?

– A Milano dove presi alloggio in un albergo, dando le mie generalità.

– Avevate allora l’intenzione di compiere qualche attentato?

– Ancora nessuna intenzione.

– E allora perché vi fermaste a Milano?

– Per visitare la Fiera campionaria.

– Bisogna allora decidersi: eravate in Italia per fare il turista o invece per qualche altro scopo? Vi ricordo quanto diceste nei primi interrogatori. Voi affermaste di essere partito la prima volta dall’America e di essere sbarcato in Europa e poi venuto in Italia all’unico scopo di fare la pelle a due persone del vostro paese, Pozzomaggiore, le quali mentre voi eravate in America vi avrebbero ripetutamente lanciato delle sfide e promesso di far di voi un salsicciotto.

– Questa è la verità.

– Ma perché non aspettaste quelle persone in America? Ad ogni modo, giungendo in Italia, per quel motivo perché non siete andato subito a Pozzomaggiore, e siete invece rimasto a Milano?

– Rimasi a Milano per curarmi di un’infezione venerea. Mentre ero in quella città ricevetti una lettera dai miei genitori da Avignone, nella quale mi si comunicava che era stata fatta una perquisizione in casa loro, perché le autorità desideravano conoscere se era vero che ero partito per l’Italia onde compiere un attentato alla vita del Capo del Governo. Decisi allora di ritornare in Francia e poiché ero ingiustamente accusato di una cosa che non era ancora incominciata a maturare nel mio cervello, ne fui irritato e allora pensai per la prima volta di compiere sul serio l’attentato.

– Non pensaste piuttosto che eravate proprio voi che davate fastidio ai genitori con la vostra condotta?

Il Presidente dà a questo punto lettura della lettera scritta dal padre all’imputato, con data 6 aprile 1931, in cui è detto fra l’altro: “Tu ci rechi un grande dolore: perché commettesti questo deplorevole atto? Recasti anche una grande offesa a tre onesti ed ottimi agenti della forza pubblica, benemeriti e martiri del dovere. Domanda perdono ai tre agenti: cambia fede, lascia la falsa fede per abbracciare la più vera, la più giusta ed onorata fede fascista, apportatrice di ordine e disciplina, di pace e di tranquillità e di benessere sociale. E questa fede conserva fino all’ultimo momento della tua vita”.

Presidente: Questo significa che vostro padre non ha voluto mai, neanche allora, scrivervi delle lettere o comunque parlarvi in un modo risentito che potesse spingervi a maturare in voi il pensiero di commettere un attentato.

Sempre a domanda del Presidente, l’imputato dice di essere rimasto qualche tempo in Francia, quindi andò nel Belgio, a Bruxelles, a Liegi e a Charleroi; fu appunto durante la sua permanenza nel Belgio che preparò le bombe; la preparazione venne decisa a Bruxelles, in un’adunanza di anarchici per protestare contro il trattamento che la Russia bolscevica faceva ad un anarchico, tale Ghezzi. Preparate le bombe nel Belgio, queste dovevano essere fatte scoppiare in un primo momento all’Ambasciata sovietica di Parigi.

Presidente: Del resto, il modo di impiegare le bombe era in un certo senso indifferente per voi: l’interessante era di averle.

– Da Parigi mi recai a San Remo viaggiando in pullmann.

– Non vi consigliaste con nessuno?

– Con nessuno, perché non mi fidavo: all’estero si ha sempre fra i piedi qualche spia.

– A Milano che avete fatto? Vi siete pure intrattenuto due mesi.

– Sono sempre stato solo.

– Non foste anche a Losanna?

– Sì, ma di passaggio: mi ero fermato prima a Parigi.

– Vi siete fermato anche a Montecarlo?

– Per giocare.

– Il passaporto col quale rientraste era vostro o era falso?

– Non ho mai avuto passaporti falsi.

– Da Domodossola andaste a San Remo, dove invece vi tratteneste poco. Perché?

– Non mi era piaciuta troppo la residenza, e ripartii subito per Pisa.

– Questa volta avevate fretta. A Pisa cosa andaste a fare?

– Il turista.

– Gia, voi portavate indifferentemente il Bedaker o le bombe. E a Firenze cosa avete fatto?

– La stessa cosa.

– Amore dell’arte, dunque? Poi da Firenze passaste a Roma. In un caffè, all’Aragno, conosceste una ballerina ungherese, la Luckoski.

– Fu una conoscenza occasionale. Con lei convissi due giorni, all’albergo Colonna, dove poi fu arrestato.

– Adesso ditemi come e quando avete cercato in via Nazionale di individuare l’automobile del Capo del Governo.

– I primi tre giorni che fui a Roma girai la città. Poi frequentai Via Nazionale e Piazza Venezia per vedere se potevo riconoscere l’automobile del Capo del Governo, la cui figura mi era più che nota attraverso le fotografie. Volevo individuare il percorso per poter decidere dove commettere l’attentato, cercando di fare il minor numero di vittime.

– Per quanto tempo?

– Per tre settimane feci tale percorso.

– Nessuno vi ha detto mai niente?

– Nessuno. Dopo aver fatto questo divisai di tornare a Parigi per andare a collocare una bomba all’ambasciata sovietica.

– Sempre per l’anarchico Ghezzi?

– Volevo dare una lezione a Stalin per ricordargli come vanno trattati gli anarchici.

– E durante le vostre peregrinazioni in Via Nazionale e Piazza Venezia avete mai portato con voi le bombe?

– No, le avevo addosso quando varcai la frontiera; ma poi le depositai in una valigia.

– Neppure la rivoltella avevate con voi?

– La rivoltella sempre: era una pistola automatica a dodici colpi.

– E quale bomba avreste adoperato per l’attentato?

– A seconda delle circostanze.

– Perché volevate commettere l’attentato?

– Noi anarchici siamo messi all’indice.

– Ma come, se avete potuto girare per un anno intero indisturbato?

– Sì, ma mi cercavano.

– Volesse Dio, che vi avessero acciuffato prima.

– Non mi avrebbero trovato le bombe.

– Alludevo anche ai vostri precedenti attentati – ribatte il Presidente.

– Voi avete un fratello sacerdote?

– Sì.

– Volevate dunque uccidere Mussolini?

– Mussolini era per me il rappresentante di un sistema – risponde l’imputato.

Il Presidente lo interroga quindi sui suoi complici: Egli dice che al Polidori disse soltanto che intendeva venire in Italia per vendicarsi di due suoi nemici di Pozzomaggiore.

– Quali rapporti avete avuto con la signorina Ferrantel, a Parigi?

– Era una dattilografa addetta all’Ambasciata sovietica che conobbi per caso, con la quale strinsi rapporti, ma non di carattere politico.

– Nelle vostre lettere ricorre sovente il nome di “Zio Joel”. Chi era costui?

– Era un nome convenzionale; il Polidori lo avevo conosciuto in America ed avevo ripreso i contatti con lui dopo che si era trasferito a Londra.

– Sicché voi dite che i vostri complici nulla sapevano dell’attentato?

– Assolutamente nulla. Come anarchico, io non ricevo ordini da nessuno.

– E allora perché il Polidori firmava con uno pseudonimo?

– Forse immaginò qualche cosa, ma io non gli dissi nulla dell’attentato.

Il Presidente gli contesta a questo punto alcune lettere scrittegli dal Polidori col quale risulta che l’anarchico era stato in corrispondenza. In una lettera raccomandata è detto: “Non abbatterti, tua sorella Maria”.

– Che significava ciò?

– Era un invito a non avere pensieri – risponde evasivamente l’anarchico.

– Sennonché la stessa sorella Maria, cioè il Polidori, vi inviava poco dopo duemila lire: a quale scopo?

– Ero rimasto sprovvisto di mezzi.

– Perché vi consigliava di rimanere nello stesso albergo e vi inviava persino giornali italiani con una grande fotografia di una adunata fascista intorno al Duce?

– Non so spiegare neppure io questo invio.

– Strano l’interessamento di questo Polidori se vi ingiungeva persino di non allontanarvi da Roma se non dopo avere “compiuto l’intero viaggio”.

– Non so spiegarmi neppure io.

– Conoscete l’anarchico Carlo Monicelli?

– No.

– E questa fotografia la conoscete?

– Sì.

– È precisamente quella del Monicelli.

– Ricordo che mi rivolsi a costui per avere una falsa carta di identità.

– ... per la quale deste il nome di vostro fratello prete.

– Sì.

– E gli avete reso un bel servizio!

– Voi affermate – dice il Presidente – di avere estratto la rivoltella per suicidarvi: risulta invece che voi puntaste l’arma prima contro il commissario De Simone. Perché, ad ogni modo, avevate la rivoltella carica?

– Perché lo era sempre; non l’avevo caricata per la circostanza.

– Avete però scaricato l’arma sugli agenti e se l’arma non si fosse inceppata chissà quale strage aveste compiuto.

– Non avevo ragione di ferire gli agenti: i colpi sono partiti durante la colluttazione.

– Nemmeno avevate desiderio di fuggire a quanto pare; per voi tutto è casuale.


[Pubblicato col titolo: “Michele Schirru condannato alla fucilazione alla schiena” su “La Stampa” di Torino del 29 maggio 1931, pp. 1-2]

Requisitoria del sostituto Procuratore Generale Carlo Fallace

Il sostituto procuratore generale inizia affermando di provare un solo imbarazzo destinato ad essere combattuto e vinto dalla piena consapevolezza del dovere che su di lui incombe. Trattasi di dover mantenere e comprimere quei sentimenti di orrore indicibile, di nausea profonda, di indignazione che suscitano nell’animo suo, i fatti delittuosi di cui deve occuparsi; e ciò per non turbare la necessaria serenità di spirito che deve accompagnare il rappresentante della legge durante l’obiettiva disamina delle risultanze processuali.

L’oratore entra quindi nel vivo della causa e si chiede chi sia Michele Schirru. Della sua vita passata ha fornito preziose informazioni la sua famiglia; la sorella ha esposto tutte le atroci sofferenze provate da tempo dai familiari, e in particolare modo dai vecchi genitori, a causa della pessima condotta politica dell’attuale imputato. Del resto notizie ancora più precise sul suo essere ce le ha fornite lo Schirru medesimo a mezzo dei suoi scritti vergati durante la preventiva detenzione: sono inni all’anarchia, all’odio, alla violenza. In questi suoi scritti sono esortazioni ai familiari affinché siano inculcate, nei suoi figli, le sue malsane idee: disumano attentato al divino candore dell’infanzia!

Dalle risultanze processuali emerge che lo Schirru è un violento di natura, un individuo di strana morale, per il quale, per esempio, l’assassinio non è il parossismo della collera, il funesto pensiero di un istante, ma un naturale mezzo di lotta. Schirru insomma è un individuo infinitamente pericoloso per la società, che egli combatte.

Quindi passa ad esaminare le azioni criminose dell’imputato: quanto all’attentato contro il Capo del Governo, ricorda che dalle stesse dichiarazioni dello Schirru emerge tutto l’iter criminis dall’America a Roma e aggiunge: “Pregustando con satanica voluttà i terribili effetti del suo infernale piano e ricevendo aiuti da compiacenti degni compagni che purtroppo non mancano al di là del confine, egli, facendo la spola tra Francia e Belgio, riuscì a confezionare due bombe ad alto esplosivo, che amorevolmente trasportò a Roma, in un grande albergo, Royal, che per strano caso è situato in una delle vie più battute dall’automobile presidenziale”.

Alla metà di gennaio ha iniziato la caccia alla predestinata vittima con regolari appostamenti. Oltre alle due bombe lo Schirru ha a sua disposizione una rivoltella a undici colpi e un caricatore di riserva, via Nazionale e piazza Venezia, sono quotidianamente ispezionate. Studia il modo d’introdursi a Palazzo Venezia. La Divina Provvidenza assiste il Duce, e le ricerche riescono improduttive. Attende allora la convocazione della Camera. Frattanto però il criminale cade in potere della giustizia, e ai funzionari di P.S., che lo interrogano, cinicamente afferma che sarebbe riuscito nell’intento se avesse avuto buone informazioni in Italia.

Fin qui le confessioni dello Schirru, ma in atti vi è la prova dell’esistenza di un vero e proprio complotto. L’anarchico si era tenuto in stretto contatto con i suoi complici residenti all’estero, dai quali riceveva denaro, ordini e perfino rampogne per non aver profittato di occasioni stimate utili a commettere il misfatto.

L’oratore giustifica queste affermazioni con la lettura di numerose lettere pervenute allo Schirru dalle quali emerge la prova dei rilievi fatti. Quindi continua: “Voi Schirru, anarchico convinto e confesso, nel febbraio 1930, avete abbandonato l’America per venire in Italia. Perché? Per fare la pelle ad alcune persone che, voi dite, vi avrebbero inviate lettere offensive. Prendo atto di coteste vostre nobili intenzioni, del vostro istinto sanguinario, ma osservo che voi evidentemente mentite. Mentite, perché è risultato accertato che nessuna lettera offensiva quelle persone da voi nominate ebbero ad inviarvi. Mentite, perché durante la vostra permanenza in Italia, di ben altre cose vi siete occupato. Voi dunque avete abbandonato l’America col prestabilito proposito di compiere atti terroristici in Italia. Dopo breve, misteriosa apparizione a Milano, ove vi siete presentato con false generalità, voi siete tornato all’estero ed avete complottato con rinnegati della vostra risma.

“In Francia sorse l’idea dell’odioso attentato. In Francia e nel Belgio voi avete compiuto i vostri atti preparatori, ed ivi confezionaste le bombe che dovevano servire per il delitto, le bombe che una regolare perizia ha riconosciute sommamente micidiali. Ma da questo momento, molto voi avete ancora fatto per riuscire nel vostro criminoso intento. Il treno di lusso, l’irreprensibile smoking, il falso nome, il primario albergo, non a caso scelto, situato in luogo in cui più facilmente può incontrarsi la predestinata vittima, l’affannosa ricerca di questa, il quotidiano appostamento con l’arma e le bombe pronte.

“Ma cotesti atti da voi compiuti, dopo quello preparatorio, già accennato, sono evidentemente atti esecutivi idonei e diretti, in modo non equivoco, alla consumazione del preconcertato delitto, non verificatosi per causa indipendente dalla vostra volontà, sono quegli atti esecutivi insomma che caratterizzano il tentato omicidio contro la persona del Capo del Governo, uno cioè dei fatti di cui all’art. 1 cap. della Legge 25 novembre 1926 n. 2008.

“E ora, signori del Tribunale, ho finito. Per giudici quali voi siete, non occorrono perorazioni. Aggiungerò soltanto, prima di por termine al mio modesto dire, che l’episodio dell’agente Tassi, ferito dallo Schirru, dell’agente Tassi che steso sul tavolo operatorio, in imminente pericolo di vita, prima di rivolgere il suo mesto pensiero ai propri cari che è per abbandonare per sempre, manifesta con il viso raggiante di gioia tutta la infrenabile sua soddisfazione per aver contribuito, sia pur modestamente, alla salvezza del Duce, dimostra al mondo intero quanta sia sconfinata in Italia la devozione verso il proprio Duce e fa meglio profilare, dinanzi ai nostri occhi, tutta la gravità di un gesto che ha offeso in uno dei più sacri affetti un intero popolo che reclama riparazione e giustizia.

“E io a voi, giudici, che avete più volte dato prova di saper bene maneggiare la tagliente spada della giustizia fascista, quando il caso lo esiga, chiederò solo: oggi, come ieri, giustizia sia fatta. Per Michele Schirru ho l’onore di chiedere la pena di morte mediante fucilazione alla schiena”.


[Pubblicato col titolo: “L’anarchico Schirru condannato a morte dal Tribunale Speciale”, su “Il Corriere della Sera”, 29 maggio 1931, p. 1-2]

Arringa del difensore avv. Cesare D’Angelantonio

“L’ala della morte è entrata nell’aula ed ha agghiacciato il nostro cuore. È toccano a me, per designazione del presidente, l’onore e il tormento di contendere la vita di un colpevole alla giustizia punitiva. Compito arduo e terribile! Ma non mai, come in queste solenni occasioni, si sentono la nobiltà e la bellezza della nostra missione di avvocati. La toga pesa, sì, come una croce, ma risplende come un’assisa d’onore. E bene ci sentiamo i ‘collaboratori della giustizia’, come ebbe a dire con alto riconoscimento il Capo del Governo. Non abbiamo altro intento che quello di compiere un dovere di umanità e di coscienza, dimenticando noi stessi per frugare in un’anima buia, e ricercare le luci della sensibilità per offrirle alla pietà vostra”.

“Anzitutto il delitto di Schirru non è inteso a colpire il fascismo. Schirru è un anarchico per il quale ogni forma di governo si uguaglia e il suo odio contro il governo dei soviet è anche più intenso che quello contro il Regime d’Italia. È un anarchico che vuol attuare da solo le sue false ideologie. In ogni modo, giudicando umanamente, non può condannarsi alla pena capitale un uomo che ha solo tentato un’opera criminosa. Punire lo Schirru si comprende, ma deve essere punito con un senso di equità, anche tenuto conto che l’imputato cercò di procurarsi la morte, e non dipese da lui se la morte non venne.

“Si pensi poi che lo Schirru, di temperamento enfatico, non ha trovato nella famiglia una remora alle sue idee aberranti, e invece nella sua vita randagia, all’estero, non si è incontrato che con persone malate come lui e che lo hanno avvelenato e lo hanno trascinato al delitto. Non si dimentichi che durante la guerra l’anima sarda dello Schirru risorse e andò a combattere da buon soldato: in ogni modo nel suo passato non si riscontrano segni della pericolosità delle sue idee. E non si deve avere per lui almeno un palpito di pietà?”.


[Ibidem]

La sentenza

Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato composto da: Presidente: Cristini Guido, Console Generale della M.V.S.N.; Giudice Relatore: Presti Giovanni; Giudici: Cau Lussorio, Ventura Alberto, Rambaldi Giuseppe, Piroli Alberto, Oliveti Ivo, Consoli della M.V.S.N.; ha pronunciato la seguente

sentenza

nella causa contro: Schirru Michele, nato il 19.10.1899 a Padria (Sassari), commerciante. [...]

imputato

[...]

“Stabilita, pertanto, la piena responsabilita dello Schirru in ordine a tutti i reati ascrittigli e poiché la pena da infliggere per il reato principale di cui al numero 1) all’epigrafe [organizzazione di un attentato al Capo del governo] è quella di morte mediante fucilazione, ritiene il Collegio che gli altri reati, come risulta dalla rubrica, dei quali lo Schirru si rese anche responsabile, data la pena capitale, non possono formare oggetto di particolari sanzioni che da quella pena verrebbero assorbite. Ritiene di dover specificare che la pena venga mediante fucilazione nella schiena”.

[...]

Roma, 28.5.1931 – Anno IX

Presidente: Cristini Guido

I giudici: Cau Lussorio, Oliveti Ivo, Rambaldi Giuseppe, Ventura Alberto

Il giudice relatore Giovanni Presti


[Pubblicata per intero in G. Galzerano, Michele Schirru, op. cit., pp. 555-559]

Verbale dell’esecuzione

L’anno millenovecentotrentuno IX il giorno ventinove maggio in Roma e nel Forte Braschi, località espressamente designata dalla autorita militare.

A seguito dell’ordine del Comandante del Corpo di Armata Territoriale di Roma, n. 210 R.P. in data di ieri (ventotto maggio 1931) di dare esecuzione alla sentenza del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato pronunciata lo stesso giorno 28 maggio 1931 e con la quale Schirru Michele di Giovanni e di Andria Carmina nato a Padria (Sassari) il 19 ottobre 1899, fu condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena siccome responsabile di avere concertato insieme ad altri di attentare alla vita di S.E. il Capo del Governo e di avere poi, in esecuzione di tale concerto, confezionato due ordigni esplosivi che trasportò in Italia per lanciarli contro la persona designata, nonché di altri reati minori.

Si dà atto:

  • che è presente sotto le armi, disposto in quadrato, il 112° Battaglione Camice Nere della 112a Legione M.V.S.N. (dell’Urbe), designato all’esecuzione;

  • che è presente inoltre il Rev.mo Cav. Paolo Mattei fu Giuseppe, domiciliato a Roma, cappellano della 112a Legione M.V.S.N.;

  • che è pure presente il Dottor Cigala Emanuele de Fabrizi, domiciliato in Roma, medico chirurgo, centurione medico della 112a Legione M.V.S.N.;

  • nonché il Maggiore dei RR.CC. Marino Cav. Roberto addetto all’ufficio di Polizia giudiziaria presso questo Tribunale Speciale.

Il detenuto Schirru Michele è stato tradotto dalla forza pubblica nel luogo designato per l’esecuzione.

Si fa risultare che, in luogo appartato e senza la presenza di altra persona, si è presentato al detenuto il Reverendo Padre Mattei che gli ha offerto l’assistenza religiosa che è stata senz’altro rifiutata.

Collocato lo Schirru di fronte al quadrato della milizia mobilitata, l’ufficiale più elevato in grado Console Giua Cav. Armando, ha letto ad alta voce la sentenza di condanna.

Lo Schirru è stato quindi posto a sedere di fronte al quadrato con le spalle rivolte alla truppa e con le modalità richieste dal regolamento sul servizio territoriale; il drappello di dodici uomini comandato per l’esecuzione si è avvicinato in silenzio su due righe, arrestandosi a sei passi dal condannato; l’ufficiale ha ordinato il fuoco abbassando il braccio destro ed il condannato si è abbattuto alle ore quattro e minuti trenta.

La morte immediata è stata accertata dall’ufficiale medico, dopo di che si è ordinato il seppellimento del cadavere.

Si dà atto che l’esecuzione non è stata pubblica ai sensi dell’art. 4 del R.D. 12 dicembre 1926, n. 2062.

Letto, confermato e sottoscritto.

Roma, 30.5.1931.

Il Cancelliere Capo Dirigente

Augusto Ferrazzoli

[Ib., pp. 592-593]

Il testamento

Nacqui trentun anni or sono, in un piccolo paese della provincia di Sassari.

Non ebbi un’infanzia di privazioni e di stenti; mio padre, allora impiegato, guadagnava abbastanza per il mantenimento della famiglia benché numerosa.

Sin da fanciullo manifestavo il mio spirito vivace; mal sopportavo le imposizioni, e le prepotenze dei più forti, mi esasperavano. Dovevo aver dieci anni quando incominciai a leggere, e ben presto con vera avidità, “L’Asino” di Podrecca e un altro giornaletto “Il seme”. I dialoghi di “Salinzucca e Masticabrodo” mi appassionavano tanto che nel mio animo di fanciullo prese forma una vera e propria avversione contro i preti e la Chiesa.

Crebbi così scapigliato e selvaggio, come tanti crescono nella nostra isola.

Non frequentai molte scuole. In Sardegna più che in qualsiasi altra parte dell’Italia, la scuola è il privilegio dei ricchi. Nei suoi piccoli paesi non esiste che la terza classe elementare; solo i capoluoghi di mandamento hanno fino alla sesta classe. Chi volesse proseguire gli studi, oltre alle elementari, dovrebbe recarsi a Cagliari o a Sassari. Ma le condizioni economiche della gente povera che vive del suo lavoro, non hanno mai permesso in nessuna parte d’Italia e tanto meno in Sardegna, di mantenere a pensione ed a scuola in città lontane e dispendiose.

Ma se io non potevo muovermi, la parola della speranza nella redenzione umana, la parola della libertà, varcava i monti, e passava i mari arrivando anche nei nostri piccoli paesi.

Quando un oratore veniva dalle nostre parti a parlare di socialismo, di anticlericalismo e di emancipazione da tutte le ingiustizie che da secoli infiniti le classi privilegiate infliggono a tutti i diseredati della terra, io non mancavo mai di accorrere ad ascoltarli. La mia mente ancora bambina li comprendeva poco, ma io li ammiravo, li adoravo quasi, questi oratori, come i miei contemporanei adoravano i loro santi e le immagini religiose delle loro chiese.

Avevo una gran sete di sapere, leggevo, mi appassionai al socialismo, e questo fu la mia prima fede.

Non per molto, tuttavia. A quindici anni potei lasciare la Sardegna e recarmi sul continente dove presi contatto con degli operai aventi una coscienza politica matura.

La loro compagnia e le loro discussioni suscitavano in me il più vivo interesse; erano il pane spirituale che da tempo cercavo. Allora la mia mente che s’apriva conobbe l’ideale anarchico, la sua bellezza, la sua grandezza. E il socialismo mi parve una povera cosa con le sue preoccupazioni politiche, con le sue battaglie elettorali, con le sue paure di turbare le laboriose digestioni di lor signori. Il mio era un temperamento ribelle, la mia era una coscienza, se pure in formazione, tutta tesa verso un completo ideale di libertà e di giustizia; e nei libri e negli opuscoli anarchici, così vibranti di entusiasmo, trovavo le parole e i pensieri che perfettamente esprimevano il mio stato d’animo e le mie speranze.

Così divenni anarchico. Attratto da quel grande ideale di libertà e di giustizia integrale che è l’anarchia, ma anche dall’ardore e dal disinteresse con cui gli anarchici si impegnavano nella lotta per la demolizione del regime sociale esistente. Credo che solo noi anarchici siamo i veri difensori della libertà, solo noi comprendiamo tutto il suo valore; e per essa tutto noi sacrifichiamo, perché essa tutto è per noi.

Venne la guerra. Nell’agosto del 1917, fui a Torino, e nei moti contro la guerra di quella città, fui arrestato da un brigadiere dei carabinieri, sardo anche lui, un certo Dore, che credo sia poi rimasto ucciso in un conflitto con degli operai durante il periodo dell’occupazione delle fabbriche. Poi dovetti anch’io fare il soldato per tre anni, dei quali quattordici mesi di guerra.

Dopo l’armistizio presi parte alle agitazioni del popolo italiano, partecipando, benché militare ancora, alle sue dimostrazioni. In occasione dei movimenti del 20-21 luglio 1919, ancora soldato, fui arrestato, e non so per quale miracolo non fossi deferito al tribunale militare, come in quei giorni mi si minacciava. Forse lo devo alla paura che in quel periodo aveva preso possesso delle autorità.

Dopo l’abbandono delle fabbriche da parte degli operai, per il tradimento vigliacco del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro, anch’io disgustato ed avvilito per le battaglie perdute e per le energie sprecate, presi la via dell’estero, pensando che in Italia non ci fosse più nulla da fare.

Andai dapprima a Parigi, poi a New York; e negli Stati Uniti rimasi per dieci anni. Ed anche in America feci del mio meglio per non essere mai assente dalla lotta: contro l’opera nefanda del prete, come contro l’infiltrazione fascista nelle colonie italiane.

A Pittsfield, Mass., nel marzo del 1921, fui aggredito e pugnalato da un emissario del prete italiano del luogo, e fui ferito ad una spalla ed al fianco sinistro. Il mio assalitore fu ferito da una palla di rivoltella ad un piede, ed io venni arrestato ed accusato di assalto con intento di uccidere. Liberato sotto cauzione di trecento dollari, evitai il processo assentandomi. Compresi allora che dovunque vadano gli anarchici sono messi all’indice e perseguitati senza scrupolo: io, l’aggredito, ero l’accusato; il mio aggressore, perché sicario di un prete, era l’accusatore. La giustizia dello Stato è uguale in tutti i paesi.

Presi parte alle agitazioni per i nostri due grandi martiri Sacco e Vanzetti. Fui altre volte arrestato nella lotta antifascista ed ho la coscienza tranquilla di avere a questa portato un buon contributo, di cui i fascisti d’America serbano ricordo.

Il fascismo come tutte le altre dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore. Mussolini, con le sue vigliaccherie, con le sue feroci persecuzioni di tutto un popolo, coi suoi cinismi brutali non aventi altro scopo che di conservargli il potere, io l’ho sempre considerato un rettile dei più dannosi per l’umanità. Le sue pose da Nerone, da boia, da carnefice di un popolo e della libertà che si gloria di strozzare e di calpestare, mi hanno sempre ispirato odio, odio e ribrezzo, non per l’uomo, che è poco più di mezzo quintale di carne flaccida e avariata, ma pel tiranno massacratore dei miei compagni, traditore di quei lavoratori che sino a pochi anni prima lo avevano sfamato. Quest’odio accumulato da anni e anni di riflessione, compresso nel mio cuore di uomo libero, dovrà un giorno esplodere.

Fino dal 1923 pensavo che per stroncare la tirannia bisognava stroncare il tiranno. La libertà non è un corpo putrefatto che si possa calpestare impunemente. La storia ci insegna che in tutti i tempi la libertà calpestata dai tiranni ha trovato difensori arditi. La tirannia assolda i sicari; ma la libertà crea i vindici e gli eroi. E nessun esercito di sicari è mai riuscito a trionfare della volontà né ad arrestare la mano del giustiziere.

Ai primi di quest’anno venni in Europa col solo scopo di incontrare questo boia e ricordargli che la libertà è ancora più viva che mai, che ancora riscalda il cuore dei ribelli e li spinge al sacrificio, e che non è ancora spenta la buona razza degli anarchici che sanno vendicare le crudeltà e le torture inflitte ai propri compagni.

Nel maggio di quest’anno in occasione dei viaggi clamorosi del tiranno nell’Italia Settentrionale, e specialmente a Milano, cercai inutilmente di mettere in esecuzione il mio piano. Dovetti purtroppo constatare che non basta avere la volontà occorre anche avere il mezzo adeguato per colpire. E vista l’inanità del mio sforzo, ripigliai la via dell’estero onde aver agio di prepararmi meglio e procurarmi il materiale che mi occorre per poter colpire bene o con sicuro effetto.

Oggi ritento la prova, certo di riuscire, certo che la vendetta cadrà inesorabile e provvidenziale sul mostro che, non contento del martirio inflitto a quaranta milioni di italiani, fra poco, sempre per libidine di potere, d’accordo con la monarchia sabauda, razza di traditori e di codardi, e con la complicità di tutti gli altri fascismi d’Europa, scatenerà su tutto l’uman genere il flagello sterminatore di una nuova guerra.

Il mio gesto non sarà delitto, perché riparazione di crudeltà senza numero e prevenzione di stragi ancora maggiori; non sarà assassinio perché volto contro una belva che d’umano non ha che l’apparenza: sarà un servizio reso all’umanità Ed è dovere d’ogni uomo amante della libertà, d’ogni anarchico il compierlo.

Ma se io cadrò senza avere raggiunto il risultato che da tanti anni spero di raggiungere, sono sicuro che altri prenderà il mio posto. Ai tiranni non si perdona, non si deve dar tregua mai. Facciamo nostro il motto del tiranno stesso: “rendere la vita impossibile ai nemici”. Nessuno più di lui è nemico del genere umano. Ebbene, noi dobbiamo cercare con tutti i mezzi ed in tutti i luoghi, di rendere la vita impossibile tanto al boia che ai suoi tirapiedi. Ce lo impongono le esigenze della lotta. La tirannia muove alla libertà una guerra spietata, senza tregua. Noi non abbiamo soltanto il diritto, ma anche il dovere di difendere nella libertà i destini dell’umanità. Accettiamo la sfida e la vittoria sarà nostra.

E se nell’opera del vindice esiste un merito, se alla sua memoria hanno da tributarsi glorificazioni; se io riuscissi nel mio disegno, quel merito non sarà stato mio ma dell’idea che mi ha sempre animato, che mi assiste e mi incoraggia ad osare, che mi insegna quanto si deve amare la libertà, quanto si deve odiare la tirannia. Senza questa idea sarei anch’io una delle tante pecore del gregge con tutta la lana che può dare; senza di essa sarei uno qualunque della folla che vive alla giornata rassegnato sopportando le peggiori oppressioni. Ad essa quindi i meriti e le glorificazioni.

L’ideale anarchico che educa l’individuo alle sublimi bellezze dell’amore sconfinato, della solidarietà sociale, della giustizia e della libertà integrale, è anche animatore dello spirito di vendetta contro il male e di distruzione per tutto ciò che è obbrobrio e vergogna. E il fascismo col suo capo sanguinario, con la sua monarchia fedifraga, è la vergogna e l’obbrobrio del nostro tempo.

Questo nobile ideale anarchico ch’è tanta parte di me, ha dato molti martiri per la libertà, un grande numero di eroici giustizieri. lo non dubito che anche questa volta saprà far giustizia del macabro despota di Roma.

Se riuscirò nei miei intenti, veglino gli anarchici tutti perché alla demagogia politica sempre pronta a trar profitto del sacrificio altrui, non sia lecito travisare i meriti che avrà il gesto che sto per compiere, gesto che non può che essere anarchico. Veglino perché non si tenti di toglierne di fronte agli uomini e di fronte alla storia, l’onore e la gloria all’alto ideale che lo ispira ed in quest’ultima tappa del mio cammino, è il solo viatico della mia coscienza: l’Anarchia.

Michele Schirru
Dicembre 1930

[Pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 6 giugno 1931, p. 1]