Titolo: Vita e morte di un bracconiere
Note: Opuscoli provvisori N. 91
Estratto da: Ernest Cœurderoy, I giorni dell’esilio, vol. I, tr. it., Trieste 2013, pp. 186-212.
Prima edizione: settembre 2015
v-e-vita-e-morte-di-un-bracconiere-x-cover.jpg

Nota introduttiva

Un uomo e la sua famiglia sopravvivono, poveramente, grazie alla caccia di frodo. Gli animalisti possono sottoscrivere con me questo comportamento. La legge lo vieta. La medesima legge che garantisce i massacri e le torture di milioni di animali ingrassati a forza e macellati senza pietà per fornire un’alimentazione dissennata. E se la legge lo vieta ci sono sempre poliziotti disposti a farla applicare.

Ma un uomo, si chiamava Montcharmont – che importa il suo nome? – decide che tutto ciò non è giusto. Alza il proprio fucile e uccide senza pensarci a lungo i poliziotti.

Se mi impedisci di vivere, e di vivere come io decido di vivere, io ti impedisco di vivere, ti tolgo la vita. Non è un bel ragionamento, non va preso come modello, ma regge. Come ragionamento regge, e io sono pronto a sottoscriverlo. Certo, se soppeso le conseguenze del mio gesto mettendo sull’altro lato della bilancia soltanto la giustizia violata, la vera giustizia, non la pagliacciata dei tribunali, potrei restare un poco col braccio incerto, alzato a metà e trattenere il dito sul grilletto. Fermarmi e riflettere. Accettare la supponenza onnicomprensiva della legge che mi impedisce ciò che per me è un diritto e per lei un reato, e tornarmene, coda fra le gambe, accettando la carità di un lavoro fissato dalle regole della convivenza civile.

E la dignità offesa? La mia dignità? Che cosa ne ho fatto? Me la sono messa sotto i piedi, io primo fra tutti, prima ancora dei poliziotti, poliziotto di me stesso, supercilioso controllore di ogni comportamento irregolare. Dopo tutto, se si considera bene la cosa, qualsiasi irregolarità ha un costo troppo elevato e quindi è meglio non andare al di là della linea che ne segna la demarcazione.

Tutti così potranno incidere sulla mia pelle il marchio dell’infamia, e i loro programmi conteranno senza dubbio sulla mia collaborazione, sui miei calcoli assennati, sulla civile convivenza che mi impedisce di compiere senza riflettere un gesto dissennato.

Cacciare di frodo, rapinare una banca, viaggiare sul treno senza biglietto, oppure assistere impassibili ai soprusi e alle prevaricazioni che dappertutto circondano la vita quotidiana. A un certo punto, qualcosa scatta in noi e decidiamo che è arrivato il momento di andare oltre, di cominciare a cacciare di frodo, di rapinare una banca, di non pagare il biglietto del treno, di non consentire a una sopraffazione, e quando questo qualcosa si presenta, non sarà un misero conteggio di anni di carcere che frenerà la nostra mano.

Per me è stato così.


Trieste, 28 giugno 2004

Alfredo M. Bonanno

* * * * *

Sfortuna alla vittima quando la bocca
che ha fatto la legge pronuncia essa stessa la sentenza.

Schiller, I masnadieri


Contro il nemico la rivendicazione è eterna.

Legge delle dodici tavole

Vita e morte di un bracconiere

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato; essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!

Il cacciatore Gugliemo Tell morì nel XIV secolo, circondato da un’aureola di gloria che risplende fino ad oggi, in questi tempi scoloriti. Ben altra fu la tua sorte, tu che passasti su questa terra attraverso generazioni sfiorite e che perdesti la testa sulla macchina infame, eroico cacciatore, Montcharmont!

È un sacrilegio, grideranno loro, riavvicinare l’ombra di un assassino a quella di un eroe. E io, al contrario, confonderò queste due ombre parimenti gloriose. Come Tell, Montcharmont morì per difendere la Libertà; come Tell, la rivendicò solo, perché tutti quelli che lo circondavano erano vigliacchi, perché le autorità e le leggi di oggi congiurano contro il Diritto.

I bilanci della Giustizia sono falsi solo nelle preture. Davanti all’eterna Equità gli agenti francesi che interdissero a Montcharmont l’esercizio della caccia sono criminali allo stesso modo dell’agente austriaco che voleva obbligare Tell a scoprirsi davanti al suo cappello: essi meritano altrettanto giustamente la morte. Nei monti d’Elvezia una rivoluzione rispose al soffio della freccia di Tell; nelle pianure della Francia civilizzata, il colpo di fucile sparato da Montcharmont non risvegliò alcuna eco. Ecco tutte le differenze tra questi due uomini. Ecco perché l’ombra del cacciatore della Saône-et-Loire si trascina sulle rive cupe, carica d’ignominia, mentre quella del Liberatore si stende brillante sulle generazioni.

Quale cinico sarcasmo, quale infame derisione, l’opinione degli uomini! maggioranza, violenza, impudenza! Il dato di fatto santifica tutto. Si fanno tragedie e si scrivono opere in onore del dio Tell, quando, se avesse fallito, sarebbe stato considerato come un vagabondo, uno da biasimare!

Ed era uno da biasimare, un assassino, questo Montcharmont: ecco quello che essi ripetono a gara come oche condotte al pascolo. E a me che non sono differente in mezzo a voi, a me che mi avete condannato come criminale, volete impedire di glorificare i grandi criminali? Dato che mi avete condannato a morte lasciandomi in vita, perché non dovrebbe piacermi la società dei morti? Perché non dovrei reclamare la complicità dei loro atti? Che cosa mi resta di più di loro? Una testa, una mano e una bocca di ferro: cercherò di servirmene.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato; essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!

Memoria di un uomo fiero! Per riabilitarti, per glorificarti, non si è ancora levata una voce dal seno della schiavitù sociale. La mia non ti mancherà. Non piangerò, non leverò le braccia al cielo, non prenderò in prestito né l’accento piagnucoloso degli avvocati, né il pallore delle donne che svengono, né il velo dell’anonimato. Non cercherò di impietosire il pubblico, di intenerire i magistrati, di impressionare questa figura da circo che si chiama imperatore dei Francesi! Enfasi, codardia, tempo perduto come tutti i lamenti di Geremia! Che i corvi del palazzo di giustizia, che i poeti elegiaci che cantano gli ultimi giorni dei condannati, urlino su questi motivi! La folla, i giudici e i re sono macchine che funzionano fin quando le si ingrassa, e le si ingrassa perché funzionino.

Tu non ti nascondesti dietro un cespuglio per uccidere i due cani gallonati che un procuratore del re ti aveva lanciato dietro; tu non fosti vigliacco come colui che, dal fondo del suo ufficio, eccitandoli, li correggeva, rimettendoli sempre sulle tue tracce, i maledetti! promettendo loro la tua testa come premio. È questo sciacallo in cravatta bianca che vi ha uccisi tutti e tre. Tuttavia queste iene senza museruola si lasciano in giro nella società, non le si sottopone a processo; si dice perfino in Francia che la magistratura è onorevole! Adorate tigri e giaguari, se vi bisognano dèi, almeno queste bestie sono graziose. Ma rispettare un procuratore generale, un fornitore di pompe funebri, è degradante!

Resterò degno di te, Montcharmont! Alta e ferma sarà la mia parola, come la detonazione della tua carabina da battaglia. Mi bisogna la tua glorificazione, sarà un’accusa criminale che porterò a tutta una società; una sentenza di morte che tengo in sospeso sopra la sua testa e che verrà eseguita prima o poi; – più presto di quanto non si pensi. Questa solenne deificazione del tuo nome, la faccio contro tutta la gente di giustizia, d’ordine, di governo, di polizia, di corda, di nastri d’onore e di patibolo; la faccio contro la civilizzazione che li paga; la faccio contro tutto ciò che condanna ed esegue, contro tutto ciò che lascia condannare ed eseguire.

Essi gettano fango sanguinante contro il carnefice e i suoi aiutanti; li chiamano uomini rossi, bevitori di sangue. Samson, Charlot, Mardi. Al loro passaggio essi vociferano minacce di morte; condannano i loro figli a ereditare il loro compito, le figlie al nubilato e le famiglie all’ignominia. Che essi lascino il carnefice per quello che vale, e che non guardino così da vicino la polvere che è sotto i suoi piedi. Il carnefice fa il suo lavoro; quelli che lo insultano e lo lasciano fare sono più vigliacchi di lui, e il pane non costa loro tanto caro da guadagnare!

Lo dichiaro nettamente, desidererei che tutti i civilizzati fossero obbligati a tirare a turno la corda di Samson, e che non fosse facile sottrarsi a questo compito come per il servizio militare. Sarei veramente curioso di sapere se uno solo oserebbe rifiutarsi. Vedrete che pretenderebbero la non esistenza di mestieri sporchi e affermerebbero di essere carnefici distintissimi. Sottolineo questa espressione, essa mi rallegra in un tempo in cui tutte le intelligenze si confondono nel più basso servilismo!

Tutti quelli che lasciarono morire Montcharmont sono colpevoli allo stesso titolo del carnefice. Lavate le vostre mani, schiavi, meglio di lui, ancora meglio; insaponate, strofinate, consumate, bruciate la vostra epidermide; strappate la vostra carne con un crocifisso rosso. La traccia del sangue ha un bel colore, è vivace, ritorna e ingrandisce; essa vi acceca, vi assorda, vi soffoca e vi dà il delirio; la portate sulla giacca, nei vostri indumenti, nei vostri capelli; lebbra mortale, si allarga sempre più, si allarga... Vomitate sangue, voi fate orrore!

Vi impedisco di toccare questo morto. Dopo tre anni che si trova sotto terra, non gli avete portato né corone di alloro né fiori né lacrime; nemmeno un ramo di cipresso; non avete consolato la sua famiglia, ma l’avete lasciata fare a pezzi dalla plebaglia e dai gatti arrabbiati del giornalismo, come un volgare assassino. Si è coperta d’immondizie l’erba sotto cui si suppone che egli giaccia. Perché non sapete nemmeno dove l’hanno gettato gli esecutori di alte opere. E quando, nel giorno dell’eterna giustizia, egli si rialzerà, voi vi rifiuterete di riconoscerlo in un tronco rosicchiato che porterà in mano una testa sanguinante!

Società la più borghese, la più odiosa, la più miserabile di tutte! Se toccassi questa morte la sporcheresti. Questa razza parla di devozione, di vigore, di gloria! Ed essa ha lasciato squartare, tagliuzzare, macinare da tre carnefici il più bravo degli uomini! Sacrificate dunque a questo mondo i vostri lavori, le vostre veglie e la vostra esistenza: esso andrà a divertirsi alla vostra esecuzione... È mostruosamente odioso!... Borghesi voi siete dei morti di fame, siete dei mendicanti!!

Voglio condividere questa gloriosa infamia. Questo assassinio giuridico pesa anch’esso sulla mia coscienza. Avrei potuto andare in Francia il giorno in cui fu commesso; forse la disperazione mi avrebbe ben ispirato. Mi accuso di un errore sulla gravità del quale non riflettei abbastanza in quel tempo. È un rimorso, una mano ghiacciata sul mio respiro; sento su tutto il mio corpo il sacco umido con cui avvolgono i giustiziati. Scuotere questo sacco, fare macchiare tutte le fronti della sua sporcizia; agiterò il sonaglio delle vendette. Opporrò tribunale a tribunale, uomo a società, verdetto a verdetto. Allo stesso modo in cui Montcharmont si è fatto giudice, così mi farò procuratore generale. Sarà forse la prima volta che un magistrato terreno non mentirà.

Giustizia degli uomini, opinione ciarliera! come sei in ritardo per coloro che sorpassano la loro epoca! Dato che lo scandalo ti fa andare più veloce, invierò contro di te lo Scandalo dal passo risonante. In questo tempo d’ipocrita dolcezza, in cui si nasconde l’omicidio alla barriera Saint-Jacques, la miseria all’ospedale e la malattia in prigione; in un tempo simile, bisogna strappare, mordere, a piene unghie e a pieni denti; bisogna lanciare il pamphlet agli occhi e gridare nelle orecchie per sapere infine se si può scuotere questo interminabile letargo. – Felice colui che scatena lo scandalo!

Voglio presentare davanti ai sogni dei civilizzati questa testa rosa da tre coltellacci, spaventosa, con un lembo pendente, questa testa che si raddrizza sulla ghigliottina. I capelli sono irti, i pugni serrati, gli occhi vi fissano e vi obbligano a guardare. Montcharmont vi chiede conto della sua vita che non vi apparteneva. Voglio darvi la scossa, borghesi di Francia, voglio farvi impallidire, smagrire, voglio farvi avere attacchi di nervi, voglio farvi morire.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato, essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!


Con questo cranio in mano domando alla società e ai cannibali che pretendono di rappresentarla:

Quando un uomo non ha subito alcuna condanna, dove trovate nei vostri codici un articolo che vi autorizza a rifiutargli l’autorizzazione di caccia? Vi sfido a trovarmi un simile articolo.

E se voi violate tanto impunemente la legge scritta a danno di quest’uomo, non è proprio lui che ha difeso questa vostra miserabile legge contro voi stessi quando, per farla rispettare, ha fatto ricorso a tutti i mezzi che la giustizia legittima, che la disperazione consiglia e che la necessità fornisce?

Ma io non mi occupo delle vostre leggi; le avete fatte a vostra immagine, inique, oppressive. Io domando alla vostra autorità e ai vostri giudici.

Quando un uomo ha il diritto di vivere dell’universale potenza, e quando a lui conviene esercitare questo diritto cacciando, quale ragione equa potete avanzare per privarlo della caccia? Se questa è la sua passione dominante, voi l’uccidete alla stessa maniera che andando ad aspettarlo a un angolo del bosco per ammazzarlo.

Voi, società, che punite gli assassini, perché pretendete l’impunità quando vi rendete colpevoli d’assassinio? Forse perché Ia maggioranza, il potere, la legge, i gendarmi, la prigione e la ghigliottina, che avete fatto, sono forti? Ma forza non significa diritto, e domani la forza potrà essere diretta contro di voi. E se si sostituisce la violenza all’equità, non c’è più una testa solidamente fissata sul corpo che la sostiene.

Vi sento urlare in coro che la caccia è un divertimento e non un diritto; e quand’anche fosse un diritto non si passa sul corpo di due uomini rivestiti della pubblica autorità per esercitarlo. Sono i meno criminali che si esprimono in questo modo.

Rispondo loro che non c’è una scala d’importanza per i diversi diritti, che il valore di ciascuno di essi dipende dalle attrazioni di ciascuno di noi. Rispondo loro ancora che non c’è diritto contro il diritto; che il tricorno può alzare il gendarme al di sopra della statura media, ma non lo rende superiore agli altri uomini; e che infine quando un gendarme sbarra il cammino al diritto, questo gendarme dovrà aspettarsi di essere ucciso come un cane, se trova davanti a lui un uomo libero.

E poi, miei maestri, chi vi dà il monopolio di assoluto godimento sui campi, sulle acque, sulle foreste e sugli animali? Vi dico che questo privilegio è il più irritante, il più scandaloso, il più feudale di tutti quelli che esistono, e che, per molti uomini, tra i più forti, il bisogno di metterselo sotto i piedi è il più imperioso di tutti. Se voi avete cuori di cani da muta, e vi accontentate di dare la voce quando un valletto di scuderia ve lo permette, non potevate nascere meglio che tra i civilizzati.

Ma a noi, uomini liberi, necessita l’aria delle colline, i boschi di alberi d’alto fusto, i borri e le radure, quando ce ne viene l’idea. Abbiamo bisogno dei cavalli che nitriscono, dei destrieri di ricambio che urlano, della musica delle fanfare, dei caprioli che saltano, dei cervi dalle caduche corna, dei furiosi cinghiali. Non facciamo sogni di bottegaio quando abbiamo stancato tutto il giorno le nostre gambe o la nostra testa.

Quando scoppiano le rivoluzioni, andate nelle reali foreste di Fontainebleau e di Compiègne. Là vi convincerete che la caccia è cara alle anime indipendenti, e che quelli che la seguono col più grande ardore non si tureranno le orecchie quando le fucilate gronderanno su Parigi. È grave, in verità, che così nobili passioni siano cadute tanto in basso, e la vile plebaglia non dovrebbe mai dimenticare che per voi vi sono esistenze di animali più preziose delle esistenze degli uomini! Ma ditemi, nobili per ordine del re, credete che buona razza di lupo non vale buona razza di cane, e immaginate, per accidente, che farete sempre saltare le nostre teste come turaccioli di champagne? Noi siamo cacciatori, rivoltosi, lupi, intendetemi bene, e pretendiamo cacciare ciò che ci sembra buono, anche l’uomo, soprattutto l’uomo, quando ci sembra buono, dove ci sembra buono, assolutamente come voi. Al più abile il bottino. Noi siamo di quegli uomini di cui Schiller dice: “La loro missione è la legge del taglione; la loro vocazione è la vendetta”. Noi siamo tanti masnadieri.

Non ho bisogno di dirvi perché il diritto di caccia mi offre più attrattive di un altro; basta che derivi dalla mia natura di uomo e dalle mie propensioni attive perché non abbiate nulla da dire quando mi conviene di farlo valere. Guardatevi bene, attenzione, di sopprimere i permessi di caccia. Se c’è ancora un lievito di rivolta nel suolo di Francia, così lo farete scoppiare. Non sapete che non c’è nulla di più oltraggioso per la nostra dignità di un divieto, e bisogna insegnarvi che da uomo ad uomo ogni divieto è ingiustoe inutile... Ma io divento inintelligibile per dei valletti.

La società francese è più barbara di quella giudea; la morte del giusto la lascia fredda! I tribunali attuali sono più sporchi del tribunale di Pilato, essi non si lavano nemmeno le mani! La croce del Redentore è trasformata in ghigliottina! Piangete, voi che avete ancora lacrime agli occhi!


Essi dicono che attraverso i popoli e le età, scortata dai filosofi e dalle legislazioni più sublimi, la pena di morte ha tracciato il suo solco inflessibile; essi dicono che l’universale consenso la giustifica; che la società deve salvaguardare la sicurezza, la proprietà, il lavoro e la vita dei suoi membri; che essa ha il diritto e il dovere di difendersi quando è minacciata; e che infine non c’è mezzo più sicuro per impedire ai malfattori di nuocere di quello di accorciarli della testa. Le requisitorie dei procuratori del re sono gonfie di queste eloquenti tirate, luoghi comuni che inteneriscono, elegie dolciastre, moralità da aula di tribunale, maschere di virtù gettate sull’orribile faccia di assassini impuniti, vigliaccherie di tradizione, declamazioni insinuanti che fanno drizzare i capelli degli onesti giurati. E al di sopra, i tribunali mettono l’umanità in spaccato; il sangue monta loro al cervello; agitano le loro maniche nere; colpiscono col pugno la tribuna giudiziaria; divagano, ruggiscono ed espongono un cinico coraggio per far cadere la testa di un uomo dalle sue spalle. Poi si attaccano dei cavalli neri ad una vettura mortuaria, un uomo rosso a una macchina color della robbia, e si rinchiude la testa del colpevole in un cerchio di ferro che la tiene sotto la lama. Essi chiamano tutto ciò soddisfare la giustizia degli uomini! Giustizia molto calma, in verità, e sempre sporca di sangue!

La società è spesso attaccata, è vero. Ma vi siete mai domandati se coloro che l’attaccano sono colpevoli? Voi che siete pagati per fare interrogatori, come mai non scoprite, con la vostra ordinaria perspicacia, che questa società è spesso provocatrice e forza la mano agli individui, spingendoli per le spalle verso l’abisso dell’infamia? Voi che cercate le più profonde radici del crimine, come potete ignorare che l’ordine civilizzato è un inestricabile disordine; come può sfuggirvi che molti non hanno pane a sufficienza, e molti altri troppo oro? Perché non volete comprendere che il Crimine è entrato nel mondo a seguito della Fame e della Pigrizia?


II fatto è che non ci sono sordi peggiori e ciechi peggiori di quelli che non vogliano né vedere né sentire; il fatto è che siete accusatori, giudici e parti in causa, i più cinici di questa società di cani; il fatto è che essa vi mette avanti per difendere i suoi atti più vigliacchi e criminali!


Vi si è insegnato, nelle scuole, che l’uomo non aveva diritti, ma solo doveri; – che l’individuo non doveva mai avere ragione contro la società, né la minoranza contro la maggioranza; – che la Libertà era una parola, e l’ordine un dogma; – che l’autorità era necessaria per mantenere l’ordine, e la violenza e la pena di morte indispensabili per mantenere l’autorità. Vi si è ripetuto a sazietà che il governo era il viale alberato della società; che la forza e la ragione devono sempre restare al potere. Voi credete fermamente che l’individuo è in tutti i casi colpevole, malvagio, impotente, ingiusto, e che sempre la società è infallibile, buona, onnipotente e giusta. Da cui concludete che l’individuo ha sempre torto contro la società, e che bisogna che muoia quando, giustamente o ingiustamente, la maggioranza dalle mille teste reclama la sua. E non vi accorgete nemmeno di quanto sia vigliacca questa maggioranza che succhia il sangue di un solo uomo! Siete della razza di quelli che condannarono Cristo, Galileo, Jan Hus e Campanella, tutti i più grandi nomi di cui l’umanità si onora. Siete di quegli assassini impuniti che, applicando castighi ingiusti e crudeli, forzano le opposizioni a rivendicazioni altrettanto ingiuste e barbare. Voi siete i servili esecutori di vecchie formule; noi siamo i liberi pensatori di un mondo nuovo. Noi ci apparteniamo; voi siete strumenti dei vostri padroni.

Sinistri taglia-sempre, corvi invecchiati frugando cadaveri, potenti procuratori generali che vi asciugate la mano e me la porgete, credendo di farmi onore... usatela questa mano per carezzare le vostre donne, e portate loro sotto le vostre unghie pezzi di carne degli impiccati. Voi mi fate orrore, voi, le vostre donne e i vostri figli, e tutto ciò che s’ingrassa col prezzo del sangue!


Quando la malattia è nell’uomo, quando la guerra è nella società, tutti gli organi sono deviati e tutte le parti colpevoli. Da quando abbiamo perduto la nozione di giustizia assoluta, naturale, che tutti possediamo in fondo alla coscienza, tutti i nostri atti non possono essere che delitti o crimini. Le nostre giustizie temporali sono deviate; oscillano da ciascuna parte dell’eterna nozione del vero, ora a beneficio di un partito, ora a beneficio dell’altro; senza mai arrestarsi sulla linea unica e inflessibile. Esse non possono che compensare l’iniquità con l’iniquità, l’assassinio con l’assassinio. Quale che sia la pompa, la solennità di cui si circondano, esse non sono altro che strumento di vendetta. Sono irrevocabilmente impegnate nel labirinto dell’arbitrario in cui la passione le guida da furfanteria in furfanteria.

Allora tutto diventa dubbio, a tentoni, delirio d’assassinato, marcia forzata nel sangue, angoscia, rimorso, febbre, provocazione, furore. La salute e la giustizia sono perdute per sempre. Allora il malessere genera il malessere; il crimine è padre del crimine, la vendetta allatta la vendetta, il patibolo spinge il patibolo, il sangue chiama il sangue. Allora, oh! disgrazia, vediamo l’umanità camminare, la fronte bassa, mettendosi sotto i piedi ubriachi le teste tagliate, fischiando e gridando perché ha paura, perché non sa più quello che fa e teme fortemente di riflettere e di arrossire di vergogna!

Purtroppo! la storia è lutto e una lunga nomenclatura di rappresaglie che gli uomini esercitano gli uni sugli altri; essa recita con voce affaticata le disposizioni dei codici contro i codici; ci insegna che lo spaventoso malinteso non cesserà finché le parole di giustizia e di libertà non avranno che un valore relativo, fin quando vi saranno partiti, e questi alzeranno al potere dei mostri come Caligola, Luigi XI, Ezzelino [da Romano], [Nicolas] Fouquet, [Antoine Quentin] Fouquier-Tinville e Maximilien Robespierre, la secca mummia dei repubblicani della vigilia.


La storia delle società non è che la storia dei lutti delle maggioranze e delle minoranze. Questi due partiti sono nati gemelli; dall’origine del mondo li troviamo di fronte, poi si sviluppano parallelamente attraverso i tempi e si riproducono ininterrottamente l’uno dall’altro, senza che l’uno sia la causa o l’effetto del suo congenere. Governo o opposizione, ciascuno ha la sua tradizione da sviluppare, il suo diritto da fare valere, le sue vendette da eseguire. L’uno tende sempre di più verso l’autorità e la schiavitù; l’altro si avvicina senza tregua all’anarchia e alla libertà. Ad ogni leggenda, ad ogni principio, ad ogni vendetta che si proclama, l’altro risponde con un’altra leggenda, con un altro principio, con un’altra vendetta. Se l’uno sparge una goccia di sangue, l’altro la ricopre con un’altra goccia avanti che la prima abbia avuto il tempo di seccare. Enrico IV viene ucciso dai gesuiti, e i gesuiti sono uccisi dalla Rivoluzione francese; – la [notte di] San Bartolomeo è vendicata dal protettorato di Cromwell; – Luigi XVIII vendica Luigi XVI; – Washington e Bolivar vendicano i girondini e Marat; – i sergenti del 1848 vendicano i sergenti de La Rochelle. Come avrebbero paura della storia i giudici se sapessero leggerla!


Voi avete ucciso Montcharmont perché aveva ucciso i vostri gendarmi; il suo crimine ha provocato il vostro, è vero, ma non vi assolve per nulla. Perché se seguiamo il getto di sangue fino alla ferita, che cosa troviamo? La vostra mano che fa sanguinare la collera di un uomo negandogli un suo diritto. Prima di questo rifiuto di giustizia tutto andava avanti regolarmente tra Montcharmont e voi, e avreste potuto vivere a lungo fianco a fianco. Ma dal momento che l’arbitrio si è scatenato, le conseguenze più spaventose sono diventate possibili. Il furto di un pezzo di pane conduce in prigione; la prigione ai lavori forzati, e i lavori forzati alla ghigliottina. Ecco il programma della marcia funebre: è la scala di Caino che discende all’inferno!

Che cosa succederebbe se un parente di Montcharmont gli rassomigliasse, e poi un altro, e poi un amico, e poi un altro amico? Dove si arresterebbe la serie delle vendette atroci che voi avete suscitato tra la maggioranza sociale e la minoranza che vorrebbe vendicare l’uomo da voi eliminato? Supponendo ciò tuttavia non faccio altro che rintracciare l’origine dei governi e delle opposizioni. Il primo prete fu Abele, il primo assassino Caino. Ma perché la posterità di Caino fu maledetta in suo padre? perché essa resta schiava? Chi fu l’aggressore? Chi ruppe l’alleanza tra gli uomini? Ecco ciò che non volete approfondire. Perché rimontando al giaciglio dove riposa la Morte, vedrete che essa è stata svegliata dall’Ingiustizia mattutina, e che la prima ingiustizia sgorga dal vostro cervello, corazzato da un triplice codice penale.

In questa lenta evoluzione del crimine, la maggioranza si è sempre mostrata più vigliacca, più crudele, più ipocrita, più aggressiva della minoranza. – Più vigliacca, perché non espone mai la vita per soddisfare la sua vendetta: – più crudele, perché uccide con il tribunale, con la Miseria, con il disonore, – tre volte: – più ipocrita, perché eternizza questa morte e questo obbrobrio nelle famiglie, perché la disponibilità della violenza fa pesare su tutti una responsabilità che non risale che ad essa: – più aggressiva infine, perché la debolezza e la paura soltanto possono trattenere gli uomini sulla china delle vendette, mentre si riconoscono difficilmente le sue debolezze e le sue paure.

Siamo tutti là. Solo la paura ci paralizza quando si tratta dell’interesse delle nostre persone. Montcharmont al potere avrebbe fatto più arditamente e apertamente di Luigi Bonaparte quello che hanno chiamato un Colpo di Stato, perché era quello che si chiama un uomo d’azione. Fortunatamente per la sua memoria, il suo coraggio fu impiegato in una giusta difesa, e non in un macello che niente aveva provocato, che niente motivava a parte una cieca ambizione. Ma sarebbe sporcare Montcharmont paragonandolo all’uomo di Dicembre. Sii svergognato, Luigi-Napoleone! E dato che la Francia ti sopporta, che i Cosacchi vengano ben presto per trascinare il tuo corpo a La Villette. Perché tutto si classifica meglio sotto la terra che sopra la terra, e la cancrena non scappa affatto ai vermi che formicolano nei carnai.


Io ammetto, accolita giudiziaria, che avete il diritto di pronunciare la pena di morte. Ma prima di fare cadere una testa, vale la pena che riflettiate. Sapete che cosa è la Vita, da dove viene, dove ritorna, chi la dà e chi la ritira? Sapete che cosa è la Morte? Sapete che cosa soffrono, nel passaggio dalla vita alla morte, la testa e il tronco che separate? Avete considerato le angosce e le pulsazioni delle arterie dell’uomo atteso dal patibolo? Siete ben certi di definire giustamente il Crimine e la Virtù? Non avete mai decapitato innocenti? L’ombra di [Joseph] Lesurques non turba mai le vostre feste?

Che gran cosa è la testa di un uomo. Medita, paragona e giudica, e lavora e inventa; contiene un’intelligenza e un’anima. Ciò suppone un destino, un avvenire. Sapete ciò che l’uomo giustiziato avrebbe fatto del suo domani? Poteva essere guarito, e la sua vita non sarebbe stata più dannosa a nessuno, se gliela avreste conservata! Anche voi, avreste potuto guarire, porre riparo alle vostre ingiustizie verso di lui, e domandargli perdono. Ma no; sembra che vi siate assegnati il compito di impedire all’accusato, come a voi, come a tutta la società, qualsiasi strada verso il miglioramento. Voi non volete riconciliazioni: non meravigliatevi dunque delle vendette!


Società! è utile che voi tagliate con le teste umane i più alti problemi? Quale utilità ne ricavate? Quale scopo raggiungete?

– Volete impedire che vi si nuoccia? Ma il mezzo migliore perché non vi si faccia del male non è quello di non farne voi stessi? Chi vi ha mai fatto del male prima che non lo abbiate causato cento volte? – Dunque non fate torto a nessuno.

– Volete punire? Ma per prima cosa dov’è il colpevole? Dite che è l’individuo; io sostengo, con molti altri, che è la società. La questione non è ancora risolta, e fin quando non lo sarà non farete altro che vendicarvi a vostro rischio e pericolo. Io contesto anche che spetti a voi la difesa degli individui. Chi vi ha dato questo diritto? Una maggioranza, la prima occupazione, una rivelazione divina, la forza? E se io non riconoscessi alcuna di queste autorità, se io contestassi il vostro potere, se non volessi essere vendicato da voi, se la vostra riparazione mi sembrasse inefficace, peggiore dell’offesa o del danno sofferto, se fossi in guerra con voi... Allora mi vendichereste quindi contro la mia volontà, con mezzi che riprovo. Di modo che, invece di riconciliarvi la mia riconoscenza, vi sarete attirati il mio odio. Ecco certissimamente una singolare posizione che prendete di fronte a me e di fronte a molti altri. Siete veramente troppo buone, o Società! per attirarvi tanti odi per fare piacere a nessuno, e non mi convincerete che è unicamente per devozione e per amore del giusto che agite in questo modo. Quando penso che se si uccidesse me, per esempio, voi sareste obbligate, Società, a istruire il processo del mio assassinio; quando penso a ciò e alla mediocre sollecitudine che avete per tutti noi, condannati politici, quasi vi pregherei di farmi entrare nelle vostre fila.

– Volete fare soffrire, uccidete per uccidere? Allora, immolate tori e galli; ciò è più facile che per gli uomini. O se non potete rimpiazzare in altro modo la voluttà che vi causa il supplizio capitale di un uomo, allora ritornate alle cave, al leone di Falaride, ai circhi di Diocleziano; tirate fuori le statue di Nerone, di Eliogabalo, di Domiziano e del cittadino J. Lebon, che furono vostri maestri; risuscitate la Santa-Hermandad, ripetete gli annegamenti di Nantes e gli eccidi di Truphémy.

E poi, quando ci si vendica bisogna farlo in grande. Vi chiedo se è coraggioso per una società bardarsi di ferro e di fucili, chiudere un uomo come una tigre sorprendendolo e schiacciandolo col numero? È coraggio condurlo al patibolo, incatenato, ammanettato, attraverso la folla ignobile che fischia, ride, si picchia per vederlo passare, si scaglia su di lui, lo ingiuria, gli sputa sul viso e guarda se c’è sangue nelle sue vene per lo spettacolo che l’attende? È una cosa dolorosa, mortale, vedere un simile convoglio. Se fossi re non mi perdonerei mai di non aver concesso una grazia. Mi rimprovererei ogni giorno della mia vita, quando con una semplice parola avrei potuto salvare un uomo, mentre ho respinto questa parola in fondo alla mia gola secca. Tutte le notti sentirei lo scalpitio dei cavalli, le grida dei gendarmi, lo spaventoso ridere del carnefice, la pesante carretta, lo stridere della lama nelle guaine, le ultime parole del condannato, la sua testa che rimbalza sul selciato. Per molto tempo, per molto tempo vedrei i suoi capelli sanguinanti, le orbite piene di terra e di gas della decomposizione che si accendono e sembrano guardare. Mi sembrerebbe avere la testa appesa sulle spalle mentre annego in un mare di sangue. Non permetterei più ai miei bambini di abbracciarmi, dopo essere stato la causa per cui altri bambini non possono più abbracciare i loro padri.

– Infine, volete dare un esempio? Ma, come dice Victor Hugo in uno dei suoi rari momenti di franca rivolta che lo ispirano molto bene: “Pensate seriamente di dare un esempio quando sgozzate miserabilmente un povero uomo nel posto più deserto dei viali periferici? In piazza di Grève, in pieno giorno, passi ancora, ma alla barriera Saint-Jacques! Alle otto del mattino! Chi volete che passi di là? Chi sa che uccidete quell’uomo? Chi comprende che state per dare un esempio? Un esempio per chi? per gli alberi del viale, a quanto sembra.

“Non vedete dunque che le vostre esecuzioni pubbliche si fanno di nascosto? Non vedete che vi nascondete e che avete paura del vostro lavoro?... che in fondo siete interdetti, inquieti, poco certi di avere ragione, presi dal dubbio generale, che tagliate teste per abitudine, senza sapere troppo quello che fate? Non sentite in fondo al cuore che avete tutti perduto il sentimento morale e sociale della missione del sangue che i vostri predecessori, i vecchi parlamentari, compivano con una coscienza così tranquilla? Altri, prima di voi, hanno ordinato esecuzioni capitali, ma essi si ritenevano nel diritto, nel giusto, nel bene. Jouvenel des Ursins si credeva un giudice; Elie de Thorette si credeva un giudice; [Jean de] Laubardemont, [Gabriel Nicolas] La Reynie e [Barthélemy] Laffémas essi stessi si credevano dei giudici; voi, nel vostro foro interiore, non siete sufficientemente sicuri di non essere degli assassini!

“Abbandonate piazza di Grève per la barriera Saint-Jacques, la folla per la solitudine, il giorno per il crepuscolo. Non fate più fermamente quello che fate; voi vi nascondete, ecco cosa vi dico!”.

E poi tutte queste esecuzioni non fanno fare un passo al vero problema, al problema organico, che bisogna risolvere. Esse non fanno legittima la proprietà, giusta l’usura, soddisfacente il cattolicesimo, possibile l’amore, generale l’istruzione, giusta la società. E la società ingiusta è un terreno paludoso su cui non possiamo camminare, in cui il contagio del furto e dell’assassinio e del crimine turpe si allarga sempre più, molto più velocemente di quanto non lo si possa spegnere col sangue. Giustiziando voi staccate una testa dal corpo; non riparate nulla, non guarite nulla, non raddrizzate nulla. È un modo singolare di distruggere l’erba cattiva quello di falciarla senza pensare che essa ha radici.

Se la funzione dell’albero patibolare è così efficace, se la sua vista è talmente salutare, perché non ci ha resi tutti migliori dall’inizio dei secoli? Perché dovete rizzarlo su tutte le piazze? Se può rimpiazzare tutto perché non si radono al suolo le fabbriche, i musei e le biblioteche, e non si alzano sulle loro rovine dei giganteschi patiboli? Bisogna osare dire di tutte le istituzioni ciò che Omar disse della biblioteca di Alessandria: o esse contengono altre cose oltre la ghigliottina, e allora bisogna bruciarle; – o non contengono che la ghigliottina, e allora bisogna bruciarle lo stesso. E bisogna osare fare ciò che fece Omar, presentando ai fedeli civilizzati una macchina del signor Guillotin per Corano. Non è forse vergognoso per una società confessare che la ghigliottina è il proprio vangelo, e che le autorità che tirano la corda sono i suoi dèi? Chi dubiterà che il nostro diciannovesimo secolo sia il più umano, il più dolce, il più illuminato di tutti i secoli? Bottegai, ho pena per voi, non sapete cosa si prepara... Ma non vi perdono.


I morti ritornano. Preghiamo per i morti.

Il ferro ritorna; le pietre ritornano. Le pietre fanno le prigioni; il legno, la ghigliottina; il ferro, la lama.

La lama, la ghigliottina e le prigioni ritornano.

Il sangue ritorna, la carne ritorna; i muscoli, le ossa, i nervi e i capelli rispuntano.

I giudici e i condannati, i carnefici e gli esecutori sono fatti di ossa, carne e sangue.

Le vittime e gli assassini ritorneranno.

Le anime ritornano; le tradizioni, le famiglie, le maggioranze e le minoranze rinascono. Mentre i suoi involucri si disperdono, l’uomo ritorna intero nel suo spirito.

Lo spirito dei partiti ritornerà. Il procuratore della Repubblica che ha chiesto la testa di Montcharmont, i giurati che l’hanno accordata, i gendarmi che l’hanno conservata, il carnefice che l’ha tagliata, ritorneranno. Montcharmont ritornerà, la sua famiglia si propagherà, il partito dell’opposizione diventerà più numeroso ogni giorno, il Bracconiere si solleverà contro la società, la tradizione della Libertà si svilupperà.

I morti ritornano. Preghiamo per i morti.


Felici coloro che hanno amici tra i morti decapitati! Disgraziati coloro che hanno protettori tra i viventi porta-corone.

Dato che si vuole eternare la guerra sociale, che si apprenda dunque che la legge delle rivendicazioni è ineluttabile; – che i vinti di oggi saranno i vincitori di domani; – che un ordine sociale che crolla porta un altro ordine del tutto opposto; – che i primi saranno gli ultimi; – che le teste coperte oggi di scarlatto saranno scoperte un giorno davanti alla folla, e arrossate del proprio sangue.

Non ho amici fra i viventi rivestiti del potere; ho degli amici fra i morti decapitati: Montcharmont e Charlet, Daix e Lahr, Borie, Berton, Moret e [Louis] Alibaud. Essi mi sostengono nella lotta ingrata, mi inviano la speranza dagli occhi verdi, e la perseveranza dalle braccia nervose. Mi dicono: “L’avvenire è nostro; la Rivoluzione non si ferma per strada. Avanti!”.

Quelli che hanno degli amici fra i re e i tribuni della terra non troveranno fra di loro che la Schiavitù e la Delusione dallo sguardo smorto. Lo scoraggiamento li prende quando i potenti dicono loro: “Voi ci avete portato all’impero; adesso l’umanità deve essere felice; dopo di noi la fine del mondo. Fermatevi!”.

Ma il mondo non va in questo modo. I decreti non possono nulla contro le rivoluzioni. La rabbia colpisce sempre, e la giustizia lacrimosa equilibra nelle sue bilance le teste che cadono. I supplizi di un tempo sono vendicati dai supplizi di un altro tempo. L’umanità girerà ancora per molti anni in questo cerchio di assassini. Fino ad allora:

Felici coloro che hanno amici tra i morti decapitati! Disgraziati coloro che hanno protettori tra i viventi porta-corone!


I morti non sono morti. I morti non sono lontani; essi non sono in un altro mondo.

Spiriti forti della magistratura, i morti non hanno fatto uso dei passaporti che avete loro consegnato. Ridete pure delle ombre, anch’io me ne rido. Ma queste che ritornano non sono ombre, sono corpi animati da spiriti che hanno già vissuto: sono uomini con la testa dritta sulle spalle, l’odio nello sguardo e il furore nel cuore.

Non li avete mai visti? Non avete mai sentito delle voci, come la mia, che cantano il pamphlet consolatore e dicono: “Siete degli assassini che il patibolo attende; il sangue beve il sangue!”. Non avete mai letto i filosofi che si chiamano Beccaria, Fourier, Bernardin de Saint-Pierre, Bonesana [forse un errore], Cristo, i quali scrivevano: “Chi di spada ferisce di spada perisce!”. Mai le rivoluzioni hanno battuto alle porte delle vostre preture? Mai hanno strappato l’ermellino che copre la vostra vergognosa nudità? Mai hanno danzato, con il loro piede libero, intorno alle rovine dei troni?

Turatevi le orecchie e gli occhi, ridete, brillate nei salotti; sentenziate, bevete l’orgia che uccide, succhiate il sangue che brucia: va bene! Ma quando non sarete più custoditi dai mille rumori del mondo e dalle sue mille teste, quando l’ubriacatura delle assise cessa, quando non vedete più i fucili luccicare nelle mani delle guardie, quando passate nella strada vicino a un uomo che vi è sfuggito, quando la luce si spegne nei vostri tranquilli studi, la notte, i vostri denti battono! Le vostre donne ne sanno qualcosa, ma non la riveleranno mai, queste creature che hanno ricevuto la vita, che l’hanno data, e che acconsentono ad andare a letto con i procacciatori della Morte!

Sappiamo bene cos’è questa masturbazione dello spirito, questa febbre provocata dalle veglie, e questa eloquenza che attira l’attenzione delle folle. Ma sappiamo anche che questo sforzo distrugge, e che all’ubriacatura di un momento succede una debolezza estrema a cui l’uomo non sfugge se non rifugiandosi nella pace della propria coscienza. Ma voi non siete in pace con la vostra coscienza, perché non siete degli idioti. Nel mestiere che fate i capelli diventano bianchi facilmente, lo stomaco si ulcera, il fegato si ipertrofizza, la cistifellea si spacca, e la bile si travasa in tutto il corpo. Si invecchia prima del tempo, si fa orrore, si cerca involontariamente qualche macchia rossa sui propri abiti, se ne trova sempre una dal lato sinistro del petto, si teme di puzzare di cadavere, si aspira all’insensibilità dei morti!

No, voi non siete tranquilli, ciò non è possibile. Noi tutti che abbiamo sentito parlare un poco di storia; noi che sappiamo più o meno leggere, scrivere e pensare; noi che abbiamo riflettuto sulla giustizia penale, sulla giustizia e il crimine, noi siamo rattristati ogni volta che cade una testa. Ne parliamo, piangiamo la vittima, e ci domandiamo con spavento da dove viene questa formidabile potenza che conduce la morte sulle nostre teste? Tuttavia non siamo noi ad avere inviato quest’uomo sul patibolo: noi ci guadagniamo meno miseramente la vita. Quanto dovete dunque soffrire voi in quei giorni, voi uomini istruiti, uomini di mondo, che potete sentire quello che si pensa di voi che avete spinto questa testa fino a farla ruzzolare nel paniere.

E chi ci ha dato questa coscienza? Chi ci permette di giudicare ogni cosa? L’istruzione che si diffonde. – E come si diffonde? attraverso le Rivoluzioni. – E chi fa le Rivoluzioni? la Filosofia. – E chi sono i filosofi? degli uomini liberi. – E chi sono gli uomini liberi? dei ritornanti che gli schiavi, i vostri padri, hanno torturato, e che si ricordano, e si vendicano su di voi. – Voi soffrite perché possiamo analizzare i vostri atti, anatomizzare le vostre impressioni, e mostrarvi come siete al pubblico che non ha alcun partito preso per nessuno. Voi maledite lo spirito analitico e di rivolta che ci spinge. Se volete farlo sparire, non seminate più vittime; esse producono filosofi. E la vendetta umana è più tenace della vendetta corsa.

I morti non sono morti. I morti non sono lontani; essi non sono in un altro mondo.


Se voi osaste guardare indietro sul vostro cammino tappezzato di teste, vedreste che diventate ogni giorno più deboli e che la ghigliottina stessa è una istituzione filantropica. Sì, fu un gran filantropo questo buon dottor Guillotin! e la sua è una graziosa macchina, molto dolce, molto rilassante e molto affilata! Non vi fa venire la voglia? E dire che ci sono persone il cui cervello cerca giorno e notte il mezzo più simpatico per fare saltare quello del loro prossimo! Al fatto: quest’uomo era un medico rinomato – traducete un falegname abile; – come tale, spettava a lui immaginare e progettare un taglia-testa umanitario. Per quanto mi strizzo gli occhi non riesco a trovare una lacrima e impietosirmi per questo spaventoso ciarlatano che brucia all’inferno. Mi sento viscere di tigre per ogni uomo che disorganizza scientificamente la vita degli uomini.


Giudici e carnefici, ascoltate ciò che diranno i posteri:

“La spada dei tribunali non colpisce che i giudici; il sangue della ghigliottina non scorre che sui carnefici. Le loro alte opere non sono che sporche uccisioni; tutta l’acqua del mare non basterebbe per lavare le loro sporcizie. Perché essi hanno immolato ecatombi umane; perché hanno trovato nelle falde dei loro vestiti le teste mutilate dei più nobili mortali.

“Un giorno sfidarono un uomo del popolo che si chiamava Montcharmont. Lo inseguirono con i loro gendarmi; e quest’uomo uccise i gendarmi. Allora essi violarono l’asilo che quest’uomo aveva trovato in un paese vicino; lo ricondussero in Francia, lo trascinarono davanti ai loro tribunali, lo caricarono di catene, lo fecero torcere dai valletti del patibolo, lo condussero tra una folla avida di sangue, lo consegnarono a tre carnefici che, sotto la difesa delle carabine, lo consegnarono infine alla Morte. Mai processo fu più glorioso; mai un uomo fu condotto alla croce per un così lungo cammino! Solo contro un formidabile apparato, solo contro le leggi del sangue, solo contro una società senza cuore, solo nella sua difesa, solo nella sua lotta alla soglia dell’eternità, solo nella sua vita, solo nella sua morte, mai uomo fu più grande di questo! Rispettate la memoria del grande cacciatore davanti l’Eterno!

“Passeggiate nelle strade delle città, frugate le case, salite le torri, fate accorrere la gente sulle pubbliche piazze; – e trovatemi un solo uomo capace di un simile eroismo. Se ci fossero stati cinquanta come lui la tromba delle rivoluzioni sarebbe stata sentita da tutta l’Europa molto prima. Ma i capi dei partiti somigliano a pavoni ben pasciuti, essi si fanno ammirare e si ingozzano perché li si ammiri; fanno l’amore con le prostitute e con la Rivoluzione nelle anticamere. E quando vedono morire per la libertà di tutti un uomo come Montcharmont, lo condannano, anch’essi, nei loro tribunali d’onore, l’insultano e lo rinnegano. Ciò è accaduto, ciò accade tutti i giorni; i tribuni come i governi si credono in diritto di santificare e di diffamare”.


Ecco ciò che leggeranno i posteri in un giornale del tempo, un giornale belga; perché i giornali francesi non avevano nemmeno il permesso di registrare le agonie dei morti. [Si tratta invece de La Révolution de 1848, un giornale di Chalon-sur-Saône, ristampato in L’Union républicaine di Auxerre, 21 maggio 1851. Nota di Max Nettlau].

“Vi ricorderete di aver sentito parlare del troppo famoso Montcharmont, bracconiere della regione d’Autun, condannato dalle assise di Saône-et-Loire alla pena capitale per avere ucciso due agenti. Ieri era il giorno fissato per la sua esecuzione.

“Di buon’ora una folla immensa faceva ressa vicino al luogo fatale. Il condannato, prelevato alle sei dalla prigione, superando una viva resistenza, è condotto sull’ignobile carretta fino ai piedi del patibolo.

“Alla vista dello strumento di supplizio, lancia delle grida spaventose; la sua voce non ha più nulla di umano. La paura della morte (pensate che Montcharmont avesse paura della morte?) centuplica le sue forze erculee. Una lotta si impegna tra lui e i carnefici, che tentano invano di fargli guadagnare i gradini del patibolo.

“In questa lotta spaventosa e indescrivibile fra un uomo legato e ammanettato che si conduce a morte, contro due altri, padroni di tutti i propri movimenti ed allenati dalla pratica della loro odiosa professione, un gradino della scala si sfonda, si produce un buco, e il condannato viene a trovarsi, per così dire, incastrato nel legno, poggiante i piedi nudi su di un montante e le robuste spalle su un altro.

“Da parte sua, il condannato a morte cerca di riempire la piazza con le sue grida divenute selvagge di dolore e di spavento; da parte loro i due esecutori fanno sforzi inauditi, disperati, per sollevare questa massa di carne e di ossa, che resiste e sembra ad ogni scossa incastrarsi sempre di più tra le due assi parallele.

“E questi tre esseri restano così saldati insieme gli uni agli altri, mescolando il proprio sudore e il proprio sangue per cinquanta minuti, sotto gli occhi della folla pietrificata di orrore e di spavento.

“Tutti, finanche la polizia, rifiutano il proprio aiuto agli esecutori al limite delle proprie capacità e delle proprie forze.

“Questa mostruosità, inaudita fin’oggi, non poteva prolungarsi di più senza danno per la tranquillità pubblica. Lo si capì, e il paziente fu ricondotto in prigione per non trarlo fuori che all’arrivo del carnefice di Digione che il procuratore della Repubblica aveva mandato a chiamare di tutta urgenza.

“C’è da fremere pensando a quello che questo disgraziato ha dovuto sopportare di inimmaginabili torture nelle lunghe ore che passarono tra questa prima esecuzione e la seconda.

“Alle cinque della sera, essendo tutto pronto e ogni precauzione presa, la giustizia umana fu alfine soddisfatta”.

(Reforme di Verviers).


Colui che fu solo nell’ignominia, sarà solo nella gloria.

Un giorno un uomo del popolo monterà su un trono elevato. E dirà agli altri uomini: “Io sono colui che avete posto più in basso dei vermi”. E dirà ai democratici: “Io sono colui che avete rinnegato nella sua infamia, e che vi rinnega nella sua potenza”.

Egli si avanzerà verso i palazzi di giustizia, e li farà crollare sulle loro colonne. Si avanzerà verso i giudici e li getterà dai loro scanni; e i giudici saranno colpiti a morte. Avanzerà verso il patibolo e lo farà cadere con un semplice colpo del piede. Afferrerà il carnefice alla gola, staccandogli la testa, e presentandola al popolo griderà: “La sua testa per la mia”. E il popolo tremerà sotto di lui. Ed egli griderà agli uomini: “Gregge di schiavi, tremavo forse io quando mi si giustiziava davanti a voi? Tremavo quando vi sentivo vociferare: Uccidere un uomo è un delitto; uccidere un gendarme è sette volte un delitto; ma uccidere due gendarmi, è settantasette volte un delitto? Ho tremato quando nemmeno una delle vostre braccia si levava per difendermi? Tremavo quando solo il mio cuore batteva sul mondo insensibile?”.

Poi andrà negli asili dei morti, romperà il sigillo delle tombe, strappando alla terra le ossa dei condannati e quelle dei giudici; e le lascerà sbiancare alla pioggia e al sole. Poi ne farà due mucchi, uno quello delle ossa dei giudici, l’altro quello delle ossa dei condannati. Poi dirà: “Gli scheletri dei condannati sono privi della propria testa; per l’ultima volta lascerà libera la vendetta fra gli uomini: mi servono altrettante teste di giudici per quanti sono gli scheletri dei condannati. Peggio per quelli che hanno pronunciato sentenze capitali! Peggio per gli avvocati che si sono resi complici con le loro arringhe! Nessun uomo ha il diritto di giudicare e di condannare!”.

E gli uomini vedranno allora un orribile accoppiamento: teste fresche di giudici con le loro smorfie sugli scheletri dei suppliziati. E l’onnipotente uomo dirà: “Ecco cosa vale la vostra giustizia, ecco cosa vale la vostra pena di morte! Non rubate più e non sarete più derubati; sopprimete il monopolio della proprietà, e non avrete più bisogno del monopolio dei tribunali; che i vostri contratti rispettino il diritto di tutti, e tutti rispetteranno i vostri contratti. Non giudicate e non sarete giudicati. Il supplizio di questi tormentatori sarà il più atroce, ma l’ultimo di tutti. Dopo di ciò il primo uomo che vorrà rendersi arbitro della Libertà e del lavoro degli altri, io lo ucciderò di mia mano, perché prima o poi quest’uomo diventerebbe l’arbitro della vita degli altri”.

E voi giudici e carnefici, ecco ciò che accadrà nell’avvenire. Montcharmont ritornerà padrone sulla terra, e voi vi ritroverete faccia a faccia con lui: l’inferno non vi libererà.

Voi dite che è morto, ma in fondo non lo credete veramente. Vedete il filo d’erba e la nuvola dell’esalazione ripresa dal movimento trasformatore, voi che credete all’immortalità dell’anima e alla missione dell’uomo sulla terra, voi i cui corpi corrotti sono buoni solo per i vermi, voi sapete bene che delle anime di questa tempra non si smarriscono. Montcharmont ha cominciato con i vostri gendarmi; più tardi vi ucciderà, voi, la vostra giustizia, la vostra polizia, i vostri carnefici e tutte le vostre autorità divine e terrestri!

Allora gli uomini felici si domanderanno, chi mai ha inventato la parola autorità? chi ha fatto credere alla necessità del governo? chi ha ordinato del veleno per curare la malattia? E riconosceranno che non c’è più bisogno di questa medicina, né di altari né di tribunali né di ciarlatani né di avvelenatori né di prestigiatori di teste viventi.

Così sia!


Giudici, non dite che giudicate, dite che vi vendicate. Quando annunciate che la giustizia degli uomini è soddisfatta, non si sa se invece sono proprio dei delitti quelli che voi commettete nel nostro nome. L’opinione pubblica è contro di voi, duellanti a freddo. E l’opinione pubblica, libera dall’influenza dei partiti, dalle catene della tradizione e dalle impazienze dell’avvenire, rappresenta l’umanità nella continuazione dei tempi e nella confusione delle diverse frazioni sociali. L’opinione pubblica si sbaglia raramente quando gli ambiziosi non la fanno smarrire. Pensateci.

Risalendo all’origine del male, troviamo che vi sono state delle epoche primitive in cui gli uomini vivevano in pace perché erano liberi e i loro rapporti erano conformi all’equità. Tutti furono ugualmente colpevoli uscendo da questo stato, quelli che confiscarono i diritti naturali degli altri, e quelli che se li fecero togliere. Ma gli aggressori furono evidentemente quelli che separarono il campo che loro conveniva dal territorio comune, e che si arrogarono il diritto di fare lavorare gli spossessati e di giudicarli secondo le leggi da loro fissate. Essi furono il ceppo originario dei proprietari, dei governanti e dei giudici di oggi. Se questi ultimi hanno ereditato i privilegi di quelli, hanno anche ereditato le vendette che questi privilegi suscitano. Abele fu un privilegiato. Soccombette per una giusta vendetta. Gli assassini di tutti i tempi non sono più colpevoli di Caino; essi si vendicano e ci si vendica su di essi. Con tutte le nostre pretese di timide riforme, non siamo altro che testimoni di un duello. Fin quando il torto primitivo, che è l’espropriazione generale per causa di utilità privata, non sarà riparato, il duello continuerà. E quelli che rivendicano hanno questo vantaggio su quelli che detengono, che essi tendono verso la giustizia.

Allo stesso modo in cui la medicina è una conseguenza della malattia, deplorevole quanto la malattia stessa, la procedura giudiziaria è una conseguenza del furto. E il furto come la malattia dilaga fra noi fin da quando un uomo ha potuto dare ordini agli altri ed essere da questi obbedito.

Un individuo non assassina per il piacere di assassinare; se uccide è perché esso stesso è stato ucciso. Il regicida uccide il re, perché il re lo ha ucciso nella sua Libertà; l’amante uccide il marito, perché il marito l’ha uccisa nel suo amore; l’insorto uccide il governo, perché il governo lo ha ucciso nel suo diritto di vivere; il bracconiere uccide le guardie, perché le guardie lo hanno ucciso nel suo diritto di caccia. Per generalizzare, la minoranza uccide la maggioranza, perché la maggioranza l’ha schiacciata e privata di tutto quello che è necessario per vivere.

Io non faccio eccezioni per questi pazzi orribili come [Louis Auguste] Papavoine e [Pierre François] Lacenaire, che trovano la loro voluttà nell’uccidere dei fanciulli. Nell’ordine morale come nell’ordine fisico, i mostri sono i prodotti delle razze degenerate. L’alleanza sociale civilizzata produce l’Ingiustizia, l’alleanza coniugale civilizzata deve produrre la Mostruosità. Che cosa possono formarsi, se non dei mostri, nelle viscere di esseri che soffrono come noi e che raddoppiano la loro sofferenza col matrimonio? La più gran parte fa soffrire la fame e il disprezzo ai parenti, i fanciulli si vendicano più tardi con la sete di sangue e di barbarie. Perché due calamità si sono sviluppate con gli anni: la fame si è convertita in sete, e il disprezzo in crudeltà. Esigeremmo noi, per caso, da genitori che la società fa morire, che insegnino ai loro figli ad amare questa società? Esigeremmo da quelli a cui a stata rifiutata ogni istruzione, che diano ai loro figli delle lezioni di tolleranza e di carità? Organizzazioni così notevolmente feroci come quelle di Lacenaire e di Papavoine sono state concepite dalla Miseria e allevate dalla Vendetta; esse sono le espressioni potenziali di queste coppie diseredate ma ribelli che subiscono l’ingiustizia senza mai accettarla; sono gli strumenti della loro giustizia. Sono convinto che si troverà tutto ciò se si risale nella genealogia dei grandi assassini.


Non accetto nemmeno le false distinzioni che vengono create dall’ipocrisia, dall’ignoranza e dalla paura. Così respingo ogni differenza tra l’ordine politico e l’ordine sociale e così riconosco solo un tipo di crimine, che abbia avuto per causa motivi politici o motivi particolari. Se è un delitto uccidere un uomo, è allo stesso modo un delitto uccidere un re; se è un delitto turbare l’ordine di una famiglia, lo è ugualmente turbare l’ordine di una società. Io dichiaro altrettanto coraggioso, logico e meritevole il bracciante che assassina il suo proprietario, dell’uomo politico che uccide il primo dei funzionari. I tribunali non fanno nemmeno loro differenza tra il crimine dell’uno e il crimine dell’altro. I tribunali ed io siamo più logici dei repubblicani costituzionali. Perché si è trovato in Francia, nel 1848, un governo provvisorio repubblicano, così poco capace di generalizzare, così ignorante delle cose sociali, così codardo da sopprimere la pena capitale in materia politica e di conservarla per i reati ordinari. O riconoscete che vi è sempre un delitto, quando l’assassinio è provato, e che voi avete il diritto di fare morire in tutti questi casi; o riconoscete che non c’è mai delitto, e che mai potete condannare a morte qualcuno. La questione non è suscettibile di divisioni né in materia criminale, né in filosofia.

La scienza sociale è un albero di cui tutte le altre scienze sono delle efflorescenze, e le parti di un albero non possono vivere staccate dall’insieme. L’ordine politico è l’espressione dell’ordine sociale; è forse indipendente per ciò? Per mettere meglio in rilievo l’assurdità di questa distinzione, si può dire: la politica di una società non fa forse parte della società stessa? Forse la fisionomia di un uomo non è parte dell’uomo stesso?

Una lunga malattia del corpo umano, risparmia forse un solo organo? Allo stesso modo se l’organismo sociale è malato, potrà il sistema politico essere sano? L’uomo è uno, la sua vita è una, la sua morte è una. Voi non potete decapitare un uomo politicamente, purtroppo lo decapitate molto organicamente; non esistono due modi di lavorarsi un condannato; domandante a [Charles Henry] Samson [il boia]. Allo stesso modo non potete decapitare la società politicamente, senza farla morire nel suo organismo. Vedete bene che la natura reclama contro la vostra distinzione. Riconoscete dunque, con la più ristretta minoranza, che il delitto non esiste; oppure, con la più gran maggioranza, che il delitto è dappertutto. Non ammettete più circostanze attenuanti né motivi politici. Siate uomini liberi, oppure procuratori del re; non siate uomini condizionati e provvisori.

Un’altra prova che queste delimitazioni sono impossibili, puerili, piene di pericoli e di errori, è data dal fatto che il partito che si trova al potere le interpreta a favore delle sue malvagie passioni. Quando vuole la testa di un uomo politico sotto la repubblica francese, la prende senza inquietarsi della costituzione repubblicana. L’assassinio del generale Breat fu un delitto politico o un delitto ordinario? Ditemi quale era la tendenza del governo, e vi risponderò senza aver bisogno di conoscere i decreti che regolano la materia. Di qual natura fu il delitto di Montcharmont? un delitto ordinario; – perché il gendarme è, in base al corpo, un uomo come noi; – un delitto politico; – perché, in base all’uniforme, il gendarme è uno schiavo, né più né meno del re. L’una e l’altra di queste opinioni si sostengono molto facilmente. Per essere un buon procuratore del re, basta parlare molto e non ragionare mai.

Giudici, non dite più che voi giudicate, dite che vi vendicate.


Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Questo albero estende le sue radici sotto i nostri piedi; quando vi pende un livido frutto, questo frutto cade e marcisce per terra. Questo albero non ha fogliame, gli uomini non possono riposarsi sotto la sua ombra.

Nei nostri tempi di vendetta, ogni partito stanca la bilancia della giustizia fino a farla diventare folle, la spada delle leggi si è spuntata su tante teste che non taglia più, ma sega. Colui che domina sulla ghigliottina non è più sicuro di colui che geme sotto il coltello.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

La magistratura ha il suo lato gradevole, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Sarebbe troppo vantaggioso vivere sempre bene facendo morire gli altri, essere sempre onorati gettando l’ignominia su tutte le teste. Sarebbe un vero paradiso in terra e la strada del palazzo di giustizia sarebbe affollata di candidati. Ma i giudici non sfuggono alle vendette che si attirano più di quanto i medici non sfuggano ai contagi che affrontano. Tutto passa sulla terra. La presente generazione vi venera; chissà la sorte che vi riserverà domani? Che cosa diventerete nell’umanità futura?

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Non sapete che il fulmine gioca con l’erba dei campi, mentre spezza i grandi alberi? Nei giorni di rivolta, non sono le teste dei piccoli che sono in pericolo di morte, ma le vostre che coperte dal tocco rosso attirano la rabbia dei partiti. Voi avete insultato, disonorato, sporcato; avete lanciato grida di morte contro gli altri; grida di morte si lanceranno contro di voi. Quale codice vi proteggerà quando non vi saranno più codici? I fanciulli vi copriranno di fango e vi grideranno: giudici fate rispettare la santità della magistratura. Gli uomini del popolo getteranno per terra il vostro cappello e diranno: giudici, vogliamo venerare i vostri capelli bianchi. Le donne bagneranno camicie nel sangue, per gettarvele addosso, e vi si condurrà a piazza di Grève, e si griderà: giudici, voi che siete saggi, scrivete la vostra sentenza.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Essi non si fermeranno! La civilizzazione persevererà nella violenza anche se ha coscienza della propria ingiustizia. Volete che venga a farvi la confessione dei suoi errori e che vi domandi l’assoluzione? Volete che il suo governo vi dica: abdico ai miei privilegi perché l’umanità sia felice? Quando si è visto che un padre confessa i suoi torti al figlio, un maestro al suo allievo, un prete a un laico, un agente di polizia a colui che deve arrestare! Tutta questa gente sono governanti, e vi è un istinto di conservazione tanto sicuro nel governante che nell’uomo. Più il potere si sente minacciato, più diventano formidabili gli apparati di cui si circonda. In tempo di rivoluzione, quando è più vergognosa del suo ruolo e più incerta del suo domani, la magistratura dispiega maggiormente il suo zelo e il suo terrore. Quale giustizia volete attendervi da uomini che non hanno che uno stomaco, una vanità e un posto che soddisfa l’uno e l’altra? Essi non si fermeranno!

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Innaffiatelo di sangue, il sangue riproduce i liberatori; concimatelo di carne umana, brucerà meglio un giorno; non fate riparare la lama, l’acciaio farà più rumore stridendo sulle teste. Non perdete l’esercizio, mantenete gli uomini in un terrore salutare. Datevi da fare dunque, ne va della vostra vita; basta parare colpi, bisogna assestarli. Scovate i colpevoli, inventatene; vi bisognano. L’entusiasmo dei [L. de] Marchangy e dei Fouquier-Tinville sarà forse scomparso tra di voi? Siete diventati fiacchi, non avete più ambizione, i vostri nomi resteranno sommersi in una deplorevole oscurità. Bisogna che essi diventino celebri al fine che l’odio del popolo si personifichi in qualcuno, perché sfortunatamente, il popolo non riesce a odiare che le persone.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

Uccidete regolarmente, quotidianamente, da gran signori. Uccidete perché non vi salutiamo, perché vi rifiutiamo il diritto del fodero, perché la nostra faccia non vi piace. Uccideteci per complicità morale, perché ciò vi conviene, per prendere bagni di sangue. Ecco cosa è veramente nobile, ecco cosa significa uccidere per amore dell’arte, ecco ciò che dimostra il vostro grande potere, e che rende furioso il popolo! Andiamo! sfidate la folla. Gli Jeffery e gli Hebert erano artisti, voi non siete altro che morti di fame.

Non per noi, ma per voi stessi, giudici, aiutateci a fare cadere l’albero delle esecuzioni!

“Il cattivo persegue di regola l’afflitto, ma la sua violenza ricadrà sul suo capo”.

Giudici, quando il governo rimette nelle vostre mani, perché vengano giudicati e condannati, uomini come Barbès e Montcharmont; – quando vi si permette di torturarli con un tono di autorità e un’arroganza di modi che nulla giustifica; – quando siete tracotanti, attaccabrighe, litigiosi, iracondi a freddo; – quanto essi sono belli, arditi, sobri di parole, risplendenti di fierezza; – quando vi gridano: “Scotennateci, non ci abbasseremo a difenderci”; – quando parlate per accrescere la vostra reputazione, ed essi combattono per conservare la testa:

Per chi è la gloria? Certo non per voi. E per chi è la vergogna? Certo non è per loro.

Per chi è l’uditorio? Per loro. Per chi la Forza pubblica e gli sporchi uscieri? Per voi.

Per chi le speranze del pubblico? Per loro. Per chi quella del carnefice? Per voi.

Chi è vanitoso nella sua vigliaccheria? Voi. Chi è semplice nel suo eroismo? Loro.

A chi il cuore delle donne innamorate? A loro. A chi quello delle donne vendute? A voi.

Per chi le braccia degli uomini liberi? Per loro. Per chi il randello degli scannatori? Per voi.

Chi è obbligato a schiacciare le manifestazioni pubbliche; chi spiega la forza per fare rispettare la giustizia? Chi ha paura della luce, dell’eloquenza ispirata, delle vere testimonianze? Chi viola i diritti della difesa? Chi insulta e massacra impunemente?

Chi tira la corda? il carnefice: – è questione di un secondo. – Chi la prepara, la passa e la ripassa intorno a un collo? Chi ingrassa la macchina, chi fa rilucere il delitto e il coltello? Chi fa la toletta del condannato? Chi lo mostra al pubblico per mesi interi? Chi lo tira per la testa, chi lo lega? Chi s’indigna sul suo scanno, protetto da un picchetto di soldati, dalla figura rivoluzionaria del Cristo, oh profanazione! e troppo spesso, dal silenzio del popolo? Chi passa degli anni ad apprendere questo mestiere? Voi, giudici, che migliaia di madri e di fanciulli perseguono con le loro grida vendicatrici, voi su cui cade la responsabilità di tanto sangue.

Infine che cosa fate? Niente di più di quello che avrebbe fatto la morte qualche giorno dopo. Consegnate un corpo alla trasformazione fisica e un’anima alla trasformazione morale; date loro la forza respingendoli nell’universale caos. Ma voi non uccidete né la materia dell’uomo, né l’idea, eterni fermenti di rivendicazione.

“Il cattivo persegue di regola l’afflitto, ma la sua violenza ricadrà sul suo capo. Selah!”.


È la legge della morte.

Noi sappiamo tutti il posto che occuperemo sotto terra, e che vi giaceremo coricati per tutta la nostra lunghezza, e che vi dormiremo tranquilli. Ma non sappiamo se ritorneremo diritti o umiliati fra gli uomini, ignoriamo se avremo dei gran domini o soltanto appena lo spazio per muoverci, se saremo onorati o perseguitati, vincitori o vinti nella lotta sociale.

Felici coloro che muoiono per la Giustizia e la Verità!

Felici coloro che la rabbia o l’adulazione dei partiti non vogliono dissotterrare! Felici coloro che sono rimasti padroni di loro stessi durante tutta la vita! Essi non saranno disturbati nella morte.

Felice te, Montcharmont, che scuoterai la polvere dei tuoi calzari sulla soglia della nostra società.

Felice te, che sei morto per la tua propria causa, che ti sei armato e hai ucciso per ciò che tu ritenevi giusto, che non hai consultato nessuno per farlo! Tu fosti un uomo, noi siamo soltanto delle scimmie.

Felice te, moderno schiavo, più grande di Spartaco e più di Louverture. Quando i nostri pronipoti sfoglieranno le pagine della nostra povera storia, e leggeranno i grandi nomi di questi tempi, saranno disgustati. Ma si fermeranno, pensosi, su qualche ignorata relazione che ricorderà gli ultimi momenti del cacciatore della Saône-et-Loire, e diranno: quello fu veramente il primo degli uomini liberi, ed è da lui che data l’era dell’emancipazione individuale!

Felice te, che hai perduto la vita dopo aver perduto la libertà. Ve lo dico in verità, quest’uomo era un colosso in mezzo a noi. Simili ribelli non sono lasciati in vita dalla maggioranza, essi sono troppo diritti per non attirare gli sguardi della folla e per non far nascere in essa il desiderio di risorgere. Montcharmont vivente sarebbe stato un modello per gli oppressi, un rimorso per gli oppressori, una continua provocazione. Quest’uomo aveva dato un esempio troppo grande; era necessario che morisse. Hanno creduto di farlo dimenticare tagliandolo in due; hanno creduto di sporcare la sua memoria facendo cantare il suo arresto dai banditori pubblici; hanno creduto di ammorbidirlo raccorciandolo.

Ombra gloriosa! perché il tuo pensiero mi perseguita? Perché, di tutti i miei contemporanei, posso ammirare solo te? Perché, di tutte le rivolte che ci agitano da più di sei anni, la tua soltanto mi sembra innalzarsi all’altezza di una Rivoluzione? Perché, in questo mare rosso che è alimentato da tante altre vene, vado cercando sempre qualche striscia del tuo sangue?

Presentimenti sinistri, immagini di morte, cosa volete? Non posso ascoltare il canto dell’uccello dei campanili che dialoga con i morti; non posso più vedere, nel mezzo degli squadroni, il cavallo che si impenna e morde, e che il suo padrone sgozza perché ha messo il disordine nei ranghi. L’avvenire mi sembra coperto di un velo di lutto. Funeste apparizioni, lasciatemi!

Sento voci di fanciulli che mi chiamano dolcemente: “Gli uomini, dicono, non amano coloro che vedono troppo lontano nell’avvenire e troppo profondamente nei loro intrighi. Nessuno è profeta in patria, e sempre i profeti sono stati lapidati. È inutilmente che tu lavori, la tua voce sarà perduta nel deserto che la tua fierezza si è creato in mezzo agli uomini. Lascia che il tempo spazzi via questa generazione. Abbiamo usato la nostra vita per trattenerla sul bordo dell’abisso; bisogna che essa vi cada dentro e che vi si schiacci. Cessa pertanto un inutile lavoro.

“Vieni tra di noi, che brilliamo di vigore e cresceremo tra i fanciulli delle future generazioni. Spoglia il vecchio uomo, rigetta lontano da te gli studi ripugnanti, rompi con questa decrepita scienza.

“Sbrigati a morire, ti riceveremo, farai parte dei nostri giochi e delle nostre feste, svilupperai le tue facoltà con una educazione piena di cose interessanti, conoscerai la felicità di cui puoi appena parlare. Sbrigati a morire al fine di prendere parte, sotto una nuova forma, alle grandi lotte che l’umanità prepara”.

Io conosco tali voci; esse non vengono da questo piccolo mondo. Ho frequentato in ciò coloro che sono considerati i più liberi e i più fieri, ed ho trovato che si arrampicano un poco meglio degli altri. Mi sono convinto che la loro amicizia era menzogna; la loro devozione, menzogna; e che essi erano molto più alteri di potere che di libertà. I miei amici sono tra i morti.

Ed io rispondo alle loro voci: “Morti vi ammiro, i miei giorni sono contati, vi raggiungerò ben presto. La rivolta in massa conduce alla condanna in massa; quando tanti uomini rispondono di un delitto, la morte non raggiunge nessuno. Ho già subito la condanna in massa. – Ora è alla rivolta isolata che conduco la morte solitaria, la morte ignominiosa di cui voi mi avete mostrato il cammino. Non ho da cercarla e non ho da fuggirla. La mia fierezza è ribelle come la forza dei governi è logica. E quando due volontà così inflessibili si incontrano, sbocca normalmente dal loro scontro un getto di sangue.

“Non ignoro che io porto in me tutti i segni delle esistenze effimere. Amo la donna e il fanciullo, due esseri che promettono la vita nell’avvenire, ma che non ne gioiscono nel presente. Mi sono stancato in sogni di felicità infinita, nell’immensità delle contemplazioni future. Le gioie civilizzate mi lasciano freddo e non mi abbasserei a raccattarle se venissero messe ai miei piedi. Io non appartengo a questo secolo; vivo in mezzo ad esso, ma non sono mescolato a nessuno dei suoi interessi limitati; sogno l’amore più bello, le donne più innamorate, gli uomini più liberi. La mia vita di ostracismo e di solitudine non è così penosa per me come lo sarebbe per tutti gli altri. Sono morto civilmente, morto alla gioia, morto alla felicità; ma io vivo di questa morte.

“La febbre della libertà e dell’amore mi consumerà senza che possa conoscere né la libertà né l’amore. Il demone della poesia che mi tormenta mi trascinerà senza che io sappia nulla della poesia dell’avvenire. E non avrò altre risorse contro le mie angosce che di osservarle e descriverle. Avrei intravisto la giustizia e l’ordine, ma queste tardano troppo a venire per me”.

Che fare? L’uomo è lanciato contro le impressioni della vita come la pietra piatta contro le onde; non dipende da lui moderare la spinta che ha ricevuto e fermarsi dove vuole.

Felici coloro che muoiono per la Giustizia e la Verità!

È la legge della morte!


Disgraziati coloro che muoiono nei calcoli dell’interesse e nelle torture dell’ambizione!

La china degli abissi è ripida sotto i piedi dei tagliatori di borse e dei ladri di libertà. Chi oserebbe affermare che le grandi fortune commerciali e politiche non siano dovute a delitti. Montesquieu definisce delitti i colpi di Stato, Machiavelli dice che sono dei fatti. Alcuni chiamano banchiere il barone Rothschild, altri lo chiamano ladro. Lui si qualifica come filantropo.

Dal momento che la nozione di giustizia è relativa, tutti i nostri atti diventano delitti o buone azioni, secondo i governi o i pregiudizi che dominano. Ne risulta che le mani più vicine alla fortuna sono anche le più vicine alle catene, e che le teste più vicine alle corone sono anche le più vicine al patibolo.

I banchieri, come i ladri, hanno succursali, ricettatori, parole d’ordine; hanno formato una lega contro il bene pubblico. I ladri possono morire onorati; i banchieri possono morire al bagno. Il banchiere uccide con l’usura; il ladro, col pugnale. Il banchiere attacca, il ladro non fa altro che rivendicare. Il ladro è il buon ladrone.

“L’usuraio fa impiccare il borsaiolo. I piccoli vizi si vedono attraverso gli stracci. La porpora e l’ermellino nascondono tutto. Che il crimine sia coperto d’oro e la formidabile lancia della giustizia, impotente, vi si spezzerà contro. Che sia rivestito di cenci e, per trapassarlo da parte a parte, basterà un filo di paglia nelle mani di un pigmeo. Non vi sono delitti, vi dico, non ce n’è uno solo, io li assolvo tutti”. (Shakespeare – Re Lear).

Le teste reali e le teste condannate portano segni che le fanno riconoscere, un velo nero o una corona d’oro. I re e i condannati a morte sono guardati a vista; attirano solo essi l’attenzione della folla; escono preceduti da un picchetto di soldati; si grida toglietevi il cappello! al loro passaggio. I condannati di ieri sono i re di oggi. Ogni ambizioso deve saper vendere bene la sua testa.

I partiti giocano con le teste degli ambiziosi come con le teste dei papaveri; e gli ambiziosi usano le braccia dei partiti come bastoni di pioppo. Gli onori e i beni che gli uomini possono dare ai loro governanti valgono di giocarsi la testa? Io non vi sacrificherei un pezzo della mia unghia...

La società regnante cospira contro i capi partito; le società segrete cospirano contro il re. Quando sono vinti, i capi di un governo, come i capi di una cospirazione, sono condannati a morte. Essi hanno costruito sulla sabbia, il loro edificio crolla. Hanno contato sugli uomini per elevarsi e gli uomini li umiliano; essi si sono appoggiati sull’ala della tempesta, e l’ala della tempesta li ha dispersi. Credete di giocare con le fazioni, ma è con le vostre teste che giocate; tagliate quelle degli altri, aspettatevi di vedere cadere la vostra.

È la legge della morte.

Disgraziati coloro che muoiono nei calcoli dell’interesse e nelle torture dell’ambizione!


“Gli uomini diseredati sono i fanciulli della rivolta. Se ci sbagliamo tagliando loro la testa, li riabilitiamo; di che cosa si lagnano?”. Così dicono i giudici nei rari paesi dove essi vogliono accordare la riabilitazione.

Che cos’è dunque che si vuole riabilitare? Che cos’è restituire l’onore? È forse restituire il riposo a una famiglia? Rifare quello che nessuna società può rifare, cioè la Vita, sulla quale essa ha portato la sua mano sacrilega?

No; si tratta semplicemente di dichiarare al pubblico che a seguito di un deplorevole errore, la giustizia del paese ha soppresso qualcuno che non era colpevole, che essa non può riparare a questa perdita, e che ne fa sinceramene atto di contrizione. La qual cosa non impedisce alla giustizia del paese di continuare ad assassinare per diritto e per traverso. Concedere la riabilitazione all’ombra di un suppliziato, significa affermare che la società ha ritirato la sua stima a quest’uomo, quando non vi sono che i tribunali che lo hanno dichiarato infame.

Veramente, mi sento pieno di ammirazione per la giustizia secolare che vuole accordare la riabilitazione quando l’opinione pubblica e la minaccia diretta gliela strappano. Bisogna esserle grati di confessare che ha potuto sbagliarsi una volta, essa che deve restare infallibile, in qualsiasi caso, e immacolata.

Per avere il diritto di riabilitare bisognerebbe avere quello di giudicare. E chi dunque, magistrati, vi ha dato questo diritto? La forza? Allora è il bottino di un furto che voi salvaguardate. – Il consenso universale? Ma il consenso universale alla schiavitù, è lo snaturamento dell’uomo. E l’uomo non accetta mai il proprio abbrutimento; glielo si impone. Perché in tutti i contratti liberi, ogni parte esige delle garanzie che voi non avete affatto accordato al popolo. E nessuno è tenuto a osservare il contratto alla cui stipula non ha preso parte. – È la prima occupazione? E se la razza che occupava la terra prima di voi ritornasse, gli restituireste la terra? E se i magistrati che giudicavano sotto il regno precedente reclamassero i loro posti, li restituireste? Lo ripeto, né voi né altri avete il diritto di giudicare. Uomo libero, non accetto la sentenza di nessuno, perché essa implica la superiorità di colui che la rende davanti a me, quando quest’uomo e io stesso siamo uguali in diritto.

Voi siete stati consacrati giudici con la forza o con l’astuzia, subite le conseguenze della vostra confisca. Se abusate della forza, noi abuseremo della rivolta; occhio per occhio, dente per dente, e morso per morso. Noi viviamo sotto la legge dei colpi.

Vi dico che se aveste condannato a torto qualcuno che mi è caro, e che vi prendesse la fantasia di riabilitarlo, non accetterei la vostra riabilitazione. Spetta dunque a voi che vi riconoscete colpevoli di assassinio di venire a concedere, come giudici, una riparazione solenne alla memoria che voi avete disonorata? Penso che spetti a me di perseguitarvi e di esigere da voi la riparazione che riterrei opportuna, a partire dalla vostra testa fino alla vostra umiliazione.

Ciò è stretta giustizia civilizzata. Che coloro che si arrogano il diritto di decapitare rispondano con le loro teste. Ciò non è nemmeno giustizia severa. In quanto voi siete una compagnia di briganti, privilegiata, patentata ed ereditaria; fate i vostri colpi con premeditazione, complottate, sotto buona scorta e senza paura di dirette rappresaglie.

Senza attendere i reclami della voce pubblica, sempre troppo lenta a raddrizzare i torti, io comincerei, da solo e dal momento del giuramento, ad applicare la pena di morte contro i magistrati che l’hanno applicata. E siccome non si troverà nessun tribunale per accogliere la mia accusa, come io non riconosco ad alcuna riunione di uomini il diritto di giudicare, come non può essere che un problema di vendetta in una società ereditariamente proprietaria, io mi vendicherò, da me stesso, come lo riterrò opportuno.

Allora, grideranno i borghesi, il nostro ordine sociale è dunque alla mercé del primo miserabile venuto?... E se questo primo miserabile venuto è alla mercé, lui stesso, del vostro ordine sociale, della vostra sicurezza e della vostra proprietà? E se il vostro ordine sociale, la vostra sicurezza, la vostra proprietà esigono che questo miserabile sia spogliato della sua parte dei beni comuni, dei suoi diritti naturali, della stessa sua vita, bisogna dunque che egli rispetti tutto ciò? Andiamo!

Sì, borghesi, la lotta è ingaggiata in questi termini tra la società e l’individuo. Sì, ogni condannato ha il diritto di fucilare il primo giudice che trova, perché tutti i membri dell’illustrissimo corpo della magistratura sono solidali nelle conseguenze dell’omicidio legale. Noi facciamo della barbarie, voi fate della civilizzazione; io non so dove si trovi la più grande crudeltà, presso di voi o presso di noi. Dato che voi volete conservare i vostri privilegi, rassegnatevi alla guerra e al lutto in cui le possibilità di morte sono uguali per i due avversari.

Ah! siete al di sopra della natura umana; siete infallibili; siete prudenti, giurisprudenti, giureconsulti, giurati, giudici, arbitri, esperti, dialettici, retori, criminalisti, filantropi, dottori, professori, diplomati, licenziati, uscieri, cancellieri, laureati in diritto; saggezza delle nazioni, oracoli di Dio! E non vi sbagliate mai tranne che quando si tratta della testa di un uomo! E il massimo che potete fare per riparare a questo delitto, è riabilitare l’uomo condannato! Riabilitazione, ma questa parola distrugge ogni vostra giustizia. O voi condannate sempre giustamente, e allora siete realmente giudici, e a nessuno dovete riparazione. Oppure voi condannate ingiustamente qualche volta, e allora tutte le vostre sentenze sono colpite di nullità, e non siete altro che assassini, e come tali esposti ai colpi di tutti i furori.

Ricordatevi che la vendetta è cara agli uomini quanto è cara agli dèi.