Titolo: L’anarchismo nella rivoluzione russa
Note: Opuscoli provvisori N. 77
Prima edizione: maggio 2015
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Nota introduttiva

Per la lettura dei testi qui pubblicati è necessario tenere presenti alcune indicazioni. Paul Avrich era uno storico, come tale provvisto di una vasta conoscenza del problema (l’anarchismo all’interno della rivoluzione russa), essendo per altro anche di madre-lingua russa. Ma, purtroppo, era uno storico e niente di più.

La traduzione italiana, molto più ampia degli stralci qui pubblicati, fatta nel 1976 da La Salamandra, contiene quindi, oltre ad altri testi meno importanti, anche le precisazioni e i commenti dello storico. Non pubblicabili. A titolo di esempio abbiamo qui riportato le sue considerazioni (positive) sulla destinazione riservata dal potere sovietico al Museo Kropotkin, scuola per bambini, scelta che, a dire di Avrich, avrebbe fatto contento il vecchio anarchico. E del concetto di recupero? E del volere cancellare anche le minime tracce di una persistenza che, nel 1967, anno della visita di Avrich, continuava evidentemente a disturbare? Nemmeno una parola.

Un’altra perla, non riportata, il giudizio di paragonare le scelte insurrezionali di Bakunin a Lione con quelle interventiste di Kropotkin nel Manifesto dei Sedici. Improponibile giudizio.

A parte tutto questo, e le sviolinature fuori luogo, tipiche di chi si occupa di ricordare evitando accuratamente di riproporre, l’Introduzione di Avrich rimane un’utile lettura.

Mi è capitato, recentemente, nel corso di un dibattito pubblico fra compagni, credo a Milano, di affermare la necessità di sparare, nel momento opportuno, prima sui comunisti autoritari, prima ancora, forse, di sparare sui poliziotti. Ho visto una certa incertezza nell’uditorio. Bene, sono certo che questo opuscolo può costituire una lettura importante, anche oggi.


Trieste, 17 maggio 2014

Alfredo M. Bonanno

Introduzione di Paul Avrich

La rivoluzione di ottobre

“La passione di distruggere è anche una passione creativa”. Michail Bakunin, padre dell’anarchismo russo, scrisse queste celebri parole nel 1842 e da allora in poi i suoi discepoli non fecero che agognare una rivoluzione sociale che abbattesse il regime zarista e segnasse l’inizio dell’epoca aurea senza alcun governo. Nel febbraio del 1917 questo sogno, tanto a lungo accarezzato sembrò finalmente diventare realtà. Quando a Pietroburgo scoppiò la rivolta che gettò la monarchia nella polvere, gli anarchici la salutarono come la sollevazione spontanea pronosticata circa settantacinque anni prima da Bakunin. Benché abbiano preso ben poca parte nella rivolta, che fu essenzialmente un fenomeno spontaneo, non organizzato né diretto da alcun gruppo politico, il crollo completo dell’autorità li convinse che era giunta l’età dell’oro ed essi si lanciarono nell’impresa di eliminare ciò che era rimasto dello Stato e di trasferire la terra e le fabbriche nelle mani del popolo.

Nel giro di poche settimane furono create federazioni anarchiche a Pietroburgo e a Mosca, allo scopo di trasformare le due capitali gemelle in comuni ugualitarie modellate sull’immagine idealizzata della comune di Parigi del 1871, episodio ormai consacrato a leggenda dagli anarchici. La loro parola d’ordine fu “attraverso la rivoluzione sociale alla comune anarchica” – una rivoluzione che avrebbe dovuto abolire governo e proprietà, prigioni e baracche, denaro e profitto ed inaugurare una società senza governo, fondata sulla cooperazione volontaria degli individui liberi. «Viva l’anarchia! Fate tremare i parassiti, i governanti e i preti – tutti i traditori!». (“Vol’nji Kronštadt”, 12 ottobre 1917, p. 4).

Man mano che crebbe l’impeto della rivoluzione, il movimento si estese rapidamente ad altri villaggi e città. Quasi ovunque, i gruppi anarchici si potevano ricondurre a tre categorie: anarco-comunisti, anarco-sindacalisti e anarchici individualisti. Gli anarco-comunisti, che si ispiravano a Bakunin e a Kropotkin, immaginavano una libera federazione di comunità, nelle quali ciascun membro veniva ricompensato secondo i suoi bisogni. Raffigurandosi romanticamente l’età dell’oro come uno specchio che rifletteva una Russia pre-industriale basata sulle comuni agricole e sulle cooperative artigiane, non sapevano che farsene dell’industria su larga scala e dell’organizzazione burocratica del lavoro. Nel corso dei tumulti che seguirono la rivoluzione di febbraio, essi confiscarono un certo numero di residenze private – le più importanti furono la villa di P. P. Durnovo a Pietroburgo e il vecchio Club dei Mercanti a Mosca (che fu ribattezzato Casa dell’Anarchia) – trasformandole in quartieri generali delle comuni ugualitarie. Gli anarco-sindacalisti, invece, appuntavano le proprie speranze sui comitati di fabbrica, nati nel primo periodo rivoluzionario, come nuclei della futura società libertaria. La prospettiva di un nuovo mondo basato sulla produzione industriale era ben lungi dal disgustarli. Anzi, a volte manifestavano una devozione di tipo quasi futurista al culto della macchina. La loro era un’ammirazione di tipo occidentale nei confronti del progresso tecnologico, che contrastava con la nostalgia slavofila degli anarco-comunisti per un mondo irrecuperabile, che forse non era neppure mai esistito. Tuttavia, i sindacalisti non si aggrappavano a un culto acritico della produzione di massa. Risentendo profondamente dell’influenza di Bakunin e Kropotkin, avvertivano il pericolo che l’uomo si lasciasse intrappolare dagli ingranaggi e dalle leve di una macchina industriale centralizzata. Anche loro cercavano una via di uscita nel passato, in una società decentralizzata, basata su una organizzazione del lavoro in cui i lavoratori potessero veramente essere padroni del proprio destino. L’obiettivo immediato dei sindacalisti era l’instaurazione di un ampio controllo da parte degli operai sulla produzione, il che significava che i comitati di fabbrica avrebbero preso parte a questioni quali l’assunzione e il licenziamento, avrebbero stabilito regolamenti, salari, orari e condizioni di lavoro. Nell’autunno del 1917 nella grande maggioranza delle fabbriche russe aveva preso piede una forma di controllo operaio, e in certi casi i comitati di fabbrica giunsero anche ad espellere gli stessi padroni, i capi reparto e i tecnici, tentando un’autogestione degli stabilimenti, inviando delegazioni alla ricerca di combustibile, materie prime e aiuti finanziari presso i comitati operai di altre fabbriche. Tuttavia, il controllo da parte dei lavoratori, perlomeno nelle sue forme più estremistiche, aveva effetti decisamente negativi sulla produzione. Infatti, non solo gli operai dovevano lottare, per tenere in vita l’attività, contro un sistema di trasporti sfasciato e una grave carenza di combustibile e di materie prime, ma le loro nozioni tecniche ed amministrative inadeguate potevano difficilmente porre rimedio ai problemi creati dall’espulsione degli ingegneri e dei dirigenti dalle fabbriche. La leader anarchica Emma Goldman fece, in questo senso, una dichiarazione rivelatrice, osservando che una grande fabbrica di Pietroburgo era rimasta in buona efficienza durante la guerra civile solo «perché il vecchio proprietario e lo stesso direttore erano rimasti in carica». (Living My Life, New York 1931, vol. II, p. 791).

Tuttavia, con il loro slogan “controllo operaio”, i sindacalisti finirono per esercitare sul movimento operaio un’influenza proporzionalmente assai superiore alla loro consistenza numerica. Particolare successo riscossero tra i fornai, i minatori, gli stivatori e i lavoratori delle poste ed ebbero un ruolo importante nella conferenza nazionale dei comitati di fabbrica, che si riunì a Pietroburgo alla vigilia della rivoluzione d’ottobre. Ma, poiché rifiutavano l’organizzazione centralizzata di un partito, non furono mai in grado di assumere su vasta scala la guida del movimento operaio. Alla fine, questa venne lasciata ai bolscevichi, che non solo disponevano di una vera e propria organizzazione di partito, ma, ciò che mancava ai sindacalisti, miravano consciamente al potere e cercavano l’alleanza degli operai industriali nei comitati di fabbrica e nei sindacati.

Gli anarchici individualisti rifiutavano sia le comuni terriere degli anarco-comunisti, sia le organizzazioni operaie dei sindacalisti. Essi credevano che solo gli individui non sottoposti ad alcuna organizzazione fossero liberi da coercizioni e dominazioni autoritarie, dunque potessero rimanere fedeli agli ideali anarchici. Sulle orme di Nietzsche e Max Stirner, esaltavano l’ego al di sopra di ogni rivendicazione collettiva e in certi casi facevano sfoggio di uno stile d’azione e di pensiero spiccatamente aristocratico. Gli anarchici individualisti ebbero un’esigua schiera di seguaci, composta da artisti e intellettuali bohémien e, occasionalmente, da solitari banditi, che esprimevano la propria alienazione sociale nella violenza e nel crimine, per i quali la morte era l’estrema forma di autoaffermazione, l’ultima via per evadere dall’opprimente tessuto della società organizzata. Per contrasto, qua e là gruppi di tolstojani predicavano l’evangelismo cristiano della non-violenza – si diceva che rifiutassero persino di ammazzare i pidocchi che si estraevano dalla barba – e, benché avessero ben pochi legami con gli anarchici rivoluzionari, il loro impatto morale sul movimento fu considerevole.

Pur non avendo un larghissimo seguito, l’influenza degli anarchici nella rivoluzione e nella guerra civile fu sproporzionata alla loro consistenza numerica. Dai dati sommari disponibili – naturalmente gli anarchici non distribuivano “tessere del partito” e, in genere rifuggivano da ogni apparato organizzativo formale – sembra che, nel periodo di maggior fortuna del movimento, vi fossero in Russia circa 10.000 attivisti anarchici, senza contare i tolstojani, il movimento contadino di Machno in Ucraina e le diverse migliaia di simpatizzanti che leggevano regolarmente la letteratura anarchica e seguivano da vicino le attività del movimento senza prendervi parte direttamente.

Anarchici e bolscevichi

Per tutti i gruppi anarchici, le grandi speranze suscitate dalla rivoluzione di febbraio sfociarono in un’amara delusione. La monarchia era stata abbattuta, ma lo Stato era rimasto in piedi. Cos’era accaduto in febbraio, si chiedeva un giornale anarchico di Rostov-sul-Don? “Nulla di particolare. Al posto di Nicola il Sanguinario, è salito al trono Kerenskij il Sanguinario”. Gli anarchici non potevano aver pace finché il governo provvisorio non fosse stato spazzato via come il suo predecessore zarista. In breve tempo, si trovarono a far causa comune con i loro avversari ideologici, i bolscevichi, il solo altro gruppo radicale russo ad auspicare l’immediata distruzione dello Stato borghese.

La profonda ostilità che gli anarchici nutrivano da lunga data nei confronti di Lenin si dissolse rapidamente prima della fine del 1917. Colpiti da una serie di dichiarazioni ultraradicali fatte da Lenin al suo ritorno in Russia, alcuni anarchici credettero che il leader bolscevico avesse smesso l’abito stretto del marxismo per abbracciare una teoria rivoluzionaria simile alla loro. Le “tesi di aprile” di Lenin, per esempio, contenevano una sfilza di proposizioni iconoclaste a cui il pensiero anarchico si rifaceva da tempo: la trasformazione della guerra “imperialista di rapina” in una lotta rivoluzionaria contro l’ordine capitalistico; la rinuncia al governo parlamentare per un regime di soviet sul modello della comune di Parigi; l’abolizione della polizia, dell’esercito e della burocrazia; il livellamento dei redditi. (Cfr., V. I. Lenin, Socinenia [Opere complete], in 55 volumi, V edizione, Mosca 1958-1965, vol. XXXI, pp. 103-112).

Benché il desiderio di Lenin d’impadronirsi del potere fosse per alcuni motivo d’esitazione, non pochi anarchici consideravano le sue idee abbastanza concordanti con le loro da servire come base per una cooperazione. Se ancora nutrivano qualche sospetto, questo venne momentaneamente accantonato. L’appello di Lenin per «uno scisma e una rivoluzione mille volte più possenti di quella di febbraio», (ib., XXXII, p. 441), suonava decisamente bakuniniano ed era precisamente ciò che la maggior parte degli anarchici voleva sentire. Anzi uno dei leader anarchici di Pietroburgo era convinto che Lenin intendesse instaurare l’anarchia “spazzando via lo Stato” non appena ne avesse preso possesso. (Cfr., B. D. Wolfe, Introduzione a I dieci giorni che sconvolsero il mondo, di J. Reed, New York, 1960, p. XXXI).

Così accadde che, negli otto mesi che intercorsero tra le due rivoluzioni del 1917, gli anarchici e i bolscevichi appuntarono i loro sforzi verso il medesimo obiettivo, la distruzione del governo provvisorio. Benché entrambe le parti agissero ancora con una certa circospezione, un noto anarchico osservò che, riguardo ai problemi più importanti, esisteva tra i due gruppi un “perfetto parallelismo”. (Volin, La rivoluzione sconosciuta, tr. it., Edizioni Franchini, Carrara 1976). I loro slogan – “Abbasso la guerra! Abbasso il governo provvisorio! Il controllo della fabbrica agli operai! La terra ai contadini!” – erano spesso identici e lo scopo comune contribuì persino allo sviluppo di un certo cameratismo tra i due eterni antagonisti. Quando un oratore marxista, rivolgendosi a un pubblico di operai di Pietroburgo, disse che gli anarchici stavano distruggendo la solidarietà della classe lavoratrice in Russia, uno degli ascoltatori gridò, in tono adirato: “Basta! Gli anarchici sono nostri amici!” Tuttavia, si senti una seconda voce mormorare: “Dio ci salvi da simili amici!”. (Cfr., “Novaia Zhizn”, 15 novembre 1917, p. 1).

Benché anarchici e bolscevichi fossero uniti nella determinazione di rovesciare il governo provvisorio, sorsero tra loro delle discordie riguardo ai tempi. Nella primavera e nell’estate del 1917, i militanti anarco-comunisti della capitale e di Kronštadt premevano per un’immediata rivolta, mentre il comitato bolscevico di Pietroburgo sosteneva che i tempi non erano ancora maturi e che una sollevazione indisciplinata della base anarchica e bolscevica sarebbe stata facilmente soffocata, danneggiando così in modo irreparabile il partito e la rivoluzione. Gli anarco-comunisti, tuttavia, non volevano sentir parlare di temporeggiamenti da qualsivoglia gruppo politico, compresi i bolscevichi. Nell’impaziente attesa dell’età dell’oro, essi portavano avanti il progetto di una insurrezione armata. Gli agitatori esortavano i loro uditori a sollevarsi senza indugio, assicurando loro che non v’era alcun bisogno dell’appoggio di organizzazioni politiche “perché anche la rivoluzione di febbraio era scoppiata senza che alcun partito ne assumesse la guida”. (L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa).

Gli anarchici non dovettero attendere molto. Il 3 luglio una folla di soldati, marinai di Kronštadt e operai diede il via a un’aperta rivolta nella capitale, chiedendo che il potere venisse assunto dal soviet di Pietroburgo (anche se gli anarchici che si trovavano tra loro erano più interessati a distruggere lo Stato che a trasferire le redini dell’autorità nelle mani dei soviet). Tuttavia, il soviet di Pietroburgo rifiutò di appoggiare quella ribellione prematura e, dopo pochi giorni di sporadici disordini, la rivolta venne soffocata. Sarebbe un’esagerazione definire le giornate di luglio una “creazione anarchica”, come fece un oratore alla conferenza anarchica del 1918. (Cfr., “Burevestnik”, 11 aprile 1918, p. 2). D’altro canto, non bisogna minimizzare il ruolo svolto dagli anarchici. Insieme alla base militante bolscevica e agli indipendenti radicali, assunsero la veste di elementi provocatori, incitando i soldati, i marinai e gli operai alla rivolta destinata a fallire.

La rivoluzione

In seguito alle giornate di luglio, i timori del comitato bolscevico in parte si realizzarono, poiché i dirigenti del partito vennero arrestati o dovettero nascondersi. Tuttavia, i bolscevichi erano ben lungi dall’essere distrutti. Infatti, in ottobre avevano ancora una forza tale da essere in grado di promuovere con successo l’insurrezione contro il regime di Kerenskij, insurrezione alla quale ancora una volta, gli anarchici presero parte attivamente. (Nel comitato militare rivoluzionario, dominato dai bolscevichi, che organizzò il colpo di Stato del 25 ottobre, c’erano perlomeno quattro anarchici). Trascurando le predicazioni di Bakunin e Kropotkin contro i colpi di Stato politici, gli anarchici presero parte alla conquista del potere nella convinzione che questo, una volta conquistato, potesse essere in qualche modo diffuso ed eliminato.

Ma non era ancora trascorso un giorno che cominciarono ad avere qualche ripensamento. Il 26 ottobre, quando i bolscevichi proclamarono un nuovo “governo dei soviet” e crearono un consiglio centrale di commissari del popolo (Sovnarkom) composto esclusivamente da membri del loro partito, molti anarchici si rammentarono gli avvertimenti di Bakunin e Kropotkin, che la “dittatura del proletariato” avrebbe in realtà significato “dittatura del partito socialdemocratico”. (“Svobodnaia Kommuna”, 2 ottobre 1917, p. 2). Levarono subito voci di protesta, affermando che una simile concentrazione di potere politico avrebbe distrutto la rivoluzione sociale iniziata in febbraio. Il successo della rivoluzione, insistevano, dipendeva dalla decentralizzazione dell’autorità politica ed economica. I soviet e i comitati di fabbrica dovevano rimanere unità decentralizzate, non sottoposte al controllo dei dirigenti di partito o dei cosiddetti commissari del popolo. Se qualche gruppo politico tentava di trasformarli in strumenti di coercizione, il popolo doveva essere pronto a riprendere le armi.

Nei circoli anarchici di Pietroburgo si cominciò ben presto a parlare di una “terza e ultima fase rivoluzionaria”, una lotta decisiva tra “l’autorità e la libertà ... tra due ideali sociali eternamente in contrasto: quello marxista e quello anarchico”. I marinai di Kronštadt cominciarono a mormorare, minacciosamente, che se il Sovnarkom avesse osato tradire la rivoluzione, lo stesso cannone che aveva preso il Palazzo d’Inverno avrebbe preso anche Smolny (il quartier generale del governo bolscevico). «Dove inizia l’autorità, finisce la rivoluzione!». (“Golos Truda”, 4 novembre 1917, p. 1). Gli anarchici ebbero ben presto sempre maggior motivo per lamentarsi. Il 2 novembre, il nuovo governo pubblicò una dichiarazione dei diritti del popolo russo, nella quale si affermava il “diritto inalienabile di ogni nazione ad autogovernarsi instaurando uno Stato indipendente”. Per gli anarchici, questo significava un passo indietro, la rinuncia a un ideale internazionalista e apolide.

Nella primavera del 1918 era stata creata una nuova polizia politica, la Ceka, la terra era stata nazionalizzata, i comitati di fabbrica erano stati sottoposti al controllo di una rete di sindacati statali – in breve, era stata instaurata una «commissariocrazia, l’ulcera del nostro tempo» come acidamente la definì l’associazione anarco-comunista di Kharkov. (“Bezvlastie”, marzo 1918, p. 1). Secondo un anonimo pamphlet anarchico del tempo, la concentrazione dell’autorità nelle mani del Sovnarkom, della Ceka e del Vesenkha (consiglio economico supremo), aveva dato il colpo di grazia ad ogni speranza di una Russia libera: “Giorno per giorno, passo per passo, il bolscevismo dimostra che il potere dello Stato possiede caratteristiche inalienabili; può cambiare veste, ‘teoria’ e servitori, ma in sostanza rimane pur sempre potere dispotico sotto nuova forma”. (“Velikii opyt”, 1918).

La comune di Parigi, un tempo invocata come ideale sociale da sostituire al governo provvisorio, diveniva ora la risposta anarchica alla dittatura di Lenin. Si incitavano gli operai a «respingere le parole, gli ordini e i decreti dei commissari» e a creare le proprie comuni libertarie sul modello del 1871. (“Burevestnik”, 9 aprile 1918, p. 2). Nel contempo, gli anarchici nutrivano uguale disprezzo per il “feticismo parlamentare” dei cadetti, dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi e non a caso fu un marinaio anarchico di Kronštadt, Anatoli Zhelezniakov, a porsi alla testa del gruppo che, nel gennaio del 1918, disperse l’assemblea costituente, ponendo termine alla sua breve vita, che durò un solo giorno.

Il fiume di invettive rivolto al governo dei soviet raggiunse il culmine nel febbraio del 1918, quando i bolscevichi ripresero i negoziati di pace con i tedeschi a Brest-Litovsk. Gli anarchici si unirono agli altri “internazionalisti” della sinistra – socialisti rivoluzionari di sinistra, internazionalisti menscevichi, comunisti di sinistra – nella protesta contro qualsiasi accordo con “l’imperialismo” germanico. Lenin sosteneva che l’armata rossa era troppo esausta per continuare a combattere e gli anarchici replicavano che un esercito professionista sarebbe stato in ogni caso fuori luogo, poiché la difesa della rivoluzione spettava ora al popolo, organizzato in nuclei partigiani. Uno dei maggiori esponenti dell’anarco-comunismo, Alexandr Ge, pronunciò parole di fuoco contro la conclusione di un trattato di pace: «Gli anarchici comunisti proclamano il terrore e la guerriglia partigiana su due fronti. È meglio morire per la rivoluzione socialista mondiale che vivere grazie a un accordo con l’imperialismo germanico». (“Prava”, 25 febbraio 1918, p. 2). Gli anarco-comunisti e i loro compagni sindacalisti sostenevano che bande di guerriglieri, organizzate spontaneamente in ciascun distretto, avrebbero disturbato e demoralizzato gli invasori, fino a distruggerli come era accaduto per l’esercito napoleonico nel 1812. Volin, uno dei più influenti leader sindacalisti, fornì una descrizione sintetica ma estremamente vivida di questa strategia: “Ciò che bisogna fare, è tener duro. Resistere. Non cedere. Ingaggiare una implacabile guerriglia partigiana – qui, là, dappertutto. Avanzare. O, se si retrocede, distruggere. Tormentare, molestare, depredare il nemico”.

Ma l’appello degli anarchici cadde nel vuoto. Il trattato di Brest-Litovsk, ancor più duro di quanto Ge e Volin avevano temuto, venne firmato dalla delegazione bolscevica il 3 marzo 1918. Lenin insistette che l’accordo, per quanto severo, concedeva un periodo di respiro di cui v’era assoluto bisogno, che avrebbe consentito al suo partito di consolidare la rivoluzione e in seguito, di portarla avanti. Era veramente una «pace oscura», come essi la definirono riecheggiando le parole di Lenin. (Bol’shevistkaia diktatura v svete anarkhizma, Parigi 1928, p. 10). Quando il 14 marzo, il quarto congresso dei soviet si riunì per ratificare il trattato, Alexandr Ge e i suoi compagni delegati anarchici (ce n’erano quattordici) votarono tutti contro. (“Izvestiia”, 17 marzo 1918, p. 2).

La disputa sul trattato di Brest-Litovsk tolse ogni inibizione alla nascente discordia tra gli anarchici e il partito bolscevico. Con il rovesciamento del governo provvisorio, nell’ottobre 1917, il loro matrimonio aveva esaurito il suo scopo. Nella primavera del 1918 la maggior parte degli anarchici provarono nei confronti di Lenin una disillusione così profonda da far loro auspicare senz’altro una rottura definitiva, mentre i bolscevichi dal canto loro, meditavano la soppressione dei loro ex alleati, la cui utilità aveva cessato di esistere e le cui incessanti critiche rappresentavano una seccatura che il nuovo regime non aveva più alcun motivo di tollerare. Inoltre, a parte le loro fastidiose aggressioni verbali, gli anarchici cominciavano a rappresentare un più tangibile pericolo. In parte per prepararsi alla futura guerriglia contro la Germania, in parte per scoraggiare manovre ostili da parte del governo sovietico, i circoli anarchici stavano organizzando nuclei di “guardie nere” (la bandiera nera era il vessillo degli anarchici) armati di fucili, pistole e granate. Nell’aprile del 1918, quando la Ceka lanciò una campagna per liberare Mosca e Pietroburgo dalle più pericolose cellule anarchiche, si giunse ad una aperta rottura. L’azione più grave ebbe luogo l’11 aprile, quando ventisei sedi anarchiche a Mosca furono oggetto di una retata notturna, nel corso della quale vennero uccisi o feriti quaranta anarchici e più di cinquecento arrestati. Gli anarchici protestarono, accusando i bolscevichi di essere una casta di intellettuali individualisti, traditori delle masse e della rivoluzione.

Il potere politico, dichiararono, corrompe sempre coloro che se ne impadroniscono e defrauda il popolo della sua libertà. Ma se l’età dell’oro sfuggiva loro dalle mani, gli anarchici non si lasciarono scoraggiare. Si aggrapparono tenacemente alla convinzione che alla fine, la loro visione di una Utopia al di fuori dello Stato avrebbe trionfato. «Continuiamo a lottare» proclamavano «e il nostro motto sarà: “la Rivoluzione è morta! viva la Rivoluzione!”». (G. P. Maksimov, The Guillotine at Work, Chicago 1940, p. 23).

La guerra civile

Quando esplosero i primi colpi della guerra civile russa, gli anarchici, come gli altri partiti dell’ala sinistra d’opposizione, si trovarono di fronte a un dilemma serio. Da che parte dovevano schierarsi? Da buoni libertari, non condividevano la politica dittatoriale del governo di Lenin. Ma la prospettiva di una vittoria dei bianchi sembrava ancora peggiore. Un’opposizione attiva al regime dei soviet poteva far pendere la bilancia a favore dei controrivoluzionari. D’altro canto, sostenere i bolscevichi poteva servire a consolidarne il potere tanto da non poterli più scalzare una volta passato il pericolo della reazione. La soluzione non era semplice. Dopo molte discussioni ed esami di coscienza, gli anarchici adottarono varie posizioni, che andavano dalla resistenza attiva ai bolscevichi, a una neutralità passiva, a una attiva collaborazione. La maggioranza, tuttavia, unì la propria sorte a quella del regime sovietico minacciato. Nell’agosto del 1919, nel periodo culminante della guerra civile, Lenin fu a tal punto colpito dallo zelo e dal coraggio di questi “anarchici dei soviet”, come sprezzantemente li definivano i loro compagni anti-bolscevichi, da annoverarli tra «i più fedeli sostenitori del potere dei soviet». (Lenin, Opere complete, vol. XXXIX, p. 161).

Caso particolarmente notevole in questo senso fu quello di Bill Shatov, ex-agitatore degli IWW negli Stati Uniti, che fece ritorno nella nativa Russia dopo la rivoluzione di febbraio. Come ufficiale della decima armata rossa nell’autunno del 1919, Shatov difese Pietroburgo con tutte le sue forze contro l’avanzata del generale Judenič. L’anno seguente fu chiamato a Čita, dove divenne ministro dei trasporti nella repubblica estremo-orientale. Prima di partire, Shatov tentò di giustificare la sua posizione collaborazionista presso gli amici libertari Emma Goldman e Alexandr Berkman. “Voglio solo dirvi” spiegò “che lo Stato comunista attuale è esattamente come noi anarchici l’avevamo sempre descritto – un potere fortemente centralizzato, reso ancora più forte dai pericoli della rivoluzione. In condizioni simili, non si può fare ciò che si vuole. Non si può saltare su un treno ed andare, o viaggiare seduti sui respingenti, come facevo negli Usa. Bisogna chiedere il permesso. Ma non crediate che mi manchino i miei ‘colpi di fortuna’ americani. Ho dedicato la mia vita alla Russia, alla rivoluzione e al suo glorioso futuro”. Gli anarchici, diceva Shatov, erano i “romanticisti della rivoluzione”, ma non si poteva lottare solo con gli ideali. In quel momento, lo scopo principale era sconfiggere i reazionari. “Noi anarchici dobbiamo restare fedeli ai nostri ideali, ma in questo momento non dobbiamo criticare. Dobbiamo lavorare ed aiutare a costruire”. (Cfr., A. Berkman, The Bolshevik Myth, New York 1925, pp. 35-36).

Shatov era uno dei tanti anarchici, un vero e proprio esercito, che presero le armi contro i bianchi nella guerra civile. Altri accettarono incarichi minori nel governo sovietico e incitarono i compagni a fare altrettanto, o perlomeno ad astenersi da attività ostili alla causa bolscevica. Iuda Roshchin, ex terrorista ed implacabile nemico dei marxisti, sorprese tutti inneggiando a Lenin come a una delle maggiori figure dell’età moderna. Secondo Victor Serge, Roshchin tentò persino di elaborare una “teoria libertaria della dittatura del proletariato”. (Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario 1901-1904, tr. it., La Nuova Italia, Firenze 1974). Parlando a un gruppo di anarchici moscoviti nel 1920, esortò i suoi compagni a cooperare con il partito di Lenin. “È dovere di ogni anarchico” dichiarò “lavorare in cordiale collaborazione con i comunisti, che sono l’avanguardia della rivoluzione. Lasciate da parte le vostre teorie e date un contributo pratico alla ricostruzione della Russia. V’è gran bisogno e i bolscevichi vi attendono a braccia aperte». (Ibidem).

Il pubblico a cui Roshchin si rivolgeva non si lasciò impressionare. Salutarono il suo discorso con un coro di fischi e invettive e lo cancellarono dalla lista, come perduto alla causa dell’“anarchismo dei soviet” e traditore di quella di Bakunin e Kropotkin. Anche in quel periodo precario, infatti, una parte del movimento anarchico, numerosa e combattiva, non voleva dar quartiere agli avversari bolscevichi. La federazione anarchica di Brjansk, ad esempio, invocò l’immediato rovesciamento dei “vampiri sociali” del Cremlino, che succhiavano il sangue del popolo. Traducendo l’appello in azione, un’organizzazione terrorista moscovita, nota come “Anarchici Clandestini”, si alleò all’ala sinistra dei socialisti rivoluzionari e gettò una bomba nel quartier generale del comitato del partito comunista, uccidendone dodici membri e ferendone altri cinquantacinque, tra cui Bucharin. Nel sud, dove l’autorità dello Stato era completamente disgregata, la violenza anarchica trovò il più fertile terreno. Bande di predoni armati, che operavano con nomi quali “Uragano” e “Morte”, sorsero ovunque, pronte a gettarsi su città e villaggi ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. I partigiani di Bakunin, di Ekaterinoslav, cantavano di una nuova “età della dinamite” che avrebbe accolto gli oppressori d’ogni tendenza, rossi o bianchi che fossero. E a Kharkov un circolo di anarcofuturisti fanatici proclamò “Morte alla civiltà mondiale!” e incitò le masse ad impugnare le scuri e a distruggere ogni cosa intorno a loro.

Gli anarchici di più pacifica tendenza denunciarono questi gruppi, definendoli “banditi siciliani” che sotto il manto dell’anarchia celavano la natura predatoria della loro attività. Per i moderati, ruberie e terrorismo erano grottesche caricature della dottrina anarchica, che servivano solo a demoralizzare i veri seguaci del movimento e a screditare l’anarchismo agli occhi dell’opinione pubblica. Rinunciando all’azione violenta, gli anarchici più moderati non usarono armi più letali della penna e dell’inchiostro e sferrarono un attacco verbale contro la dittatura dei soviet. Uno dei principali argomenti delle loro critiche era che la rivoluzione bolscevica non aveva fatto altro che sostituire al capitalismo privato il “capitalismo di Stato”, e che un solo grande proprietario aveva preso il posto di tanti piccoli capitalisti, cosicché i contadini e gli operai si trovavano ora sotto il tallone di una “nuova classe di amministratori – nata principalmente in seno all’intellighentsia”. Secondo loro, ciò che era avvenuto in Russia ricordava da vicino le precedenti rivoluzioni scoppiate nell’Europa occidentale: non appena i contadini e gli artigiani d’Inghilterra e di Francia ebbero scalzato dal potere l’aristocrazia terriera, l’ambiziosa classe borghese si insinuò nella breccia ed eresse una nuova struttura classista, ponendosene al vertice; non diversamente, i privilegi e l’autorità un tempo divisi tra la nobiltà e la bourgeoisie russe erano passati nelle mani di una nuova classe dominante composta da funzionari di partito, burocrati governativi, tecnici specializzati.

Coll’inasprirsi della guerra civile, il governo si fece sempre meno tollerante nei confronti delle critiche e cominciò a perseguitare i gruppi anarchici di Mosca e di Pietroburgo. I giornali vennero soppressi, i circoli e le organizzazioni costretti a chiudere i battenti o a darsi alla clandestinità. Per giustificarsi, i portavoce del governo ribattevano che il paese era impegnato in una lotta mortale, minacciato da una impressionante crisi economica e da potenti nemici che premevano da ogni parte e volevano vedere abbattuto il potere bolscevico. La Russia bolscevica, insistevano, quali che fossero i suoi difetti, era il primo Stato socialista della storia, il primo paese in cui i possidenti terrieri e i capitalisti erano stati privati del loro secolare potere. Una vittoria dei bianchi avrebbe significato un ritorno all’ingiustizia e allo sfruttamento, alla politica sterile e anacronistica del passato; avrebbe altresì significato una nuova dittatura, ma antiproletaria, piuttosto che antiborghese. I bolscevichi non intendevano tollerare minacce da nessun gruppo, in special modo da uno che aveva manifestato un’attiva opposizione al trattato di Brest-Litovsk e aveva organizzato distaccamenti di “guardie nere” che potevano provocare seri tumulti nella capitale. Infatti, il destino della rivoluzione, come diceva Trotsky, era ogni giorno appeso a un filo.

Così la repressione continuò. Di conseguenza, iniziò un esodo degli anarchici alla volta dell’Ucraina, da sempre porto di approdo di coloro che fuggivano le persecuzioni del governo centrale. Nel 1918, sorse nella città di Kharkov una nuova organizzazione anarchica, la confederazione Nabat (Allarme), che in breve poté vantare prospere sezioni in tutte le maggiori città del sud. Come c’era da aspettarsi, i seguaci della Nabat erano estremamente critici nei confronti della dittatura dei soviet, tuttavia credevano che il compito più urgente del movimento anarchico fosse la difesa della rivoluzione contro l’aggressione dei bianchi, anche se ciò poteva comportare una temporanea alleanza con i comunisti. Per salvare la rivoluzione, essi appuntavano le proprie speranze in un “esercito partigiano” organizzato spontaneamente dalle stesse masse rivoluzionarie.

Nestor Machno

I leader della Nabat guardavano, come possibile nucleo di un simile esercito, al gruppo di guerriglieri guidati da Nestor Machno, che i suoi seguaci consideravano un nuovo Sten’ka Razin o Pugačëv inviato a tramutare in realtà il loro antico sogno di terre e libertà. Viaggiando a cavallo su carri leggeri usati nelle campagne (tachanki), sui quali montavano le mitragliatrici, Machno e i suoi uomini si spostavano rapidamente da un capo all’altro della steppa, tra il Dnepr e il Mar d’Azov, trasformandosi lungo il cammino in un piccolo esercito e seminando il terrore tra le fila avversarie. Bande di guerriglieri accettavano il comando di Machno e si radunavano sotto la sua bandiera nera. Gli abitanti dei villaggi li rifornivano di buon grado di cibo e cavalli freschi, dando modo così, ai machnovisti di percorrere grandi distanze senza difficoltà. Comparivano all’improvviso, dove meno li si aspettava, assalivano i possidenti e le guarnigioni militari, poi sparivano rapidamente come erano venuti. Indossando uniformi rubate, si infiltravano nei ranghi nemici per carpirne i piani o sparare loro a bruciapelo. Quando si trovavano con le spalle al muro, i machnovisti sotterravano le armi, tornavano ciascuno al proprio villaggio e riprendevano il lavoro nei campi, in attesa del prossimo segnale per dissotterrare un nuovo arsenale e sbucare fuori nel luogo più impensato. I ribelli di Machno, secondo Victor Serge, rivelarono “una capacità di organizzarsi e combattere veramente epica”. (Op. cit.). Tuttavia, una gran parte del loro successo era dovuto alle eccezionali doti del loro capo. Machno era un comandante coraggioso e pieno di risorse, che univa una volontà di ferro a un pronto senso dell’humour e si conquistò l’amore e la devozione dei contadini suoi seguaci. Nel settembre 1918, quando nel villaggio di Dibrivski sconfisse le forze austriache, assai più numerose, i suoi uomini lo onorarono con l’affettuoso soprannome di batko, il loro “piccolo padre”. (P. Aršinov, La rivoluzione anarchica in Ucraina, tr. it., Sapere Edizioni, Milano 1972).

Per un certo periodo, i rapporti tra Machno e i bolscevichi rimasero ragionevolmente amichevoli e la stampa sovietica lo esaltò come un “coraggioso partigiano” e un grande leader rivoluzionario. Il periodo migliore fu nel marzo del 1919, quando Machno e i comunisti conclusero un patto per intraprendere un’azione militare coordinata contro l’armata bianca del generale Denikin. Tuttavia, questi atteggiamenti di buona armonia non potevano nascondere la fondamentale ostilità tra i due gruppi. Ai comunisti non andavano a genio né il carattere indipendente dell’esercito degli insorti di Machno, né il forte potere di attrazione che questo esercitava sui loro seguaci nelle campagne; i machnovisti, dal canto loro temevano che, presto o tardi, l’armata rossa avrebbe tentato di ricondurre all’ovile il movimento. Col crescere degli attriti i giornali sovietici cessarono di elogiare i machnovisti e cominciarono ad accusarli di essere Kulaks e “banditi anarchici”. In maggio, due agenti della Ceka, inviati ad assassinare Machno, vennero catturati e giustiziati. Il mese seguente Trotsky, comandante in capo delle forze bolsceviche, dichiarò Machno fuorilegge e le truppe comuniste effettuarono un’incursione-lampo contro il suo quartier generale a Gulyai-Polye.

Quell’estate, tuttavia, l’incerta alleanza venne ristabilita, quando la massiccia offensiva di Denikin contro Mosca fece vacillare sia le forze comuniste che quelle machnoviste. Il 26 settembre 1919, Machno sferrò improvvisamente, con buon esito, un contrattacco al villaggio di Peregonovka, nei pressi della città di Uman’, tagliando i rifornimenti al generale dei bianchi e creando disordine e panico nelle sue retrovie. Fu questa la prima grave disfatta subita da Denikin nel corso della sua drammatica avanzata nel cuore della Russia e una delle cause principali che bloccarono la sua offensiva contro la capitale bolscevica. Verso la fine di quell’anno, una controffensiva dell’armata rossa costrinse Denikin a battere velocemente in ritirata fin sulle rive del Mar Nero.

Il machnovismo raggiunse l’apice della sua gloria nei mesi che seguirono la vittoria di Peregonovka. Nei mesi di ottobre e novembre Machno occupò Ekaterinoslav e Aleksandrovsk per diverse settimane, ed ebbe per la prima volta la possibilità di applicare i concetti dell’anarchia alla vita cittadina, cosa che già aveva fatto nelle campagne con la fondazione delle comuni libertarie. Machno mirava alla distruzione di ogni forma di dominio e all’incoraggiamento dell’autodeterminazione in campo economico e sociale. Ad esempio, quando gli operai delle ferrovie di Aleksandrovsk protestarono perché da diverse settimane non venivano pagati, li consigliò di assumere il controllo delle linee ferroviarie ed imporre ai passeggeri e ai carri merci la tariffa che sembrava loro compensare equamente il loro servizio. Tuttavia, progetti utopistici di questo tipo non ebbero successo, se non tra minoranze esigue di lavoratori, poiché, a differenza dei contadini e degli artigiani dei villaggi, produttori indipendenti, abituati a gestire i propri affari, gli operai delle fabbriche e i minatori operavano come parti interdipendenti di un complesso meccanismo industriale ed erano persi senza la guida dei sovrintendenti e dei tecnici specializzati. Inoltre, i contadini e gli artigiani potevano barattare i prodotti del loro lavoro, mentre la sopravvivenza degli operai delle città dipendeva da un salario regolare. D’altra parte, Machno creò ancora maggior confusione riconoscendo a tutta la carta moneta emessa dai suoi precedessori – nazionalisti ucraini, bianchi e bolscevichi – uguale validità. Non comprese mai la complessa natura dell’economia urbana, né si curò di farlo. Detestava il “veleno” delle città e amava sopra ogni cosa la naturale semplicità dell’ambiente contadino nel quale era nato. Comunque, Machno trovò ben poco tempo da dedicare allo sviluppo dei suoi incerti programmi economici. Era sempre in movimento, non si concedeva un attimo di respiro. Secondo le parole di uno dei compagni del batko, il machnovismo era una “repubblica in tachanki... Come sempre, il carattere instabile della situazione non consentiva un preciso impegno di lavoro”. (Volin, op. cit.).

Alla fine del 1919, Machno ricevette istruzioni dal comando dell’armata rossa di trasferire il suo esercito sul fronte polacco. L’ordine mirava evidentemente ad allontanare i machnovisti dal loro territorio, onde consentirvi l’instaurazione del governo bolscevico. Machno rifiutò di muoversi. La risposta di Trotsky fu ferma e decisa: dichiarò fuorilegge i machnovisti e inviò contro di loro le sue truppe. Seguirono otto mesi di duri scontri, con forti perdite da ambo le parti. Una grave epidemia di tifo aumentò il numero delle vittime. Ridotti in minoranza, i partigiani di Machno evitarono le battaglie campali, ripiegando sulle tattiche di guerriglia che avevano perfezionato in oltre due anni di guerra civile.

Le ostilità vennero interrotte nell’ottobre del 1920, quando il barone Wrangel, successore di Denikin sul fronte meridionale, sferrò dalla penisola di Crimea una grande offensiva verso Nord.

Ancora una volta, l’armata rossa si valse dell’aiuto di Machno, in cambio del quale i comunisti promisero l’amnistia per tutti gli anarchici detenuti nelle carceri russe e garantirono loro la libertà di propaganda, a condizione che si astenessero dal predicare il rovesciamento violento del governo sovietico. Dopo neppure un mese, però, l’armata rossa aveva ottenuto sufficienti conquiste da assicurarsi la vittoria nella guerra civile e i dirigenti dei soviet annullarono gli accordi con Machno. Non solo i machnovisti avevano esaurito la propria funzione di alleati militari, ma finché il batko fosse rimasto libero, lo spirito dell’anarchismo primitivo e il pericolo di una jacquerie contadina avrebbe continuato a minacciare l’instabile regime bolscevico. Così, il 25 novembre 1920 i comandanti di Machno in Crimea, reduci dalla vittoria riportata contro l’esercito di Wrangel, vennero catturati dall’armata rossa e immediatamente fucilati. Il giorno seguente, Trotsky ordinò di attaccare il quartier generale di Machno a Gulyai-Polye, mentre la Ceka arrestava contemporaneamente a Kharkov i membri della confederazione Nabat ed effettuava incursioni nei club anarchici e nelle organizzazioni in tutto il paese. Durante l’attacco a Gulyai-Polye, gran parte dei collaboratori di Machno vennero catturati ed imprigionati, o semplicemente uccisi sul posto. Tuttavia il batko, con i superstiti malconci di un esercito che un tempo contava decine di migliaia di uomini, riuscì a sfuggire ai suoi persecutori. Dopo aver vagato per tutto l’anno per l’Ucraina, il leader partigiano esausto e sofferente per le ferite, attraversò il fiume Dnestr, passando in Romania e finalmente riparò a Parigi.

Repressione

La caduta di Machno segnò per l’anarchismo russo l’inizio della fine. Tre mesi dopo, nel febbraio del 1921, il movimento subì un altro grave colpo quando Pëtr Kropotkin, quasi ottantenne, si ammalò di tubercolosi e morì. La famiglia Kropotkin rifiutò i funerali di Stato offerti da Lenin e venne organizzato un comitato di anarchici che si occupò della cerimonia. Lev Kamenev, presidente del soviet di Mosca, concesse un giorno di libertà a un gruppo di anarchici detenuti, onde consentire loro di prendere parte al funerale. Sfidando il gelo dell’inverno moscovita, decine di migliaia di anarchici sfilarono in corteo fino al monastero Novodevičij, luogo di sepoltura dei prìncipi Kropotkin. Inalberavano bandiere e cartelli che chiedevano la scarcerazione di tutti gli anarchici e riportavano motti quali: “Non c’è libertà dove c’è l’autorità” e “La liberazione della classe operaia spetta solo ai lavoratori”. Intonarono in coro “Eterna memoria”. Quando la processione passò davanti al carcere di Butyrskij, i detenuti scossero le sbarre delle loro celle e intonarono un inno anarchico dedicato ai morti. Emma Goldman pronunciò un’orazione sulla fossa di Kropotkin, studenti e lavoratori deposero fiori accanto alla sua tomba. La casa dove nacque Kropotkin, un grande palazzo nel vecchio quartiere aristocratico di Mosca, venne concessa alla moglie e ai compagni che ne fecero un museo dove conservare i suoi libri, le sue carte e i suoi effetti personali. Gestito da un comitato di studiosi anarchici, venne mantenuto grazie ai contributi di amici ed ammiratori sparsi in tutto il mondo. Il museo fu chiuso dopo la morte della vedova di Kropotkin, nel 1938. Nel 1967, l’autore visitò il palazzo e scoprì che veniva usato per uno scopo che lo stesso Kropotkin avrebbe approvato: era adibito a scuola per i figli dei funzionari delle ambasciate inglese e americana, con un campo-giochi in giardino e l’interno pieno di libri per ragazzi e i loro lavori artistici.

Ai funerali di Kropotkin, la bandiera dell’anarchia sfilò per l’ultima volta per le vie di Mosca. Due settimane più tardi scoppiò la rivolta di Kronštadt e nel paese si scatenò una nuova ondata di arresti politici. Librerie, tipografie e club anarchici vennero chiusi e i pochi circoli furono distrutti. Anche i seguaci pacifisti di Tolstoj – alcuni dei quali erano stati fucilati durante la guerra civile per essersi rifiutati di servire nell’armata rossa – vennero imprigionati o messi al bando. A Mosca, un gruppo di noti “anarchici dei soviet”, i cosiddetti “universalisti”, furono arrestati sotto imputazioni pretestuose, quali “banditismo e attività clandestine” e alla loro organizzazione si sostituì un nuovo gruppo, detto degli “anarchici biocosmisti”, che promise di appoggiare decisamente il governo dei soviet e manifestò solennemente l’intenzione di lanciare una rivoluzione sociale «nello spazio interplanetario, ma non in territorio sovietico». (Maksimov, op. cit., p. 362).

La repressione continuò, senza tregua, man mano che i mesi passavano. Nel settembre del 1921 la Ceka giustiziò due notissimi anarchici – Fanja Baron e Lev Černyj, il poeta – senza processo e senza alcuna imputazione formale. Emma Goldman ne fu talmente indignata, che pensò di compiere un gesto teatrale, alla maniera delle suffragette inglesi, incatenandosi a una panca nell’atrio della sala dove si riuniva il terzo congresso del Comintern, gridando in faccia ai delegati il proprio sdegno. I suoi amici la dissuasero, ma poco tempo dopo lei e Alexandr Berkman, profondamente disillusi dalla via imboccata dalla rivoluzione, decisero di lasciare il paese. “Son giorni grigi”, scrisse Berkman nel suo diario, “a poco a poco ogni traccia di speranza è venuta meno. Il terrore e il dispotismo hanno stroncato la vita nata in ottobre. Gli slogan della rivoluzione sono stati traditi, i suoi ideali soffocati nel sangue del popolo. La dittatura calpesta le masse. La rivoluzione è morta; il suo spirito grida nel deserto... Ho deciso di lasciare la Russia”.

Conclusione

Dalla soppressione degli anarchici russi sono passati cinquant’anni e, visto in prospettiva storica, il ruolo che essi ricoprirono nella rivoluzione del 1917 appare più che mai sconcertante. Leggendo gli scritti del periodo rivoluzionario, non cessano di colpire la perspicacia delle loro critiche al socialismo autoritario, il carattere profetico del loro monito circa la pericolosità del potere centralizzato, la rilevanza delle loro idee riguardo al presente. Con il loro ideale di una società decentralizzata e il loro programma di azione diretta, gli anarchici hanno esercitato un’influenza duratura. Con la loro critica alla “nuova classe”, il loro fervido antimilitarismo, la loro lotta per la liberazione della donna, la loro inaugurazione delle “università libere” e le loro preoccupazioni ecologiche per un equilibrio tra città e campagna, tra uomo e natura, per non parlare del loro terrorismo dinamitardo e del loro comportamento sprezzante in tribunale, appaiono sorprendentemente attuali. In effetti, tutto ciò contribuisce in larga misura a spiegare il rinnovato interesse degli ultimi anni nei confronti dell’anarchia, soprattutto tra i giovani. La vitalità dell’ideale anarchico è oggi più evidente che mai. Per un numero sempre crescente di giovani ribelli, il socialismo libertario rappresenta una alternativa al fallimento del socialismo autoritario, soprattutto quello che si è sviluppato in Russia sotto il governo comunista. Il sogno di una società decentralizzata di comuni autonome e di federazioni del lavoro attira sempre più coloro i quali cercano di sfuggire da un mondo centralizzato, conformista e artificiale. Non c’è da meravigliarsi dunque, che di tanto in tanto la bandiera nera sia stata spiegata durante le manifestazioni nelle università di Berkeley e a Parigi.

L’enfasi posta dagli anarchici su tutto ciò che è naturale, spontaneo, non appartenente a un sistema, il loro desiderio di una vita più semplice e giusta, la loro sfiducia nella burocrazia e nel potere centralizzato e la loro convinzione che l’emancipazione sociale debba essere ottenuta con metodi libertari, non autoritari – tutto ciò è frutto dell’esperienza degli anarchici nella rivoluzione russa. Perché il socialismo senza la libertà, come hanno osservato sia Proudhon che Bakunin, è la peggiore forma di tirannia. Questa è stata, forse, la lezione più importante della rivoluzione.

L’ateismo

Sorgi!

Sorgi! Sorgi, popolo! Grida con voce possente: basta! Non voglio essere un automa. Basta con i despoti e i parassiti. Sono un uomo! Voglio vivere, crearmi una vita mia. Ho diritto a vivere e ad essere felice. Voglio che la mia felicità sia anche la felicità degli altri. Non voglio più che il mio destino sia un giocattolo nelle mani di dispotiche divinità celesti o terrestri. In questo momento, in quest’ora stessa, prendo in mano il mio destino e rifiuto ogni ulteriore appello a divinità visibili o invisibili. Voi, invisibili divinità del cielo! Vi definite dèi di giustizia. Ma dov’è la vostra giustizia? Vi definite dèi di verità. Ma dov’è la vostra verità? Affermate di punire i malvagi. Ma qual è la vostra punizione? Siete onnipotenti. Ma dov’è la vostra potenza? Avete il dono dell’ubiquità. Ma dove siete dunque? Siete dèi onniscienti – sapevate di questi crimini e li avete permessi. E ora che gli esseri umani periscono a migliaia e il mondo intero affoga nel sangue, voi, dèi onnipotenti, non riuscite a por fine a questo drammatico incubo dell’umanità. Avete il dono dell’ubiquità – e guardate in silenzio il mare di lacrime e i fiumi di sangue. Non avete un briciolo di compassione per gli esseri umani che avete creato. Voi benedite quest’orgia di passioni animali. Prosperate sul sangue. Prosperate sulla morte. Prosperate sulle disgrazie dell’umanità. Non siete divinità della vita, ma della morte, non della felicità, ma della miseria, non della libertà, ma dell’oppressione. Siete despoti, criminali, tiranni. Dèi assetati di sangue. Le vostre macchinazioni divine si svelano in questi stupidi desideri: – Io voglio – dunque creo. Io voglio – dunque prendo. Io voglio – per me solo. Io voglio – così egli rimarrà nella nebbia.

Sorgi! Sorgi, dunque, popolo! Disperdi l’incubo che ti circonda. Impadronisciti della voce della verità. Poni fine agli stupidi desideri delle divinità terrestri e celesti. Dì: “Basta, sono sorto!”. E sarai libero.


[Selitskij, “Prosnis”, in “Vol’nyi Kronštadt”, 12 ottobre 1917, p. 2].

Manifesto ateista

È difficile dire quando il pensiero umano abbia concepito per la prima volta l’esistenza di Dio. Ma una volta che l’ebbe concepito, lo rifiutò. Probabilmente, il rifiuto di Dio seguì immediatamente il suo concepimento, il primo riconoscimento della sua esistenza. In ogni caso, esso è molto antico, e i semi della miscredenza compaiono assai presto nella storia dell’umanità. Per molti secoli, però, questi modesti germogli dell’ateismo vennero soffocati dalla venefica ortica del teismo. Ma il bisogno e il concetto della libertà nel pensiero umano sono troppo forti per non prevalere. E infatti hanno prevalso. Sotto la loro pressione, tutte le religioni hanno ampliato i propri orizzonti, cedendo via via su tutti i fronti e rigettando ciò che solo una generazione prima sarebbe sembrato indispensabile. La religione, nella lotta per la propria sopravvivenza, ha accettato molti compromessi, accumulando assurdità, combinando l’incombinabile.

Le ingenue leggende sull’origine della terra, leggende create da un popolo di pastori agli albori della vita, vennero abbandonate e relegate nella mitologia dei “testi sacri”. Sotto la pressione della scienza, la religione ripudiò il diavolo e l’incarnazione della divinità. Dio, ora, si rivelava a noi come Ragione, Giustizia, Amore, Pace, ecc. Vista l’impossibilità di salvare i contenuti della religione, gli uomini ne preservarono la forma, ben sapendo che questa avrebbe plasmato qualsiasi contenuto le venisse imposto.

Il cosiddetto progresso della religione non è che una serie di concessioni per emancipare la volontà, il pensiero e i sentimenti. Non fosse per i loro insistenti attacchi, oggi la religione avrebbe ancora il suo originario carattere rozzo e ingenuo. Il pensiero, però, ottenne altre vittorie. Non solo costrinse la religione sulla via del progressismo o, più precisamente, la costrinse a dar vita a forme nuove, ma compì un passo creativo indipendente, muovendosi con sempre maggior coraggio verso un ateismo aperto, militante.

E il nostro è un ateismo militante. Crediamo sia ora di combattere apertamente, spietatamente tutti i dogmi religiosi, quale che sia la loro denominazione, qualunque sia il sistema filosofico che la loro essenza religiosa nasconde. Combatteremo qualsiasi tentativo di riformare la religione o di contrabbandare anacronistici concetti del passato nel bagaglio spirituale dell’umanità contemporanea. Per noi, tutti gli dèi sono ugualmente ripugnanti, assetati di sangue o umani che siano, invidiosi o gentili, vendicativi o pronti al perdono. Ciò che importa non è che tipo di divinità essi siano, ma il fatto stesso che sono divinità – cioè nostri signori, nostri sovrani – e che noi amiamo troppo la nostra libertà spirituale per inchinarci davanti a loro.

Perciò, siamo atei. Faremo coraggiosamente propaganda all’ateismo tra le masse dei lavoratori, alle quali l’ateismo è necessario più che a chiunque altro. Non abbiamo paura di sentirci rimproverare che distruggendo la fede del popolo gli togliamo anche la base morale su cui fondare la propria esistenza, rimprovero, questo, mosso da quei sedicenti “amici del popolo” che considerano inseparabili la religione e la moralità. Noi affermiamo, al contrario, che la moralità può e deve essere libera da qualsiasi legame con la religione, e questa nostra convinzione si basa sugli insegnamenti della scienza contemporanea. Solo distruggendo i vecchi dogmi religiosi otterremo il grande, positivo risultato di liberare il pensiero e i sentimenti dalle loro vecchie e rugginose catene.

E che cosa può servir meglio a infrangere questi legami?

In quest’universo o nella storia dei popoli non esistono idee obiettive. Un mondo obiettivo è un non senso. I desideri e le aspirazioni appartengono esclusivamente alla personalità dell’individuo ed è l’individuo libero che noi poniamo innanzi a tutto. Vogliamo distruggere la vecchia, repellente morale religiosa, che proclama: “Sii buono, o Dio ti punirà”. Noi ci opponiamo a questo ricatto e proclamiamo: “Fai ciò che ti sembra giusto senza scendere a patti con nessuno e solo perché ti sembra giusto”. È proprio solo un’opera distruttiva, questa?

Tanto grande è il nostro amore nei confronti della personalità umana, che per forza dobbiamo odiare gli dèi. Perciò, siamo atei. La lotta secolare e difficile della classe operaia per poter lavorare in libertà potrà durare ancora più a lungo di quanto non sia durata finora. I lavoratori dovranno forse faticare ancor più di quanto non abbiano fatto finora e sacrificare il proprio sangue per affermare le proprie conquiste. Lungo il cammino, i lavoratori dovranno senza dubbio subire altre sconfitte e, ancor peggio, delusioni. Perciò devono avere un cuore d’acciaio e uno spirito forte, che regga ai colpi del fato. Ma può uno schiavo avere un cuore d’acciaio? Al cospetto di Dio, tutti gli schiavi non sono che nullità. E si può possedere uno spirito forte, quando si cade in ginocchio e ci si prostra, come fanno i credenti?

Perciò andremo tra i lavoratori e tenteremo di distruggere le vestigia della loro fede in Dio. Insegneremo loro ad ergersi diritti e fieri come uomini degni di essere liberi. Insegneremo loro a non cercare aiuto se non in se stessi, nel loro spirito e nella forza delle organizzazioni libere. È una calunnia l’asserzione secondo cui i nostri migliori sentimenti, pensieri, desideri e azioni non sono nostri, non sono stati vissuti da noi, ma sono di Dio, sono determinati da Dio, e che noi non siamo noi stessi, ma un semplice veicolo per la volontà del Signore o del Diavolo. Vogliamo assumerci ogni responsabilità. Vogliamo essere liberi. Non vogliamo essere marionette o pupazzi. Perciò, siamo atei. La religione riconosce la propria incapacità di mantenere viva e credibile nell’uomo l’immagine del demonio ed essa stessa, ormai, la rifiuta, perché screditata. Ma ciò è assurdo, perché l’esistenza del Diavolo è altrettanto plausibile dell’esistenza di Dio – cioè, non lo è affatto. Un tempo, la credenza nel demonio era assai forte. Il demonio aveva un’influenza sull’animo dell’uomo, tuttavia ora questa figura minacciosa, questo tentatore dell’umanità si è trasformato in un diavolo da operetta, più comico che terrificante. La stessa sorte è riservata al suo fratello di sangue: Dio.

Dio, il Diavolo, la fede. L’umanità ha pagato queste orribili parole con un mare di sangue, un fiume di lacrime, interminabili sofferenze. Basta con quest’incubo! L’uomo deve finalmente scuotersi di dosso questo giogo, deve conquistare la libertà. Prima o poi, la vittoria andrà ai lavoratori. Ma l’uomo deve essere pronto e spiritualmente libero per entrare nella società ugualitaria, o perlomeno dev’essersi liberato dal pattume divino che si è trascinato appresso per un migliaio di anni. Noi abbiamo scosso dai nostri piedi questa polvere venefica, e perciò siamo atei. Venite con noi, voi tutti che amate l’uomo e la libertà e odiate gli dèi e la schiavitù. Sì, gli dèi stanno morendo! Viva l’uomo!

Unione degli atei


[Soiuz Ateistov, “Ateisticheskii manifest”, in “Nabat”, Kharhov, 12 maggio 1919, p. 3]

Il mio Dio

Io non mi inchino di fronte all’idolo
Al quale i derelitti della terra,
I figli del mondo, calpestati e schiavi,
Portano doni e implorano ricompense.
Non mi dà nessun conforto un Dio
Che aizza il ricco contro il povero,
Che infligge agli uomini tribolazioni e fatiche
E fa della sofferenza un culto.
Il suo sguardo severo,
Il pallore della sua triste fronte
Non mi infiammano il petto
Né di notte mi scaldano lo spirito.
Il mio Dio è un’idea: una nuova vita,
L’alba di giorni sereni e felici,
Alla lotta, a una dura lotta,
Chiama tutti i coraggiosi.
Porta la vendetta contro gli oppressori
Che trattano gli uomini versandone il sangue!
Il mio Dio è la libertà, grande, gloriosa,
l’autocoscienza, la forza e l’amore!


[E. Zaidner-Sadd, “Moi Bog”, in “Ekaterinoslavskii Nabat”, 7 gennaio 1920, p. 3]

L’antimilitarismo

Risposta – Al Manifesto dei Sedici

Son quasi trascorsi due anni dall’inizio di questa terribile guerra, una guerra quale l’umanità non aveva mai sperimentato, cui si debbono milioni di tombe senza nome, milioni di storpi, milioni di vedove e di orfani. Beni per un valore di miliardi, prodotto di lunghi anni di umana fatica, sono stati gettati alle fiamme, inghiottiti da un abisso senza fondo. Un inumano dolore, sofferenze terribili, una profonda disperazione per l’umanità – eccone il risultato.

Ora, quando ovunque si odono grida di disperazione – “Basta spargimenti di sangue! Basta distruzioni!” – guardiamo con grande tristezza a quelli che un tempo erano i nostri compagni, P. Kropotkin, J. Grave, C. Cornelissen, P. Reclus, C. Malato ed altri anarchici e antimilitaristi che nel loro recente manifesto hanno dichiarato: “No, c’è stato ben poco spargimento di sangue, poca distruzione. È troppo presto per parlare di pace!”.

In nome di quali princìpi, a quale scopo pensano sia possibile proclamare la necessità del fratricidio? Che cosa ha portato questi fervidi partigiani della pace a sostenere il conflitto armato? Non riusciamo a capirlo, poiché, leggendo il loro manifesto, colpisce lo squallore di quell’idea nel cui nome chiedono che la guerra continui fino in fondo.

Gli autori del manifesto dichiarano che la colpa del conflitto è da attribuire alla Germania, che mira ad annettersi il Belgio e i dipartimenti settentrionali della Francia e ha richiesto a quest’ultima pesanti indennizzi e intende, in futuro, sottrarle le colonie. Essi biasimano il popolo tedesco per aver obbedito al governo e dichiarano che, fin quando la Germania non rifiuterà i progetti di conquista dei suoi governanti, non si può parlare di pace. In tutto il manifesto è chiaro l’atteggiamento parziale nei confronti dell’Intesa. E questa parzialità, originata da una grossolana sopravvalutazione della dubbia superiorità dei regimi democratici, ha inevitabilmente portato gli autori del manifesto a non parlare di molte cose che hanno seriamente compromesso le potenze alleate, ad applicare criteri diversi nel valutare le medesime azioni intraprese dai belligeranti, infine a confondere i desideri del popolo con quelli del governo di cui erano schiavi.

I firmatari del manifesto considerano il governo germanico come il maggior responsabile del conflitto. Ma non è un segreto che tutte le grandi potenze si stavano preparando già da tempo a una guerra europea. E non a una semplice guerra di difesa, non solo per proteggersi da un’invasione tedesca. Si preparavano, piuttosto, a una guerra di conquista, alla conquista di un nuovo territorio o alla dominazione economica degli Stati confinanti. L’aver ragione della Germania come rivale sui mari non è forse da sempre il sogno dell’Inghilterra? E non è ormai di pubblico dominio il desiderio della Russia di esercitare la propria sovranità sulle rive del Bosforo? Forse che la Russia non guarda con occhio famelico alla Galizia? Ed è forse tramontato il sogno della Francia di divenire una grande potenza coloniale?

Tutti gli Stati si stavano preparando alla guerra. E se questa non scoppiò prima del 1914, fu solo perché il canale di Kill, in Germania, non era stato ancora allargato, non era stata ancora completata la costruzione della flotta inglese, l’esercito francese non era ancora perfezionato e in Russia non erano ancora state create nuove divisioni. E se, grazie alle loro capacità organizzative, i pirati coronati della Germania sono riusciti a prepararsi prima degli altri e prima degli altri hanno deciso di dare l’Europa alle fiamme, questo non diminuisce in alcun modo la responsabilità morale dei pirati coronati dell’Inghilterra, della Russia e delle altre nazioni per l’alto numero delle vittime sacrificate sull’altare del militarismo.

Gli autori del manifesto protestano contro la possibile annessione alla Germania dei territori occupati senza il consenso delle popolazioni indigene. Ma perché non hanno protestato per l’annessione dell’Egitto, che l’Inghilterra aveva già effettuato nel corso del conflitto senza il consenso della popolazione egiziana? Perché non hanno stampato un manifesto che incitasse i lavoratori ad insorgere contro l’Inghilterra schiavista? Non è forse perché un atto del genere toglierebbe il tappeto da sotto i piedi di questi anarco-militaristi? Non sarebbero costretti a dire chiaramente che questa guerra è una guerra tra due gruppi di predatori ugualmente nemici della libertà? Gli autori del manifesto sono sicuri che parlare di pace in questo momento significherebbe incoraggiare i progetti della fazione belligerante germanica, che comprendevano l’invasione delle nazioni limitrofe, invasione che compromette ogni speranza di liberazione e di progresso umano. Noi invece crediamo che non l’invasione germanica, ma la guerra in sé, di cui sono parimenti responsabili tutte le nazioni che vi prendono parte direttamente o indirettamente, costituisca una minaccia per ogni speranza di liberazione e di umano progresso. E noi esortiamo il popolo a lottare non solo contro il governo germanico, ma a insorgere contro tutti coloro che vogliono farlo schiavo. Salutiamo con gioia la dimostrazione delle donne di fronte all’edificio del Reichstag per difendere la pace e il pane. Tutto ciò che è sano e puro si è manifestato in queste seppur flebili proteste. Chiamiamo i lavoratori di ogni paese a una tempestosa protesta, a una sollevazione popolare, perché solo con questi mezzi possiamo sperare di rigenerare l’umanità, e non continuando la guerra. Gli autori del manifesto chiamano alla rivolta solo il popolo germanico e, nel contempo, chiamano il popolo degli Stati alleati alle trincee. Siano pure coerenti e rifiutino ad un tempo l’antimilitarismo e la rivoluzione. Perché l’antimilitarismo in Francia o i fermenti rivoluzionari in Russia o in Inghilterra non faranno che favorire la Germania. E qualsiasi forma di antimilitarismo o rivoluzione al di fuori della Germania favorirà i disegni della nazione germanica. Tuttavia, questo è precisamente ciò che Kropotkin ha fatto. Con orrore abbiamo scoperto che anche prima della guerra era contrario alla lotta contro la legge che stabiliva tre anni di servizio militare obbligatorio in Francia.

Ma gli autori del manifesto non riescono veramente a capire che non solo in questa, ma in tutte le guerre si può trovare – in un senso puramente formale – una percentuale di colpa presumibilmente più o meno grande di democrazia? Così si appelleranno sempre al meno colpevole per difendersi; rimarranno sempre schiavi del vergognoso slogan: “Fabbricate i cannoni e rimetteteli al loro posto!”. Anche adesso mentre passano da frasi generiche sul progresso e sulla minaccia germanica a dichiarazioni concrete sulle possibili conseguenze di una vittoria tedesca, temono solo che la Germania si impadronisca delle colonie francesi e, per mezzo di accordi commerciali, riduca la sua vicina ad una soggezione in campo economico. E dopo tutto ciò, Kropotkin e gli altri autori del manifesto si dichiarano ancora anarchici e antimilitaristi! Chi esorta il popolo alla guerra non può essere né anarchico, né antimilitarista.

Essi difendono una causa estranea ai lavoratori. Essi vorrebbero mandare i lavoratori al fronte non in nome della loro emancipazione, ma per la gloria del capitalismo nazionale progressivo e dello Stato. Vorrebbero distruggere lo spirito dell’anarchia e gettarne i resti ai servi del militarismo.

Noi, però, rimaniamo al nostro posto. Esortiamo i lavoratori di tutto il mondo ad attaccare i loro nemici più prossimi, chiunque siano i loro leader – l’imperatore di Germania o il sultano turco, lo zar russo o il presidente francese. Sappiamo che quando si tratta di corrompere la volontà e la coscienza dei lavoratori, la democrazia e l’autocrazia non sono seconde l’una all’altra. Non facciamo alcuna distinzione tra guerre accettabili e inaccettabili. Per noi, esiste un solo tipo di guerra, la guerra sociale contro il capitalismo e i suoi difensori. E ripetiamo i nostri slogan, che gli autori del vergognoso manifesto hanno rinnegato: Abbasso la guerra!

Abbasso il potere dell’Autorità e del Capitale! Viva la fratellanza del popolo libero!

Gruppo degli Anarchici Comunisti di Ginevra


[Otvet, in “Put’k Svobode”, Ginevra, maggio 1917, pp. 10-11]

L’antintellettualismo

Proclama

Figlio della strada, senza casa e senza tetto, affascinato dal bagliore del focolare, dal tepore e dalle comodità di una casa, dai soffici tappeti sotto ai piedi, dalle note soavi di un pianoforte. Tutti i cancelli ti sono chiusi. Le porte ti vengono sbattute in faccia. I sassi e il ghiaccio ti tagliano i piedi nudi, il latrato del cane da guardia e le grida dei custodi ti lacerano le orecchie. Mentre altri si adagiano su cuscini di seta, il vento ti s’infila, tagliente, sotto gli stracci. Tra le calde coperte infuriano passioni ardenti – ma le tue labbra gelano, il cuore ti si riduce in cenere, le tue mani si fanno di ghiaccio. Ti rannicchi rassegnato contro il muro in qualche angolo e sonnecchi pieno di acciacchi. Poco lontano, una prostituta passeggia avanti e indietro. È tua figlia, che vende il suo giovane ardore a vecchi cuori ricoperti d’oro.

Stupido straccione! Proprio là c’è una casa, tepore, comodità. Entra e sistemati. Lascia che siano i proprietari di case e palazzi a vagare per le strade, battendo i denti. Lascia che siano le loro figlie a vendersi, visto che si rifiutano di costruire un nuovo ordine sulla terra. Crea l’anarchia! Oppressi e derelitti, attizzate le fiamme dell’anarchia. Che il vostro sangue, ora congelato, si trasformi in fuoco. Bruciate ogni cosa intorno a voi. Attizzate audacemente le fiamme dell’anarchia. Create l’anarchia!

Reietti, decaduti, disprezzati, sorgete e distruggete questa società di “nobili” e “infimi”. Sorgete e mostrateci che siete al di sopra di noi, che non siamo degni della vostra compagnia, che non siamo neppure degni del vostro disprezzo. Tutto ciò che era sopra di voi sarà al di sotto di voi. Create l’anarchia! Schiavi, aprite gli occhi per vedervi liberi! I traditori stanno legandovi con nuove catene. Gettatele al diavolo! Non obbedite a nessuno. Non umiliatevi di fronte a nessuno. Createvi la vostra libertà, la vostra felicità. Create l’anarchia!

Illetterati, distruggete quella infame cultura che divide gli uomini in “colti” e “ignoranti”. Vogliono tenervi nelle tenebre. Vi hanno cavato gli occhi. In questa oscurità, nell’oscura notte della cultura, vi hanno derubato.

Popolo, i preti e gli scienziati ti hanno derubato, ti hanno derubato di tutti i tuoi pensieri, della tua semplicità, della tua spontaneità, dei tuoi sentimenti. La religione ti mente, popolo, l’astuta scienza ti mente. Il regno dei cieli si fa gioco di te; i preti ti ingannano; l’ordine futuro, il futuro socialismo di cui ti parlano non sono che un trucco. Gli scienziati e i professori ti ingannano. Non credergli. Ti ipnotizzano e ti spogliano. Ti conquistano con l’abbagliante fulgore del loro intelletto.

Popolo, la tua felicità non è nel regno dei cieli, ma qui sulla terra, non nel futuro, ma nel presente. È nelle tue mani. Crea l’anarchia – completamente, ovunque e adesso. Distruggi le chiese, nido di aristocratiche menzogne; distruggi le università, nido di menzogne borghesi. Scaccia i preti, gli scienziati! Distruggi il falso paradiso degli aristocratici e dei borghesi. Abbatti i loro Peruns [dio del tuono delle popolazioni slave], i loro dèi, i loro idoli. C’è un solo dio sulla terra: sei tu, il popolo, tu, l’Uomo.

Popolo, puoi essere felice, devi essere felice. Create l’anarchia!


[Da “Burevestnik”, Pietroburgo, 27 gennaio 1918, p. 1]

Manifesto pan-anarchico

Letteralmente, pan-anarchismo significa anarchismo onnicomprensivo, poiché “pan” in greco significa “tutto”. Il pan-anarchismo è una forma di anarchismo globale e articolato. A fianco dell’ideale dell’abolizione del governo, ovvero dell’anarchismo propriamente detto, ne comprende altri quattro, e precisamente: il comunismo, secondo il quale “tutto appartiene a tutti”; il pedismo, ovvero la liberazione dei bambini e dei giovani dal vizio di un’educazione servile; il cosmismo (nazionalcosmopolitanesimo), ovvero la totale emancipazione delle nazioni oppresse; e, infine, il gineantropismo, ovvero l’emancipazione e l’umanizzazione della donna. Nel complesso, questi cinque ideali formano l’essenza di quello che viene definito pan-anarchismo.

Il pan-anarchismo presuppone una sintesi (unificazione) di tutti gli ideali, le aspirazioni e le azioni sociali più importanti che mirano fondamentalmente al rovesciamento e alla ricostruzione integrale della società – l’economia, la famiglia, la scuola, le relazioni internazionali e le istituzioni di governo. Nella sfera economica, il pan-anarchismo mira alla sostituzione del capitalismo con il comunismo, all’abolizione della proprietà privata sulla terra, dei mezzi di produzione e dei beni di consumo. Nell’ambito della famiglia, mira alla restaurazione della poligamia e dello scambio di donne, sulla base del vero amore, tra individui di sesso maschile e femminile, oltreché all’abolizione del predominio maschile all’interno della struttura familiare in genere, sia legale, sia di fatto, alla libera partecipazione della donna in tutti i campi del lavoro e dell’arte e all’uguale possibilità di godere dei benefici della società. Per ciò che riguarda la scuola, mira a sostituire all’indottrinamento odierno, che infarcisce i nostri figli di pregiudizi religiosi e scientifici, un’istruzione pratica su basi tecniche, che si dimostri utile nella vita di tutti i giorni e che garantisca loro libertà, fiducia in se stessi e capacità di creare da soli qualcosa di originale. Mira anche a sostituire all’attuale sistema territoriale, con le sue frontiere, le sue patrie, le sue proprietà territoriali nazionali e private, un ordine nazional-cosmopolita senza patrie né frontiere, ma solo libere unioni di genti libere, cui tutta la terra in comune appartiene. “Tutta la terra a tutta l’umanità” – questo è il motto del pan-anarchismo, contrario al territorialismo e all’imperialismo delle nazioni predatrici che dichiarano “tutta la terra mi appartiene”.

Nel campo dell’organizzazione statale e della sua relazione con l’individuo, il pan-anarchismo si batte per eliminare qualsiasi forma di autorità, di Stato, di costrizione – tribunali, prigioni, esercito, ecc. – e per l’amministrazione della società tramite accordi e consultazioni volontarie.

Il pan-anarchismo è l’ideale dell’Unione dei cinque oppressi. Chiama a raccolta tutti gli oppressi per creare un’organizzazione di dimensioni mondiali, un’Internazionale degli oppressi, un Sindacato mondiale dei cinque oppressi per la distruzione dell’ordine esistente, che si basa su cinque forme di oppressione. Il pan-anarchismo prende l’iniziativa nell’incoraggiare l’unione di tutti e cinque i gruppi oppressi della società contemporanea in una Internazionale dei lavoratori occasionali, un’Internazionale dei giovani, un’Internazionale delle nazionalità oppresse, un’Internazionale della donna e un’Internazionale delle personalità individuali, così come alla eventuale formazione di una unica Internazionale degli oppressi fondata sul principio dell’uguaglianza di tutti gli oppressi.

Il pan-anarchismo si batte per una pan-distruzione, per l’eliminazione di tutti e cinque i tipi di oppressione esistenti nella società. Perciò, il pan-anarchismo non mira alla liberazione di un gruppo di oppressi mediante l’oppressione degli altri, come per esempio instaurando la dittatura del proletariato, ma alla liberazione di tutti gli oppressi, di tutta l’umanità, di tutti gli sfruttati. Inoltre, il pan-anarchismo rappresenta la liberazione dell’umanità dalla schiavitù del capitalismo, dello Stato, dell’educazione formale, dalla monotonia della vita domestica, dal nazionalismo.

Il pan-anarchismo distruggerà tutte e cinque le forme di oppressione nella società contemporanea: (1) economica, (2) politica, (3) nazionale, (4) educativa e (5) domestica. In parole povere, il pan-anarchismo afferma che non ci devono essere né ricchi né poveri, né regnanti né sudditi, né insegnanti schiavisti né allievi schiavi, né uomini dominatori né donne schiave. Per il pan-anarchismo ciascuna di queste rivendicazioni è ugualmente importante. Ogni superiorità di un elemento oppresso su un altro, sia che si realizzi come leadership o come dominazione, non è per noi che uno sfruttamento di esseri umani da parte di una classe o di un gruppo particolari.

Ma pan-anarchismo non significa solamente emancipazione dalle cinque forme di oppressione. Significa anche emancipazione dell’umanità oppressa da due forme di inganno: l’inganno della religione e l’inganno della scienza, che in sostanza non sono che due varianti dello stesso tipo di inganno, quello degli oppressi da parte degli oppressori. Il pan-anarchismo afferma che la religione e la scienza sono stati inventati come mezzi per distogliere l’attenzione dall’oppressione e dal mondo tangibile reale, sostituendo ad esso un mondo intangibile, vuoi soprannaturale (religione), vuoi astratto (scienza). Il pan-anarchismo considera la scienza una religione riformata e la natura un dio riformato. La scienza è la religione della borghesia, così come la religione era la scienza della nobiltà e degli schiavisti.

Il pan-anarchismo proclama l’abolizione universale dello Stato, l’anarchia cosmica, l’anarchia ovunque. Tutte le forme di religione e di scienza non sono solo strumenti dell’oppressione borghese, reti e fanfare, miraggi ed esche per gli oppressi. Sono anche fraudolente e barbare, limitate e stupide, ingenue e comiche, confuse e contraddittorie. La scienza rappresenta un aspetto della stupidità del selvaggio europeo, come la religione è un aspetto della stupidità del selvaggio asiatico. Ambedue formano un medesimo intreccio di confusioni e contraddizioni: Dio e non Dio, causa e non causa; Dio il vero artefice, e Dio che crea dal “nulla”, il che significa che egli stesso è il “nulla” più assoluto, un non-dio; la causa che si fa risalire alla causa primaria e che diventa causa di se medesima o cessa del tutto di esserlo.

Dio e la natura sono fatti ad immagine dell’uomo, sono antropomorfici. Il cacciatore eschimese li raffigura con la forma dell’orso bianco (il mondo ha avuto origine dall’orso bianco); l’ebreo li identifica con le professioni (Dio falegname, sarto). Newton, Kant e Laplace rappresentano la natura secondo la meccanica europea, Darwin e Spencer basandosi sull’allevamento dei cavalli in Inghilterra (la selezione naturale seguiva lo schema della selezione artificiale nell’allevamento dei cavalli in Gran Bretagna). L’ordine celeste e l’ordine naturale – angeli, spiriti, demoni, molecole, atomi, etere, le leggi divine/celesti e le leggi della natura, le forze, l’influenza di un corpo su un altro – tutte queste sono invenzioni, forme, creazioni della società (sociomorfica).

Dio è l’immagine del monarca assoluto asiatico. Le leggi celesti, le leggi astrali, l’astrologia degli Assiri e dei Babilonesi – queste sono le leggi degli imperatori. Le leggi della natura sono le leggi dello Stato; la forza naturale è la coercizione. Le forze della natura ricordano la monarchia e la burocrazia costituzionali e, a volte, la natura ricorda persino il presidente di una repubblica democratica!

Il pan-anarchismo insegna che l’universo non è né l’uomo né la società. Non ha inizio né fine, né origine (cosmogonia) né causa, né leggi né forze vendicative. L’universo, così come ogni fenomeno naturale, è sempre “se stesso”, anarchico-individualista o anarco-comunista, se così si può dire. L’universo e tutti i suoi fenomeni sono spontanei. Nell’universo e in ogni fenomeno non v’è nulla di estraneo, non c’è un ordine coercitivo, ma piuttosto anarchia, cioè un ordine interno (immanente), indipendente e spontaneo. Non esiste una forza naturale, ma solo azioni e affinità; e cose, azioni e affinità sono identiche. Per il pan-anarchismo, l’errore fondamentale della religione e della scienza è quello di essere, la prima frutto della fantasia, la seconda frutto dell’intelletto (configurazioni o astrazioni mentali). Perciò il pan-anarchismo considera genuini solo i sentimenti, o meglio i muscoli e le capacità tecniche. Il pan-anarchismo afferma che solo le capacità tecniche costituiscono la cultura del popolo, dei lavoratori, degli oppressi, le capacità tecniche nel senso più ampio del termine, comprendendo cioè tutti i mestieri, le arti pratiche e così via, che esso chiama pan-tecniche.

Per ciò che riguarda l’analisi della società, il pan-anarchismo rifiuta ogni legge sociologica o evoluzione e sviluppo sociale, e sostituisce ad essi la sociotecnica, l’edificazione della società con l’esplicito diritto alla sperimentazione, all’improvvisazione e all’invenzione sociale. Il pan-anarchismo, ammantato di tecnicismo, significa non solo anarchia universale e totale, ma anarchia adesso. Invece dell’evoluzione e della riforma socialdemocratiche, lancia lo slogan della rivoluzione sociale, considerando sopra ogni cosa l’aurea regola anarchica: diritti alla meta!

E dunque:

Viva il pan-anarchismo!


[A. L. e V. L. Gordin, Manifest pan-anarckhistov, Mosca 1918, pp. 3-6]

Manifesto anarco-futurista

Ah-ah-ah, ha-ha, ho-ho!

Riversatevi nelle strade! Chi è ancora fresco e giovane e non disumanizzato, nelle strade! Il panciuto mortaio delle risate è sceso in piazza, ebbro di gioia. Il riso e l’amore si accoppiano con la melanconia e l’odio, stretti l’uno contro l’altro nella possente, convulsa passione del piacere bestiale. Viva la psicologia dei contrasti. Spiriti intossicati e ardenti hanno innalzato la bandiera fiammeggiante della rivoluzione intellettuale. Morte alle creature della routine, ai filistei, ai sofferenti di gotta! Fracassate con un rumore assordante la coppa delle tempeste vendicatrici! Abbattete le chiese e i musei, loro alleati! Fate saltare in mille pezzi i fragili idoli della civiltà! Ehi, voi, decadenti architetti del sarcofago del pensiero, guardiani del cimitero universale dei libri: fatevi da parte! Siamo venuti per togliervi di mezzo! Tutto ciò che è vecchio va sepolto, gli archivi polverosi vanno bruciati con la torcia di Vulcano del genio creativo. Davanti alle ceneri svolazzanti della devastazione mondiale, davanti alle tele bruciacchiate dei pomposi dipinti, davanti ai grossi, panciuti volumi dei classici, ormai bruciati, marciamo noi, gli anarco-futuristi! Spiegheremo orgogliosi lo stendardo dell’anarchia sulla vasta distesa devastata della nostra terra. Lo scrivere non ha alcun valore! Non c’è mercato per la letteratura! Non ci sono prigioni, non ci sono limiti per la creatività soggettiva! Tutto è permesso! Nulla è vietato!

I Figli della Natura ricevono con estasi gioiosa il cavalleresco bacio dorato del Sole e il ventre grasso, nudo e lascivo della Terra. I Figli della Natura, sboccianti dalla nera terra, incarnano le passioni di corpi nudi e lussuriosi. Li comprimono tutti in un’unica coppa generatrice, gravida! Migliaia di braccia e di gambe si intrecciano in un’unico mucchio soffocante ed esausto! La pelle s’infiamma di calde, insaziabili, mordenti carezze. I denti affondano con odio nella carne tiepida e succulenta degli amanti! Occhi spalancati, attoniti seguono l’ardente, pregnante danza della lussuria! Tutto è strano, disinibito, elementare. La convulsione, la carne, la vita, la morte, tutto! Tutto!

Questa è la poesia del nostro amore! Possenti, immortali e terribili siamo nel nostro amore! Il vento del Nord infuria nella testa dei Figli della Natura. È apparso qualcosa di terrificante – un vampiro della melanconia! Perdizione – il mondo sta morendo! Prendilo! Ammazzalo! No, aspetta! Grida frenetiche, penetranti lacerano l’aria. Aspetta! La melanconia! Nere, sbadiglianti ulcere d’agonia coprono il volto pallido e terrorizzato del cielo. La terra trema di paura sotto i colpi possenti e colmi d’odio dei suoi Figli! Oh, cose maledette, spregevoli! Essi ne lacerano la carne tenera e grassa e seppelliscono la propria sfiorente ed affamata melanconia nel fiume di sangue e nelle fresche ferite del suo corpo. Il mondo sta morendo! Ah! Ah! Ah! gridano milioni di tossine. Ah! Ah! Ah! ruggisce il gigantesco cannone dell’allarme! Distruzione! Caos! Melanconia! Il mondo sta morendo!

Questa è la poesia della nostra melanconia! Siamo privi di inibizioni! Il lamentoso sentimentalismo degli umanisti non fa per noi. Piuttosto, vogliamo creare la trionfante fratellanza intellettuale dei popoli, forgiata con la logica ironica delle contraddizioni, dell’Odio e dell’Amore. Difenderemo con i denti la nostra libera unione, dall’Africa ai due poli, contro ogni amicizia sentimentale. Tutto ci appartiene! Al di fuori di noi non c’è che la morte! Innalzando la bandiera nera della ribellione, chiamiamo a raccolta tutti gli uomini che non sono stati disumanizzati e rimbecilliti dall’alito venefico della Civiltà! Tutti per le strade! Avanti! Distruggete! Ammazzate! Solo la morte non ammette ritorno! Estinguete tutto ciò che è vecchio! Il tuono, il fulmine, gli elementi: tutto ci appartiene! Avanti!

Viva la rivoluzione intellettuale internazionale!

Via libera agli anarco-futuristi, agli anarco-iperborei e ai neo-nichilisti!

Morte alla civiltà mondiale!

Gruppo degli anarco-futuristi


[“Shturmovoi, opustoshaiushchii manifest anarkho-futuristov”, in “K Svetu”, Kharkov, 14 marzo 1919, p. l]

L’individualismo

Nulla è stato dimenticato e nulla è stato appreso

Il fatto che la gente comune sia renitente a dominare sugli altri e desideri, al contrario, abolire l’autorità; il loro rifiuto di obbedire o di sottomettersi; la loro tendenza istintiva all’anarchia, ad instaurare una vera dittatura del proletariato, invece che una fittizia in forma di comitato esecutivo dei soviet, una dittatura, cioè, del popolo stesso, in cui ogni persona sia padrona di se stessa – questa è la vera dittatura dell’individuo. Io sono ministro, legislatore, dittatore, autorità di me stesso. Questa è la vera dittatura popolare, una dittatura normale, naturale, fisiologica. Per un individuo, è la cosa più naturale del mondo esercitare un potere, una dittatura fisiologica sulle parti del proprio corpo, sulle sue braccia e le sue gambe, stabilire il proprio comportamento grazie al potere di agire liberamente, di fare ciò che ritiene necessario. Questa è la dittatura fisiologica, l’unica giusta, naturale, vera dittatura della libertà d’azione. Questo è l’ideale dell’Anarchia. Io sono una persona – e non c’è autorità maggiore del mio “Io”!


[A. L. e V. L. Gordin, “Nichego ne zabyli i nichemu ne nauchilis”, in “Anarkhist”, Rostov sul Don, 22 ottobre 1917, pp. 1-2]

Manifesto anarchico

La rivoluzione e la libertà sono sempre nate dal sangue e dalla sofferenza. Hanno fatto molte vittime, sia tra gli eroici combattenti per una nuova società, sia tra i disperati difensori della vecchia. Ma queste vittime non devono essere cadute invano. Ci aspetta un lavoro di dimensioni tali, quali l’umanità non ha mai conosciuto. Bisogna ricostruire il paese da cima a fondo, poiché è stato distrutto dalla corruzione del passato regime, dalla guerra e dagli esperimenti “dall’alto” effettuati dai vari partiti politici. Questa ricostruzione non deve instaurare la vecchia routine, l’anacronistico dogmatismo di chi per professione congiura contro la felicità dell’uomo, bensì qualcosa di nuovo e di creativo, che si ispiri direttamente alla vita e risponda ai desideri e agli interessi di coloro da cui e per cui è stata fatta la rivoluzione.

È tempo di porre fine ad ogni tipo di sorveglianza, per quanto ispirata da buone intenzioni. È tempo di smettere di farsi rappresentare, non importa da chi. Ogni individuo deve difendere da sé la propria causa. A questo ci chiama l’anarchia!

L’anarchismo è la dottrina della vita! L’anarchismo è nato e vive in ognuno di noi, ma è soffocato dalla povertà, dalla timidezza e dal servilismo di fronte a uomini e teorie che tendono a una vita violenta e corrotta. Ciò che ci serve è un po’ di coraggio, un’illuminazione e sete d’azione, in modo che lo spirito dell’anarchia si desti in ciascuno di noi, piccolo o grande che sia.

L’anarchismo è la dottrina della libertà! Non libertà astratta, illusoria, ma viva e reale. Tutta la creatività anarchica affonda le radici nella libera personalità, libera dal gioco delle istituzioni e dall’autorità delle leggi inventate da altri. La libertà dell’anarchico è libertà per tutti. Se c’è anche un solo schiavo, l’anarchico non è libero. L’anarchico deve lottare perché tutti siano liberi. Per l’anarchismo non esistono idoli, nulla di assoluto al di fuori dell’uomo, della sua libertà e del suo diritto a svilupparsi senza limitazioni. Qualunque sia l’ordine sociale esistente, l’anarchico continuerà a lottare per un ordine nuovo, più perfetto, più completo e puro, dettatogli dalla sua coscienza libertaria.

L’anarchismo è la dottrina dell’uguaglianza! Tutti sono uguali nella libertà. Ciascuno è artefice del proprio destino. E la sfera della libertà individuale è inviolabile.

L’anarchismo è la dottrina della cultura! Perché insegna non solo ad amare se stessi e la propria libertà, ma anche gli altri e la libertà per tutti. È un richiamo all’azione, a far sì che dei suoi frutti non godano solo i nostri contemporanei, ma anche i nostri fratelli in un futuro ancora lontano. È un’esortazione a combattere per la distruzione del sistema coercitivo, ma non un’esortazione alla vendetta o alla violenza contro un determinato individuo.

L’anarchismo è la dottrina della felicità! Perché crede nell’uomo e nelle sue infinite possibilità. Crede che agendo per il bene di tutti egli affratellerà tra loro tutte le epoche e tutti gli uomini. Ecco come è nata la gioia della creazione – la gioia più grande che un uomo può provare!


[A. A. Borovoi, “Anarkhistskii manifest”, nel suo Anarkhizm, Mosca 1918, pp. 168-169]

La gioventù anarchica

Compagni!

Mercoledì, 16 aprile 1919

Compagni!

Gli orizzonti rivoluzionari si stanno allargando. Gli oppressi si fanno sempre più forti mentre marciano verso la liberazione. Cadono le loro catene, si spezza ogni legame, tutto ciò che è decrepito e inadatto alla nuova vita viene spazzato via.

Sullo stendardo della liberazione è scritto:

Lotta contro tutti gli oppressori.

Lotta contro tutti coloro che hanno fatto dell’istruzione un privilegio di pochi e l’hanno impregnata di menzogne a vantaggio dei potenti.

Lotta contro tutte le istituzioni che ci storpiano nell’infanzia e nella giovinezza, che ci trasformano in creature anemiche, pallide e malferme, prostrate nel corpo e nello spirito.

Lotta contro quella società che ci ha imprigionati nelle fabbriche e nelle scuole.

Lotta contro la famiglia attuale, che ha fatto di noi degli ipocriti mentitori, nutriti con il veleno della corruzione.

Lotta contro l’autorità dello Stato, che favorisce l’oppressione e l’ineguaglianza.

Questi sono i punti fondamentali dell’appello che noi giovani anarchici lanciamo. Molti giovani, nutriti con il veleno del filisteismo borghese, considerano normale la propria situazione. È nostro dovere risvegliarli dal loro ibernamento, in modo che possano unirsi a noi nell’opera creativa. Impegniamoci perciò senza indugio in un lavoro produttivo. Applichiamo senza esitazione questi ideali che la vita stessa ci propone!

Noi, giovani dell’Ucraina, organizzati in circoli, dobbiamo essere uniti per lavorare con efficienza e produttività. In nome dell’aiuto e della solidarietà reciproca – possenti motori del progresso umano – quest’unità è indispensabile. E per raggiungerla dobbiamo convocare un congresso di tutti i gruppi anarchici giovanili dell’Ucraina. Il congresso dovrà esaminare una serie di problemi vitali la cui urgenza non ammette ritardi.

Che la bandiera nera, sotto la quale militiamo, sia sinonimo di distruzione e di morte per tutte le vecchie e marcescenti istituzioni che ci hanno resi schiavi! Che la forza delle nostre parole e le nostre comuni aspirazioni uniscano tutti i giovani che ora sono dispersi e isolati dalla creatività rivoluzionaria.

Che la nostra strada sia quella della creatività culturale e sociale. La nostra parola d’ordine sarà: Giovani di tutto il mondo, unitevi nell’impegno rivoluzionario e culturale!

Entrate in azione con entusiasmo!

Gruppo organizzativo per la convocazione
di un congresso pan-ucraino
della gioventù anarchica


[“Tovarishchi”! in “Biulleten’ Initsiativnoi gruppy anarkhistov molodezhi Ukrainy ‘Nabat’”, Kharkov, aprile 1919, p. 1]

L’istruzione


Tesi sull’organizzazione culturale della Russia

Nel campo dell’istruzione e della cultura, la seconda conferenza pan-russa degli anarco-sindacalisti si propone:

  1. Di risvegliare nelle masse proletarie l’interesse per l’arte, lo studio e gli argomenti culturali.

  2. Di cercare modi e strumenti per sviluppare l’iniziativa e la creatività delle masse, contribuendo così a migliorarne le condizioni all’interno dell’attuale struttura dello Stato socialista borghese. Darà inoltre al proletariato la possibilità di creare una sua cultura e una sua arte socialista – contrapposta a quella borghese – che rifletterà la fulgida bellezza e la magnificenza del socialismo al di fuori dello Stato e aprirà all’animo umano le più vaste prospettive e possibilità.

  3. Di incoraggiare in ogni modo lo sviluppo della personalità individuale, in tutte le sue varie caratteristiche, eliminando pregiudizi e idee preconcette nel presentare fatti che aiuteranno il singolo individuo a formularsi un’opinione personale sulle cose.

  4. Inculcare nelle masse proletarie l’idea che in qualsiasi attività esse devono far conto solo sulle proprie forze, attenendosi scrupolosamente alla memorabile e preziosa affermazione della Prima Internazionale: “La liberazione dei lavoratori è compito esclusivo dei lavoratori”.

  5. Di valersi di ogni mezzo per inculcare nelle masse proletarie l’abitudine a pensare in modo indipendente, poiché le convinzioni più forti sono quelle a cui giungiamo da soli.

  6. Di aiutare i lavoratori a rispettare se stessi e a farsi rispettare dagli altri, non solo senza leggi, ma a dispetto di queste e a dispetto dell’“universo di potere” che ci circonda.

  7. Di alimentare nell’esercito proletario una forte volontà e una ferma intelligenza; di alimentare nei lavoratori lo spirito di rivolta e di farne dei combattenti coscienti, fedeli, instancabili e impavidi, nel vero spirito della lotta di classe senza quartiere per uno splendido futuro, per l’anarchismo.

  8. Di unire tutte le organizzazioni proletarie e favorirne in ogni modo lo sviluppo.

  1. Di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’arte e della cultura organizzando istituzioni veramente proletarie – università, teatri, biblioteche, sale di lettura, scuole di vario genere, palazzi, musei e conservatori proletari, ecc.

  1. L’attività dell’anarco-sindacalismo deve perciò avere come scopo l’abolizione del potere, di ogni obbligo e dell’autorità.

  2. Di incoraggiare lo sviluppo delle sopraccitate istituzioni, per mezzo delle quali il proletariato deve sottrarre dalle mani della Chiesa e dello Stato ogni funzione educativa e culturale, facendola propria.

Di conseguenza, ogni attività culturale ed educativa dell’anarco-sindacalismo si baserà:

  1. Sull’autodisciplina del proletariato, e non sulla disciplina insegnata per mezzo di menzogne e dissimulazioni.

  2. Sull’abolizione di ogni programma obbligatorio, che livella le caratteristiche individuali e i tratti personali e soffoca ogni spirito di iniziativa, di fiducia in se stessi e di responsabilità.

L’istruzione diverrà dunque:

  1. Multiforme ma integrata, poiché offrirà la possibilità di conseguire lo sviluppo armonico dell’intera personalità, garantendo una formazione piena, completa, che copra ogni campo dell’arte e della scienza.

  2. Razionale, fondata sulla ragione e sulle ultime scoperte della scienza, piuttosto che sulla fede cieca; sullo sviluppo della dignità personale e sull’indipendenza, piuttosto che su un senso di sottomissione e di obbedienza; sull’abolizione delle favole su Dio, false e dannose alla causa della liberazione dei contadini e dei lavoratori.

  3. Co-educativa, un’istruzione unitaria per entrambi i sessi, al fine di rimuovere ogni idea grossolana e assicurare una più elevata moralità, che contribuirà a portare avanti la causa della donna più di tutte le leggi messe insieme, leggi che non hanno mai avuto altro scopo se non quello di farne una schiava.

  4. Libertaria, poiché abbandonerà ogni ideale di potere a favore del principio di libertà, il fine dell’attività culturale ed educativa non essendo altro che lo sviluppo dell’uomo libero, che non desidera solo la propria libertà, ma anche quella degli altri.

Per il successo di questa grande opera di istruzione e di educazione, perché sia veramente rivoluzionaria e non mero dilettantismo culturale, è necessario dare a tutte le organizzazioni culturali ed educative contadine e operaie piena libertà e autonomia nella loro giurisdizione. Ma esse devono, a loro volta, mostrarsi disponibili a una libera federazione dei centri urbani, distrettuali e provinciali interessati ai problemi tecnici, culturali ed educativi, che, per la loro importanza, sono al di fuori della portata del ristretto circolo delle organizzazioni locali e interessano le organizzazioni educative contadine ed operaie ad ogni livello: cittadino, distrettuale, provinciale, regionale e nazionale.

Queste organizzazioni e questi centri devono sostituire l’attuale apparato statale che monopolizza ogni operazione culturale ed educativa.


[Vmesto programmy: rezoliutsii I i II Vserossiiskikh konferentskii anarkho-sindikalistov, Berlino 1922, pp. 23-25]

La società futura

La libera comune e la libera città

Ogni giorno abbiamo una nuova prova del continuo aumento delle comuni contadine. Ciò è perfettamente comprensibile. Infatti, fino ad oggi la vita sociale del popolo è stata forzatamente e artificialmente spezzata dal governo e dal capitalismo e questo fatto, cui si aggiunge la distruzione provocata dal massacro dei popoli in tutto il mondo, ha costretto i contadini più poveri a cercare rifugio nello sfruttamento comune della terra. Analizzando la struttura delle comuni agricole, che sono state create nei singoli distretti per soddisfare necessità vitali, vorremmo spiegare ai lavoratori la nostra concezione della libera comune anarchica nella società futura.

La comune libera è un’unione di produttori, consumatori e distributori, determinata da esigenze commerciali e, a volte, da reciproche simpatie. Inoltre, quest’unione, caratterizzata da un’attività indipendente e da una creatività organizzata, è determinata da necessità reciproche di altro genere. La comune anarchica, come unità di lavoro autonoma e autogovernata e come unità di produzione sociale, entra in stretto legame con le altre libere comunità di lavoro. Insieme formano, in senso verticale, una federazione di comuni. Tutte le comuni che fanno parte di questa federazione organizzano uno scambio dei prodotti, mediante il quale ogni comune, in cambio della sua sovrapproduzione, riceve i prodotti di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene per libero accordo e mutuo consenso. Per le comuni o per la loro federazione non si può parlare di un legislatore, perché ciò porterebbe inevitabilmente al declino e al fallimento delle comuni stesse.

Non siamo socialisti, sostenitori dello Stato, né comunisti bolscevichi, che si impadroniscono del potere e, operando dall’alto, instaurano forzatamente e artificialmente il comunismo per mezzo di leggi e decreti, rinforzando ogni loro decisione (buona o cattiva che sia) con qualsiasi mezzo, compreso l’uso delle armi. I comunisti, sostenitori dello Stato, ribattono: “Sì, tutto questo va molto bene. Ma a noi interessa poco ciò che accadrà in futuro. È cosa che riguarda le generazioni future. Mostrateci come si può organizzare oggi, in questi tempi, una comune anarchica, anche se in senso limitato”. A questo rispondiamo che la comune anarchica, nel senso più pieno del termine, è oggi inimmaginabile. Ciò che invece è possibile, tuttavia, è che le organizzazioni operaie lottino per il comunismo anarchico demolendo tutte le barriere dello Stato che si oppongono alla sua realizzazione.

Una volta iniziata la lotta, possiamo cominciare ad organizzare la comune libera, seppure in modo rudimentale. Noi diciamo che il comunismo statale non ha nulla in comune con il comunismo anarchico, e perciò asseriamo categoricamente che arrivare alla libertà attraverso il socialismo statale (come affermano i socialisti) è impensabile. Questo perché il comunismo statale è autoritario e la via che vi conduce è quella della nazionalizzazione, il che significa che tutti i mezzi di produzione e di scambio non appartengono alle unioni autonome dei lavoratori, bensì allo Stato. Lo Stato si impadronisce di ogni cosa, non solo delle imprese, ma anche delle organizzazioni dei lavoratori. Monopolizza ogni cosa nel modo più completo, comprese l’arte e la letteratura, e non mira all’instaurazione del socialismo, ma del comunismo statale, sostituendo agli sfruttatori capitalisti un pugno gigantesco, distruttore, lo Stato. Il comunismo statale non vuole abolire il sistema statale di forza e di costrizione, ma solo ristrutturarlo sostituendo alle vecchie forme dello Stato borghese una forma nuova, quella di un ordine statale comunista.

Noi anarco-sindacalisti contrapponiamo al collettivismo (comunismo statale) il libero comunismo anarchico, che riconosce all’uomo il diritto a una vita propria e alla piena soddisfazione delle proprie necessità. Questo diritto non è visto come un volgare mercanteggiamento, né come una ricompensa per una certa quantità di lavoro svolto, ma come una partecipazione di ciascun individuo, a seconda delle sue capacità, alla vita produttiva. Questa rivendicazione è espressa dalla formula che il comunismo anarchico pone alla base della libera organizzazione: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Il comunismo al di fuori dello Stato comporta il passaggio di tutti i prodotti e di tutti i mezzi di produzione e di scambio alla proprietà comune delle unioni produttive e delle comuni contadine ed operaie.

Il comunismo anarchico abolisce ogni forma di autorità centralizzata e mira alla decentralizzazione frantumando lo Stato in una miriade di gruppi e di comuni di lavoro autonomi ed indipendenti, che finora sono stati artificialmente legati insieme dall’autorità dello Stato. Per la soluzione dei problemi riguardanti più comuni, la comune libera incaricherà una delegazione di specialisti che riceveranno istruzioni dall’intera comune. La stessa comune prenderà le decisioni necessarie sulla base dei risultati degli incontri di questi specialisti.

Per ciò che riguarda la città libera, crediamo che, ai fini della produzione e della distribuzione, questa debba organizzarsi in forma di unione comunitaria. Nella città libera si formerà una massa di comuni, che si raggrupperanno nelle unioni dei gruppi di produttori organizzati secondo le varie attività commerciali. Questi gruppi deterranno tutti i mezzi di produzione e di scambio espropriati ed opereranno in stretta armonia gli uni con gli altri. Al momento della rottura determinante, e durante la transizione dalla società capitalista al comunismo libero, i comitati contadini e di fabbrica, affiancati dai sindacati di mestiere, giocheranno un ruolo fondamentale nell’organizzazione della produzione e della distribuzione sulla base di criteri nuovi. Noi sindacalisti vediamo nei sindacati rivoluzionari il nucleo dei primi gruppi di produttori. Al momento della rivolta sociale (rivoluzione sindacalista) e della proclamazione della città libera, la sua vita e la sua attività saranno rese assai più facili dalla riorganizzazione della produzione. Della distribuzione del cibo si occuperanno le cooperative e i comitati organizzativi, che si uniranno in comitati di strada, di isolato, di quartiere e, infine, in comitati cittadini. Questi organizzeranno la distribuzione dei generi di prima necessità e risolveranno qualsiasi problema di cibo, vestiario o alloggio.

Nella comune o nel gruppo libero, non vi sarà disciplina imposta da alcuno, ma autodisciplina cosciente. Le comuni devono essere entità vive. Tutti i loro membri devono dedicarsi con entusiasmo a un lavoro produttivo, applicandosi con il massimo sforzo e influenzando gli altri con il proprio esempio. Scopo principale di ogni comune dev’essere il pieno e libero sviluppo della personalità umana. Nell’ambito della comune, ogni aspetto della vita deve essere caratterizzato da una reciproca solidarietà: nella produzione, nella distribuzione, nella difesa da aggressioni esterne e così via.

La comune anarchica è completamente libera ed elegge, senza influenze esterne, un proprio consiglio o una propria amministrazione, che rivestirà il molo di commissione esecutiva della comune stessa, ma nulla di più. Ogni comune si organizzerà naturalmente per proprio conto, in rapporto alle condizioni specifiche del luogo in cui si trova, e, se necessario, prenderà la decisione di sciogliersi.


[N. I. Pavlov, “Svobodnaia kommuna i vol’nyi gorod”, in “Vol’nyi Golos Truda”, Mosca, 16 settembre 1918, pp. 2-3]

Il comunismo anarchico

I loro avversari accusano gli anarchici di essere utopisti, astratti. Essi definiscono l’ideale anarchico come un’Utopia fondata sul ritorno alla manifattura e all’economia naturale. Bisogna ammettere che spesso sono gli stessi anarchici a fornire il pretesto per attacchi di questo genere, anarchici che non hanno ancora compreso a fondo i princìpi sociali ed economici che costituiscono la base su cui costruire una società libertaria. Dalle alate parole del ribelle Bakunin – che la passione di distruggere è anche una passione creativa – molti anarchici di oggi non hanno ricavato che un’idea superficiale e bidimensionale. Secondo loro, l’attuale sistema produttivo, con la sua gigantesca industria e i milioni di lavoratori – schiavi della macchina – dev’essere distrutto e completamente rinnovato. Tuttavia, dalle loro indicazioni non si riesce bene a capire fino a che punto la produzione meccanizzata, concentrata nelle grandi città, va eliminata e che cosa la sostituirà in futuro. Cercheremo di fare un po’ di luce su questi problemi.

Nella sfera degli ideali politici, anarchismo significa semplicemente anarchia, ovvero mancanza di autorità. Nella sfera sociale ed economica, questo ideale di società senza Stato appartiene al comunismo. La cellula sociale ed economica su cui si basa la società anarchica è la comune libera ed indipendente. Ma cosa significa fondare tutta la società futura sulla comune? Il primo concetto errato in cui ci si imbatte discutendo questa questione, anche con gli stessi anarchici, è l’identificazione dell’idea di “comune” con quella di un’unità sociale legata a un territorio ben definito e con confini territoriali precisamente delimitati. La comune coincide, dunque, con il villaggio rurale, con una specifica unità agricola o economica organizzata con criteri comunisti da un gruppo di persone.

Il secondo concetto errato, strettamente legato al primo, consiste nel considerare la comune così territorialmente definita come un organismo economico indipendente ed autosufficiente, capace di soddisfare in modo autonomo (per quanto possibile) ogni necessità dei suoi membri.

Ne risulta un’immagine della società anarchica in cui l’umanità è divisa – a seconda delle peculiarità individuali delle diverse popolazioni – in comunità più o meno grandi, completamente indipendenti le une dalle altre e, per quanto possibile, autosufficienti. Ma una simile concezione dell’ideale anarchico implica il rifiuto delle forme di produzione e di scambio esistenti, il ritorno a un’economia naturale e a una produzione artigianale parcellizzata e la cessazione della distribuzione dei manufatti all’interno della struttura sociale nel suo complesso. È appena il caso di affermare che una simile concezione della società anarchica è del tutto erronea. È proprio ad essa che gli avversari dell’anarchismo si riferiscono, quando accusano gli anarchici di essere utopisti e, persino, idealisti borghesi. Tuttavia, non si può negare che di questa interpretazione della società anarchica sono in parte responsabile gli stessi teorici dell’anarchismo, che non hanno sviluppato a sufficienza il problema del ruolo degli anarchici nella società post-capitalista. Una valutazione particolarmente poco accurata del significato dell’eredità capitalista in una società futura si trova nell’opera di Kropotkin, nella quale egli pone soprattutto in rilievo la tendenza alla decentralizzazione dell’attuale sistema produttivo. È stato accettato come dato di fatto ciò che non è che una semplice tendenza. Si è individuata prematuramente nell’industria una tendenza alla decentralizzazione e la si è esagerata, creando l’impressione che nella società futura tutto ciò che sarà necessario ai membri della comune potrà essere prodotto sul posto dalla comune stessa. Il primo concetto errato – il legare la comune a un’area determinata – è molto usato nelle opere teoriche anarchiche. Eppure la comune, che costituisce la base della società futura, non è necessariamente legata a un territorio particolare. La comune è semplicemente un’unione d’individui che lavorano insieme per perseguire fini comuni. Ogni unione di questo genere, quali che ne siano gli scopi, per quanto grande o insignificante possa essere, per quanto estese o limitate siano le sue attività, costituisce una comune. Questa comune, non delimitata da un preciso confine territoriale, si chiama comune extraterritoriale. Ed è la comune extraterritoriale che costituisce la base sociale ed economica della società anarchica. I rapporti di queste comuni le une con le altre, allo scopo di soddisfare le reciproche necessità, sono complessi e strettamente intrecciati, così che tra le comuni v’è un’interrelazione in ogni campo ed esse formano un unico, indivisibile tessuto sociale.

Il secondo concetto errato, che ha dato buon gioco ai critici superficiali dell’anarchismo – il legame tra l’ideale sociale anarchico e il sistema di produzione artigianale – è strettamente legato al primo, ma per chiarirlo meglio bisogna analizzarlo da un’angolazione leggermente diversa. Per definire la questione dobbiamo discutere apertamente e chiaramente il problema del nostro atteggiamento nei confronti dell’autorità in una società post-capitalista. È vero che distruggendo il sistema borghese gli anarchici altereranno anche il sistema industriale della società contemporanea? Dopo la vittoria, gli anarchici terranno da conto l’eredità del capitalismo o le volteranno le spalle, per creare forme di economia nuove e diverse? Lasceranno intatti questi formicai umani, le fabbriche e i giganteschi stabilimenti? Vi saranno, forse, nella società anarchica, imprese in cui decine di migliaia di operai lavoreranno sotto lo stesso tetto? Questi giganti urbani conserveranno ancora il loro potere di seduzione e attireranno ancora la popolazione tra i loro tentacoli magnetici? Nella società anarchica manterremo la divisione del lavoro e la produzione meccanizzata su larga scala?

Ecco le domande le cui risposte forniranno un’esatta concezione della società futura. Diciamo, prima di tutto, che rifiutare in blocco tutto ciò che il capitalismo ha creato nel campo della produzione e della distribuzione sarebbe un’Utopia dannosa, fatale all’anarchismo. Nel campo della produzione e dello scambio dobbiamo essere i perpetuatori del capitalismo. Non dobbiamo rifiutare l’eredità capitalista, ma farla completamente nostra. Nel sistema produttivo creato dal capitalismo vi sono molti aspetti positivi, progressisti dal punto di vista dello sviluppo dell’umanità. Non useremo della nostra vittoria per far regredire il genere umano a una condizione primitiva. Impadronendoci della produzione, non distruggeremo una sola macchina, né danneggeremo una sola leva. Non abbandoneremo le nostre fabbriche e i nostri stabilimenti, né sostituiremo ad essi una vita idilliaca nelle capanne in prati e foreste sotto il cielo aperto.

Al contrario, porteremo in fabbrica la nostra energia liberata. Daremo nuova potenza alle nostre macchine. Costruiremo con il cemento, con il vetro e con l’acciaio come giganti di cui fino ad oggi non s’è visto l’uguale. Porteremo l’industria a livelli nuovi, mai raggiunti. Le nostre città non saranno frantumate e disperse. Saranno invece piene di giardini fioriti e altri milioni di persone ne affolleranno con gioia le vie soleggiate.

La società anarchica non frantumerà la produzione, ma la consoliderà sempre di più. Con rotaie d’acciaio e navi a vapore collegheremo i più remoti angoli del globo, daremo nuova espansione e nuova vitalità al commercio. Costruiremo nuove fabbriche, capaci di accogliere migliaia di operai.

Ecco come deve vedere la società futura chi ha correttamente individuato gli orientamenti del presente e si è liberato dalle grinfie del passato. Ma quale sarà nella società futura il ruolo della comune? Cosa diverrà? Che tipo di organizzazione si assumerà il compito di soddisfare i bisogni di una società di questo tipo? Non è ovvio che saranno le unioni produttive a ricoprire un molo decisivo in una società siffatta, che marcia in avanti e non verso il passato? Le fondamenta dell’intera società saranno rappresentate da forti unioni produttive, legate da vincoli economici dettati dalle esigenze della produzione stessa.

La vaga concezione della comune come base sociale ed economica della società acquista così un contenuto ben definito. La comune della società futura è un’unione dei lavoratori per la produzione o la distribuzione. Perciò gli anarco-comunisti, nel loro lavoro, non devono perdere di vista il fatto che le unioni produttive dei lavoratori rappresentano l’essenza di quelle stesse comuni sulle quali verrà innalzato il futuro edificio dell’anarco-comunismo.


[A. Grachev, “Anarkhicheskii kommunizm”, in “Golos Truda”, Pietroburgo, 15 settembre 1917, pp. 3-4]