Titolo: L’uomo macchina
Data: 2013
Note: Prima edizione: novembre 2013
Opuscoli provvisori n. 43
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Nota introduttiva

Lungi dal costituire un testo scientifico, il lavoro di Lamettrie si presenta oggi al lettore come una sfida lanciata contro ogni costruzione religiosa che da sempre ha avvolto l’uomo nell’imballaggio di un qualsiasi spirito. La fisiologia del Settecento era certo altra cosa di quella odierna, quindi lo spirito scientifico in base al quale il lettore potrebbe sorridere di certe affermazioni qui contenute è del tutto fuori luogo, ma il coraggio di negare sostegno e concretezza ai danni e alle illusioni di onnipotenza che derivano dalle chiacchiere metafisiche sull’anima e su Dio, resta sempre un esempio della ribellione iniziale, indispensabile per andare verso la ribellione definitiva, quella rivoluzionaria.

La macchina uomo, in fondo, ha regole non diverse da quelle che reggono la natura cosiddetta non animata, regole che solo la nostra provvisoria ignoranza ci fa considerare inattingibili per la via dell’esperienza. Ciò non vuol dire consegnare alla scienza una patente di onnipotenza ma, al contrario, togliere al soprannaturale ogni fondamento logico e, pertanto, intrinsecamente umano.

L’uomo è un animale e non un essere superiore vicino – più o meno – al suo creatore. La natura lo ha condizionato ma le sue decisioni, prima fra tutte la grande decisione di vivere in società, lo hanno portato a una vita conflittuale e, spesso, vergognosamente aggressiva. Sono quindi due e non uno i suoi creatori, la natura e la condizione sociale. Il risultato è una macchina vitale, non diversa dalle altre macchine che sono in circolazione, solo – cosa che forse Lamettrie, nella sua furia iconoclasta e nel suo buonismo illuminista non sottolinea abbastanza – più maligna e distruttiva.

Abbassando gli occhi sulla terra, dove il massacro regna imperituro dopo tanto tempo e dove l’uomo sembra non rendersi conto dei suoi limiti e della sua ferocia, si stornano gli occhi da un cielo che l’uomo non ha mai abitato, nemmeno nei suoi rari momenti di sublime generosità, di cui è pur sempre capace anche nella sua radicale cattiveria, cielo dove non può rinvenire se non altri meccanismi più o meno riconducibili alle regole scientifiche della conoscenza.

Né dio né ragione, più o meno scientifica, nulla di tutto questo. Solo piccoli passi timidi per meglio capire che cos’è veramente l’uomo. Una ben strana bestia, una macchina imperfetta e continuamente bisognosa di aggiustamenti.


Trieste, 3 novembre 2011

Alfredo M. Bonanno

L’uomo macchina

Critica dello spiritualismo

Non basta che un sapiente studi la natura e la verità: deve anche osare dirla a vantaggio del piccolo numero di coloro che vogliono e possono pensare infatti agli altri, che sono volontariamente schiavi dei pregiudizi, non è possibile di raggiungere la verità più che alle rane di volare.

Riduco a due i sistemi dei filosofi intorno all’anima umana: il primo, e più antico, è il sistema del materialismo; il secondo è quello dello spiritualismo.

I metafisici che hanno insinuato che la materia potrebbe avere la facoltà di pensare non hanno disonorato la loro ragione. Perché? Perché hanno il vantaggio (che in questo caso è davvero un vantaggio) di essersi espressi male. Infatti, chiedere se la materia possa pensare, considerandola soltanto in se stessa, è come chiedere se la materia possa segnare le ore. Si vede subito che noi eviteremo questo scoglio, contro il quale Locke ha avuto la disgrazia di urtare.

I leibniziani, con le loro monadi, hanno formulato un’ipotesi inintelligibile: hanno piuttosto spiritualizzata la materia che materializzata l’anima. Ma come si può definire un essere la cui natura ci è completamente sconosciuta?

Descartes e tutti i cartesiani, fra i quali da molto tempo si annoverano i seguaci di Malebranche, hanno commesso lo stesso errore, hanno ammesso due sostanze distinte nell’uomo, come se le avessero viste e contate.

Ragione e rivelazione

I più saggi hanno detto che l’anima non potrebbe conoscersi senza i lumi della fede tuttavia, nella loro qualità di esseri ragionevoli, hanno creduto di potersi riservare il diritto di esaminare quello che la Scrittura ha voluto dire con la parola spirito, di cui si serve quando parla dell’anima umana. E se nelle loro ricerche non si sono trovati d’accordo con i teologi, forse che questi ultimi lo sono fra di loro più di quanto lo siano gli altri?

Ecco in poche parole il risultato di tutte le loro riflessioni.

Se c’è un Dio, egli è autore della natura come della rivelazione: ci ha dato l’una per spiegare l’altra, e la ragione per accordarle fra di loro.

Diffidare delle conoscenze che si possono attingere dai corpi animati equivale a considerare la natura e la rivelazione come due contrari che si distruggono, e di conseguenza è come osare di sostenere questa assurdità: che Dio si contraddice nelle sue diverse opere, e ci inganna.

Dunque, se c’è una rivelazione, essa non può smentire la natura. Mediante la sola natura si può scoprire il senso delle parole del Vangelo, di cui unicamente l’esperienza è la vera interprete. Infatti, gli altri commentatori fin qui non hanno fatto altro che imbrogliare la verità. Possiamo rendercene conto ascoltando l’autore dello Spettacolo della Natura [Noël-Antoine Pluche]: strano, ci dice egli a proposito di Locke, che un uomo, il quale degrada la nostra anima fino a ritenerla un’anima di fango, osi stabilire la Ragione come giudice ed arbitro supremo dei misteri della fede; infatti egli aggiunge, e quale strana idea del Cristianesimo avremmo se volessimo seguire la ragione?

Oltre al fatto che queste riflessioni non chiariscono nulla nei riguardi della fede, esse costituiscono, contro il metodo di coloro che credono di poter interpretare i Libri Sacri, delle obiezioni tanto frivole che ho quasi vergogna di perdere il tempo a confutarle.

La dignità della ragione non dipende da una grande parola priva di senso (l’immaterialità), ma dalla sua forza, dalla sua vastità o dalla sua chiaroveggenza. Così un’anima di fango la quale scoprisse, quasi a colpo d’occhio, i rapporti e le conseguenze di un’infinità di idee difficili da cogliere, sarebbe evidentemente preferibile ad un’anima sciocca e stupida che fosse fatta degli elementi più preziosi. Non è da filosofi il vergognarsi, come fa Plinio, della miseria della nostra origine. Quello che sembrerebbe vile, qui invece è la cosa più preziosa, nella quale la natura sembra aver messo più arte e più industria. Ma come l’uomo, quand’anche avesse una derivazione in apparenza più vile, sarebbe sempre il più perfetto di tutti gli esseri, indipendentemente della origine della sua anima; così un’anima, quando è pura, nobile, sublime, è sempre una bella anima, essa rende rispettabile chi ne è dotato, chiunque esso sia.

Il secondo modo di ragionare di Pluche mi sembra erroneo, anche dal punto di vista del suo stesso sistema che sente alquanto di fanatismo; perché se abbiamo della fede un’idea contraria ai princìpi più chiari e alle verità più incontestabili, per l’onore della rivelazione e del suo Autore bisogna credere che tale idea sia falsa e che non conosciamo ancora il vero significato delle parole del Vangelo.

Delle due, l’una: o tutto è illusione, sia la natura, sia la rivelazione; oppure è solo l’esperienza che può rendere ragione della fede. Ma che c’è di più ridicolo del nostro autore? Mi immagino di sentire un peripatetico, che dice: “Non bisogna credere all’esperienza di Torricelli perché se ci credessimo, se bandissimo l’orrore del vuoto, quale strana filosofia avremmo?”.

Ho mostrato come il ragionamento di Pluche sia vizioso allo scopo, in primo luogo, di provare che se c’è una rivelazione, essa non è sufficientemente dimostrata della sola autorità della Chiesa e senza alcun esame della ragione, come pretendono tutti coloro che la temono; in secondo luogo, per mettere al sicuro da ogni attacco il metodo di coloro che volessero seguire la via che io apro loro, cioè l’interpretazione delle cose soprannaturali, incomprensibili per mezzo della sola fede, mediante i lumi che ognuno ha ricevuto dalla natura.

L’esperienza scientifica è la sola guida per la conoscenza dell’uomo

Dunque, qui devono guidarci soltanto l’esperienza e l’osservazione. Esse sono numerosissime nei fasti dei medici che sono stati filosofi, ma non in quelli dei fiiosofi che non sono stati medici. I primi hanno percorso, hanno illuminato il labirinto dell’uomo; essi soli ci hanno rivelato quelle molle celate da involucri che sottraggono ai nostri occhi tante meraviglie. Essi soli, contemplando tranquillamente la nostra anima, l’hanno sorpresa mille volte e nella sua miseria e nella sua grandezza, senza disprezzarla nell’uno di questi stati più di quanto l’ammirassero nell’altro. Di nuovo, anche qui sono soltanto i fisici che hanno diritto di parlare. Che ci possono dire gli altri, e in particolare i teologi? Non è ridicolo sentirli sentenziare senza pudore su di un argomento che non hanno avuto mezzo di conoscere, e da cui, anzi, sono stati completamente stornati da studi oscuri che li hanno condotti a mille pregiudizi – per dirlo in una sola parola – al fanatismo, che aggrava ulteriormente la loro ignoranza circa la meccanicità dei corpi?

L’uomo è una macchina così complessa, che è impossibile farsene a prima vista un’idea chiara, e quindi definirla. Per questo, tutte le ricerche che i più grandi filosofi hanno condotto a priori, vale a dire volendo servirsi in qualche modo delle ali dello spirito, sono state vane. Perciò è solo a posteriori, ossia cercando di svolgere l’anima per così dire attraverso gli organi del corpo, che si può, non dico scoprire in modo evidente la natura stessa dell’uomo, ma raggiungere il massimo grado di probabilità che sia possibile su questo argomento.

Prendiamo dunque il bastone dell’esperienza e lasciamo stare la storia di tutte le vane opinioni dei filosofi. Essere ciechi, e credere di poter fare a meno di questo bastone, è il colmo della cecità. Come ha ragione uno scrittore moderno di dire che soltanto la vanità non sa trarre dalle cause seconde la stessa utilità che dalle prime! Si può, e anzi si deve, ammirare tutti quei begli ingegni, attraverso le loro opere inutili: i Descartes, i Malebranche, i Leibniz, i Wolff, ecc.; ma io chiedo quale frutto si sia tratto dalle loro profonde meditazioni e dalle loro opere. Cominciamo dunque col cercare non ciò che si è pensato, ma ciò che bisogna pensare per la tranquillità della vita.

Le basi fisiologiche della patologia psichica

Tanti sono i temperamenti, altrettanti gli spiriti, i caratteri e i costumi. Lo stesso Galeno ha conosciuto questa verità, che Descartes (e non Ippocrate, come dice l’autore della Storia dell’Anima [lo stesso Lamettrie]) ha spinto fino ad affermare che soltanto la medicina potrebbe mutare gli spiriti e i costumi insieme al corpo. Ed è vero: la melanconia, la bile, il flemma, il sangue, ecc., secondo la natura, la quantità e la diversa combinazione di questi umori fanno di ogni uomo un uomo individuato.

Nelle malattie, a volte, l’anima si eclissa e non dà alcun segno di sé; a volte si direbbe doppia, tanto furore la trascina; a volte si dissipa e la convalescenza di uno sciocco ne fa un uomo intelligente. A volte un bell’ingegno, divenuto stupido, non si riconosce più. Addio tutte quelle belle conoscenze conquistate a sì caro prezzo e con tanta fatica!

Ecco un paralitico, che chiede se la sua gamba è nel letto; ecco là invece un soldato che crede di avere ancora il braccio che gli è stato amputato; la memoria delle sue vecchie sensazioni e del luogo a cui l’anima le riferiva produce la sua illusione e il suo speciale delirio. Basta parlargli della parte che gli manca perché se ne ricordi e ne senta tutti i movimenti, che succede con un certo inesprimibile dolore d’immaginazione.

Alcuni piangono come bambini all’avvicinarsi della morte con la quale altri invece scherza. Che cosa non sarebbe bastato a Giulio Cano, a Seneca, a Petronio per trasformare la loro intrepidezza in pusillanimità o in vigliaccheria? Un’ostruzione nella milza o nel fegato, un ingorgo della vena porta. Perché? Perché l’immaginazione si chiude insieme ai visceri; e da questo nascono tutti gli strani fenomeni dell’isterismo e dell’ipocondria.

Che potrei dire di nuovo intorno a coloro che immaginano di essere trasformati in lupi mannari, in galli, in vampiri, oppure credono che i morti li dissanguino? Tralascio poi coloro che credono il loro naso, o altre membra, di vetro, ed ai quali bisogna consigliare di dormire sulla paglia per non romperselo, allo scopo che ne ritrovino l’uso e la verace carnalità quando, dando fuoco alla paglia, si instilla loro la paura di essere bruciati – spavento che molte volte ha guarito dalla paralisi. Devo sorvolare su queste cose conosciute da tutti.

Fisiologia del sonno

Né maggiormente mi diffonderò sui particolari degli effetti del sonno. Guardate un soldato stanco, russa nella trincea, in mezzo al frastuono di cento pezzi di artiglieria! La sua anima non sente nulla, il suo sonno è un’apoplessia completa. Una bomba lo massacra: sentirà questo colpo forse meno che un insetto che si trovi sotto il piede.

Invece da un’altra parte un uomo divorato dalla gelosia, dall’odio, dall’avarizia o dall’ambizione non può trovare pace. Il luogo più tranquillo, le bevande più fresche e più calmanti tutto è inutile a chi non ha liberato il cuore dal tormento delle passioni.

L’anima e il corpo si addormentano insieme. A mano a mano che il movimento del sangue si calma, in tutta la macchina si spande un dolce sentimento di pace e tranquillità: l’anima si sente dolcemente appesantire insieme alle palpebre e afflosciarsi insieme alle fibre del cervello: così diventa a poco a poco come paralizzata, insieme a tutti i muscoli del corpo. Questi ultimi non riescono più a reggere il peso della testa la quale, a sua volta, non riesce più a sostenere il fardello del pensiero; e il pensiero è come se non esistesse.

La circolazione è troppo veloce? L’anima non può dormire. Se l’anima è troppo agitata, il sangue non può calmarsi e galoppa nelle vene con un rumore che si può anche avvertire. Queste sono le due cause reciproche dell’insonnia. Basta uno spavento nel sogno per far battere il cuore a pulsazioni raddoppiate, e noi siamo strappati alla necessità o alla dolcezza del riposo, come farebbero un vivo dolore o dei bisogni urgenti. Finalmente, come la sola cessazione delle funzioni dell’anima produce il sonno, così anche durante la veglia (che in tal caso, non è che un dormiveglia) ci sono delle specie di piccoli sogni dell’anima assai frequenti, detti sogni alla svizzera, i quali provano che l’anima per dormire non sempre aspetta il corpo: infatti, se essa non dorme, ci manca molto poco, dal momento che le è impossibile indicare un solo oggetto al quale abbia prestato attenzione frammezzo a quella folla innumerevole di idee confuse che, come tante nuvole, riempiono, per così dire, l’atmosfera del nostro cervello.

È troppo caratteristica la relazione fra l’oppio e il sonno che esso produce, perché la si possa dimenticare, qui. Questa medicina, inebria, come fanno il vino, il caffè, ecc., ognuno a suo modo ed a seconda della dose. Essa rende felice l’uomo in uno stato che parrebbe dover essere la tomba della sua sensibilità, dal momento che è l’immagine della morte. Che dolce letargo! L’anima non vorrebbe mai uscirne. Era in preda ai più grandi dolori, ora non sente più, altro che piacere di non soffrire più e di godere della più deliziosa tranquillità. L’oppio muta persino la volontà, costringendo l’anima che vorrebbe uscire e distrarsi, ad andare a letto suo malgrado. E taccio la storia dei veleni.

Il caffè, antidoto del vino, stimolando la nostra immaginazione dissipa i nostri mali di testa e i nostri malumori, senza procurarcene, come invece fa il vino, degli altri per il giorno dopo.

Effetti psicologici dell’alimentazione

Consideriamo l’anima negli altri suoi bisogni.

Il corpo umano è una macchina che monta da sé le sue molle, immagine vivente del moto perpetuo. Gli alimenti conservano ciò che la febbre eccita. Senza di essi l’anima langue, entra in furore, e muore abbattuta. È una candela la cui luce si rianima al momento di estinguersi: ma nutrite il corpo, versate nei suoi condotti dei succhi vigorosi, dei liquori forti – allora l’anima, generosa come questi, si arma di fiero coraggio, ed il soldato, che se avesse bevuto dell’acqua sarebbe fuggito, lieto affronta la morte al rullo dei tamburi. Nello stesso modo l’acqua calda agita il sangue che invece l’acqua fredda calmerebbe.

Potenza di un pasto! La gioia rinasce nel cuore triste, passa nell’anima dei convitati che l’esprimono con belle canzoni, nelle quali i Francesi sono insuperabili. Soltanto i melanconici ne sono abbattuti, e gli studiosi non vi si adattano molto.

La carne cruda rende feroci gli animali: con lo stesso nutrimento lo diventerebbero anche gli uomini. Ed è tanto vero, che la nazione inglese, la quale non mangia la carne così cotta come noi, ma rossa ed al sangue, sembra partecipare più o meno a questa ferocia, derivante in parte da questa alimentazione e da altre cause che soltanto l’educazione può rendere inoperanti. Tale ferocia produce nell’anima l’orgoglio, l’odio, il disprezzo per le altre nazioni, la disobbedienza ed altri sentimenti che depravano il carattere, nello stesso modo che gli alimenti grossolani rendono lo spirito pesante, massiccio, avente per attributi più frequenti la pigrizia e la neghittosità.

Pope conosceva bene la tirannia della gola, quando disse: “Il grave Cazio parla sempre della virtù e crede che chi sopporta i viziosi è egli stesso vizioso. Questi bei sentimenti durano fino all’ora di cena: allora egli preferisce uno scellerato che abbia una tavola ghiotta a un santo frugale”. “Guardate, dice altrove, lo stesso uomo quando è sano o quando e malato, quando possiede una bella carica o quando l’ha perduta: lo vedrete amare la vita, oppure detestarla: pazzo quando va a caccia, ubriacone in un’assemblea di provincia, garbato al ballo, buon amico in villa, privo di fede a corte”.

C’è stato in Svizzera un balivo, chiamato Steigner di Wittighofen: a digiuno era il più integro ed il più indulgente dei giudici; ma disgraziato colui che si trovasse nella gabbia degli accusati dopo che egli aveva fatto una grande cena! Era capace di fare impiccare tutti, innocenti o colpevoli che fossero.

Il nostro pensare, la nostra onestà, la gaiezza, il valore, tutto dipende dal modo in cui è montata la nostra macchina. In certi momenti si direbbe che l’anima abita nello stomaco, e che van Helmont mettendone la sede nel piloro non si sia sbagliato se non nell’aver preso la parte invece del tutto.

A quali eccessi ci può portare la fame rabbiosa! Non si ha più rispetto per le viscere alle quali si deve o si è dato la vita: le sbraniamo affondandovi i denti, facendone orribili banchetti; e nella evidenza del furore il più debole è sempre preda del più forte.

La gravidanza, questa fida emula del pallore, non si accontenta di portare spessissimo con sé i gusti depravati che accompagnano questi due stati: qualche volta ha fatto eseguire all’anima le azioni più orribili, effetto di una follia improvvisa che soffoca persino la legge naturale. Così il cervello, la matrice dello spirito, si perverte a suo modo, seguendo il modo del corpo.

La passione amorosa

C’è un furore più grande di quello dell’uomo e della donna perseguitati della continenza e dalla salute? Che questa ragazza timida e modesta abbia perduto ogni vergogna ed ogni pudore è ancora poco: ormai considera l’incesto con la disinvoltura di una mondana di fronte all’adulterio. Se i suoi bisogni non trovano una pronta soddisfazione, non daranno origine a semplici inconvenienti di un’affezione uterina, alla mania, ecc.: questa infelice morrà di un male per cui ci sono tanti medici.

Sviluppo fisiologico e sviluppo psichico

Bastano gli occhi per vedere la necessaria influenza dell’età sulla ragione. L’anima segue i progressi del corpo come quelli dell’educazione. Nel sesso gentile, l’anima segue anche la delicatezza del temperamento: da cui derivano quella tenerezza, quell’affetto, quei vivi sentimenti che si fondano piuttosto sulla passione che sulla ragione; quei pregiudizi, quelle superstizioni, di cui è ben difficile cancellare le impronte, ecc. Invece l’uomo, col cervello e i nervi dotati della fermezza di tutti i solidi, ha lo spirito, così come i tratti del viso, più nervoso: l’educazione, di cui le donne mancano, aggiunge alla sua anima ulteriori gradi di forza. Con tali aiuti della natura e l’arte, come potrebbe non essere più riconoscente, più generoso, più costante nell’amicizia, più fermo nelle avversità, ecc.? Ma, parafrasando l’autore delle Lettere sulle Fisionomie [Jacques Pernetti], chi unisce le grazie dello spirito e del corpo a quasi tutti i sentimenti più teneri e delicati del cuore, non deve invidiarci una doppia forza, la quale sembra essere stata data all’uomo soltanto, l’una, per sentire meglio le attrattive della bellezza, l’altra per servire meglio ai suoi piaceri.

E neppure è necessario essere un così grande fisionomista come questo autore per indovinare la qualità dello spirito dalla faccia o dalla forma dei tratti, quando sono sufficientemente marcati, come non occorre essere un grande medico per riconoscere un male accompagnato da tutti i sintomi evidenti. Esaminate i ritratti di Locke, di Steele, di Boerhaave, di Maupertuis, ecc., e non sarete stupiti di trovare dello fisionomie forti con occhi d’aquila. Guardatene infiniti altri, e potrete distinguere sempre il bell’ingegno dal grande genio, e persino, spesso, l’uomo onesto dal briccone. Per esempio, è stato spesso notato che un celebre poeta riunisce nel suo ritratto l’aria di un imbroglione con il fuoco di Prometeo.

Influenza del clima sui caratteri psichici

La storia ci offre un famoso esempio della potenza del clima. Il celebre Duca di Guisa era tanto convinto che Enrico III, il quale l’aveva avuto tante volte in suo potere, non avrebbe mai avuto il coraggio di assassinarlo, che partì per Blois. Il cancelliere Chivemi, venendo a sapere della sua partenza, esclamò: “È un uomo perduto”. Quando la sua fatale predizione fu confermata dagli avvenimenti, gliene fu chiesta la ragione. “Conosco il Re da vent’anni”, rispose. “Egli è per natura buono, persino debole: ma ho notato che un nulla lo impazientisce e lo fa arrabbiare quando fa freddo”.

Un popolo ha lo spirito pesante e stupido, un altro vivo, leggero, penetrante. Donde deriva questo fatto, se non in parte dal suo nutrimento, in parte dal seme dei padri e da quel caos di elementi diversi che sono dispersi nell’immensità dell’aria? Come il corpo, anche lo spirito ha le sue malattie epidemiche e il suo scorbuto.

Il dominio del clima è tale, che un uomo il quale cambi clima risente suo malgrado di questo cambiamento. L’uomo come una pianta ambulante che si è trapiantata da sola: se il clima non è come prima è giusto che egli o degeneri o migliori.

Parallelismo fra caratteri somatici e caratteri psichici

Inoltre, da coloro con cui si vive si prendono i gesti, gli accenti, ecc, nello stesso modo che la palpebra si abbassa alla minaccia del corpo di cui si sia prevenuti, oppure per la stessa ragione che il corpo dello spettatore imita meccanicamente, e suo malgrado, tutti i movimenti di un buon pantomimo.

Quello che ho detto prova che per un uomo intelligente la migliore compagnia è la sua, se egli non trova un suo simile. L’intelligenza, in compagnia di coloro che non ne hanno, si arrugginisce per mancanza di esercizio: giocando a pallacorda si rimanda male la palla a chi la serve male. Dato un uomo intelligente e ancora giovane, lo preferirei senza alcuna educazione piuttosto che con un’educazione cattiva. Un’intelligenza guidata male è come un attore guastato dalla provincia.

Dunque i diversi stati dell’anima sono sempre correlativi a quelli del corpo. Ma per meglio dimostrare tutta quanta tale dipendenza, e le cause di essa, serviamoci dell’anatomia comparata, apriamo le viscere e dell’uomo e degli animali. L’essere illuminati da un giusto parallelo fra la statura dell’uno e degli altri è il miglior modo per conoscere la natura umana.

In generale, la forma e la composizione del cervello dei quadrupedi è press’a poco la stessa che nell’uomo. Ovunque la stessa conformazione e la stessa disposizione; con questa differenza essenziale, che fra tutti gli animali l’uomo è quello che ha più cervello, ed il cervello più circonvoluto, in rapporto alla massa del corpo: poi vengono la scimmia, il castoro, l’elefante, il cane, la volpe, il gatto, ecc., che sono gli animali più simili all’uomo, perché si nota anche in loro la stessa analogia graduata nei riguardi del corpo calloso nel quale prima ancora di François Gigot de la Peyronnie; Giovanni Maria Lancisi aveva posto la sede dell’anima; la quale opinione però de la Peyronnie ha illustrato con una quantità di esperienze.

Dopo i quadrupedi, quelli che hanno più cervello sono gli uccelli. I pesci hanno una testa grande, ma vuota di sensibilità, come quella di molti uomini. Non hanno corpo calloso e hanno pochissimo cervello, che manca del tutto agli insetti.

Non mi diffonderò in una più minuta descrizione delle verità della natura né mi perderò in congetture, perché le une e le altre sono infinite, come si può vedere leggendo anche solo i due trattati di Thomas Willis, De Cerebro e De Anima brutorum.

Porrò come conclusioni solo ciò che deriva chiaramente da queste osservazioni incontestabili:

  1. che più gli animali sono feroci, meno hanno cervello;

  2. che questo organo sembra in un certo senso ingrandirsi quanto più essi sono docili;

  3. che qui siamo in presenza di una singolare condizione imposta eternamente dalla natura, cioè che quanto si guadagnerà dal lato dell’intelligenza tanto più si perderà dal lato dell’istinto. Da quale parte stanno la perdita ed il guadagno?

Del resto non crediate che con ciò io pretenda che il solo volume del cervello basti per stabilire il grado di docilità degli animali; occorre anche che la qualità corrisponda alla quantità e che i solidi e i fluidi si trovino in quel conveniente equilibrio che costituisce la salute.

Se, come si osserva di solito, il demente non manca di cervello, questo organo peccherà per una cattiva consistenza, per esempio per eccessiva mollezza. Lo stesso si dica per i pazzi: i vizi del loro cervello non si sottraggono sempre alle nostre ricerche, ma se le cause della demenza, della follia, ecc., non sono sensibili, dove andremo a cercare quelle della varietà di tutti gli spiriti? Esse sfuggono agli occhi della Lince e di Argo. Un nulla, una febbricola, qualche cosa che neppure la più sottile anatomia può scoprire avrebbe fatto due sciocchi di Erasmo e di Fontenelle, il quale ultimo lo osserva lui stesso in uno dei migliori suoi Dialoghi.

Oltre alla mollezza del midollo cerebrale nei bambini, nei cagnolini e negli uccelli, Willis ha osservato che in tutti questi animali i corpi scannellati sono cancellati e come scoloriti, e che le loro strie sono formate così imperfettamente come presso i paralitici. Egli aggiunge che è vero che l’uomo ha la protuberanza anulare molto grossa; di seguito vengono, sempre diminuendo, la scimmia e gli altri animali sopra nominati, mentre il vitello, il bue, il lupo, la pecora, il maiale, ecc., i quali hanno questa parte di volume molto piccolo, hanno natiche e testicoli molto grandi.

Per quanto si voglia essere discreti e prudenti circa le conseguenze che si possono trarre da queste osservazioni e da tante altre sulla specie di inconsistenza di vasi, nervi, ecc., tante varietà non possono essere un gioco vano della natura. Esse provano almeno la necessità di una buona e ricca organizzazione, dal momento che in tutto il regno animale l’anima, rassodandosi insieme al corpo, acquista intelligenza nella misura in cui il corpo acquista forza.

Soffermiamoci a considerare la diversa docilità degli animali. Indubbiamente l’analogia meglio intesa riduce lo spirito a credere che le cause di cui abbiamo fatto cenno producano tutta la diversità che si trova fra loro e noi, sebbene sia necessario confessare che il nostro debole intelletto, limitato alle osservazioni più grossolane, non può scorgere i legami che regnano fra la cause e gli effetti. Si tratta di una specie di armonia che i filosofi non conosceranno mai.

Degli animali, alcuni imparano a parlare e a cantare, ricordando delle arie e intonando tutti i toni con la stessa esattezza di un musico. Altri, che tuttavia mostrano maggiore intelligenza, come la scimmia, non ci riescono. Perché avviene ciò, se non per un difetto degli organi della parola?

Ma questo difetto è poi talmente inerente alla costituzione che non vi si possa arrecare alcun rimedio? In una parola, è assolutamente impossibile insegnare una lingua a questo animale? Non lo credo.

Prenderò la grande scimmia (orang-utang) a preferenza di ogni altra, almeno fin quando il caso non ci abbia fatto scoprire qualche altra specie più simile alla nostra, perché non è impossibile che ce ne siano in regioni sconosciute. Questo animale ci somiglia tanto, che i naturalisti l’hanno chiamato uomo selvatico o uomo dei boschi. Lo prenderò alle stesse condizioni dei discepoli di Johann Konrad Amman [inventore dell’educazione dei sordomuti], cioè vorrei che non fosse né troppo giovane né troppo vecchio, perché quelli che portano in Europa di solito sono troppo vecchi. Sceglierei quello che avesse la fisionomia più intelligente e che se la cavasse meglio in mille piccole operazioni suggeritemi dalla sua fisionomia. Finalmente, non sentendomi degno di essere il suo precettore, lo metterei alla scuola del grande maestro dianzi citato, o di un altro altrettanto bravo, se ce n’è.

Sapete dal libro di Amman, e da tutti coloro che ne hanno adottato il metodo, tutti i prodigi che egli seppe operare sui sordi nati, negli occhi dei quali, come dice egli stesso, egli trovò le orecchie, e in quanto poco tempo alla fine abbia loro insegnato a sentire, parlare, leggere e scrivere. Ammetto che gli occhi di un sordo vedano più chiaramente e siano più intelligenti di quanto sarebbero se egli non fosse sordo, per la ragione che la perdita di un organo o di un senso può aumentare la forza e la penetrazione di un altro: ma la scimmia vede e sente, capisce quello che sente e vede, intende così perfettamente i segni che le si fanno che in ogni esercizio son sicuro che vincerebbe gli allievi di Amman. Perché dunque dovrebbe essere impossibile l’educazione delle scimmie? Perché la scimmia non dovrebbe riuscire, a forza di cure, ad imitare, come fanno i sordi, i movimenti necessari per articolare le parole? Non oso decidere se gli organi vocali della scimmia non possano, checché si faccia, articolare nulla: ma questa impossibilità assoluta mi stupirebbe, data la grande analogia fra la scimmia e l’uomo, dal momento che fra gli animali fin qui conosciuti non ce n’è alcuno che internamente ed esternamente assomigli all’uomo in modo così notevole. Locke, che certamente non è mai stato sospettato di credulità, non ha stentato a credere la storia che William Temple racconta nelle sue Memorie, di un pappagallo che rispondeva a tono ed aveva imparato, come noi, a sostenere una specie di conversazione continuata. So che questo grande metafisico è stato messo in burletta: ma colui che avesse annunciato al mondo che avvengono generazioni senza uova e senza femmina avrebbe forse trovato molti partigiani? Tuttavia Abraham Trembley ne ha scoperte, che avvengono senza accoppiamento, per sola divisione. E Amman non sarebbe passato per matto se, prima di averne fatta la felice esperienza, si fosse vantato di istruire, in così poco tempo, degli allievi come i suoi? Tuttavia i suoi successi hanno stupito il mondo e, come l’autore della Storia dei Polipi, egli ha raggiunto di volo l’immortalità. Secondo me, colui che deve al suo genio i miracoli che opera è superiore a chi li deve al caso. Colui che ha trovato l’arte di abbellire il più bello dei regni e di fargli raggiungere la perfezione che non aveva ancora, deve venire anteposto ad un ozioso fabbricatore di sistemi frivoli o ad un laborioso autore di scoperte sterili. Quelle di Amman hanno ben altro valore: egli ha liberato gli uomini dall’istinto a cui sembravano condannati, ha dato loro belle idee, dell’intelligenza, insomma, un’anima, che non avrebbero mai avuto. Esiste una potenza maggiore?

Non limitiamo le possibilità della natura: esse sono infinite, soprattutto se aiutate da una grande arte.

La meccanica, che apre il canale di Eustachio ai sordi, non potrebbe sturarlo anche nelle scimmie? Un felice desiderio di imitare la pronuncia del maestro non potrebbe liberare gli organi della parola in animali che imitano le altre scimmie e con tanta abilità ed intelligenza? Non solo sfido chiunque a citarmi qualche esperienza veramente conclusiva che faccia giudicare impossibile e ridicolo il mio progetto: ma la somiglianza della struttura e delle operazioni della scimmia è tale, che sono sicuro che, se si esercitasse questo animale, si riuscirebbe a insegnargli ad articolare parole e quindi a imparare una lingua. Allora non sarebbe più né un uomo selvaggio né un uomo mancato: sarebbe un uomo perfetto, un piccolo uomo di campagna, con altrettanta stoffa e muscoli che noi per pensare e trar profitto della sua educazione.

Dagli animali all’uomo non c’è un passaggio brusco: i veri filosofi ne converranno. Che cos’era l’uomo prima dell’invenzione delle parole e della conoscenza delle lingue? Un animale della sua specie, che aveva molto meno istinto naturale degli altri, di cui allora non si credeva re, e che si distingueva dalla scimmia e dagli altri animali soltanto come se ne distingue la scimmia stessa, voglio dire per una fisionomia che prometteva un maggiore discernimento. Ridotto alla sola conoscenza intuitiva dei leibniziani, non vedeva che figure e colori senza sapervi distinguere nulla; da vecchio era come da giovane, bambino a tutte le età, balbettava le sue sensazioni e i suoi bisogni, come un cane affamato o stanco di star fermo domanda di mangiare o di andare a spasso.

Origine della conoscenza e del linguaggio

Poi sono venute le parole, le lingue, le leggi, le scienze, le belle arti, e con esse finalmente è stato levigato il diamante greggio del nostro spirito. Si è addestrato un uomo, come un animale; si è diventati autori, come si sarebbe potuto diventare facchini. Un matematico ha imparato a fare le dimostrazioni e i calcoli più difficili come una scimmia impara a togliersi o mettersi il cappellino e a cavalcare il suo docile cane. Tutto è stato fatto per mezzo di segni; ogni specie ha capito quello che poteva capire: in questo modo gli uomini hanno acquistato la conoscenza simbolica, come ancora la chiamano i filosofi tedeschi.

Come si vede, non c’è niente di più semplice del meccanismo della nostra educazione. Tutto si riduce a suoni, a parole che dalla bocca dell’uno passano nelle orecchie dell’altro e nel cervello, il quale nello stesso tempo riceve dagli occhi la figura dei corpi di cui quelle parole sono segni arbitrari.

Ma chi ha parlato per primo? Chi è stato il primo educatore del genere umano? Chi ha inventato i mezzi per mettere a profitto la docilità della nostra organizzazione? Non ne so nulla: il nome di quei felici priori geni è andato perduto nella notte dei tempi. Ma l’arte è figlia della natura: quest’ultima ha dovuto precedere l’altra di molto.

C’è da credere che gli uomini meglio organizzati, quelli per i quali la natura aveva prodigato i suoi benefici, avranno istruito gli altri. Essi non avranno potuto sentire, per esempio, un rumore insolito, provare sensazioni nuove, essere colpiti da tutti quei begli oggetti che formano l’incantevole spettacolo della natura, senza trovarsi nella situazione di quel sordo di Chartres (di cui per primo ci ha narrato la storia il grande Fontenelle) quando sentì per la prima volta, a quarant’anni, il clangore straordinario delle campane.

Sarebbe quindi assurdo credere che quei priori mortali abbiano cercato, al modo di quel sordo e al modo degli animali e dei muti (altra specie di animali), di esprimere i loro nuovi sentimenti mediante movimenti dipendenti dall’economia della loro immaginazione, e di conseguenza, in seguito, mediante suoni spontanei propri ad ogni animale, espressione naturale del loro stupore, della loro gioia, del loro entusiasmo o dei loro bisogni? Perché è certo che quelli che la natura ha dotato di un sentimento più vivo hanno anche maggiore facilità ad esprimerlo.

Così io penso che gli uomini abbiano adoperato il loro sentimento, o il loro istinto, per avere l’intelligenza, e infine la loro intelligenza per procurarsi delle conoscenze. Con questi mezzi (per quel tanto che io riesco ad afferrarli) l’uomo si è riempito il cervello di idee per ricevere le quali la natura l’aveva formato. Ci si è aiutati gli uni con gli altri: e prendendo l’avvio da un’origine così modesta, si è giunti a distinguere tutte le cose dell’universo con la stessa chiarezza con cui distinguiamo un cerchio.

Come una corda di violino o un tasto di clavicembalo vibra ed emette il suo suono, così le corde del cervello, colpite dalle onde sonore, sono state stimolate ad emettere o ripetere le parole che le colpivano. Ma siccome la costruzione di questo organo è tale che, una volta che gli occhi otticamente ben conformati abbiano ricevuto l’immagine degli oggetti, il cervello non può più non vederne le immagini e le differenze, così quando i segni di queste differenze sono stati tracciati o impressi nel cervello, l’anima ne ha necessariamente esaminati i rapporti, esame che le sarebbe stato impossibile senza la scoperta dei segni, ossia l’invenzione delle lingue. Nel tempo in cui il mondo era quasi muto l’anima nei riguardi di tutti gli oggetti era come un uomo il quale, senza avere idea alcuna delle proporzioni, guardasse un quadro o una scultura: non riuscirebbe a distinguervi nulla; oppure come un bambino (infatti allora l’anima era nella sua infanzia) che tenendo in mano un certo numero di pagliuzze o di pezzetti di legno li vede in generale con una visione vaga e superficiale senza saperli né contare né distinguere. Ma si metta una specie di bandiera o stendardo a quel pezzo di legno che si chiama, per esempio, albero; se ne metta un altro ad un altro simile corpo; che il primo si numeri con il segno 1, e il secondo con il segno, o cifra, 2 allora il bambino potrà contarli, e così di seguito imparerà tutta l’aritmetica. Se una figura gli sembrerà simile ad un’altra per il suo segno numerale, concluderà senza fatica che sono due corpi diversi; che 1 e 1 fanno 2; che 2 e 2 fanno 4, ecc.

Questa somiglianza reale o apparente delle figure costituisce la base fondamentale di tutte le verità e di tutte le nostre conoscenze, delle quali è evidente essere più difficile da apprendersi quelle i cui segni sono meno semplici e meno sensibili, in quanto richiedono più intelligenza per afferrare e combinare quell’immensa quantità di parole con le quali le scienze di cui parlo esprimono le verità di loro competenza, mentre invece le scienze che si esprimono mediante cifre o altri piccoli segni si imparano facilmente: è senza dubbio questa facilità, più ancora della loro evidenza, il segreto del successo dei calcoli algebrici.

Tutto quel sapere, che come vento gonfia il pallone del cervello dei nostri pedanti orgogliosi, altro dunque non è che una massa di parole e di immagini che lasciano nella testa tutte le tracce mediante le quali noi distinguiamo e ci ricordiamo gli oggetti. Tutte le nostre idee si ridestano, come un giardiniere che conoscendo le piante si ricorda di tutti i loro nomi al solo vederle. Quelle parole e quelle immagini da esse disegnate sono talmente collegate nel cervello che accade difficilmente di immaginarsi qualche cosa senza il nome o il segno che vi è connesso.

Teoria della immaginazione

Mi servo sempre della parola immaginare perché credo che tutto si immagini e che tutte le funzioni dell’anima si possano giustamente ridurre alla sola immaginazione, che tutte le costituisce; e quindi il giudizio, il ragionamento, la memoria non siano affatto delle parti assolute dell’anima, ma vere e proprie modificazioni di quella specie di tessuto midollare sulla quale sono proiettati, come da una lanterna magica, gli oggetti dipinti nell’occhio.

Ma se questo è il meraviglioso e incomprensibile risultato dell’organizzazione del cervello, se tutto viene concepito per opera dell’immaginazione, se tutto si spiega con essa, perché scindere il principio sensitivo che pensa nell’anima? Non è una manifesta contraddizione da parte dei sostenitori della semplicità dello spirito? Infatti una cosa che si divide non può, senza cadere nell’assurdo, essere considerata come indivisibile. Ecco dove conduce l’abuso delle lingue e l’uso di paroloni come spiritualità, immaterialità, ecc., buttati là a caso senza che essi siano compresi, neppure da parte delle persone intelligenti.

Nulla di più facile che fondare un sistema basato, come questo, sul sentimento interno e l’esperienza particolare di ciascun individuo. L’immaginazione, ossia la parte fantastica del cervello, la cui natura ci è altrettanto sconosciuta quanto il suo modo di agire, è per natura piccola o debole? Avrà a male pena la forza di confrontare l’analogia, o somiglianza delle sue idee; non sarà in grado di scorgere se non ciò che le sarà immediatamente presente e che la colpirà più vivacemente, e anche questa, in che modo? Ma resta sempre vero che l’immaginazione è la sola che appercepisca, è quella che si rappresenta tutti gli oggetti, con le parole e le immagini che li caratterizzano; e quindi, ancora una volta, essa sola costituisce l’anima, dal momento che ne esercita tutte le funzioni. Per opera sua, per opera del suo pennello adulatore, il freddo scheletro della ragione assume carni vive e vermiglie; per opera sua fioriscono le scienze, si adornano le arti, i boschi parlano, le eco sospirano, le rocce piangono, il marmo respira, tutti i corpi animati prendono vita. È pure essa che aggiunge alla tenerezza di un cuore innamorato l’attrazione piccante della voluttà; essa la fa germinare nello studio del filosofo e dell’erudito pieno di polvere; essa, finalmente, forma gli scienziati così come gli oratori e i poeti. Stoltamente screditata dagli uni, vanamente esaltata dagli altri che l’hanno poco conosciuta, essa non solo cammina al seguito delle Grazie e delle belle arti, non solo dipinge la natura, ma può anche misurarla. Essa ragiona, giudica, penetra, confronta, approfondisce. Come farebbe a sentire così bene le bellezze dei quadri che le sono presentati, senza scoprirne i rapporti? Certo non potrebbe: come non può ripiegarsi sui piaceri dei sensi senza gustarne tutta la perfezione, o voluttà, così non può riflettere su ciò che ha concepito meccanicamente senza esserne il giudizio stesso.

Il più misero degli ingegni, quanto più esercita l’immaginazione tanto più diventa, per così dire, florido, tanto più diventa nervoso, robusto, vasto e capace di pensare. Le migliore organizzazione ha bisogno di questo esercizio.

L’organizzazione è il primo merito dell’uomo; è inutile che tutti i moralisti non mettano nel novero delle qualità degne di stima quelle che ci vengono della natura, ma solo le capacità che si acquistano a forza di riflessione e di industria: perché donde vengono, di grazia, l’abilità, la scienza e la virtù, se non da una disposizione che ci rende adatti a divenire abili, sapienti e virtuosi? E, a sua volta, donde ci viene tale disposizione, se non dalla natura? È soltanto grazie alla natura che abbiamo qualità degne di stima: le dobbiamo tutto quello che siamo. Perché dunque non dovrei stimare coloro che hanno qualità naturali alla pari di coloro che brillano per virtù acquisite, per così dire d’accatto? Qualunque sia il merito, da qualunque parte provenga, esso è degno di stima: si tratta solo di saperlo misurare. L’intelligenza, la bellezza, le ricchezze, la nobiltà, per quanto figlie del caso, hanno tutte il loro valore, come l’accortezza, il sapere, la virtù, ecc. Coloro che la natura ha colmato di tutti i suoi doni più preziosi devono compiangere quelli a cui sono stati negati; ma possono sentire la loro superiorità senza orgoglio, e con consapevolezza. Sarebbe tanto ridicola una bella donna che si stimasse brutta, quanto un uomo intelligente che si credesse stupido. Una modestia esagerata (difetto raro, veramente) è una specie di ingratitudine verso la natura. Al contrario un orgoglio onesto è il segno di un’anima bella e grande, rivelato da un viso maschio segnato dal sentimento.

Se l’organizzazione è un merito, e il primo merito è la fonte di tutti gli altri, l’istruzione è il secondo. Il cervello meglio costruito, senza di essa, lo sarebbe in pura perdita; così come senza la pratica del mondo l’uomo più ben fatto non sarebbe che un contadino grossolano. Ma, d’altra parte, che frutto darebbe la scuola più eccellente senza una matrice perfettamente aperta all’entrata o concezione di idee? E altrettanto impossibile dare una sola idea a un uomo privo di tutti i sensi, quanto far generare un bambino da una donna che la natura avesse dimenticato, per distrazione, di fornire di vulva, come m’è capitato di vedere in una, che non aveva né sesso né vagina né utero, e per questa ragione fu ripudiata dopo dieci anni di matrimonio.

Ma se il cervello è insieme e ben organizzato e ben istruito, è come una terra feconda perfettamente seminata che produce cento volte quello che ha ricevuto; ossia (per lasciare lo stile figurato, che spesso è necessario per meglio esprimere ciò che si sente e conferire grazia alla verità stessa), l’immaginazione, elevata dall’arte alla bella dignità di genio, coglie esattamente tutti i rapporti fra le idee che ha concepito, abbraccia con facilità una massa notevole di oggetti per trarne alla fine una lunga catena di conseguenze, le quali a loro volta altro non sono che nuovi rapporti generati dal confronto fra i primi, nei quali l’anima trova una perfetta somiglianza. Questa è, secondo me, la genesi dell’intelligenza. A proposito della somiglianza degli oggetti dico “trova”, come poco fa le ho dato epiteto di “apparenza”: non che io pensi che i nostri sensi siano sempre ingannatori, come sosteneva il padre Malebranche, o che i nostri occhi, per natura un po’ ebbri, non vedano gli oggetti tali quali sono in se stessi, sebbene i microscopisti ci provino ciò tutti i giorni, ma per non entrare in disputa con i pirronisti, fra i quali si è distinto Pierre Bayle.

Dico della verità in generale ciò che Fontenelle dice di alcune verità in particolare, cioè che bisogna sacrificarla ai piaceri della società. Deriva dalla dolcezza del mio carattere l’evitare qualsiasi disputa quando non si tratti di eccitare la conversazione. Qui i cartesiani verrebbero inutilmente alla carica con le loro idee innate: io di certo non vorrei fare un quarto della fatica che ha fatto Locke per combattere tali chimere. E infatti, che utilità c’è nel fare un librone per provare una dottrina che è stata eretta in assioma tremila anni fa?

Seguendo i princìpi che abbiamo posti, e che crediamo veri, colui che possiede più immaginazione deve essere considerato come avente più intelligenza, o genio, perché tutte queste parole sono sinonimi; e, ancora una volta, è per un vergognoso abuso che si crede di dire delle cose diverse quando non si dicono che diverse parole o suoni differenti, ai quali non si connette nessuna idea o distinzione reale.

La più bella, la più grande o la più forte immaginazione è dunque la più confacente alle scienze, come alle arti. Non decido se occorra più intelligenza per eccellere nell’arte di Aristotele e di Cartesio, o in quella di Euripide e di Sofocle, e se alla natura sia costato di più fare Newton o fare Corneille (cosa di cui dubito assai): ma è certo che è stata una unica immaginazione, applicata diversamente, quella che ha fatto il loro diverso trionfo e la loro gloria immortale.

Se si giudica qualcuno dotato di poco senno con molta immaginazione, ciò significa che l’immaginazione troppo abbandonata a se stessa, quasi sempre, per così dire, occupata a contemplarsi nello specchio delle sue sensazioni, non ha contratto abbastanza l’abitudine di esaminarle con attenzione, essendo profondamente penetrata dalle loro tracce più che dalla loro verità o verosimiglianza.

È vero che la vivacità delle molle dell’immaginazione è tanto grande che se l’attenzione, chiave o madre delle scienze, non se ne occupa, le è permesso soltanto di percorrere e sfiorare gli oggetti.

Come un uccello su di un ramo sembra sempre in atto di volare via, così è l’immaginazione, sempre trascinata dal vortice del sangue e degli spiriti: una onda segna una traccia, subito cancellata da quella che segue, e l’anima corre dietro a qualcosa, spesso invano: bisogna pure che essa sia disposta a rimpiangere ciò che non ha fatto a tempo a cogliere e a fissare! E così, l’immaginazione, verace immagine del tempo, si distrugge e si rinnova continuamente.

Tale è il caos e la successione continua e rapida delle nostre idee: esse si sospingono, come un’ondata spinge l’altra, in modo che se l’immaginazione non mette in opera, per così dire, una parte dei suoi muscoli, per rimanere come in equilibrio sulle corde del cervello, per sostenersi un po’ di tempo su di un oggetto che sta trascorrendo e per impedirsi di cadere su un altro che non è ancora giunto il momento di contemplare; non sarà mai degna del bel nome di “giudizio”. Esprimerà vivacemente quello che avrà vivacemente sentito: formerà gli oratori, i musicisti, i pittori, i poeti ma giammai un solo filosofo. Se invece fin dall’infanzia si avvezza l’immaginazione a frenarsi, a non lasciarsi trasportare dal proprio impeto, il quale non serve ad altro che a formare dei brillanti entusiasti, a fermarsi, contenere le proprie idee, e rigirarle in tutti i sensi per vedere tutte le facce di un oggetto – allora l’immaginazione, pronta a giudicare, abbraccerà con il ragionamento la massima sfera di oggetti, e la sua vivacità (la quale nei bambini è sempre di buon augurio e che occorre soltanto disciplinare con lo studio e l’esercizio) sarà causa di quella chiaroveggente penetrazione senza di che si fanno pochi progressi nelle scienze.

Questi sono semplici fondamenti sui quali è stato costruito l’edificio della logica. La natura li aveva gettati per tutti gli uomini ma solo alcuni ne hanno approfittato, ed altri ne hanno abusato.

Di nuovo l’uomo e l’animale: istinto e ragione

Malgrado tutte queste preminenze dell’uomo sugli animali, è ancora fargli un onore il metterlo nella stessa classe con loro. È vero che fino ad una certa età è più animale di loro, perché nascendo porta con sé un minore istinto.

Qual è l’animale che morrebbe di fame in mezzo ad un fiume di latte? Solo l’uomo. Simile a quel vecchio bambino di cui uno scrittore moderno [lo stesso Lamettrie nella Storia naturale dell’anima] parla seguendo Arnobio [Adversus Nationes], egli non conosce né gli alimenti che gli sono adatti né l’acqua in cui potrebbe annegare né il fuoco che potrebbe ridurlo in cenere. Fate brillare per la prima volta la luce di una candela agli occhi di un bambino; egli vi porterà meccanicamente le dita, come per sapere che cosa sia il nuovo fenomeno che scorge: ne conoscerà il pericolo a sue spese, ma non vi si esporrà più.

Ancora: mettetelo insieme ad un animale sull’orlo di un precipizio: vi cadrà solo lui; annegherà dove l’altro si salverà nuotando. A quattordici, quindici anni l’uomo intravede a malapena i grandi piaceri che lo aspettano nella riproduzione della sua specie, e già adolescente non sa ancora molto bene come comportarsi in un gioco che la natura insegna così velocemente agli animali: si nasconde, come se avesse vergogna di godere il piacere e d’esser fatto per la felicità, mentre invece gli animali si gloriano di essere cinici, perché sono senza educazione, e quindi senza pregiudizi. Osserviamo anche un cane e un bambino che hanno entrambi perduto il “padrone” su di una grande strada: il bambino piange, non sapendo a che santo votarsi; il cane, meglio servito dal suo odorato che non l’altro dalla ragione. lo troverà presto.

La natura dunque ci avrebbe fatti per essere inferiori agli animali, o almeno per fare con ciò meglio apparire i prodigi dell’educazione, la quale soltanto ci trae da quel livello e ci eleva al di sopra di essi. Ma vorremo accordare la stessa distinzione ai sordi, ai ciechi nati, ai dementi, ai pazzi, agli uomini selvaggi che sono stati allevati nei boschi insieme alle bestie, a coloro a cui l’ipocondria ha rovinato l’immaginazione, insomma a tutte quelle bestie di aspetto umano in cui non appare altro che l’istinto più grossolano? No, tutti questi, uomini di corpo ma non di spirito, non meritano di essere assegnati ad una classe particolare.

Non è nostra intenzione dissimulare le obiezioni che si possono muovere in favore della distinzione originaria fra l’uomo e gli animali, contro la nostra opinione. Nell’uomo, si dice, c’è una legge naturale, una conoscenza del bene e del male, che non è stata stampata nel cuore degli animali.

Ma questa obiezione, o meglio questa affermazione, è forse fondata sull’esperienza, senza la quale un filosofo può respingere qualsiasi tesi? Abbiamo qualche esperienza che ci convinca che soltanto l’uomo è stato illuminato da un lume negato a tutti gli altri animali? Se non ce n’è nessuna, non ce ne possiamo servire per conoscere ciò che avviene in essi, e neppure nell’uomo, per il semplice motivo che non possiamo non sentire ciò che qualifica l’interiorità del nostro essere. Sappiamo di pensare e di avere dei rimorsi: c’è un sentimento interno che ci costringe anche troppo a convenirne: ma per giudicare dei rimorsi altrui il sentimento che è in noi non basta. Per questo bisogna credere agli altri uomini o sulla loro parola, o per i segni sensibili ed esterni che abbiamo notato anche in noi quando provavamo gli stessi stati di coscienza e gli stessi tormenti.

Ma per decidere se gli animali, che non parlano, abbiano o no ricevuto la legge naturale, occorre di conseguenza riferirsi a quei segni di cui ho parlato, supposto che esistano. I fatti sembrano provarlo. Il cane che ha morso il padrone che lo stuzzicava sembra che se ne penta subito dopo: lo si vede triste, addolorato, che non osa farsi vedere, e che si confessa colpevole con un atteggiamento strisciante e umile. La storia ci ricorda il celebre esempio di un leone che non volle sbranare un uomo abbandonato alla sua rabbia perché riconobbe in lui il suo benefattore: quanto sarebbe augurabile che anche l’uomo mostrasse sempre la medesima riconoscenza per i benefici ed il medesimo rispetto per l’umanità! Non si dovrebbero più temere gli ingrati né le guerre che costituiscono il flagello del genere umano autentici carnefici della legge naturale.

Ma un essere a cui la natura ha dato un istinto così precoce, così illuminato, che giudica, connette, ragiona, per quel tanto che si estende e glielo permette la sfera della sua attività; un essere che si affeziona per i benefici e si distacca per i maltrattamenti e va a cercare un padrone migliore; un essere di struttura simile alla nostra, che compie le medesime operazioni, ha le stesse passioni, i medesimi dolori, i medesimi piaceri, più o meno vivaci secondo il dominio dell’immaginazione e la sensibilità dei nervi; un simile essere, insomma, non ci mostra chiaramente di essere sensibile ai suoi e ai nostri torti, di conoscere il bene e il male, in una parola, di avere coscienza di ciò che fa? La sua anima, che registra come la nostra le stesse gioie, le stesse mortificazioni, gli stessi turbamenti, potrebbe rimanere senza ripugnanza alla vista del suo simile dilaniato, magari dopo averlo esso stesso fatto a pezzi spietatamente? Ciò posto, il prezioso dono di cui si tratta non sarebbe stato negato agli animali: infatti, dal momento che ci mostrano segni evidenti tanto del loro pentimento quanto della loro intelligenza, che c’è di assurdo nel pensare che degli esseri, delle macchine perfette quasi quanto noi, siano, come noi, fatte per pensare e sentire la natura?

Non mi si obietti che gli animali sono nella massima parte degli animali feroci, incapaci di sentire il male che fanno; perché forse tutti gli uomini distinguono meglio i vizi e le virtù? C’è della ferocia nella nostra specie, come c’è nella loro. Gli uomini che hanno la barbarica abitudine di trasgredire la legge morale non ne sono tanto tormentati quanto quelli che la trasgrediscono per la prima volta e non sono stati induriti della forza dell’esempio. Agli animali accade lo stesso che agli uomini: gli uni e gli altri possono essere per temperamento più o meno feroci, e diventarlo ancora di più a contatto con quelli che lo sono. Ma un animale dolce, pacifico, che vive con gli altri animali simili ed è nutrito d’alimenti dolci, sarà nemico del sangue e della carneficina, e arrossirà nel suo interno per averne versato: forse con questa differenza, che, siccome in loro tutto è sacrificato ai bisogni, ai piaceri e ai comodi della vita di cui godono più di noi, i loro rimorsi sembra che non debbano essere così vivi come i nostri perché noi non abbiamo le necessità che hanno loro. L’abitudine smussa, e forse soffoca, i rimorsi come i piaceri.

Ma voglio per un momento supporre di ingannarmi, e che non sia ammissibile che quasi tutti abbiano torto su questo argomento, ed io solo abbia ragione; concedo che gli animali, anche i più eccellenti, non conoscano la distinzione fra bene e male morale, non si ricordino affatto le attenzioni che si sono usate loro, il bene che si è fatto loro, non abbiano alcun senso delle loro stesse virtù; che, per esempio, quel leone di cui ho parlato seguendo tanti autori, non si ricordi di aver voluto salvare la vita a quell’uomo che era stato abbandonato alla sua furia in uno spettacolo crudele di tutti i leoni, tigri ed orsi messi insieme (mentre i nostri compatrioti si battono, svizzeri contro svizzeri, fratelli contro fratelli, si riconoscono, si fanno prigionieri o si uccidono senza rimorsi perché un principe paga i loro assassinii), suppongo finalmente che la legge naturale non sia stata data agli animali: quali ne saranno le conseguenze? L’uomo non è certo impastato di un fango più prezioso: la natura ha usato una sola e medesima pasta, di cui ha variato soltanto i lieviti. Se dunque l’animale non si pente di aver violato il sentimento interno di cui parlo, o meglio, se di tale sentimento è assolutamente privo, è necessario che l’uomo sia nella stessa situazione: e allora addio alla legge naturale e a tutti quei bei trattati che si sono pubblicati intorno ad essa! Tutto il regno animale ne sarebbe in genere sprovvisto. Ma, viceversa, se l’uomo non può fare a meno di distinguere sempre, fin quando la salute lo lascia padrone di sé, coloro che hanno umanità, virtù, da quelli che non sono né umani né virtuosi né onesti; convinto che è facile distinguere ciò che è vizio e ciò che è virtù dal piacere unico nel suo genere, o della ripugnanza particolare che ne costituiscono come gli effetti naturali; ne segue che gli animali, fatti della stessa materia, alla quale forse non è mancato altro che un grado di fermentazione perché fossero in tutto uguali agli uomini, devono partecipare delle stesse prerogative dell’animalità, e quindi che non c’è anima o sostanza sensitiva senza rimorsi. La riflessione seguente rafforzerà questa.

La legge naturale e i princìpi dell’etica

Non si può distruggere la legge naturale. La sua impronta è così forte, in tutti gli animali, che non dubito che i più feroci e selvaggi non abbiano qualche momento di rimorso. Credo che la ragazza selvaggia di Châlons-en-Champagne avrà portato la pena del suo delitto, se è vero che si è cibata delle carni della sorella. Penso lo stesso di tutti coloro che commettono delitti, anche involontari, oppure dovuti al temperamento: a Gastone di Orleans che non poteva trattenersi dal rubare; a una certa donna che durante la gravidanza andava soggetta allo stesso vizio, che poi i suoi figli ereditarono; di quella che, nello stesso stato, mangiò suo marito; di quell’altra che ammazzava i bambini, ne salava le carni, e ne mangiava tutti i giorni un po’ come prosciutto; di quella figlia di un ladro antropofago, che lo divenne a dodici anni, sebbene, avendo perduto padre e madre quando aveva un anno, fosse stata allevata da persone per bene; per non parlare di tanti altri esempi di cui sono pieni i libri dei nostri osservatori, e che provano tutti l’esistenza di mille vizi e virtù ereditari, che passano dai genitori ai figli, come altri che passano dalla balia a coloro che essa allatta. Dico dunque e sostengo che la maggior parte di quei disgraziati non sentono immediatamente l’enormità della loro azione. Per esempio, la bulimia, o fame canina, può spegnere ogni sentimento: è una mania di stomaco che occorre soddisfare. Ma una volta ritornate in sé e come disinebbriate, quali rimorsi per quelle donne che si ricordano l’assassinio commesso contro ciò che avevano di più caro! Quale punizione per un male involontario, al quale non hanno potuto resistere, del quale non hanno avuto coscienza alcuna! Tuttavia, a quanto pare, questo non è ancora sufficiente per i giudici. Delle donne di cui parlo, l’una fu sottoposta al supplizio della ruota e arsa viva, l’altra sepolta viva. Capisco bene ciò che esige l’interesse della società: ma senza dubbio sarebbe desiderabile che a fare da giudici non ci fossero altro che ottimi medici, essi soli saprebbero distinguere il criminale innocente da quello colpevole; se la ragione è schiava di un senso depravato o un furore, come può governarlo?

Ma se il delitto porta con sé la sua stessa punizione più o meno crudele, se la più inveterata e barbarica abitudine non può completamente sradicare il pentimento dai cuori anche più disumani, se essi sono dilaniati dalla memoria stessa delle loro azioni, perché spaventare l’immaginazione degli spiriti deboli con un inferno, con spettri, con baratri di fuoco meno reali ancora di quelli di Pascal? Che bisogno c’è di ricorrere a favole, come ha detto persino un Papa di buona fede, per tormentare quei disgraziati che si fanno morire perché non li si crede abbastanza puniti dalla loro stessa coscienza, che è il loro primo boia? Con ciò non voglio dire che tutti i criminali siano puniti ingiustamente; sostengo soltanto che coloro la cui volontà è depravata e la coscienza estinta sono abbastanza puniti dai loro rimorsi quando ritornano in sé; rimorsi, oso ripetere, da cui la natura, in questo caso, avrebbe dovuto, mi sembra, liberare degli infelici trascinati da una fatale necessità.

I criminali, i malvagi, gli ingrati, quelli insomma che non sentono la natura, disgraziati tiranni indegni della luce del giorno, possono trarre un crudele diletto dalla loro barbarie: ma vengono dei momenti di calma e di riflessione in cui la coscienza vindice alza la voce, testimonia contro di loro, condannandoli ad essere quasi senza posa dilaniati dalle loro stesse mani. Chi tormenta gli uomini, si tormenta da se stesso, e i mali che sentirà saranno il giusto guiderdone di quelli che avrà commesso.

D’altro lato, si trova tanto piacere a fare del bene, nel sentire, riconoscere quello che si riceve, tanta contentezza nel praticare la virtù, nell’essere dolci, umani, teneri, caritatevoli, indulgenti e generosi (queste sole parole racchiudono tutte le virtù), che ritengo abbastanza punito chiunque abbia la disgrazia di non essere virtuoso.

Originariamente non siamo stati fatti per essere dei dotti; forse lo siamo diventati con una specie di abuso delle nostre facoltà organiche: e ciò è colpa dello Stato, che mantiene una quantità di fannulloni che la vanità ha decorato con il titolo di filosofi. La natura ci ha creati tutti unicamente per essere felici; proprio tutti, dal verme che striscia fino all’aquila che si perde nelle nubi. Per questo essa ha dato a tutti gli animali qualche po’ di legge naturale, una porzione più o meno raffinata a seconda che lo permettono gli organi ben condizionati di ogni animale.

Attualmente, come definiremo la legge naturale? È un sentimento che ci insegna quello che non dobbiamo fare per il fatto che non vorremmo che lo si facesse a noi. Potrei aggiungere a questa idea comune, che secondo me questo sentimento non è altro che una specie di timore, o paura, altrettanto salutare alla specie quanto all’individuo? Perché forse noi non rispettiamo la borsa e la vita degli altri se non per conservare i nostri beni, il nostro onore e noi stessi, simili a quegli Issioni cristiani che non amano Dio e abbracciano tante virtù chimeriche soltanto perché hanno paura dell’Inferno.

Vedete che la legge naturale non è altro che un sentimento intimo, che, come tutti gli altri (fra i quali si annovera anche il pensiero), appartiene all’immaginazione. Di conseguenza essa, evidentemente, non presuppone né educazione né rivelazione né legislazione, a meno che non la si voglia confondere con le leggi civili, nel modo ridicolo dei teologi.

Le armi del fanatismo possono distruggere coloro che sostengono queste verità: ma non distruggeranno mai le verità stesse.

Vanità delle speculazioni metafisiche e religiose

Non che io metta in dubbio l’esistenza di un Essere supremo; al contrario, mi sembra che essa abbia il più alto grado di probabilità: ma siccome questa esistenza non prova la necessità di un culto a preferenza di tutti gli altri, così essa non è che una verità teorica, senza alcun uso nella pratica. In modo che, come dopo tante esperienze si può dire che la religione non presuppone un’onestà scrupolosa, le stesse ragioni autorizzano a pensare che ateismo non la escluda.

D’altra parte, chi sa se la ragione dell’esistenza dell’uomo non si trovi nella sua stessa esistenza? Forse egli è stato buttato a caso su un punto della superficie della terra, senza che si possa sapere né come né perché, ma sapendo soltanto che egli deve vivere e morire, come quei funghi che spuntano da un giorno all’altro o quei fiori che orlano i ruscelli e coprono i muraglioni.

Non perdiamoci nell’infinito: non siamo fatti per averne la benché minima idea; ci è assolutamente impossibile risalire all’origine delle cose. D’altra parte, per la nostra tranquillità è indifferente che la materia sia eterna o che sia stata creata, che ci sia o che non ci sia un Dio. Che follia tormentarsi tanto per quello che ci è impossibile conoscere, e che, d’altronde, non ci renderebbe più felici se riuscissimo a saperlo.

Ma, si dice, leggete tutte le opere di François Fénelon, di Bernard Nieuwentyt, di Jacques Abadie, di William Derham, di John Ray, ecc.: ebbene? Che cosa mi insegneranno? Non sono che noiose ripetizioni di scrittori bigotti, dei quali l’uno non fa altro che seguire l’altro con chiacchiere, più adatte a rinforzare che a scalzare le basi dell’ateismo. La massa di prove che si traggono dello spettacolo della natura non dà loro maggior forza: la sola struttura di un dito, di un orecchio, di un occhio, un’osservazione di Marcello Malpighi, prova tutto, è certamente molto meglio di Descartes e Malebranche; o, per meglio dire, tutto il resto non prova nulla. I deisti, e anche i cristiani, dovrebbero dunque accontentarsi di fare osservare che in tutto il regno animale gli stessi scopi sono eseguiti con un’infinita di mezzi diversi, tutti però esattamente geometrici. E con quali armi più forti di queste si potrebbero ridurre al silenzio gli atei? È vero che, se la ragione non mi inganna, l’uomo e l’universo tutto sembrano stati destinati a questa unità di scopi. Il sole, l’aria, l’acqua, l’organizzazione, la forma dei corpi, tutto è disposto nell’occhio come in uno specchio che presenta fedelmente all’immaginazione gli oggetti che vi sono dipinti, seguendo le leggi volute da questa infinita varietà dei corpi che servono alla visione. Nell’orecchio troviamo ovunque una notevole diversità, senza che questa diversa struttura dell’uomo, delle bestie, degli uccelli, dei pesci produca usi differenti. Tutti gli orecchi sono fatti così matematicamente che tendono, ugualmente ad un solo e medesimo scopo, quello di udire. Il caso, chiede il deista, sarebbe dunque un sì grande matematico da saper variare a suo piacimento le opere a lui attribuite senza che tanta diversità gli impedisca di raggiungere lo stesso fine? Inoltre egli cita quelle parti racchiuse nell’animale evidentemente per usi futuri: la farfalla nel bruco, l’uomo nello spermatozoo, un intero polipo in ognuna delle sue parti, la valvola dell’apertura ovarica, il polmone nel feto, i denti nei loro alveoli, le ossa nei fluidi da cui si distaccano e si induriscono in modo incomprensibile. E poiché i partigiani di questo sistema, ben lungi dal trascurare qualcosa che possa loro servire, non si stancano di accumulare prove su prove, vogliono approfittare di tutto, persino della debolezza in cui in certi casi si trova lo spirito. Guardate, dicono, Baruch Spinoza, Giulio Cesare Vanini, Jacques Desbarreaux, Nicolas Boindin, tutti apostoli che fanno più onore che torto al deismo: la durata della salute di questi ultimi ha costituito la misura della loro incredulità; difatti è raro, aggiungono, che non si abiuri l’ateismo quando le passioni si sono affiochite col corpo che ne è lo strumento.

Certo, questo è tutto quanto si può dire di più favorevole all’esistenza di un Dio, per quanto l’ultimo argomento sia banale, poiché quelle conversioni sono di breve durata e lo spirito riprende quasi sempre le sue opinioni di prima e si comporta in conseguenza non appena ha ricuperato o piuttosto ritrovato le sue forze in quelle del corpo. Per lo meno ciò è assai più di quanto ne dice il medico Diderot nei suoi Pensieri filosofici, sublime opera che non riuscirà a convincere un ateo. Infatti, che cosa si può rispondere ad un uomo che dice: “Noi non conosciamo la natura: tutto avrebbe potuto esser prodotto da cause nascoste nel suo seno. Guardate a vostra volta il polipo di Trembley: non contiene, in sé le cause che producono la sua rigenerazione? Quale assurdità ci sarebbe dunque nel pensare che ci sono delle cause fisiche dalle quali ogni cosa è stata originata e alle quali la catena di questo vasto universo è legata e si riferisce in maniera talmente necessaria che nulla di quanto avviene non potrebbe non avvenire? E poiché la nostra ignoranza di tali cause è assolutamente invincibile è accaduto che ricorressimo a un Dio, il quale, secondo alcuni, non è neppure un essere di ragione. Perciò distruggere il caso non equivale a provare l’esistenza di un Essere supremo, perché ci potrebbe essere un’altra cosa che non fosse né caso né Dio, voglio dire la natura, lo studio della quale, di conseguenza, non può produrre altro che degli increduli, come dimostra il modo di pensare di tutti i più gloriosi scrutatori di essa?”.

Dunque, il peso dell’universo, lungi dello schiacciarlo, non scuote neppure un vero ateo: e tutti quegli indizi, mille volte confutati, dell’esistenza di un Creatore, indizi che si mettono molto al disopra del modo di pensare dei nostri simili, per quanto si approfondisca tale argomento restano evidenti soltanto per gli antipirronisti, ossia per coloro che hanno abbastanza fiducia nella loro ragione per credere di poter giudicare da certe apparenze, apparenze alle quali, come si vede, gli atei possono opporne altre forse altrettanto forti e assolutamente contrarie. Infatti, se ascoltiamo ancora i naturalisti, ci diranno che le stesse cause le quali nelle mani di un chimico e per la mescolanza fortuita di vari composti hanno dato origine al primo specchio, mani della natura hanno dato origine all’acqua pura, che serve da specchio alla semplice pastorella; che il movimento che conserva il mondo avrebbe potuto crearlo; che ogni corpo ha preso il posto che la natura gli ha assegnato: l’aria ha dovuto circondare la terra per la stessa ragione che il ferro e gli altri metalli sono nascosti nelle viscere di questa; che il sole è un prodotto altrettanto naturale quanto quello dell’elettricità e non è stato fatto per riscaldare la terra e tutti gli abitanti di essa, che qualche volta brucia, come la pioggia non è stata fatta per far maturare le messi che spesso rovina; che lo specchio e l’acqua non sono stati fatti perché ci si potesse guardare più che negli altri corpi lucidi che hanno la stessa proprietà: che l’occhio in verità è una specie di specchiera nella quale l’anima può contemplare l’immagine degli oggetti tali quali le sono rappresentati da quei corpi, ma che tuttavia, non è affatto dimostrato che questo organo sia stato davvero fatto apposta per tale contemplazione né sia stato collocato nell’orbita per tale scopo; e che in fin dei conti potrebbe anche darsi che Lucrezio, il medico Jean Lamy e tutti gli epicurei antichi e moderni, avessero ragione sostenendo che l’occhio non vede se non perché si trova ad essere organizzato e collocato così come è, e che una volta poste le regole di movimento seguite dalla natura nella generazione e nello sviluppo dei corpi, non sarebbe stato possibile che quel meraviglioso organo fosse organizzato e collocato diversamente.

Questi sono il pro e il contro, e le grandi ragioni, in compendio, che divideranno sempre i filosofi. Io non prendo partito alcuno: Non nostrum inter vos tantas componere lites [Virgilio, Bucoliche].

È quello che dicevo ad un amico francese, altrettanto deciso pirronista quanto lo sono io, uomo di molto merito e degno di una sorte migliore. Ed egli su questo argomento mi diede una risposta molto singolare. È vero, disse, che il pro e il contro non devono turbare l’anima di un filosofo, il quale scorge che nulla è dimostrato con tanta chiarezza da costringere il suo assenso, e che anche gli indizi i quali si offrono da una parte sono subito distrutti da quelli che si mostrano dall’altra. Tuttavia, aggiunse, l’universo non sarà mai felice se non sarà ateo. Ecco quali erano le ragioni di quell’uomo “abominevole”: se l’ateismo, diceva, fosse universalmente diffuso, tutti i rami della religione sarebbero distrutti e sradicati; non ci sarebbero più guerre teologiche, più soldati di religione, terribili soldati! La natura, ora infetta da sacro veleno, riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza. Sordi ad ogni altra voce, i tranquilli mortali non seguirebbero che i consigli spontanei della loro individualità, gli unici che non si possano disprezzare impunemente e che siano in grado di condurci alla felicità per i sentieri della virtù.

Tale è la legge naturale: chiunque ne sia rigido osservante, è un uomo onesto e merita la fiducia di tutto il genere umano; chiunque non la segue scrupolosamente ha un bell’affettare le speciose esteriorità di un’altra religione: è un briccone o un ipocrita di cui non mi fido.

E poi la gente sciocca pensi pure in modo diverso; si osi pure affermare che se non si crede nella rivelazione ne va di mezzo la stessa onestà, insomma, che ci vuole una religione, qualunque sia, diversa da quella della natura. Che miseria! Che pietà!

E che buona testimonianza danno di quella che hanno abbracciata! Noi qui non cerchiamo di ottenere il suffragio del volgo: chi nel suo cuore erige altari alla superstizione è nato per adorare idoli e non per sentire la virtù.

L’anima è un’ipotesi inutile: l’uomo è una macchina

Ma siccome tutte le facoltà dell’anima dipendono dall’organizzazione particolare del cervello e da quella di tutto quanto il corpo a tal punto da non essere chiaramente altro che questa stessa organizzazione, eccovi una macchina! Perché, in fin dei conti, se anche solo l’uomo avesse ricevuto in sorte la legge naturale, forse che per questo sarebbe meno una macchina? Delle ruote, qualche molla di più che negli animali più perfetti, il cervello in proporzione più vicino al cuore e alimentato, quindi, da una maggiore quantità di sangue, e, supponiamo, la stessa ragione o (che ne so?), altre cause sconosciute potrebbero sempre produrre questa coscienza delicata, così facile a venir impressionata, quei rimorsi che non sono più estranei alla materia di quanto lo sia il pensiero, insomma tutte le differenze che qui supponiamo. L’organizzazione basterebbe dunque a tutto? Sì, ancora una volta: giacché è chiaro che il pensiero si sviluppa insieme agli organi, perché la materia di cui essi sono fatti non sarebbe anche suscettibile di rimorsi, una volta che, col tempo, avesse acquisita la facoltà di sentire?

L’“anima” non è dunque altro che un vano termine del quale non si ha alcuna idea, e di cui un buon intelletto non deve servirsi se non per nominare quella parte che in noi pensa. Posto il minimo principio di movimento, i corpi animati avranno tutto ciò che occorre loro per muoversi, sentire, pensare, pentirsi, per comportarsi, insomma, nel fisico e nel morale che ne dipende.

Noi non supponiamo coloro i quali credessero che non tutte le difficoltà siano state ancora superate, troveranno qui delle esperienze che finiranno per soddisfarli.

  1. Tutte le carni degli animali dopo la morte continuano a palpitare, e per tanto più tempo quanto più l’animale è freddo e traspira meno. Ne fanno fede le tartarughe, le lucertole, i serpenti, ecc.

  2. I muscoli separati dal corpo, a pungerli si contraggono.

  3. Le viscere conservano a lungo il loro movimento peristaltico o vermicolare.

  4. Una semplice iniezione d’acqua calda rianima il cuore e i muscoli, secondo William Cowper.

  5. Il cuore della rana, soprattutto se esposto al sole, o meglio ancora su di una tavola o su di un piatto caldo, si agita per un’ora e più dopo essere stato strappato dal corpo. Se il movimento sembra finito per sempre, basta pungere il cuore e questo muscolo cavo batte ancora. William Harvey ha fatto la stessa osservazione coi rospi.

  6. Bacone da Verulamio nel suo, trattato Sylva Sylvarum parla di un uomo condannato per tradimento che fu aperto vivo e il cui cuore buttato nell’acqua calda saltò più volte di seguito, ogni volta meno alto della precedente, alla distanza verticale di due piedi.

  7. Prendete un pulcino ancora nell’uovo e toglietegli il cuore: osserverete gli stessi fenomeni, press’a poco nelle medesime circostanze. Basta il calore dell’alito a rianimare un animale vicino a morire sotto la macchina pneumatica.

    Le stesse esperienze, che dobbiamo a Robert Boyle e a Niels Stenone, si fanno coi piccioni, i cani, i conigli, dei quali i frammenti di cuore si agitano come i cuori interi. Si osserva lo stesso movimento nelle zampe di talpa amputate.

  8. Il bruco, i vermi, il ragno, la mosca, l’anguilla presentano le stesse osservazioni; e il moto delle parti amputate aumenta nell’acqua calda a causa del fuoco che questa contiene.

  9. Un soldato ubriaco con un colpo di sciabola tagliò la testa di un tacchino: l’animale restò in piedi, e poi camminò, corse; venendo ad imbattersi in un muro, girò, batté le ali, e alla fine cadde. Steso in terra, tutti i muscoli del tacchino si muovevano ancora. Questo l’ho visto io; ed è facile vedere press’a poco gli stessi fenomeni nei gattini o cagnolini ai quali si sia tagliata la testa.

  10. Dopo essere stati tagliati, i polipi fanno più che muoversi: nello spazio di otto giorni si riproducono in altrettanti animali quante sono le parti tagliate. Mi dispiace per le teorie dei naturalisti intorno alla generazione, o meglio, ne godo: perché questa scoperta ci insegna a non concludere mai nulla di generale, neppure da tutte le esperienze note e più decisive!

Ecco raccolti più fatti di quanti ne occorrano per provare in modo incontestabile che ogni piccola fibra o parte dei corpi organici si muove per opera di un principio che le è proprio e la cui azione non dipende dai nervi come i movimenti volontari, dal momento che i movimenti in questione si attuano senza che le parti che li manifestano abbiano alcun rapporto con la circolazione. Ora, se questa forza si fa notare fino nei frammenti di fibre, il cuore, che è composto di fibre singolarmente intrecciate, deve avere la stessa proprietà. La storia di Bacone non era necessaria per persuadermene; mi era facile giudicarne dalla perfetta analogia fra la struttura del cuore dell’uomo e quella degli animali, e della massa stessa del primo, nella quale questo movimento non si nasconde agli occhi se non perché vi è soffocato; e finalmente perché nei cadaveri tutto è freddo e afflosciato. Se le dissezioni si facessero su criminali suppliziati i cui corpi fossero ancora caldi si vedrebbero nei loro cuori gli stessi movimenti che si osservano nei muscoli del viso delle persone decapitate.

Il principio motore dei corpi interi oppure delle parti tagliate a pezzi è tale da produrre movimenti non sregolati, come si è creduto, ma regolarissimi; e tanto negli animali caldi e perfetti quanto in quelli freddi e imperfetti. Non resta dunque ai nostri avversari alcuna risorsa, se non quella di negare migliaia di fatti che ognuno può facilmente verificare.

Se ora mi si domanda quale sia la sede di questa forza innata nei nostri corpi, rispondo che essa evidentissimamente risiede in ciò che gli antichi hanno chiamato il parenchyma, cioè nella sostanza propria delle parti, prescindendo dalle vene, dalle arterie, dai nervi, insomma dall’organizzazione di tutto il corpo; e che di conseguenza ogni parte contiene in sé delle molle più o meno vivaci, secondo il bisogno che ne hanno le parti stesse.

Esaminiamo in particolare le molle di questa macchina umana. Tutti i movimenti vitali, animali, naturali ed automatici vengono compiuti per effetto della loro azione. Non è forse meccanico l’atto con il quale il corpo si ritrae, preso da terrore alla vista di un precipizio inaspettato? O quello con il quale, come si è detto, le palpebre si abbassano alla minaccia di un colpo? O quell’altro atto con il quale la pupilla alla luce piena si contrae per salvare la retina, mentre si dilata per vedere gli oggetti nell’oscurità? Non è forse meccanicamente che i pori, della pelle si chiudono in inverno affinché il freddo non penetri nell’interno dei vasi? Che lo stomaco si rivolta, quando è irritato da un veleno, da una certa quantità d’oppio, dagli emetici, ecc.? Che il cuore, le arterie, i muscoli si contraggono durante il sonno come durante la veglia? Che il polmone compie l’opera di un mantice continuamente in azione? Non è forse meccanicamente che agiscono tutti gli sfinteri della vescica, del retto, ecc.? Che i muscoli erettori fanno rizzare la verga nell’uomo come negli animali che se ne battono il ventre ed anche nei bambini, capaci di erezione soltanto se questa parte è un tantino irritata? Il che, tra parentesi, prova che in questo membro c’è una molla particolare, ancora poco conosciuta e che produce degli effetti che non si sono ancora ben spiegati, malgrado tutti i lumi dell’anatomia.

Non mi diffonderò ulteriormente su tutte quelle piccole molle subalterne conosciute da tutti. Ma ce n’è un’altra più sottile, e più vermiglia, che le anima tutte: essa è la fonte di tutti i nostri sentimenti, di tutti i piaceri, di tutte le passioni, di tutti i pensieri.

Infatti, il cervello ha i suoi muscoli per pensare, come le gambe li hanno per camminare. Voglio parlare di quel principio eccitante ed impetuoso che Ippocrate chiama enormon (l’anima); questo principio esiste, e ha la sede nel cervello all’origine dei nervi, mediante i quali esercita il suo dominio su tutto il resto del corpo. Con esso si spiega tutto lo spiegabile, ivi compresi gli effetti sorprendenti dell’immaginazione. Ma, per non esaurirsi in una ricchezza e fertilità fittizie, bisogna limitarsi ad un piccolo numero di problemi e di riflessioni.

Perché la vista, o la semplice idea di una bella donna ci provocherebbe moti e desideri singolari? Ciò che accade allora in certi organi deriva della natura stessa di tali organi? Niente affatto, ma dalla connessione e dalla specie di simpatia fra questi muscoli e l’immaginazione. Qua non c’è altro che una prima molla eccitata dal bene placitum di cui parlavano gli antichi, ossia dall’immagine della bellezza; molla che ne eccita un’altra, la quale era molto addormentata al momento in cui l’immaginazione l’ha risvegliata; e come sarebbe potuto avvenire ciò se non fosse stato per il disordine e il tumulto del sangue e degli spiriti che galoppano con una straordinaria prontezza e vanno a gonfiare il corpo cavernoso?

Poiché fra la madre e il figlio c’è una comunicazione evidente, ed è difficile negare i fatti riferiti da Nicolaes Tulp e da alcuni autori altrettanto degni di fede (non ne esistono altri che lo siano di più), crederemo che è nello stesso modo che il feto risente dell’impetuosità dell’immaginazione materna, come una cera molle riceve tutti i generi di impressioni, e che gli stessi segni o “voglie” della madre possono imprimersi sul feto, anche se ciò non si può comprendere, checché ne dicano James A. Blondel e tutti i suoi seguaci. Così rendiamo giustizia a Malebranche, troppo canzonato per la sua credulità da autori i quali non hanno osservato la natura abbastanza da vicino e l’hanno voluta assoggettare alle proprie idee.

Guardate il ritratto del famoso Pope, che come minimo si potrebbe chiamare il Voltaire degli Inglesi. Gli sforzi, i nervi del suo genio sono dipinti sulla sua fisionomia: essa è tutta in convulsione, gli occhi escono dall’orbita, i sopraccigli si alzano con i muscoli della fronte. Perché l’origine dei nervi è travagliata, e tutto il corpo deve risentirsi di una specie di parto così laborioso. Se non ci fosse una corda interna che tirasse in tal modo quelle esterne, donde verrebbero tutte quelle manifestazioni? Ammettere, per spiegarle, un’anima, è come rifarsi all’azione dello Spirito Santo.

Effettivamente, se ciò che nel mio cervello pensa non è una parte di questo viscere, e di conseguenza tutto il corpo, perché quando, tranquillo nel mio letto penso il piano di un’opera o perseguo un ragionamento astratto, il sangue mi si riscalda? Perché la febbre dello spirito passe nelle vene? Domandetelo agli uomini ricchi d’immaginazione, ai grandi poeti, a coloro che si sentono rapiti da un sentimento bene espresso, trasportati da un gusto squisito, dall’incantesimo della natura, della verità o della virtù! Dal loro entusiasmo, da ciò che vi diranno d’aver provato, potrete giudicare della causa mediante gli effetti: mediante quella Armonia, che un solo anatomista, Giovanni Alfonso Borelli, ha conosciuto meglio di tutti i leibniziani, conoscerete l’unità materiale dell’uomo. Poiché infine se la tensione dei nervi che produce il dolore causa la febbre della quale lo spirito resta turbato e privo di volontà, e viceversa lo spirito troppo affaticato turba il corpo e accende quel fuoco di consunzione che ha ucciso Bayle in età così poco avanzata, se quella tale eccitazione mi fa volere, mi costringe a desiderare ardentemente ciò di cui un momento fa non mi curavo affatto, e se a loro volta certe tracce nel cervello eccitano il medesimo prurito e i medesimi desideri, perché raddoppiare ciò che evidentemente non è che uno? È inutile declamare intorno al dominio della volontà: per un ordine che essa dà, cento volte subisce il giogo. E che c’è di strano se il corpo obbedisce nello stato di salute, quando vi è costretto da un torrente di sangue e di spiriti, e la volontà ha per ministri una legione invisibile di fluidi più vivi del lampo e sempre pronti a servirla? Ma siccome il suo potere si esercita tramite i nervi, così è per opera di questi che essa è fermata. La migliore volontà, i desideri più violenti, renderebbero forse ad un amante spossato, il vigore perduto? Ahimè, no: e la volontà sarà la prima a esserne punita, perché, date certe circostanze, non è in suo potere il non volere il piacere. Viene a proposito qui quello che ho detto della paralisi, ecc.

Siete colpiti dall’itterizia? Non sapete che il colore dei corpi dipende da quello delle lenti attraverso cui si guardano? Ignorate che, quale è la tinta degli umori, tale è quella degli oggetti, per lo meno in rapporto a noi, vani giocattoli, vittime di mille illusioni? Ma, togliete quella tinta dall’umore acquoso dell’occhio, fate colare la bile per il suo filtro naturale: allora l’anima, avendo altri occhi, non vedrà più giallo. Non è pure nello stesso modo che abbattendo la cataratta o iniettando il canale di Eustachio si rende la vista ai ciechi e l’udito ai sordi? Quanti individui, che forse non erano che dei furbi ciarlatani in secoli di ignoranza sono stati reputati autori di grandi miracoli! Com’è bella quest’anima, quanto potente questa volontà che non può agire se non in quanto le disposizioni del corpo glielo permettono e i cui gusti cambiano con l’età e la febbre! Che c’è dunque da meravigliarsi se i filosofi hanno sempre curato la salute del corpo per conservare quella dell’anima? Se Pitagora ha ordinato la dieta tanto diligentemente quanto Platone ha proibito il vino? Il regime che conviene al corpo è sempre quello col quale i medici di buon senso ritengono si debba cominciare quando si tratta di formare lo spirito e di elevarlo alla conoscenza della verità e della virtù, che sono vani suoni nel disordine delle malattie e nel tumulto dei sensi. Senza i precetti dell’igiene, Epitteto, Socrate, Platone, ecc., predicano invano: qualunque morale è infeconda, per chi non ha in dote la sobrietà: questa è la fonte di tutte le virtù, come l’intemperanza è quella di tutti i vizi.

Occorre altro (e perché dovrei perdermi nella storia delle passioni che si spiegano tutte mediante l’enormon di Ippocrate), per provare che l’uomo non è che un animale, ossia un insieme di molle che si caricano tutte le une con le altre senza che si possa dire da quale punto del cerchio umano la natura abbia cominciato? Se queste molle differiscono fra loro non è che per la sede e per il grado di forza, e mai per la loro natura: e di conseguenza l’anima non è che un principio di movimento, o una parte materiale sensibile del cervello che si può, senza tema di errore, considerare come una molla principale di tutta la macchina che ha un’evidente influenza su tutte le altre e sembra perfino essere stata fatta per prima; in modo che tutte le altre ne sarebbero soltanto un’emanazione, come si vedrà da alcune osservazioni, che io riferirò, fatte su diversi embrioni.

L’oscillazione naturale, propria della nostra macchina, di cui è dotata ogni fibra e, per così dire, ogni elemento fibroso, simile a quella di un pendolo, può sempre avvenire. A mano a mano che si perde bisogna rinnovarla, quando langue bisogna darle forza, affievolirla invece quando è oppressa da un eccesso di forza e di vigore. E soltanto in questo che consiste la vera medicina.

Il corpo non è che un orologio, di cui il nuovo chilo è l’orologiaio. Quando questo entra nel sangue, la prima cura della natura è di eccitarvi una specie di febbre che i chimici, i quali dappertutto non vedono altro che i loro alambicchi, hanno dovuto scambiare per una fermentazione. Questa febbre produce una maggiore filtrazione di spiriti, i quali meccanicamente vanno ad animare i muscoli e il cuore, come se ci fossero stati mandati per ordine della volontà.

Sono dunque le cause o forze vitali che in tal modo mantengono per cento anni il movimento perpetuo dei solidi e dei fluidi, tanto necessario agli uni quanto agli altri. Ma chi può dire se i solidi contribuiscano a questo gioco più che i fluidi, o viceversa? Tutto quello che si sa, è che l’azione dei primi andrebbe ben presto distrutta senza l’aiuto dei secondi. Sono i liquidi che con il loro urto eccitano e conservano dei vasi, dalla quale dipende la stessa loro circolazione. Ne consegue che dopo la morte, la molla naturale resta ancora più o meno forte seguendo i resti della vita ai quali essa sopravvive per spirare per ultima. Tanto è vero che questa forza delle parti animali può venir conservata ed aumentata da quelle della circolazione ma non ne dipende, dal momento che può fare a meno, come si è visto, persino dell’integrità di ogni membro o viscere.

So bene che questa opinione non va a genio a tutti gli scienziati, e che soprattutto Georg Ernst Stahl l’ha fortemente criticata. Questo grande chimico ha voluto persuaderci che l’anima fosse la sola causa di tutti i nostri movimenti. Ma è un parlare da fanatico, non da filosofo.

Per distruggere l’ipotesi di Stahl non occorre fare tanta fatica quanta vedo che se ne è fatta prima di me: basta posare lo sguardo su di un suonatore di violino. Che flessibilità! Che agilità nelle dita! I movimenti sono così veloci che sembra persino non esservi successione. Ora io prego, anzi sfido, gli stahliani a dirmi, loro che conoscono tanto bene tutti i poteri della nostra anima, come sarebbe possibile che essa eseguisse così velocemente tanti movimenti, movimenti che avvengono così lontani da essa e in tanti luoghi diversi. È come supporre un suonatore di flauto che potesse fare brillanti cadenze su di un’infinità di fori che egli non conoscesse affatto ed ai quali non potesse neppure applicare il dito.

Ma diciamo pure con François Hecquet che non è concesso a tutti di andare a Corinto. E perché Stahl sarebbe stato ancora più favorito dalla natura in qualità di uomo che in qualità di chimico e di medico? Era scritto che lui (fortunato mortale!) ricevesse un’anima diversa da quella di tutti gli altri uomini, un’anima sovrana che, non contenta di avere qualche dominio sui muscoli volontari, reggesse senza fatica le redini di tutti i movimenti del corpo, potesse sospenderli, calmarli o eccitarli a suo piacimento. Con una padrona così dispotica, nelle mani della quale fossero in qualche modo i battiti del cuore e le leggi della circolazione, certo non ci sarebbe febbre, né la vergognosa impotenza né il fastidioso priapismo: l’anima vorrebbe e le molle funzionerebbero, tendendosi o rilassandosi. Come mai le molle della macchina di Stahl si sono guastate così presto? Chi ha presso di sé sì gran medico dovrebbe essere immortale.

Del resto Stahl non è l’unico che abbia respinto il principio dell’oscillazione dei corpi organici. Delle menti più grandi, quando hanno voluto spiegare l’azione del cuore, l’erezione del pene, ecc., non l’hanno usato. Basta leggere le Istituzioni di Medicina di Herman Boerhaave per vedere quali sistemi laboriosi e geniali, per non aver ammesso una forza così evidente in tutti i corpi, quel grande uomo è stato costretto ad inventare col sudore del suo potente genio.

Willis e Claude Perrault, menti di tempra più debole, ma osservatori assidui della natura che invece il famoso professore di Leida ha conosciuto soltanto per mezzo degli altri e, per così dire, di seconda mano, sembra che abbiano preferito supporre un’anima generalmente diffusa in tutto il corpo piuttosto che il principio di cui noi stiamo parlando. Ma in questa ipotesi (ipotesi che fu quella di Virgilio e di tutti gli epicurei, e che l’autore della Storia dei Polipi sembra, a prima vista, preferire) i movimenti che sopravvivono al soggetto al quale ineriscono derivano da un residuo di anima, ancora conservato dalle parti che si contraggono senza essere più eccitate dal sangue e dagli spiriti. Si vede così che questi autori, le cui solide opere eclissano facilmente tutte le favole filosofiche, si sono ingannati soltanto nel seguire il modello di coloro che hanno dato alla materia la facoltà di pensare, voglio dire, si sono espressi male, in termini oscuri che non significano nulla. Di fatto, che cos’è questo residuo di anima se non la forza motrice dei leibniziani, resa male con tale espressione, e che tuttavia Perrault soprattutto ha veramente intravisto (vedi il suo Trattato della meccanica degli animali).

Il movimento dell’organismo umano

Ora che si è chiaramente dimostrato (contro i cartesiani, i malebranchiani, gli stahliani e i teologi, poco degni d’essere qui menzionati) che la materia si muove da sé, non soltanto quando è organizzata, come un cuore tutto quanto, per esempio, ma anche quando è distrutta l’organizzazione, la curiosità umana vorrebbe sapere come mai un corpo, per il fatto stesso d’essere stato originariamente dotato di un soffio di vita, si trovi conseguentemente ornato della facoltà di sentire e finalmente di quella di pensare. Per venirne a capo, santo Dio, quanti sforzi sono stati fatti da certi filosofi! E che guazzabuglio di giudizi intorno a questo argomento ho avuto la pazienza di leggere!

Tutto quello che l’esperienza ci insegna è che, finché il movimento, per quanto piccolo, sussiste in una o più fibre, non c’è che da pungerle per risvegliare e animare quel movimento quasi estinto, come si è visto in quella massa di esperienze con cui ho voluto schiacciare i sistemi. È dunque certo che il movimento e la sensibilità si eccitano l’uno con l’altra, e nei corpi interi e anche nei corpi la cui struttura è andata distrutta, per non dir nulla di certe piante che sembrano mostrarci gli stessi fenomeni di riunione di sensibilità e movimento.

Inoltre, moltissimi eccellenti filosofi hanno dimostrato che il pensiero non è altro che una facoltà di sentire, e che l’anima razionale non è altro che l’anima sensibile che si applica a contemplare le idee e a ragionare. Il che sarebbe provato da questo solo fatto, che quando il sentimento si estingue, si estingue anche il pensiero, come nell’apoplessia, nel letargo, nella catalessi, ecc. Infatti, coloro che hanno sostenuto che l’anima pensa anche durante le malattie soporose, sebbene poi essa non si ricordi delle idee che ha avute, hanno sostenuto una cosa ridicola.

Per quanto riguarda questo svolgimento, è pazzesco perder tempo a ricercarne il meccanismo. La natura del movimento ci è altrettanto sconosciuta quanto quella della materia, né vi è mezzo di scoprire come vi si produce, a meno di risuscitare, con l’autore della Storia dell’Anima, la vecchia e inintelligibile dottrina delle forme sostanziali. Mi consolo dunque di ignorare come la materia, da inerte e semplice, divenga attiva e composta di organi, quanto mi consolo di non poter guardare il sole senza lenti colorate; ed ugualmente sono tranquillo per quanto riguarda le altre incomprensibili meraviglie della natura, come la produzione del sentimento e del pensiero in un essere che altrimenti, ai nostri occhi limitati, sarebbe sembrato soltanto un po’ di fango.

Mi si conceda soltanto che la materia organizzata è dotata di un principio motore, il quale solo la differenzia dalla materia non organizzata (si può negare qualcosa all’osservazione più incontestabile?) e che negli animali tutto dipende della diversità di questa organizzazione, come ho provato abbastanza; tutto ciò è sufficiente a sciogliere l’enigma delle sostanze e dell’uomo. Si vede che nell’universo non ce n’è che una, e che l’uomo è la più perfetta. Egli sta alla scimmia e agli animali più intelligenti come la pendola planetaria di Christiaan Huyghens sta ad un orologio di Julien Leroy. Se sono stati necessari più strumenti, più ruote, più molle per segnare i movimenti dei pianeti che per segnare le ore o ripeterle; se Jacques de Vaucanson ha avuto bisogno di più arte per fare il suo suonatore di flauto che il suo canarino, gliene sarebbe occorsa ancora di più per fare un parlante: macchina che non si può considerare impossibile, soprattutto fra le mani di un nuovo Prometeo. Era dunque pure necessario che la natura impiegasse più arte e più strumenti per fare e sostenere una macchina che per un intero secolo potesse segnare tutte le pulsazioni del cuore e dello spirito: giacché, sebbene non si possano conoscere le ore dal polso, questo però è per lo meno il barometro del calore e della vitalità, dalla quale si può giudicare della natura dell’anima.

Non mi inganno: il corpo umano è un orologio, ma immenso e costruito con tanto artificio ed abilità, che se la ruota che segna i secondi si ferma, quella dei minuti continua a girare e continua per la sua strada; così pure la ruota dei quarti d’ora continua a muoversi, e così le altre, che continuano ad andare anche quando le prime, arrugginite o guaste da una causa qualunque, si sono fermate. E infatti, non è forse vero che l’ostruzione di qualche vaso non basta a distruggere o sospendere il corso dei movimenti che è nel cuore, come invece accadrebbe alla molla motrice della macchina? Anzi, al contrario, i fluidi, il cui volume è diminuito, avendo meno strada da fare la percorrono tanto più velocemente, trascinati da una nuova corrente, e la forza del cuore aumenta nella misura della resistenza che incontra all’estremità dei vasi. Quando è compresso il solo nervo ottico sì che non lascia più passare l’immagine degli oggetti, la privazione della vista non impedisce certo l’uso dell’udito, e la privazione di questo senso, quando sono impedite le funzioni della parte molle, non suppone affatto quella dell’altro. E non è così che il muto ode, senza poter dire di udire (se non è cessato l’attacco del male), e che il sordo, che non ode nulla, ma i cui nervi della glottide sono liberi nel cervello, dice macchinalmente tutte le fantasie che gli possano per la testa? Fenomeni che non stupiscono i medici illuminati, che sanno cosa pensare intorno alla natura dell’uomo; e, tra parentesi, fra due medici il migliore, quello che merita cioè maggior fiducia, è sempre, secondo me, quello che è più versato nella fisica o meccanica del corpo umano, e che, lasciando l’anima e tutte le inquietudini che questa chimera dà agli sciocchi e agli ignoranti, si occupa seriamente soltanto del puro naturalismo.

Lasciamo dunque che il sedicente Charp [falso scrittore inglese inventato da Lamettrie come autore del suo Histoire naturelle de l’âme] rida dei filosofi che hanno considerato gli animali come macchine. Come è diverso il mio pensiero! Credo che Descartes sarebbe un uomo rispettabile da tutti i punti di vista se, nato in un secolo che non avesse avuto bisogno di essere illuminato da lui, avesse conosciuto il valore dell’esperienza e dell’osservazione ed il pericolo che c’è a discostarsene. Ma non è meno giusto che io renda un po’ di giustizia a questo grande uomo, nei confronti di tutti quei piccoli filosofi che fanno dello spirito di bassa lega e sono cattive imitazioni scimmiesche di Locke: essi, invece, di ridere impunemente sotto il naso di Descartes farebbero meglio a rendersi conto che senza di lui il campo della filosofia, come quello del sano intelletto senza Newton, sarebbe stato forse ancora incolto.

È vero che quel celebre filosofo ha commesso molti sbagli, e nessuno lo nega: ma in fin dei conti ha conosciuto la natura animale, e per primo ha dimostrato perfettamente che gli animali erano delle pure macchine. Ora, dopo una scoperta di tanta importanza e che richiede tanto acume, come si potrebbe senza ingratitudine non perdonargli tutti i suoi errori?

Essi, secondo me, sono tutti riparati da quella sua grande affermazione. Perché, in fin dei conti, sebbene egli faccia della retorica intorno alla distinzione delle due sostanze, è evidente che non è che una furberia, un’astuzia stilistica, per far sorbire ai teologi un veleno nascosto all’ombra di un’analogia che colpisce tutti e che i soli teologi non vedono. Perché è essa, è tale forte analogia, che spinge tutti gli scienziati e i competenti ad ammettere che quegli esseri fieri e vani, che si distinguono più per la loro presunzione che per il nome di uomini, per quanto desiderio abbiano di innalzarsi, in fondo non sono altro che degli animali e delle macchine che si muovono stando in posizione verticale. Tutti hanno quel meraviglioso istinto che, una volta educato, produce l’intelligenza, la quale ha sempre sede nel cervello, e, in caso di difetto (come quando manca o è ossificato), nel midollo allungato (e mai nel cervelletto, poiché io l’ho visto notevolmente vulnerato, ed altri l’hanno trovato cirroso senza che l’anima cessasse di compiere le sue funzioni).

Essere macchina, sentire, pensare, saper distinguere, il bene dal male come il blu dal giallo, in una parola, essere nato con un’intelligenza e con un sicuro istinto morale, e tuttavia non essere che un animale, sono dunque cose fra le quali non c’è contraddizione maggiore che fra l’essere una scimmia o un pappagallo e saper godere il piacere. Infatti, giacché si presenta l’occasione di parlarne, chi avrebbe mai indovinato, ragionando a priori, che una goccia di liquido eiaculata durante l’accoppiamento fa provare piaceri divini e che poi ne nascerà una creaturina che un giorno, secondo certe leggi, potrà a sua volta godere delle stesse delizie? Credo che il pensiero sia così poco incompatibile con la materia organizzata da sembrarne anzi una proprietà, come l’elettricità, la facoltà di movimento, l’impenetrabilità, l’estensione, ecc.

Volete altre osservazioni? Eccone alcune che sono inconfutabili, e provano tutte che l’uomo assomiglia perfettamente agli animali, sia per quanto riguarda l’origine, sia per tutti gli aspetti che abbiamo creduto essenziale mettere a confronto.

Mi appello alla buona fede dei nostri osservatori. Dicano loro se non è vero che alla sua nascita l’uomo altro non è che un baco, che diventa uomo come il bruco diventa farfalla. Gli autori più importanti hanno insegnato come si deve fare per vedere questo animaletto. Tutti i curiosi, come Nicolas Hartsoeker, l’hanno visto nel seme dell’uomo e non in quello della donna: soltanto gli sciocchi se ne sono fatto scrupolo. Siccome una goccia di sperma contiene un’infinità di questi piccoli bachi, quando essi sono lanciati nell’ovaia non c’è che il più abile o il più vigoroso che abbia la forza di insinuarsi e impiantarsi nell’uovo fornito dalla donna che gli dà il suo primo nutrimento. A volte questo uovo intercettato nelle tube di Falloppio è portato da questi canali all’utero, dove si radica come un chicco di grano nella terra. Ma, sebbene crescendo in nove mesi vi divenga mostruoso, non differisce affatto dalle uova delle altre femmine, se non perché la sua pelle (l’amnios) non si indurisce mai e si dilata prodigiosamente, come si può vedere confrontando il feto già in posizione e vicino ad uscire (il che ho avuto modo di osservare in una donna morta un istante prima del parto) con altri piccoli embrioni vicinissimi alla loro origine. Allora è sempre l’uovo nel suo guscio, e l’animale nell’uovo che, imbarazzato nei suoi movimenti, cerca macchinalmente di venire alla luce; e per riuscirci rompe con la testa la membrana da cui esce, come il pulcino, l’uccellino, ecc. dalla loro. Aggiungerò un’osservazione che non trovo citata da nessuna parte: che l’amnios per il fatto che si dilata enormemente, non diventa perciò più sottile, simile all’utero la cui stessa sostanza si gonfia per l’infiltrazione di succhi, indipendentemente dalla replezione e dallo spiegamento di tutte le sue circonvoluzioni vascolari.

Osserviamo l’uomo dentro e fuori del suo guscio; esaminiamo con un microscopio gli embrioni più giovani, di 4, 6, 8 o 15 giorni (dopo questo tempo si vedono a occhio nudo). Che cosa si vede? La sola testa: un piccolo uovo rotondo con due punti neri che segnano gli occhi. Prima di questo tempo, essendo tutto più informe, non si vede che una polpa midollare, che è il cervello, nel quale si forma dapprima l’origine dei nervi, ossia il principio della sensibilità, e il cuore che ha già in questa polpa la facoltà di battere da sé: è il punctum saliens di Malpighi, che forse deve già una parte della sua vivacità all’influenza dei nervi. Poi a poco a poco si vede la testa allungare il collo, che dilatandosi forma dapprima il torace, nel quale il cuore è già sceso per fissarvisi; dopo di che viene il basso ventre separato da un tramezzo (il diaframma). Quelle dilatazioni danno origine l’una alle braccia, alle mani, alle dita, alle unghie e ai peli, l’altra alle cosce, alle gambe, ai piedi, ecc.: con la sola nota differenza di collocazione, che costituisce la base di appoggio e di equilibrio del corpo, una vegetazione che colpisce: qui sono i capelli che coprono la sommità della nostra testa, là sono foglie e fiori: ovunque splende lo stesso lusso della natura. E finalmente lo spirito che governa le piante è collocato dove noi abbiamo l’anima, l’altra quintessenza dell’uomo.

Questa è l’uniformità della natura che si comincia ad avvertire, è l’analogia fra il regno animale e vegetale, fra l’uomo e la pianta. Ci sono forse anche delle piante animali, cioè tali che vegetano o palpitano come i polipi o compiono altre funzioni proprie agli animali?

Questo è press’a poco tutto quello che si sa intorno alla generazione. Che le parti che si attraggono, che sono fatte per unirsi le une alle altre, o per occupare questo o quel posto, si riuniscano tutte seguendo la loro natura; e che così si formino gli occhi, il cuore, lo stomaco e finalmente tutto il corpo, come hanno scritto dei grandi, tutto questo è possibile. Ma siccome in mezzo a queste sottigliezze l’esperienza ci abbandona, io non farò supposizioni, considerando tutto ciò che non colpisce i sensi come un mistero impenetrabile. È tanto difficile che le due semenze si incontrino nel coito che sarei tentato di credere che la semenza della donna è inutile alla generazione.

Ma come spiegare i fenomeni senza questo comodo rapporto delle parti, che spiega così bene il fatto che i figli assomigliano ora al padre e ora invece alla madre? D’altra parte, la difficoltà di una spiegazione può controbilanciare un fatto? Mi sembra che sia il maschio a fare tutto, tanto in una femmina che dorme quanto nella più lubrica. L’orientamento delle parti sarebbe dunque costituito fin dall’eternità nel germe, o nel baco stesso dell’uomo. Ma tutto ciò è troppo al disopra della portata anche dei più eccellenti osservatori. Siccome non possono cogliere niente, non possono quindi giudicare del meccanismo di formazione e sviluppo del corpo, più di quanto una talpa possa giudicare della strada che può percorrere un cervo.

Nel campo della natura noi siamo delle vere talpe, di cui anzi non riusciamo a coprire neppure il breve cammino. È il nostro orgoglio che pone dei limiti a ciò che non ne ha. Siamo quello che sarebbe un orologio che dicesse (un favolista ne farebbe un personaggio importante in una composizione leggera): “Come! È questo operaio sciocco che m’ha fatto, me che divido il tempo, che segno così attentamente il corso del sole, che ripeto ad alta voce le ore che indico! No, questo non è possibile”. Similmente noi, ingrati che siamo, disprezziamo la madre comune di tutti i regni (come dicono i chimici). Immaginiamo o meglio supponiamo una causa superiore a quella a cui dobbiamo tutto e che veramente ha fatto tutto in maniera stupefacente. No, la materia non ha nulla di vile, se non per quegli occhi grossolani che la misconoscono nelle sue opere più splendide; e la natura non è affatto un’operaia limitata. Essa produce milioni d’uomini con maggiore facilità e piacere di quanto costi fatica ad un orologiaio il fare l’orologio più complesso. La sua potenza si manifesta ugualmente e nella produzione del più vile insetto e in quella dell’uomo più superbo; il regno animale non le costa più del regno vegetale, né il più bel genio più di una spiga di grano.

Dunque intorno a ciò che si sottrae alla curiosità dei nostri occhi e delle nostre ricerche giudichiamo da ciò che vediamo e non immaginiamo nulla che vada al di là. Seguiamo la scimmia, il castoro, l’elefante ecc. nelle loro operazioni: se evidente che esse non possono venir compiute senza intelligenza, perché negarla a questi animali? E se voi, fanatici, accordate loro un’anima, siete perduti: avete un bel dire che non decidete nulla sulla natura di essa, mentre invece le togliete l’immortalità, e non è questa un’affermazione gratuita? Chi non vede che essa deve essere o mortale o immortale come la nostra, e dunque deve subire la stessa sorte, qualunque essa sia? E così si cade in Scilla per volere evitare Cariddi?

Spezzate la catena dei vostri pregiudizi, armatevi della fiaccola dell’esperienza, e rendete allora alla natura l’onore che essa si merita, anziché concludere qualcosa a suo danno nell’ignoranza in cui vi ha lasciato. Aprite soltanto gli occhi lasciate andare ciò che non potete comprendere, e vedrete che quel contadino la cui intelligenza e sapienza non sorpassa i limiti del suo solco non differisce essenzialmente dal maggior genio, come avrebbe provato la dissezione dei cervelli di Descartes e Newton; vi persuaderete che il demente o lo stupido sono bestie con figura umana, come la scimmia intelligentissima è un ometto con un’altra forma; e finalmente che, poiché tutto dipende completamente dalla diversità di organizzazione, un animale ben costrutto a cui si sia insegnata l’astronomia può predire un’eclissi, come può predire la guarigione o la morte se ha dedicato per un po’ di tempo genio e buoni occhi alla scuola di Ippocrate e al letto dei malati. Mediante questa trafila di osservazioni e di verità si arriva a legare alla materia la mirabile proprietà di pensare, senza che se ne possa vedere il nesso, poiché il soggetto di tale attributo ci è essenzialmente ignoto.

Non diciamo che ogni macchina, ossia ogni animale, perisca completamente, o prenda un’altra forma dopo la morte; perché non ne sappiamo assolutamente nulla. Ma affermare che una macchina immortale è una chimera o un essere di ragione è fare un ragionamento altrettanto assurdo quanto sarebbe quello di bruchi che, vedendo le spoglie dei loro simili, deplorassero amaramente la sorte della loro specie. L’anima di questi insetti (giacché ogni animale ha la sua) è troppo limitata per comprendere le metamorfosi della natura. Nemmeno uno dei più acuti di essi avrebbe potuto immaginare che sarebbe dovuto divenire farfalla. Lo stesso accade a noi. Che sappiamo intorno al nostro destino più che intorno alla nostra origine? Rassegniamoci dunque ad un’invincibile ignoranza, dalla quale dipende la nostra felicità.

Chi penserà così sarà saggio, giusto, tranquillo intorno alla sua sorte, e di conseguenza felice. Aspetterà la morte senza temerla né sfidarla; amerà la vita, facendo fatica a capire come la nausea possa corrompere un cuore in un luogo pieno di delizie; sarà pieno di rispetto per la natura; pieno di riconoscenza, di affetto e di tenerezza in proporzione del suo sentimento e dei benefici ricevuti: felice insomma di sentire la natura, di assistere all’incantevole spettacolo dell’universo che non distruggeebbe mai né in sé né negli altri. Anzi, pieno di umanità, egli ne amerà il carattere persino nei suoi nemici. Ecco come tratterà gli altri: compiangerà i viziosi, pur senza odiarli, che ai suoi occhi non saranno altro che uomini deformi. Ma perdonando i difetti di conformazione dello spirito e del corpo, non ne ammirerà meno le bellezze e le virtù. Coloro che saranno stati favoriti dalla natura gli sembreranno meritare più riguardi di coloro che essa avrà trattati da matrigna.

Si è visto che i doni naturali, che sono la fonte di tutti i doni acquisiti, trovano nella parola e nel cuore del materialista quegli onori che tutti gli altri negano loro ingiustamente. Il materialista convinto poi, checché vada dicendo intorno alla propria vanità e nonostante sostenga di essere solo una macchina o un animale, non maltratterà suoi simili, troppo istruito intorno alla natura di tali azioni la cui disumanità è sempre proporzionata al grado di analogia provato dianzi; non volendo, in una parola, fare agli altri ciò che non vorrebbe si facesse a lui, come comanda la legge naturale data a tutti gli animali.

Conclusione

Concludiamo dunque coraggiosamente che l’uomo è una macchina, e che in tutto l’universo c’è una sola sostanza diversamente modificata. Questa non è un’ipotesi costruita a forza di problemi e supposizioni, se i sensi portando, per così dire, la fiaccola, non m’avessero, con l’illuminarla, costretto a seguirla. Per questa ragione: avrei disdegnato una guida che credo poco sicura. L’esperienza mi ha dunque parlato a favore della ragione: e quindi io le ho congiunte insieme.

Ma si sarà osservato che io non mi sono permesso il ragionamento più serrato e più immediatamente filato se non in seguito ad una moltitudine di osservazioni fisiche che nessuno scienziato contesterà. Io riconosco soltanto gli scienziati come giudici delle conseguenze che ne traggo, rifiutando qualunque uomo che abbia pregiudizi o non sia aggiornato alla sola filosofia che qui è competente, quella del corpo umano. Che potrebbero contro una quercia così ferma e solida tutte le fragili canne della teologia, della metafisica e della scolastica? armi puerili simili ai fioretti delle nostre sale di scherma, che possono, sì, dare il piacere della scherma, ma non già scalfire l’avversario. C’è bisogno che dica che sto parlando di quelle idee trite e triviali, di quei ragionamenti ripetuti e meschini, che si possono fare intorno alla pretesa incompatibilità delle due sostanze che si pongono in contatto e si modificano continuamente l’una con l’altra, ragionamenti che si faranno finché resterà sulla terra l’ombra del pregiudizio e della superstizione? Questo è il mio sistema, o meglio, la verità, se non mi inganno. Essa è breve e semplice. Ed ora, chi vuole disputare, lo faccia pure!